Perchè è stupido NON usare la parola “maschicidio”

maschicidio

Rispondiamo in questa sede all’articolo “Perchè è stupido usare la parola “maschicidio”” di the Submarine, che attacca contemporaneamente sia chi si occupa di tutelare le vittime maschili di violenza che il movimento MRA tutto.
Come al solito nei nostri articoli di risposta, citeremo le varie parti dell’articolo e risponderemo sotto di esse.

Iniziamo con un po’ di teoria del patriarcato:

“È la sovrastruttura ideologica patriarcale […] la ragione per cui il “femminicidio” non è semplicemente l’uccisione di un essere umano di sesso femminile.”

In realtà l’idea che vi sia il maschilismo dietro alla violenza domestica è un’idea smentita da diversi autori. Citiamo ad esempio una review di Donald Dutton del 2010, che debunkera questo assunto [1]:

“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”

Nel testo della review si legge inoltre:

“l’uso maschile di grave violenza nei confronti di donne nonviolente (percosse verso la moglie) è riportato da solo il 5,7% di un campione nazionale di tutte le coppie sposate che segnalano ogni tipo di violenza (Stets & Straus, 1992), e che le percosse verso il marito (atti di grave violenza femminile contro mariti nonviolenti) è riportato dal 9,6% di queste coppie sposate.
“Indagini nazionali statunitensi ritengono che la violenza reciproca, abbinata per livello di gravità, sia la forma più comune di IPV (Stets & Straus, 1992. Whittaker et al, 2007), e che la IPV femminile contro un maschio nonviolento (percosse verso il marito) è 2.5 volte più comune delle percosse verso la moglie.”
Le donne usano la violenza, anche le forme più gravi, almeno tanto quanto gli uomini e la usano contro gli uomini non-violenti (Stets & Straus, 1989, 1992) e contro i bambini (Gaudioisi, 2006; Trocme et al., 2001).”
“Sono stati trovati tassi equivalenti di grave abuso strumentale (abuso effettuato per controllare il coniuge), con l’8% delle donne e il 7% degli uomini che riportavano vittimizzazione negli ultimi cinque anni.
Equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (Laroche 2005, tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima. Degli uomini, il 65% ha riferito di essere stato ferito (rispetto al 67% delle vittime di sesso femminile).
Più donne che uomini hanno riportato di perpetrare violenza, e gli uomini hanno riferito di essere vittime di violenza grave più delle donne, che dicono gli autori può” sfidare le ipotesi sulla vittimizzazione delle donne nella relazione” (p. 781).”
“Quando alle donne in un campione preso da un rifugio è stato chiesto da questi autori circa il loro uso della violenza, il 67% ha riferito di usare violenza grave contro i loro mariti”.

Tornando a the Submarine, il giornale cita alcuni casi in cui la compagna AFFERMA di aver ucciso l’uomo a seguito di percosse.

Secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [2].
Si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: ma è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [3] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [4] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [2] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza domestica, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere queste persone immuni dalla legge.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [5].

Quindi spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per auto-difesa anche quando non è così, il che porta spesso a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito per legittima difesa nei confronti del partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi [6].

Qual è la morale della favola, dunque? Semplice: prima di accettare che una donna “si sia soltanto difesa”… richiedete le prove! La gente, quando viene arrestata, trova scuse su scuse: se dubitate delle altre giustificazioni, perchè dovreste credere in automatico che la persona che ha appena ammazzato un individuo fosse vittima di quest’ultimo e non la sua aguzzina? Vi pare che una donna omicida sia priva di conflitti d’interesse nel reclamare un ruolo di vittima? Se non fate questo ragionamento con gli uomini – che come abbiamo visto hanno pari percentuali di essere ricorsi alla violenza per autodifesa – perchè lo fate con le donne?

Continuiamo con le affermazioni di the Submarine:

“Proprio questa equiparazione iper-generalizzante di qualsiasi violenza, a prescindere da cause e moventi, spinge a presentare la violenza maschile e quella femminile semplicemente come due facce della stessa medaglia. Ma la violenza non è tutta uguale, e non la si può analizzare senza considerare i contesti relazionali (in piccolo) e socio-culturali (in grande) che la rendono più o meno diffusa e più o meno accettata.”

Questa idea, quella per cui gli uomini hanno motivazioni diverse dalle donne nel provocare violenza, è l’idea del “terrorismo intimo” di Johnson: gli uomini userebbero la violenza per controllare le donne – una violenza controllante chiamata appunto “terrorismo intimo” – mentre le donne userebbero la violenza per legittima difesa – una violenza detta “resistenza violenta”.
Dopo aver smentito con i dati l’idea per cui le donne userebbero più degli uomini la violenza per legittima difesa, smentiamo l’idea per cui gli uomini userebbero più delle donne la violenza per controllare la partner.

Un esempio in merito è il paper del 2014 della dottoressa Elizabeth Bates e colleghi, pubblicato sulla rivista scientifica Aggressive Behavior [7], che afferma:
“Lo scopo di questo studio è stato quello di testare le previsioni della teoria del controllo maschile della violenza domestica (IPV) e della tipologia di Johnson […] non ci sono differenze di sesso sostanziali nei comportamenti di controllo, che predicevano significativamente aggressione fisica in entrambi i sessi. […] Usando la tipologia di Johnson, le donne erano più propense degli uomini a essere classificate come “terroristi intimi” […]. Nel complesso, questi risultati non supportano la teoria del controllo maschile della IPV. Invece, si inseriscono nella visione per cui l’IPV non ha un’eziologia speciale, ed è meglio studiata nel contesto di altre forme di aggressione.”

Anche la dottoressa Denise Hines, assieme a Emily Douglas, parla in un articolo del 2010 sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [8], delle vittime maschili di violenza domestica e del terrorismo intimo. Infatti possiamo leggere:
“In sintesi, il nostro studio mostra l’esistenza di vittime di sesso maschile di TI (Terrorismo Intimo) commesso da donne. Questi uomini sostenevano tassi e frequenze molto elevate di violenza domestica psicologica, sessuale e fisica, lesioni, e comportamenti di controllo, un pattern congruente la concettualizzazione di Johnson (1995) del TI. E anche se i richiedenti aiuto maschi avevano alti tassi di perpetrare IPV loro stessi, i loro tassi sono simili o inferiori a quelli trovati nei campioni di rifugi per donne maltrattate (Giles-Sims, 1983;. McDonald et al, 2009; Saunders, 1988), e il loro comportamento violento è conforme alla concettualizzazione di Johnson di resistenza violenta.
Questi risultati rappresentano importanti contestazioni all’asserzione di Johnson (1995, 2006; Johnson & Ferraro, 2000) secondo cui, con l’eccezione di pochi casi di studio, il TI sia impiegato quasi esclusivamente da uomini e che la resistenza violenta sia impiegata quasi esclusivamente da donne, con entrambi conformi alla nozione patriarcale per cui gli uomini utilizzano il TI per mantenere il potere e il controllo sulle loro partner femminili.”

Se ciò non bastasse, due studi basati sulla popolazione, uno in Nuova Zelanda [9] e uno in Canada [10], mostrano che le donne e gli uomini commettono Terrorismo Intimo a tassi simili.
Per quanto riguarda quello canadese, equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima.
Lo studio neozelandese, in particolare, era un cohort study (o studio di coorte, uno studio osservazionale che segue nel tempo l’evoluzione di una coorte, cioè un gruppo di persone identificate chiaramente in base a determinate caratteristiche) che comprendeva quasi tutta la popolazione di quella coorte, e ha dimostrato che il tasso di prevalenza di TI è stato del 9%, con uomini e donne che avevano la stessa probabilità di essere terroristi intimi. Questo studio è stato in grado di catturare una percentuale significativa di casi “clinici” in cui il IPV aveva portato a lesioni e/o intervento. Questo è importante perché tali studi epidemiologici catturano non solo l’IPV che viene a conoscenza delle autorità, ma anche i casi gravi che, per qualsiasi motivo, sfuggono la rilevazione ufficiale e rimangono nascosti in campioni clinici tradizionali.

“Il terzo maschicidio in tre settimane,” si legge su Il Giornale. “Anche le donne uccidono, le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, per non dire mai fatte.” (Spoiler: le statistiche in realtà ci sono, e i dati Istat parlano di 79 omicidi volontari consumati da donne nel 2015, contro i 986 consumati da uomini — una sproporzione numerica che è già evidente prima ancora di valutare i moventi e il sesso delle vittime).

In realtà quel numero è il numero delle incarcerazioni, ma non si conta che tale numero è viziato da un bias giuridico.

Infatti sia la valutazione di professionisti del settore, come psicologi, psichiatri, assistenti sociali, che quella delle forze dell’ordine e dei giudici, tendono a minimizzare l’aggressività femminile. Questo bias porta a maggiori tassi di arresti per gli uomini, maggiore probabilità di incarcerazione se dichiarati colpevoli e a sentenze più lunghe a parità di reato e circostanze tra uomini e donne. Per dimostrare l’esistenza di questo bias di genere, riporto qui di seguito alcune ricerche in merito.

Partiamo con uno studio su 147 psichiatri chiamati ad esprimersi sul rischio di agiti aggressivi in 680 pazienti psichiatrici afferenti a un servizio di urgenza: questa ricerca ha mostrato che gli psichiatri tendono a sottostimare il potenziale violento femminile. Leggiamo infatti:
“Sulla base di un campione di 147 medici che hanno valutato 680 pazienti in un pronto soccorso psichiatrico, questo studio indaga l’influenza del genere del paziente, del genere dei professionisti della salute mentale, e la loro potenziale interazione sull’accuratezza della valutazione del rischio dei professionisti della salute mentale. I risultati indicano che i professionisti della salute mentale di entrambi i sessi sono particolarmente limitati nella loro capacità di valutare il rischio di futura violenza dei pazienti di sesso femminile. Questo risultato non era limitato a un particolare gruppo di professionisti e non era attribuibile a differenze di genere nella violenza.” [11].

Un ulteriore studio mostra che fin da piccoli, anche quando non vi sono differenze comportamentali tra i sessi, i bambini vengono visti come più problematici e conflittuali rispetto alle bambine e che dunque le interazioni da parte di professionisti della scuola, come ad esempio gli insegnanti, verso di loro sono impregnate da questo pregiudizio:
“Questo studio ha esaminato le differenze nella qualità della cura dei bambini vissuta da bimbi e bimbe. I bambini avevano più probabilità di avere una cura infantile di qualità inferiore rispetto alle bambine, valutata sia con misure al livello dell’impostazione che tramite osservazioni di interazione caregiver-bambino. Un possibile meccanismo esplicativo per le differenze di genere è suggerito dalla prova che i fornitori di cura infantile valutavano il comportamento dei bambini come più problematico e la relazione fornitore-bambino come meno stretta rispetto alle bambine. Queste differenze percepite non erano riflesse nelle osservazioni indipendenti del comportamento o del temperamento del bambino. E’ stato anche il caso che le aule dell’asilo con percentuali più elevate di ragazzi sono state valutate in termini di qualità più bassa a livello di impostazione. […] Come ipotizzato, i caregiver dei bimbi in questo campione hanno rivelato significantemente più percezioni negative dei bambini che delle bambine. Non solo ritraevano i bambini come se mostrassero un comportamento più problematico, attivo e disinibito, ma indicavano anche che i loro rapporti con i bambini erano caratterizzati da un maggiore conflitto e minor vicinanza rispetto ai loro rapporti con le ragazze. È importante sottolineare che i ritratti dei caregiver delle loro relazioni con i ragazzi e le ragazze come conflittuali o strette sono risultate significativamente intercorrelate con la loro risposta alla domanda se i bambini mostrassero problemi di comportamento […] e temperamenti attivi/arrabbiati […], suggerendo una forte visione generalizzata negativa (bimbi) o positiva (bimbe) dei bambini in loro cura. Le loro percezioni dei bambini sono state anche associate con la qualità di caregiving tale che visioni maggiormente negative di un dato bimbo – indipendentemente dal genere – predicevano una cura infantile di qualità più misera, valutata da osservatori indipendenti, per quel bambino.
[…] I bambini e le bambine in questo studio non hanno mostrato differenze nelle loro interazioni tra pari o nella conformità con le richieste del caregiver nella cura del bambino (nonostante la loro grande esperienza nella cura del bambino con i compagni), né hanno differito nelle osservazioni di laboratorio a base del temperamento.
[…] È importante sottolineare che questo pattern genderizzato di esperienze di cura infantile è evidente a 2 anni di età, prima dell’età in cui i ragazzi e le ragazze differiscono in modo significativo nel loro comportamento di gioco, come riportato in letteratura […] e come confermato dalle nostre osservazioni dei bambini in questo studio.” [12].

Uno studio del 2001, effettuato mediante interviste semi-strutturate a poliziotti e psichiatri, e, nel caso dei poliziotti, osservazione diretta e analisi dei report della polizia, ha rivelato come per questi professionisti, dato che la violenza sessuale femminile sfida “i tradizionali copioni sessuali riguardanti l’”appropriato” comportamento femminile, sembra che vi compiano sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autore del reato e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile, in ultima analisi portando alla negazione del problema“. [13].

Una ricerca del 2007 afferma che, nonostante la pari gravità tra sex offending maschile e femminile, i professionisti valutano con più indulgenza le pedofile donne:
“La letteratura mette in luce che il modo in cui i professionisti identificano e rispondono all’abuso sessuale infantile si è mostrato essere influenzato dal genere dell’autore. Allo stesso modo, malgrado sia simile al sex offending maschile in termini di intrusività e gravità dell’abuso, alcuni aspetti del sex offending femminile possono causare particolari problemi per i professionisti.” [14].

Un ulteriore studio riporta:
“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi” [15].

Ovviamente questo modo di pensare influenza anche gli studenti, che diventeranno i professionisti di domani. Leggiamo all’interno di uno studio del 2012 che esamina la percezione che essi hanno di pedofili e abusi sessuali infantili:
“Utilizzando un campione di 2.838 studenti di una università del sud-ovest degli Stati Uniti, gli autori esaminano l’effetto del genere degli intervistati, del genere dell’adulto, della differenza di età tra l’adulto e l’adolescente, e dell’autorità dell’adulto, sulla percezione di vignette che descrivono rapporti sessuali tra adulti e adolescenti. […] Abbiamo trovato prove di un doppio standard per quanto riguarda la diade genere nello scenario, che è coerente con risultati precedenti (Dollar et al. 2004; Fromuth et al. 2001; Horvath and Giner-Sorolla 2007; Smith et al. 1997). Gli uomini in relazioni con ragazze sono stati giudicati cosistentemente più duramente rispetto alle donne che hanno avuto relazioni con ragazzi. Allo stesso modo, rispetto ai ragazzi, le ragazze negli scenari sono state percepite come se avessero subito un danno maggiore.” [16].

Una ricerca del 2004 sulle percezioni che hanno i poliziotti rivela anch’essa risultati simili:
La ricerca in America, Canada e Inghilterra, indica che i professionisti coinvolti nelle indagini dei casi di abuso sessuale dei bambini hanno differenti percezioni della gravità, della punizione e dell’impatto sul bambino, in base al genere del professionista e al genere dell’autore dell’abuso. Lo scopo di questo studio è stato quello di verificare se tali effetti di genere sono prevalenti negli investigatori sull’abuso infantile australiani, specificamente la polizia. Per valutare questo, 361 agenti di polizia australiani hanno risposto a un questionario self-report relativo a una vignetta che descriveva un abuso sessuale infantile. Le domande hanno esaminato la percezione del poliziotto sulla gravità dell’incidente, l’azione della polizia che avrebbero preso e l’impatto percepito sul bambino. La vignetta ha descritto l’autore come maschio o come femmina, con 172 agenti di polizia che rispondevano alla vignetta con l’autrice femmina e 189 che rispondevano alla vignetta con l’autore maschio. I risultati hanno indicato che, a differenza delle scoperte della ricerca estera in questo settore, il genere degli agenti di polizia non influenzava la loro percezione dell’abuso sessuale infantile, il loro impatto percepito sul bambino, o l’azione di polizia che avrebbero preso. Il genere del colpevole influenzava tuttavia questi fattori, con un bias di genere a favore del colpevole femminile. Questo risultato è coerente con la ricerca all’estero ed è un fattore di cui gli operatori del settore dovrebbero essere consapevoli per assicurare che gli incidenti che coinvolgono autori di sesso femminile non siano sottostimati o prosciolti” [17].

Una review del 2014 fa notare inoltre come “Gli atteggiamenti professionali verso l’abuso sessuale perpetrato da donne (FPSA) stando a quanto si dice riflettono le aspettative sul ruolo di genere presenti nella società più ampia, che vede i maschi quasi esclusivamente come aggressori sessuali o destinatari bendisposti di attenzioni sessuali, le femmine come sessualmente non coercitive o vittime e l’abuso sessuale perpetrato da un maschio come particolarmente significativo o lesivo. Tali opinioni, tuttavia, sembrano essere in contrasto con le prospettive degli individui che hanno sperimentato un FPSA. […] i risultati suggeriscono che le prospettive della vittima e dei professionisti sul FPSA rimangono discrepanti; i professionisti generalmente consideravano l’FPSA come meno grave, meno dannoso e meno meritevole di indagini rispetto all’abuso perpetrato da un uomo; mentre le vittime di FPSA sentivano che le loro esperienze influenzavano in modo significativo il loro benessere psicologico e le loro capacità di formare e mantenere relazioni interpersonali.
[…] La titubanza generale dei professionisti a riconoscere l’FPSA come un problema significativo è in contrasto con le esperienze delle vittime di tali abusi. Gli atti sessuali svolti da femmine contro bambini sono spesso simili a quelli perpetrati dai maschi (Peter, 2009; Rudin, Zalewski, & Bodmer-Turner, 1995), e l’impatto psicosessuale dell’abuso sembra essere tanto grave,
se non di più, rispetto a quello dell’abuso sessuale perpetrato da un maschio
(Denov, 2004; Kelly, Wood, Gonzalez, MacDonald, & Waterman, 2002; Krug, 1989; Rosencrans, 1997). Tuttavia, le vittime di FPSA riportano varie risposte professionali alle loro rivelazioni degli abusi, inclusa incredulità o minimizzazione della gravità dell’abuso (Denov, 2003, 2004; Hislop, 2001), il che suggerisce l’esistenza di una divergenza netta tra le prospettive tenute dai professionisti riguardanti l’FPSA e le esperienze delle vittime.
[…] I motivi per le discrepanze tra le prospettive della vittima e dei professionisti sono probabilmente complesse, ma forse sono radicate nel modo in cui la società concepisce l’essere donna e la femminilità. Culturalmente, le donne sono viste come nutrici, madri e sessualmente remissive quando comparate ai maschi (Allen, 1990). Il suggerimento che le donne possono essere sessualmente abusive provoca disagio e incredulità, e come osserva Mayer (1992, p. 5): ”la società non percepisce le femmine come abusanti; sono stereotipate come fisicamente e psicologicamente incapaci di vittimizzare”. Infatti, il concetto di donne sessualmente abusanti sembra provocare tale disagio che la società può tentare di ristrutturare o trasformare il fenomeno in qualcosa di spiegabile (ad esempio, che le colpevoli donne siano costrette da uomini o stiano profondamente male mentalmente; Denov, 2004). I copioni sessuali tradizionali non solo potenzialmente restringono la capacità della società di riconoscere narrative ”non convenzionali” sugli abusi sessuali (Finkelhor & Russell, 1984), ma sembrano anche facilitare atteggiamenti e credenze più indulgenti (o talvolta liquidatori) tra i professionisti verso le donne che abusano sessualmente e le vittime di tali abusi.” [18].

Per finire, uno studio del 2013 afferma che “non è sorprendente che Mellor e Deering (2010) abbiano trovato atteggiamenti differenti nei confronti di abusi sessuali infantili perpetrati da maschi e da femmine in un campione di 231 psichiatri, psicologi, psicologi in prova e operatori di protezione dell’infanzia. I perpetratori femminili avevano più possibilità di essere trattati con clemenza, portando ad una minimizzazione degli abusi sessuali commessi da donne su bambini […]. Inoltre, il sistema di giustizia penale sembra essere discriminante nei confronti dei maschi. Sandler e Freeman (2011) hanno trovato che al sesso femminile si riduce significativamente la probabilità di incarcerazione per i trasgressori condannati per reati sessuali. Deering e Mellor (2009) hanno confermato un minor tempo di carcere e un più breve periodo di fermo per le pedofili femminili nel loro studio australiano. In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).” [19].

Come abbiamo visto, dunque, le valutazioni di certi professionisti non sono neutrali come penseremmo: spesso, difatti, anche psicologi, psichiatri, polizia e servizi sociali tendono a sottoriportare il potenziale aggressivo delle donne. Questo, paradossalmente, porta a rafforzare l’idea che gli uomini siano più violenti delle donne e ciò alimenta in un circolo vizioso il bias di valutazione.

Che tali valutazioni viziate portino a bias giuridici in arresto, incarcerazione e lunghezza delle sentenze è provato da ulteriori studi. Vediamo alcuni esempi.

Una ricerca dell’Università di San Francisco, pubblicata anche sul Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, afferma:
“Abbiamo anche esaminato, attraverso questo studio e precedenti studi della California, i dati più generali sulle disparità di genere nel condannare a morte e abbiamo trovato una sostanziale disparità riguardante il genere-dell’-imputato e il genere-della-vittima. Le donne colpevoli di omicidio capitale hanno molte meno probabilità degli uomini di essere condannate a morte, e gli imputati che uccidono le donne hanno di gran lunga maggiori probabilità di essere condannati a morte degli imputati che uccidono gli uomini. Noi sosteniamo che tutti questi risultati sono in linea con le norme cavalleresche, e possiamo concludere che, nelle decisioni dei pubblici ministeri di chiedere la morte e nelle decisioni delle giurie di imporla, la cavalleria sembra essere viva e vegeta.” [20].

Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate [21] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato [22].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni) [5].

Anche fonti femministe, come uno studio del 2012 su “Feminist Criminology” confermano il dato, mostrando che a parità di crimine, nei reati sessuali, gli uomini ricevono condanne più lunghe:
“L’ipotesi “donna cattiva” affermerebbe che le donne siano condannate più duramente, ma i dati mostrano che gli uomini ricevono condanne più lunghe per i reati sessuali rispetto alle donne. Il supporto è fornito per l’”ipotesi cavalleria” per spiegare l’immediata disparità di condanna” [23].

Secondo uno studio dell’Università di Harvard, non si salverebbero da questo gap sessista (che viene paragonato a quello razzista nelle percentuali) neanche gli omicidi veicolari:
“In particolare, le caratteristiche delle vittime sono importanti determinanti della condanna tra gli omicidi veicolari, dove le vittime sono fondamentalmente casuali e dove il modello ottimale di punizione prevede che le caratteristiche delle vittime debbano essere ignorate. Tra gli omicidi veicolari, i conducenti che uccidono donne ottengono il 56 per cento di sentenze più lunghe. I conducenti che uccidono neri ottengono il 53 percento di sentenze più corte.[24].

Una ricerca statunitense del 2001 su 77.236 casi federali ha esaminato le differenze nelle sentenze per quanto riguarda i reati di rapina in banca, traffico di droga, possesso/traffico di armi, furto, frode e immigrazione, trovando che maschi e neri avevano meno probabilità di ottenere assoluzione quando questa opzione era disponibile, meno probabilità di ricevere diminuzioni di pena e più probabilità di ricevere aumenti di pena rispetto a bianchi e a femmine [25].

Uno articolo del 2000 su Criminal Justice Policy Review mostra come ancora nel 2000, a Chicago, Miami e Kansas City, le donne continuavano ad avere minori percentuali di incarcerazione. Inoltre, sebbene la discriminazione colpisse maggiormente gli uomini di colore rispetto ai bianchi, non vi era differenza nel trattamento a seconda dell’etnia per quanto riguardava le donne [26]. Questo stesso risultato è stato confermato da una ricerca del 2006 sul Journal of Quantitative Criminology [27].

Minore possibilità di incarcerazione per le donne e sentenze più lunghe per gli uomini sono state trovate anche per quanto riguarda i dati del Sud dell’Australia, come riportato da uno studio del 2010 su Current Issues in Criminal Justice [28].

Addirittura nel Regno Unito le linee guida hanno richiesto ai giudici di sentenziare le donne colpevoli di crimini in maniera più leggera rispetto agli uomini [29].

Un paper del 2008, inoltre, riporta che “l’evidenza non supporta l’idea che gli uomini che aggrediscono la partner abbiano una particolare probabilità di non essere denunciati o di essere trattati con indulgenza. Al contrario, i risultati indicano che chi aggredisce una donna ha più probabilità di andare incontro a conseguenze legali rispetto a chi aggredisce un uomo“. Nell’articolo l’autore riassume uno studio non pubblicato che esamina la possibile influenza del genere e dello stato civile sull’opinione della gente rispetto al dover riferire o meno alla polizia un’aggressione domestica. In un sondaggio telefonico 800 soggetti hanno considerato uno scenario in cui, durante un litigio, un partner feriva l’altro ustionandogli il braccio. I risultati hanno indicato che i partecipanti avevano più probabilità (80% rispetto al 60%) di condannare l’aggressione di un uomo verso una donna rispetto a quella di una donna verso un uomo, anche se le lesioni subite erano identiche [30].

Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto” [31].

Come abbiamo visto, dunque, se gli uomini vengono arrestati più di frequente, vengono incarcerati almeno nel doppio dei casi rispetto alle donne e hanno sentenze più lunghe, risulteranno per forza la maggioranza di coloro che stanno spendendo la propria vita in prigione per omicidio, ma questo – alla luce dei dati – rivela solo che si ha un bias nelle valutazioni, negli arresti e nelle incarcerazioni, non che gli uomini siano più violenti.

Torniamo adesso a the Submarine:

“Il mondo MRA […] legato a doppio filo alla sub-cultura online dell’alt-right”

Ma per piacere! Siamo fieramente anti-tradizionalisti tanto quanto siamo anti-femministi, e l’abbiamo ripetuto più e più volte.

“Il “patriarcato” è liquidato come un complotto anche da Antisessismo (45.200 mi piace), che si presenta come una pagina rigidamente egualitaria, contraria a qualsiasi discriminazione di genere, ma poi di fatto il grosso della sua produzione è costituito da post e meme contro il femminismo, la narrazione dei “media mainstream” sbilanciata a favore dei diritti delle donne, i “doppi standard” e il male bashing.” […] “Il problema degli MRA è che si battono solo in minima parte per una maggiore sensibilizzazione sui problemi maschili — che si tratti della condizione dei padri separati o della maggiore esposizione al rischio di tossicodipendenza e suicidi — perché sono troppo impegnati nella propria crociata contro il femminismo, come se l’estensione dei diritti altrui fosse un modo per limitare i propri.

E qui l’attacco a noi.
No, la teoria del patriarcato non è un complotto, è un complottismo. E’ una teoria del complotto, una bufala, un’interpretazione fallace, chiamala come vuoi. Ma le prove non ci sono.
L’attacco al femminismo, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è per l’azione per i diritti delle donne: quell’aspetto noi lo chiamiamo WRA, women’s rights activism, e lo appoggiamo. L’attacco al femminismo è per il fatto che il femminismo è patriarchista, ovvero crede alla teoria del patriarcato, l’idea non che le donne siano vittime del sistema dei ruoli di genere ma che siano le uniche vittime.
Secondo noi, invece, per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.
Difatti, in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli stati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.
Se il femminismo fosse stato obiettivo nell’analisi delle situazioni di genere, perché non avrebbe dovuto considerarli? Perché nei secoli passati ha agito solo in una direzione, non dando alcun aiuto concreto agli uomini?

Finiamo con quest’ultima “battuta” di the Submarine contro di noi:

“[gli MRA] hanno accolto con giubilo la notizia dei ragazzi inglesi che, contro il divieto di indossare pantaloncini corti d’estate, si sono presentati a scuola con la gonna. La possibilità di indossare indumenti più ariosi, d’altronde, è un emblema ben noto del soverchiante privilegio femminile nella nostra società.

In realtà il fatto che alle donne sia stato concesso di indossare abiti maschili mentre agli uomini non sia stato concesso di indossare abiti femminili è – al di là del caso della gonna in sè – un esempio di come la società si è comportata nei confronti delle questioni di genere.
La società ha agito per i diritti femminili, giustamente superando in toto o in parte l’aspetto misogino del sistema dei ruoli di genere, ma non ha fatto lo stesso per gli uomini.
E quali sono i diritti che ancora oggi gli uomini vogliono? Quali sono gli obiettivi degli MRA? Eccone alcuni:

* Campagne contro la violenza sugli uomini;

* Campagne contro la violenza domestica sugli uomini;

* Campagne contro la violenza sessuale sugli uomini;

* L’estensione dei servizi telefonici, dei rifugi, dei centri e degli sportelli antiviolenza agli uomini;

* Abolizione delle liste di leva maschili;

* Il riconoscimento dei diritti riproduttivi maschili, come la possibilità di rinunciare alla paternità nel periodo in cui alla donna è concesso di ricorrere all’aborto;

* Abolizione del mantenimento alle stupratrici da parte delle vittime maschili di violenza sessuale, che ancora è concesso in molti Paesi (ad esempio gli USA);

* Il riconoscimento da parte degli organi statali e giuridici del reato di stupro anche laddove la vittima che lo subisce sia un uomo o un ragazzo/bambino, che in molti Paesi ancora non avviene;

* L’equiparazione delle pene a parità di reato tra uomini e donne istituendo un osservatorio (visto che i dati ci confermano che gli uomini abbiano – a parità di reato – condanne il 63% più severe [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]);

* La sostituzione delle discriminazioni positive – metodiche che vanno in contrasto con la meritocrazia e che sono di per sé sessiste – con l’istituzione di comitati etici/osservatori sulle discriminazioni nei posti di lavoro, formati in egual numero da uomini e da donne, che abbiano la facoltà di multare gli atteggiamenti sessisti nell’assunzione e nel salario a parità di merito, di sforzo e di lavoro;

* La protezione della paternità nelle leggi e nella costituzione, al pari della maternità;

* Il riconoscimento dei diritti di congedo di paternità e/o adozione;

* L’istituzione del reato di frode di paternità ed equiparazione alle altre frodi nel trattamento e nelle pene;

* L’effettuazione del test del DNA per ogni nascita o se richiesto da uno qualunque dei genitori;

* L’obbligo di avviso del padre e possibilità di diventare genitore unico del bambino se la madre sceglie di dare in adozione il figlio alla nascita;

* L’equiparazione delle pene della madre a quella del padre nel reato di infanticidio e l’aumento della pena verso i genitori autori di questo delitto rispetto a quella riservata a sconosciuti;

* La lotta ai genocidi di genere e alla violenza di genere contro gli uomini nelle situazioni di conflitto internazionale, compresa la violenza sessuale e il massacro selettivo per il sesso;

* Abolizione, in tutti gli Stati, della coscrizione militare maschile forzata;

* L’estensione della composizione delle Commissioni Regionali Pari Opportunità anche agli uomini in egual numero;

* L’affido condiviso e la condanna nei confronti del genitore che plagia il figlio nei casi di separazione e/o divorzio;

* Il cambiamento delle leggi palesemente sessiste come quelle che regolano il diritto al congedo di maternità (e non anche a quello di paternità), alla legge sull’infanticidio (in cui la madre ha una pena minore del padre), alle leggi sulle azioni positive, all’articolo 14 della legge 53/2000 su norme specifiche per le lavoratrici madri (che non contempla i padri), alla richiesta di motivazione per l’assunzione di un maschio nella scelta di due persone di sesso diverso con pari qualificazione (e non piuttosto alla richiesta di motivazione per entrambi), agli articoli della costituzione che proteggono la maternità ma non la paternità, e così via (per maggiori informazioni clicca qui);

* Il cambiamento delle norme sessiste all’interno dei regolamenti delle compagnie di trasporti (si veda ad esempio il caso della British Airways, che permette alle donne di sedersi in aereo accanto a minorenni non accompagnati ma lo nega agli uomini, per norme anti-pedofilia che andrebbero ampliate anche agli adulti di sesso femminile, o dei vagoni “per sole donne”, presenti anche in Italia sulla linea Venezia-Monaco), che andrebbero sostituite con la presenza intensificata di forze dell’ordine nei luoghi in cui si è riscontrato un elevato tasso di violenza, per la protezione di tutti i cittadini e non solo di quelli appartenenti ad uno specifico sesso;

* Multe e/o osteggiamento verso qualsiasi atteggiamento sessista (anche ad esempio l’accesso a servizi con “promozioni speciali” per le donne) nei confronti degli uomini così come accade nel caso di trattamenti misogini;

* Garanzia d’anonimato per gli accusati di violenza fino a condanna definitiva, dato che ormai sia da una parte (nei casi di stupro) che dall’altra (nei casi di infanticidio) si tende a far apparire come colpevole una persona solamente accusata, il che va a creare uno stigma sociale (ma talvolta anche vere e proprie aggressioni, suicidi e omicidi) verso un individuo che – per legge – è innocente fino a condanna definitiva e che può interferire con la stessa imparzialità del processo;

* Adeguate e certe condanne penali per coloro che fanno false accuse di violenza (di qualsiasi tipo contro chiunque);

* Campagne di prevenzione al suicidio (che colpisce in prevalenza uomini);

* Campagne contro l’abbandono scolastico (che colpisce nella maggioranza dei casi i maschi);

* Rendere neutri per il genere gli incentivi per l’assunzione. Infatti, il suicidio per ragioni economiche rappresenta un fenomeno quasi esclusivamente maschile (95%), inoltre in Europa la diminuzione dell’occupazione maschile è generalizzata: tra il 2008 e il 2013, la dinamica occupazionale europea è stata caratterizzata da un calo del 4,4% per gli uomini, e dalla sostanziale tenuta a livello dell’occupazione femminile, diminuita di appena lo 0,4%. Infine, i senzatetto sono, in più dell’80% dei casi, di sesso maschile;

* Rendere i programmi statali e internazionali neutri per il genere o accompagnati da un equivalente maschile. Mentre per i programmi per madri single, per la violenza domestica o per la ricerca sulle malattie gran parte dei soldi statali vanno all’aiuto delle donne, gli uomini non hanno la stessa assistenza. Dovrebbero essere estesi anche agli uomini rendendo tali programmi neutri per il genere o, laddove ciò non sia possibile (ad esempio nel caso della ricerca medica, essendovi patologie sesso-specifiche), sarebbe necessario che includessero sia donne che uomini;

* Campagne per ridurre il divario tra uomini e donne nel campo della salute e nell’aspettativa di vita, soprattutto considerando che secondi i dati dell’OMS questa disparità è andata crescendo nel corso dei decenni;

* Campagne e azioni atte a contrastare le morti sul lavoro (che sono in maggioranza di uomini), prevenzione degli incidenti e assistenza psicologica gratuita successiva all’infortunio;

* Campagne di sostegno e sensibilizzazione sulle vittime maschili di tratta e sfruttamento della prostituzione, spesso ignorate e il cui numero effettivo è fortemente sottoriportato;

* Campagne contro la vigoressia, che colpisce soprattutto gli uomini;

* Eguale copertura mediatica per questioni di genere sui diritti maschili e per questioni di genere sui diritti femminili.

Solo per dirne alcuni.

Riferimenti:

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[29] Steve Doughty. Judges ordered to show more mercy on women criminals when deciding sentences. Daily Mail, 2010.

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[31] Felson, R. B., & Pare, P. (2007). Does the criminal justice system treat domestic violence and sexual offenders leniently? Justice Quarterly, 24, 435-459.

 

 

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Doppiamente discriminati: come la misandria colpisce maggiormente le minoranze

male lives matter

L’omomisandria è la doppia discriminazione che subiscono gli uomini gay o bisessuali (in questo caso, bimisandria) dovuta sia al proprio genere (misandria) che al proprio orientamento sessuale (omo/bi-fobia).
Vediamo adesso come le questioni maschili colpiscono gli uomini gay. Notiamo che non solo li colpiscono, ma anzi, molte discriminazioni vengono addirittura rafforzate dalla condizione omosessuale. Questo ci fa capire come l’ambiente MRA debba curarsi di come le problematiche maschili opprimano in maniera più pesante gli uomini appartenenti a minoranze, siano esse sessuali, legate all’identità di genere (persone in transizione, transgender) o etniche (immigrati, persone di altre nazionalità, etnia o colore della pelle).

1) VIOLENZA DOMESTICA: Gli uomini gay, al pari degli uomini etero, non hanno accesso a servizi antiviolenza e ai centri antiviolenza, che assistono solo donne.

2) LISTE DI LEVA: Al compimento dei 17 anni il nome di ogni ragazzo viene registrato nelle liste di leva del proprio comune di residenza. Questo servizio non fa differenza tra gay, bisessuali ed etero. Ovviamente le donne al contrario non vengono registrate.

3) MORTI SUL LAVORO: Nuovamente, l’orientamento sessuale non influisce e quindi possono colpire allo stesso modo uomini gay, bi o etero indifferentemente.

4) SUICIDI MASCHILI: Gli uomini sono la stragrande maggioranza dei suicidi. A questa condizione, si aggiunge l’omofobia, che spinge i ragazzi gay al suicidio in misura ancora maggiore (alcune stime parlano di 3-4 volte la media etero). Inutile dire che se già è alta la stima di partenza, il numero diventa ancora più alto quando la si moltiplica per colpa del fattore omofobico.

5) DISPERSIONE SCOLASTICA: I ragazzi sono la maggioranza (il 60%) dei dropout scolastici. Il rischio aumenta ancora di più nei ragazzi gay, a causa dell’omofobia. Nuovamente notiamo una doppia discriminazione.

6) SENZATETTO: Gli uomini sono la quasi totalità dei senzatetto, visto che suscitano minore compassione e dunque in caso di estrema povertà vengono ospitati di meno da amici o parenti, inoltre storicamente l’obbligo di mantenere il coniuge è sempre toccato all’uomo, perciò è lui che solitamente ne paga le conseguenze e colui che non può chiedere aiuto per essere mantenuto (è lui invece, secondo i ruoli, a dover pagare).
Oltre a questa condizione standard, che rende gli uomini la stragrande maggioranza dei senzatetto, alcune stime mostrano che il 40% dei giovani senzatetto siano ragazzi gay (solitamente arrivati a questa condizione perchè cacciati di casa).

7) DOPPIO STANDARD NELLA CURA DEI FIGLI: Mentre in ambito etero si trova questo doppio standard nell’assegnazione del collocamento dei figli dopo il divorzio, in ambito gay si ritrova invece un doppio standard nella valutazione della adozioni. Diverse volte, infatti, i media mostrano un’accettazione maggiore da parte delle persone verso le adozioni da coppie formate da due donne rispetto a coppie formate da due uomini, perchè la cura dei figli viene sempre vista come una funzione da cui gli uomini devono essere estromessi.
–> GESTAZIONE PER ALTRI: Oltre all’adozione, questo doppio standard si rivela soprattutto nella grande campagna mediatica contro la GPA effettuata da coppie di padri gay. Gli uomini gay, infatti, sono molto più discriminati in merito alla riproduzione artificiale rispetto alle donne lesbiche.

8) RINUNCIA DI PATERNITA’/FRODE DI PATERNITA’: Negli USA le leggi prevedono che se non eseguita in una struttura adeguata, a una donazione di sperma possa seguire l’obbligo del mantenimento al figlio da parte del padre biologico, se la madre lo desidera. Questo anche in presenza di accordi firmati, perchè tali accordi non sono ritenuti validi se non in presenza di certi standard.
Questa scappatoia ha permesso a diverse persone di “incastrare” uomini che avevano donato lo sperma per la nascita di un bambino. Alcuni di quei casi sono stati ragazzi gay che avevano voluto aiutare altre persone e invece si sono ritrovati a dover pagare ingiustamente nonostante gli accordi fossero altri.

9) VIOLENZA SESSUALE: Oltre ai casi di stupri domestici che avvengono come per gli etero e quelli effettuati da estranei/e per strada, i ragazzi gay subiscono molte volte degli stupri correttivi: ad esempio la madre o la sorella costringono il figlio o il fratello a un rapporto con loro per farlo “rinsavire” o lo si invia da una prostituta che viene pagata per fargli fare sesso (leggasi stuprarlo).

10) MALE BASHING: Il male-bashing, ovvero le pubblicità che mostrano uomini subire attacchi fisici come calci nei testicoli, schiaffi, ecc. e che fanno apparire tali eventi come umoristici, desensibilizzano le persone ad aiutare uomini a seguito di abusi fisici e sostituiscono la risposta empatica con una di indifferenza o derisione.
Questo dunque colpisce anche gli uomini gay, come ogni uomo.

11) DISPARITA’ DI SENTENZE: Nell’ambito delle violenze domestiche, ha maggiore possibilità di diventare caso nazionale una violenza nell’ambito di una coppia formata da due uomini rispetto a quella di una coppia formata da due donne.

12) DISCRIMINAZIONI POSITIVE: Le quote e gli incentivi per le imprese legati all’assunzione di donne colpiscono anche gli uomini gay, tanto quanto gli etero. Inoltre questa discriminazione va ad aggiungersi alla discriminazione sul lavoro legata all’omofobia, perciò anche in questo caso troviamo una doppia discriminazione.

13) ASSENZA DI CONGEDO DI PATERNITA’: Esattamente come per gli uomini etero, non esistono congedi di paternità per gli uomini gay. Inoltre non essendo ancora permessa l’adozione in Italia da parte di coppie dello stesso sesso, spesso gli uomini gay ricorrono alla GPA per avere figli e quindi vi è una doppia discriminazione, sia perchè il congedo di paternità non si applica agli uomini, sia perchè qualora si applicasse, si potrebbe applicare al solo padre biologico e non all’altro.
In un caso analogo coppie dello stesso sesso formate da due donne, pur avendo lo stesso problema a livello di far riconoscere la partner come genitrice del figlio, hanno maggiore possibilità di ricevere un congedo genitoriale, quello di maternità.

14) OMOFOBIA: La maggioranza delle vittime di omofobia sono uomini gay.

15) FALSE ACCUSE: Vi sono stati casi in cui sono stati accusati ingiustamente per stupro dei ragazzi gay. In molti di questi casi i giudici hanno deciso arbitrariamente e senza prove di considerare i ragazzi gay come bisessuali e quindi accusabili. Questo, oltre a rasentare l’assurdo, è anche indice di come la società possa decidere per conto tuo, a seconda delle situazioni, quale dovrebbe essere il tuo orientamento, se sei un uomo gay.

16) ACCUSE DA PARTE DEL FEMMINISMO:

– Esclusione dagli spazi LGBT, ad esempio nel Regno Unito il NUS (National Union of Students) ha escluso i rappresentanti maschi gay perché secondo loro “non sarebbero discriminati” in quanto uomini.

– Polemiche sulla GPA: Oltre agli attacchi di femministe come Luisa Muraro e Marina Terragni, addirittura al Milano Pride del 2016 vi sono stati cartelli come “Vendola Comprola”, contro il noto politico in quanto padre gay grazie alla gestazione per altri.

– Storicamente il Femminismo di seconda ondata era omomisandrico e transfobico.
Gli uomini gay erano visti come l’essenza stessa del patriarcato, ancora più degli etero perché erano pieni di “arroganza fallica”, ed “estromettevano le donne”.
Per maggiori info, leggasi: http://paganpressbooks.com/jpl/DTF.HTM
Le donne trans, inoltre, erano viste come uomini ginofili che si volevano autotastare e penetrare negli spazi femminili per stuprare le donne “”vere””.
Il Femminismo ha iniziato a essere pro-trans dopo che il suo attacco contro la transessualità è stato sbugiardato dagli attivisti trans. Infatti nel 1979 la femminista Janice Raymond aveva pubblicato “The Transsexual Empire: The Making of the She-Male”, mostrando come il Femminismo fosse feroce verso le persone trans; allo stesso modo nel 1977 Gloria Steinem, la leader del movimento femminista negli anni ’60-’70, fece affermazioni transfobiche contro la tennista trans Renée Richards, asserendo che la transessualità fosse una modalità del patriarcato per mostrare come il femminismo non fosse necessario. Solo a seguito di numerose risposte da parte degli attivisti trans il Femminismo ha cambiato idea. Insomma solo quando hanno perso dialetticamente.
Ancora oggi comunque hanno rovesciato le cose, perché ad esempio per dire che le donne trans dovrebbero poter entrare nei bagni femminili hanno usato gli uomini trans per dire “che ci devono entrare loro? Vorresti loro, questi uomini, nei bagni delle donne?” (sottinteso, che potrebbero stuprarle?).

– Ancora oggi il Femminismo attacca gli uomini gay anche su diversi media, vedasi le reazioni dell’attrice femminista Rose McGowan, dice che ha asserito che gli uomini gay siano più misogini degli uomini etero, perché:
– gli spazi gay sono solo per uomini (maddai, sono spazi sessuali…);
– i gay toccano le donne con la scusa che tanto a loro non interessa e sarebbe molestia (peccato che lo facciano anche le donne tra loro ma questo non lo si dice, perchè poi la narrazione di genere va a farsi benedire);
– i gay non si interessano di questioni femministe e quindi sono il diavolo;
– i gay si dicono come insulto “tro*a” e si chiamano al femminile per sfregio, quindi stanno facendo slutshaming e misoginia (peccato, nuovamente, che lo facciano anche le donne tra loro);
e molti altri motivi.
Non a caso, scrivendo “gay misogyny” si trovano diversi attacchi agli uomini gay, accusati di essere privilegiati e misogini per motivi dall’assurdo al disparato.

Vi sarebbero molte altre questioni, ma mi fermo qui.

Perchè lo chiamate Patriarcato (sbagliando)

Patriarcato-Copertina

Recentemente il sito femminista Bossy ha risposto alle nostre critiche alla Teoria del Patriarcato nell’articolo “Perché lo chiamiamo Patriarcato (e chi sono gli MRA)”.
Devo ammettere che Bossy è una delle realtà femministe più vicina alle tematiche maschili, e per questo le riconosciamo molto. D’altra parte, come si vedrà, il loro approccio patriarchista, unito a questa voglia di parlare di entrambe le questioni, fa apparire la loro visione assai confusa al lettore, che si destreggia tra articoli in cui la donna è la sola oppressa o la più oppressa e altri in cui sono oppressi entrambi i sessi. E’ evidente come gli autori del sito impieghino un costrutto nato per definire un sistema del dominio o di oppressione unidirezionale tentando di estenderlo a un sistema di bi-oppressione o di oppressione bidirezionale (in questo caso il sistema Bisessista).
Nonostante ciò, per la loro vicinanza alle questioni maschili, cercherò di andarci piano nella decostruzione delle loro tesi.
Come faccio di solito negli articoli di risposta, citerò parti dell’articolo d’origine a cui seguirà la mia replica.

“Chi sono gli MRA?
Come suggerisce l’acronimo, sono persone che vogliono abbattere gli stereotipi in cui è incastrato l’uomo eterosessuale cisgender, liberarlo quindi dalla schiavitù della virilità. Richiedono sia socialmente riconosciuta la violenza sessuale sugli uomini, sulla quale s’ironizza ancora troppo spesso, e che si prendano provvedimenti in merito; richiedono una legge sul divorzio che non sminuisca il ruolo del padre e che non costringa gli uomini a fare due lavori per poter pagare gli alimenti; richiedono che, accanto alla parola femminicidio, sia coniata quella di virilicidio (o maschicidio) per quegli uomini che si suicidano, non riuscendo a sopportare lo stress economico della separazione… Fin qui tutto bene, no? Sono storie che io mi sento di ascoltare e battaglie che io mi sento di supportare, affianco a quelle per i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+; perché gli uomini eterosessuali cisgender sono esseri umani, quindi sarebbe discriminante e immorale spostare in secondo piano i loro problemi.”

Questa, devo dire, è una descrizione molto buona, e ringrazio l’autore per essa!
Un unico appunto: in realtà il Movimento MRA non si limita alla liberazione degli uomini etero cisgender, difatti include anche la protezione di uomini gay e bisessuali, oltre che degli uomini trans (FtM), cercando di affrontare anche le loro tematiche, ovviamente tenendo in considerazione quanto misandria e omofobia/bifobia/transfobia si intersechino tra loro. Io stesso, che scrivo, sono sia gay che MRA.
Abbiamo spesso infatti parlato dell’aspetto misandrico dell’omofobia contro gli uomini gay, che qui abbiamo chiamato “omomisandria” (un’oppressione doppia, in cui la persona viene discriminata sia in quanto uomo che in quanto gay), analizzandola alla luce dei concetti di ipo-agency e iper-agency (che vedremo in seguito).
Prendiamo in esame spesso anche l’intersezione tra razzismo e misandria, ad esempio facendo notare come la disparità di sentenze a parità di reato penalizzi doppiamente, sia per il genere che per l’etnia, gli uomini non-bianchi e/o non-occidentali.

Un altro piccolo errore riguarda i maschicidi: non si tratta dei suicidi maschili (salvo forse i suicidi a seguito di abusi da parte della partner), ma delle vittime di omicidi nell’ambito della violenza domestica.

“Visitando, nel WEB, pagine e blog tenuti da MRA, ho tristemente constatato che, insieme ad articoli d’informazione sui sopraccitati problemi, ci sono fin troppi attacchi al movimento femminista. Insomma, molti MRA hanno optato per la politica della “demonizzazione dell’altro” per stringere a sé i propri compagni; e questo “altro” sono le femministe, quelle che “odiano gli uomini e vogliono schiacciarli”. Ora, come ho anche poc’anzi ricordato, queste femministe esistono; ma non si può ridurre tutto il movimento femminista contemporaneo al separatismo e alla misandria: Bossy è una community femminista, nel senso che si batte per «la parità politica, economica e sociale tra i sessi»; è una community di persone per le persone e gli uomini sono più che benvenuti, con tutti i loro dubbi, problemi e dolori!”

