Ancora sui linguaggi delle femministe e degli anti-MRA

doppi standard

(Presa da “Equal Rights Advocate”)

Dopo aver risposto alle sue accuse precedenti nel nostro post “Lessico delle femministe e degli anti-MRA“, Abbatto i Muri continua ad attaccarci, questa volta con un articolo dal titolo “Ancora su linguaggi di maschilisti, antifemministi, mra“. Nuovamente, accomuna indebitamente l’attivismo per i diritti degli uomini (MRA) alla misoginia, già partendo dal titolo.

L’articolo in sintesi dice in una riga “invitiamo a non demonizzare e che teniate ben chiaro il fatto che esistono varie e più espressioni dell’antifemminismo” e la riga dopo “Sono gruppi diversi ma di eguale ispirazione”. In sintesi “non generalizzate ma sono tutti uguali”. Questo fa già capire quanto approssimativa sia la loro “critica femminista”.

Iniziamo subito:

Manu ci informa che negli Stati Uniti esistono mra, i redpillers e i mgtow. Sono gruppi diversi ma di eguale ispirazione.

Assolutamente no, non sono uguali. Ma come, la stessa persona che gestisce un blog in cui è sempre a discutere con altre correnti femministe, fa una simile generalizzazione?
Noi generalizziamo sulle femministe perchè tutte partono dal presupposto della Teoria della Dominazione Maschile, ma non lo facciamo in merito alla posizione sulla prostituzione (sex-positive e sex-negative), sulla transessualità (TERF e femministe queer), ecc. Allo stesso modo l’unica cosa che accomuna redpillers, MGTOW, MRA (e aggiungo io) PUA è il parlare degli uomini. Ma sono pensieri assolutamente distinti l’uno dall’altro, che non c’entrano assolutamente tra loro:

– si definisce MRA qualunque individuo che rigetta la Teoria della Dominazione Maschile e che fa o supporta l’attivismo per risolvere le questioni maschili;

– si definisce MGTOW qualunque individuo che attivamente scoraggia gli uomini a intraprendere relazioni romantiche con donne, specialmente il matrimonio, a causa di condizioni sfavorevoli per gli uomini in questo ambito;

– si definisce RedPiller qualunque individuo che analizza la differenza nell’approccio tra uomini e donne e lo usa per aumentare il proprio “”valore attrattivo”” (e solo indirettamente attirare donne, se uomo etero);

– si definisce PUA o Pick-Up Artist qualunque individuo che cerca di attrarre maggiormente persone a cui è interessato (tipicamente donne, se il PUA in questione è un uomo etero) mediante tecniche di seduzione.

[Gli MRA] Esistono anche in India, dove approdano nel 2010 in seguito al varo della legge sulla violenza domestica, ritenuta oppressiva per i mariti. Ovviamente la cultura che diffondono peggiora la già grave situazione delle donne indiane.

Però per carità, non diciamo che le leggi in India sono così deficitarie per i diritti maschili che le vittime maschili di stupro non possono denunciare perchè… manca la legge! E non diciamo che le femministe, in India, hanno manifestato per chiedere che la legge sulla violenza sessuale non si applicasse anche agli uomini, rendendoli di fatto privi di protezione. Non diciamo che una delle principali autrici di questo atto immondo, la femminista Flavia Agnes ha dichiarato, al Times of India, testuali parole: “Mi oppongo alla proposta di rendere le leggi neutre per il genere. Ci siamo opposte quando il governo ha reso le leggi sullo stupro sui bambini neutre per il genere“.
(Fonte: http://timesofindia.indiatimes.com/india/Activists-oppose-making-rape-gender-neutral/articleshow/15049606.cms)

Dunque devo pensare che questa opposizione all’attivismo MRA in India sia dovuta al supporto verso atti di questo tipo?

A partire dalle dichiarazioni del fondatore dei “mens right activist”

Non esiste nessun fondatore dell’Attivismo per i Diritti degli Uomini, non siamo una monarchia, e nemmeno eleggiamo Presidenti del Consiglio. Esiste un pensiero condiviso dalla maggioranza degli MRA, ovvero il rigetto della Teoria della Dominazione Maschile e il supporto dell’attivismo per le questioni maschili, punto.

Possiamo citare frasi prese da qui o da lì, e poi indebitamente generalizzarle a tutti gli MRA, così come possiamo citare frasi prese da qui o da lì e generalizzarle a tutte le femministe. Possiamo farlo con tutti i movimenti. Qualsiasi movimento avrà un pazzo o una pazza all’interno che svalvolerà e ci sarà sicuramente qualcuno a registrarlo/a in quel momento per poi poter generalizzare su tutti gli altri.
Noi però non crediamo a questo tipo di confronti, non crediamo che le discordie dipendano da un tizio o una tizia X che ha detto qualche follia. Noi pensiamo che le differenze si intravedano nella Weltanschauung, nel modo di concepire la società che i due movimenti hanno. E’ quello, è la concezione del mondo differente che crea la divisione tra femministi ed MRA, non è una persona che dal nulla se ne esce e dice assurdità.
E tale Weltanschauung è la Teoria della Dominazione Maschile: le femministe vi aderiscono, gli MRA no. Punto.

Ridurre tutto nella frase che una volta ha detto una persona sulle migliaia di personaggi di spicco dei nostri movimenti è, me lo si conceda, infantile, oltre che riduzionista nell’analisi dei conflitti tra i due gruppi.

Ma visto che dall’altra parte hanno tirato fuori dichiarazioni random, giochiamo anche noi. Citiamo ad esempio da “S.C.U.M. Manifesto” di Valerie Solanas, trattato politico femminista del ’67, che già dal titolo lascia intendere tutto: S.C.U.M., oltre che per f*ccia, sta per “Society for Cutting Up Men”. Questo manifesto non fu solo un testo morto, difatti la Solanas di morto voleva vedere Andy Warhol, che provò ad assassinare sparandogli. Quest’ultimo si salvò in extremis riportando però ferite gravi. Riporto (censurando con un asterisco le parole peggiori):

“S.C.U.M. sterminerà tutti gli uomini che non fanno parte dell’Ausiliare Maschile di S.C.U.M. Gli uomini dell’Ausiliare sono quelli che si applicano con diligenza alla propria eliminazione, uomini che sono nel giusto, qualunque siano le loro motivazioni, uomini che hanno accettato la partita con S.C.U.M. Ecco alcuni esempi tra l’Ausiliare Maschile: uomini che uccidono uomini, biologi impegnati in programmi costruttivi (invece di preparare la guerra biologica), giornalisti, scrittori, redattori, editori, produttori che promuovono e diffondono le idee che servono le mete di S.C.U.M.; fr*ci, che con il loro esempio magnifico incoraggiano altri uomini a smascolinizzarsi e perciò a rendersi relativamente inoffensivi [si intravede omofobia, ma in fondo da una donna che ha provato a uccidere un uomo gay che ci si può aspettare?, N.d.T.]. Nelle file dell’Ausiliare, ci sono anche uomini che generosamente mettono a disposizione denaro, proprietà, servizi; uomini che dicono le cose come stanno (fino adesso nemmeno uno lo ha fatto), quei pochi che sanno come comportarsi correttamente con le donne, che tirano fuori la verità sul proprio conto, che danno alle più str*nze femminemaschio un po’ di frasi corrette da ripetere; quelli che insegnano che lo scopo primario della donna dovrebbe essere quello di schiacciare il sesso maschile. Per aiutare gli uomini in questo sforzo S.C.U.M. organizzerà dei Seminari di M*rda, dove ogni maschio presente farà un discorso che dovrà cominciare così: “Sono una m*rda, una m*rda volgare e abbietta”, proseguendo con la lista completa di tutti i suoi aspetti m*rdosi. Come ricompensa, alla fine del seminario, lo si lascerà fraternizzare con le donne S.C.U.M. che saranno presenti.
[…] Prima di essere rimpiazzati dalle macchine, i maschi dovranno rendersi utili alle donne: servirle, soddisfare i loro minimi capricci, obbedire a tutti i loro ordini, essere totalmente sottomessi ed esistere solo per la loro volontà; questo per capovolgere la situazione attuale, completamente degenerata e distorta, in cui gli uomini non solo esistono e ingombrano il mondo con la loro ignominiosa presenza, ma si fanno anche leccare i piedi e il culo dalla massa delle donne inginocchiate in adorazione dell’Agnello d’Oro, e fanno anche i padroni, portati al guinzaglio dal loro cane, mentre la sola posizione accettabile per l’uomo, la meno miserabile, è, a parte quella di fare la drag queen [nuovamente omofobia, presente nel ritenere le drag queen “miserabili”, N.d.T.], quella di prostrarsi ai piedi della donna, come suo schiavo. Gli uomini ragionevoli desiderano farsi calpestare, schiacciare, torchiare e triturare, farsi trattare da vermi (perché tali sozzerie sono) e hanno bisogno di vedere confermata la loro ignominia. Gli uomini irragionevoli, malati, quelli che cercano di difendersi dalla loro ignominia, vedendo S.C.U.M./la f*ccia rotolargli addosso, si aggrapperanno terrorizzati alla Grande Mamma con le Grandi Tett* di gommapiuma; ma le Grandi Tett* non li salveranno da S.C.U.M./la feccia. La Grande Mamma si aggrapperà a Papà che starà lì in un angolo a ca*arsi nelle sue mutande di Superman. Gli uomini ragionevoli, invece, non scalceranno, non si dibatteranno, non faranno storie, ma siederanno col cuore in pace, approfitteranno dello spettacolo e si abbandoneranno alla deriva verso il loro destino finale.

Che dire, che orrore. Misandria + omofobia + lo schifo dello schifo. Ma noi non ci comportiamo da bambini, quindi non useremo tali parole per generalizzare sulle femministe, noi non ci attacchiamo agli estremisti dell’altra fazione per criticarla, esattamente come fanno i razzisti che generalizzano sugli arabi citando i terroristi islamici.
No, noi attacchiamo il femminismo – il pensiero, e mai le persone – per la sua concezione del mondo, non per frasi di qualche esaltata.
Mostriamo soltanto, però, che se vogliamo giocare a questo gioco, il femminismo non ne esce vincitore come voleva far credere.

Questo accade perché chi gestisce le pagine Mra, mascherate dietro un presunto quanto dubbio “antisessismo”, racconta solo la mezza messa e non fa vedere il vero volto del movimento.

La frase, vedendo dai commenti da cui è stata ripresa, in realtà era:

Questo accade perche’ chi gestisce le pagine mra, come ad esempio la famigerata “antisessismo”, racconta solo la mezza messa e non fa vedere il vero volto del movimento.

Quindi, come vediamo, è un attacco a noi. Tentativo di camuffamento fallito.
In primis, se noi non siamo così, perchè attaccarci? Magari potrebbero dire “ah vedi, sì in America c’è un tizio che dice frasi misogine ma per fortuna in Italia Antisessismo non è così”.
Invece ci stanno dicendo che noi non siamo misogini ma che lo siamo comunque perchè un altro tizio MRA, che non è il nostro migliore amico, con cui non usciamo la sera a prenderci una birra nè la mattina presto a fare colazione assieme, ha detto qualche frase misogina.
Ma che cosa…?!?!? No, vabbè, è un ragionamento così illogico che non ci perdo neanche tempo a smontarlo, fa già ridere così.

Allora ve lo faccio vedere io. Ecco un paio di dichiarazioni di paul elam, leader e fondatore degli mra:

Nuovamente, non esiste un fondatore degli MRA. Paul Elam è il fondatore di A Voice for Men, non del MRM (Movimento per i Diritti degli Uomini), tra l’altro non è neanche rappresentativo di tutta AVFM, dato che AVFM è un collettivo, e ci può scrivere praticamente chiunque facendone richiesta e avendo a cuore le questioni maschili, anche andando in contrasto con quanto scritto da Elam. Quindi la generalizzazione delle affermazioni di quest’uomo è pari a zero.

Sostanzialmente dice che proclama il mese di Ottobre come mese della violenza su una “c*gna” perché sarebbe un gesto di eguaglianza.

In realtà non dice il mese della violenza su una “c*gna”, ma su una “c*gna violenta“, ovvero su una donna autrice di violenza domestica contro un uomo. Invita dunque gli uomini vittime di violenza domestica a reagire contro la violenza che subiscono.
Assolutamente d’accordo sul fatto che è sbagliato reagire con eccesso nella legittima difesa, come invece sembra voler suggerire l’articolo, ma non mi pare che dall’altro lato della barricata ci si scandalizzi per cose di questo genere. Ad esempio esistono progetti femministi che vogliono la liberazione delle donne che hanno ucciso il marito abusante anche in situazione non di pericolo imminente, progetti femministi che dunque vorrebbero legalizzare l’omicidio per vendetta.
Io mi focalizzerei più su questo che sull’articolo di un blog, sinceramente.

“Should I be called to sit on a jury for a rape trial, I vow publicly to vote not guilty, even in the face of overwhelming evidence that the charges are true.”
fonte
In questa altra dichiarazione dice che bisognerebbe chiamarlo a far parte di una giuria in un processo per stupro e lui voterà “non colpevole” anche di fronte a prove schiaccianti contro l’accusato.

Basta aprire il link citato per leggere che si trattava di una provocazione, e che parlava non del caso di un sistema di giustizia imparziale (difatti asserisce che ciò vale “Until the system is reformed”, finchè il sistema sarà riformato), ma avendo presente i limiti – che lui ritiene siano molto estesi – di un sistema pieno di bias. Che tali limiti siano così estesi da non poter arrivare a nessuna conclusione è discutibile, e io ad esempio voterei in base all’evidenza, indipendentemente da quanto il sistema sia fallace (perchè altrimenti, nell’attesa di un sistema migliore, si ottiene l’immobilismo), ma la cosa essenziale è far notare che si trattava di una figura retorica per mostrare quanto il sistema giuridico fosse poco affidabile e non di un “liberiamo gli stupratori!!!1!!1!!111!”. Attribuirgli quest’ultimo significato è dunque un atto di estrema disonestà intellettuale.

Cito dalla nota editoriale:

Editorial note: in the early years of A Voice for Men, when it first started, deliberately inflammatory articles were often written in order to shake people out of their comfortable sensibilities and confront brutal realities they just did not want to see. This tiny handful of old articles is cited time and again by critics of the Men’s Human Rights Movement’s literature as “typical” and the sort of thing you see “all the time” or in a “steady stream,” when, rather tellingly, these are almost always articles at least a few years old and actually rather unusual.

In this particularly controversial essay, Paul Elam asks a provocative question: if you truly believe you cannot trust police, prosecutors, or judges to make sure you get the truth, the whole truth, and nothing but the truth, when rape shield laws withhold exculpatory evidence, how can you in good conscience trust anything you see in a court of law, no matter how damning the evidence might look?

It is an uncomfortable question, but it is rather telling that in the years since this was written, almost everyone continues to bring up this old article without ever addressing the substance of it, but instead just emotionally characterize it as “Paul Elam says men should get away with rape,” when what he actually says could not be more clear: due process and presumed innocence have been undermined, and until that changes how can you in good conscience convict a man of practically anything?

Until the system is reformed, it would seem to us that a growing number of people are going to come to the same uncomfortable conclusions Elam does here, and although not everyone in the Men’s Human Rights movement endorses this view, it is telling that most reactions to it are emotional and not logical. What most frequently happens is the whole thing is misinterpreted as “rape apologia’ rather than what it is: an indictment of a flawed criminal justice system.

It is also telling that, once again, this unusual article, not typical at all of AVfM content, is still years later regularly cited as “typical,”  instead of what it was: a provocative piece meant to force people to think about things they don’t like thinking about. Eds

Infine, noi non siamo legati ad Elam, quindi mi chiedo, fosse pure stato quello il suo pensiero, che c’azzecca con noi?

Sodini, voce autorevole, dice:
“properly owning a dog is excellent training for properly owning a woman. The behavior of dogs and women is eerily similar, and their relation to man testifies to that.
Like dogs, women need to be led. They *want* to be led. In fact, though they will never admit it, women want to be owned by their men.”

Fonte

Vale a dire che possedere un cane sarebbe un ottimo allenamento per riuscire a dominare una donna. Secondo lui il comportamento dei cani e delle donne sarebbe simile e identica sarebbe la relazione con l’uomo. “Come i cani anche le donne hanno bisogno di essere guidate. Vogliono essere guidate. In realtà, anche se non lo ammetteranno mai, vogliono essere di proprietà degli uomini.”

In realtà sembra che il sito (“Chateau Heartiste”) non sia MRA. Difatti anche autori tradizionalisti/della neo-mascolinità (in sintesi, sessisti), lo contrappongono ai siti MRA più conosciuti:

“It’s obvious that men, especially young men, don’t want what the MRM is selling: the most popular MRM sites, such as A Voice for Men and Fathers & Families, are eclipsed in popularity by sites like Roosh’s and Chateau Heartiste.”

L’articolo che lo afferma, dichiaratamente pro-tradizionalismo, si intitola “Feminism and the Men’s Rights Movement as Ideological Autism” e quindi non può essere accusato di favoreggiare gli MRA.

Jay hammers, altra voce autorevole altra corsa:

“Age of consent laws are designed to punish beta males. A beta male in his 20s, unsuccessful with women his own age who are infused with a sense of feminist entitlement and deride all but the top alpha males who take interest in them, who seeks companionship with a younger, sexually mature female who desires him, should not go to prison for acting on that which is normal male sexuality.
Females generally do not significantly mature mentally past puberty so it should always be illegal for any woman to have sex or it should never be illegal for any woman to have sex. There is no arbitrary age where females suddenly become self-aware, realizing the consequences of their actions, and stop seeking out alpha males. Thus there must not be an arbitrary age of consent for sex.”

Ovvero: “Le leggi che determinano qual è l’età del consenso sono realizzate per punire i maschi beta. Un maschio beta sui vent’anni, senza successo con le donne della sua età, le quali hanno respirato la cultura femminista dei diritti civili e che deridono tutti, quel maschio che cerca la compagnia di una femmina più giovane, non dovrebbe andare in prigione perché vive la naturale spinta che caratterizza la sessualità maschile.” (traduzione non letterale)
Continua dicendo che non esiste un’età in cui una donna diventa consapevole e si lamenta del fatto che le donne non cagano i maschi beta ma cedono alle attenzioni dei maschi alpha. Solita solfa del maschio sessualmente insoddisfatto che per l’incapacità di accettare un NO e il diritto al consenso da parte delle donne sviluppa una malata tendenza misogina.

Basta fare una ricerchina per trovare che:
“In fact, Jay Hammers was more or less excluded from the ‘Men’s Rights Movement’ soon after publishing it.” (Traduzione: “Infatti, Jay Hammers fu più o meno escluso dal “Movimento per i Diritti degli Uomini” subito dopo averlo pubblicato [l’articolo sull’età del consenso]”).

Altra osservazione di Manu è relativa al fatto che pagine facebook non si presentano come Mra se non dopo aver acquisito spazio e un minimo di consenso, perchè, per loro stessa ammissione, se non si nascondessero dietro espressioni rubate al femminismo troverebbero molte resistenze e avrebbero scatenato proteste. Diversamente negano l’origine del movimento al quale aderiscono e indorano la pillola continuando a demonizzare il femminismo con una puntuale retorica sessista e negazionista della quale conosciamo ogni virgola.

Ecco, qui è un attacco a noi.
No, lo mettiamo bene in chiaro: non abbiamo mai negato di essere MRA. Siamo stati i primi in Italia a identificarci con questo termine, e inizialmente abbiamo appoggiato il femminismo, è vero, ma sempre vedendolo come complementare all’Attivismo MRA. E’ possibile vederlo da uno dei nostri primi articoli che ahinoi, per pigrizia e mancanza di tempo ancora non abbiamo cambiato. Faccio lo screen:

mra

Adesso, essendoci resi conto che il Femminismo è indissolubilmente legato alla Teoria della Dominazione Maschile, vediamo MRA e WRA (Attivismo per i Diritti delle Donne al di fuori della Teoria della Dominazione Maschile) come complementari dell’Antisessismo, ma siamo sempre stati MRA e l’abbiamo sempre dichiarato.

Tutto questo fraintendimento proviene da un post che abbiamo pubblicato sulla pagina diversi mesi fa, e che faceva riferimento non al nostro “scoprirci come MRA” dopo le migliaia di like, ma al nostro rivelare che tutti i post che avevamo fatto fino al momento, servivano solo per raccogliere gente da far partecipare alle petizioni e agli invii mail. Questo quindi ha svelato non il nostro essere MRA, che già si sapeva, ma il fatto che privilegiamo le azioni di attivismo che possono portare a cambiamenti concreti al condividere post su facebook. Tutto qui. Quando si dice farsi i film mentali…

Non tutti coloro che parlano di diritti maschili sono semplicemente antifemministi e misogini. Manu segnala un progetto in cui si lotta per quei diritti senza spargere odio contro femministe e donne.

Il progetto in questione, MensLib:
1) non ha alcun seguito (su fb sono qualche decina di like, che non sono nulla sui social) e sembra essere stato creato solo come contentino per dire “vedete, facciamo qualcosa!”,
2) parte dalla Teoria della Dominazione Maschile e dunque da una visione del mondo falsata che non permette la piena liberazione dell’uomo dagli obblighi di genere imposti su di lui dalla società,
3) si focalizza sui sentimenti (ad esempio il poter piangere) e non sui cambiamenti strutturali della società (ottenendo l’assurdo di risultato di avere il diritto di “piangere inutilmente”, perchè i propri bisogni non verranno ascoltati).

dire che il patriarcato è una “teoria” pone gli Mra alla stessa stregua degli omofobi antiabortisti che parlano di teoria del gender. E vorrei anche dire che se a raccontare le mistificazioni Mra è un gay non significa che si espongono concetti antisessisti di per sè. Ne abbiamo conosciuti di gay sessisti e misogini. Oh quanti ne abbiamo conosciuti. Esattamente come abbiamo conosciuto tante donne sessiste.

Oh qui è l’attacco a me. Che belli, gli attacchi ad personam, che onore quando personaggi illustri come Abbatto i Muri ti accusano di essere “un gay misogino” per aver criticato una teoria. Perchè, non lo sapete? Le donne non sono fatte di carne e ossa, è una diceria, sono fatte di teorie! Scorrono i globuli teorini nel loro sangue, e le loro cellule nervose sono dette teoroni. E’ per questo che quando attacchi una teoria attacchi le donne, e non un pensiero, eh! *sarcasmo*

Parlando seriamente, sarebbe misogino negare il Patriarcato se dicessimo che le donne non sono mai state svantaggiate in alcun periodo storico dalla società. Ma no, noi non neghiamo la misoginia, noi estendiamo il sistema includendo anche la misandria. Inclusione, non esclusione. E’ per questo che la Teoria alternativa a quella della Dominazione Maschile è la Teoria della Bi-oppressione, una teoria che include la precedente ed estende anche agli uomini vittime di sessismo.

Ma poi la stessa frase citata ci conferma che le donne siano partecipi allo stesso modo degli uomini del sistema dei ruoli di genere (e dunque il termine “patriarcato” smette di aver senso). Infatti, se con patriarcato indichiamo l’atto di taluni uomini nell’opprimere le donne e lo allarghiamo con le varie scuse che le femministe affermano per indicarne l’origine anche di problemi maschili, diventa l’atto di tutti nell’opprimere tutti. Ad esempio, se aggiungiamo che “il patriarcato fa male anche agli uomini”, gli uomini possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che danno sostegno al patriarcato, le donne possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che hanno “interiorizzato il sessismo”, le donne possono opprimere le donne.
Come detto prima, si passa da una visione in cui “gli uomini opprimono le donne” a una in cui “la gente opprime altra gente”. Quindi, come accennato in precedenza, il termine patriarcato smette di aver senso.

Infine, l’accostamento tra Teoria della Dominazione Maschile e Teoria del Gender oltre che assolutamente fuori luogo, sembra essere un caso classico di fallacia di “avvelenamento del pozzo”. Cito da Wikipedia:

Per “avvelenamento del pozzo” si intende un tipo di fallacia argomentativa per cui ciò che sarà sostenuto dall’avversario viene pubblicamente delegittimato in anticipo insinuando un sospetto circa la sua buona fede o sulla sua credibilità. Ogni cosa che dirà l’interlocutore sarà quindi ignorata, considerata irrilevante o del tutto falsa, da parte degli astanti.
[…] L’avvelenamento del pozzo può assumere la forma di argomento implicito o esplicito. Questo argomento ha la seguente forma:

  1. Un’informazione sfavorevole (sia essa vera o falsa, rilevante o irrilevante) contro “A” (il bersaglio) è presentata da un altro (esempio: “Prima che ascoltiate il mio avversario, vorrei ricordarvi che lui è stato in prigione”).
  2. Conclusione implicita: “Pertanto, ogni richiesta fatta da “A” non può essere fatta valere”.

Una variante di questa forma consiste nell’applicazione di un attributo negativo a eventuali futuri avversari, nel tentativo di scoraggiare il dibattito (per esempio: “Questa è la mia posizione sul finanziamento del sistema della pubblica istruzione e chiunque sia in disaccordo con me odia i bambini”). Dunque, la persona che si farà avanti per contestare la posizione di colui che ha applicato preventivamente questo attributo negativo rischierà di vedere attribuita a se stesso l’etichetta sfavorevole.

Questo argomento può presentarsi anche in un’altra forma:

  1. Vengono presentate definizioni sfavorevoli (vere o false) che impediscono il disaccordo (o fanno valere la posizione affermativa).
  2. Eventuali contestazioni che preventivamente non accettino le definizioni di cui sopra vengono automaticamente respinte.

E con questo è tutto. Grazie per l’attenzione,

il vostro amato [A.]

Lessico delle femministe e degli anti-MRA

privilegio

(Preso dalla pagina facebook “Equal Rights Advocate”)

 

Recentemente il blog femminista “Abbatto i Muri”, ha pubblicato un articolo in cui ha attaccato la nostra pagina (ci ha esplicitamente nominati: “[gli MRA] per lo più si nascondono dietro etichette mal interpretate tipo “antisessismo”, “diritti maschili”, assumendo come proprie, per esempio, le rivendicazioni di uomini che vivono situazioni di disagio familiare e affettivo”).
Tale articolo, “Lessico di maschilisti, antifemministi, mra (come riconoscerli)“, già dal titolo cerca di assimilare gli Attivisti per i Diritti degli Uomini (MRA, Men’s Rights Activists) ai misogini, in virtù del comune nemico, il Femminismo.

Ma perché gli MRA attaccano il Femminismo? Per il suo agire a favore delle donne? Assolutamente no, difatti il MRM (Movimento per i Diritti degli Uomini) supporta l’Attivismo WRA, ovvero l’Attivismo per i Diritti delle Donne (Women’s Rights Activism) ma non appoggia il Femminismo.
Cosa distingue dunque una Femminista da una WRA?
La “Teoria della Dominazione Maschile”.
La Teoria della Dominazione Maschile è l’idea che gli uomini abbiano, nel corso della storia, oppresso e sottomesso le donne.
Tale teoria a sua volta è scomponibile in 3 sotto-teorie:
– Teoria del Privilegio Maschile;
– Teoria della Violenza di Genere o della Dominazione Violenta;
– Teoria del Patriarcato.

La Teoria del Privilegio Maschile afferma che gli uomini non subiscano discriminazioni, o se le subiscono siano semplicemente un “fuoco di ritorno” dei loro privilegi o peggio ancora siano “misoginia benevola”: gli uomini sarebbero, secondo questa teoria e secondo le femministe, le quali la appoggiano, discriminati solo quando si comportano in maniera considerata “femminile” dalla società. Esisterebbe dunque non un odio contro gli uomini ma un odio contro la femminilità e quindi le donne, anche quando espresso dagli uomini.
Gli MRA e le WRA rispondono a questa teoria mostrando in primis la realtà delle problematiche maschili, in secondo luogo dimostrando la loro esistenza già dagli albori della società, parlando dunque di Bisessismo al posto di Privilegio di un sesso o dell’altro, e infine spiegando che ogni sesso è oppresso quando non segue le regole dettate dai ruoli di genere imposte a tale sesso. Perciò gli uomini sono sì oppressi principalmente quando si comportano in maniera “femminile”, ma anche le donne sono oppresse principalmente quando si comportano in maniera “maschile”. Dunque o quest’ultimo caso è la prova che la società odia il maschile e quindi gli uomini, o non ha senso asserire che la società odi il femminile e le donne. La società, in sintesi, secondo MRA e WRA, odia tutti gli uomini e le donne che fuoriescono dai propri rispettivi ruoli di genere.

La Teoria della Violenza di Genere o della Dominazione Violenta asserisce che gli uomini siano stati facilitati nel loro intento di opprimere le donne dalla loro maggiore indole violenta.
Gli MRA e le WRA al contrario mettono in dubbio l’esistenza di una simile indole violenta tipicamente maschile, ritenendo che nè influenze biologiche nè influenze socio-ambientali siano abbastanza forti da causarla. MRA e WRA dunque ritengono che uomini e donne:
– abbiano la stessa propensione a uccidere e a infliggere violenza fisica;
– abbiano la stessa propensione a stuprare (nel caso femminile si intende il “forzare a penetrare”) e a commettere violenza sessuale;
– abbiano la stessa propensione ad uccidere o a commettere violenza fisica o sessuale sul partner (violenza domestica);
– infliggano violenza della stessa gravità (le persone meno forti fisicamente impiegherebbero difatti maggiormente oggetti per sopperire alla minore potenza corporea).
Gli MRA e le WRA ritengono che la maggiore presenza di uomini tra gli incarcerati per crimini violenti sia spiegabile dal sessismo giuridico, ovvero la maggiore possibilità che, a parità di reato e circostanze, un uomo venga arrestato, incarcerato se colpevole e che abbia una pena più lunga o severa; dalla maggiore clemenza che si dimostra verso le autrici di crimini violenti di sesso femminile (viste come più deboli e quindi più innocenti) e dall’under-reporting delle vittime maschili di violenza femminile.

La Teoria del Patriarcato, infine, attribuisce la colpa delle discriminazioni di genere ai soli uomini, in quanto maggioranza dei governatori e dei regnanti durante tutta la storia umana.
Gli MRA e i WRA al contrario, asseriscono che il sesso dei regnanti sia poco rappresentativo del pensiero che li domina e che domina la società tutta: tale pensiero deriverebbe invece da un substrato culturale condiviso tra uomini e donne, che ambedue sostengono e alimentano.
Mentre gli uomini sostengono indubbiamente tale substrato culturale mediante l’autorità, le donne contribuirebbero ad esso grazie al potere per procura o “by proxy”.
L’accezione antropologica di Patriarcato fa infatti riferimento all’autorità politica, ma c’è differenza tra autorità e potere. Riprendendo un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo uno (l’uomo) autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.
Per gli MRA e le WRA, dunque, non esisteva un Patriarcato nell’imposizione dei ruoli di genere, ma un contributo maschile dovuto all’autorità e un contributo femminile dovuto al potere per procura: basti pensare che se l’educazione dei figli era affidata alle madri, proprio una donna era la prima a contribuire al passaggio generazionale delle idee sui ruoli di genere. Dunque attribuire la responsabilità del sistema dei ruoli di genere ad un solo sesso appare riduttivo.

Come vediamo, dunque, gli MRA e le WRA sostituiscono la Teoria della Dominazione Maschile con la “Teoria della Bi-oppressione”, e quindi rispettivamente:
– La Teoria del Privilegio Maschile con la “Teoria del Bisessismo”;
– La Teoria della Dominazione Violenta o Violenza di Genere con la “Teoria della Simmetria di Genere”;
– La Teoria del Patriarcato con la “Teoria dell’Autorità Maschile e del Potere Femminile”.

Perciò attribuire l’astio degli MRA verso il Femminismo alla misoginia è fuori luogo: gli MRA appoggiano l’azione per i diritti femminili quando agisce al di fuori della Teoria della Dominazione Maschile, ovvero quando tale azione è WRA, Attivismo per i Diritti delle Donne.

Una volta chiarite le basi, andiamo ad analizzare il contenuto dell’articolo per smontarne le accuse:

“[Gli MRA fanno] mansplaining spiegando a noi come deve essere la “vera donna”.”

Assolutamente falso, non abbiamo mai parlato di “vera donna”, così come rifiutiamo il concetto di “vero uomo”. Una vera donna o un vero uomo lo si diventa eseguendo le proprie funzioni fisiologiche di base, non mediante l’aderenza a stupidi stereotipi di genere.

“[Gli MRA] sostengono che il femminismo sia una forma di estremismo tale e quale al maschilismo. falso. il femminismo lotta per la liberazione di tutt*. il maschilismo lotta per ottenere l’egemonia su tutt*.”

In realtà il femminismo riduce il sessismo contro i maschi a un “fuoco di ritorno del maschilismo contro gli uomini”. In sintesi dice che anche quando gli svantaggiati sono gli uomini, le vere vittime sarebbero le donne, e se le donne sono le vere vittime, “perchè agire per gli uomini? Si risolverà tutto automaticamente agendo solo per le donne”. Come vediamo, è un semplice stratagemma per evitare di agire per migliorare la condizione maschile.

“sessismo=negazione dei diritti maschili. ma i diritti maschili di cui parlano quali sarebbero?”

Se le femministe agissero davvero per i diritti degli uomini, non farebbero domande su quali siano tali diritti che al momento mancano.
Ma rispondiamo nel merito: le questioni maschili sono innumerevoli, e le abbiamo già elencate altrove sul nostro sito (basta consultarlo), ma le principali sono sicuramente:
– assenza di un collocamento condiviso dei figli dopo la separazione;
– mancanza di servizi antiviolenza per gli uomini;
– liste di leva esclusivamente maschili;
– maggioranza maschile di morti sul lavoro;
– maggioranza maschile di suicidi;
– maggioranza maschile di senzatetto;
– maggioranza maschile di dropout scolastico;
– assenza di sforzi mirati a ridurre il gap di genere nell’aspettativa di vita;
– pressione sociale a mantenere economicamente la partner;
– assenza di considerazione (e in alcuni Paesi addirittura di leggi) per le vittime maschili di stupro, soprattutto ad opera di donne;
– pene più aspre e maggiore probabilità di arresto e incarcerazione per gli uomini a parità di reato e circostanze;
– assenza di una rinuncia di paternità per gli uomini che non vogliono diventare padri, analoga alla rinuncia di maternità già esistente;
– assenza di un’obbligatorietà di avviso per gli uomini che possa permettere loro di diventare genitori unici del bambino quando la madre lo dà in adozione al parto;
– assenza di un congedo di paternità con un numero di giorni pari a quello di maternità;
– discrepanza nell’età di pensionamento;
– assenza di anonimato per gli accusati di crimini violenti prima della condanna definitiva (che si collega al fenomeno delle false accuse);
– male-bashing;
– virgin-shaming e pig-shaming contro gli uomini;
– mantenimento alle stupratrici da parte delle vittime maschili di violenza sessuale in Paesi Occidentali come gli USA;
– vittime maschili di tratta;
– discriminazioni positive;
– frode di paternità;
– invisibilizzazione delle problematiche maschili;
solo per dirne alcuni.

“insistono col produrre idiozie tipo “se vai in giro con un orologio d’oro non devi lamentarti se te lo rubano”. tale metro di paragone viene sostenuto per colpevolizzare la vittima di stupro.”

Non abbiamo mai detto simili assurdità. È evidente che si tratti di uno straw man.
Cito da Wikipedia per chi non lo conoscesse: “L’argomento fantoccio (dall’inglese straw man argument o straw man fallacy) è una fallacia logica che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta.”

“ogni volta che si parla di femminicidio arriva lo stuolo di presunti antisessisti a raccontare che bisogna considerare i suicidi e i morti sul lavoro.”

Perché mai dovremmo parlare di suicidi o morti sul lavoro quando si discute di violenza domestica? Noi accogliamo la necessità di discutere della violenza domestica, evitiamo solo che ciò avvenga da una sola parte, ovvero escludendo le vittime maschili di omicidio del partner intimo.

“se un uomo cade da una impalcatura non in sicurezza, si può dire che cade giù perchè quello è un lavoro che prevalentemente viene affidato a uomini, ma la causa sta nella assenza di sicurezza”

No, la causa dei morti sul lavoro è nella mancanza di sicurezza.
La causa della MAGGIORANZA MASCHILE nei morti sul lavoro è negli stereotipi di genere.
Ancora una volta una questione maschile minimizzata o negata dalle femministe: ma non avevano detto che agivano per liberare tutt*?

Relativamente ai suicidi, viene detto:
“una donna che viene picchiata dal marito perennemente e si suicida probabilmente lo fa perchè si sente una nullità, l’autostima è sprofondata di un chilometro e dunque si suicida perchè vittima di violenza. eppure queste non si considerano vittime di femminicidio.”

In realtà vi sono stati degli studi sui suicidi causati da violenza domestica, e danno risultati contrastanti con l’ideologia femminista. Infatti una ricerca del 2010 afferma che:
Quando i suicidi legati alla violenza domestica sono combinati con gli omicidi di violenza domestica, il numero totale di decessi legati alla violenza domestica è più elevato per i maschi che per le femmine.
[Richard Davis, (2010) “Domestic violence-related deaths”, Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, Vol. 2 Iss: 2, pp.44 – 52.]

“un uomo che si suicida perchè ci si aspetta da lui che faccia l’uomo, con tutto quello che il ruolo imposto prevede per l’esercizio della funzione maschile, è una vittima per questioni legate al sessismo. se si suicida perchè affetto da depressione o per problemi economici, come molte altre persone fanno, la causa di tutto ciò va ricercata nei motivi che lo hanno ridotto in quello stato. economia malata, mancanza di lavoro, debiti, welfare inesistente, non possono definirsi, in tutti i casi, una questione di genere.”

Nuovamente, l’economia spiega perché esistono i suicidi economici, ma non spiega perché i suicidi economici siano A MAGGIORANZA MASCHILE.
Infatti, se vediamo che nel ruolo di genere maschile vi è l’obbligo a mantenere la partner, ci rendiamo conto che il fatto che il 95% (sì, il 95%: http://www.eures.it/upload/doc_1305878239.pdf ) dei suicidi per motivi economici sia maschile deriva proprio dalla misandria, ovvero dall’obbligo che la società ha imposto agli uomini di provvedere economicamente alla propria moglie o compagna e alla prole.
Questa non è forse una questione di genere? Assolutamente sì.

“nuova frontiera dell’antiabortismo o della sovradeterminazione sui corpi delle donne è l’idea che lui debba decidere su quel che una donna deve fare in caso decida di abortire o non ha voglia di farlo. ti dicono che sei sessista se pensi che la donna debba avere il sacrosanto diritto di scegliere perchè il corpo e suo e lo gestisce lei.”

Nuovamente argomento fantoccio: non abbiamo mai detto che gli uomini debbano decidere sull’aborto, ma gli uomini devono poter decidere di ESSERE O NON ESSERE PADRI. Paradossalmente, l’argomento femminista per cui ciò viene negato, il classico “potevi tenertelo nei pantaloni”, è analogo all’argomento antiabortista del “potevi tenere le gambe chiuse”.
Inoltre gli MRA chiedono che gli uomini possano decidere sul futuro del bambino QUANDO È NATO, ovvero al momento del parto, non prima.
Quando dunque la donna vuole darlo in adozione a terzi, non quando vuole subire una interruzione di gravidanza.
È evidente che vi sia una differenza sostanziale tra l’esigere che si chieda al padre se vuole essere genitore unico del bambino prima di darlo in mano ad estranei e il chiedere che l’uomo possa avere potere decisionale sull’intenzione della donna di interrompere la gravidanza.

“pensano che gli uomini siano stuprati tanto quanto le donne. possibile che subiscano stupri, in numero inferiore rispetto alle donne, e soprattutto per mano di altri uomini, ma non per questo assolvo donne che usano i corpi maschili solo perché pensano di poterlo fare.”

Questa è l’obiezione più assurda: si accusa un dato perché politicamente scorretto. Si scrive che saranno sicuramente più uomini a stuprare uomini senza minimamente uno straccio di prova, solo perché “suona meglio”. Questa è post-verità, questo è il mettere l’ideologia prima dei dati.
Questo è porre la propria narrativa prima della logica, i propri sentimenti prima dell’obiettività.

“ritengono che le donne usino il femminismo per risalire la scala sociale impoverendo gli uomini.”

Sbagliato: la critica al femminismo non è una critica alle donne, è la critica ad una narrativa. La nostra critica al femminismo dunque è aspra indipendentemente da chi sia il o la femminista in questione.
Anti-femminismo =/= anti-donna. Non attacchiamo un genere, nessuno attacca un genere, si attacca una narrativa, la Teoria della Dominazione Maschile, di cui il femminismo è l’esempio più lampante.
Gli antifemministi non dicono che sia tutto colpa delle donne, gli antifemministi dicono che i ruoli di genere, le discriminazioni contro uomini e donne, siano CULTURALI, ovvero sostenute sia da uomini che da donne, con EGUAL partecipazione. Non stiamo quindi rovesciando il “dare la colpa ai soli uomini” delle femministe con un “dare la colpa alle sole donne”. Stiamo dando la colpa a ENTRAMBI.

“per loro non esiste il privilegio maschile – ovvero quello che ti porti addosso perchè culturalmente trovi un contesto che ti mette un gradino più su nella scala di oppressione, rispetto ad una donna, un gay”

Vorrei sottolineare una cosa: da uomo gay che scrivo questo articolo, sono un patriarca cattivo e privilegiato o una povera vittima? Ma soprattutto dire che esista un privilegio degli uomini ed escludere noi uomini omosessuali, non sembra un filino omofobo? È evidente l’intento di dire che “non siamo veri uomini”, e allora che siamo? E dire che non siamo “veri uomini”, a me pare assolutamente discriminatorio. Svolgo le mie funzioni fisiologiche come ogni altro uomo, in che modo sarei “meno vero”?
Ma soprattutto è evidente l’intento di far sembrare gli MRA tutti etero, bianchi, cisgender, ecc. quando la realtà è completamente diversa, e noi per primi di Antisessismo annoveriamo tra le nostre fila admin e utenti di tutti i sessi e gli orientamenti, gay, bisessuali ed etero indifferentemente.

“tu maschio non fai rivendicazioni al posto mio, non mi dici come dovrei fare la femminista”

Ma paradossalmente invece tu femminista (donna o uomo indifferentemente), dici a me uomo come dovrei fare l’MRA, ovvero aderendo alla Teoria della Dominazione Maschile.
Chiariamo questo punto: gli MRA ce l’hanno con il Femminismo non per le questioni femminili (per questo supportano il WRA), ma perché il Femminismo impone la narrativa che le donne o la femminilità (modo implicito per far tornare nel discorso le donne) siano le uniche vittime del sistema di genere. Il Femminismo dunque sfora il campo che è suo lecito (quello delle questioni femminili) per INVADERE UNO CHE NON GLI APPARTIENE: quello delle questioni maschili. Facendo negazionismo, minimizzando, distorcendo i dati. Il tutto per far sembrare le donne NON VITTIME, ma le UNICHE vittime.

Il resto dell’articolo è una serie di argomenti fantoccio così mal costruita che non perdo tempo oltre a smontare un discorso che ogni persona dotata di ingegno capisce da sé non avere nè capo nè coda.

[A.]

Quando cambieremo le leggi sessiste sull’infanticidio?

nearly ten years(In Nuova Zelanda non ti riprendi dal parto dopo quasi 10 anni, e per questo puoi ammazzare tuo figlio e scontare solo 3 anni in prigione, se ci andrai. – Immagine di Mankind Equality Network)

 

Cito da [Susan Hatters Friedman, Phillip J. Resnick. Child murder by mothers: patterns and prevention. World Psychiatry. 2007 Oct; 6(3): 137–141.]:

“Le leggi sull’infanticidio spesso riducono la pena per le madri che uccidono i loro bambini fino a un anno di età, in base al principio che una donna che commette infanticidio lo fa perché “l’equilibrio della sua mente è disturbato a causa del suo non essersi pienamente recuperata dall’effetto di dare alla luce il bambino” (41). Il British Infanticide Act del 1922 (emendato nel 1938) permette alle madri di essere accusate di omicidio colposo e non di omicidio volontario se soffrono di un disturbo mentale. La legge è stata originariamente basata sul concetto obsoleto di follia dell’allattamento [lactational insanity, n.d.t.], ma il desiderio del pubblico di giustificare le donne sulla base della simpatia ha causato una riluttanza a modificare la legge dopo che la teoria della follia dell’allattamento è stata screditata. Le donne colpevoli di infanticidio spesso ricevono libertà vigilata e rinvio verso trattamenti per la salute mentale, piuttosto che il carcere (41).

Approssimativamente due dozzine di paesi hanno attualmente leggi sull’infanticidio (Australia, Austria, Brasile, Canada, Colombia, Finlandia, Germania, Grecia, Hong Kong, India, Italia [sì, il nostro Paese, n.d.t.], Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Norvegia, Filippine, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito (12,19,21,41,63)). La maggioranza delle nazioni che hanno leggi sull’infanticidio ha seguito il precedente britannico e ha diminuito la pena per le madri che uccidono figli sotto un anno di età. Tuttavia, la definizione legale di infanticidio varia tra i Paesi. L’uccisione di bambini fino a dieci anni è inclusa in Nuova Zelanda (21).

In pratica, però, le donne condannate per infanticidio in Inghilterra molte volte non hanno una significativa malattia mentale come tecnicamente richiesto dalla legge (64). Gli oppositori della leggi sull’infanticidio sottolineano che ai padri viene concessa molto meno clemenza. Un padre che è altrettanto psicoticamente depresso come una madre, che uccide il suo bambino di 10 mesi in una credenza psicotica altruistica con un associato tentativo di suicidio, non dovrebbe essere trattato in modo diverso rispetto ad una madre che si trova in una situazione simile. Alcune femministe criticano le leggi sull’infanticidio per star “patologizzando il parto”. Ritengono che creando tale eccezione si nega loro la stessa capacità di auto-governo attribuito agli uomini (65). Inoltre, è illogico che una madre che in preda alla psicosi post-partum abbia ucciso il suo neonato e il suo figlio di due anni debba essere accusata di infanticidio/omicidio colposo per l’omicidio del neonato e di omicidio volontario per l’omicidio del figlio di due anni. Se gli Stati Uniti avessero avuto una legge dell’infanticidio, Andrea Yates non si sarebbe qualificata, perché oltre al suo infante uccise i suoi quattro bambini più grandi. Una madre psicotica acuta che ha ucciso il suo bambino di 13 mesi non si qualificherebbe per la legge sull’infanticidio in Inghilterra, mentre una madre che ha martoriato il suo bambino di 11 mesi potrebbe farlo.

Tutta questa orrenda situazione parte dall’idea che il figlio sia di proprietà della madre.
Oltre a un cambiamento legislativo, quindi, è necessaria una svolta nella mentalità della società, in modo che il primo tipo di cambiamento venga applicato e non venga annullato non appena raggiunto. E’ tempo per la società di smettere di dire “donne e bambini” come se questi ultimi fossero di proprietà della madre, perchè i padri amano i loro bambini quanto le madri.

men children(Nuovamente, immagine di Mankind Equality Network).

Lei mente sul prendere la pillola o ti stupra? Negli USA paghi lo stesso

male-rape

(Adattato da [Laura W. Morgan. It’s Ten O’Clock: Do You Know Where Your Sperm Are? Toward a Strict Liability Theory of Parentage. Divorce Litigation 11, no. 1 (1999).]
Traduzione ad opera di Medusa Zia)

I. INTRODUZIONE: LA STORIA

Peter Wallis e Kellie Smith lavoravano assieme a Albuquerque, nel New Mexico, nell’ospedale locale. Dopo che la Signora Smith e il Signor Wallis iniziarono a convivere, la Signora Smith scoprì di essere incinta. Il Signor Wallis le chiese di sposarlo ma la signorina Smith rifiutò perchè credeva che il Signor Wallis non l’amasse. Il Signor Wallis allora sfrattò la Signorina Smith dall’appartamento e lei andò a vivere dai suoi genitori.