Assolutamente no, noi non vogliamo demonizzare nessuno. Nessuno sta cercando di dire che tutti i femministi odino gli uomini. Anzi, come abbiamo detto nel nostro articolo “No, la misandria non è come il “razzismo contro i bianchi” o l’”eterofobia””, noi non riteniamo i femministi degli esaltati, degli estremisti, o che altro.
Noi crediamo che la loro visione del mondo semplicemente non funzioni. Anzi, riteniamo che essa ostacoli, per una serie di ragioni, la risoluzione delle problematiche maschili.
Citando dal nostro articolo:
“l’estremismo può esserci come non esserci, ma non è quello che crea danno, crea danno il negare che esista l’altra metà della questione, e lo puoi dire anche col sorriso.
Ad esempio dire “gli uomini sono alleati fantastici nella lotta contro il sessismo” non sembra estremista, vero? Eppure è già un danno, perchè implica:
1) che il sessismo colpisca solo le donne e
2) che gli uomini siano gli artefici paragonandoli agli etero che possono essere alleati dei gay anche se sono nella posizione di oppressore che consapevolmente rifiutano.
Ergo in una botta escludi:
1) che il sessismo colpisca tutti e due e
2) che la colpa sia della cultura e non degli uomini.”

Questa visione del mondo, che fa riferimento al costrutto di Patriarcato e che per questo motivo è stata denominata “Teoria del Patriarcato” o “Teoria della Dominazione Maschile”, danneggia gli uomini. E’ un dato di fatto, per i motivi esplicati nella citazione.
Chi sostiene questa visione è dunque un essere brutto sporco e cattivo? Assolutamente no! Questo modo di vedere può essere assunto da persone in perfetta buona fede. Il problema è che anche se vi è la buona fede i danni ci sono comunque. Le buone intenzioni non bastano, se danno risultati terribili: la strada per l’inferno – si dice – è lastricata di buone intenzioni.
Noi dunque non abbiamo “nemici”, perché non crediamo che i femministi siano esseri spregevoli o che altro. Semplicemente abbiamo avversari, concorrenti, oppositori, ma non nemici. Si rispettano gli avversari, li si guarda con rispetto, ma cosa li fa definire avversari od oppositori? Semplicemente la non concordanza.
Il fatto che mostriamo di non concordare con il Femminismo non vuol dire in automatico odiare tutti i femministi. Significa mostrare che una visione del mondo provoca danni, anche se la si crede utile.
Ho amiche femministe, ci vado molto d’accordo, non le odio e loro non odiano me, e perché non ci odiamo? Semplicemente perché questo è uno scontro di visioni del mondo, non uno scontro di persone.

“Di contro, gli MRA coi quali ho discusso sostengono che il Patriarcato non sia mai esistito, che piuttosto uomini e donne primitivi si siano accordati per suddividersi i ruoli in un determinato modo (donne in casa, uomini fuori), che questo sia uno schema sociale repressivo tanto per le donne, quanto per gli uomini, e, in ultima istanza, che il Patriarcato sia quindi un’invenzione delle femministe per “conquistare il mondo”.

Dire che “il Patriarcato è quindi un’invenzione delle femministe per “conquistare il mondo”” è una caricatura, è un modo per cercare di associare gli MRA a fanatici complottisti.
Come detto prima, la Teoria del Patriarcato non è un piano malvagio di qualche cattivo dei telefilm (*si sente un “mwahahahaha” di sottofondo*), è semplicemente una visione del mondo errata. Se facciamo coincidere la data di origine di questa Teoria con quella della compilazione del “documento di nascita” del Femminismo, la Convenzione di Seneca Falls o Dichiarazione dei Sentimenti, vediamo che semplicemente si tratta di una visione parziale del mondo. Le persone che hanno compilato la Dichiarazione dei Sentimenti erano donne che non ce la facevano più a reggere i ruoli che la società aveva imposto loro. E fin qui tutto bene; il problema è che hanno universalizzato la loro esperienza: non erano semplicemente vittime, erano diventate le uniche vittime. Non sono riuscite a vedere, rinchiuse nella bolla della loro esperienza, nella bolla della loro oppressione, l’oppressione che subivano gli uomini, e quindi hanno dato per scontato che questi ultimi non fossero vittime come loro, ma carnefici.

Questo processo è stato agevolato dagli stessi ruoli di genere. Alison Tieman lo spiega bene in un discorso che mi appresto a riportare:

“Questa è Jill [esempio di donna, N.d.T.]. Se vediamo Jill come forte, è difficile vederla come vittima, infatti più vediamo Jill essere forte, più difficilmente la vediamo come vittima. Ci servono molte prove per convincerci che Jill sia una vittima, e anche se ci convinciamo che Jill sia una vittima in una circostanza, torniamo velocemente a vederla come forte, e ci servono ancora più prove per convincerci che sia una vittima in qualunque altra circostanza. E’ molto difficile convincerci che Jill sia parte di una classe vittima. Non abbiamo un’associazione emotiva tra forza ed essere vittime.
Siamo psicologicamente inclini a separare le persone in due categorie: agenti e agiti. La forza è naturalmente associata con gli agenti ed essere agiti è la definizione stessa dell’essere vittime. Questo è Jack [esempio di uomo, N.d.T.]. Rispetto a Jill, Jack è quasi sempre nella categoria degli agenti. Quando Jack è colpito da Jill, abbiamo delle resistenze nel vederlo come vittima e cerchiamo di trovare un modo per colpevolizzarlo della violenza compiuta da lei, riscritturandolo come l’agente nell’incontro tra i due.
Al contrario, riconosciamo la vita interna degli “agiti”. Vediamo le loro vulnerabilità e i loro bisogni. Sentiamo compassione e desideriamo proteggerli e provvedere a loro. Tendiamo a biasimare le loro circostanze piuttosto che loro stessi per le loro azioni.
Quando Jill colpisce Jack abbiamo resistenze a vederla come agente e invece cerchiamo di trovare un modo per riscritturarla come agita da Jack.

Riscritturiamo le azioni dell’“agito” come reazioni alle azioni di qualcun altro; e riscritturiamo gli “agenti” come persone che stanno facendo azioni anche quando vengono agiti. Abbiamo resistenze nel vedere le persone che classifichiamo come agenti essere agiti, così come abbiamo resistenze nel vedere le persone che classifichiamo come agiti essere agenti.
Messi assieme, giudichiamo gli “agenti” basandoci su come le loro azioni influenzino quelli che vediamo come “agiti”.
Consideriamo le donne deboli ma al tempo stesso ci preoccupiamo del benessere delle donne.
Poiché associamo le donne alla debolezza, alla categoria “agiti”, è facile vederle come vittime.
E più vediamo le donne come vittime, più forte diventa l’associazione tra “donna” e “agito”.
Se avessimo associato la forza all’essere donne, avremmo avuto bisogno di un sacco di prove della discriminazione che subiscono le donne.
Prove razionali, prove statistiche, prove concrete e avremmo guardato entrambi i lati dell’equazione. Avremmo guardato la situazione per gli uomini.

Ma poiché associamo l’essere “agenti” con l’essere uomini, abbiamo resistenze nel vedere come gli uomini siano “agiti”. Abbiamo resistenze nel vedere gli uomini come vittime e troviamo particolarmente difficile vedere gli uomini come vittime in quanto uomini.
Jack ha 5 volte più possibilità di suicidarsi. Ha il 25% di possibilità in meno di laurearsi. Gli studi suggeriscono che abbia la stessa possibilità di esperire violenza domestica o stupro, ma non riceve praticamente alcun supporto per nessuno dei due. Infatti, ha più possibilità di essere arrestato lui rispetto alla sua abusatrice donna. Jack riceve molte volte complessivamente meno fondi governativi nei programmi sociali rispetto a Jill, anche se paga di più in fatto di tasse. Jack ha 15 volte più possibilità di perdere la custodia dei figli. Sconta il 60% in più in prigione e ha il doppio di possibilità di essere incarcerato se condannato per lo stesso reato. Ha 4 volte più possibilità di essere senza rifugio e senzatetto e ha 9 volte più possibilità di morire al lavoro.

Se queste statistiche si applicassero a Jill, diremmo che sono prove dell’oppressione di Jill, che sono prove che Jill appartiene alla categoria “agiti”. Ma poiché si applicano a Jack e il nostro subconscio resiste all’inserire Jack nella categoria degli “agiti”, risolviamo la dissonanza cognitiva dicendo che Jack può essere solo e unicamente vittima di razzismo, ableismo, classismo, omofobia… tutto tranne riconoscere che Jack possa essere agito in quanto uomo.
Gli uomini agiscono; le donne sono agite. Gli uomini sono forti; le donne sono deboli.

Gli Attivisti per i Diritti degli Uomini (MRA) cercano di portare consapevolezza su come gli uomini siano agiti dalla società, agiti da altri uomini e agiti da donne.
Vengono ostacolati dai femministi che pensano che portare attenzione a come gli uomini siano agiti porterà via qualcosa dalle donne.
Ogni era ha avuto la sua mitologia della debolezza femminile e della forza maschile. La nostra non è diversa e non è progressista.”

Il motivo dunque per cui esiste la Teoria del Patriarcato è perché le donne sono viste dalla società come ipo-agenti, passive, e quindi per definizione vengono classificate come vittime.
Questo è il motivo per cui esiste la Teoria del Patriarcato. Questo, e non un complotto o una cospirazione.

Ma andiamo avanti. Qui di seguito l’autore di Bossy riporta una serie di Ipse Dixit, di “l’ha detto lui quindi è vero”. Non sembrano essere motivati, non vedo delle prove, sembra più un argomento ad autorità (che, ricordiamolo, è una fallacia logica). Nonostante non vi siano evidenze ma semplici rimandi a “grandi autori”, cercherò comunque di analizzare quanto scritto e di smontarlo (per quanto sia possibile smontare un argomento che quasi non c’è):

“Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Friedrich Engels (1820 – 1895) spiega che, nelle società primitive dell’Età della Pietra, tra i sessi c’era uguaglianza e i compiti erano divisi di comune accordo: gli uomini fuori a caccia, le donne a prendersi cura della casa e delle provviste. Con l’avvento dell’Età del Ferro e della produzione (dal ferro sono derivati gli utensili, grazie ai quali è cominciata l’agricoltura), nella società ha fatto prepotentemente irruzione il bisogno di proprietà privata; gli uomini, mossi dalla brama di difendere il proprio patrimonio, hanno così messo in campo la propria superiorità fisica, schiavizzando altri uomini e sottomettendo le donne. Ciò è Patriarcato, da cui derivarono poi il matrimonio monogamico e la famiglia.”

Ci sono diversi punti critici rispetto a quest’asserzione, perciò li elencherò:

1) La visione di Engels è indubbiamente influenzata dal suo essere uno dei padri fondatori del Comunismo, anche perché lui era un economista, non un antropologo né un archeologo. Essendo la critica alla proprietà privata alla base del suo lavoro, di certo non era imparziale.
In secondo luogo la teoria del comunismo primitivo è stata criticata aspramente da diversi antropologi: Robert Lowie, della scuola di Boas, l’ha attaccata ripetutamente*. Bronislaw Malinowski, leader della scuola Funzionalista, l’ha definita “forse la più fuorviante fallacia che vi è in antropologia sociale”**. Ralph Linton definì il comunismo primitivo un “long-established myth”***.
Gli oppositori del comunismo primitivo, oltre a dimostrare l’esistenza di una proprietà privata nelle società primitive, hanno parlato addirittura di “proprietà incorporea”, ad esempio l’esclusività a cantare una certa canzone, o la proprietà di un sogno o di un incantesimo. Oltre a Lowie****, anche Franz Boas, Alexander Goldenweiser, Melville Herskovits, Ruth Benedict, Ruth Bunzel, Adamson Hoebel e Raymond Firth accettarono questa tesi della proprietà incorporea*****.

* [R.H. Lowie, “Primitive Society”, 1947, pp. 205-206, 231; “Anthropology and Law”, in “The Social Sciences and their Interrelations”, William F. Ogburn and Alexander Goldenweiser (eds.), 1927; and “Social Organization”, 1948, pp. 131, 134, 144, 146.]
** [B. Malinowski, introduction to H. Ian Hogbin, “Law and Order in Polynesia”, Harcourt, Brace and Company, New York, 1934, p. xli.]
*** [Ralph Linton, in an advertisement of M.J. Herskovits’s “The Economic Life of Primitive Peoples”, Alfred A. Knopf, Inc., New York, 1940.]
**** [R.H. Lowie, “Incorporeal Property in Primitive Society”, Yale Law Journal, vol. 37, pp. 551-563, 1928; “Primitive Society”, 1947, pp. 235-243; “Social Organization”, 1948, pp. 131-134; “Introduction to Cultural Anthropology”, 1940, pp. 281-282.]
***** [F. Boas, “Anthropology”, in Enyclopaedia of the Social Sciences, vol. 2, 1930, p. 83; Alexander Goldenweiser, “Early Civilization”, 1922, p. 137; M.J. Herskovits, “The Economic Life of Primitive Peoples”, 1940, p. pp. 348-350; Ruth Benedict, “Patterns of Culture”, 1934, p. 183; Ruth Bunzel, “The Economic Organization of Primitive Peoples”, in General Anthropology, F. Boas (ed.), p. 358; E. Adamson Hoebel, “Man in the Primitive World”, 1949, pp. 344-345; Raymond Firth, “Property, Primitive”, in Encyclopaedia Britannica, 14th ed., 1929.]

2) Anche accettando il comunismo primitivo come effettivo, in base a cosa avrebbero iniziato gli uomini questo sistema? C’era qualcuno ad aver assistito a quest’atto unidirezionale da parte degli uomini? Non vi sono prove e sinceramente credo che non vi possano essere prove. Possiamo solo capire dagli effetti chi probabilmente ha iniziato un sistema di questo tipo. Come diceva Seneca, “cui prodest scelus, is fecit”, cioè “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto”.
Come detto a più riprese, questo sistema comporta vantaggi e svantaggi per entrambi i sessi, ha dunque poco senso pensare a un inizio unidirezionale del sistema.

3) Ma anche il pensare che si fossero divisi i compiti di comune accordo è un po’ ridicolo. E’ improbabile pensare che qualcuno abbia detto “uhm… facciamo così” o che vi sia stato un dibattito e una discussione seduti intorno a un tavolo. Ha più senso collegare la divisione dei ruoli con le strategie di sopravvivenza, che a loro volta dipendevano:
a) dalle differenze biologiche tra uomini e donne
b) dall’ambiente circostante.
Dato che parliamo di ruoli comuni a una maggioranza di popolazioni in diversi climi e regioni del mondo, prendiamo in considerazione le differenze biologiche.
La prima differenza fondamentale era quella tra chi poteva e chi non poteva fare figli.
Infatti, dato che il lavoro manuale era il mezzo di produzione primario, sicuramente avevano molta importanza i mezzi per crearlo, ovvero la riproduzione e l’aumento della popolazione: la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire.
Questa importanza data alla riproduzione è stata sicuramente una forte spinta alle donne a specializzarsi nell’ambito domestico e agli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Chiamiamo quest’aspettativa, per semplificare, hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche considerate meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Partendo dunque dall’analisi di semplici differenze biologiche possiamo capire come si è costruito il sistema dei ruoli di genere senza scomodare imposizioni superflue di un sesso sull’altro. Applichiamo dunque il Rasoio di Occam: a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire.
Non ha senso quindi immaginare un’imposizione con la forza se già le necessità della sopravvivenza spiegano da sole come il sistema dei ruoli si sia creato.

4) Ma torniamo all’affermazione per cui gli uomini avrebbero “sottomesso le donne”.
Ebbene, partendo dall’analisi degli effetti di questo sistema, esso non pare aver “sottomesso le donne”, ma sembra averle infantilizzate, così come ha reso gli uomini elementi sacrificabili della società.
Come accennato prima, una persona, di qualsiasi sesso, che aderisca al suo ruolo di genere è vista come preziosa per la società (poiché si comporta in conformità alle norme di sopravvivenza). Si presume che le femmine aderiscano (o stiano per farlo) al loro ruolo; le donne non fertili sono l’eccezione e non la norma e da qui il presupposto che ogni femmina è (o sarà) in grado di partorire figli grazie alla sua biologia.

Per questo, alle femmine viene attribuito un valore intrinseco per il semplice fatto che siano femmine. Le femmine sono viste come naturalmente preziose perché sono le incubatrici del futuro.

Ciò è precluso ai maschi. La loro adesione ai ruoli di genere non è vista come tratto intrinseco della loro maturazione biologica ma, piuttosto, un ideale del quale essere all’altezza. I maschi non sono e non diventano “veri uomini” automaticamente. Per questo, non hanno valore intrinseco. Il valore di un uomo è esclusivamente il risultato delle conseguenze delle sue azioni e, in se e per se, lui è fondamentalmente sacrificabile.

Poiché gli uomini non sono valutati per le proprietà della loro biologia ma per i risultati delle loro azioni, la morte di un uomo è ceteris paribus una tragedia minore della morte di una donna, per la società. Dopotutto, quando si verifica una tragedia, il bilancio delle vittime solitamente specifica il numero di donne e bambini (ovvero, il futuro).

La nostra società esalta i suoi eroi maschi che si sacrificano perché altri vivano, ma, stando a quello che è stato appena detto, le norme sociali nascono per spingere gli individui a svolgere compiti benefici per la società; la celebrazione dell’auto-sacrificio eroico dei maschi è un modo di incoraggiare gli uomini a vedere la loro morte per una nobile causa come un giusto contributo alla società e, con questo, far sì che gli uomini siano più inclini a morire per gli altri.

Come conseguenza di quanto detto, i maschi sono soggetti intrinsecamente sacrificabili mentre le femmine sono oggetti naturalmente preziosi.

Essendo però le femmine preziose in relazione alla propria inazione, inazione assimilata a quella dei bambini, ed essendo loro preziose in relazione al “futuro”, ovvero alla loro capacità di partorire figli, l’essere preziose coincide con l’essere infantilizzate.
L’infantilizzazione porta dunque a minori responsabilità, minori obblighi, ma anche minori libertà. Al contrario, la sacrificabilità porta a maggiori responsabilità, maggiori doveri nei confronti della società, maggiori libertà ma anche minore tutela, minore associazione con l’essere vittima, minore possibilità di richiedere e ricevere aiuto.

5) Che questo sistema non abbia portato a una sottomissione unidirezionale delle donne ma a un’oppressione di entrambi i sessi è possibile notarlo analizzando la condizione delle donne nel passato: anche quando erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli strati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.

6) Partendo dall’ultima frase, “Ciò è Patriarcato, da cui derivarono poi il matrimonio monogamico e la famiglia”, possiamo ipotizzare che l’autore abbia visto il matrimonio e la licenza maritale come espressione del potere che ha l’uomo sulla donna, come di un proprietario verso la proprietà.
Warren Farrell risponde a questa obiezione nel suo libro “Il Mito del Potere Maschile”, dove fa notare che, se le donne erano considerate proprietà, gli uomini erano considerati schiavi delle proprietà.
Cito: “Secondo le femministe, la tradizione che vuole sia il padre ad accompagnare la sposa all’altare e a consegnarla al futuro marito era un riflesso del patriarcato. Ma il padre «consegnava» la sposa perché era lui a cedere la responsabilità di proteggerla. (Nessuno «consegnava» lo sposo perché nessuno avrebbe protetto un uomo. Il compito dei genitori era di trasformare il figlio in un protettore, e non di consegnarlo a un protettore.)
Per quanto riguarda invece l’accettazione della poligamia maschile ma non della poligamia femminile (penso che si voglia intendere questo con le parole “matrimonio monogamico”), Farrell risponde alla domanda “La poligamia non era forse un esempio di proprietà?” in questo modo: “Di frequente il femminismo accademico equipara amanti, concubine e poliginia (Il termine poligamia è spesso erroneamente usato per definire la condizione di un uomo che ha più di una moglie, mentre in realtà sta a indicare la condizione di entrambi i sessi con più di un coniuge; soltanto il termine poliginia indica la condizione di un uomo che ha più mogli.) al predominio maschile. Ma, una volta compresa la Regola dell’immoralità, possiamo arrivare a una comprensione più profonda delle ragioni per cui Dio benedisse le molte mogli e concubine di David. In quanto re, David aveva ricchezze e potere sufficienti per mantenere più di una donna; dunque, perché mai altre donne avrebbero dovuto esserne escluse? Poliginia non significava che qualsiasi uomo potesse avere molte mogli: significava che un povero sarebbe stato privato di una moglie in modo che una donna potesse avere un uomo ricco. Nessuno provava pietà per il povero privato d’amore.

La poliginia era pertanto un sistema grazie al quale il ricco, potendo avere più di una moglie, evitava che una donna si legasse a un povero. La poliginia rappresentò per alcune donne mormoni quello che il governo attualmente rappresenta per altre donne: il surrogato del marito.

La poliginia fu un insieme di norme religiose create dall’uomo per salvare le donne povere a spese degli uomini poveri.

Per la licenza maritale, Farrell afferma che anche se le donne venivano viste come proprietà (donne-come-proprietà), gli uomini erano trattati come ancor meno delle proprietà (uomini-meno-che-proprietà):
“Gli uomini hanno trattato le donne come una proprietà?

Soltanto comprendendo che l’esistenza degli uomini era subordinata alla proprietà potremo conciliare lo status misto delle donne, al tempo stesso paragonabili a una proprietà e messe «su un piedistallo». Quando si dice che gli uomini trattavano le donne come una proprietà, raramente si dice anche che gli uomini erano tenuti a morire affinché la loro proprietà non venisse danneggiata – che l’esistenza degli uomini era fondamentalmente subordinata alla proprietà. Persino nell’America del diciannovesimo secolo la legge federale stabiliva che se una moglie commetteva un delitto, sarebbe stato processato per quel crimine il marito, e lui sarebbe andato in prigione se fosse stata dimostrata la di lei colpevolezza.[54] Analogamente, se la famiglia era morosa, lui soltanto sarebbe finito nella prigione per debitori.

Nel corso della storia, gli esponenti di entrambi i sessi sono stati proprietà in modi vari. I giovani maya si legavano con un contratto ai suoceri; in epoca biblica, Giacobbe si legò allo zio Labano; in America, Johnny si è legato allo zio Sam… In quasi tutte le società costrette a difendere il loro territorio, i giovani morivano per questo e, prima che facessero in tempo a capire qualcosa di più, venivano istruiti in modo da essere fieri di morire.

In America, decine di migliaia di immigranti si guadagnarono il permesso di entrare nel paese come indentured servants. Oltre il 90 per cento di quei servi era costituito da uomini. All’inizio assumevano uno status molto simile a quello degli schiavi, per un periodo di sette anni.[55] Alcuni erano scapoli che speravano di guadagnare abbastanza da diventare un buon partito e finalmente accasarsi. Altri avevano lasciato le mogli in Europa. Pensateci un momento. Quale più grande dimostrazione d’amore di quella di un uomo che si rendeva schiavo per una donna, senza poter godere della sua cucina, delle sue cure o della sua affettuosa compagnia? Solamente gli uomini – il «sesso poco romantico» – facevano questo… per le donne. Ma…

Molti uomini prolungarono il contratto che li legava oltre il periodo stabilito, anche per tutta la vita, per poter richiamare le famiglie. In pratica, questi uomini diventarono degli schiavi.

In Europa, ai tempi dell’Impero Romano e fino al Medioevo, era normale che gli uomini avessero bisogno di una protezione economica, e così si vendevano ai signori. Con una speciale cerimonia il vassallo prendeva i voti: il conte chiedeva se il vassallo desiderava diventare «il suo uomo» e con un bacio suggellava il patto. Il vassallo era tenuto a fare per il padrone una cosa che raramente le donne facevano per i mariti: considerare come un onore morire per proteggerlo.[56]

Se gli uomini non avevano il potere, come mai spesso la proprietà passava in eredità agli uomini? Perché gli uomini avevano la responsabilità di provvedere alla proprietà. La proprietà era uno degli attributi che facevano dell’uomo un buon partito, così come la fertilità era tra gli attributi della donna. Gli uomini avevano diritti sulla proprietà per assumersene la responsabilità. La pressione sociale indusse gli uomini a fornire alla moglie una proprietà pari alla loro; e il tabù del divorzio evitò alle donne di perdere la proprietà, se a perderla non era il marito.

Le donne erano pertanto pari per proprietà, e più che pari agli uomini: e, quindi, «su un piedistallo».
Se le femmine erano tanto apprezzate, come mai le madri uccidevano le neonate e non i maschi?