Dopo la nascita del bambino, il Signor Wallis fece causa alla Signorina Smith per inadempimento (per non aver assunto la pillola anticoncezionale quando aveva promesso di prevenire gravidanze), frode (perchè supponeva che avesse mentito a proposito del prendere la pillola, visto che la Signorina  Smith dichiara che la gravidanza fu accidentale) e appropriazione indebita per aver “intenzionalmente acquisito e usato impropriamente il di lui materiale genetico, ovvero il suo sperma, allo scopo di restare incinta senza il di lui consenso”. Il Signor Wallis dichiarò che benchè la Signorina Smith non gli avesse fatto causa per il mantenimento del bambino (gli fece causa solo per il riconoscimento), lui era comunque danneggiato perchè era diventato padre senza il suo consenso e aveva visto nascere sua figlia in una famiglia divisa, una situazione che “gli spezzava il cuore”, stando ad un’intervista da lui rilasciata. La Signorina Smith dichiarò che lo sperma doveva essere considerato un dono perchè il Signor Wallis “rinunciò ad ogni diritto di possesso del suo seme quando lo trasferì volontariamente durante il rapporto sessuale”.

Questa storia attirò parecchia attenzione. Infatti, fu fatta circolare dalle agenzie di stampa e pubblicata dai principali quotidiani venduti negli Stati Uniti e in Canada, facendo torcere le mani, battere il petto e strappare i vestiti a opinionisti e commentatori. La Sociologa Barbara Katz Rothman, citata in un articolo di Barbara Vobejda per l’agenzia di stampa del Washington Post e pubblicata in dozzine di giornali il 23 Novembre 1998, disse che la causa intentata dal Signor Wallis è sintomatica di una cultura che tratta lo sperma come una merce che può essere stoccata, donata o venduta. Altri, in vari editoriali, opinarono che la storia è sintomatica di una cultura che condona il sesso fuori dal matrimonio e vede come normale la decisione di una donna di avere figli al di fuori del vincolo matrimoniale; la causa civile dell’uomo era il solo mezzo per impedire alle donne di avere figli fuori dal matrimonio. Su Slate (la rivista on line), Scott Shuger scrisse “La promessa di una donna di incaricarsi della contraccezione senza che lei lo faccia effettivamente resta la sola forma di frode monetaria… che non solo non viene punita ma viene, in effetti, premiata”. Su Newsday, Sheryl McCarthy scrisse che se Wallis dicesse il vero, avrebbe diritto ad una riduzione del mantenimento al bambino: “Un patto … è un patto,” disse. Sull’altro fronte, Katha Pollitt, nell’articolo del 28 Dicembre su The Nation, scrisse “Se si tratta di frode, allora la promessa non mantenuta di un uomo di ‘infilarlo solo per un minuto’ va considerata aggressione?… Quanto lontano potrebbe andare una donna in tribunale se accusata di aver rubato un utero e condannata a versare un risarcimento [per una gravidanza indesiderata]?”

A dispetto dei tanti articoli scritti, la “storia” non è affatto una storia. Non è una novità a livello legale. Ma comunque fornisce un buon punto di partenza per una discussione sulla responsabilità dei padri nel mantenimento dei figli quando non hanno intenzione di essere padri.

 II. “SI, HO MENTITO. ORA PAGA GLI ALIMENTI”.

La storia di Peter Wallis e Kellie Smith è solo l’ultima di una lunga serie di casi nei quali il padre di un bambino ha dichiarato di non essere responsabile del mantenimento del figlio e/o di avere diritto ad un risarcimento perchè la madre ha mentito sulla sua fertilità o sulla contraccezione. Ad ogni modo, la fallacia di una donna circa la contraccezione o la possibilità di avere bambini non ha mai protetto il padre dalla responsabilità del mantenimento.

A. Il diritto alla privacy nel quattordicesimo emendamento

In alcuni di questi casi, l’uomo ha dichiarato che la fallacia fraudolenta della donna riguardo alla contraccezione e/o alla di lei fertilità violava il suo diritto alla privacy e alla scelta procreativa garantiti dal quattordicesimo emendamento della costituzione americana, come enunciato in Griswold contro Connecticut, 381 U.S. 479 (1965) (sul garantire il diritto di privacy nell’organizzazione della famiglia) e Planned Parenthood contro Casey, 505 U.S. 833 (1992) (la Costituzione mette dei limiti al diritto di uno stato a interferire con le decisioni fondamentali di una persona sulla famiglia e sulla genitorialità). Di conseguenza, l’uomo ha affermato, non dovrebbe pagare il mantenimento per un bambino che non ha deciso di mettere al mondo.

Le corti hanno convenuto che gli stessi diritti garantiti in Griswold contro Connecticut e la sua discendenza impedivano alla corte di interferire nelle conversazioni private e negli accordi sulla contraccezione tra le parti e/o di forzarle. In uno dei primi casi che discussero l’argomento, Stephen K. contro Roni L., 105 Cal. App. 3d 640, 164 Cal. Rptr. 2D 618 (1980), la corte sostenne che l’argomentazione del padre, che sosteneva di non dover pagare il mantenimento perchè la partner mentì sulla contraccezione non era nulla di più che la richiesta della supervisione della corte delle promesse scambiate tra le parti, in camera da letto, riguardo la loro condotta sessuale privata. La corte opinò, inoltre, che dal momento che nessun metodo contraccettivo è sicuro al 100%, se l’uomo avesse desiderato che la sua condotta non risultasse in una gravidanza, avrebbe dovuto prendere precauzioni, indipendentemente da ciò che gli era stato fatto credere. In sostanza, il diritto alla privacy garantito dalla Costituzione include il diritto di un individuo di essere libero da ingiustificata interferenza del governo su materie fondamentali come la decisione di concepire o partorire un bambino, ma non si estende al diritto di rifiutare il mantenimento di un’eventuale figlio.

La rivendicazione di Stephen si esprime nel linguaggio dell’illecito di inganno. A dispetto del linguaggio legale, non è altro che chiedere alla corte di supervisionare le promesse scambiate tra due adulti consenzienti riguardo alle circostanze della loro condotta sessuale e privata. Farlo incoraggerebbe l’illecita intrusione governativa nelle materie che riguardano in diritto alla privacy dell’individuo.

105 Cal. App. 3d at 644-645, 164 Cal. Rptr. at 620.

In conclusione, benchè Roni possa aver mentito e tradito la fiducia che Stephen aveva riposto in lei, le circostanze e la natura altamente intima del rapporto nel quale la falsa rappresentazione dei fatti è avvenuta, sono tali che la corte non dovrebbe definire uno standard di condotta.

105 Cal. App. 3d at 643, 164 Cal. Rptr. at 620. Accord Beard contro Skipper, 182 Mich. App. 352, 451 N.W.2d 614 (1990); L. Pamela P. contro Frank S., 59 N.Y.2d 1, 462 N.Y.S.2d 819 (1983); M. contro G., 114 Misc. 2d 282, 451 N.Y.S.2d 607 (1982); Sorrel contro Henson, No. 02A01-9609-JV-00212 (Tenn. Ct. App. 12/19/98) (1998.TN.42268); Linda D. contro Fritz C., 38 Wash. App. 288, 687 P.2d 223 (1984).

B. Il Quattordicesimo emendamento e la pari tutela.

In aggiunta alle preoccupazione costituzionali espresse da queste corti, in base alle quali il riconoscimento di un illecito o il rifiuto del mantenimento di un figlio in base alla mancata contraccezione porterebbe la corte in un ambito di relazioni intime nel quale non dovrebbe entrare, due di queste corti dichiararono che permettere ad un padre di rinnegare le sue responsabilità per un figlio nato fuori del matrimonio come risultato del fatto che la madre avesse mentito sulla di lei fertilità o sul contraccettivo usato creerebbe una categoria nuova e inferiore di bambini basata sulle circostanze del loro concepimento. M. contro G., 114 Misc. 2d 282, 451 N.Y.S.2d 607 (1982); Linda D. contro Fritz C., 38 Wash. App. 288, 687 P.2d 223 (1984). Vedasi anche Il Popolo nell’interesse di B. 651 P.2d 1213 (Colo. 1982) (basato su Planned Parenthood of Central Missouri contro Danforth, 428 U.S. 52 (1976), che dichiara che un consorte obbligò l’altra ad abortire, la corte rigettò l’appello di un uomo al 14esimo emendamento poiché il suo diritto di non procreare fu violato dalla decisione della donna di non abortire); Harris contro State, 356 So. 2d 623 (Ala. 1978); L. contro C., 601 N.W.2d 475 (Tex. Ct. App. 1980); Dorsey contro English, 283 Md. 522, 390 A.2d 1133 (1978); Troppi contro Scarf, 31 Mich. App. 240, 187 N.W.2d 511 (1971); Hur contro Virginia Department of Social Services, 13 Va. App. 54, 409 S.E.2d 454 (1991).

C. La responsabilità civile in caso di illecito, se presente, è irrilevante per l’obbligo al mantenimento.

Nei casi discussi fin’ora, così come in altri, il padre ha dichiarato che i danni causati dall’illecito di frode e false dichiarazioni controbilancia il dovere di mantenimento. Le corti hanno universalmente dichiarato che le accuse di inganno fatte dal padre alla madre erano totalmente irrilevanti per la questione della paternità e del mantenimento. Lo statuto del mantenimento si basa sulla situazione finanziaria dei genitori e sui bisogni del bambino, non sugli accordi personali delle parti riguardo alla contraccezione. Erwin L.D. contro Myla Jean L., 41 Ark. App. 16, 847 S.W.2d 45 (1993); Beard contro Skipper, 182 Mich. App. 352, 451 N.W.2d 614 (1990); Faske contro Bonanno, 137 Mich. App. 202, 357 N.W.2d 860 (1984); Murphy contro Meyers, 560 N.W.2d 752 (Minn. Ct. App. 1997); Welzenbach contro Powers, 139 N.H. 688, 660 A.2d 1133 91995); Pamela P. contro Frank S., 59 N.Y.2d 1, 462 N.Y.S.2d 819 (1983); Weinberg contro Omar E., 106 A.D.2d 448, 482 N.Y.S.2d 540 (1984); Douglas R. contro Suzanne M., 127 Misc. 2d 745, 487 N.Y.S.2d 244 (1985); Smith contro Price, 74 N.C. App. 413, 328 S.E.2d 811 (1985); Yost contro Unanuae, 1986 Ohio Lexis CA-6928 (1986); Hughes contro Hutt, 500 Pa. 209, 455 A.2d 623 (1983); Linda D. contro Fritz C., 38 Wash. App. 288, 687 P.2d 223 (1984). Vedasi, in generale, l’annotazione di Anne M. Payne, di mantenimento da parte dei genitori quando alterata dalle false dichiarazioni fraudolente di altri genitori riguardo sterilità o uso di contraccettivi o il rifiuto di interrompere la gravidanza, 2 A.L.R.5th 337 (1992 & Supp. 1998); Nota, Frode tra partner sessuali riguardo l’uso di contraccettivi, 31 Ky. L.J. 593 (1983).

Mentre questi casi dimostrano che la responsabilità di un illecito, ove presente, non inficia il diritto al mantenimento del bambino, in alcuni casi si è arrivati a sostenere che l’illecito di frode per dichiarazione del falso per quanto riguarda l’uso di contraccettivi e/o la fertilità semplicemente non sussiste. Stephen K. contro Roni L., 105 Cal. App. 3d 640, 164 Cal. Rptr. 2d 618 (1980) (l’accusa, del padre verso la madre, di false dichiarazioni sull’uso di contraccettivi viene rigettata); Barbara A. contro John G., 145 Cal. App. 3d 369, 193 Cal. Rptr. 422 (1983) (L’accusa, della madre contro il padre, per i danni provocati dalla di lui dichiarazione di sterilità non viene ammessa sulla base della politica pubblica); C.A.M. contro  R.A.W., 237 N.J. Super. 532, 568 A.2d 556 (1990) (L’accusa di illecito, della madre contro il padre, per la di lui falsa dichiarazione di aver subito una vasectomia non viene ammessa sulla base della politica pubblica); Douglas R. contro Suzanne M., 127 Misc. 2d 745, 487 N.Y.S.2d 244 (1985) (L’accusa, di un uomo contro una donna, di aver averlo ingannato in merito all’uso di contraccettivi non viene ammessa sulla base della politica pubblica); Moorman contro Walker, 54 Wash. App. 461, 773 P.2d 887 (1989) (Al padre di un figlio illegittimo non viene permesso di accusare la madre di frode per parto illecito di bambino); Contra D. contro M., 113 Misc. 2d 940, 450 N.Y.S.2d 350 (1982) (Si accetta la teoria dell’accusa ma si si dichiara che la donna non ha dato prova dello stato emotivo richiesto nell’uomo per la frode). La stessa politica pubblica alla base del rifiuto delle cause per “vita illegittima” è alla base del rigetto dei danni per illecito per aver dato alla luce un figlio sano.

Il messaggio di questi casi è chiaro: se un uomo intende avere un rapporto sessuale con una donna e ne risulta un bambino, l’uomo è responsabile del suo mantenimento.

III. “SI, ERI SOTTO L’ETA’ DEL CONSENSO. ORA PAGA IL MANTENIMENTO.”

E se l’uomo che ha un rapporto sessuale è legalmente incapace di intendere e volere perchè sotto l’età del consenso? E’ ancora responsabile del mantenimento del figlio? Ancora una volta, la risposta è si.

In ogni caso arrivato in aula, la corte ha sostenuto che un uomo che era minorenne al momento del concepimento del bambino, sotto l’età del consenso, e per questo era legalmente vittima di stupro, è comunque responsabile del mantenimento del figlio. Il tipico ragionamento in questi casi è quello di San Luis Obispo contro Nathaniel J., 50 Cal. App. 4th 842, 57 Cal. Rptr. 2D 843 (1996). In quel caso, la corte sentenziò:

Se si viene feriti a seguito di un atto criminale al quale si è partecipati volontariamente non si è vittime di un reato. Ciò non comporta necessariamente che lui sia vittima di un abuso sessuale.

La legge non dovrebbe esentare Nathaniel J. dalla sua responsabilità perchè non è una vittima innocente degli atti criminali di Jones. Avendo discusso la cosa, lui e Jones ebbero rapporti sessuali circa cinque volte nel giro di due settimane.

50 Cal. App. 4th at 845, 57 Cal. Rptr. 2d at 844. Allo stesso modo, in Lo stato in relazione a Hermesmann contro Seyer, 252 Kan. 646, 847 P.2d 1273, 1279 (1993), la corte concluse:

L’interesse di questo stato nel chiedere ai genitori minorenni di mantenere i loro figli supera l’interesse opposto dello stato nel proteggere i giovani da atti sconsiderati, anche quando questi atti possano includere attività criminali da parte dell’altro genitore…. Questo bambino, il solo innocente, ha diritto al mantenimento da entrambi i genitori, indipendentemente dalla loro età.

Accord Schierenbeck contro Minorenne, 367 P.2d 333 (Colo. 1961); Ufficio imposte in relazione a Bennett contro Miller, 688 So. 2d 1024 (Fla. 5th DCA 1997); Sulla paternità di J.S., 193 Ill. App. 3d 563, 550 N.E.2d 257 (1990); Rush contro Hatfield, 929 S.W.2d 200 (Ky. Ct. App. 1996); Commonwealth contro un minorenne, 387 Mass. 678, 442 N.E.2d 1155 (1982); Jevning contro Chicos, 499 N.W.2d 515 (Minn. 1993); Contea di Mercer contro Alf M., 155 Misc. 2d 703, 589 N.Y.S.2d 288 (Fam. Ct. 1992); Sulla paternità di J.L.H., 149 Wis. 2d 349, 441 N.W.2d 273 (1989). Cf. Division of Child Support Enforcement in relazione a Esther M. contro Mary L., No. 94-33812 (1994.DE.19031), (le madri dei bambini non dovevano pagare il mantenimento per bambini concepiti a seguito di uno stupro/incesto del fratello).

Il messaggio di questi casi è ugualmente chiaro. Se un uomo ha un rapporto sessuale con una donna e ne risulta un bambino, l’uomo è responsabile del suo mantenimento. Il rapporto sessuale in questi casi è “di fatto consensuale” e perciò intenzionale, anche se non consensuale nel senso criminale in quanto il bambino era sotto l’età del consenso.

 

IV. “AVEVI INTENZIONE DI METTERMI INCINTA CON IL TUO SPERMA. ORA PAGA IL MANTENIMENTO.”

Nei casi discussi finora, l’obbligo di pagare per il mantenimento del figlio è stato affermato in base ad un rapporto sessuale volontario. Un uomo è comunque responsabile del mantenimento del figlio anche se non ha un rapporto sessuale con una donna ma si limita a fornire sperma per l’inseminazione artificiale e si accorda con la donna sul fatto che non ci sarà responsabilità di mantenimento? Ancora una volta, la risposta è sì. In questi casi, le corti hanno sostenuto all’unanimità che al di fuori dei precisi requisiti dello statuto giurisdizionale che regola l’inseminazione artificiale, una madre non può rinunciare al mantenimento per il figlio e un padre non può rinunciare ai suoi diritti genitoriali: un contratto del genere è nullo e va contro la politica pubblica. (Per un’eccellente discussione sul perchè le due parti dovrebbero essere libere di stipulare tale contratto, vedere Nancy Polikoff, La deliberata costruzione di famiglie senza padri: è un’opizione per madri lesbiche ed eterosessuali?, 36 Santa Clara Law Review 375 (1996) ).

Per cominciare, due genitori non possono prendere accordi per un’inseminazione artificiale tramite rapporto sessuale, laddove uno dei genitori è completamente escluso dal mantenimento del figlio. In Estes contro Albers, 504 N.W.2d 607 (S.D. 1993), la madre desiderava un bambino, chiese al padre di metterla incinta ed entrambi convennero che il padre non avrebbe avuto responsabilità economiche verso il figlio. Il bambino fu concepito naturalmente e nacque nel 1986. Successivamente, il padre dichiarò che, in base all’accordo, il suo status non era diverso da quello di un donatore di sperma e che lui non era obbligato a pagare il mantenimento. La corte rigettò la sua istanza su due piedi, facendo notare che il bambino era stato concepito naturalmente. Di conseguenza, lo status di donatore di sperma dell’uomo era inconsistente con la regolamentazione dell’inseminazione artificiale.

Allo stesso modo, in Straub contro B.M.T. by Todd, 645 N.E.2d 597 (Ind. 1994), la madre prese “accordi pre-concepimento” nei quali il padre acconsentiva a inseminarla e la madre a non pretendere alcun mantenimento. Anche in questo caso, il padre dichiarava di non essere altro che un donatore di sperma e che la madre aveva concepito tramite “inseminazione artificiale tramite rapporto sessuale”. La corte rigettò l’istanza, sostenendo che l’inseminazione deve essere artificiale e che vanno soddisfatti tutti i requisiti previsti dal Uniform Status of Children of Assisted Conception Act, 9B U.L.A. (Supp. 1998).

Le corti hanno sostenuto questi principi e hanno inoltre sostenuto che anche quando l’inseminazione è davvero “artificiale”, ovvero il sistema di inserimento dello sperma è una siringa e non un pene, se le due parti non aderiscono ai requisiti dello statuto sull’inseminazione artificiale, il padre è comunque responsabile del mantenimento e può ottenere la patria potestà mentre la madre può richiedere il mantenimento. Questo è il caso di Jhordan contro Mary K., 179 Cal. App. 3d 386, 224 Cal. Rptr. 530 (1986). In questo caso, il padre fornì direttamente il seme alla madre, che lo utilizzò per inseminarsi. Madre e padre erano d’accordo sul fatto che lui non fosse responsabile del mantenimento del figlio. Il padre poì richiese la patria potestà. La corte sostenne che, dato che il bambino non era stato concepito secondo le regole del Uniform Parentage Act, a Jhordan fu data la patria potestà. Accord Thomas S. contro Robin Y., 209 A.D. 2d 298, 618 N.Y.S.2d 356 (1994); M. contro C., 152 N.J. Super. 160, 377 A.2d 821 (1977) (uomo che dona a una donna del seme per l’inseminazione artificiale è padre e svolge le stesse funzioni di un marito); C.O. contro W.S., 64 Ohio Misc. 2d 9, 639 N.E.2d 523 (1994) (lo statuto che elimina i diritti genitoriali del donatore anonimo di sperma non si applica ai casi in cui la madre ha richiesto lo sperma al donatore). Cf. McIntyre contro Crouch, 98 Or. App. 462, 780 P.2d 239, review den. 308 Or. 593, 764 P.2d 1100 (1989) (Lo statuto dell’Oregon, che sostiene che al donatore di seme utilizzato per l’inseminazione artificiale è impedito di rivendicare diritti genitoriali, non si limita ai donatori anonimi ma si può applicare in situazioni in cui il donatore conosce la ricevente.)

Ancora una volta, il messaggio di questi casi è chiaro: se un uomo ha intenzione di fare un figlio con il suo sperma e lui e la madre non si attengono allo statuto giurisdizionale sull’inseminazione artificiale, l’uomo è responsabile del mantenimento del figlio.

V. “SEI STATO STUPRATO? ERA IL TUO SPERMA. ORA PAGA IL MANTENIMENTO.”

I casi elencati hanno dimostrato che sia l’intento di avere un rapporto sessuale che l’intento di ingravidare una donna hanno come risultato la responsabilità del mantenimento del figlio. Può un uomo sottrarsi a questa responsabilità se non intende avere un rapporto sessuale ne fare un bambino? La risposta è no. Dal momento che un uomo è coinvolto in un atto intimo e sessuale, che risulti nella deposizione del suo sperma, con una donna che poi resta incinta, egli è responsabile del mantenimento del bambino.

In Stato della Louisiana contro Frisard, 694 So. 2d 1032 (La. Ct. App. 1997), la madre e il padre del bambino il cui mantenimento era richiesto si incontrarono in un ospedale mentre il padre era in visita di un parente malato. La madre era un’aiuto infermiera e aveva accesso ad una serie di strumenti medici. La madre si offrì di praticare sesso orale sul padre e, stando alle sue dichiarazioni, “come… ogni uomo avrebbe fatto, ho accettato [.]”  694 So. 2d at 1035. La madre gli fece indossare un profilattico, che poi rimosse, e, alla di lui insaputa, si inseminò con il suo sperma usando una siringa.

La corte della Louisiana, sottolineando che la probabilità della paternità era del 99.9994%, sostenne che la testimonianza del padre secondo la quale “lui ebbe un qualche contatto sessuale con la querelante nel periodo del presunto concepimento, benchè abbia negato di aver avuto un rapporto sessuale” fosse sufficiente a provare la paternità. 694 So. 2d at 1036. Questo fatto obbliga il padre a mantenere il figlio. 694 So. 2d at 1034. In sostanza, poiché il padre intraprese volontariamente un atto sessuale, risultante nella deposizione del suo sperma, con la madre, è responsabile del mantenimento del figlio.

Un altro caso che ha portato allo stesso risultato con aspetti che sono, francamente, bizzarri, è S.F. Contro Alabama per conto di T.M., 695 So. 2d 1186 (Ala. Civ. App. 1996). In quel caso, il padre testimoniò che si recò ad una festa a casa della madre. Aveva bevuto per diverse ore prima di arrivare, e si era, infatti, sentito male lungo il tragitto. A casa della madre, il padre continuò a bere e l’ultima cosa che ricordava era di essersi sentito nuovamente male e che suo fratello lo aveva messo a letto a casa della madre. Il mattino seguente, il padre si svegliò in quello stesso letto con addosso solo la camicia. Il padre non ricordava di aver fatto sesso con la madre, e non lo aveva fatto volontariamente o sapendo di farlo.

Il fratello del padre testimoniò raccontando gli stessi fatti. Un amico sia della madre che del padre testimoniò con gli stessi fatti, aggiungendo che circa due mesi dopo la festa, la madre disse di aver fatto sesso col padre mentre lui “era svenuto” e che ciò le aveva risparmiato un viaggio alla banca del seme. Un altro amico testimoniò raccontando che la madre aveva detto di aver fatto sesso col padre “e lui non ne era nemmeno conscio”. Era dunque avvenuto uno stupro.

Un medico attestò che è possibile che un uomo intossicato al punto di perdere conoscenza può comunque avere un’erezione ed eiaculare: non si tratta di azioni coscienti e volontarie.

Il padre controbattè che poiché lui non aveva fatto sesso con la madre volontariamente, non era responsabile del mantenimento del figlio. La corte rigettò la sua istanza, comparandola a quella di L. Pamela P. contro Frank S.: la condotta sbagliata della madre nel causare il concepimento non elimina l’obbligo al mantenimento da parte del padre. La corte, inoltre, paragonò le argomentazioni del padre a quelle dei casi di stupro, concludendo che lo stupro del padre non inficiava le fondamenta della responsabilità di mantenimento.

Il dissenso avrebbe comunque reso il padre responsabile del mantenimento ma avrebbe costituito una deviazione dalle linee guida per il probabile mantenimento perchè “la condotta sessuale della madre era riprovevole e può essere considerata reato. A causa della condotta inappropriata della madre, la corte avrebbe dovuto deviare dalle linee guida” 695 So. 2d at 1191.

La lezione che si impara dal caso Frisard è semplice: un uomo è pienamente responsabile del luogo dove il suo sperma finisce quando intraprende volontariamente un atto sessuale. La lezione che si apprende da S.F. contro T.M., invece, è preoccupante: un uomo è pienamente responsabile del luogo dove il suo sperma finisce anche quando partecipa involontariamente e non coscientemente ad un atto sessuale. Anzichè paragonare la situazione del padre con quella della madre in Division of Child Support Enforcement per conto di Esther M. contro Mary L., No. 94-33812 (1994.DE.19031), nel quale una madre fu sollevata dagli obblighi di mantenimento perchè stuprata, la corte impose il mantenimento basandosi sulla paternità. Ciò può essere definito solamente un a teoria della piena responsabilità dello sperma.

A cosa porta la piena responsabilità dello sperma? Considerate i seguenti fatti, attualmente discussi davanti a una corte del Kansas: due coppie vanno in camporella in una macchina, una coppia sui sedili anteriori e una sul sedile posteriore. Scoprono di avere, tra tutti, solo un profilattico. La coppia sul sedile posteriore intraprende un rapporto sessuale usando il profilattico e poi lo passa alla coppia sui sedili anteriori. Il signore dei sedili anteriori, non volendo diffondere malattie, rovescia il profilattico. La coppia dei sedili anteriori, a quel punto, inizia il rapporto. Un mese dopo, la signora dei sedili anteriori scopre di essere incinta. Dopo la nascita del bambino, il test del DNA rivela che il padre è il signore del sedile posteriore. Chiaramente, fu il signore dei sedili anteriori ad avere un rapporto sessuale con la madre del bambino. Ma è lo sperma del signore del sedile posteriore ad averla ingravidata. A chi tocca il mantenimento? La corte dovrebbe forse imporre una teoria “collettiva” della responsabilità? O ad essere pienamente responsabile è il signore del sedile posteriore perchè si tratta del suo sperma?

VI. CONCLUSIONI

In tutti questi casi, eccetto S.F. contro T.M., il padre si è lamentato del fatto che la decisione di riprodursi era solo nelle mani della madre, poichè, una volta avvenuto il concepimento, non poteva costringerla a non avere il bambino. L’obiezione, in questi casi, sarebbe che le donne non si sono assumono solo tutti i “diritti riproduttivi” ma anche i rischi del fallimento della contraccezione.

Per via della biologia, poiché la donna è quella che partorisce, secondo questa logica gli uomini dovrebbero esercitare i loro diritti di non avere un figlio prima delle donne, ovvero in camera da letto e non in clinica o in tribunale. Dalle parole di una corte,

Se è vero che dopo il concepimento una donna ha più controllo di un uomo sulla decisione di avere un figlio, e può rifiutarsi unilateralmente di abortire, questi fatti erano noti al padre al momento del concepimento. La scelta possibile per una donna le appartiene per il fatto che lei e non l’uomo deve portare in grembo il bambino e sostenere qualsiasi trauma, fisico e mentale, che può avvenire durante il parto o l’aborto. I diversi trattamenti riservati a uomini e donne … non sono dovuti alla (legge) ma alla natura.

Ince contro Bates, 558 P.2d 1253, 1254 (Or. App. 1977).

Come sostenuto, con parole diverse, in Stephen K. contro Roni L., 105 Cal. App. 3d 640,645, 164 Cal. Rptr. 618, 621 (1980):

Quanto alle affermazioni di Stephen, che sostiene di essere stato imbrogliato e costretto ad essere padre di un figlio che non voleva, non c’è alcuna buona ragione per la quale lui non potesse prendere precauzioni. Anche se Roni assumeva regolarmente la pillola, quel metodo, benchè considerato il più efficace, non è affidabile al 100%. Benchè minima, esiste la possibilità di concepimento.

D’altra parte, queste obiezioni non reggono: nemmeno il preservativo è sicuro al 100%, inoltre una donna può avere accesso ad aborto e a rinuncia della maternità al momento del parto e nei safe haven (siti in cui, negli USA, è possibile lasciare i bambini a privati designati dallo Stato in modo che i bimbi vengano affidati allo Stato).

Ma soprattutto: è possibile che anche l’inganno, lo stupro (solo quello maschile, considerata la differenza di trattamento tra il caso S.F. contro T.M. e quello Esther M. contro Mary L.) e la pedofilia sotto l’età del consenso non fermino l’obbligo di mantenimento? Se costringere una ragazza stuprata a portare avanti la gravidanza è crudele, non lo è forse dover pagare per almeno 18 anni il mantenimento alla propria stupratrice o alla persona che ti ha truffato per mantenere un bimbo nato dal tuo abuso?

Fasi del Sistema dei Ruoli di Genere secondo Warren Farrell

16002878_1225247567529704_909832810225364702_nWarren Farrell, nel suo libro “Il Mito del Potere Maschile”, distingue la storia del sistema dei ruoli di genere in due fasi:

Fase I:  Dominano le necessità base di sopravvivenza
In questo periodo nessuno aveva “il potere”. Per “potere” si intende un controllo sulla propria vita. Al contrario, tutti avevano un ruolo: lei doveva badare ai figli, lui doveva raccogliere il denaro sufficiente per mantenere figli e moglie.
Entrambi erano vittime del Bisessismo.

– Fase II: Superamento delle necessità base di sopravvivenza e raggiungimento di obiettivi di autorealizzazione
In questo periodo, il primo gruppo a essere liberato dalla preoccupazione per la sopravvivenza fu quello delle donne i cui mariti guadagnavano sufficiente denaro da permettere loro di porsi obiettivi di autorealizzazione.
In questo modo gli uomini, agendo conformemente al loro ruolo di genere (ovvero di coloro che mantengono e provvedono alle donne), hanno liberato le donne da gran parte dei ruoli a cui queste ultime erano obbligate, ma non hanno liberato loro stessi.
Nei casi in cui le limitazioni femminili sussistevano ancora, le donne venivano (o sarebbe meglio dire vengono, al presente, dato che siamo ancora in piena fase II) viste in virtù del loro ruolo di genere come vittime da proteggere (e gli uomini confermavano tale ruolo in virtù del ruolo di genere imposto loro di protettori). Questo ha fatto sì che fosse più facile liberare per prime le donne: anche l’atto di liberazione dai ruoli di genere è stato, per le donne, facilitato dai ruoli che la società imponeva loro, mentre è stato e ancora è, per gli uomini, ostacolato dai ruoli che la società imponeva e impone loro.
Gli uomini dunque ancora non sono altrettanto liberi, dato che il ruolo di provvidente impedisce di vederli come vittime e quindi di permettere loro di ricevere un adeguato sostegno sociale che possa permettere loro di liberarsi dai ruoli che gli sono stati imposti.

Mi permetto di far spiegare direttamente a Farrell questo passaggio, citando il suo libro, “Il Mito del Potere Maschile”:

mantenuti

“Ma allora perché la speranza di vita alla nascita era di un anno di meno per gli uomini nel 1920 e di sette anni di meno rispetto alle donne attualmente? Perché le prestazioni degli uomini – inventare, produrre, vendere, distribuire – hanno salvato le donne, mentre nessuno ha salvato gli uomini dalla pressione del dover fare. Da macchina per fare figli, macchina per preparare da mangiare, macchina per le pulizie, lei è diventata una persona che ha tempo per l’amore. Da macchina per prestazioni varie nei pressi di casa lui è diventato una macchina per prestazioni varie lontano da casa. E con meno tempo per l’amore.
Gli uomini sono riusciti a creare case e giardini più belli per le mogli invece che miniere di carbone e cantieri edili più sicuri per se stessi. Ben pochi hanno rilevato il fatto che solamente degli uomini sono morti a migliaia costruendo attraverso le montagne strade per le automobili e ferrovie per i treni che permettevano al resto della civiltà di essere servito al vagone-ristorante.
La lontananza del posto di lavoro separava l’uomo dalle persone amate, togliendo alla sua vita significato… e creando ogni giorno piccoli lutti. E se riusciva a fare tutto, diventava una macchina; se falliva, si sentiva umiliato e sminuito. In ogni modo, più aveva attenzioni e riguardi per la donna e più si abbreviava la vita. E alla moglie e ai figli lasciava, perché lo spendessero, quanto aveva guadagnato. Così gli uomini di successo liberarono le donne, ma dimenticarono dì liberare se stessi.
Nonostante tutto le femministe etichettarono la «tecnologia maschile» – e in particolare «la tecnologia maschile medica» -come uno strumento del patriarcato inteso a opprimere le donne.[6] E il passaggio alla II Fase fu perciò caratterizzato dalla critica rivolta agli uomini per avere distrutto l’ambiente costruendo per esempio una diga, dimenticando di riconoscere agli uomini il merito di aver prodotto elettricità costruendo quella diga, e di chiedere alle donne di assumersi la responsabilità della crescente domanda di elettricità che a sua volta richiedeva la costruzione di altre dighe.
Quanto alla tecnologia medica maschile, fu probabilmente il fattore che allungò la vita media delle donne. Evitò che le donne morissero di parto e scoprì vaccini per quasi tutte le malattie contagiose (poliomielite, difterite, febbre tifoidea, morbillo, scarlattina, varicella, peste bubbonica, tubercolosi).
In tempo di guerra, diversi farmaci sperimentali furono spesso testati sugli uomini. Se il farmaco non funzionava, l’uomo moriva. Ma se il farmaco dava buoni risultati, allora veniva usato per salvare sia le donne sia gli uomini. E sempre gli uomini furono usati come cavie per migliorare le procedure d’emergenza, i forni a microonde (inavvertitamente un uomo venne «cotto» durante le prove),[7] e altri ritrovati utili a entrambi i sessi.
In seguito fu etichettato come sessismo il fatto che i medici studiassero più gli uomini che le donne. Nessuno definì sessismo il fatto che gli uomini più delle donne fossero usati come cavie.
Secondo le femministe, il patriarcato e la tecnologia maschile cospiravano per limitare la libertà di generare «il diritto di scegliere» da parte delle donne. Per la verità, la tecnologia maschile ha creato «il diritto di scegliere» delle donne: ha permesso il controllo delle nascite. E l’aborto sicuro. La tecnologia maschile per il controllo delle nascite ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a ridurre il carico di lavoro delle donne, a rendere il sesso non univoco ma pluridirezionale. Soprattutto, la tecnologia fece sì che il ruolo maschile proteggesse le donne più di quanto il ruolo femminile proteggesse gli uomini. Per ironia della sorte, alcune femministe che tanto si lamentavano della tecnologia maschile sarebbero morte di parto o di aborto se quella tecnologia non ci fosse stata.
La tecnologia maschile non creò invece per gli uomini l’equivalente diritto alla scelta. Pertanto, ogni volta che un uomo faceva del sesso con una donna che sosteneva di far uso di metodi contraccettivi, a lui non restava che fidarsi. In caso contrario, poteva accadere che si ritrovasse a dover mantenere un figlio fino ai diciotto anni. Se un uomo usava il preservativo ma in seguito la donna affermava di essere comunque rimasta incinta, la donna non sposata della II Fase aveva il diritto sia di informare l’uomo sia di non farlo; di abortire senza consultarlo o di chiedere segretamente che il bimbo venisse adottato; di allevarlo lei e di far pagare al maschio i conti; oppure addirittura di crescerlo da sola per dieci anni senza neppure informarne il padre e poi citarlo in giudizio perché provvedesse al mantenimento, anche per gli anni passati. E tutto ciò è legale.
Ogni donna sa benissimo che se esistessero soltanto per il maschio mezzi di contraccezione, avrebbe la sensazione di non controllare la situazione, di essere alla mercè dell’altro. Quando «fidati» è detto da un uomo, fa soltanto ridere, ma quando si tratta di una donna, è legge. Il controllo delle nascite ha dato alla donna il diritto di scegliere e all’uomo non resta altro che fidarsi.
Al giorno d’oggi, quando un uomo introduce il pene nel corpo di una donna, contemporaneamente mette la sua vita nelle mani di quella donna.
In breve, la tecnologia maschile e le leggi maschili hanno liberato la donna dalla biologia femminile come destino femminile e creato la biologia femminile come destino maschile.

Nasce la donna dalle scelte multiple e l’uomo senza scelta
Oggi, quando la single di successo incontra il single di successo, i due sono apparentemente alla pari. Ma se si sposano e prendono in considerazione la possibilità di avere dei figli:

Lei quasi invariabilmente prende in esame tre possibili opzioni:
Opzione 1 : Lavorare a tempo pieno
Opzione 2: Essere madre a tempo pieno
Opzione 3: Conciliare in qualche modo lavoro e maternità

Lui prende in considerazione tre opzioni «leggermente diverse»:
Opzione 1 : Lavorare a tempo pieno
Opzione 2: Lavorare a tempo pieno
Opzione 3: Lavorare a tempo pieno

Tuttora le madri, quarantatré volte più dei padri, prendono un congedo di sei o più mesi per motivi di famiglia.[8] Nella maggior parte dei casi, a questo punto lui è costretto non soltanto a lavorare a tempo pieno, ma anche a fare gli straordinari, o un doppio lavoro.
E allora, guarda caso, è proprio il successo del partner a rendere la donna più che pari a lui, a offrirle tre opzioni mentre a lui non ne resta neppure una. Ovviamente, la scelta della maternità può danneggiare la carriera di una donna, ma lei può comunque scegliere tra la maternità e la carriera. Invece, gli uomini che scelsero la paternità intesa nel senso di diventare «pionieristici uomini di casa», ben presto scoprirono che molti reporter li cercavano per ottenere un’intervista, ma pochissime donne erano disposte a sposarli.
Le donne non si limitarono comunque a richiedere nuove opzioni. Specificarono i problemi creati dalle nuove opzioni. Sentimmo così parlare dell’«atto-truffa». I padri non misero l’accento sul fatto che si sentissero in dovere di impegnarsi di più sul lavoro quando arrivavano dei figli. Né gli uomini parlarono di quanto si sentivano feriti per essere tenuti fuori dalla famiglia.
La prima volta che domandai a un gruppo di uomini se avrebbero scelto di restare a casa facendo i padri full time per un periodo da sei mesi a un anno – se lo avessero potuto – e oltre l’80 per cento rispose che avrebbe scelto di restare con il neonato a tempo pieno qualora ciò non avesse danneggiato le finanze della famiglia e se la moglie fosse stata d’accordo, pensai di trovarmi di fronte a un gruppo di bugiardi, o a un campione scelto del tutto speciale. La percentuale risultò solamente di poco inferiore quando la domanda fu posta a un gruppo di subappaltatori edili,[9] e allora cominciai a capire fino a che punto gli uomini non avevano neppure mai pensato a delle possibili scelte.
Ripetiamo spesso: «Nell’odierna economia, le donne devono lavorare fuori casa: non è una scelta». Dimentichiamo che le donne che lavorano fuori casa esercitano di solito l’opzione di pagare la tecnologia che ha ridotto il carico di lavoro delle donne dentro casa.
Per lo più le donne dalle scelte multiple avevano una cosa in comune: un marito arrivato. Ma il divorzio eliminò molti mariti arrivati, lasciandoci con sei classi fondamentali di donne.

Le sei classi di donne
1. La donna sposata della I Fase. Non diede mai a se stessa il permesso di lavorare, oppure pensava: Mio marito non mi lascerà mai. Psicologicamente, era una donna senza scelte.
2. La donna che ha tre scelte, ma un matrimonio infelice. Resta sposata, ma è infelice, spesso per evitare di dover lavorare.
3. La madre single sposata al governo. II governo si è sostituito al marito, offrendole tre opzioni purché restasse al livello di sussistenza.
4. La single che lavora della I Fase. Questa donna lavorava affinchè lei o la sua famiglia non morissero di fame. Se aveva avuto dei figli in un precedente matrimonio, di solito non riceveva alcun aiuto.
5. La single che lavora della II Fase. Non è mai stata mantenuta da un uomo né ne ha mai mantenuto uno. Se aveva figli da un precedente matrimonio, si poteva considerare nella II Fase solamente se riceveva contributi per i figli.
6. La donna che ha tutto. Questa donna era sposata a un uomo che provvedeva ampiamente al sostentamento e grazie a ciò poteva tranquillamente scegliere tra le sue tre opzioni. Questa donna era felicemente sposata. Si creò così una classe di persone mai esistite prima. In un certo senso, le donne che hanno tutto costituivano la «nuova classe privilegiata». E nessun uomo si trovava in una posizione equivalente.
Il movimento femminista dimostrò il suo genio politico quando si rese conto che poteva appellarsi a tutte e sei le classi solamente sottolineando l’acquisizione di diritti e sottacendo l’ampliarsi delle responsabilità. Se la National Organization for Woman avesse lottato affinché anche le diciottenni venissero iscritte nelle liste di leva, forse avrebbe perso qualche adepta. Se il femminismo avesse sottolineato le responsabilità delle donne, con il relativo rischio di dover sopportare un rifiuto sessuale, o di dover pagare la cena a un uomo, o di scegliere un lavoro meno gradito per mantenere meglio la famiglia, il suo impatto sarebbe stato più egualitario ma avrebbe avuto un più blando successo politico.
«Sei stata tu a volerti sposare. Sei stata tu a volere dei bambini. Hai voluto la casa e i mobili, e adesso TU vuoi essere LIBERATA!»

Che cosa ha provocato la collera delle donne contro gli uomini?
Le donne si sono arrabbiate con gli uomini in parte perché questi ultimi si identificavano nell’uomo bianco eterosessuale di successo, e non nella condizione del nero e del nativo americano, o nell’ostracismo che colpisce il gay, o nell’invisibilità del povero. Ma ciò contribuiva solo in parte a far montare la collera.
Il divorzio ha espulso milioni di donne dalla classe di quelle che hanno tutto. Ma la donna che divorziava – più spesso una quarantenne che una ventenne – veniva scaraventata sul mercato tra uomini più interessati a due ventenni che a una sola quarantenne. È dunque comprensibile la sua collera…
Nella I Fase il rafforzamento dell’inclinazione maschile per le ventenni operava a favore della donna – quell’inclinazione induceva infatti l’uomo ad accettare di mantenerla per tutta la vita; i tabù sul divorzio lo inducevano a rispettare il patto. Quando i tabù cominciarono a non costituire più un condizionamento e lei era ormai una quarantenne, l’inclinazione maschile per le ventenni operò a suo sfavore. Si sentì «una signora da buttare». Il divorzio aveva modificato il rapporto psicologico tra maschi e femmine.
Più la donna era bella da giovane, più era trattata come una celebrità – quella che io chiamo una celebrità genetica. Di conseguenza, tanto più si sentiva una ex bella. È duro perdere una cosa posseduta, molto più che non sapere neppure che cosa significhi possederla. Diventando sempre più invisibile, percepì come sempre più precaria la sua posizione, e la sua collera montò ancora.
Contemporaneamente, anche le donne che non erano mai entrate nella classe di quelle che hanno tutto si sentivano un fallimento. In modi diversi, tutti e due i gruppi si sentivano rifiutati… dagli uomini. E pertanto in collera… con gli uomini.
La donna divorziata con figli si sentiva doppiamente vulnerabile. Non era una donna soltanto, ma un intero «pacchetto»: una donna-con-figli. Rammento quando un mio amico tornò, in estasi, da un appuntamento con Carol. Una settimana dopo andò a casa di Carol e lei lo presentò ai suoi tre figli. Quando andarono in montagna a sciare durante un weekend, spese oltre 1000 dollari per i bambini. Sapeva di non essere obbligato, ma «non volevo fare il taccagno, e così ho pagato per loro lo ski-lift, le stanze separate dalla nostra, qualche pranzo, qualche divertimento…»
Il mio amico già doveva mantenere l’ex moglie e due figli. Temeva di diventare il padre di due famiglie, il sostegno economico di due famiglie. Temeva di diventare un uomo con quattro lavori. Più precisamente, temeva di non dimostrarsi all’altezza in nessuno dei quattro. Ben presto fece marcia indietro e troncò la relazione. Carol si sentì ferita e non volle parlargli per arrivare a una «spiegazione». Lui era disponibile soltanto come amico, perché non poteva permettersi di impegnarsi con il portafogli; lei era disponibile come partner matrimoniale. In realtà erano entrambi vittime di quel fenomeno postdivorzio che definisco «donna-come-pacchetto» (lei non era infatti una donna soltanto, ma una donna-con-tre-figli). Se avessero capito di essere entrambi vittime di una particolare situazione, forse sarebbero potuti restare amici.
Il divorzio ha costretto la donna della classe media che poteva prima permettersi un lavoro a lei più gradito (anche se meno retribuito), a cercarsi un lavoro meno attraente che fosse meglio pagato. Allorché il femminismo spiegò che le donne erano relegate nei posti peggio retribuiti e di nessun rilievo, si sentì deprezzata. Il femminismo era talmente potente da accecarla, non consentendole più di vedere gli uomini che erano relegati in tipi differenti di lavori di poco conto, e poco pagati: l’inserviente e il lavapiatti del suo bar, gli immigrati che raccoglievano la verdura per la sua tavola, i guardiani e gli addetti al lavaggio delle auto… Ma non avendo la visione dell’intero quadro – cioè che quando, indipendentemente dal sesso, si hanno capacità minime si hanno di conseguenza salari minimi in tipi differenti di lavori di poco conto – la collera delle donne montò ulteriormente.
Le donne interpretavano la tendenza degli uomini a guadagnare di più con lavori diversi come il risultato del predominio maschile piuttosto che della subordinazione maschile: non la consideravano il risultato di un ben preciso obbligo per gli uomini – l’obbligo di andare là dove si trovava il denaro, e non là dove c’era appagamento. Per lui, seguire il denaro era primario; seguire l’appagamento, secondario. Per lui, anche il divorzio implicava un cambiamento: continuava a seguire il denaro per il sostentamento della famiglia, ma senza che la famiglia lo sostenesse a livello emotivo.
Contemporaneamente, le femministe si focalizzavano sul fatto che le donne nel loro insieme guadagnavano di meno, ma senza focalizzarsi su nessuna delle tredici ragioni principali per cui ciò accadeva (per esempio, sul posto di lavoro per gli uomini il tempo pieno significa lavorare nove ore di più la settimana rispetto alle donne che lavorano full time;[10] gli uomini sono più pronti a trasferirsi in posti poco piacevoli, a lavorare nelle ore meno desiderabili[11] eccetera). Definendo la differenza di paga «discriminazione» e non spiegando le ragioni di quella differenza, nelle donne aumentò la collera ma non il potere (se avessero conosciuto le ragioni che determinano la differenza, sarebbero state investite del potere di eliminare la differenza).
Poiché l’atteggiamento offeso e la collera delle donne creava un’atmosfera che non favoriva l’espressione dei sentimenti da parte degli uomini, questi diventarono più passivi-aggressivi. Sempre di più sentivano che la loro unica forma di rapporto di potere consisteva nel non farsi coinvolgere ìn un rapporto. Le donne etichettarono questo atteggiamento come paura di impegnarsi, accusarono gli uomini di avere paura dell’intimità, e della mascolinità fecero un sinonimo del male: «Papà lo sa» si trasformò in: «Quanto scocciano i padri». Le donne diventarono «donne che amavano troppo»; gli uomini diventarono «uomini che tormentavano troppo». Per le donne si trovò l’etichetta di super-women, per gli uomini di superviziati.