I genitori, e in particolare le ragazze madri, uccidevano talvolta le loro creature, ma solo le femmine e non i maschi. Perché mai? In tempi di estrema povertà, le famiglie avevano più bisogno di maschi pronti a lavorare nei campi che di ragazze pronte a procreare altri bambini che avrebbero consumato altro cibo. Se c’era bisogno di ragazzi per la guerra, talvolta la società si liberava delle femmine appena nate e dei ragazzi in guerra. Ma perché sbarazzarsi delle bambine? Se la guerra annientava il sistema di supporto economico delle donne, costituito dagli uomini, talvolta «eliminavano» le bambine finché le donne non potevano essere di nuovo mantenute.

La questione non era un conflitto tra maschi e femmine. La scelta ricadeva sul ruolo più necessario in un dato momento. La soluzione? Preparare i due sessi ad assumersi tutti e due i ruoli.

Quindi, come vediamo, il ruolo della donna nel matrimonio era quello di essere protetta ed essere mantenuta dal marito; se era legale la poliginia ma non la poliandria ciò era a suo vantaggio e non a vantaggio del marito, in quanto tale sistema permetteva alle donne di essere mantenute da chi poteva permetterselo sfuggendo così alla fame (“La poliginia era pertanto un sistema grazie al quale il ricco, potendo avere più di una moglie, evitava che una donna si legasse a un povero”).

La poliandria era inconcepibile perché avrebbe significato il dover mantenere gli uomini, e questo era in contrasto con la visione dell’uomo come sacrificabile.

Solo pochissime società erano poliandriche, e questo avveniva principalmente quando vi erano sbilanciamenti nel rapporto tra maschi e femmine, con un numero minore di femmine; in caso di prolungata assenza dei mariti da casa (a causa ad esempio di lavori da svolgere in località distanti dall’abitazione) e/o in situazioni ambientali o economiche difficili che richiedevano la presenza di più maschi (quindi anche in questo caso il ruolo dell’uomo resta quello di difensore e di addetto a provvedere alla moglie, solo che in questa situazione un uomo solo non basta più).

Un’ulteriore spiegazione è che la poliandria (in questo caso specificamente quella fraterna, detta anche adelfica) permette all’eredità di diversi fratelli di non essere dissolta, concentrandosi comunque su uno stesso nucleo familiare (ovvero su una stessa donna, che ne va a beneficiare). Nuovamente si nota come l’eredità maschile sia legata al mantenimento della moglie e dei figli: più mogli richiederebbero la dispersione di un’eredità in più nuclei familiari, e in caso di scarsità di risorse ciò significherebbe un inadeguato mantenimento delle mogli da parte dei mariti; è preferito in questo caso, nelle società poliandriche, mantenere una sola moglie con una ricchezza maggiore che più mogli – o meglio, una moglie per marito – in povertà.

La poliandria, quindi, aiutava le donne a non diventare povere per colpa di un’eredità o di un reddito minore; la poliginia aiutava le donne a non diventare povere sposando uomini poveri, andando a stare in una condizione economica agiata divenendo una delle varie mogli di un uomo più ricco.

Se la donna, nel sistema della licenza maritale, commetteva un delitto, sarebbe stato processato per quel crimine il marito, e lui sarebbe andato in prigione se fosse stata dimostrata la di lei colpevolezza. Analogamente, se la famiglia era morosa, lui soltanto sarebbe finito nella prigione per debitori.

La proprietà passava in eredità agli uomini non perché questi avessero sottomesso le donne, ma perché a loro spettava la responsabilità di gestire il denaro al fine di mantenere la moglie e i figli. Una donna non aveva quest’obbligo, dunque è questo, e non una fantomatica “sottomissione”, ad aver impedito alle donne il passaggio dell’eredità.

Infatti anche se la proprietà passava in eredità al figlio maschio, essendo il maschio colui che doveva mantenere i genitori e la famiglia, ne beneficiava anche la donna, mentre viceversa la donna non aveva obblighi di far beneficiare anche i maschi e in generale la famiglia tutta.

Questo è stato anche il motivo per cui le madri uccidevano le figlie femmine: una figlia femmina, in un periodo di povertà, non avrebbe dovuto mantenere i genitori quando questi sarebbero arrivati a un’età avanzata. Perciò le discriminazioni contro le donne nel sistema della licenza maritale derivano da benefici che erano assicurati alle donne: la discriminazione contro le donne deriva dai privilegi a loro accordati.

Questa visione è confermata da Karen Straughan, che in un suo articolo scrive:
“Io e la giornalista, una donna di nome Mika Rekai, abbiamo avuto una discussione interessante. […] Ad un certo punto le ho detto che ciò che una volta era il pensiero del femminismo radicale ora è l’opinione generale, non nel femminismo ma nella cultura mainstream. Cioè, per esempio, se ti avvicinassi a qualcuno per strada e gli dicessi “Storicamente le donne sono state oppresse”, la sua risposta sarebbe “Certo”. E ho visto persone MRA e vicine al pensiero MRM come Christina Hoff Sommers imitare questa linea di pensiero, quella per cui le donne in passato erano oppresse in quanto donne.

La risposta della signora Rekai è stata del tipo, “Scusa ma non credi che le donne fossero oppresse?”

Ho risposto di no. Ho cercato di spiegarmi, anche se non so se le mie argomentazioni siano state convincenti quanto avrebbero potuto esserlo. E ho fatto riferimento ad una conversazione che ho avuto di recente con mia sorella, che ne sa qualcosa dell’esercito canadese e delle sue operazioni militari, a proposito di certi usi in Afghanistan. In particolare, i costumi locali in uso quando le persone cercano assistenza nelle cliniche gratuite gestite dai militari o dalle ONG. Secondo la tradizione, tocca prima agli uomini, poi ai bambini e per ultimo alle donne.

Ho chiesto a mia sorella se potesse pensare a qualche ragione, oltre a “gli uomini sono privilegiati” o “per via del pene”, che spiegasse questo uso. Lei mi disse “Beh, suppongo che il motivo sia che se l’uomo muore l’intera famiglia è finita. Che se l’uomo è troppo malato per lavorare, l’intera famiglia soffre”. Allo stesso tempo, attribuiva lo stato delle cose al fatto che sotto il regime Talebano, solo agli uomini era permesso lavorare fuori casa e che gli uomini erano, a tutti gli effetti, i soli a poter anche solo USCIRE di casa senza essere accompagnati.

Ho accennato alla giornalista, Mika, che i Talebani sono stati molto ingegnosi nel modo in cui hanno costretto entrambi i generi in una serie di regole e doveri molto ristretti e rigidi. Limitano le libertà di coloro che preferiscono la sicurezza alla libertà (le donne) e allo stesso tempo impongono il ruolo di protettore che porta il pane a casa, definendolo ipocritamente “libertà”, a coloro che preferiscono la libertà alla sicurezza (gli uomini).

In altre parole, se hai due persone, ad una di esse viene imposta di restare in casa e dici all’altra che è libera di uscire… cos’hai? Hai due persone costrette nei loro ruoli e non solo una. La seconda persona è DAVVERO libera di decidere cosa vuole fare? Ci sono solo due persone e una è confinata in casa senza il permesso di lavorare. Qualcuno deve uscire e svolgere i compiti che richiedono interazione con il mondo esterno. Nessuna delle due persone è libera. E una di esse è soggetta a grandi rischi giornalieri in un posto come l’Afghanistan. Ti do un indizio: non è quella che resta dentro casa.
[…] Una cosa che i Talebani non fecero fu riscrivere completamente la legge islamica riguardo al privilegio femminile e agli obblighi maschili.

Ed è qui il nocciolo del problema, per come la vedo io. L’Afghanistan diventò una società nella quale uscire di casa significava mettere a repentaglio la propria vita e nella quale benché la gente avesse ancora bisogno di mangiare, c’erano poche opportunità di guadagnare soldi o generare produttività. E sotto la legge islamica, le donne non devono addossarsi responsabilità economiche verso nessuno. Neanche verso loro stesse.

Ho visto un video, non molto tempo fa, nel quale una donna musulmana di nome Zara Faris parlava in modo convincente di come le donne musulmane non abbiano bisogno del femminismo.

Una delle sue argomentazioni era che la legge islamica non proibisce specificatamente alle donne di lavorare: al contrario, le donne musulmane non solo possono lavorare ma non devono neanche dividere i loro guadagni con le loro famiglie. In sostanza, se una donna musulmana ha un lavoro, i soldi che guadagna sono esclusivamente suoi, mentre a suo marito rimane l’obbligo di provvedere al supporto economico della famiglia, che include ciò di cui la moglie che lavora ha bisogno per mantenersi.

Lavoro con un uomo libanese che mi ha dato conferma di questa tradizione. Ha una moglie e cinque figli e fa due lavori per mantenerli. Sua moglie sta a casa, ed è esattamente ciò che lui desidera. Non perché sia un misogino oppressore che la sottomette ma perché se lei SCEGLIESSE di lavorare fuori casa, lui e i suoi figli non avrebbero diritto neanche ad un centesimo dei suoi guadagni ma lui dovrebbe comunque continuare a provvedere ai bisogni essenziali della moglie. D’altro canto, se lei lavorasse, sarebbe necessario avvalersi di una baby sitter e al mio collega toccherebbe pagarla. In altre parole, se sua moglie DECIDESSE di lavorare fuori casa, per pagarsi gli sfizi che solo lei avrebbe il diritto di concedersi con i suoi guadagni, lui dovrebbe cercarsi un terzo lavoro per permetterle di farlo.

E’ questo è… beh, suppongo sia grandioso per molte donne musulmane, quando le cose vanno bene. Ma non così grandioso quando si vivono tempi duri.

Perchè quando hai un gruppo di persone che DEVE usare la sua produttività per mantenere se stesso e altri, e un altro gruppo di persone che ha il diritto ad essere mantenuto dalla produttività altrui e nessun obbligo ad essere produttivo… beh, quando le cose si mettono male, a quale di questi gruppi verrà proibito di prendere i pochi posti di lavoro disponibili? Quello di coloro che devono usare il loro reddito per mantenere se stessi e la famiglia o quello di coloro che non devono neanche provvedere a mantenersi?

Sotto la legge islamica, una donna che lavora può, tecnicamente, permettere che i suoi figli muoiano di fame, anche se ha il denaro per nutrirli. Se questi bambini EFFETTIVAMENTE muoiono di fame, sarà suo marito ad essere considerato socialmente, moralmente e legalmente responsabile per essere stato incapace di provvedere ai bisogni primari dei suoi figli. Benché dubito che ci siano donne che farebbero davvero qualcosa del genere, è così che la legge recita.

In Afghanistan, oggi, una donna con un lavoro (un lavoro del quale non ha bisogno perché secondo la legge islamica lei ha tutto il diritto di essere mantenuta dal marito, dal padre o dal figlio) non solo ruba quel lavoro ad un uomo ma ruba anche il cibo dalla bocca della famiglia di quell’uomo. Se trova un lavoro facile e sicuro (come le donne sono solite fare), l’uomo che rimpiazza sarà costretto a trovarne uno più pericoloso. E se quest’uomo viene ucciso, lei ha rubato il sostentamento alla donna e ai bambini che dipendevano da lui.

Allo stesso modo, se sua figlia prende uno dei pochi posti disponibili a scuola, al figlio di qualcun altro verrà negata un’istruzione e il futuro lavoro che sarà obbligato a fare, per mantenere se stesso e le persone che hanno il diritto ad essere mantenute da lui, sarà meno remunerativo, rendendo così più bassa la qualità di vita di molta gente.

E le leggi e i costumi islamici sono così rigorosi per quanto riguarda questi obblighi, in Afghanistan, che si possono trovare ragazzini di 13 anni che si vendono come schiavi del sesso per provvedere alle loro madri e sorelle.

Qualche eco di questi diritti e obblighi è risuonato in occidente dopo che il femminismo prese piede nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Prima di quel tempo, il reddito e le proprietà di una donna erano incorporati in quelli del marito ma, a seconda delle zone, tutto cambiò tra la metà del 1800 e la fine del secolo, quando i diritti sul reddito e sulla proprietà delle donne divennero una copia di ciò che erano sotto l’Islam.

Un articolo del Milwaukee Journal del 1912 lo illustra molto bene, esaminando le tattiche delle suffragette britanniche che usarono un cavillo legale per trasformare i loro mariti in attivisti detenuti, manipolando gli esatti standard culturali e legali che sono in gioco anche in Afghanistan. Per approfondire, il reddito e la proprietà di una donna sposata erano stati emancipati, grazie all’attivismo femminista, dall’istituzione della famiglia per qualche tempo. Emancipati non solo dal marito, si badi bene, ma da chiunque non fosse la donna stessa. D’altro canto, l’obbligo patriarcale del marito di finanziare le di lei “necessità” era rimasto intatto e una di queste necessità era il fardello della tassazione del di lei reddito. Se lei aveva un reddito, il marito e i figli non avevano diritto di goderne ma suo marito, e non lei, era la persona che per legge doveva pagare le tasse su quel reddito. Se non aveva i mezzi per farlo, dopo aver provveduto a tutte le necessità materiali della famiglia (inclusa la moglie), era lui a finire in carcere per evasione fiscale.

Ciò che trovo divertente in tutto questo, dal momento che in occidente queste circostanze si sono verificate solo grazie all’attivismo femminista, è che la legge islamica ha onorato questi particolari ideali di liberazione femminile molto prima che la Dichiarazione dei Sentimenti fosse firmata a Seneca Falls nel 1848, o addirittura prima della Rivendicazione dei Diritti della Donna di Mary Wollstonecraft di fine ‘700.

Ecco perché l’idea del privilegio maschile è una fesseria. I privilegi sono diritti. Ciò che gli uomini hanno avuto, nei secoli, non era un diritto, perché era un elemento necessario ai loro obblighi. Uno strumento dato all’uomo perché era necessario all’uomo per adempiere ai suoi obblighi legalmente, economicamente e socialmente imposti verso donne e bambini. Non per via del suo pene.

Ci sono i diritti e ci sono i doveri. Avere un dovere comporta necessariamente l’avere un diritto. I diritti generalmente garantiti aiutano la capacità di adempiere ai propri doveri. Se non si hanno di questi doveri, i diritti richiesti per compierli non solo non sono necessari ma diventano effettivamente deleteri all’abilità altrui di compiere i propri doveri verso di te.

Se hai il dovere di essere produttivo economicamente e di usare la tua produttività per provvedere economicamente a te stesso e ad altri, devi avere il diritto di praticare attività che fruttino una produttività economica. Se hai il dovere di essere sicuro che tu ed altri abbiano ciò che è necessario come gli abiti, un riparo e del cibo, allora devi avere il diritto di decidere che il denaro venga speso in abiti, riparo e cibo. Se hai il dovere di proteggere te stesso e gli altri, devi avere il diritto di decidere per te stesso e per gli altri che proteggi, e il diritto di metterti in pericolo.

Se non hai questi doveri, non hai bisogno dei diritti ad essi correlati. Anzi, l’avere quei diritti può persino interferire con l’altrui dovere di fornire i diritti dei quali tu godi grazie ai loro obblighi.

E quando tutti vivono al livello più basso della gerarchia dei bisogni di Maslow, probabilmente non ti verranno concessi quei diritti perché il fatto che tu li abbia interferirebbe con l’abilità di coloro che ne fanno uso per te e per chi altri ne gode.

Un marito non può compiere il suo dovere di provvedere alla moglie se la moglie di qualcun altro prende il suo posto di lavoro. Un marito non può compiere il suo dovere di essere certo che la famiglia abbia ciò di cui ha bisogno, se non gestisce il denaro della famiglia. Un marito non può compiere il suo dovere di proteggere la moglie se lei non è obbligata a mettersi al riparo quando lui le dice di farlo.

Storicamente, tutte queste cose (il sostentamento, la protezione e il supporto) erano diritti FEMMINILI. Privilegi femminili. E, benché io detesti prendere in prestito frasi femministe, ciò che è successo in Afghanistan, riguardo all’impedire alle donne di lavorare e alle bambine di andare a scuola, è essenzialmente un contraccolpo del privilegio femminile. Quando i posti di lavoro sono pochi, non li dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere altrui di lavorare. Quando l’istruzione è limitata, non la dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere di altri, che sarebbero a loro volta facilitati dall’istruzione nel compiere questo dovere. Dai queste cose alle persone che hanno il dovere di dividere i loro benefici con altri, non a coloro ai quali la legge permette di tenere i benefici tutti per loro.

L’Afghanistan non è una società che opprime le donne. E’ una società nella quale ognuno è stretto nella morsa di circostanze crudeli e leggi islamiche che opprimono l’uomo con il fardello dei doveri che richiedono diritti, e garantiscono diritti alle donne che non hanno doveri. E ognuno se la cava come può. E il solo modo per “migliorare” la situazione per le donne e le bambine in Afghanistan, ovvero il dare loro accesso al lavoro fuori casa o all’istruzione senza contraccolpi, è eliminare i diritti che le donne hanno al supporto materiale e alla protezione da parte degli uomini, eliminando al tempo stesso il dovere degli uomini a fornire queste cose. Finché non lo si farà, si sprecherà solo tempo, e si danneggeranno coloro che hanno doveri verso tutti tranne che loro stessi e regalando il potere di guadagnare soldi e potere a coloro che non hanno neanche il dovere di nutrire i propri stessi figli.

Un altro esempio di contraccolpo del privilegio femminile potrebbe essere il rimaneggiamento del gap tra nascite di femmine e maschi in Cina. I feti di sesso femminile vengono abortiti. I neonati di sesso femminile vengono annegati o soffocati. E le femministe vogliono farci credere che è così perché gli uomini in Cina sono privilegiati e sopravvalutati arbitrariamente, mentre le donne sono detestate e volutamente sottovalutate.

Però, leggendo un quotidiano cinese, si possono trovare articoli che parlano di coppie anziane che fanno causa ai loro figli che non se ne prendono cura nella loro tarda età. Non si trovano mai articoli su coppie che fanno causa alle figlie, perché le figlie non hanno l’obbligo, legale o sociale, di prendersi cura dei genitori. I genitori di una figlia mantengono il dovere di prendersi cura di lei, se non si sposa o se non può (o si rifiuta di) mantenersi da sola.

A dispetto della sua retorica che vedeva le donne reggere la metà del cielo, Mao non fece niente per assicurarsi che le donne lo facessero quando il cielo era pieno di anziani bisognosi di aiuto economico, non trovate? Ha liberato le donne incoraggiandole a sfruttare la loro produttività economica senza però renderle responsabili neanche di loro stesse ma, assurdamente, ha mantenuto gli uomini incatenati ai loro obblighi tradizionali e non-egalitari.

In Cina non c’è un vero stato sociale, nulla che somigli all’assistenza sociale o alle pensioni, e solo tuo figlio si deve assicurare che tu non muoia di fame quando sei troppo vecchio per lavorare. E una legge ti permette di avere un solo figlio.

Cosa potrebbe mai succedere quando unisci questa situazione ad una serie di obblighi e diritti di genere che fanno sì che le coppie che hanno un figlio hanno potenzialmente due figli (figlio e nuora) mentre quelle che hanno una figlia nella migliore delle ipotesi è come se non avessero figli?

Se alle femministe interessasse davvero quello che accade in Cina, si attiverebbero affinché le donne venissero obbligate a prendersi cura dei loro genitori o emanciperebbero gli uomini da quel dovere. Questo porterebbe alla risoluzione del problema.

So che ci sono coppie in Cina che desiderano una figlia e che la preferiscono addirittura, perché nonostante il mancato incentivo economico, molte coppie hanno figlie e perché, nelle aree rurali dove le coppie non vengono sanzionate per avere avuto più di un figlio, le coppie hanno spesso un figlio e una figlia.

Ma non si può impedire alle coppie di preferire un figlio maschio con una legge che prevede un solo figlio se non obblighi le figlie femmine ad essere utili e vantaggiose alle loro famiglie quanto i figli maschi. Non è possibile. Specie se i doveri dell’uomo lo rendono indispensabile ai suoi genitori mentre i diritti della donna la rendono un potenziale peso per i genitori anziani.

Di certo non si risolve il problema attribuendolo al “privilegio maschile” e alla “mancanza di pari diritti per le donne”. Perché non sono quelle le cause. La causa è la mancanza di pari doveri per le donne. Si possono dare alle donne gli stessi diritti che ha l’uomo ma se non hanno anche gli stessi doveri non saranno trattate allo stesso modo e questa disparità emergerà sotto forme estreme durante circostanze estreme come quella dei trent’anni di decimazione in Afghanistan o della legge che consente di avere un solo figlio in Cina, che fa sì che quell’unico figlio possa essere un sostegno o un fardello quando i genitori sono troppo anziani per lavorare.

Le società non opprimono la donna o privilegiano l’uomo. Tendono a trattarli e a sfruttarli in modo differente. Il femminismo sembra basarsi sull’espandere i diritti delle donne senza imporre loro doveri, e aumentare i diritti delle donne liberandole dalle restrizioni che erano necessarie all’uomo per garantirli. Si basa sul dare alle donne vantaggi dell’essere uomini senza gli svantaggi, ed eliminare gli svantaggi dell’essere donna senza rinunciare ai vantaggi.

Quando gli uomini ottennero il diritto di voto (e ben prima di quella data), erano obbligati a servire il loro paese, se necessario, e obbligati a servire le loro comunità tramite il servizio civile e il volontariato, assistendo gli agenti di polizia e così via. Quando le donne ottennero il diritto di voto, non fu imposto loro alcun obbligo reciproco.

Quando gli uomini ricevevano automaticamente l’affidamento dei figli dopo il divorzio, era perché erano i soli ad avere l’obbligo di mantenere i figli. Quando le prime femministe fecero approvare la TYD (“Tender Years Doctrine”, Dottrina degli Anni Teneri), quell’obbligo non passò alle donne: le madri ottennero l’affidamento ma i padri erano ancora obbligati a fornire il sostegno economico. Incidentalmente, quando questa dottrina fu introdotta, il tasso di divorzi, che era stato costante per secoli, crebbe di 15 volte in 50 anni.

E la legge che è stata votata di recente in Florida e che avrebbe potuto mettere fine agli alimenti vitalizi? Una delle giustificazioni principali per quella legge era che un numero maggiore di donne si ritrovava a pagare alimenti vitalizi agli ex partner a causa del massiccio aumento della disoccupazione maschile durante la crisi economica, e quelle donne non si aspettavano di doverlo fare e lo trovavano ingiusto. Come numero maggiore di donne intendo probabilmente il 3% di tutti gli alimenti vitalizi pagati in Florida. Cosa se ne deduce? Essere trattate come un uomo in ogni senso non è così bello, vero? E al contrario di ciò che le femministe cercano di dire alla gente, non lo è mai stato.

Quella legge fu proposta perché alle donne non piace avere gli obblighi normalmente imposti all’uomo, come pagare per tutta la vita il mantenimento dell’ex coniuge, e anche una piccola percentuale di donne costrette a farlo fa sì che la gente rielabori una legge che ha dato agli uomini lo stesso obbligo per decenni se non secoli.

Diavolo, prova anche solo a suggerire che una donna che sceglie di avere un bambino senza il consenso del padre biologico dovrebbe essere la sola ad avere la responsabilità economica di quel bambino, o, peggio ancora, che una donna che ha deciso di lasciare il marito per noia e si è tenuta i figli dovrebbe finanziare da sola la sua decisione, e dovrai scontrarti con l’opposizione feroce della maggior parte delle femministe. Anche se la stessa situazione (ovvero tenersi i bambini e anche il dovere di mantenerli) è definita un “privilegio storico maschile” e “oppressione patriarcale delle donne” quando riguardava un uomo.

Francamente, se le donne oggi fossero costrette ad accollarsi il fardello che storicamente è stato imposto all’uomo e per il quale i loro più importanti diritti sarebbero poco più che i mezzi necessari per sostenerlo, penso che il 99% delle donne lo considererebbe un pessimo affare e il 99% delle femministe lo chiamerebbe “oppressione delle donne”. Il fatto che la vedano così mostra quanto le donne siano state privilegiate in molti modi e quanto la visione femminista del mondo passato e presente sia davvero superficiale.

Ho un’idea. Facciamo fare alle femministe un esperimento.

Vadano prima in Cina a tentate di diffondere l’idea di obbligare le figlie a sostenere economicamente i genitori come fanno i figli. Vedano quanto queste giovani donne sono entusiaste di accollarsi questo peso come fanno gli uomini.

Poi, che vadano in Afghanistan a dire alle donne che è loro permesso di fare tutto quello che fanno i mariti: lavorare, studiare, anche avere l’affidamento dei figli. Diavolo, dicano loro che possono avere i lavori MIGLIORI. Tutto quello che devono fare è rinunciare al loro diritto ad essere protette e mantenute e a tutti gli obblighi che gli uomini della loro famiglia hanno verso di loro, che siano padri, mariti, fratelli o figli, al fine di mantenerle, proteggerle, supportarle o aiutarle, e facciano anche loro sapere che dovranno provvedere da sole ai bisogni materiali di ogni figlio che hanno. Te la cavi da sola, tesoro. Grrrrrl power. Buona fortuna.