La politica dei lavori domestici
Fu ben presto chiaro alla maggioranza delle donne che loro avevano due lavori e gli uomini uno solo: soltanto la fatica della donna stava aumentando. In realtà lei aveva meno obblighi in casa e più obblighi fuori: ci trovavamo di fronte, in effetti, a una divisione dei luoghi del suo lavoro. Uno studio condotto a livello nazionale fece chiarezza in proposito.
Nel 1991, il Journal of Economic Literature riferì che, mentre tuttora le donne in casa lavorano circa 17 ore la settimana più degli uomini, gli uomini fuori lavorano circa 22 ore di più la settimana (compreso il tempo per gli spostamenti).[12] Che cosa succede quando paragoniamo le ore della donna media alle ore dell’uomo medio sìa in casa sia fuori? Lei arriva a 56 ore, lui a 61 ore di lavoro. Usando lo stesso metro. Perché mai? La donna media lavora 26 ore la settimana fuori, l’uomo medio 48 ore.[13]
Gli studi condotti sulle mogli che lavorano, da cui risulta che le mogli fanno due lavori mentre i mariti ne fanno uno solo, evitando accuratamente il secondo, dicono soltanto una mezza verità. Sono talmente fuorvianti da essere considerati una sorta di menzogna: sono studi di donne-vittime. Per giunta fanno montare la collera delle donne e aumentare il numero dei divorzi, il che a sua volta accresce la collera, che a sua volta…

Perché gli uomini non sono cambiati?
Il divorzio ha prodotto un mutamento nelle donne anche perché ne ha cambiato la fonte di reddito. Il divorzio non ha prodotto invece alcun mutamento nella pressione esercitata sugli uomini affinché sì focalizzino sulle entrate per ottenere l’amore delle donne. Milioni di divorziati si sono accollati cinque carichi che raramente toccano alle donne:
• Mantenimento dei figli
• Pagamento del mutuo di una casa in cui non vivono più
• Affitto per un appartamento
• Alimenti alla ex moglie
• Spese per corteggiamento
Gli uomini si sono trovati sottoposti all’antica pressione a guadagnare, per giunta intensificata. Pertanto, invece di cambiare si sono ritrovati a essere ancor più «sempre i soliti». Malauguratamente, lo studio femminista che arrivò alla conclusione che gli uomini traevano beneficio e le donne soltanto danni dal divorzio, ignorò completamente quasi tutti e cinque gli impegni finanziari che devono assumersi gli uomini, e passò sotto silenzio quasi tutte le entrate delle donne. (Fu l’unico studio a presentare simili dati e l’unico a ottenere l’attenzione dei media.) [14]

Come il governo è diventato il surrogato del marito mentre nessuno diventava il surrogato della moglie.
Di fronte al divorzio, la più grande preoccupazione di una donna era di natura economica: temeva di essere deprivata. L’uomo temeva di essere deprivato a livello emotivo. Nella II Fase le leggi che regolano il divorzio hanno aiutato Alice a passare dalla dipendenza economica all’indipendenza economica. Ma nessuna legge ha aiutato Jack a passare dalla dipendenza emotiva all’indipendenza emotiva. (Ecco perché Alice è corsa in tribunale per ottenere gli alimenti e Jack è corso da una donna per i suoi bisogni affettivi.)
Quando il divorzio significava che il marito non garantiva più la sicurezza economica alla moglie, il governo si trasformò in surrogato del marito. Garantiva alla donna parità di salario e priorità nell’assunzione (azione affermativa). Offriva alla donna dei sussidi per i figli a carico; prevedeva programmi speciali per donne, neonati e bambini; preferibilmente affidava i figli alla madre e si rivaleva sullo stipendio dell’uomo se non venivano versate le somme previste per il mantenimento dei figli; offriva speciali opportunità alle donne nei college e nelle forze armate, alle donne artiste e alle donne imprenditrici. Tagliava fuori l’uomo dai servizi che in futuro avrebbe potuto avere dalla donna.
Ad Alice era riservata un’opzione soltanto per la sua sicurezza economica, e a Jack un’opzione soltanto per la sua sicurezza emotiva. Ora Alice gode di parecchie opzioni per ottenere la sicurezza economica (grazie al lavoro, al marito o al governo) mentre a Jack ne resta meno di una: reddito da lavoro meno mantenimento dei figli, meno alimenti all’ex moglie e meno tasse più pesanti da pagare al governo in quanto surrogato del marito. Grazie a tutto ciò è rimasto prigioniero del denaro, senza la possibilità di approfondire la conoscenza di se stesso.

Il matrimonio
Secondo le femministe, la tradizione che vuole sia il padre ad accompagnare la sposa all’altare e a consegnarla al futuro marito era un riflesso del patriarcato. Ma il padre «consegnava» la sposa perché era lui a cedere la responsabilità di proteggerla. (Nessuno «consegnava» lo sposo perché nessuno avrebbe protetto un uomo. Il compito dei genitori era di trasformare il figlio in un protettore, e non di consegnarlo a un protettore.)
I nostri genitori sono stati spesso criticati per aver scoraggiato un figlio dal «fare quello che voleva». Ma siccome un Vincent van Gogh poteva a mala pena mantenere se stesso (men che meno una famiglia di dieci persone), era compito dei genitori far sì che il figlio non facesse l’artista, e di insegnare alla figlia che essere corteggiata da un uomo del genere equivaleva all’andarsi a cercare guai. Spesso tali suggerimenti suonavano come un esercizio di potere da parte dei genitori. In effetti, non si trattava di potere parentale quanto di un differimento di tale potere il differimento della capacità dì Tevye e dì Golde di cercare la realizzazione di sé e un amore più profondo. E così Tevye riuscì a fare a Golde delle domande della II Fase solamente quando la figlia stava per sposarsi e «andarsene di casa».

La religione in un momento di transizione
Nella I Fase la chiesa stabiliva regole rigide e precisi rituali allo scopo di indurre la gente a sacrificarsi per la generazione successiva senza fare domande e senza mettere nulla in discussione. Nella II Fase gli interrogativi diventano necessari per affrontare le opzioni che la vita offre, e la rigidità serve ben poco di fronte alle ambiguità dell’esistenza.
Nella I Fase le religioni avevano dovuto imporre dei limiti al sesso prematrimoniale perché si mettevano al mondo dei bambini senza alcuna garanzia per i bambini stessi e per la salvaguardia della donna. Nella II Fase il controllo delle nascite permise al sesso di rientrare nella sfera dell’appagamento, della comunicazione e del legame spirituale – ovvero gli obiettivi di un rapporto nella II Fase. Di conseguenza, nella II Fase le religioni possono preoccuparsi meno di stabilire misure restrittive e repressive per quanto riguarda il sesso e focalizzarsi di più sul compito di assistere la coppia affinchè migliori la comunicazione e lo scambio spirituale.
Nella II Fase le chiese sono più libere di insegnare che l’inibizione sessuale diventa spesso inibizione spirituale. Per esempio, insegnare alle donne a reprimere artificialmente il sesso vuoi dire insegnare agli uomini a dire alle donne ciò che loro pensano che le donne vogliano sentirsi dire, e non ciò che essi veramente provano. La mancanza di sincerità inibisce la spiritualità. Allora le donne cominciano a usare la sessualità per sentirsi dire quello che vogliono ascoltare, invece di imparare a gioire della propria sessualità. Spesso oppongono la sessualità alla spiritualità, non vedendo quanto il legame sessuale renda più forte il legame spirituale. La repressione sessuale nelle donne è un metodo efficace per dare loro il controllo sugli uomini, rendendo questi ultimi tutt’altro che sinceri. Ormai sono molte le donne che cominciano a preferire la schiettezza negli uomini al controllo sugli uomini. In breve, l’enfasi posta dalla religione sulle regole rigide e severe nella I Fase preparava la coppia a una vita di partner con ruoli ben precisi. L’enfasi posta dalla religione sulla comunicazione nella II Fase prepara invece la coppia all’unione spirituale.
Le chiese della I Fase continueranno a cercare uomini da mostrare come simboli della responsabilità maschile. Queste chiese attrarranno soprattutto le seguaci della I Fase e i leader della I Fase. Le chiese della II Fase cercheranno di guidare i due sessi, non biasimando gli uomini per essere stati leader in passato, ma aiutando entrambi i sessi nel passaggio a un futuro diverso.

Le politiche sessuali: la I Fase contro la II Fase
In tutto il mondo, all’improvviso i politici cresciuti secondo l’etica sessuale della I Fase furono giudicati secondo l’etica della II Fase.
Furono protette dal segreto le relazioni amorose di John Kennedy, mentre Ted Kennedy e Bill Clinton sono stati considerati dei dongiovanni. I primi ministri giapponesi della I Fase avevano delle geishe, mentre il primo ministro Uno venne defenestrato non appena si scoprì che aveva una geisha. Il ministro della Guerra britannico John Profumo, il più probabile candidato alla carica di primo ministro, cadde in disgrazia e fu costretto ad abbandonare la politica quando il fatto che avesse un’amante fu giudicato secondo l’etica sessuale della II Fase.
Perché questo cambiamento? Nella I Fase non veniva concesso il divorzio, e quindi le relazioni amorose degli uomini non mettevano in pericolo la sicurezza economica delle donne; nella II Fase una relazione poteva portare al divorzio, e quindi le relazioni amorose degli uomini mettevano a repentaglio la sicurezza economica delle donne. Non volevamo assolutamente avere dei leader politici che diventassero modelli di un comportamento che avrebbe messo in pericolo la sicurezza economica delle donne.
La nostra presunta preoccupazione per le donne contrasta forse con il doppio standard sessuale che sembra essere servito soltanto agli uomini? No. Due erano i doppi standard: 1) un uomo poteva avere delle relazioni, una donna no; e 2) una donna sposata poteva costringere il marito a mantenere i figli da lei avuti in seguito a relazioni extraconiugali; un uomo sposato non poteva costringere la moglie a mantenere i figli nati dalle sue relazioni amorose. (Anzi, lui era messo al bando se si rifiutava di prendersi cura di un figlio nato da una sua relazione.)[15] Ecco il secondo doppio standard di cui non abbiamo mai sentito parlare.
Peraltro, tutti e due i doppi standard proteggevano le donne. Come? Se degli uomini sposati avessero avuto sentore che le mogli avevano delle «storie» da cui sarebbero nati figli che avrebbero poi dovuto mantenere loro, pochissimi uomini avrebbero accettato il matrimonio e pochissime donne e relativi figli avrebbero ottenuto protezione.
Comunque, le società della I Fase si trovarono di fronte a un dilemma: il matrimonio garantiva alle donne la sicurezza economica a vita, ma non garantiva agli uomini la gratificazione sessuale a vita. Pertanto le società della I Fase crearono uno speciale accordo: quello che definisco il «triangolo coniugale».
Il triangolo coniugale era formato da marito, moglie e amante (o, a seconda delle culture, geisha, prostituta, seconda moglie, oppure un intero harem). L’accordo era questo: «Marito, il tuo primo dovere è prenderti cura delle necessità di tua moglie e dei tuoi figli a livello economico. Se continui a ottemperare al tuo dovere ma non ottieni in cambio il sesso, la giovinezza, la bellezza, l’attenzione e la passione che ti hanno indotto ad assumerti quel dovere per tutta la vita, allora puoi anche soddisfare qualcuno dei tuoi bisogni, ma a due condizioni: devi continuare a mantenere la tua famiglia (il divorzio non è contemplato neppure se i tuoi bisogni non sono soddisfatti), e devi anche provvedere ad alcune delle necessità economiche di questa donna più giovane e attraente (geisha, amante, prostituta) le cui necessità economiche potrebbero essere altrimenti soddisfatte».
Nella I Fase, nessuno sentiva appagati i propri bisogni di intimità – né il marito, né la moglie, né l’amante, né i figli. Ovviamente ad alcuni individui capitava, ma non era questa la preoccupazione primaria del matrimonio della I Fase: la preoccupazione primaria era la stabilità, e il triangolo coniugale era il «grande compromesso per la stabilità».
Secondo gli standard della II Fase, i politici che si dichiaravano rispettosi della morale ma avevano delle relazioni, erano chiaramente degli ipocriti. Nella I Fase moralità significava preoccuparsi della propria famiglia. Per la maggior parte degli uomini, una relazione extraconiugale avrebbe costituito un rischio. Ma l’uomo che riusciva a fare le due cose con discrezione non veniva messo al bando perché in qualche modo ciò veniva inteso come un incentivo ad avere successo e a migliorare nel suo ruolo di protettore. Le cose cambiarono quando le relazioni extraconiugali furono causa di divorzi, con il risultato che il mercato del lavoro si ritrovò saturo di milioni di donne prive di qualsiasi qualifica. Allora i politici che avevano delle relazioni ben presto si ritrovarono disoccupati.
Definendo i nuovi standard come una forma di più alta moralità, parve che le donne possedessero una più elevata moralità. Ma in realtà le donne non possedevano affatto una più alta moralità. Perché no? Ogni relazione coinvolgeva entrambi i sessi.
La differenza? Negli Anni Ottanta e Novanta, Donna Rice (vedi Gary Hart) ottenne ruoli in TV e negli spot pubblicitari, Gennifer Flowers (vedi Bill Clinton) intascò una somma valutata intorno ai 100.000 dollari per rivelare la sua storia… tutti e due i sessi avevano partecipato, ma gli uomini erano visti come imputati e le donne come vittime, anche se gli uomini rischiavano la carriera e le donne ottenevano un trampolino di lancio.

La politica nella II Fase
Quando pensiamo ai boss della politica, alle tangenti e al clientelismo, in linea di massima pensiamo al potere maschile, alla corruzione maschile, alla rete creata da vecchie amicizie e connivenze, allo sciovinismo maschile e al predominio maschile. Si associa la revisione di questo processo alla revisione dei simboli del predominio maschile. Ma nella I Fase i boss, le tangenti e il clientelismo erano accettabili non perché facevano comodo agli uomini, ma perché facevano comodo alle famiglie, donne e bambini compresi. Il boss conservava il potere soltanto finché creava posti per mantenere quelle famiglie. Costruiva la sua «macchina» sulla classe più bisognosa, così questi impieghi permettevano ai poveri di sopravvivere. Il fatto che si trattasse di un lavoro e non di assistenza, generava il rispetto delle famiglie.
Quando un uomo diventava il boss, si trattava spesso del primo segno del fluire nella corrente principale dell’economia di una classe di diseredati – irlandesi o italiani o ebrei o neri. La si può definire forma assistenziale della I Fase, o corruzione, oppure addestramento al lavoro, a seconda dei punti di vista, ma in ogni caso ne trassero beneficio le famiglie e non soltanto gli uomini.”

Perché il divorzio ha portato a un progresso nei rapporti
Le coppie che inseguivano i valori della II Fase crearono una nuova serie di problemi: le stesse qualità che rendevano una «coppia perfetta» in un matrimonio della I Fase la rendevano «perfetta per il divorzio» in un matrimonio della II Fase: lei veniva considerata «tutta presa dalla casa ed estremamente noiosa», lui «tutto preso dal lavoro e con una gran paura dell’intimità». Il contrasto tra i ruoli della I Fase e gli obiettivi della II Fase e il conseguente ricorso al divorzio sono evidenziati nella tabella che segue:

Ruoli della I Fase
MATRIMONIO
Sopravvivenza
Membri di una coppia: donne e uomini si sposavano per creare un «tutto»
Divisione dei ruoli
La donna alleva i figli; l’uomo procura il denaro
Figli per obbligo
Le donne rischiavano la vita con parto; gli uomini rischiavano la vita in guerra
Finché morte non ci separi
Nessuno dei due contraenti può annullare il contratto
Donne-come-proprietà; uomini-meno-che-proprietà (si aspettavano di morire prima della perdita della proprietà)
I due sessi al servizio delle necessità della famiglia
L’amore scaturisce dalla reciproca dipendenza
L’amore è meno condizionato
SCELTA DEI PARTNER
L’influenza dei genitori è primaria
Le donne si aspettavano di sposare la loro fonte di reddito (di «sistemarsi»)
CONDIZIONI PREMATRIMONIALI
Uomini privati del sesso e della bellezza femminili finché non danno sicurezza

Obiettivi della II Fase (Gli obiettivi della II Fase sono ideali; tali obiettivi non sono ancora una realtà per la maggior parte delle coppie.)
MATRIMONIO (o lunga relazione)
Appagamento
Compagni spirituali: persone «complete», si sposano per creare una sinergia
Comunanza dei ruoli
Entrambi i sessi allevano i figli; entrambi i sessi si procurano il denaro
Figli per scelta
Parto idealmente senza rischi; guerra idealmente eliminata
Insieme finché l’infelicità non ci divida
Entrambi i contraenti possono rescindere il contratto
I due sessi parimenti responsabili di sé e dell’altro
I due sessi mantengono un equilibrio tra le necessità della famiglia e le proprie personali
L’amore scaturisce dalla scelta
L’amore è più condizionato (niente violenze fisiche o verbali; rispetto reciproco, valori comuni…)
SCELTA DEI PARTNER
L’influenza dei genitori è secondaria
Nessuno dei due sessi si aspetta di provvedere a più della metà delle entrate
CONDIZIONI PREMATRIMONIALI
Nessuno dei due sessi deprivato più dell’altro

Molti matrimoni consumati nella I Fase poi, d’improvviso, furono trascinati verso gli standard della II Fase. Fallirono. I matrimoni fallirono non soltanto perché gli standard erano più alti, ma perché quegli standard erano anche contraddittori. Per la donna della I Fase, un avvocato era un candidato ideale come marito; per la donna della II Fase un avvocato, spesso addestrato più a discutere che ad ascoltare, era il candidato ideale per il divorzio. Le medesime qualità che portavano al successo nel lavoro spesso portavano al fallimento nel matrimonio. L’addestramento al ruolo sessuale era sempre stato un training al divorzio, ma senza l’opzione del divorzio. La II Fase offrì tale opzione. Di qui i divorzi tra gli Anni Sessanta e gli Anni Novanta.

In che modo il divorzio ha indotto le donne a ridefinire la discriminazione e la parità
In pratica, quando oltre il 90 per cento delle donne si sposava ed era raro il divorzio, la discriminazione a favore degli uomini nel lavoro significava discriminazione a favore delle mogli che se ne restavano a casa.
Quando la discriminazione nel lavoro operava a favore delle donne che se ne stavano a casa, nessuno la definiva sessismo. Perché? Operava a favore delle donne. Solamente quando la discriminazione smise di favorire le donne e cominciò a operare contro le donne (perché erano aumentate le donne lavoratrici) si parlò di sessismo. Per esempio: negli anni in cui ho fatto parte del consiglio d’amministrazione della National Organization for Women di New York, le platee più resistenti al tentativo di organizzare dei seminari sulla parità nei posti di lavoro non erano costituite dai dirigenti ma dalle mogli dei dirigenti. Visto che le entrate arrivavano dal marito, non mostravano alcuna generosità quando un’azione affermativa consentiva a un’altra donna di fare carriera, diventando dunque un pericolo per le entrate del marito (e quindi sue). A loro questo sembrava sessismo. Per loro i miei seminari su «Pari opportunità per le donne nel lavoro» diventavano automaticamente «Impari opportunità per le donne a casa». E per la moglie di un dirigente le cose stanno tuttora così.
Perché tuttora? Per il 70 per cento circa, le mogli dei dirigenti (dai vicepresidenti in su) non svolgono nessun lavoro retribuito all’esterno, neppure part time.[2] Tuttora le loro entrate dipendono dal marito. Spesso la moglie del dirigente si oppone alla donna che sul lavoro supera il marito non soltanto perché le sue entrate ne risentono, ma anche perché ciò sminuisce il suo personale contributo: di solito lavora sodo per sostenere il marito che è una colonna della società – è il suo mestiere. Ha la sensazione che i suoi sforzi – il suo lavoro – vengano così sminuiti.
Non appena la discriminazione cominciò a operare contro le donne, si presero misure per proteggerle. Immediatamente, nel 1963, fu approvato il Federal Equal Pay Act.[3] Interessante notare che l’Equal Pay Act precedette il movimento femminile. Già nel lontano 1960 l’U.S. Census Bureau aveva rilevato che le donne sopra i 45 anni che non si erano mai sposate guadagnavano con il loro lavoro più dei coetanei che non si erano mai sposati.[4] Questi dati, da cui risultava un’immagine ben diversa da quella della «donna come vittima», non arrivarono mai all’opinione pubblica perché si organizzarono solamente gruppi femminili.
Il prendere quanto aveva funzionato per la maggior parte delle donne, e vederlo come un complotto contro di loro, ci indusse a considerare gli uomini «in debito» con il sesso femminile. Si creò così il Diritto della II Fase: le donne avevano diritto a una compensazione per la passata oppressione. Ciò ci impedì di capire quanto fosse necessaria una transizione insieme dalla I alla II Fase, la necessità non di un movimento femminile o di un movimento maschile, ma di un movimento comune per la transizione.
In questo libro definisco potere il controllo sulla propria vita. L’obbligo per il maschio di guadagnare più della donna perché lei potesse amarlo non era controllo sulla propria vita; nella I Fase nessuno dei due sessi aveva il controllo della propria vita. E, come abbiamo visto all’inizio del capitolo, i due sessi possedevano quello che era tradizionalmente definito potere (influenza sugli altri e accesso alle scarse risorse) grazie a mezzi diversi,
Sessismo? Oppure bisessismo?
Sto forse suggerendo che il sessismo era una strada a doppio senso? Ebbene, sì. Noi pensiamo al sessismo come a qualcosa che per secoli ha reso le donne meno potenti degli uomini. In realtà, per secoli nessun sesso ha avuto il potere. Ognuno aveva piuttosto il proprio ruolo: lei aveva il compito di creare una famiglia, lui di proteggerla. Lei doveva preparare il cibo, lui doveva procurarselo. Se tutti e due i sessi avevano ruoli delimitati, non è esatto parlare di sessismo ma piuttosto di ruoli sessuali. Abbiamo dunque vissuto non in un mondo sessista ma in un mondo bisessista.

[Per i riferimenti, si veda: Warren Farrell. Il Mito del Potere Maschile. Frassinelli, 1994]

SUMMA GENDERRATICA: Anatomia del Sistema di Genere

(Tratto da Honey Badger Brigade: http://honeybadgerbrigade.com/2014/02/27/summa-genderratica-the-anatomy-of-the-gender-system/ e tradotto da Medusa Zia)

ipo-iper

Nota dell’autore: Questo è un riassunto della mia intera teoria su come il sistema di genere della nostra società opera e sulle sue origini. Intende essere una “mappa” delle norme della società sulla mascolinità e sulla femminilità. Credo che sia in grado di spiegare tutte le norme di genere nella nostra società. Il MHRM (Movimento per i Diritti Umani degli Uomini) richiede una teoria integrata e coerente sui generi per poter competere con la seconda e la terza ondata del femminismo radicale – questa teoria è un tentativo di fornirla.
Ciò che segue non menziona ogni singolo aspetto del sistema di genere della nostra società ma credo che tutti gli aspetti non trattati delle norme di genere possano essere spiegati da questa teoria.
Alla teoria!

PARTE 1

Prima premessa: lo scopo delle norme sociali.

Perchè esistono le norme sociali?
Questa teoria partirà dall’assioma che le norme sociali esistono per ragioni di praticità e di sopravvivenza. Le norme sociali vengono create in risposta alle sfide dell’esistenza fisica.

La Sfida

Il sistema di genere sorse agli albori della nostra specie. In quel periodo, il cibo e le risorse erano scarsi, accumularli era difficoltoso e spesso fallimentare ed era un lavoro manuale: il lavoro fisico era la fonte primaria del miglioramento delle condizioni di sopravvivenza e dello standard di vita (non come ai giorni nostri, in cui il capitale tecnologico e il lavoro intellettuale rispondono a queste esigenze.- Si dice che le prime obiezioni al sistema di genere comparvero durante l’Illuminismo e la rivoluzione industriale… periodi nei quali l’economia iniziò a dipendere meno dal lavoro manuale e più dal capitale grazie alle innovazioni tecnologiche. Si dice anche che le prime obiezioni al sistema di genere sorsero nelle classi benestanti della società.).

Poichè il lavoro manuale era il mezzo di produzione primario, veniva data molta importanza ai mezzi per crearlo, ovvero la riproduzione e l’aumento della popolazione. Ad ogni modo, solo una minoranza di bambini sopravviveva fino all’età adulta ed era indispensabile un altissimo tasso di natalità perchè la popolazione totale potesse aumentare.

Ma solo metà della popolazione poteva partorire figli.

La Risposta

Una combinazione di biologia e necessità di una riproduzione massiccia costrinsero le donne a “specializzarsi” e a dedicare gran parte del loro tempo all’essere ingravidate e al produrre bambini (e, quando incinte, sono meno mobili e per questo più vulnerabili – aspetto biologico).

Dal momento che i maschi non potevano svolgere questo importante compito, fornivano protezione e sostentamento (essenzialmente, tutto il “resto”).