Quante donne afghane accetterebbero, secondo voi? Quando anche in un quartiere della classe media londinese, nel quale godono di una serie di diritti simili a quelli dell’uomo e possono raggiungere l’indipendenza economica, le donne musulmane possono rifiutare il femminismo sulla base del fatto che dovrebbero rinunciare ai diritti femminili codificati e sostenuti dagli obblighi maschili?

Mi spiace dirtelo, Zara Faris, ma non devi preoccuparti di nulla di ciò. Le femministe non stanno per portarti via i tuoi privilegi o per eliminare gli obblighi che tuo marito ha verso di te. Sono interessate solo a privare lui dei suoi diritti e te dei tuoi doveri.

Riferimenti:

Suffragette inglesi che mandano i mariti in galera: http://news.google.com/newspapers?id=5JQWAAAAIBAJ&sjid=7CAEAAAAIBAJ&pg=6049,712919&dq

Zara Faris al dibattito di Londra su femminismo e Islam: https://www.youtube.com/watch?v=HI2ZYWZWlYo

Alcuni degli obblighi che avevano gli uomini nel sistema della licenza maritale, e che sono stati accennati da Karen Straughan, erano presenti anche nell’Europa del passato. Il sito spagnolo “¿Quién se beneficia de tu hombría?” ricorda quelli che vengono riportati nelle Partidas di Alfonso X il Saggio (1265) e nelle Leyes de Toro (1505), dove troviamo, tra i doveri dello schiav… coff coff capofamiglia:

  • Provvedere alla moglie secondo la ricchezza di ciascuno (Partida III, titolo II, legge V).
  • Provvedere ai bambini. La donna è responsabile per i bambini fino ai tre anni (immaginiamo che sia per la lattanza, quindi non economica, e comunque essendo la moglie sostenuta economicamente dal marito, si tratta sempre di soldi suoi), poi questa responsabilità passa a essere esclusivamente del padre (Partida IV, titolo XIX, legge III).
  • Provvedere ai genitori e ai nonni. A differenza del resto, questa non era specifica per l’uomo, ma lo fu nella pratica (Partida III, titolo II, legge II e Partida IV, titolo XIX, legge IV).
  • Provvedere ai nipoti e/o bisnipoti se i genitori non potevano farlo (Partida IV, titolo XIX, legge IV). Il testo iniziale indica che la responsabilità è maschile, ma l’esempio che segue è neutrale. Tuttavia, è chiaro che il responsabile sia l’uomo quando leggiamo una disposizione simile nella Partida IV, titolo XI, legge VIII.
  • Dotare le figlie. Non si può dare la responsabilità alla figlia di dotarsi se il padre può farlo. Né si può dare la responsabilità alla madre in alcun caso, a meno che la figlia sia cristiana e la madre no (Partida IV, titolo XI, legge VIII). La funzione della dote è di proteggere le donne in caso di vedovanza, divorzio o di abbandono, come previsto nelle Partidas (Partida IV, titolo XI, legge XXXI). La donna può esigere la restituzione della dote in varie situazioni, ad esempio se il marito la sperpera o se si separa da lui (Partida IV, titolo XI, legge XXIX).
  • Dotare le nipoti e le bisnipoti, se il genitore non è in grado di dotarle né possono dotarsi loro stesse (Partida IV, titolo XI, legge VIII).
  • Provvedere ai figli illegittimi (Partida IV, titolo XIX, legge V). Questi si considerano solo del padre perché anche se la donna commetteva adulterio, suo figlio era assegnato al marito e considerato legittimo. Vale a dire, era obbligato a mantenere anche i figli illegittimi della moglie. La differenza è che i figli illegittimi del padre non ereditavano dalla madre (Ley de Toro 9).

Inoltre, sia nell’Islam (come abbiamo visto) che nell’Ebraismo (“mezonot”, ovvero provvedere al cibo e al supporto per la moglie; provvedere al suo vestiario; “ikkar ketubbah”, ovvero pagare alla moglie 200 zuz in caso di divorzio; “refu’ah”: pagare le spese mediche della moglie; lei poteva rimanere nella casa del marito nel caso della morte di lui; ecc.) vi sono disposizioni analoghe per proteggere e provvedere alla moglie e agli altri membri della famiglia.

Questi obblighi sono rimasti in Occidente fino ad alcuni decenni fa. Lo stesso Codice Napoleonico del 1804 (Libro I, Titolo V, Capo VI, 214) recita che: “il marito è obbligato a riceverla [la moglie] presso di sè, ed a somministrarle tutto ciò, ch’è necessario ai bisogni della vita, in proporzione delle sue sostanze e del suo stato” e ancora nel 1942, l’articolo 143 del Codice Civile italiano su diritti e doveri dei coniugi stabiliva l’obbligo del marito a mantenere la moglie.

Adesso però a un altro argomento. Citerò ora un altro pezzo dell’articolo di Bossy:

“In Structures élémentaires de la parenté (1949, 1968), Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) sostiene invece che all’origine della società stia il tabù dell’incesto: gli esseri umani avevano bisogno di fondare società per sopravvivere, perciò era necessario unire più famiglie, perciò la scelta obbligata è stata quella di scambiarsi membri (le donne) attraverso il matrimonio. Lévi-Strauss fu a suo tempo accusato di antifemminismo; bisogna, però, considerare che il suo scopo non era esaltare questo sistema, bensì semplicemente descriverlo, in quanto esistente.”

Risponderò anche qui in punti:

1) Una visione di genere del tabù dell’incesto implica una serie di assunti e presupposti non provati e sinceramente assurdi.
Si sta dicendo, in sintesi che:
a) solo gli uomini avevano capito che l’incesto era un problema (perché solo loro?); b) che le donne non l’avevano capito (perché non l’avrebbero capito?); c) che non l’avevano semplicemente capito dopo ma che non volevano sposarsi con altre famiglie ed erano riluttanti all’idea (perché sarebbero state riluttanti?); d) che gli uomini hanno forzato le donne a sposarsi con altre famiglie nonostante la loro riluttanza (prove?).

2) Anche la semplice analisi sociale del tabù dell’incesto è superflua. Se questo tabù è universale, ha molto più senso una visione biologica: di norma i comportamenti universali tendono ad avere basi biologiche, comuni a tutti, piuttosto che culturali, visto che le norme sociali sono più flessibili.
Un esempio di spiegazione biologica è quella dell’Effetto Westermarck. L’ipotesi dell’Effetto Westermarck asserisce che vi sia un effetto psicologico secondo il quale le persone che vivono a stretto contatto domestico durante i primi anni della loro vita vengono desensitizzate a una successiva attrazione sessuale.

3) Anche partendo dall’idea che il tabù dell’incesto sia universale per motivi socio-culturali e non biologici, arrivare all’ipotesi che siano stati gli uomini a imporre alle donne il matrimonio a seguito del tabù per scambiarsi membri è un salto non supportato da prove.
Abbiamo due fatti:
– che il tabù dell’incesto è universale
– che per sopravvivere è necessario unire più famiglie

Non abbiamo invece l’elemento “femminista” di questa teoria, ovvero l’idea che siano stati gli uomini a imporre alle donne il matrimonio contro la loro volontà.
Sembra piuttosto che questa idea parta da un’analisi superficiale del “cui prodest?”, dell’ “a chi giova?”: si pensa che, dato che il matrimonio è più favorevole per gli uomini che per le donne, allora sono stati loro a imporlo.
In realtà, come abbiamo visto prima, l’idea per cui il matrimonio avrebbe dato unicamente vantaggi all’uomo è completamente sbagliata e dimostrata falsa.

4) L’idea che siano gli uomini a decidere unidirezionalmente sulla vita matrimoniale è contraddetta dall’evidenza. Infatti nei matrimoni tradizionali, come quelli in India, Cina e Giappone, è la suocera, una figura femminile, ad avere il massimo del potere decisionale sul matrimonio del figlio con la nuora. Nell’opera classica dell’antropologia giapponese “Il Crisantemo e la Spada”, scritta da Ruth Benedict, è riportato:
“È risaputo che la suocera non guardi con occhi d’approvazione la nuora. E che riesca a trovare in lei ogni tipo di difetto; può perfino cacciarla e far rompere il matrimonio, anche se il giovane marito fosse felice con sua moglie e non chiedesse altro che vivere accanto a lei.

Come vediamo, dunque, l’autorità del marito era sottomessa all’autorità della suocera. Leggiamo perfino che la suocera in Giappone poteva soverchiare il figlio addirittura nell’ambito filiale:

“Una giapponese “modan” [moderna] che ora si trova negli Stati Uniti, accolse nella sua casa di Tokio una giovane moglie incinta la cui suocera l’aveva costretta ad abbandonare il suo afflitto marito. La ragazza era malata e delusa, anche se non voleva incolpare il marito. Poco a poco, però incominciò a mostrare interesse verso il bambino che stava per avere. Ma quando il bimbo nacque, apparve la suocera accompagnata dal figlio silenzioso e sottomesso per reclamarlo. Questo bambino, ovviamente, apparteneva alla famiglia del marito, e la suocera se lo portò via, seppur per liberarsi immediatamente del piccolo lasciandolo nelle mani di altri. Questo è un esempio di ciò che in alcune occasioni può esigere la pietà filiale ed è il prezzo che si deve pagare ai genitori.

Anche se questo sembra un caso estremo, serve comunque ad indicare il potere che aveva la suocera sul figlio. Nell’Occidente contemporaneo percepiamo il matrimonio come una questione di due persone, e quando sovrapponiamo questa percezione sulle società tradizionali tendiamo a pensare che il marito fosse la parte dominante. Ma invece il matrimonio non era un affare per due, e il maschio non era il potere dominante: il marito doveva ubbidire i dettami di una donna, sua madre. Ed è qui dovremmo chiederci: che ruolo aveva il suocero in tutto questo?
Per quanto, secondo la gerarchia stabilita egli fosse la persona con più autorità, il suocero era solito dedicarsi agli affari e alle relazioni esterne della famiglia, mentre sua moglie si innalzava come padrona e capo dell’ambito domestico, diventando, in effetti, la persona più influente del matrimonio di suo figlio. Questo succedeva anche in altri paesi asiatici e tradizionali.

Difatti questa sottomissione del figlio alla madre si ritrova anche in Cina. In “Footbinding: A Jungian Engagement with Chinese Culture and Psychology”, Shirley See Yan Ma segnala:
“Il disgusto o il ripudio [dei suoceri] poteva comportare un grande disonore su di lei e la sua famiglia – indipendentemente da chi avesse avuto la colpa -. Doveva cercare di evitare ogni contato con il suo suocero e i suoi cognati. La persona con cui sarebbe stata più a contatto sarebbe la sua suocera, la responsabile d’integrare la sposa nell’unità familiare. Ed era qui che cominciava il vero dramma della sua vita. Il duro atteggiamento che subisce la nuora da parte della suocera è stata una caratteristica notevole della vita familiare cinese (…). L’unica persona che veramente potesse dare una mano alla sposa nella sua nuova struttura familiare era suo marito. Purtroppo per lei, il suo ruolo di “figlio” aveva la priorità sul suo ruolo di “marito” e grazie alla pietà filiale, gli era richiesto di allinearsi con la madre, che molto spesso traeva vantaggio da questa posizione.”

Come in Giappone, i suoceri avevano il potere di rompere il matrimonio di suo figlio, ma come abbiamo visto, era la suocera e non il suocero colei che prendeva questa decisione, dato che quest’ultimo aveva appena qualche contatto con la nuora e la costumanza gli impediva di intromettersi nella sfera femminile. Nel libro “Village Life in China: A Study in Sociology” di Arthur Henderson Smith, si afferma:

“Si è parlato molto della tirannia e della crudeltà di queste suocere (…). Ma allo stesso tempo tenete in considerazione che senza di esse, la famiglia cinese sarebbe completamente collassata. Il suocero non solo è privo della capacità di prendere il controllo di ciò che appartiene alla sposa, ma perfino se fosse a casa tutto il tempo, cosa rara per certo, il proprio onore gli impedirebbe di farlo, anche se ne fosse capace. Nelle famiglie dove manca una suocera, probabilmente ci sono dei mali più grandi e peggiori delle suocere. L’abuso verso la nuora [da parte della suocera] è una cosa talmente comune, che tranne se fosse proprio lampante, attrarrebbe molta poca attenzione.

Ancora una volta, non è la moglie, né il marito, nemmeno il padre del marito chi ostenta di avere maggior potere sul matrimonio, ma la suocera.

Passiamo all’India: quando è stata consultata dal giornale canadese Toronto Star rispetto a quest’argomento, Veena Venugopal, l’autrice del libro “The Mother-in-Law: The Other Woman in Your Marriage”, ha detto:

“Dopo aver intervistato 60 donne sposate, Venugopal dice che la tirannia della suocera si estende ad ogni settore della società: dalla casta superiore dei Bramini agli oppressi Dalit, dagli induisti ai musulmani e ai cristiani, dai bengalesi ai gujarati e tutte le altre categorie che ci sono in mezzo. Non tutte le suocere sono dei mostri, ma molto raramente si può parlare di una relazione facile ed affettuosa.
“Praticamente, ogni donna sposata in India si trova in mezzo a una guerra con la propria suocera””

E in tutto questo, quale sarebbe il potere e il ruolo che ha il marito?

“Venugopal ci dice che i mariti spesso si rifiutano di prendere una posizione, perfino quando i due coniugi si amano. Infatti, nella cultura indiana, è normale che gli uomini abbiano cura dei propri genitori, una tradizione che ha la priorità perfino sopra il benessere della propria moglie.
“Le madri crescono i propri figli maschi con questo concetto: “so che quando ti sposerai ti metterai contro di me e la tua moglie ti parlerà male di me”, in modo che essi siano istruiti per difendere le loro madri prima di aver conosciuto la loro futura moglie”.
“Il fatto che essi siano incapaci a mettere dei limiti, proietta una cattiva immagine sugli uomini indiani””

Ancora una volta possiamo vedere che il cosiddetto onnipotente marito non lo è proprio, e che invece è una donna, la madre, a fare il bello e il cattivo tempo nelle relazioni matrimoniali.

Ritroviamo la stessa situazione in altre culture. María del Mar Jiménez Estacio scrisse quanto segue sulle donne berbere di Al Ándalus:

“Lo status della suocera è uno status di potere e un obiettivo vitale della donna berbera […] Ella sottomette a una stretta sorveglianza le mogli dei suoi figli, e l’accentua fino a quando diventano madri. Le nuore devono chiedere loro il permesso per poter andare a trovare la loro famiglia d’origine e le suocere possono ripudiare le nuore qualora siano sterili. Le suocere si occupano della distribuzione del lavoro domestico, nel quale lei è solita aggiudicarsi soltanto l’amministrazione del focolare. Il conflitto suocera-nuora è ampiamente raccolto nella letteratura orale berbera.” (pag. 22)

L’opera citata, come solitamente accade nel femminismo, indica la suocera come “la rappresentante del patriarcato nello spazio femminile”. Questa giustificazione ovviamente non sta in piedi: significherebbe sminuire la suocera rappresentandola non come un essere umano ma come un robottino che non è responsabile dei suoi stessi atti, il tutto solo per attribuire la colpa al ““patriarca”” della famiglia. Ha molto più senso invece attribuire le azioni della suocera a delle realtà più semplici. Non tutte le suocere che usano la crudeltà verso le proprie nuore hanno gli stessi motivi. Alcune lo fanno perché vogliono ergersi a difenditrici della famiglia e a protettrici dei propri figli, e non vogliono che una donna estranea rovini tutto ciò che tanto hanno faticato a costruire. Altre lo fanno per gelosia o per paura di restare da sole. Altre per il rancore personale verso le nuore. Altre per essere risarcite dai maltrattamenti ricevuti a loro volta dalla propria suocera quando esse erano le nuore, e finalmente alcune lo fanno per puro sadismo. Quest’ultimo sembra essere il caso di una suocera afgana che fece decapitare la nuora perché si era rifiutata di prostituirsi.

Ciò che balza agli occhi quando si studia la dinamica delle famiglie tradizionali da una prospettiva storica, è che l’immagine del matrimonio isolato in cui il marito esercita un potere assoluto che usa per sottomettere sua moglie non è altro che la proiezione delle nostre attuali fantasie rispetto alla realtà del passato. L’atteggiamento, buono o cattivo verso la moglie, non dipendeva soprattutto dal marito, ma dalla suocera, colei che deteneva il potere sul proprio figlio e su tutto l’ambiente domestico. L’autorità della suocera e l’impotenza del marito di fronte a lei spezzano alcuni dei dogmi che ci hanno insegnato, come la convinzione che la donna non avesse avuto alcun potere durante la storia. Invece, tutto sta ad indicare che il sesso femminile deteneva un potere per niente irrilevante, e addirittura che, piuttosto che utilizzarlo per migliorare la situazione di altre donne, spesso lo impiegava per farle infelici. Come gli uomini – come qualsiasi essere umano – anche le donne traevano vantaggio dalla loro posizione di potere.

5) Questo potere domestico femminile che abbiamo visto dà adito a una domanda non scontata: ma l’antropologia non riconosce il Patriarcato come una realtà? Non afferma, forse, che le società tradizionali avessero come autorità suprema l’uomo?
L’antropologia effettivamente lo riconosce, ma quando l’antropologia parla di Patriarcato fa riferimento all’autorità formale che l’uomo aveva, non al potere, che poteva essere o non essere ufficialmente riconosciuto. Mentre il potere dell’uomo era riconosciuto formalmente, quello della donna esisteva comunque anche se non era formalmente esplicitato.
Il Femminismo ha ripreso la visione antropologica del Patriarcato, estendendola però non solo all’autorità formale, come sarebbe stato lecito, ma a tutto il potere. E’ qui lo sbaglio del Femminismo: confonde autorità e potere.
Ma qual è la differenza?
Secondo l’antropologa Susan Carol Rogers, vi è una netta distinzione tra autorità e potere. La prima implica la legittimazione politica, ma non sempre ad essa segue un potere reale.

L’accademica fa seguire l’esempio della società contadina (nel paper include anche la società contadina araba, giusto per far notare quanto questo schema sia applicabile perfino a situazioni come quelle).
Nel suo lavoro, la Rogers asserisce:
L’assunto di una dominanza maschile universale, che deriva da bias epistemologici in antropologia, viene smentito dalle prove che mostrano che le donne hanno un considerevole potere nel contesto della famiglia e della comunità contadine. Le apparenti contraddizioni tra le posizioni pubbliche di dominanza maschile e le realtà della potenza femminile possono essere risolte e spiegate da un modello potenzialmente estendibile ad altri tipi di società pre-industriali.

E ancora:

le donne controllano almeno la maggior porzione delle risorse e delle decisioni importanti. In altre parole, se limitiamo la nostra investigazione al relativo vero potere di uomini e donne contadini, eliminando per il momento quelle fonti di potere dal mondo esterno che sono oltre la portata degli uomini o delle donne contadini, le donne sembrano essere in generale più potenti.”

[Susan Carol Rogers. Female forms of power and the myth of Male Dominance: A model of Female-Male interaction in peasant society. American Ethnologist, Vol. 2, No. 4, Sex Roles in Cross-Cultural Perspective (Nov. 1975), 727-756.]

Questo perché – secondo la studiosa – le donne controllano principalmente l’ambito domestico, mentre gli uomini quello extra-domestico. Pertanto, nelle società contadine, che sono orientate all’ambito domestico, l’attribuzione di potere avviene nel dominio privato e non in quello pubblico.
Il “mito” del dominio maschile sarebbe inoltre funzionale alle stesse donne nel prendere le decisioni in casa: fingere di dover avere un confronto laddove invece, come nell’ambito domestico, è la donna ad avere le redini, aiuterebbe a evitare che la responsabilità di decisioni difficili venga attribuita unilateralmente alla donna.
La Rogers continua così: “Ho suggerito un modello […] in cui il dominio maschile è visto operare come un mito, mentre l’equilibrio è effettivamente mantenuto tra il potere informale della donna e il potere palese esercitato dagli uomini.

Sebbene l’autrice affermi che tale sistema di bilanciamento smetta di sussistere in una società industrializzata come la nostra, ciò è evidentemente falso, come dimostra la testimonianza di Ernest Belfort Bax (uno dei primi difensori dei diritti degli uomini), il quale ha mostrato proprio in una società industrializzata (fine 1800 – inizio 1900) le discriminazioni che gli uomini subivano, sintomo evidente di assenza di dominazione maschile.
Mentre Susan Carol Rogers ci ha permesso di capire la possibili forme di potere femminile in situazioni pre-industriali, Ernest Belfort Bax
, che fu un socialista inglese del XIX-XX secolo, vissuto nel periodo del primo femminismo e precedente la vittoria del voto alle donne, ci svela le discriminazioni che gli uomini subivano a livello legale nella società industriale pre-femminista, tramite il suo libro “The Legal Subjection of Men” (“La Sottomissione Legale dell’Uomo”), un testo del 1896, a sua volta diviso in diversi capitoli: “Matrimonial Privileges of Women”, “Non-Matrimonial Privileges of Women”, “The Actual Exercise of Women’s Sex Privileges”, e “A Sex Noblesse”.

Tornando alla distinzione tra Potere e Autorità, a mio avviso è opportuno notare che qualsiasi persona si sviluppa principalmente in ambito domestico nella propria infanzia, pertanto il potere domestico non è da sottostimare neanche in un ambiente moderno come il nostro, dato che influenza le decisioni delle generazioni successive, plasmandole sotto l’influenza della donna.
Inoltre le donne, avendo potere nell’ambiente domestico, possono influenzare in esso proprio gli uomini quando essi ritornano a casa, e nel comunicare con altre donne, implicitamente possono influenzare altre famiglie e, come gruppo, la società tutta.
Per fare un esempio, l’uomo è paragonabile al governo: l’unico ente in grado di dichiarare guerra. La donna è assimilabile invece alle multinazionali: senza dubbio le compagnie petrolifere o armamentarie sono in grado di influenzare il governo affinchè dichiari guerra, anche contro gli interessi di coloro che il governo dovrebbe rappresentare e a cui in teoria appartiene la sovranità.
D’altra parte un’ulteriore critica che rivolgo a tale studio è sottostimare il potere effettivo che può dare la legittimazione sociale dell’autorità, sebbene a tale autorità non corrisponda necessariamente un potere effettivo nell’ambito delle decisioni e delle risorse in ambito privato familiare.
Analizzando entrambi gli aspetti, ne traiamo come conclusione un equilibrio di entrambi i tipi di potere, maschile e femminile, autorità e potere domestico, come equamente capaci di influenzare la società tutta. Ciò confermerebbe la teoria del Bisessismo, ovvero che uomini e donne sono equamente oppressi dalla società e che uomini e donne che compongono la società sarebbero equamente responsabili di tale oppressione (o meglio, bi-oppressione).

Riprendendo infatti un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo in un caso (l’uomo) tale potere è un’autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.
Non esisteva dunque un Patriarcato nell’imposizione dei ruoli di genere, ma un contributo maschile dovuto all’autorità e un contributo femminile dovuto al potere per procura.

6) Torniamo al testo di Bossy, allo “scambiarsi membri (le donne) attraverso il matrimonio”.
Oltre a ciò che abbiamo già detto, è possibile interpretare – e in questa sede interpreterò così – quest’ambigua frase suppostamente a prova dell’esistenza del patriarcato come “lo scambio della donna dal padre al marito” e quindi il trasferimento della donna dopo il matrimonio nella casa familiare del marito. Questo trasferimento viene chiamato “patrilocalità”; lo spostamento invece del marito nella casa familiare della moglie è detto “matrilocalità”; il trasferimento degli sposi in una nuova casa è infine detto “neolocalità”.

Prevedo già la domanda: il fatto che l’assetto predominante nella storia umana sia stato la patrilocalità implica una sottomissione della donna all’uomo?