Le norme sociali furono create per spingere le persone verso i ruoli imposti dal loro sesso. La “buona femmina” e “il buon maschio” erano la femmina e il maschio che contribuivano alla loro società svolgendo il ruolo loro assegnato; la “buona femmina” era la madre fertile e il “buon maschio” era il guerriero forte e il cacciatore capace. Queste norme sociali si riflettevano nelle istituzioni della società, inclusa la religione (basti vedere gli Dei guerrieri e le Dee madri come esempi).

 

Riassunto 1

  1. Le norme sociali sorgono in risposta alle sfide della vita e per raggiungere la prosperità
  2. La sopravvivenza nelle società poco tecnologiche dipende dal lavoro manuale
  3. Per aumentare la manodopera erano necessari tassi di natalità molto alti
  4. Solo metà della popolazione può partorire
  5. I ruoli di genere sorsero per incoraggiare la specializzazione sulla base del sesso di appartenenza.

 

PARTE 2

Maturità e genere

Come già detto, la “buona femmina” e il “buon maschio” erano intesi in termini di contributo alla società tramite lo svolgimento del compito assegnato al proprio sesso. Tuttavia, i bambini di entrambi i sessi non sono fisicamente in grado di farlo.

Una donna deve aver superato la pubertà per poter avere un figlio. I giovani maschi sono in media molto meno sviluppati fisicamente e per questo mancano della forza necessaria per avere anche solo la possibilità di portare a termine il compito assegnato al loro sesso.

Per questo, c’è un nesso tra la maturità e la conformità di genere. Una femmina deve subire un processo di maturazione biologica per poter dare il contributo femminile alla società ma questo processo è essenzialmente automatico e si suppone avvenga con il tempo, avendo le mestruazioni come chiaro indicatore biologico dell’essere idonee a portarlo a termine.

Con i maschi, le cose sono meno tangibili. Le competenze e le abilità necessarie per portare a termine le funzioni maschili, per non parlare dello svolgerle bene, non sono biologicamente garantite. Inoltre, non c’è un chiaro segno che indichi che “lui sia pronto” dato dalla biologia maschile.

Mentre le femmine “diventano” donne, i maschi non diventano automaticamente “veri uomini”.

Femminilità Aristotelica, Mascolinità Platonica e la dicotomia soggetto-oggetto.

Una giovane femmina diventa donna automaticamente, grazie alle proprietà innate della sua biologia. Le sue mestruazioni mostrano la sua maturità. La sua condizione femminile semplicemente esiste. Si dà per scontata la sua adesione al ruolo di genere e, di conseguenza, il fatto che svolga automaticamente il suo ruolo nella società.

Un giovane maschio deve dimostrare, attraverso le sue azioni, la sua capacità di svolgere compiti maschili con successo. Un giovane maschio deve provare di “essere cresciuto” e diventato “un vero uomo”. Non si presume la loro adesione al ruolo di genere (e, per questo, il loro essere socialmente utili); di per se, un maschio è solo un’altra bocca da sfamare con il lavoro dei “veri uomini”. Un uomo deve dimostrare la sua mascolinità con l’azione, altrimenti non è un vero uomo ma, piuttosto, un “ragazzo” (ovvero immaturo, maschio non adulto).

Con queste premesse, si possono considerare i ruoli di genere tradizionali come basati sull’essenzialismo epistemologico, anche se ogni ruolo è sorretto da un diverso tipo di essenzialismo epistemologico.

La femminilità si intende come innata alla biologia femminile, come sua natura intrinseca, mentre la mascolinità è più spesso intesa come un ideale al quale aspirare, una “convenzione” alla quale si partecipa per guadagnarsi un’identità.

E’ una fissazione tipica della psicologia umana, quella di percepire l’essere agente morale (avere la capacità di fare cose) e paziente morale (avere la capacità di subire cose) come una dicotomia, nonostante gli esseri umani siano, in effetti, entrambe le cose. Da questo, la percezione della mascolinità come agente e la percezione della femminilità come innata (come, ad esempio, l’idea che la gravidanza renda una donna meno mobile e più dipendente) che porta alla percezione della femminilità come paziente. Gli uomini sono visti come attivi e le donne come passive. Questa è la tradizionale dicotomia soggetto-oggetto.

La dicotomia sacrificabile-prezioso

Una persona, di qualsiasi sesso, che aderisca al suo ruolo di genere è vista come preziosa per la società (poiché si comporta in conformità alle norme di sopravvivenza). Si presume che le femmine aderiscano (o stiano per farlo) al loro ruolo; le donne non fertili sono l’eccezione e non la norma e da qui il presupposto che ogni femmina è (o sarà) in grado di partorire figli grazie alla sua biologia.

Per questo, alle femmine viene attribuito un valore intrinseco per il semplice fatto che siano femmine. Le femmine sono viste come naturalmente preziose perché sono le incubatrici del futuro.

Ciò è precluso ai maschi. La loro adesione ai ruoli di genere non è vista come tratto intrinseco della loro maturazione biologica ma, piuttosto, un ideale del quale essere all’altezza. I maschi non sono e non diventano “veri uomini” automaticamente. Per questo, non hanno valore intrinseco. Il valore di un uomo è esclusivamente il risultato delle conseguenze delle sue azioni e, in se e per se, lui è fondamentalmente sacrificabile.

Poiché gli uomini non sono valutati per le proprietà della loro biologia ma per i risultati delle loro azioni, la morte di un uomo è ceteris paribus una tragedia minore della morte di una donna, per la società. Dopotutto, quando si verifica una tragedia, il bilancio delle vittime solitamente specifica il numero di donne e bambini (ovvero, il futuro).

La nostra società esalta i suoi eroi maschi che si sacrificano perché altri vivano, ma, stando a quello che è stato appena detto, le norme sociali nascono per spingere gli individui a svolgere compiti benefici per la società; la celebrazione dell’auto-sacrificio eroico dei maschi è un modo di incoraggiare gli uomini a vedere la loro morte per una nobile causa come un giusto contributo alla società e, con questo, far sì che gli uomini siano più inclini a morire per gli altri.

Le norme di genere in breve

Come conseguenza di quanto detto, i maschi sono soggetti intrinsecamente sacrificabili mentre le femmine sono oggetti naturalmente preziosi.

Tutte le norme di genere si possono ridurre a questo.

 

Riassunto 2

  1. La maturità, per ogni sesso, è concepita come adesione al ruolo di genere
  2. La maturità femminile è vista come il naturale risultato dello sviluppo biologico
  3. La maturità maschile non è data per scontata ma va dimostrata e guadagnata
  4. Gli uomini fanno e le donne sono perché la mascolinità riguarda il fare e la femminilità “è”
  5. Dato che l’adesione ai ruoli di genere ha un grande valore e le donne sono viste come naturalmente inclini ad accondiscendere al ruolo di genere, le donne sono viste come intrinsecamente preziose
  6. Poiché l’adesione ai ruoli di genere NON è data per scontata nell’uomo, gli uomini sono considerati naturalmente sacrificabili
  7. Da qui, alla dicotomia soggetto-oggetto viene sovraimpressa la dicotomia sacrificabile-prezioso rendendo gli uomini soggetti intrinsecamente sacrificabili e le donne oggetti intrinsecamente preziosi.

 

PARTE 3 – Qualche implicazione profonda

Azione e Potere Femminile

Tutti ricaviamo un senso di potere – inteso come senso di utilità o competenza – quando svogliamo con successo un compito che ha come risultato finale il provvedere ai nostri bisogni. Questo ha un senso per l’evoluzione – se ciò che migliora la sopravvivenza non desse piacere e ciò che la diminuisce non provocasse dolore, un organismo avrebbe meno possibilità di sopravvivere.

Ma lo svolgimento di compiti era solitamente assegnato ai maschi; la femminilità non era associata all’azione e, data l’innata utilità riproduttiva delle donne, esse erano tenute al sicuro e lontane da potenziali pericoli quando possibile (cosa che, a sua volta, generava la presunzione, che si autoalimentava e spesso si auto-avverava, di una diminuita competenza femminile – presunzione che diventava reale durante la gravidanza e che poteva essere in qualche modo reale quando si trattava di compiti che richiedevano grande forza fisica, specie nel torso e nelle braccia – ma che è stata chiaramente esagerata e troppo generalizzata).

Ogni essere umano ha il bisogno materiale di sopravvivere e i bisogni materiali devono essere soddisfatti tramite l’azione (il cibo deve essere procurato, il riparo trovato). Perciò, come potrebbe una donna, ovvero qualcuno di culturalmente percepito e incoraggiato ad essere poco capace di azione, rispondere a quel bisogno?

La risposta è che le donne sono incoraggiate ad affidarsi agli uomini, e non solo in modo passivo ma sfruttando l’azione dei maschi per provvedere alla loro sopravvivenza. Il potere maschile equivale perciò a ciò che potenzia l’azione capace e riuscita (come i muscoli possenti) e il potere femminile equivale a ciò che aumenta la capacità di procurarsi agenti abili e capaci.

Il potere maschile è ciò che incrementa l’azione, il potere femminile è ciò che incrementa l’acquisizione e la conservazione di azione per procura.

Il sistema di genere, perciò, ha sempre contenuto una forma di potere femminile – ovvero il modo in cui le donne potevano agire per esaudire i loro bisogni materiali. Mentre riservava l’acquisizione diretta tramite azione agli uomini, riservava l’azione per procura alle donne.

Gerarchia maschile

L’idea di virilità, tipica della società, come ideale Platonico al quale aspirare spiega come ci possano essere “uomini migliori” o “uomini peggiori”, così come spiega come i maschi genetici possano non essere “veri uomini”. L’uso di “vero” con il significato di “ideale” spiega tutto.

Poiché la virilità è dimostrata attraverso lo svolgimento di determinati compiti, gli uomini sono classificati a seconda di quanto bene svolgono quei compiti. Gli uomini vengono classificati dagli altri uomini e dalle donne e la loro identità di genere è pesantemente soggetta alla convalida sociale e alla sua revoca. Ciò significa che la “vera virilità” è uno status che va conquistato, che dipende dalla collettività e che è gerarchico e competitivo, e che gli uomini possono essere socialmente castrati in ogni momento. L’identità maschile è connessa al competere gli uni con gli altri per dimostrare di essere “uomini migliori”.

Come illustrato qui sopra, la maturità è legata alla “reale virilità” ma la maturità maschile è anch’essa convalidata dalla società perché portare a termine compiti maschili non è biologico. Ciò significa che i maschi anziani (i padri, in particolare) assumono il ruolo di valutatori in virtù del quale giudicano i futuri maschi per separare i “ragazzi” dagli “uomini”.

La gerarchia maschile può essere divisa in tre categorie di base (dallo status sociale più basso a quello più alto):

1) Maschi che non sono “veri uomini”. I castrati sociali. I “ragazzi”. I maschi Omega.

2) Maschi che sono “veri uomini” ma non possono privare altri uomini del loro status di “veri uomini”. Maschi Beta.

3) Maschi che sono “veri uomini” con il potere di revocare lo status di “veri uomini” ad altri maschi. Maschi Alfa.

La distinzione tra status 2 e 3 è contestuale, dipende spesso dall’organizzazione istituzionale, ed è geografico: qualcuno può essere infatti Alfa in una gerarchia e Omega in un’altra.

Questa organizzazione, ironicamente, comporta il fatto che un Beta debba essere sottomesso ad un Alfa se non vuole diventare un Omega. In altre parole, il ruolo di genere maschile non riguarda solo il dominio ma richiede più che altro sottomissione agli uomini “migliori”.

Generi Sociali

Di norma, il “genere” è considerato binario: si riferisce alla mascolinità o alla femminilità. Tuttavia, ciò è difficile da conciliare con la situazione appena descritta, ovvero maschi che non sono “veri uomini” non posseggono virilità agli occhi degli altri (ovvero non danno contributo maschile). Sono “ragazzi” più che uomini, stando al sistema di genere.

Non godono di molti aspetti del “privilegio maschile” perché il “privilegio maschile” è, in effetti, il privilegio dei “veri uomini”. E benché siano socialmente castrati, non godono neanche dei privilegi femminili. Questo poiché la loro biologia non consente loro di portare a termine l’essenziale compito femminile di partorire figli.

In breve, gli uomini socialmente castrati non sono visti come maschi o femmine ma sono percepiti, trattati e classificati come un terzo genere. Non sono né uomini né donne (socialmente parlando, più che biologicamente parlando).

 

PARTE 4: Sfide

Ci sono svariati problemi tipici negli studi di genere che ogni potenziale disamina del sistema di genere deve spiegare. Di seguitp, prendo in esame alcuni di questi fenomeni e li metto in relazione con la teoria che ho proposto qui sopra.

Il doppio standard di promiscuità

Il doppio standard di promiscuità (da qui in poi PDS) della nostra cultura è ben noto: un uomo è visto come un virile e degno stallone se ha tante amanti mentre una donna è vista come una pu**ana che si degrada e si svende se fa la stessa cosa.

Di norma, il PDS è trattato come un costrutto unitario, come se gli obblighi di genere del PDS avessero la stessa origine. Ciò va contro la logica poiché gli obblighi del PDS sono in conflitto: gli uomini sono incoraggiati ad essere promiscui e le donne sono scoraggiate a fare altrettanto, con il risultato che gli uomini non possono seguire le regole del sistema senza che alle donne sia impedito di farlo e viceversa. Il PDS non fa certo gli interessi degli uomini, visto che incoraggia le donne a evitare che gli uomini siano degli stalloni (tramite la gestione della disponibilità al sesso).

La tipica analisi femminista vede il PDS come un costrutto maschile inventato allo scopo di controllare la sessualità femminile. Il fatto che gli interessi degli uomini non siano certo tutelati incoraggiando la castità femminile complica questa spiegazione, che è ulteriormente complicata dal fatto empirico che sono le donne stesse a insultare le altre donne chiamandole pu**ane. Se gli uomini avessero creato e applicato il PDS, ci si aspetterebbe che fossero loro i primi a insultare le donne chiamandole pu**ane.

Alla luce dei fatti, sarebbe più corretto vedere il Doppio Standard di Promiscuità non come un singolo costrutto ma come due costrutti differenti, proposti e applicati da differenti fazioni per scopi differenti.

Una cosa interessante a proposito del concetto di “pu**ana” è che le donne vengono chiamate così perché si pensa che si “svendano” e si “degradino” – si pensa che si concedano troppo facilmente (che diano via qualcosa senza ottenere nulla in cambio). Osserviamo quanto ciò rende il tutto una transazione: c’è un mercato, le donne offrono la disponibilità al sesso e gli uomini la domandano. Le donne sono incoraggiate a non concedersi “troppo facilmente”, ovvero sono incoraggiate a pretendere di ricevere qualcosa in cambio del sesso. Sono quasi sempre le donne che insultano le altre donne per essersi concesse.

Dal punto di vista economico, siamo di fronte ad un cartello: commercianti che cospirano per alzare il prezzo del sesso attraverso la limitazione della disponibilità del sesso immediatamente accessibile.

Ma qual è il “prezzo” del sesso? Come spiegato in precedenza, le donne sono incoraggiate a reclutare l’azione maschile per metterla al loro servizio, poiché il sistema di genere le scoraggia dall’agire per proprio conto. Perciò, il “prezzo” del sesso è l’azione maschile, in genere inclusa in una relazione stabile. Quando le donne sono pu**ane e “la danno via facilmente” la concorrenza abbassa il prezzo del sesso e, così facendo, danneggia (così come tradizionalmente considerati) gli interessi femminili.

Le implicazioni sono a dir poco deprimenti: poiché le donne sono spinte a sperimentare il potere tramite lo sfruttamento dell’azione maschile, la “pu**anaggine” si oppone al tradizionale potere femminile intaccando la capacità di trattativa delle donne. Le donne sono spinte dal sistema di genere tradizionale a vivere la loro sessualità come se si trattasse di essere sconfitte in battaglia ed espugnate, più che ottenere qualcosa che si desidera (la soddisfazione sessuale). Le donne vengono anche spinte a vedere gli uomini come avversari e a considerare il sostegno maschile alla liberazione sessuale come una minaccia alla loro sicurezza materiale (“vogliono solo che gliela diamo, quei mascalzoni!”)

In conclusione, il PDS non fu inventato “dagli uomini” – almeno metà del PDS è più che altro un’impalcatura mantenuta dalle donne atta a sostenere il tradizionale potere femminile attraverso la conservazione del valore del sesso al fine di massimizzare l’azione che le donne possono sfruttare in cambio della disponibilità al sesso. Gli obblighi del PDS sono in conflitto gli uni con gli altri e la compravendita sessuale implicita nel PDS è all’origine di un antagonismo che sabota la soddisfazione sessuale di entrambi i sessi.

Il Doppio Standard della Conformità di Genere nell’Infanzia

Un doppio standard molto comune nella nostra società è quello relativo alla conformità di genere nei bambini. Notate la facilità con cui la nostra società accetta che le bambine attraversino una fase da “maschiacci”. Comparatela con le preoccupazioni e le ansietà provocate da un bambino che desidera giocare con le bambole. E’ “normale, lo supererà con la crescita nel giro di qualche anno” se una bambina vuole giocare con i bambini ma se un bambino ammette che gli piace il rosa, si sospetta immediatamente che sia omosessuale o un fallimento del suo genere.

Questa è un’ovvia conseguenza del fatto che la maturazione biologica femminile (e, con essa, l’adesione al genere) è vista come un processo automatico che “semplicemente avviene”. Poiché l’essere donna è visto come qualcosa di biologicamente innato, le azioni di una donna non sono viste come il principale mezzo di valutazione del contributo che può dare alla società.

La maturazione biologica maschile, d’altra parte, non garantisce di essere in grado di portare a termine compiti che la società assegna al maschio. Essere un “vero uomo” (ovvero capace di dare il proprio contributo maschile alla società) non è biologicamente garantito. Dal momento che l’adesione al genere maschile è valutata non in base a cosa si è ma a cosa si fa, le azioni di un uomo mettono a rischio il suo valore sociale.

Molti teorici degli studi di genere sostengono che la società si preoccupi maggiormente dei maschi perché dà più valore alle caratteristiche maschili che a quelle femminili: questo contrasta con il fatto che le caratteristiche femminili sono elogiate quando esibite dalle donne (e contrasta anche col fatto che, storicamente, le società hanno sacrificato gli uomini per proteggere le donne: le società non sacrificano i loro membri più preziosi per il bene di quelli meno preziosi). La biologia fa sì che un uomo che si comporta da femmina non possa eseguire il compito principale che la società assegna alle femmine (partorire figli), e perciò comportarsi da femmina per lui significa sprecare un potenziale (ma quando una donna si comporta in modo femminile non viene vista come una minaccia). Perciò, un uomo che si comporta da femmina non è socialmente percepito come una donna ma, piuttosto, come asessuato (un maschio Omega).

Tuttavia, dal momento che sia gli uomini che le donne sono (nei fatti) agenti e il valore maschile non dipende da ciò che uno è ma da ciò che fa, le femmine possono dare, in una certa misura, contributo maschile (e il movimento femminista ha fatto sì che la gente accettasse la realtà dell’azione femminile, arrivando a festeggiare quando una donna trasgredisce i ruoli di genere). A conti fatti, le donne possono “aumentare di valore” attraverso la non conformità di genere, mentre gli uomini non possono; le femmine possono essere socialmente androgine mentre gli uomini (per via della loro impossibilità a svolgere il compito principale che il sistema di genere ha assegnato alle femmine) possono solo essere socialmente asessuati.

Perciò, è la dicotomia soggetto-oggetto (e non la presunta valutazione della mascolinità come superiore alla femminilità) che getta le basi per il doppio standard di conformità di genere nell’infanzia.

Il complesso santa-pu**ana e le valutazioni di genere del carattere morale

Il nostro sistema di genere ha influenzato gli standard etici imposti ad entrambi i sessi. Nel caso di questo problema, mentre gli uomini sono soggetti a standard etici normali, le donne non lo sono: i dubbi riguardo il carattere di una donna sono interamente incentrati su quanto sia casta.

Questo è sicuramente un prodotto della dicotomia soggetto-oggetto, che fa delle donne dei pazienti morali. Dal momento che non sono viste come agenti morali, non sono considerate soggette agli standard morali o capaci di grandi virtù morali (o vizi).

Il dare della pu**ana stando al sistema di genere è stato spiegato in precedenza, ma è ovvio che le norme religiose hanno influenzato il complesso santa-pu**ana (basti guardare il nome). La religione è un sistema separato da quello di genere (benché interagisca con esso) e le religioni abramitiche monoteiste condannano la promiscuità in entrambi i sessi (non solo nelle donne). Le donne, però, vengono definite pu**ane sia stando al sistema di genere che stando a quello religioso, mentre gli uomini vengono insultati per la loro promiscuità sessuale stando alle norme di un sistema ed elogiati stando a quelle dell’altro.

Questa confluenza tra norme di genere e norme religiose, abbinata all’oggettivazione della donna nel sistema di genere, spiega perché la castità/pu**anaggine sia così pesantemente enfatizzata nelle discussioni sul carattere delle donne: le donne vengono solitamente scagionate quando si tratta di stardard legati ad altri aspetti (sia le loro virtù che i loro vizi vengono minimizzati) perciò lo standard santa-pu**ana riempie il vuoto.

 

PARTE 5: conclusione

Quello qui sopra è un riassunto della mia teoria sul genere nella sua interezza e così come l’ho espressa in tutti i miei precedenti articoli. Credo sia una migliore spiegazione del sistema di genere delle teorie sullo status quo accettate nella maggior parte dei dipartimenti di studi di genere.

Un’espressione utile: la dicotomia strumentalizzazione-infantilizzazione

In “Summa Genderratica”, sostenevo che il nostro sistema di genere può essere compreso definitivamente grazie a due dicotomie sovrapposte: la dicotomia soggetto-oggetto e la dicotomia sacrificabile-prezioso. Gli uomini sono intesi come soggetti sacrificabili, valutati solo in base alle loro azioni, mentre le donne sono intese come oggetti preziosi, intrinsecamente utili grazie alla loro biologia ma, al tempo stesso, fragili e per questo sia meritevoli che bisognosi di protezione.

Il solo problema di questa formulazione è che è piuttosto complicata, perciò ho lavorato su un modo di esporla in maniera più semplice.

La dicotomia strumentalizzazione-infantilizzazione è la mia risposta definitiva.

La “strumentalizzazione” è una forma di oggettivazione (per maggiori informazioni, consultare “oggettivazione” di Nussbaum, che si riferisce ad essa come a “strumentalizzazione”) nella quale il valore di un individuo è determinato interamente dalla sua utilità/servizio al prossimo. Questo comprende sia l’azione (si deve essere in grado di agire per essere utili) che la sostituibilità/sacrificabilità innata, pertanto riassume perfettamente la condizione maschile.

L’“infantilizzazione” è anch’essa una forma di oggettivazione, nello specifico attraverso la negazione dell’azione, ma implica altresì il secondo elemento della condizione femminile: l’essere considerate intrinsecamente speciali e preziose. Il fatto che la società consideri donne e bambini come un tutt’uno spiega tutto – sono il futuro (o le incubatrici di esso) e per questo naturalmente speciali.

Pertanto, la dicotomia sacrificabile-prezioso si combina con la dicotomia soggetto-oggetto dando vita alla dicotomia strumentalizzazione-infantilizzazione, che riunisce perfettamente tutti gli aspetti del trattamento riservato a uomini e donne nell’ambito del sistema tradizionale di genere.

Per saperne di più sull’infantilizzazione delle donne, raccomando la lettura del post di Gincko “Neotenia come norma di genere femminile” [l’abbiamo posta subito dopo questo paragrafo – n.d.t.]: in questo post ci si riferisce anche alla “maturità” come aspetto del sistema di genere e a come questa si applica ai maschi – un punto che ho sottolineato ripetutamente come essenziale per comprendere la condizione maschile.

Ipoazione: la neotenia come norma di genere femminile.

La neotenia è la conservazione di tratti giovanili nell’età adulta. In questo caso, uso il termine nel senso sociale e lo utilizzo per definire le aspettative sulle donne e il permesso che esse hanno di comportarsi in modo infantile e, al tempo stesso, appropriarsi delle prerogative dei bambini – protezione e sostentamento al punto di porre l’incolumità e gli interessi del bambino davanti ai propri. E’ appellarsi ad un privilegio.

Vulnerabilità e vittimismo: La narrativa che lega la femminilità all’essere indifese e vittime è fin troppo conosciuta e diffusa perché io debba analizzarla nel dettaglio. L’ho definita femminilità tossica (http://honeybadgerbrigade.com/2014/11/12/femininities-toxic-femininity/). Le femministe della seconda ondata l’hanno presa di mira negli anni ‘70 ma poi, per qualche ragione, hanno cambiato idea. Per qualche ragione, questi meme si sono radicati nel femminismo moderno.