Assolutamente no. Nel campo degli effetti di questo sistema su uomini e donne, esso porta sia vantaggi che svantaggi per entrambi i sessi:
– i maschi si sobbarcano della responsabilità di mantenere i genitori (in un’epoca in cui non esisteva ancora il sistema pensionistico), dato che i figli maschi sono gli unici che restano a far parte del nucleo familiare, mentre le figlie femmine lasciano la famiglia per unirsi a quella del marito, di cui ne diventano parte.
– le femmine, d’altra parte, si trasformano in un “investimento meno redditizio”, dato che dopo il matrimonio le loro necessità sono addebitate alla famiglia del marito, e non alla loro famiglia biologica. In alcune culture la figlia deve avere una dote per sposarsi, che viene considerata molte volte come il ricevere una parte della sua eredità in anticipo. La funzione della dote è di proteggere le donne in caso di vedovanza, divorzio o di abbandono, come previsto ad esempio nelle Partidas di Alfonso X il Saggio (Partida IV, titolo XI, legge XXXI).
Un noto proverbio indiano dice, a proposito della patrilocalità, che “crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. Infatti, investendo nell’istruzione di una bambina si spende denaro perché poi sia un’altra famiglia a beneficiarne. Una famiglia ricca può permetterselo, e anche promuoverlo al fine di ottenere miglior legame matrimoniale con cui raggiungere una certa influenza o stabilire un’alleanza con la famiglia del marito. Tuttavia, per le famiglie con minori risorse, è molto più efficiente investire nella formazione del maschio, siccome sarà lui che si prenderà cura della famiglia in età avanzata. A seconda delle circostanze, può anche essere conveniente far sposare la figlia in tenera età.
Qui possiamo vedere un motivo per cui le bambine non sono istruite con la stessa frequenza dei bambini, qualcosa che poteva erroneamente portare alla visione generale che le donne fossero meno intelligenti, o anche meno inclini ad imparare. Così entriamo nel circolo vizioso che le donne non ricevevano molta istruzione, e, pertanto, non si sviluppavano intellettualmente come gli uomini, ma anche il fatto che credendole meno capaci le si escludeva dall’istruzione, principalmente da quella superiore (che, non dimentichiamolo, non era alla portata neanche della maggior parte degli uomini).

Quindi le femmine come vantaggio ricevono una dote e non devono mantenere i genitori, i maschi al contrario come vantaggio hanno la possibilità di venire istruiti maggiormente, ma questa istruzione dovrà essere impiegata per un lavoro che mantenga la famiglia, non verranno dotati ma anzi saranno loro a dover pagare la dote per la figlia e a dover mantenere la moglie (la protezione e il mantenimento alla moglie però sono presenti anche al di là della patrilocalità, dato che fanno capo al principio dell’iper-agency), ecc. Come vediamo, ogni sesso aveva i suoi vantaggi e i suoi svantaggi da una situazione di patrilocalità.

D’altra parte, uno dei principali svantaggi della patrilocalità toccava agli uomini, erano loro a dover proteggere la famiglia e il gruppo in caso di attacco. E’ proprio questo, infatti, il motivo principale per cui si è imposta la patrilocalità.

La Patrilocalità nasce infatti non per sottomettere le donne, ma, al contrario, per proteggerle. La Patrilocalità infatti accentra in un unico luogo tutti i maschi in modo da massimizzare la potenza difensiva della comunità e della famiglia.

Le antropologhe Kay Martin e Barbara Voorhies, nel loro “Female of the Species” (Columbia University Press, 1975) spiegano che esistevano dei sistemi matrilineari in cui si praticava l’esogamia maschile (erano gli uomini ad abbandonare la famiglia per sposarsi), ma che quel sistema non sarebbe stato molto efficiente se ci fossero stati dei vicini belligeranti, e pur dando per buono che le donne fossero forti come gli uomini, la gravidanza e l’allattamento le avrebbero messe in svantaggio di fronte ai nemici. Adottare un sistema patrilineare con esogamia femminile, invece, permetteva di mantenere gli uomini raggruppati in uno stesso luogo per combattere, ed essendo anche degli uomini uniti da una relazione di consanguineità (patrilinearità) ciò rafforzava la motivazione a difendere il gruppo, rendendoli più efficaci.

Ma perché esistevano forme di matrilocalità (spesso anche matrilineari)?
Un fattore chiave nella matrilocalità era che avveniva spesso in casi di isolamento geografico. L’isolamento geografico manteneva lontani i gruppi ostili, e con l’assenza di nemici da fronteggiare non serviva che i maschi fossero radunati assieme.
Il sistema matrilocale è idealmente un sistema aperto che disperde, piuttosto che concentrare assieme, le proprie potenziali fonti di difesa: i propri uomini. Sorgeva spesso quando le risorse eguagliavano o superavano quelle necessarie a soddisfare le esigenze delle popolazioni esistenti e dove la competizione tra comunità dello stesso tipo era rara o assente.

Quindi, ricapitolando, l’isolamento geografico, la ricchezza di risorse e quindi la mancanza di conflitti e l’assenza di nemici da fronteggiare erano le situazioni principali che spingevano una civilità ad organizzarsi in maniera matrilocale.

Questo vuol dire che nelle società matrilocali/matrilineari non si applicassero i principi che abbiamo visto prima? Assolutamente no.
La matrilocalità non esce fuori dallo schema:
uomini = iper-agency/agente/sacrificabile
donne = ipo-agency/agito/infantilizzata.

Anche la matrilocalità/matrilinearità si fonda comunque su questa divisione, visto che tale divisione è dettata da questioni biologiche, come la capacità di partorire unicamente femminile.
I ruoli di genere, dunque, rimangono gli stessi sia per patrilocalità che per matrilocalità perché la matrilocalità si basa comunque sull’idea che gli uomini siano “carne da cannone” per la società e per le donne, che gli uomini debbano difendere donne, famiglia e gruppo, che gli uomini siano sacrificabili per la loro tutela.
Semplicemente non si sprecano risorse, così come non si tirano palle da cannone in caso di mancato bisogno e di assenza di nemico, allo stesso modo non si spreca CARNE da cannone, uomini, nel caso in cui il pericolo non c’è. Ma anche se non buttate a vuoto, le palle da cannone umane restano comunque gli uomini. Resta comunque la sacrificabilità maschile, e quindi tutto il resto del sistema che porta a tale sacrificabilità (ovvero iper/ipo-agency, agente/agito, sacrificabile/infantilizzata).

Il compito dell’uomo era comunque quello di proteggere la moglie, i bambini, i genitori anziani e in generale la famiglia, e questo era indipendente da dove si trovava, era indipendente da matri- o patrilocalità.

7) Il fatto che non vi fossero pericoli nelle società matrilocali indica che le società in cui le donne sono più accentrate sono più pacifiche e che quindi, magari, un governo di donne renderebbe anche la società più pacifica?
Assolutamente no. Si confonde la causa (la mancanza di nemici) con l’effetto (matrilocalità), invertendoli.
Inoltre anche se spesso si pensa che gli stati guidati da donne siano meno inclini al conflitto di quelli guidati dagli uomini, ciò non è supportato da prove. Alcuni ricercatori, per approfondire la questione, hanno esaminato le politiche di guerra in Europa tra il XV e il XX secolo. In questo periodo le donne avevano più possibilità di acquisire il ruolo di monarca se il precedente non aveva un figlio maschio o se aveva una sorella che poteva seguirgli come succeditrice. E’ stato notato che, in questo intervallo di tempo, in politica le regine avevano più possibilità di entrare in guerra rispetto ai re. Infatti, analizzando 28 regni europei guidati da regine dal 1480 al 1913, i ricercatori hanno trovato una percentuale del 27% in più di possibilità di entrare in guerra quando una regina era a capo rispetto a quando regnava un re.
[Fonte: Dube, Oeindrila and S.P., Harish, Queens (April 2017). NBER Working Paper No. w23337.]

Tornando a noi, le società, dunque, non sono più pacifiche IN QUANTO matrilocali, al contrario, le società sono matrilocali soprattutto in caso di mancanza di pericoli e conflitti (e/o in caso di isolamento geografico, di ricchezza di risorse, ecc.); quella che viene vista come causa è l’effetto e viceversa: le società, semplicemente, in caso di una condizione di pace duratura, hanno più possibilità di essere matrilocali perché accentrare gli uomini per difendere il gruppo non serve. Non lo sono – pacifiche – intrinsecamente o perché “sono più buone”. E’ davvero ingenuo pensare in questo modo.

Adesso che abbiamo approfondito questi temi, andiamo avanti con le risposte a Bossy:

“Nel V secolo a.C., Platone aveva teorizzato uno stato governato da uomini E donne parimenti istruiti, perché era convinto che la superiorità del maschio non fosse naturale, ma dovuta alla maggiore educazione che gli spettava. Questo era un pensiero innovativo e spaventoso, perciò fu ignorato; e già Aristotele, discepolo di Platone, descrivendo l’uomo come animale dotato di lògos (ragione), si sentì in obbligo di specificare che donne e bambini ne erano invece privi, assomigliando più alle bestie che agli esseri umani.”

In primis, dobbiamo far notare che superiorità intellettiva non coincide con superiorità di valore.
Il sistema tradizionalista bisessista infatti dava la priorità al futuro, ovvero alla prole, e a chi poteva procurare quel futuro, ossia le donne, nel salvataggio in situazioni di emergenza. Ancora oggi sopravvive il detto “prima donne e bambini” che viene pronunciato negli avvenimenti tragici in attesa di soccorso, e addirittura il numero di donne e bambini viene evidenziato nella conta delle morti.
Questo, assieme a tutte le altre evidenze di come la donna fosse tutelata maggiormente rispetto all’uomo, e di come quest’ultimo fosse il sesso sacrificabile, mostrano che le donne erano viste dalla società come più preziose, di maggior valore intrinseco.

Premesso quindi che la società assegnava una superiorità di valore alla donna, perché invece definiva gli uomini come superiori intellettualmente? Perché teneva di più a loro che alle donne?
Assolutamente no.
Le spiegazioni a tale fenomeno le abbiamo già fornite, ma le ripetiamo. Ad esempio, citando il discorso di Karen Straughan di prima, leggiamo:

“Allo stesso modo, se sua figlia prende uno dei pochi posti disponibili a scuola, al figlio di qualcun altro verrà negata un’istruzione e il futuro lavoro che sarà obbligato a fare, per mantenere se stesso e le persone che hanno il diritto ad essere mantenute da lui, sarà meno remunerativo, rendendo così più bassa la qualità di vita di molta gente. […] Quando l’istruzione è limitata, non la dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere di altri, che sarebbero a loro volta facilitati dall’istruzione nel compiere questo dovere. Dai queste cose alle persone che hanno il dovere di dividere i loro benefici con altri, non a coloro ai quali la legge permette di tenere i benefici tutti per loro.

Inoltre la patrilocalità rafforza questa situazione di minor istruzione femminile perché le figlie, anche se istruite dalla famiglia di origine, andranno a vivere con la famiglia del marito, perciò, come dice un proverbio indiano in proposito: “crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. Infatti, investendo nell’istruzione di una bambina si spende denaro perché poi sia un’altra famiglia a beneficiarne. Una famiglia ricca può permetterselo, e anche promuoverlo al fine di ottenere miglior legame matrimoniale con cui raggiungere una certa influenza o stabilire un’alleanza con la famiglia del marito. Tuttavia, per le famiglie con minori risorse, è molto più efficiente investire nella formazione del maschio, siccome sarà lui che si prenderà cura della famiglia in età avanzata.
Questo dunque è un ulteriore motivo per cui le bambine non sono istruite con la stessa frequenza dei bambini, qualcosa che poteva erroneamente portare alla visione generale che le donne fossero meno intelligenti, o anche meno inclini ad imparare
. Così entriamo nel circolo vizioso che le donne non ricevevano molta istruzione, e, pertanto, non si sviluppavano intellettualmente come gli uomini, ma anche il fatto che credendole meno capaci le si escludeva dall’istruzione, principalmente da quella superiore (che, non dimentichiamolo, non era alla portata neanche della maggior parte degli uomini).

Sia i motivi addotti da Karen che quelli legati alla patrilocalità ci fanno capire che gli uomini venivano maggiormente istruiti e reputati maggiormente intelligenti per il motivo opposto rispetto all’essere valorizzati: l’essere usati. Usati come fonte di mantenimento delle donne e usati come fonte di mantenimento della famiglia.
Quindi la considerazione dell’uomo come superiore, molto semplicemente, non esisteva, sia perché la superiorità della persona era dettata dal valore intrinseco (e come abbiamo visto le donne erano considerate più preziose) e non da quello intellettivo, sia perché la maggiore istruzione (e quindi la superiorità intellettiva) era solo una scusa per usare gli uomini come fonte di mantenimento, per sfruttarli.

Detto ciò, andiamo avanti con un altro pezzo dell’articolo di Bossy:

“Tra IV e V secolo d.C., Agostino d’Ippona analizzò il mito biblico della Creazione. L’uomo era stato creato due volte: prima dalla terra (il corpo), poi dal soffio di Dio (l’anima). Essendo la donna stata creata da una costola dell’uomo, era per Agostino una creatura ambigua, perché simile all’uomo, ma in realtà pura corporeità, priva di quel soffio divino che è l’anima.”

1) Si tratta di una citazione estrapolata dal contesto e modificata a dovere, così da poter attribuire ad Agostino una concezione della donna che non aveva. In realtà, andando a leggere il testo originale, si scopre subito come l’autore avesse tutt’altre idee, e tranquillamente dicesse che la donna, in quanto essere umano, è immagine del dio cristiano esattamente come il maschio. Leggiamo infatti dal De Trinitate XII 7:
“Secondo la Genesi è la natura umana in quanto tale che è stata fatta ad immagine di Dio, natura che si compone dei due sessi e quindi non esclude la donna, quando si tratta di intendere l’immagine di Dio. Infatti, dopo aver detto che Dio ha fatto l’uomo ad immagine di Dio, aggiunge: “Lo fece maschio e femmina”, o distinguendo diversamente: “li fece maschio e femmina”.”
E ancora:
“L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle ed ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne.”

2) Ma ammesso e non concesso che avesse avuto una simile concezione, essa è semplicemente un’interpretazione dei fatti. I ruoli che i misogini sostengono, anche se differiscono nell’interpretazione di quei ruoli, sono sempre gli stessi. E quei ruoli, abbiamo visto, danneggiano uomini e donne allo stesso modo (Bisessismo).
Un misogino non ti dirà mai che vuole togliere la leva obbligatoria – per fare un esempio – e non ti parlerà di sacrificabilità maschile come un affronto ai maschi. Al contrario, valorizzerà quegli stessi ruoli che sono dannosi verso gli uomini, semplicemente li reinterpreterà come cose positive. Questo significa dunque che quei ruoli sono davvero positivi verso gli uomini e sono stati creati a loro vantaggio? Assolutamente no, semplicemente i misogini tradizionalisti se li fanno andar bene con una loro interpretazione della realtà.

Per capire meglio quello che voglio dire, fornirò ora un’interpretazione “alternativa” e misandrica degli stessi ruoli di genere:

Moderata Fonte, pseudonimo di Modesta Pozzo de’ Zorzi (Venezia, 1555 – 1592), scrisse, nel suo libro “Il merito delle donne ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli uomini”:
“si vede chiaramente che ’l loro proprio [dovere, degli uomini, N.d.T.] è di andarsi a faticar fuor di casa e travagliarsi per acquistarci le facoltà, come fanno a punto i fattori o castaldi, acciò noi [le donne, N.d.T.] stiamo in casa a godere e commandare come patrone; e perciò sono nati più robusti e più forti di noi, acciò possino sopportar le fatiche in nostro servizio“.

Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne hanno imposto loro i ruoli di genere agli uomini? Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne erano le uniche a beneficiare dei ruoli e gli uomini erano gli unici oppressi? Nessuno spero.
Perché questa, lo riconosciamo tutti, è un’interpretazione arbitraria della persona che l’ha espressa. Questa non ci rivela nulla sul motivo per cui esistono i ruoli, ci rivela solo i ragionamenti complessi che le persone facevano per accettarli, visto che non avevano la forza per rigettarli né l’ambiente in cui vivevano aveva mai permesso loro di riflettere sul fatto che potevano, effettivamente, rigettarli.

Quindi, perché la cosa non dovrebbe valere anche al contrario?

Perché mai una donna che interpretava i ruoli in maniera positiva verso le donne manifestava un meccanismo di difesa per andare avanti, per fingere che la situazione non fosse così grave, per dare una giustificazione razionale a una situazione che non poteva cambiare anche se la metteva in svantaggio, mentre un uomo che interpretava i ruoli in maniera positiva verso gli uomini è la prova che i ruoli li hanno imposti gli uomini e che erano privilegiati?

Quando i misogini giustificavano lo status quo, i ruoli di genere, dicendo che gli uomini sono superiori, quando la società definiva gli uomini “capofamiglia”, “autorità”, ecc. li prendeva semplicemente in giro.
Con la scusa dell’autorità vengono addossate discriminazioni.
Esattamente come il mito dell’“angelo del focolare” motivava le donne ad aderire al proprio ruolo di genere prestabilito, lo stesso avveniva nei confronti degli uomini denominandoli “capofamiglia”
: in entrambi i casi si trattava solo di una strategia per incastrare le persone all’interno delle gabbie convenzionalmente stabilite dalla società.
Esattamente come una donna che dica che le donne sono superiori rispetto agli uomini in quanto patrone della casa, come afferma Moderata Fonte, si sta solo prendendo in giro da sola nel considerare le proprie gabbie come qualcosa di valore, allo stesso modo anche gli uomini che affermano di essere superiori alle donne avallando i propri ruoli si stanno prendendo in giro da soli. Le loro affermazioni, dunque, non dovrebbero essere considerate più di un semplice meccanismo di difesa attivato per accettare dei ruoli da cui non possono sfuggire.

Come dice Warren Farrell: “La più grande barriera che impedisce agli uomini di guardare dentro di sé è costituita da quell’aver insegnato loro a definire potere ciò che qualsiasi altro gruppo definirebbe impotenza. Non parliamo di sessismo per «l’uccisione di uomini»; parliamo piuttosto di «gloria». Non parliamo di olocausto nel caso di un milione di uomini ammazzati o mutilati nel corso di una sola battaglia durante la prima guerra mondiale (la battaglia della Somme[2]); parliamo di «servire la patria». Non definiamo «assassini» coloro che scelgono soltanto gli uomini perché vadano a morire. Sono «elettori».”

Ripeto ancora: sono prese in giro, sono raggiri, sono inganni, sono illusioni della società e autoillusioni per spingere gli uomini ad eseguire i propri doveri. Sono tutto questo, non sono prove di una sottomissione della donna né tantomeno di una dominazione maschile.

Torniamo adesso a Bossy:

“Posto che ad Aristotele e Agostino io perdono anche il sessismo – sono pur sempre Aristotele e Agostino –, non è evidente che, se le donne avessero potuto partecipare al dibattito sulla ripartizione dei compiti tra i sessi, determinate teorie non sarebbero state formulate?”

Questa obiezione confonde cultura accademica e cultura generale. Per cultura accademica si intende la conoscenza di materie accademiche come scienze, arti, matematica, eccetera. In questo caso, è vero, le donne storicamente sono state minoritarie e la loro influenza in esse è minima.
La cultura generale, e principalmente le norme di genere, sono invece apprese in famiglia.
Se la trasmissione intergenerazionale avviene per via familiare, allora anche un intervento dall’alto su tale substrato sarà figlio di una precedente influenza dal basso. Pertanto, anche in questo caso il “patriarcato” non è la causa principale dei ruoli di genere. Anche perché ogni “patriarca” è nato in una famiglia.
Le norme di genere, poi, venendo trasmesse nella prima infanzia, sono molto forti e radicate, dunque sono anche più refrattarie a cambiamenti rispetto ad altri aspetti della cultura che la persona interiorizza.
Essendo dunque la trasmissione delle norme di genere una delle prime cose che si apprendono, le donne sono equamente (se non più) rappresentate nell’influenzare il nuovo nato, in quanto equamente (se non più) rappresentate nella composizione familiare e nella possibilità di interagire con il bambino.

Oltre a ciò, vi è da dire che la cultura generale è formata anche dalla mera interazione tra esseri umani (sebbene, nel caso delle norme di genere, ciò avvenga in modo nettamente minore rispetto alla trasmissione inter-generazionale in famiglia). Le donne sono esseri umani, e come tutti gli esseri umani interagiscono con altri simili, e ciò crea cultura. Ciò vale per la cultura generale e non per quella accademica, sicuramente, ma quella generale è ciò a cui facciamo riferimento noi.

Anche nei paesi più arretrati, infatti, le donne parlano e spesso fanno da amplificatrici delle notizie tra il resto del paese e la famiglia. Negarlo e negare che ciò abbia un’influenza sulla cultura e sugli altri è negare l’evidenza.
Non a caso, l’influenza che ciò ha è così forte che il pettegolezzo, nei piccoli paesini, talvolta rovina l’esistenza ad individui che sfidano i tabù sociali condivisi. Tabù perpetrati e sostenuti da donne così come da uomini.

Pensiamo alla caccia alla streghe: il pettegolezzo di alcune donne portava a un sospetto generale verso una persona che poi per tale sospetto finiva davanti a un tribunale a rispondere di “stregoneria”. Come sappiamo che tale pettegolezzo fosse principalmente femminile? Perché ce lo dicono i dati. Infatti Dorothy A. Mays, professoressa al Rollins Collage, in “Women in Early America” afferma, sulle accuse di stregoneria nel Nord America, che “[g]li accusatori posseduti erano quelli che affermavano di soffrire dei tormenti afflitti dalla strega. L’ottantasei per cento degli accusatori posseduti era femmina”. Non a caso, nel famoso processo alle streghe di Salem, tutte le denuncianti “stregate” erano donne. Deborah Willis, nel suo libro pubblicato dalla Cornell University Press, “Malevolent Nurture. Witch-hunting and Maternal Power in Early Modern England”, spiega che fosse “chiaro […] che le donne erano attivamente partecipi nel costruire accuse di stregoneria contro le loro vicini femmine:
“[Alan] Macfarlane ha trovato che tante donne quanti uomini informavano contro le streghe nei 291 casi dell’Essex che aveva studiato; circa il 55 per cento di coloro che credevano essere stati stregati era di sesso femminile. Il numero di liti di stregoneria che hanno avuto inizio tra le donne potrebbe in realtà essere stato superiore; in alcuni casi, sembra che il marito come “capo famiglia” si faceva avanti per fare dichiarazioni a nome di sua moglie, anche se la lite centrale aveva avuto luogo tra lei e un’altra donna. […] Può, quindi, essere fuorviante mettere sullo stesso piano “informatori” con “accusatori”: la persona che ha rilasciato una dichiarazione alle autorità non era necessariamente la persona che aveva litigato direttamente con la strega. Altri studi supportano una figura nella gamma del 60 per cento. Nell’esame di Peter Rushton dei casi di calunnia nei tribunali ecclesiastici di Durham, le donne hanno preso provvedimenti contro altre donne che le avevano etichettate come streghe nel 61 per cento dei casi. […] J.A. Sharpe rileva inoltre la prevalenza delle donne come accusatori nei casi Yorkshire seicenteschi, concludendo che “su un livello di villaggio la stregoneria sembra essere stata qualcosa di peculiarmente invischiata nei litigi tra donne”. In misura considerevole, quindi, a livello di villaggio la caccia alle streghe è stata un lavoro delle donne.” (pp. 35-36.)

Pensare
dunque che le donne potevano contribuire pochissimo a influenzare la cultura e la vita degli altri quando un pettegolezzo da parte loro, come abbiamo notato, poteva mandare una ragazza davanti al tribunale inquisitorio, appare, alla luce delle prove, abbastanza naïf.

La potenza del pettegolezzo si riscontra anche in culture antiche e/o lontane da noi. Pensiamo ad esempio al Giappone o alla civiltà greca. Proprio per tali culture gli antropologi parlano di “civiltà della vergogna”.

Con “civiltà della vergogna” si indica una società regolata da determinati modelli positivi di comportamento la cui trasgressione e mancata adesione aveva come conseguenza il biasimo concreto e reale dell’intera comunità fino, nei casi più gravi, all’emarginazione, a cui si associava un sentimento di vergogna, perdita di autostima e sofferenza. Il tessuto sociale tendeva a essere più coeso e maggiormente orientato verso un sistema condiviso di valori, e le regole di comportamento, nella società greca, erano acquisite e osservate attraverso l’interiorizzazione di quella “voce del popolo”, che, a seconda dei casi, riconosce le virtù o sanziona i comportamenti che ne derogano.

Essendo questa la nostra origine, una civiltà della vergogna, ed essendo in essa, in questo tipo di cultura – che forma i valori della società in cui si vive – , oltre che nella cultura familiare, le donne equamente rappresentate, si può dire che l’origine dei ruoli di genere non sia da attribuire al “patriarcato”, ma a tutti noi: uomini e donne, al 50 e 50.

Le donne non subiscono la cultura. Gli uomini non subiscono la cultura. Entrambi la co-creano.

Warren Farrell, confermando quest’analisi, parla di un Matriarcato interno al Patriarcato. Cito:
Patriarcato contro matriarcato: struttura governativa contro struttura famigliare

“Io governo gli ateniesi, e mia moglie governa me.
– Temistocle, 528-462 a.C. [67]

“Di grazia, lei può tagliare la testa a un uomo se quest’uomo è uno scapolo, ma non può farlo se è un uomo sposato, perché un uomo sposato è di una donna, perciò tagliare la testa di un uomo sposato è tagliare la testa di una donna, ed io non posso tagliare la testa di una donna.”
– William Shakespeare, Misura per misura

Quando affermiamo di aver vissuto nel patriarcato, pensiamo a un governo o a una struttura di potere dominati dal maschio. Dimentichiamo che la famiglia ebbe almeno altrettanto potere nella vita quotidiana della gente, e che la famiglia era dominata dalla donna. Dimentichiamo che anch’essa era una struttura di potere. Come abbiamo visto, peraltro, quasi tutte le donne avevano un ruolo primario nella struttura famigliare dominata dalla donna; soltanto in una piccola percentuale gli uomini avevano un ruolo primario nelle strutture governative e religiose dominate dal maschio.
Sebbene spesso la casa fosse per un uomo più un mutuo da pagare che un castello da abitare, è sempre stata una caratteristica degli uomini quella di rispettare il predominio, anche se un’altra parte di loro era consapevole della subordinazione…

Se prendersi una moglie per la vita in un’istituzione chiamata matrimonio fosse un segno di privilegio maschile, allora perché la parola husband (marito) deriva dal termine germanico che significa casa e da un’antica parola norvegese che significa «legame» o «vincolo»?[68] Perché deriva anche da parole che significano «un maschio per l’accoppiamento», «uno che lavora la terra» e «il maschio nella coppia di animali inferiori»?[69] E se il matrimonio fosse per le donne un peso così tremendo come molte femministe sostengono, come mai è al centro delle fantasie femminili nei miti e nelle leggende del passato, o nei romanzi rosa e nelle soap opera dei giorni nostri?
I ragazzi di Sparta che venivano privati della famiglia erano deprivati, non privilegiati. I ragazzi privati dell’amore delle donne finché non rischiavano la vita sul lavoro o in guerra, erano anch’essi deprivati – o morti. Addestrare i ragazzi a uccidere altri ragazzi era considerato morale se serviva alla sopravvivenza, e immorale solamente quando era una minaccia per la sopravvivenza. Sotto questi aspetti, il «patriarcato» creò la deprivazione maschile e la morte dei maschi, non un privilegio per i maschi.
Comunque, resta il fatto che non abbiamo mai vissuto nel patriarcato o nel matriarcato bensì in una combinazione dei due all’interno di ogni società. Non esisteva un predominio maschile, ma un predominio maschile e femminile – una divisione del predominio che rifletteva la divisione dei ruoli -, ogni sesso era «predominante» nell’ambito in cui aveva responsabilità e rischiava la vita – predominante là dove era anche subordinato.
Come i privilegi maschili, anche i privilegi femminili (essere protette senza uccidere o essere uccise) erano i premi riservati a un ruolo ben interpretato. Entrambi i sessi erano ricompensati con l’«identità» se si comportavano bene; puniti con l’invisibilità se fallivano e con la morte se protestavano. Il paradosso della mascolinità era che gli uomini che riuscivano meglio nel ruolo erano detti capi. In realtà, non erano tanto capi quanto seguaci di un programma definito leadership.

Insomma, non si può più parlare di patriarcato soltanto, o di predominio maschile, così come non si può parlare di matriarcato o di predominio femminile. In realtà, non si trattava né dell’uno né dell’altro. Ma di tutti e due.”

Finiamo l’articolo rispondendo a quest’ultima frase di Bossy:

“Il Patriarcato è soffocante tanto per le donne, quanto per gli uomini: se le donne sono sempre dovute essere quelle sullo sfondo, quelle caste e pure che si occupano della casa e dei figli, gli uomini sono sempre dovuti essere forti, insensibili e sessualmente insaziabili.”

Dire che un sistema sostenuto sia da uomini che da donne, che opprime sia uomini che donne, e che quindi non promuove la sottomissione di un solo sesso (ossia una dominazione unidirezionale) ma una bi-oppressione (ossia un’oppressione bi-direzionale, un Bisessismo), sia definibile con il nome di un solo sesso è assurdo. Equivale al chiamare l’oppressione contro i neri “Neriarcato” o l’oppressione contro le persone LGBT “Lobby Gay”.

Come dice Karen Straughan nel documentario “The Red Pill”:
L’onnipotente, onnipresente Patriarcato, la forza invisibile che dirige tutte le nostre vite, giusto?
E causa tutte le oppressioni e tutte le sofferenze, giusto? Il nostro diavolo.
E la bella, meravigliosa forza per la giustizia… il Femminismo, la Via. E’ la Via!
Sembra una religione. Sembra proprio una religione.
E, oh mio Dio, per essere un movimento che è solo per l’uguaglianza e che non vuole colpevolizzare gli uomini, hanno chiamato la forza del male come gli uomini e la forza della giustizia come le donne, e per essere un movimento che è molto molto molto attento alle implicazioni del linguaggio, così attento che se chiami un pompiere (firefighter) “fireman” scoraggerai le ragazzine ad aspirare a diventare pompiere, e a volte scoraggerai le donne cresciute ad aspirare a essere pompiere chiamandole “firemen”… ma possiamo chiamare la forza di tutte le oppressioni, la chiamiamo essenzialmente “uomini”, “patriarcato”, e possiamo chiamare la forza del bene e della giustizia “donne” (“femminismo”), e questo tipo di linguaggio, questo non ha implicazioni. Non stiamo colpevolizzando gli uomini, no, abbiamo solo chiamato tutto ciò che è male come loro…

Noi al contrario, preferiamo chiamare il sistema dei ruoli di genere non “Patriarcato”, bensì “Bisessismo”, riprendendo da queste affermazioni di Warren Farrell:

“Sessismo? Oppure bisessismo? Sto forse suggerendo che il sessismo era una strada a doppio senso? Ebbene, sì. Noi pensiamo al sessismo come a qualcosa che per secoli ha reso le donne meno potenti degli uomini. In realtà, per secoli nessun sesso ha avuto il potere. Ognuno aveva piuttosto il proprio ruolo: lei aveva il compito di creare una famiglia, lui di proteggerla. Lei doveva preparare il cibo, lui doveva procurarselo. Se tutti e due i sessi avevano ruoli delimitati, non è esatto parlare di sessismo […]. Abbiamo dunque vissuto non in un mondo sessista, ma in un mondo bisessista.”

Grazie mille per l’attenzione,
[A.]

Definire il Movimento per i Diritti degli Uomini e il problema dei finti MRA

finti mra

Molte persone pensano che basti semplicemente assecondare un paio di questioni maschili per potersi definire MRA (“Men’s Rights Advocates”, Difensori dei Diritti degli Uomini). Questa idea ha portato a situazioni assurde, per cui attualmente è possibile vedere sedicenti MRA compiere affermazioni completamente fuori dalla linea del movimento, come: “gli uomini sono più violenti delle donne!”; “le donne sono la maggioranza delle vittime di violenza domestica e/o subiscono conseguenze più gravi!”; “gli stupri sugli uomini da parte di donne sono eccezioni!”; “gli uomini uccidono più delle donne!”; “una volta le donne erano più oppresse degli uomini!” o addirittura “i problemi degli uomini derivano da altri uomini!”.

In realtà, l’aderenza al Movimento per i Diritti degli Uomini (MRM) non dipende dall’accettazione o meno di un paio di questioni maschili (in caso contrario, anche diverse femministe dovrebbero essere definite MRA!), ma piuttosto dall’opposizione alla “Teoria del Patriarcato” o “Teoria della Dominazione Maschile”.

Ma cos’è la Teoria del Patriarcato?
La Teoria della Dominazione Maschile o Teoria del Patriarcato (in senso esteso) è l’idea che gli uomini abbiano, nel corso della storia, oppresso e sottomesso le donne.
Tale teoria a sua volta è scomponibile in 3 sotto-teorie:
– Teoria del Privilegio Maschile;
– Teoria della Violenza di Genere o della Dominazione Violenta;
– Teoria del Patriarcato nel senso stretto del termine.

La Teoria del Privilegio Maschile afferma che gli uomini non subiscano discriminazioni, o se le subiscono siano semplicemente un “fuoco di ritorno” dei loro privilegi o peggio ancora siano “misoginia benevola”: gli uomini sarebbero, secondo questa teoria e secondo le femministe, le quali la appoggiano, discriminati solo quando si comportano in maniera considerata “femminile” dalla società. Esisterebbe dunque non un odio contro gli uomini ma un odio contro la femminilità e quindi le donne, anche quando espresso dagli uomini.
Gli MRA rispondono a questa teoria mostrando in primis la realtà delle problematiche maschili, in secondo luogo dimostrando la loro esistenza già dagli albori della società, parlando dunque di Bisessismo al posto di Privilegio di un sesso o dell’altro, e infine spiegando che ogni sesso è oppresso quando non segue le regole dettate dai ruoli di genere imposte a tale sesso. Perciò gli uomini sono sì oppressi principalmente quando si comportano in maniera “femminile”, ma anche le donne sono oppresse principalmente quando si comportano in maniera “maschile”. Dunque o quest’ultimo caso è la prova che la società odia il maschile e quindi gli uomini, o non ha senso asserire che la società odi il femminile e le donne. La società, in sintesi, secondo gli MRA, odia tutti gli uomini e le donne che fuoriescono dai propri rispettivi ruoli di genere.

La Teoria della Violenza di Genere o della Dominazione Violenta asserisce che gli uomini siano stati facilitati nel loro intento di opprimere le donne dalla loro maggiore indole violenta.
Gli MRA al contrario mettono in dubbio l’esistenza di una simile indole violenta tipicamente maschile, ritenendo che nè influenze biologiche nè influenze socio-ambientali siano abbastanza forti da causarla. Gli MRA dunque ritengono che uomini e donne:
– abbiano la stessa propensione a uccidere e a infliggere violenza fisica;
– abbiano la stessa propensione a stuprare (nel caso femminile si intende il “forzare a penetrare”) e a commettere violenza sessuale;
– abbiano la stessa propensione ad uccidere o a commettere violenza fisica o sessuale sul partner (violenza domestica);
– infliggano violenza della stessa gravità (le persone meno forti fisicamente impiegherebbero difatti maggiormente oggetti per sopperire alla minore potenza corporea).
Gli MRA ritengono che la maggiore presenza di uomini tra gli incarcerati per crimini violenti sia spiegabile dal sessismo giuridico, ovvero dalla maggiore possibilità che, a parità di reato e circostanze, un uomo venga arrestato, incarcerato se colpevole e che abbia una pena più lunga o severa; dalla maggiore clemenza che si dimostra verso le autrici di crimini violenti di sesso femminile (viste come più deboli e quindi più innocenti) e dall’under-reporting delle vittime maschili di violenza femminile.

La Teoria del Patriarcato (in senso stretto, mentre in senso esteso è sinonimo di Teoria della Dominazione Maschile), infine, attribuisce la colpa delle discriminazioni di genere ai soli uomini, in quanto maggioranza dei governatori e dei regnanti durante tutta la storia umana.
Gli MRA al contrario, asseriscono che il sesso dei regnanti sia poco rappresentativo del pensiero che li domina e che domina la società tutta: tale pensiero deriverebbe invece da un substrato culturale condiviso tra uomini e donne, che ambedue sostengono e alimentano.
Mentre gli uomini sostengono indubbiamente tale substrato culturale mediante l’autorità, le donne contribuirebbero ad esso grazie al potere per procura o “by proxy”.
L’accezione antropologica di Patriarcato fa infatti riferimento all’autorità politica, ma c’è differenza tra autorità e potere. Riprendendo un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo in un caso (l’uomo) tale potere è un’autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.
Per gli MRA, dunque, non esisteva un Patriarcato nell’imposizione dei ruoli di genere, ma un contributo maschile dovuto all’autorità e un contributo femminile dovuto al potere per procura: basti pensare che se l’educazione dei figli era affidata alle madri, proprio una donna era la prima a contribuire al passaggio generazionale delle idee sui ruoli di genere. Dunque attribuire la responsabilità del sistema dei ruoli di genere ad un solo sesso appare riduttivo.

Come vediamo, dunque, gli MRA sostituiscono la Teoria della Dominazione Maschile con la “Teoria del Bisessismo” (in senso esteso) o “Teoria della Bi-oppressione”, e quindi rispettivamente:
– La Teoria del Privilegio Maschile con la “Teoria del Bisessismo” (in senso stretto);
– La Teoria della Dominazione Violenta o Violenza di Genere con la “Teoria della Simmetria di Genere”;
– La Teoria del Patriarcato con la “Teoria dell’Autorità Maschile e del Potere Femminile”.

Perciò, come si vede, tutte quelle affermazioni di esempio elencate all’inizio dell’articolo implicano una non appartenenza al movimento MRA della persona che le supporta, per il semplice motivo che ognuna di quelle frasi conferma la Teoria del Patriarcato:

“Gli uomini sono più violenti delle donne!”; “le donne sono la maggioranza delle vittime di violenza domestica e/o subiscono conseguenze più gravi!”; “gli stupri sugli uomini da parte di donne sono eccezioni!” e “gli uomini uccidono più delle donne!” supportano la Teoria della Violenza di Genere o della Dominazione Violenta;
“Una volta le donne erano più oppresse degli uomini!” supporta la Teoria del Privilegio Maschile;
– Infine “i problemi degli uomini derivano da altri uomini!” supporta la Teoria del Patriarcato (nel senso stretto del termine).

Ne deriva che un individuo che appoggi tali idee non possa definirsi MRA. Si tratterà dunque, al massimo di un falso MRA: una persona che supporta qualche questione maschile ma che non è parte del MRM, non aderisce al Movimento per i Diritti degli Uomini.

No, gli MRA non sono tradizionalisti e non rivogliono i ruoli di genere

TRADCON FEMMINISTI

Definiamo un secondo le parole: cosa intendiamo per “Tradizionalismo”?
Il Tradizionalismo è la difesa dei ruoli di genere tradizionali e per estensione il sistema dei ruoli stesso. Il Tradizionalismo è quello che la società chiama erroneamente “Maschilismo”. Perchè dico erroneamente? Per un semplice motivo: non è di aiuto agli uomini.

E’ stato il Femminismo a farci credere che il sistema dei ruoli di genere fosse impostato in modo da favorire gli uomini e opprimere le donne (Teoria del Patriarcato), ma nella realtà il sistema dei ruoli, il tradizionalismo, è stato deleterio anche verso la popolazione maschile; il Tradizionalismo è la base dell’oppressione contro gli uomini così come è la base di quella contro le donne.

All’interno del Tradizionalismo possiamo distinguere due “aspetti”:
– Maschilismo,
– Ginocentrismo.

Il primo aspetto del Tradizionalismo è quello che conosciamo tutti, è l’oppressione della libertà della donna. Si fonda sul Binomio Tutela-Infantilizzazione: la donna viene maggiormente tutelata e protetta (pensiamo al “prima le donne e i bambini!” o all’ “una donna non si tocca neanche con un fiore!”) ma per farlo la si infantilizza; in quanto infantilizzata non viene vista come in grado di assumersi responsabilità e quindi si limita la sua libertà per “proteggerla”.

Il secondo aspetto del Tradizionalismo, il Ginocentrismo, è invece l’oppressione dell’uomo. Il Ginocentrismo si fonda sul Binomio Libertà-Sacrificabilità: l’uomo viene visto come sacrificabile, privo di tutele (pensiamo alla frase “gli uomini non piangono” quando un ragazzo esprime i suoi sentimenti o chiede aiuto, o all’empathy gap, il divario di empatia quando un uomo viene ucciso, scompare, ecc. rispetto a una donna: le notizie stesse dicono “5 persone sono rimaste uccise, tra cui 2 donne” senza specificare gli uomini), ma grazie al suo essere carne da macello viene visto come più responsabile e quindi più libero, perciò può studiare e lavorare (ma in quanto sacrificabile con il ricavato del lavoro è obbligato a mantenere la moglie e i figli).

In questa sede, inoltre, intendiamo il termine “Femminismo” come sinonimo di Teoria del Patriarcato, ovvero l’idea che le donne siano il sesso oppresso e gli uomini siano il sesso oppressore. In realtà il Femminismo include sia questa idea che le parti di Tradizionalismo che non punta a rimuovere. Se il Femminismo, con la sua Teoria del Patriarcato, non riconosce l’esistenza dell’aspetto Ginocentrico del Tradizionalismo, evidentemente lo giustificherà o lo appoggerà.
Possiamo dunque dire che il Femminismo sia un Tradizionalismo a cui è stato rimosso l’aspetto Maschilista ma che conserva, in virtù dell’invisibilizzazione delle questioni maschili dovuta alla Teoria del Patriarcato, l’aspetto Ginocentrico. Perciò:
Femminismo = Tradizionalismo – Maschilismo = Ginocentrismo;
Tradizionalismo = Maschilismo + Ginocentrismo.

Il Tradizionalista dunque è semplicemente una persona che è avversata dai Femministi non perchè supporta i ruoli di genere, ovvero Maschilismo e Ginocentrismo, ma perchè supporta il Maschilismo. Il Ginocentrismo, al contrario, è appoggiato da entrambi i movimenti. Possiamo dunque considerare il Femminismo un’evoluzione del Tradizionalismo, un suo sottoinsieme che rifiuta il Maschilismo, un Ginocentrismo 2.0.

Dal punto di vista delle questioni maschili, il Tradizionalista teme il movimento MRA tanto quanto il Femminismo. Il Movimento MRA vuole infatti rimuovere il Ginocentrismo (senza cercare di far rimanere il Maschilismo, anzi talvolta avversandolo apertamente), mentre quello femminista vuole rimuovere il Maschilismo (mantenendo però il Ginocentrismo, perchè ogni atto contro il Ginocentrismo sarebbe una disprova della Teoria del Patriarcato).

Perciò:
– il Tradizionalista cerca di imprigionare le donne mantenendo gli uomini imprigionati anch’essi;
– il Femminista cerca di liberare le donne mantenendo gli uomini imprigionati;
– l’MRA cerca di liberare gli uomini mantenendo la liberazione delle donne.

Come si può vedere, un MRA che sia coerente con la propria idea non può assolutamente essere Tradizionalista, perchè il Tradizionalismo è supportivo della Sacrificabilità Maschile. Giustifica la Sacrificabilità e non ritiene che sia un problema.

La società adesso mette l’accento sul fatto che il Tradizionalista ritenga che le questioni femminili non siano un problema e che rivuole l’istituzione dei ruoli per le donne, ma questo non deve far pensare che il Tradizionalismo si comporti in modo migliore verso gli uomini. Semplicemente non essendoci un’alternativa conosciuta (come il movimento MRA) che punta alla liberazione degli uomini, l’aspetto Ginocentrico non viene notato, dato che viene condiviso da entrambi gli assetti: sia dal Femminismo che dal Tradizionalismo.

In aggiunta, da questo punto di vista possiamo capire che i Tradizionalisti sono i migliori alleati (o meglio, i migliori utili i*ioti) del Femminismo, perché gli danno ragione: dicono che nel passato si stava bene, che i ruoli di genere del passato andavano bene.
Il femminismo di suo partendo dalla Teoria del Patriarcato afferma che i ruoli di genere opprimevano solo le donne, e che invece “gli uomini stavano bene”.
Quindi in una immaginaria conversazione tra femministi e tradizionalisti, si direbbero:
– Tradizionalista: i ruoli di genere del passato erano di beneficio per tutti! Uomini e donne!
– Femminista: no per le donne no! Per gli uomini sì.
– Tradizionalista: siamo in disaccordo con le donne, ma sul fatto che facessero bene agli uomini siamo dello stesso parere!

Come è stato appena detto, i Tradizionalisti sono utili i*ioti, ovvero i*ioti utili alla narrativa femminista che spinge l’idea per cui nel passato gli uomini fossero privilegiati e non ci fosse nessuna componente Ginocentrica nella società del passato.

Un MRA, per definizione, dunque, non può essere Tradizionalista, perché i Tradizionalisti negano che ci fossero questioni maschili nel passato e hanno nostalgia dei “bei vecchi tempi” e dei loro ruoli, mentre gli MRA affermano che quei tempi e quei ruoli di genere erano certamente vecchi ma assolutamente non belli per gli uomini, che all’epoca venivano considerati carne da macello, erano elementi sacrificabili per la società.

tradizionalismo

Il Bisessismo di ieri è il Ginocentrismo di oggi

bisessismo ieri ginocentrismo oggi

Su questo sito, in linea di massima, siamo abbastanza restii a parlare di privilegi nell’ambito delle questioni di genere.
Ci sarebbero però delle cose da chiarire.
Come sapete, noi partiamo dall’assunto che la società tradizionale, così come è esistita per millenni, sia stata bisessista. Questo significa, detto in parole povere, che entrambi i sessi erano ugualmente oppressi, sebbene in modo diverso: gli uomini erano costretti nei loro ruoli di hyperagency (erano più liberi di agire rispetto alle donne, ma dovevano usare quella libertà per ottemperare a tutta una serie di doveri sociali che gravavano esclusivamente su spalle maschili: trovarsi un lavoro, mantenere la famiglia, e andare a morire in guerra in caso di necessità, ecc.; inoltre erano meno protetti e tutelati: erano il “sesso sacrificabile”), le donne nei loro ruoli di hypoagency (la vita delle donne era cioè molto più “statica” e caratterizzata da una mancanza di libertà: ad esse si appioppava il ruolo di badare alla casa e ai figli, in cambio però della protezione e della sicurezza economica che il lavoro del marito forniva loro e della tutela sociale: in caso di emergenza la vita della donna era da salvare prima di quella dell’uomo).
Dato che la libertà è solo uno dei vari fattori che determinano la qualità dell’esistenza umana, e che la tutela co-partecipa di buon grado nella valutazione di tale qualità di vita, non si può affermare che gli uomini stessero meglio delle donne o viceversa. E, a dirla tutta, né gli uomini né le donne erano liberi di vivere la loro vita al di fuori dei ruoli di genere che venivano loro aprioristicamente assegnati, quindi anche la libertà di cui godevano gli uomini era limitata e valeva solo in determinati ambiti.

Ciò che è invece possibile affermare è che il tradizionalismo fosse “”””egualitario”””” in maniera negativa, nel senso che uomini e donne erano oppressi ugualmente (sia chiaro, aberriamo il tradizionalismo e non ci torneremmo neanche se ci pagassero, ma bisogna riconoscere questa cosa).
Nell’ambito del tradizionalismo, quindi, non è possibile parlare di privilegi, vantaggi o svantaggi, né maschili né femminili, a maggior ragione se si vuole mantenere una visione d’insieme della questione.
Tuttavia, la società attuale non è più quella di cent’anni fa, e su una base tradizionalista si è innestato, negli ultimi decenni, un nuovo strato progressista (o finto tale).
Questo strato si chiama femminismo. Come ben sappiamo, il femminismo è fondato sull’idea fallace che in un sistema tradizionalista fossero gli uomini a stare meglio. I femministi hanno diffuso quest’idea fino a portarla nelle istituzioni, e di conseguenza negli ultimi decenni ci si è occupati solo dei problemi delle donne e mai di quelli degli uomini.

Quindi, ora, chi sta peggio?
Non ci piace parlare di privilegio, perché sembra un’accusa e non vogliamo affatto insinuare che le donne non abbiano problematiche irrisolte: ne hanno, soprattutto a livello sociale, e qualcuna ancora in ambito istituzionale.
Tuttavia, gli uomini hanno la stessa quantità di problematiche sociali, e a queste va aggiunta una valanga di discriminazioni da parte delle istituzioni. Sono i compiti arretrati del femminismo, quelli che gli costeranno la bocciatura a fine anno. Il femminismo è proprio come un alunno scapestrato: non solo si concentra su una sola materia fregandosene di tutte le altre, ma va anche in giro a sfottere e bullizzare gli altri alunni a cui quelle materie invece interessano.

In sintesi, se la situazione di partenza, ossia il tradizionalismo, presentava un equilibrio in negativo, al giorno d’oggi si ha una situazione di squilibrio, il ginocentrismo, in cui le donne hanno acquisito la maggior parte dei diritti che dovrebbero avere, mentre gli uomini sono ancora al punto di partenza.
Da qui la necessità di avere un movimento che si concentri sui diritti maschili. E questo è il motivo per cui siamo qui.

[H.]

antisessismo vero2

Ancora sui linguaggi delle femministe e degli anti-MRA

doppi standard

(Presa da “Equal Rights Advocate”)

Dopo aver risposto alle sue accuse precedenti nel nostro post “Lessico delle femministe e degli anti-MRA“, Abbatto i Muri continua ad attaccarci, questa volta con un articolo dal titolo “Ancora su linguaggi di maschilisti, antifemministi, mra“. Nuovamente, accomuna indebitamente l’attivismo per i diritti degli uomini (MRA) alla misoginia, già partendo dal titolo.

L’articolo in sintesi dice in una riga “invitiamo a non demonizzare e che teniate ben chiaro il fatto che esistono varie e più espressioni dell’antifemminismo” e la riga dopo “Sono gruppi diversi ma di eguale ispirazione”. In sintesi “non generalizzate ma sono tutti uguali”. Questo fa già capire quanto approssimativa sia la loro “critica femminista”.