Parlare di “cultura dello stupro” e insistere che solo gli uomini possono porre termine agli stupri sono esempi di questa mentalità da vittima indifesa, ma l’impulso è molto più diffuso. Sembra che ogni volta che si dice che a un uomo è accaduto qualcosa di male sia indispensabile far notare che alle donne accade di peggio. Anche gli uomini vengono violentati? Beh, lo stupro è molto peggiore su una donna che su un uomo! (Perchè? – OMG! Che domanda sessista!) Beh, quando un uomo viene stuprato è sempre un caso isolato ma lo stupro a danno di una donna è una caratteristica strutturale del patriarcato, come evidenziato dalle enunciazioni profetiche della parola del Signore tramite Susan Borwnmiller.

Questa è la descrizione di Typhonblue del tentativo di una donna (http://www.youtube.com/watch?v=FSnjKQRT47A) di trasformare il massacro di uomini e ragazzi (e solo loro) in Serbia nella tragedia delle donne sopravvissute poiché la morte dei loro compagni le privava dell’utilità di questi ultimi. Esatto: gli uomini morivano ma, ovviamente, le vere vittime erano le donne.

Ciò si estende fino al modo con cui le femministe si sono aggrappate all’oppressione della gente di colore con l’espressione “donne e minoranze”. Come un commentatore, Chris, ha fatto notare riguardo alla femminilità tossica sotto al mio articolo:
“So di essere in ritardo per la festa ma questo si collega a qualcosa di cui vorrei che più gente parlasse. A me, la storia femminista della perpetua oppressione delle donne è sempre sembrata una cattiva imitazione della storia della gente di colore come raccontata dai movimenti per i diritti civili degli anni ‘60. Quando ho letto le teorie femministe per la prima volta, la dicotomia oppressi/oppressori mi è subito sembrata presa in prestito dai diritti civili. Non mi è mai sembrata sensata perché si vedeva che usava un linguaggio creato per parlare di razza e classe ma rimaneggiato al fine di essere usato per parlare di genere”.

Il filo conduttore vede le donne come vittime definitive di ogni situazione, come se questa fosse una caratteristica della loro identità di genere.

Gli uomini sono complici e difendono le donne per ragioni loro, che quasi sempre si riducono all’essere considerati i grandi e forti difensori o uomini buoni dotati di grande sensibilità morale. Perciò quando si parla di neotenia sociale, troveremo entrambi i sessi pronti a tollerare e difendere i casi di comportamento infantile nelle donne some se tale comportamento fosse un diritto naturale, come se fosse un diritto naturale che verso le donne siano accettati maggiormente comportamenti considerati immaturi negli uomini.

Qual è il punto? Quali benefici ci si aspetta da questa insistenza sul vittimismo?

Pretesa di protezione e mantenimento: La neotenia e i benefici che essa porta hanno un prezzo. Vieni controllata come un bambino. (Non posseduta: non sei una proprietà ma sei sotto custodia. Le proprietà possono essere vendute a piacimento). Se chiedi a qualcuno di proteggerti e difenderti al punto di perdere la capacità di farlo da sola, quando ti diranno che ti difendono solo entro un certo perimetro, ma non al di fuori, non hai altra scelta che rimanere al suo interno. Se non ari la terra per coltivare il tuo cibo, vivi alle spalle degli altri. Se vivi in una casa che qualcun altro ha costruito o ereditato dalla sua famiglia e non dalla tua, allora lo fai alle sue condizioni.

Allora qual è il prezzo? Il prezzo è che tu resti in casa e fai le faccende di casa mentre gli uomini escono a lavorare nei campi. E per quanto duri ed estenuanti potessero essere i lavori di casa secoli fa e nelle epoche precedenti, non c’è dubbio alcuno su quale mestiere fosse più pesante.

(E sì, so che “Ma gli uomini impedivano alle donne di fare quei lavori!” Certo che lo facevano: grazie per averlo chiarito. Gli uomini impedivano alle donne di svolgere quei lavori così come lo impedivano ad altri uomini. Gli organismi competono per le risorse – quegli orribili e duri lavori erano i più proficui tra quelli a disposizione di quegli uomini, che lottavano per essi. Anche le donne avrebbero potuto farlo: perché non lo fecero? Bisogna chiedersi come gli uomini siano riusciti a impedirlo loro. Ci sono riusciti perché quei lavori andavano a chi era più forte e determinato. Perché le donne erano meno forti e determinate? Perché potevano permetterselo. Perché avevano gente che lo era al posto loro – i loro uomini.

E, per paura che si dicesse che le donne “vivevano alle spalle dei loro uomini”, se così era, anche gli uomini vivevano alle spalle delle donne. Le cattedrali non sarebbero mai state costruite senza la birra e sappiamo chi l’ha inventata. Un uomo non avrebbe potuto lavorare 12 ore di fila in una miniera di carbone per giorni senza che qualcuno lo nutrisse quando arrivava a casa. Un uomo che fa questo tipo di lavoro non può proprio vivere e continuare a farlo da solo. Gestire una casa era un lavoro a tempo pieno prima che comparissero elettrodomestici e cibi in scatola, e le sole alternative che aveva erano stare in pensione o sposarsi.)

Indicatori di neotenia: Vi sono diversi indicatori comportamentali di neotenia: pensiamo ad esempio al trucco. Quando si tratta di cambiare l’aspetto da maschile a femminile, gli esperti sono le drag queen. Cosa fanno? Si truccano in modo da rendere i loro occhi più grandi e le loro bocche più piccole e alzano il timbro della loro voce.
Sono tutte caratteristiche della neotenia e si rifanno tutte al rendere piccolo e grazioso.

Osserviamo adesso altri comportamenti neotenici:

Comportamenti linguistici – allungamento delle parole (http://glpiggy.net/2013/02/21/why-women-email-and-text-the-way-they-do/), aumento dei marker del discorso tesi a costruire un rapporto (http://nymag.com/thecut/2013/02/how-to-tweet-like-a-girl.html), estrema velocità nel parlare, voce molto acuta (più acuta della reale voce della persona) – sono tutti comportamenti tipici dell’infanzia. Rendere la propria voce più acuta ti fa sembrare più piccolo e bambino.

Apparenza di svampitaggine – Le donne si lamentano di questo tratto e del fardello che impone ma la lamentela più ricorrente riguarda l’apparire stupide. Non vanno oltre.
L’esagerata, istrionica espansività emozionale che si associa alla femminilità è un’altra forma di apparenza di svampitaggine o di mancanza di serietà. Nella cultura anglosassone è associata al genere anche se non considerata connaturata al genere: in alcune culture gli uomini sono parecchio espansivi e affettuosi ed è interessante notare come ciò abbia lo stesso effetto svalutante agli occhi di chi appartiene alla cultura anglosassone. E non si tratta solo della cultura anglosassone: le culture orientali considerano il controllo delle emozioni, come tutte le forme di autocontrollo, un segno di maturità, e, di conseguenza, la mancanza di controllo come segno di immaturità.

[Nota di Antisessismo: ovviamente l’autore non vuole dire che le donne sembrino più svampite o altro, ma che la cultura vede e impone che questo tipo di apparenza sia più accettabile nelle donne in virtù della loro associazione con i bambini e quindi dell’infantilizzazione.]

Colori e abiti infantili – Il rosa è per le ragazze e non per gli uomini [sebbene sia nato come colore per gli uomini, ma presto – non a caso – il suo uso è cambiato, n.d.t.], ma vi siete mai chiesti perché? E non solo il rosa: tutti i colori vivaci e pastello. Ma qual è il filo conduttore? Sono tutti colori infantili, i colori della primavera – vivaci, allegri, gioiosi e spensierati. La gente che vuole apparire seria non si veste così, mentre i bambini spensierati lo fanno.

Età e peso – Durante la mia infanzia, una delle tante regole che mi fu insegnata era che non si chiede mai l’età a una signora e non si fa mai riferimento ad essa. Per qualche ragione, era considerato offensivo. Ho poi scoperto che non solo le signore ma le donne in generale si sentivano offese da quella domanda. Si tratta di neotenia ma ha anche effetti peggiori.

Avete notato come le donne adulte trovano normale definirsi “bambine” (“girls”)? Un tempo era una parola d’ordine femminista e potrebbe ancora esserlo, o almeno spero sia così. Ma chiamare una donna “bambina” non è offensivo quanto chiamare un uomo “bambino” (“boy”). Ciò deriva dall’aspettativa di maturità nei generi.

La gente grassa è grossa e non graziosa. Non graziosa e femminile. Perciò il grasso è odioso.

La fobia del grasso è una forma di fissazione neotenica sulla minutezza e graziosità. Quando le donne grasse dicono di essere trattate peggio degli uomini grassi perché il grasso è più accettato negli uomini, è di questo che stanno parlando.

Condiscendenza verso l’autorità –  Si sente dire che le ragazze maturano più in fretta e che si comportano in maniera più matura nei primi anni di scuola, ed è probabilmente vero, a seconda di cosa si intenda per maturità. Se sei un’insegnante che chiede collaborazione al fine di mantenere l’ordine, la condiscendenza può essere considerata maturità. Si sente dire che alle donne viene insegnato ad interagire in modo da “accontentare le persone” ma quando ne vediamo una impegnarsi ad accontentare, lo fa sempre con qualcuno appartenente ad uno status superiore: un capo, una donna che di status più alto o qualcuno che elevano a quel livello (come quando una madre in un ristorante sfoggia ossequiosamente il suo tentativo di far sì che il bambino ordini qualcosa e inizia a parlare come un cameriere che si rivolge al cliente).

A grandi linee, questo è il meccanismo che serve a vivere insieme come umani. La condiscendenza verso il potere legittimo è cruciale per un’organizzazione funzionale o anche solo per una società civile. Ma se un adulto prende la decisione consapevole di essere o meno condiscendente, ci si aspetta, invece, che i bambini siano condiscendenti d’ufficio.

Notate come il ruolo tradizionale maschile rifugge questo concetto, come reazione ad esso.

Sii uomo (man up) – Un paio di anni fa ci fu una discussione nella gendersfera a proposito dell’espressione “sii uomo”. La discussione verteva su come l’espressione fosse al tempo stesso misogina e misandrica, prendendo in considerazione solo il punto di vista del genere. Si pensava che l’espressione implicasse che un uomo potesse essere inadeguato per il suo non essere abbastanza virile o per il suo essere troppo femminile. Questo escludeva metà del peso semantico dell’espressione: l’altra metà ha a che fare con l’essere adulti e con la contrapposizione dei termini “uomo” e “bambino”.

Perchè non fu considerata? Perchè, io penso, la gente faceva un’associazione errata tra “uomo” e “donna” e “donna” non implica l’aspettativa di maturità. Se si osservano le situazioni nelle quali l’espressione viene usata contro un uomo, si tratta sempre di spingerlo ad assumersi una qualche responsabilità da adulto. Perchè non si dice “sii donna”?

Ecco come l’ipoazione sotto forma di neotenia funziona e come appare nel ruolo di genere tradizionale e femminile, e i privilegi che comporta.

Un’infografica e mille polemiche: risposta alle obiezioni

Oltre alle critiche ricevute in precedenza, già segnalate nell’articolo “Infografica sulle questioni maschili e risposta ai critici”, ve ne sono state altre due, che qui riporteremo assieme alle nostre risposte. Ovviamente per capire di cosa stiamo parlando è necessario aver già letto l’articolo sopramenzionato.

# La prima polemica #

La risposta è in riferimento, oltre all’articolo già menzionato sopra, anche a quello intitolato “Falsi studi e negazionismo del dramma dei padri separati”.

>> OBIEZIONE: “Su dati caritas e istat parlano di bufale, ma non hanno smentito nulla: i dati caritas sui separati sono quelli che vedete, c’è scritto poi che l’indagine totale, in cui hanno dato anche altri tipi di dati, ha riguardato non solo i separati, ma sui genitori separati il dato è quello: 53% donne 47 uomini.”

RISPOSTA: In realtà parlano proprio di separazione parlando dei separati in casa, e difatti per questo viene chiesto: “Ma in quale fase del processo di separazione sono stati intercettati?” Di questi, “il 28,1% in separazioni di fatto”, ovvero separazioni in casa e quindi NON REALI SEPARAZIONI. La cosa preoccupante è che siano più delle persone che stanno in procedimenti di divorzio (22,8%).

>> OBIEZIONE: “Il dato sui 4 milioni era basato su quello stesso rapporto caritas”

RISPOSTA: Peccato che il dato dei 4 milioni è di un report del 2013, mentre il rapporto caritas di poco sopra è del 2014. Come fa un dato dell’anno precedente a basarsi su un’indagine fatta nell’anno successivo? Macchina del tempo?

>> OBIEZIONE: “l’affido condiviso è la norma, quello esclusivo può essere motivato solo da ragioni di grande urgenza e non è affatto un esclusivo taroccato, la legge prevede continuità di rapporti con i due genitori e nei rari casi in cui non è stata rispettata c’è stata condanna dall’UE.”

RISPOSTA: Peccato che sia considerato equilibrato e continuativo vedere una volta ogni 15 giorni.
Difatti la legge parla di continuità di rapporti senza definire tali modalità. E se la legge è vaga, allora non puoi dire “eh lo dice la legge!”
Come dice il ministro della giustizia Andrea Orlando, messo così l’affido condiviso non è riconducibile a un modello unitario standardizzato e finisce per diventare il vecchio modello precedente con paroline aggiornate al nuovo millennio.

Perchè non è riconducibile a un modello unitario? Perchè con “affido condiviso” si definiscono entrambi questi tipi di modelli:
– joint physical custody
– joint legal custody
Noi abbiamo il “joint legal custody” e vorremmo il “joint physical custody”.
Per farlo dobbiamo definire le modalità per la continuità di rapporti come hanno fatto Stati REALMENTE progrediti, come il Nevada, dove la Corte Suprema ha stabilito che ogni coniuge deve passare almeno il 40% del tempo di custodia su base annuale.
QUESTO è affido condiviso vero (joint physical custody), mentre si sta spacciando quello finto (joint legal custody) per l’altro!

>> OBIEZIONE: “Nel caso del padre dipendente da droghe era stato in centri di disintossicazione e le sue violenze erano documentate, come era chiaro che fosse stato assente per la figlia, ma si è voluto lo stesso accettare il riconoscimento senza attendere la condanna o assoluzione per l’ultimo reato, e non è il solo caso in cui è successo.”

RISPOSTA: Andiamoci a leggere la sentenza, e vediamo che (come mostra l’immagine) non ci sono le prove di tale violenza.
Tra l’altro non è stato “assente” volontariamente, ma la madre si è attivamente opposta e per questo le è stata sospesa la potestà genitoriale (anche se non si capisce bene se è stata sospesa per quello o per qualcos’altro).

cassazione

Ulteriori obiezioni alla nostra infografica sono state le seguenti:

>> OBIEZIONE: Gli uomini si suicidano di più ma le donne tentano di più il suicidio.

RISPOSTA: Questa obiezione, assieme a quella per cui gli uomini morirebbero di più “casualmente” perché scelgono mezzi più violenti e in grado di uccidere rispetto alle donne per tentare il suicidio, non tiene conto delle intenzionalità degli atti.
Perché gli uomini usano maggiormente mezzi più violenti per togliersi la vita? Perché hanno abbandonato l’idea di poter essere salvati, mentre spesso le donne non vogliono realmente suicidarsi ma mostrare il disagio e quindi ricevere aiuto a seguito dell’atto. Ergo dire che le donne provano di più a suicidarsi quando il loro tentativo di suicidio è appunto un tentativo che non è definitivo, che è un segnale di richiesta di aiuto, non può essere comparato con quello di chi ha rinunciato a chiedere aiuto e non vuole fingere di morire per ricevere sostegno, ma vuole appunto solo morire.
Questo è stato notato anche in alcuni studi, ad esempio una ricerca del 2009 mostra che gli uomini tendono a mirare maggiormente alla testa quando si sparano mentre le donne di più al corpo. Questo, asseriscono i ricercatori, mostra che “le donne hanno un minor desiderio di morire rispetto agli uomini”.
[Stack S, Wasserman I. Gender and suicide risk: the role of wound site. Suicide Life Threat Behav. 2009 Feb;39(1):13-20.]

>> OBIEZIONE: Il sistema statunitense è diverso, quindi usare dati sulla disparità giuridica statunitensi non ha senso.

RISPOSTA: In realtà essendo gli USA un Paese in cui le donne sono incarcerate maggiormente rispetto all’Italia ed essendo la disparità derivante da un bias culturale dei singoli che lavorano nel settore (bias culturali che fanno riferimento ai ruoli di genere e quindi sono riscontrabili anche in altri Paesi), per logica tale disparità giuridica dovrebbe essere maggiore in Stati come il nostro in cui l’incarcerazione femminile è minore. Ergo questa osservazione non sminuisce il dato statunitense ma anzi ci fa capire che è un dato al ribasso.

>> OBIEZIONE: I morti sul lavoro non sono una questione di genere perché derivanti dalla maggior forza fisica degli uomini.

RISPOSTA: In realtà la quasi totalità dei lavori ad alto rischio non implica uno sforzo fisico diretto di molto maggiore, pensiamo a carpentieri, antennisti, ecc. Ma un porsi in situazioni appunto ad alto rischio.
Anche la minoranza di lavori con maggiore sforzo fisico non impediscono alle donne di farne parte: carichi medi sono sostenibili indifferentemente da uomini e donne, e se un carico molto pesante magari può essere sollevato da due uomini può esserlo fatto altrettanto bene da tre donne. Questi casi come vediamo però non costituiscono la totalità delle attività e dei carichi ma una piccola minoranza, e anche in simili situazioni la soluzione esiste, dato che anche tra uomini se un singolo uomo poco robusto non riesce da solo a sollevare un peso può tranquillamente richiedere a un collega di aiutarlo. Il problema dunque non è di accesso al servizio, ma di mancanza di volontà di entrarvi derivante dagli stereotipi misandrici per cui sarebbero “lavori da uomini”.
Tra l’altro essendo il simbolo femminista più comune il “We Can Do It!”, ovvero l’immagine di una donna in fabbrica che, mostrando i muscoli, rivela il suo poter essere in grado di fare lavori pesanti al pari di un uomo, le femministe che sostengono questa tesi si pongono in una posizione di regressione rispetto addirittura alle precedenti ondate di femminismo, e per questo motivo dovrebbero perlomeno essere coerenti al punto da non usare più quel simbolo visto che non concordano con il significato che esso voleva dare.

# La seconda polemica #

doglie-blu

In questo secondo caso un sito ci ha risposto con un articolo intitolato “Antisessismo, una pagina sessista”.
Le critiche questa volta si concentrano sui seguenti punti:

– gli uomini anche se sono ugualmente aggressivi farebbero più danni in quanto più forti (ma giusto, infatti è per questo che noi come specie siamo stati sottomessi dai predatori che sono più forti di noi, non è che le armi e gli oggetti permettono di sopperire alla forza fisica, ma ovvio, eh, la storia della specie umana è un’invenzioneeeeh!!11!1 GOMBLODDOOO!!11!)

i morti sul lavoro non sono una discriminazione contro gli uomini perché partono già da una maggioranza maschile (ehm… ma è questa la discriminazione, che la società pensi ai lavori rischiosi come da uomo per definizione! Sappiamo infatti che le scelte non avvengono in un vacuum ma in un contesto sociale con stereotipi, influenze e condizionamenti, e anche questi sono discriminatori.)

– Dato che le donne scelgono mariti che fanno poco in casa quando potrebbero scegliersene altri che fanno molto in casa, allora i giudici devono obbligare a un affido esclusivo verso la madre. Logico no? *Sarcasmo*

– Scambia in malafede un commento in cui si debunkera la teoria della preponderanza maschile nella violenza domestica con un’incitazione al femminicidio. Bah.

– La pagina si occupa di più di questioni maschili? Allora non può chiamarsi Antisessismo. Però ricordate che il femminismo è sinonimo di antisessismo anche se le femministe parlano di questioni maschili una volta ogni morte di papa, eh… *Sarcasmo*

Dato che però il punto principale sono le conseguenze della violenza domestica, spieghiamo un po’: molti autori pur parlando di simmetria di genere nella perpetrazione arretrano sulle conseguenze di tale simmetria perché vedono che i dati degli incarcerati sono maggiormente uomini, e quindi parlano di disparità di conseguenze per capacitarsi di questa contraddizione tra incarcerati e dati delle statistiche.
In realtà però i dati delle incarcerazioni sono spiegabili in maniera molto più semplice: difatti diversi studi mostrano che a parità di reato e condizioni gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati e incarcerati.
Ne abbiamo già parlato qui: https://antisessismo.wordpress.com/2016/11/26/no-gli-uomini-non-sono-piu-violenti-delle-donne/
perciò non ci ripeteremo su questo punto.

Inoltre quando si analizzano bene le conseguenze risulta che anche laddove le donne risultavano avere maggiori ferite, gli uomini erano quelli che avevano le ferite più gravi, mentre altri studi mostrano direttamente parità di lesione.
Riporto qui dunque un nostro articolo in merito (è abbastanza lungo ed è un insieme di dati, scusateci):

“Felson e Cares [2] hanno riesaminato i dati del sondaggio NVAW (National Violence Against Women Survey, Tjaden e Thoennes, 2000) confrontando i casi di violenza contro il partner con quelli di violenza contro sconosciuti. Felson e Carles hanno scoperto che la violenza tra parenti o conviventi era molto più frequente della violenza in altri tipi di rapporti o contesti: le aggressioni tra coniugi, partner conviventi e membri della famiglia accadevano molto più spesso di quelle compiute da sconosciuti o da altre persone conosciute dalle vittime. Inoltre, in base a quanto scoperto dagli autori, gli uomini causavano ferite lievi con una frequenza più alta rispetto alle donne, ma avevano una bassa probabilità di provocare ferite gravi; le donne avevano più probabilità di subire danni fisici lievi mentre gli uomini avevano più probabilità di subirne di gravi. Gli autori hanno concluso che “[…] l’evidenza osservata contraddice l’idea che la violenza compiuta da partner maschili sia generalmente più grave. In primo luogo, le ferite causate a partner femminili tendono a essere meno gravi di quelle causate a partner maschili; in secondo luogo, la probabilità di partecipazione della vittima alla violenza è la stessa per uomini e donne. […] Tuttavia, la ricerca precedente suggerisce anche che la violenza maschile contro il partner sia bassa rispetto alla frequenza del conflitto verbale tra partner (Felson et al., 2003)”.

Questi dati sono supportati da altri studi: ad esempio, Coker e colleghi (2002) [3] hanno riesaminato i dati delle 6790 donne e dei 7122 uomini del sondaggio NVAW per valutare i nessi tra la violenza subita (fisica, sessuale e psicologica) e gli effetti fisici e psicologici osservabili e a lungo termine in uomini e donne. I risultati indicavano che gli abusi fisici e psicologici causavano grossomodo esiti ed effetti simili in entrambi i sessi. Gli autori hanno però segnalato che era possibile che le vittime maschili fossero anche perpetratori e che il loro stato mentale risultasse dall’aver compiuto violenza piuttosto che dall’essere stati vittime. È interessante evidenziare quanto il pregiudizio sia radicato notando che quest’ipotesi non è stata proposta per le donne sebbene si applicherebbe anche a loro.

Gli studi nazionali come il già citato NVAW Survey, il National Family Violence Survey (NFVS) e il National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS) mostrano differenze poco significative nelle percentuali di vittime di violenza domestica tra uomini e donne nei 12 mesi precedenti, e addirittura nel NISVS le vittime maschili erano la maggioranza, ovvero il 53%.
Percentuali simili tra i sessi (ovvero attorno al 50 e 50 tra maschi e femmine) si hanno anche quando vengono combinati diversi tipi di violenza grave (es. violenza fisica grave, violenza psicologica grave, comportamenti di controllo, violenza legale/amministrativa e lesioni) [4].
In ogni caso è sempre opportuno ricordarsi di analizzare i dati dei 12 mesi precedenti, e non del lifetime, dato che i primi sono più attendibili, perché a differenza di quest’ultimo non mostrano bias nel recall, ovvero nel richiamo di eventi passati da molto tempo [5].
Questo è dimostrato già da tempo anche in altre aree, prendiamo ad esempio gli abusi sessuali infantili: solo il 16% degli uomini con casi documentati di abusi sessuali infantili consideravano le loro esperienze nella prima infanzia abusi sessuali, contro il 64% delle donne con casi documentati di abusi sessuali infantili [6]. Questo perché i maschi, a differenza delle femmine, trovano meno supporto, minor assistenza e comprensione, dunque tendono maggiormente a reprimere il proprio vissuto fino a rimuoverlo dal livello cosciente della propria memoria.