Iniziamo subito:

Manu ci informa che negli Stati Uniti esistono mra, i redpillers e i mgtow. Sono gruppi diversi ma di eguale ispirazione.

Assolutamente no, non sono uguali. Ma come, la stessa persona che gestisce un blog in cui è sempre a discutere con altre correnti femministe, fa una simile generalizzazione?
Noi generalizziamo sulle femministe perchè tutte partono dal presupposto della Teoria della Dominazione Maschile, ma non lo facciamo in merito alla posizione sulla prostituzione (sex-positive e sex-negative), sulla transessualità (TERF e femministe queer), ecc. Allo stesso modo l’unica cosa che accomuna redpillers, MGTOW, MRA (e aggiungo io) PUA è il parlare degli uomini. Ma sono pensieri assolutamente distinti l’uno dall’altro, che non c’entrano assolutamente tra loro:

– si definisce MRA qualunque individuo che rigetta la Teoria della Dominazione Maschile e che fa o supporta l’attivismo per risolvere le questioni maschili;

– si definisce MGTOW qualunque individuo che attivamente scoraggia gli uomini a intraprendere relazioni romantiche con donne, specialmente il matrimonio, a causa di condizioni sfavorevoli per gli uomini in questo ambito;

– si definisce RedPiller qualunque individuo che analizza la differenza nell’approccio tra uomini e donne e lo usa per aumentare il proprio “”valore attrattivo”” (e solo indirettamente attirare donne, se uomo etero);

– si definisce PUA o Pick-Up Artist qualunque individuo che cerca di attrarre maggiormente persone a cui è interessato (tipicamente donne, se il PUA in questione è un uomo etero) mediante tecniche di seduzione.

[Gli MRA] Esistono anche in India, dove approdano nel 2010 in seguito al varo della legge sulla violenza domestica, ritenuta oppressiva per i mariti. Ovviamente la cultura che diffondono peggiora la già grave situazione delle donne indiane.

Però per carità, non diciamo che le leggi in India sono così deficitarie per i diritti maschili che le vittime maschili di stupro non possono denunciare perchè… manca la legge! E non diciamo che le femministe, in India, hanno manifestato per chiedere che la legge sulla violenza sessuale non si applicasse anche agli uomini, rendendoli di fatto privi di protezione. Non diciamo che una delle principali autrici di questo atto immondo, la femminista Flavia Agnes ha dichiarato, al Times of India, testuali parole: “Mi oppongo alla proposta di rendere le leggi neutre per il genere. Ci siamo opposte quando il governo ha reso le leggi sullo stupro sui bambini neutre per il genere“.
(Fonte: http://timesofindia.indiatimes.com/india/Activists-oppose-making-rape-gender-neutral/articleshow/15049606.cms)

Dunque devo pensare che questa opposizione all’attivismo MRA in India sia dovuta al supporto verso atti di questo tipo?

A partire dalle dichiarazioni del fondatore dei “mens right activist”

Non esiste nessun fondatore dell’Attivismo per i Diritti degli Uomini, non siamo una monarchia, e nemmeno eleggiamo Presidenti del Consiglio. Esiste un pensiero condiviso dalla maggioranza degli MRA, ovvero il rigetto della Teoria della Dominazione Maschile e il supporto dell’attivismo per le questioni maschili, punto.

Possiamo citare frasi prese da qui o da lì, e poi indebitamente generalizzarle a tutti gli MRA, così come possiamo citare frasi prese da qui o da lì e generalizzarle a tutte le femministe. Possiamo farlo con tutti i movimenti. Qualsiasi movimento avrà un pazzo o una pazza all’interno che svalvolerà e ci sarà sicuramente qualcuno a registrarlo/a in quel momento per poi poter generalizzare su tutti gli altri.
Noi però non crediamo a questo tipo di confronti, non crediamo che le discordie dipendano da un tizio o una tizia X che ha detto qualche follia. Noi pensiamo che le differenze si intravedano nella Weltanschauung, nel modo di concepire la società che i due movimenti hanno. E’ quello, è la concezione del mondo differente che crea la divisione tra femministi ed MRA, non è una persona che dal nulla se ne esce e dice assurdità.
E tale Weltanschauung è la Teoria della Dominazione Maschile: le femministe vi aderiscono, gli MRA no. Punto.

Ridurre tutto nella frase che una volta ha detto una persona sulle migliaia di personaggi di spicco dei nostri movimenti è, me lo si conceda, infantile, oltre che riduzionista nell’analisi dei conflitti tra i due gruppi.

Ma visto che dall’altra parte hanno tirato fuori dichiarazioni random, giochiamo anche noi. Citiamo ad esempio da “S.C.U.M. Manifesto” di Valerie Solanas, trattato politico femminista del ’67, che già dal titolo lascia intendere tutto: S.C.U.M., oltre che per f*ccia, sta per “Society for Cutting Up Men”. Questo manifesto non fu solo un testo morto, difatti la Solanas di morto voleva vedere Andy Warhol, che provò ad assassinare sparandogli. Quest’ultimo si salvò in extremis riportando però ferite gravi. Riporto (censurando con un asterisco le parole peggiori):

“S.C.U.M. sterminerà tutti gli uomini che non fanno parte dell’Ausiliare Maschile di S.C.U.M. Gli uomini dell’Ausiliare sono quelli che si applicano con diligenza alla propria eliminazione, uomini che sono nel giusto, qualunque siano le loro motivazioni, uomini che hanno accettato la partita con S.C.U.M. Ecco alcuni esempi tra l’Ausiliare Maschile: uomini che uccidono uomini, biologi impegnati in programmi costruttivi (invece di preparare la guerra biologica), giornalisti, scrittori, redattori, editori, produttori che promuovono e diffondono le idee che servono le mete di S.C.U.M.; fr*ci, che con il loro esempio magnifico incoraggiano altri uomini a smascolinizzarsi e perciò a rendersi relativamente inoffensivi [si intravede omofobia, ma in fondo da una donna che ha provato a uccidere un uomo gay che ci si può aspettare?, N.d.T.]. Nelle file dell’Ausiliare, ci sono anche uomini che generosamente mettono a disposizione denaro, proprietà, servizi; uomini che dicono le cose come stanno (fino adesso nemmeno uno lo ha fatto), quei pochi che sanno come comportarsi correttamente con le donne, che tirano fuori la verità sul proprio conto, che danno alle più str*nze femminemaschio un po’ di frasi corrette da ripetere; quelli che insegnano che lo scopo primario della donna dovrebbe essere quello di schiacciare il sesso maschile. Per aiutare gli uomini in questo sforzo S.C.U.M. organizzerà dei Seminari di M*rda, dove ogni maschio presente farà un discorso che dovrà cominciare così: “Sono una m*rda, una m*rda volgare e abbietta”, proseguendo con la lista completa di tutti i suoi aspetti m*rdosi. Come ricompensa, alla fine del seminario, lo si lascerà fraternizzare con le donne S.C.U.M. che saranno presenti.
[…] Prima di essere rimpiazzati dalle macchine, i maschi dovranno rendersi utili alle donne: servirle, soddisfare i loro minimi capricci, obbedire a tutti i loro ordini, essere totalmente sottomessi ed esistere solo per la loro volontà; questo per capovolgere la situazione attuale, completamente degenerata e distorta, in cui gli uomini non solo esistono e ingombrano il mondo con la loro ignominiosa presenza, ma si fanno anche leccare i piedi e il culo dalla massa delle donne inginocchiate in adorazione dell’Agnello d’Oro, e fanno anche i padroni, portati al guinzaglio dal loro cane, mentre la sola posizione accettabile per l’uomo, la meno miserabile, è, a parte quella di fare la drag queen [nuovamente omofobia, presente nel ritenere le drag queen “miserabili”, N.d.T.], quella di prostrarsi ai piedi della donna, come suo schiavo. Gli uomini ragionevoli desiderano farsi calpestare, schiacciare, torchiare e triturare, farsi trattare da vermi (perché tali sozzerie sono) e hanno bisogno di vedere confermata la loro ignominia. Gli uomini irragionevoli, malati, quelli che cercano di difendersi dalla loro ignominia, vedendo S.C.U.M./la f*ccia rotolargli addosso, si aggrapperanno terrorizzati alla Grande Mamma con le Grandi Tett* di gommapiuma; ma le Grandi Tett* non li salveranno da S.C.U.M./la feccia. La Grande Mamma si aggrapperà a Papà che starà lì in un angolo a ca*arsi nelle sue mutande di Superman. Gli uomini ragionevoli, invece, non scalceranno, non si dibatteranno, non faranno storie, ma siederanno col cuore in pace, approfitteranno dello spettacolo e si abbandoneranno alla deriva verso il loro destino finale.

Che dire, che orrore. Misandria + omofobia + lo schifo dello schifo. Ma noi non ci comportiamo da bambini, quindi non useremo tali parole per generalizzare sulle femministe, noi non ci attacchiamo agli estremisti dell’altra fazione per criticarla, esattamente come fanno i razzisti che generalizzano sugli arabi citando i terroristi islamici.
No, noi attacchiamo il femminismo – il pensiero, e mai le persone – per la sua concezione del mondo, non per frasi di qualche esaltata.
Mostriamo soltanto, però, che se vogliamo giocare a questo gioco, il femminismo non ne esce vincitore come voleva far credere.

Questo accade perché chi gestisce le pagine Mra, mascherate dietro un presunto quanto dubbio “antisessismo”, racconta solo la mezza messa e non fa vedere il vero volto del movimento.

La frase, vedendo dai commenti da cui è stata ripresa, in realtà era:

Questo accade perche’ chi gestisce le pagine mra, come ad esempio la famigerata “antisessismo”, racconta solo la mezza messa e non fa vedere il vero volto del movimento.

Quindi, come vediamo, è un attacco a noi. Tentativo di camuffamento fallito.
In primis, se noi non siamo così, perchè attaccarci? Magari potrebbero dire “ah vedi, sì in America c’è un tizio che dice frasi misogine ma per fortuna in Italia Antisessismo non è così”.
Invece ci stanno dicendo che noi non siamo misogini ma che lo siamo comunque perchè un altro tizio MRA, che non è il nostro migliore amico, con cui non usciamo la sera a prenderci una birra nè la mattina presto a fare colazione assieme, ha detto qualche frase misogina.
Ma che cosa…?!?!? No, vabbè, è un ragionamento così illogico che non ci perdo neanche tempo a smontarlo, fa già ridere così.

Allora ve lo faccio vedere io. Ecco un paio di dichiarazioni di paul elam, leader e fondatore degli mra:

Nuovamente, non esiste un fondatore degli MRA. Paul Elam è il fondatore di A Voice for Men, non del MRM (Movimento per i Diritti degli Uomini), tra l’altro non è neanche rappresentativo di tutta AVFM, dato che AVFM è un collettivo, e ci può scrivere praticamente chiunque facendone richiesta e avendo a cuore le questioni maschili, anche andando in contrasto con quanto scritto da Elam. Quindi la generalizzazione delle affermazioni di quest’uomo è pari a zero.

Sostanzialmente dice che proclama il mese di Ottobre come mese della violenza su una “c*gna” perché sarebbe un gesto di eguaglianza.

In realtà non dice il mese della violenza su una “c*gna”, ma su una “c*gna violenta“, ovvero su una donna autrice di violenza domestica contro un uomo. Invita dunque gli uomini vittime di violenza domestica a reagire contro la violenza che subiscono.
Assolutamente d’accordo sul fatto che è sbagliato reagire con eccesso nella legittima difesa, come invece sembra voler suggerire l’articolo, ma non mi pare che dall’altro lato della barricata ci si scandalizzi per cose di questo genere. Ad esempio esistono progetti femministi che vogliono la liberazione delle donne che hanno ucciso il marito abusante anche in situazione non di pericolo imminente, progetti femministi che dunque vorrebbero legalizzare l’omicidio per vendetta.
Io mi focalizzerei più su questo che sull’articolo di un blog, sinceramente.

“Should I be called to sit on a jury for a rape trial, I vow publicly to vote not guilty, even in the face of overwhelming evidence that the charges are true.”
fonte
In questa altra dichiarazione dice che bisognerebbe chiamarlo a far parte di una giuria in un processo per stupro e lui voterà “non colpevole” anche di fronte a prove schiaccianti contro l’accusato.

Basta aprire il link citato per leggere che si trattava di una provocazione, e che parlava non del caso di un sistema di giustizia imparziale (difatti asserisce che ciò vale “Until the system is reformed”, finchè il sistema sarà riformato), ma avendo presente i limiti – che lui ritiene siano molto estesi – di un sistema pieno di bias. Che tali limiti siano così estesi da non poter arrivare a nessuna conclusione è discutibile, e io ad esempio voterei in base all’evidenza, indipendentemente da quanto il sistema sia fallace (perchè altrimenti, nell’attesa di un sistema migliore, si ottiene l’immobilismo), ma la cosa essenziale è far notare che si trattava di una figura retorica per mostrare quanto il sistema giuridico fosse poco affidabile e non di un “liberiamo gli stupratori!!!1!!1!!111!”. Attribuirgli quest’ultimo significato è dunque un atto di estrema disonestà intellettuale.

Cito dalla nota editoriale:

Editorial note: in the early years of A Voice for Men, when it first started, deliberately inflammatory articles were often written in order to shake people out of their comfortable sensibilities and confront brutal realities they just did not want to see. This tiny handful of old articles is cited time and again by critics of the Men’s Human Rights Movement’s literature as “typical” and the sort of thing you see “all the time” or in a “steady stream,” when, rather tellingly, these are almost always articles at least a few years old and actually rather unusual.

In this particularly controversial essay, Paul Elam asks a provocative question: if you truly believe you cannot trust police, prosecutors, or judges to make sure you get the truth, the whole truth, and nothing but the truth, when rape shield laws withhold exculpatory evidence, how can you in good conscience trust anything you see in a court of law, no matter how damning the evidence might look?

It is an uncomfortable question, but it is rather telling that in the years since this was written, almost everyone continues to bring up this old article without ever addressing the substance of it, but instead just emotionally characterize it as “Paul Elam says men should get away with rape,” when what he actually says could not be more clear: due process and presumed innocence have been undermined, and until that changes how can you in good conscience convict a man of practically anything?

Until the system is reformed, it would seem to us that a growing number of people are going to come to the same uncomfortable conclusions Elam does here, and although not everyone in the Men’s Human Rights movement endorses this view, it is telling that most reactions to it are emotional and not logical. What most frequently happens is the whole thing is misinterpreted as “rape apologia’ rather than what it is: an indictment of a flawed criminal justice system.

It is also telling that, once again, this unusual article, not typical at all of AVfM content, is still years later regularly cited as “typical,”  instead of what it was: a provocative piece meant to force people to think about things they don’t like thinking about. Eds

Infine, noi non siamo legati ad Elam, quindi mi chiedo, fosse pure stato quello il suo pensiero, che c’azzecca con noi?

Sodini, voce autorevole, dice:
“properly owning a dog is excellent training for properly owning a woman. The behavior of dogs and women is eerily similar, and their relation to man testifies to that.
Like dogs, women need to be led. They *want* to be led. In fact, though they will never admit it, women want to be owned by their men.”

Fonte

Vale a dire che possedere un cane sarebbe un ottimo allenamento per riuscire a dominare una donna. Secondo lui il comportamento dei cani e delle donne sarebbe simile e identica sarebbe la relazione con l’uomo. “Come i cani anche le donne hanno bisogno di essere guidate. Vogliono essere guidate. In realtà, anche se non lo ammetteranno mai, vogliono essere di proprietà degli uomini.”

In realtà sembra che il sito (“Chateau Heartiste”) non sia MRA. Difatti anche autori tradizionalisti/della neo-mascolinità (in sintesi, sessisti), lo contrappongono ai siti MRA più conosciuti:

“It’s obvious that men, especially young men, don’t want what the MRM is selling: the most popular MRM sites, such as A Voice for Men and Fathers & Families, are eclipsed in popularity by sites like Roosh’s and Chateau Heartiste.”

L’articolo che lo afferma, dichiaratamente pro-tradizionalismo, si intitola “Feminism and the Men’s Rights Movement as Ideological Autism” e quindi non può essere accusato di favoreggiare gli MRA.

Jay hammers, altra voce autorevole altra corsa:

“Age of consent laws are designed to punish beta males. A beta male in his 20s, unsuccessful with women his own age who are infused with a sense of feminist entitlement and deride all but the top alpha males who take interest in them, who seeks companionship with a younger, sexually mature female who desires him, should not go to prison for acting on that which is normal male sexuality.
Females generally do not significantly mature mentally past puberty so it should always be illegal for any woman to have sex or it should never be illegal for any woman to have sex. There is no arbitrary age where females suddenly become self-aware, realizing the consequences of their actions, and stop seeking out alpha males. Thus there must not be an arbitrary age of consent for sex.”

Ovvero: “Le leggi che determinano qual è l’età del consenso sono realizzate per punire i maschi beta. Un maschio beta sui vent’anni, senza successo con le donne della sua età, le quali hanno respirato la cultura femminista dei diritti civili e che deridono tutti, quel maschio che cerca la compagnia di una femmina più giovane, non dovrebbe andare in prigione perché vive la naturale spinta che caratterizza la sessualità maschile.” (traduzione non letterale)
Continua dicendo che non esiste un’età in cui una donna diventa consapevole e si lamenta del fatto che le donne non cagano i maschi beta ma cedono alle attenzioni dei maschi alpha. Solita solfa del maschio sessualmente insoddisfatto che per l’incapacità di accettare un NO e il diritto al consenso da parte delle donne sviluppa una malata tendenza misogina.

Basta fare una ricerchina per trovare che:
“In fact, Jay Hammers was more or less excluded from the ‘Men’s Rights Movement’ soon after publishing it.” (Traduzione: “Infatti, Jay Hammers fu più o meno escluso dal “Movimento per i Diritti degli Uomini” subito dopo averlo pubblicato [l’articolo sull’età del consenso]”).

Altra osservazione di Manu è relativa al fatto che pagine facebook non si presentano come Mra se non dopo aver acquisito spazio e un minimo di consenso, perchè, per loro stessa ammissione, se non si nascondessero dietro espressioni rubate al femminismo troverebbero molte resistenze e avrebbero scatenato proteste. Diversamente negano l’origine del movimento al quale aderiscono e indorano la pillola continuando a demonizzare il femminismo con una puntuale retorica sessista e negazionista della quale conosciamo ogni virgola.

Ecco, qui è un attacco a noi.
No, lo mettiamo bene in chiaro: non abbiamo mai negato di essere MRA. Siamo stati i primi in Italia a identificarci con questo termine, e inizialmente abbiamo appoggiato il femminismo, è vero, ma sempre vedendolo come complementare all’Attivismo MRA. E’ possibile vederlo da uno dei nostri primi articoli che ahinoi, per pigrizia e mancanza di tempo ancora non abbiamo cambiato. Faccio lo screen:

mra

Adesso, essendoci resi conto che il Femminismo è indissolubilmente legato alla Teoria della Dominazione Maschile, vediamo MRA e WRA (Attivismo per i Diritti delle Donne al di fuori della Teoria della Dominazione Maschile) come complementari dell’Antisessismo, ma siamo sempre stati MRA e l’abbiamo sempre dichiarato.

Tutto questo fraintendimento proviene da un post che abbiamo pubblicato sulla pagina diversi mesi fa, e che faceva riferimento non al nostro “scoprirci come MRA” dopo le migliaia di like, ma al nostro rivelare che tutti i post che avevamo fatto fino al momento, servivano solo per raccogliere gente da far partecipare alle petizioni e agli invii mail. Questo quindi ha svelato non il nostro essere MRA, che già si sapeva, ma il fatto che privilegiamo le azioni di attivismo che possono portare a cambiamenti concreti al condividere post su facebook. Tutto qui. Quando si dice farsi i film mentali…

Non tutti coloro che parlano di diritti maschili sono semplicemente antifemministi e misogini. Manu segnala un progetto in cui si lotta per quei diritti senza spargere odio contro femministe e donne.

Il progetto in questione, MensLib:
1) non ha alcun seguito (su fb sono qualche decina di like, che non sono nulla sui social) e sembra essere stato creato solo come contentino per dire “vedete, facciamo qualcosa!”,
2) parte dalla Teoria della Dominazione Maschile e dunque da una visione del mondo falsata che non permette la piena liberazione dell’uomo dagli obblighi di genere imposti su di lui dalla società,
3) si focalizza sui sentimenti (ad esempio il poter piangere) e non sui cambiamenti strutturali della società (ottenendo l’assurdo di risultato di avere il diritto di “piangere inutilmente”, perchè i propri bisogni non verranno ascoltati).

dire che il patriarcato è una “teoria” pone gli Mra alla stessa stregua degli omofobi antiabortisti che parlano di teoria del gender. E vorrei anche dire che se a raccontare le mistificazioni Mra è un gay non significa che si espongono concetti antisessisti di per sè. Ne abbiamo conosciuti di gay sessisti e misogini. Oh quanti ne abbiamo conosciuti. Esattamente come abbiamo conosciuto tante donne sessiste.

Oh qui è l’attacco a me. Che belli, gli attacchi ad personam, che onore quando personaggi illustri come Abbatto i Muri ti accusano di essere “un gay misogino” per aver criticato una teoria. Perchè, non lo sapete? Le donne non sono fatte di carne e ossa, è una diceria, sono fatte di teorie! Scorrono i globuli teorini nel loro sangue, e le loro cellule nervose sono dette teoroni. E’ per questo che quando attacchi una teoria attacchi le donne, e non un pensiero, eh! *sarcasmo*

Parlando seriamente, sarebbe misogino negare il Patriarcato se dicessimo che le donne non sono mai state svantaggiate in alcun periodo storico dalla società. Ma no, noi non neghiamo la misoginia, noi estendiamo il sistema includendo anche la misandria. Inclusione, non esclusione. E’ per questo che la Teoria alternativa a quella della Dominazione Maschile è la Teoria della Bi-oppressione, una teoria che include la precedente ed estende anche agli uomini vittime di sessismo.

Ma poi la stessa frase citata ci conferma che le donne siano partecipi allo stesso modo degli uomini del sistema dei ruoli di genere (e dunque il termine “patriarcato” smette di aver senso). Infatti, se con patriarcato indichiamo l’atto di taluni uomini nell’opprimere le donne e lo allarghiamo con le varie scuse che le femministe affermano per indicarne l’origine anche di problemi maschili, diventa l’atto di tutti nell’opprimere tutti. Ad esempio, se aggiungiamo che “il patriarcato fa male anche agli uomini”, gli uomini possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che danno sostegno al patriarcato, le donne possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che hanno “interiorizzato il sessismo”, le donne possono opprimere le donne.
Come detto prima, si passa da una visione in cui “gli uomini opprimono le donne” a una in cui “la gente opprime altra gente”. Quindi, come accennato in precedenza, il termine patriarcato smette di aver senso.

Infine, l’accostamento tra Teoria della Dominazione Maschile e Teoria del Gender oltre che assolutamente fuori luogo, sembra essere un caso classico di fallacia di “avvelenamento del pozzo”. Cito da Wikipedia:

Per “avvelenamento del pozzo” si intende un tipo di fallacia argomentativa per cui ciò che sarà sostenuto dall’avversario viene pubblicamente delegittimato in anticipo insinuando un sospetto circa la sua buona fede o sulla sua credibilità. Ogni cosa che dirà l’interlocutore sarà quindi ignorata, considerata irrilevante o del tutto falsa, da parte degli astanti.
[…] L’avvelenamento del pozzo può assumere la forma di argomento implicito o esplicito. Questo argomento ha la seguente forma:

  1. Un’informazione sfavorevole (sia essa vera o falsa, rilevante o irrilevante) contro “A” (il bersaglio) è presentata da un altro (esempio: “Prima che ascoltiate il mio avversario, vorrei ricordarvi che lui è stato in prigione”).
  2. Conclusione implicita: “Pertanto, ogni richiesta fatta da “A” non può essere fatta valere”.

Una variante di questa forma consiste nell’applicazione di un attributo negativo a eventuali futuri avversari, nel tentativo di scoraggiare il dibattito (per esempio: “Questa è la mia posizione sul finanziamento del sistema della pubblica istruzione e chiunque sia in disaccordo con me odia i bambini”). Dunque, la persona che si farà avanti per contestare la posizione di colui che ha applicato preventivamente questo attributo negativo rischierà di vedere attribuita a se stesso l’etichetta sfavorevole.

Questo argomento può presentarsi anche in un’altra forma:

  1. Vengono presentate definizioni sfavorevoli (vere o false) che impediscono il disaccordo (o fanno valere la posizione affermativa).
  2. Eventuali contestazioni che preventivamente non accettino le definizioni di cui sopra vengono automaticamente respinte.

E con questo è tutto. Grazie per l’attenzione,

il vostro amato [A.]