Tornando alle lesioni, lo studio di LaRoche (2005) è anch’esso, come quello di Felson e Cares e di Coker et al, un riesame dei dati di un sondaggio, ma in questo caso il sondaggio è il GSS canadese (Canadian General Social Survey), condotto su un campione di 25.876 soggetti. I dati di LaRoche ci portano a rifiutare categoricamente l’idea che la violenza domestica subita non provochi danni agli uomini. È interessante il fatto che, nonostante nel sondaggio non tutti i dati sulle “vittime” fossero disponibili per gli uomini, i dati disponibili indicassero una forte somiglianza tra la violenza subita da uomini e quella subita da donne. LaRoche riporta che l’83% degli uomini aveva terrore unilaterale della partner e di conseguenza “temeva per la propria vita”, mentre era il 77% delle donne ad avere terrore unilaterale del partner. Tra gli uomini che avevano paura della partner, l’80% riportava uno sconvolgimento delle attività quotidiane (rispetto al 74% delle donne che temevano il partner), l’84% aveva ricevuto cure mediche (percentuale uguale alla percentuale della controparte femminile) e il 62% aveva cercato assistenza psicologica (63% per le donne). Perciò, in un campione canadese vasto e rappresentativo su scala nazionale, le reazioni degli uomini vittime di violenza erano di fatto identiche a quelle delle donne. Semplicemente, le ricerche precedenti erano influenzate da un paradigma per cui le domande giuste agli uomini non venivano poste. Quando queste domande vengono effettivamente poste, i risultati sono sorprendenti.
Anche in casi in cui le vittime avevano subito ripetutamente violenza strumentale o terrorismo intimo (LaRoche, 2005, tabella 8) sono stati riscontrati danni fisici, ricorso alle cure mediche e paura della persona violenta in modalità equivalenti a prescindere dal genere del perpetratore e della vittima. Degli uomini, il 65% ha riportato di essere stato ferito (rispetto al 67% delle donne). Ciononostante, la probabilità che gli uomini avvisassero la polizia era soltanto la metà rispetto a quella delle donne (LaRoche, 2005, tabella 9). Anche in questo caso, contrariamente a quanto formulato dalle teorie di teorici femministi della violenza domestica come Johnson, la violenza coercitiva era riportata da vittime sia maschili che femminili, con conseguenze simili a seguito della violenza subita [7].

In un pronto soccorso di Philadelphia, Pennsylvania, è stato rilevato che, in un periodo di tredici settimane, il 12.6% del totale dei pazienti maschili (N=866) era stato vittima di violenza domestica [8]. La violenza compiuta dalle partner e riportata dai pazienti consisteva in calci, morsi, pugni e tentativi di soffocamento nel 47% dei casi e nell’uso di un’arma nel 37% dei casi. Gli autori hanno osservato che le cifre sarebbero state più alte se non avessero dovuto interrompere il sondaggio a mezzanotte e se fossero stati presi in considerazione anche i casi di “grave trauma”, che avrebbero fatto salire la percentuale di uomini feriti dalle partner. È importante notare che molte cliniche di pronto soccorso chiedono alle donne ma non agli uomini se le loro ferite sono state causate da violenza domestica.

Vasquez & Falcone esaminarono i casi di violenza cross-genere tra i pazienti di un centro traumatologico dell’Ohio durante un periodo di undici mesi [9]. Dei 1400 ricoveri per trauma, 37 pazienti (18 uomini e 19 donne) avevano ferite causate da membri del sesso opposto. Il valore di gravità delle ferite era più alto per gli uomini che per le donne, 11,4 contro 6,9. La maggior parte degli uomini, il 72%, era stata ricoverata per ferite da pugnalamento, mentre la maggior parte delle donne era stata ricoverata per percosse (53%). Secondo quanto riportato dagli autori, le ustioni causate da violenza domestica erano ugualmente frequenti tra uomini e donne. Come dimostra questo studio, le indagini su campioni comunitari, a meno che non si richieda ai soggetti di auto-definirsi vittime di un crimine, mostrano uno schema della violenza domestica diverso e più orientato all’equivalenza tra i generi rispetto agli studi supportati dalla prospettiva femminista radicale.

Inoltre, raramente è stata valutata la paura che gli uomini hanno della violenza femminile (un’eccezione è l’analisi di LaRoche dei dati del GSS Nazionale Canadese). Uno studio di Hines, Brown e Dunning (2007) negli USA ha esaminato le telefonate effettuate al numero di assistenza nazionale per la violenza domestica sugli uomini [10]. Come evidenziato dagli autori, sarebbe stato poco probabile che a telefonare fossero stati perpetratori o co-perpetratori uomini. Nel periodo iniziale di attivazione della linea il servizio riceveva una chiamata al giorno; dopo essere stato pubblicizzato negli elenchi telefonici statali, ha cominciato a ricevere 250 chiamate al giorno. Dato che 2,6 milioni di uomini americani sono vittime di violenza grave, ci si aspetta che l’uso del servizio aumenti ancora (Straus e Gelles, 1992) [11]. Quasi tutti i chiamanti avevano subito violenza fisica dalla partner (solitamente partner donna, visto che solo il 4% era gay); una sostanziale minoranza temeva violenza da parte della partner e subiva stalking. Più del 90% subiva comportamenti controllanti e diversi avevano avuto esperienze frustranti con il sistema che gestiva i casi di violenza domestica; il 52,4% diceva di avere paura che la propria partner l’avrebbe ferito gravemente se avesse scoperto che aveva chiamato la linea di assistenza. Hines et al (2007) hanno scritto che “secondo i resoconti qualitativi, diversi attacchi fisici riguardavano l’area dell’inguine“.
Gli uomini che chiamavano riportavano anche forme di violenza non misurate dai sondaggi, come i casi in cui le perpetratrici tentavano di investire il partner con l’automobile. Il 29% riportava di aver subito stalking dalla partner.

In uno studio di Callahan, Tolman e Saunders del 2003 sulla violenza di coppia negli adolescenti, vennero presi 190 studenti delle scuole superiori, per il 53% maschi, per il 47% femmine e approssimativamente per il 50% afroamericani, che avevano completato una versione modificata della CTS2 (Revised Conflict Tactics Scale, Scala Revisionata delle Tattiche di Conflitto). Per quanto riguardava le ferite, i soggetti che avevano riportato di essere stati feriti dal partner erano il 22% delle ragazze e il 17% dei ragazzi, una differenza di genere non significativa [12].

In una ricerca del 2001 di Capaldi e Owen, vennero valutate 159 coppie prese da un campione di comunità a rischio, per mezzo della scala CTS e dei dati sulle ferite riportati dai soggetti. I risultati indicavano che il 9,4% degli uomini e il 13,2% delle donne commettevano frequentemente aggressioni fisiche verso il partner. Per quanto riguardava le ferite, il 13% degli uomini e il 9% delle donne indicava di aver subito lesioni fisiche almeno una volta. Gli autori riportavano che “il 2% degli uomini, e nessuna donna, indicava di essere stato ferito dal partner da cinque a nove volte” [13].

Uno studio del 2005 di Fergusson e colleghi prese un campione di 828 adulti di 25 anni (437 donne e 391 uomini) esaminando la misura in cui avevano subito e perpetrato violenza domestica. I soggetti facevano parte di uno studio longitudinale a lungo termine e venne loro somministrata la CTS2. I risultati rivelarono che “vi erano più uomini esposti alla violenza domestica grave che donne” e che i tassi di violenza leggera e moderata erano simili per entrambi i sessi. In totale, il 39,4% delle donne e il 30,9% degli uomini aveva un punteggio di perpetrazione di 3 o maggiore. Gli uomini e le donne riportavano anche un tasso simile di ferite subite (3,9% per le donne e 3,3% per gli uomini). In termini di chi iniziava per primo ad assalire il partner, il 34% delle donne e solo il 12% degli uomini iniziavano l’aggressione [14].

In una ricerca di Headey e colleghi furono esaminati i dati dell’International Social Science Survey australiano del 1996/97, all’interno del quale un campione di 1643 soggetti (804 uomini, 839 donne) rispose a domande sulla propria esperienza con la violenza domestica nei dodici mesi precedenti. I risultati hanno indicato che il 5,7% degli uomini e il 3,7% delle donne riportavano di essere stati vittime di aggressioni domestiche. Per quanto riguardava le conseguenze di queste aggressioni, secondo i risultati le donne provocavano gravi ferite al partner con una frequenza almeno pari a quella degli uomini. Infatti l’1,8% degli uomini e l’1,2% delle donne riportava di aver necessitato di cure di primo soccorso; l’1,5% degli uomini e l’1,1% delle donne riportava di aver avuto bisogno delle cure di un medico o di un infermiere [15].

McLeod, esaminando un insieme di dati di 6200 casi di violenza contro il coniuge nell’area di Detroit nel 1978-79, scoprì che gli uomini usavano armi il 25% delle volte mentre le donne le usavano l’86% delle volte (ciò significa che le donne compensavano la propria minore forza fisica usando un’arma, solitamente un oggetto domestico); il 74% degli uomini aveva riportato ferite e, tra questi ultimi, l’84% aveva necessitato di cure mediche. La conclusione, inoltre, fu che le vittime maschili subiscono lesioni fisiche più spesso e in maniera più grave rispetto alle vittime femminili [16].

O’Leary et al. nel 2008 valutò un campione di 2363 studenti (1186 ragazzi e 1177 ragazze) provenienti da sette scuole superiori multietniche di New York, attraverso una versione aggiornata della CTS. La grande maggioranza dei soggetti aveva tra i 15 e i 18 anni; i soggetti erano bianchi, afroamericani, ispanici e asiatici. I risultati rivelarono che tra gli studenti che avevano una relazione (543 maschi, 706 femmine), il 24% dei maschi e il 40% delle femmine riportava di aver perpetrato aggressione fisica. Maschi e femmine mostravano tassi simili di violenza subita e di ferite riportate. Non vennero riscontrate differenze in base all’etnia, tranne per il fatto che i maschi asiatici erano meno aggressivi verso la partner [17].

Rouse valutò l’uso della forza fisica nelle relazioni di coppia e le sue conseguenze in un campione diversificato di studenti universitari, costituito da 130 bianchi (58 uomini e 72 donne), 64 neri (32 uomini e 32 donne) e 34 ispanici (24 uomini e 10 donne). In base ai dati dichiarati, gli uomini avevano una probabilità significativamente più alta di subire aggressioni fisiche di intensità moderata e necessitavano più spesso di cure mediche per le lesioni subite. Questa differenza di genere era presente per bianchi e neri ma non per gli ispanici [18].

Sorenson e colleghi analizzarono i dati del Sondaggio Nazionale sulle Famiglie e i Nuclei Domestici (National Survey of Families and Households) condotto negli USA nel 1987/88. I soggetti furono 6779 bianchi, neri e ispanici sposati, che completarono una versione modificata della CTS. Gli autori segnalarono che “le donne avevano una probabilità leggermente più alta (6,2% contro 4,9%) di dichiarare che nell’anno precedente avevano spinto, colpito o lanciato qualcosa addosso al coniuge”. Inoltre le donne riportavano di aver causato ferite al partner con un tasso più elevato rispetto agli uomini [19].

Sugihara & Warner (2002) valutarono un campione di 316 ispano-americani (161 uomini e 155 donne) attraverso la CTS2. L’età media dei soggetti era circa trentacinque anni; i soggetti erano per la maggior parte sposati e parlavano tutti inglese. I risultati non rivelarono differenze di genere significative tra chi aveva subito aggressioni fisiche (35% e 37%). Tuttavia, una percentuale più alta di uomini (14% rispetto al 10% di donne) aveva subito lesioni fisiche [20].

Uno studio del 2004 sul Journal of Family Violence che compara la gravità delle lesioni nei casi maschili e femminili di violenza domestica, facendo notare come le donne usino maggiormente armi ed oggetti negli episodi di abusi sul partner e che ciò conduca a procurare ferite al proprio compagno altrettanto gravi di quelle fatte da uomini violenti verso le loro compagne, afferma:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime” [21].

Uno studio su Violence and Victims relativo all’uso della violenza tra gli studenti universitari (Hines e Saudino, 2003) usò la CTS2 per esaminare un gruppo di 481 studenti (302 femmine e 179 maschi) in relazione di coppia nel corso dei sei mesi precedenti all’indagine. Il 29% dei maschi e il 35% delle femmine riportò di aver perpetrato aggressioni fisiche; il 12,4% dei maschi e il 4,5% delle femmine dichiarò di aver subito gravi aggressioni fisiche; e il 14% delle donne riportò di essere l’unica della coppia ad aver usato violenza. Non vennero trovate differenze significative in base al genere, sia per quanto riguardava gli atti di aggressione psicologica sia per le aggressioni fisiche gravi. Inoltre, l’8,4% dei maschi e il 5% delle femmine dichiarò di essere stato ferito [22].

Un articolo neozelandese pubblicato nel 2007 su Basic and Applied Social Psychology riporta:
“Questo studio ha esaminato l’equivalenza della violenza sul partner intimo (IPV) maschile e femminile in tre campioni all’interno della popolazione neozelandese (studenti, generico, carcerati). Addizionalmente, abbiamo confrontato gli atteggiamenti delle vittime e quelli dei perpetratori. I risultati hanno rilevato che, nonostante la frequenza delle violenze vissute fosse maggiore nel campione dei carcerati, la natura della violenza domestica era simile in tutti i campioni. Un aspetto ancora più significativo è che i nostri risultati hanno mostrato simmetria di genere nell’IPV: la frequenza delle aggressioni, la loro gravità e le ferite provocate erano simili in uomini e donne.” [23].

Un paper pubblicato nel 2003 su Aggression and Violent Behavior riporta:
“In uno studio simile in Regno Unito sui trattamenti medici di emergenza al Leicester Royal Infirmary, i numeri riportati di pazienti maschi e femmine erano pressoché equivalenti, ma gli uomini riportavano in genere ferite più gravi e perdevano conoscenza più spesso (Smith, Baker, Buchan, & Bodiwala, 1992). […] Inoltre, analizzando gli interventi della polizia nei casi di violenza domestica a Detroit, Buzawa e Austin (1993) hanno scoperto che gli uomini identificati dalla polizia come vittime di violenza avevano una probabilità tre volte maggiore di essere stati feriti gravemente rispetto alle vittime femminili. […] una comparazione tra gruppi etnici di studenti che avevano relazioni di coppia ha evidenziato che più uomini che donne riportavano di aver subito dal partner aggressioni e ferite per cui erano state necessarie cure mediche (Rouse, 1988).” [24].

McFarlane, Willson, Malecha, e Lemmey (2000) trovarono somiglianze per quanto riguardava frequenza, gravità e conseguenze di violenza domestica maschile e femminile in uno studio che esaminava le denunce per aggressione, anche se le denunce sporte da uomini erano solo il dieci per cento del totale (ma questo è spiegabile dal fatto che si trattava di un campione accusato in sede legale e dall’evidenza che gli uomini denunciano meno delle donne e che vi è una disparità nelle sentenze e negli arresti a favore delle donne) [25].

Ehrensaft e colleghi (2004) studiarono una coorte di nascita di 980 persone, scoprendo che il 9% aveva una relazione di coppia clinicamente violenta, ovvero una relazione che richiedeva l’intervento di personale professionista (medici, agenti di polizia, avvocati). Questo tipo di assistenza è rivolto maggiormente alle donne, perciò i risultati potrebbero non riflettere pienamente la situazione che subiscono gli uomini. In ogni caso, gli autori trovarono tassi comparabili di violenza tra i due sessi, con il 68% delle donne e il 60% degli uomini che riportavano di aver subito ferite: una differenza molto piccola [26].

McNeely e colleghi (2001) affermarono, sul Journal of Human Behavior in the Social Environment:
“Questi risultati sono stati, e sono, sorprendenti per gli osservatori casuali del fenomeno della violenza domestica. Questo perché le persone hanno difficoltà con il concetto di donne che infliggono ferite agli uomini perché gli uomini, in media, sono più grandi, più forti e più abili a combattere. Ma la dimensione e la forza dell’uomo medio vengono neutralizzate da pistole e coltelli, acqua bollente, attizzatoi per il camino, mattoni, e mazze da baseball. Molti non riescono a rendersi conto che le aggressioni domestiche non comportano correttezza pugilistica, o a considerare che gli attacchi si possono verificare quando i maschi sono addormentati, o incapacitati dall’alcol, dall’età o dalle infermità (McNeely & Mann, 1990). Forse ancora più sorprendente è che i giovani mariti non sono risparmiati dalla vittimizzazione. I militari nel loro litigio per primi sono non di rado accoltellati o sparati in episodi non provocati di violenza (Ansberry, 1988).” [27].

A seguito di tutti questi dati, possiamo notare come il ridurre le conseguenze della violenza domestica sugli uomini a una gravità minore rispetto a quella sulle donne sia errato. Ma è davvero questo il problema che spinge a negare aiuti alle vittime maschili?

La risposta ci proviene da una ricerca del 2008, che mette in luce come, anche a parità di lesioni riportate, la gente tende a condannare maggiormente gli assalitori uomini che le assalitrici donne. Quella della gravità, dunque, è solo una scusa.
Felson (2008), infatti, riporta che “l’evidenza non supporta l’idea che gli uomini che aggrediscono la partner abbiano una particolare probabilità di non essere denunciati o di essere trattati con indulgenza. Al contrario, i risultati indicano che chi aggredisce una donna ha più probabilità di andare incontro a conseguenze legali rispetto a chi aggredisce un uomo“. Nell’articolo l’autore riassume uno studio non pubblicato che esamina la possibile influenza del genere e dello stato civile sull’opinione della gente rispetto al dover riferire o meno alla polizia un’aggressione domestica. In un sondaggio telefonico 800 soggetti hanno considerato uno scenario in cui, durante un litigio, un partner feriva l’altro ustionandogli il braccio. I risultati hanno indicato che i partecipanti avevano più probabilità (80% rispetto al 60%) di condannare l’aggressione di un uomo verso una donna rispetto a quella di una donna verso un uomo, anche se le lesioni subite erano identiche [28].

Un’altra domanda potrebbe essere, se sono altrettanto gravi, perché si sente più spesso parlare di omicidi di uomini contro le compagne e meno viceversa?

Semplicemente perché:

1) I media riportano molto più le notizie di violenza domestica sulle donne che sugli uomini, quindi la gente per colpa dell’euristica della disponibilità penserà che accada con maggiore frequenza ciò di cui sente parlare di più.
In realtà, invece, la copertura mediatica non è priva di errori ma anzi, è influenzata da molte cose, incluse le credenze e le percezioni di giornalisti e redattori e da ciò che pensano faccia vendere i giornali o aumentare gli spettatori, tutte cose che hanno portato a riportare erroneamente il crimine, inclusa la violenza domestica.
Infatti uno studio della copertura giornalistica di 785 omicidi a Cleveland, Ohio, dal 1984 al 1992 (Lundman, 2000) trovò che, degli omicidi in cui un uomo aveva ucciso una donna, il 79% fu riportato nei giornali, mentre solo la metà degli omicidi in cui una donna aveva ucciso un uomo venne riportata. Di quelli che furono riportati, molto più spazio venne stato dato ai casi di uomini che avevano ucciso donne: una media di 3,6 articoli per omicidi maschi-su-femmine e 1,7 per omicidi femmine-su-maschi [29].
Un commento su due casi di celebrità illustra bene i bias nella copertura di stampa della violenza domestica (Angelucci, 2009): “le abusatrici di sesso femminile e le vittime di sesso maschile non sono solo politicamente scorrette; ma non ‘vendono’ neanche bene”. Questo potrebbe spiegare perché difficilmente qualcuno ha sentito parlare dei arresti per violenza domestica di due donne famose verificatesi poco dopo l’incidente di Rihanna. Kelly Bensimon, che recita nel reality show della rete “Bravo” “Real Housewives of New York City”, è stata arrestata per causato un occhio nero e una ferita sanguinante sulla guancia al suo fidanzato. E la compagna di Geno Hayes, difensore di football del Tampa Bay, è stata arrestata per aver accoltellato Hayes al collo e alla testa. Dov’è stata l’indignazione in questi casi? Da nessuna parte. In realtà, la maggior parte della copertura mediatica non ha nemmeno chiamato questi incidenti “violenza domestica”.
A mio avviso, il bias nella copertura di stampa non è il risultato di una falsificazione volontaria, ma di errori nella percezione della violenza domestica [30].

2) Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto” [31].

3) Oltre alle disparità nell’arresto, vi sono disparità anche nella possibilità di essere incarcerati e nella lunghezza delle sentenze a parità di reato, di precedenti e di altre varianti a seguito dell’accertata colpevolezza. Infatti Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate”. Inoltre, secondo i suoi dati, gli uomini ricevono in media sentenze più lunghe del 63% rispetto alle donne [32].
Allo stesso modo, Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno “trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato” [33].

4) Spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per auto-difesa anche quando non è così, il che porta spesso a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito per legittima difesa nei confronti del partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi [34].
Che le donne non agiscano veramente per legittima difesa più degli uomini è confermato da studi più ampi, infatti in una ricerca canadese su 1200 soggetti, Bland e Orn hanno richiesto loro chi aveva fatto violenza sul partner per primo. Delle le donne che avevano usato violenza contro i loro compagni, il 73,4% aveva usato violenza per prima, rispetto al 59% degli uomini che avevano usato violenza contro le loro compagne.
Stets e Straus, combinando i dati dell’US National Family Violence Resurvey (N=5005) con un campione di 526 coppie per generare un campione ampio e rappresentativo delle relazioni uomo-donna, trovarono che la metà (49%) della violenza domestica era reciproca, un quarto (23%) della violenza era agita solo dall’uomo e l’altro quarto (28%) era agita solo dalla donna. Gli uomini riportavano di aver dato il primo colpo nel 43,7% dei casi e che la loro partner l’aveva dato nel 44,1% dei casi, mentre le donne riportavano di aver dato il primo colpo nel 52,7% dei casi e che il loro partner l’aveva dato nel 42,6% dei casi. Quindi incrociando sia la versione degli uomini che delle donne, le donne davano il primo colpo almeno tanto spesso quanto gli uomini. Pertanto una giustificazione che asserisca che le donne agiscono principalmente per auto-difesa è errata [35].
Queste evidenze vengono confermate da un sondaggio nazionale britannico su 1978 soggetti.
In esso, il 17% delle donne e il 21% degli uomini aveva fatto violenza perché “pensavo che [l’altro/a] stava per usare un’azione fisica contro di me”. Inoltre, il 21% delle donne e il 27% degli uomini aveva “risposto [in senso fisico, N.d.T.] [all’altro/a] per qualche azione fisica che [l’altro/a] aveva usato contro di me” [36].
Anche qui, l’autodifesa non sembra essere, come invece viene spesso sostenuto, l’unica motivazione per cui le donne fanno violenza.
Eppure, spesso viene interpellata l’autodifesa nei processi, molto più per le donne che uccidono che per gli uomini, nonostante, come abbiamo visto, tale motivazione per autodifesa – nel concreto – non è maggiore per le donne rispetto agli uomini.
Questo porta spesso a un risvolto davvero drammatico: quello di rimettere in libertà un’assassina, talvolta acclamandola come se fosse una vittima.
Ciò si nota dalle statistiche, difatti, secondo quanto riferisce il Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni).
A titolo esemplificativo, riporto un paio di episodi in cui il bias è estremamente evidente: ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [37].

Come abbiamo visto, dunque, la violenza domestica ha conseguenze ugualmente gravi sia per uomini che per donne, e il motivo per cui ciò non viene riconosciuto è perchè i media riportano in numero nettamente minore le notizie di vittime maschili, gli uomini a parità di reato vengono arrestati più spesso, incarcerati più spesso e subiscono sentenze più lunghe mentre le donne hanno maggiore possibilità di non essere arrestate, non essere incarcerate e di far passare la propria violenza per “legittima difesa” anche quando non lo è.

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