Pay gap: cosa c’è di vero?

Il cosiddetto gender pay gap è tra i maggiori tormentoni femministi, ed è spesso usato come asso nella manica per poter dire che le donne sono più oppresse degli uomini (o, peggio ancora, per passare direttamente ai fatti attraverso misure di compensazione). Ma cos’è davvero il pay gap? Una donna guadagna veramente meno di un uomo a parità di lavoro?

In breve, no. Si tratta di un mito che nasce da un errore marchiano di fondo, ovvero l’aver confrontato lo stipendio medio complessivo maschile con il corrispettivo femminile. In parole povere, hanno sommato gli stipendi di tutti gli uomini da una parte e quelli di tutte le donne dall’altra parte, confrontando poi le due medie. Da qui la famigerata affermazione secondo cui una donna guadagnerebbe solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.
In realtà, l’unica cosa che il divario tra gli stipendi medi può dimostrare è che uomini e donne non fanno né gli stessi lavori né li fanno alle stesse condizioni, e che quindi c’è ancora strada da fare per superare i ruoli di genere che condizionano le loro scelte di vita. Ma NON può essere usato per affermare che le donne siano discriminate o pagate di meno, perché il gap NON è su base individuale. In altre parole, se una donna fa lo stesso lavoro di un uomo, ha le stesse esatte mansioni, lavora le stesse ore, ha la stessa anzianità e non prende congedi più lunghi, la sua paga sarà esattamente uguale a quella del collega di sesso maschile.

Approfondiamo ciascuno di questi fattori:

  • Lavori diversi. Le donne scelgono più spesso lavori a basso salario mentre gli uomini ad alto salario (vedasi la maggioranza di donne tra le maestre e la maggioranza di uomini tra gli ingegneri). Questo accade perché sugli uomini pesano ancora tante aspettative tradizionaliste (“l’uomo deve mantenere la famiglia”, “il valore di un uomo dipende dai soldi che riesce a portare a casa”, ecc.) che li portano a scartare, quando possibile, i lavori meno pagati. Gli uomini hanno una maggior pressione a guadagnare.
  • Mansioni diverse. Alcuni studi parlano di “stesso lavoro” ma ne adottano una definizione così ampia che finisce per inglobare tutti quelli che lavorano presso una data azienda senza distinguere tra le mansioni al suo interno. Eppure, non ha molto senso aspettarsi che il capo guadagni quanto la segretaria.
  • Ore lavorate. Le donne lavorano part-time più spesso degli uomini, e anche nel full-time tendono a lavorare meno ore dei loro colleghi di sesso maschile. Ad esempio, un recente studio [1] ha mostrato che tra coloro che lavorano a tempo pieno (più di 35 ore settimanali), le donne si concentrano nella fascia che va dalle 35 alle 41 ore. Oltre questo limite gli uomini cominciano a essere sovrarappresentati, e la forbice si allarga man mano che ci si avvicina agli estremi. Dei lavoratori (uomini) a tempo pieno il 25,1% lavora più di 41 ore settimanali e il 5,8% più di 60 ore, contro rispettivamente il 14,3% e il 2,5% delle lavoratrici.
    A riprova di quanto finora detto, un think-thank è giunto alla conclusione che per chiudere il pay gap gli uomini dovrebbero lavorare meno ore e le donne più ore. [2]
    Dal mancato riconoscimento di questa differenza nelle ore lavorate nasce tra l’altro anche l’idea, sbagliata e pericolosa, che le lavoratrici che svolgono anche mansioni da casalinga abbiano un carico complessivo di lavoro maggiore rispetto agli uomini (poiché “loro fanno due cose, gli uomini una sola!”), e che questi ultimi siano in qualche modo in difetto. Non è così.
  • Maternità. Gli uomini non hanno ancora diritto a un congedo di paternità della stessa lunghezza di quello delle donne, e questo contribuisce a un maggior numero di ore lavorate. Inoltre, per una serie di condizionamenti dovuti ai ruoli di genere, molte donne dopo la maternità diventano il caregiver primario e passano al part-time per conciliare le due attività. Questo, di riflesso, porta i loro compagni a compensare il mancato guadagno lavorando più ore.
  • Disponibilità a spostarsi. Secondo una nuova ricerca condotta dall’Economisch Bureau della banca statale olandese ABN AMRO, le donne in media cercano lavoro più vicino casa rispetto agli uomini, una preferenza che resta inalterata anche al variare di età e grado di istruzione. [3] Questo non può sorprenderci, alla luce di quanto abbiamo detto al punto precedente: la divisione tradizionale dei ruoli – che sia pura o edulcorata – crea per la donna un deterrente agli spostamenti, e per l’uomo un incentivo. Se la tua disponibilità a spostarti è minore, la tua scelta sarà più limitata e minori saranno anche le tue possibilità di guadagno.
  • Esperienza pregressa. Poiché gli uomini non hanno come possibilità socialmente accettata quella di fare i casalinghi, ci sono più uomini che lavorano che donne. Questo fa sì che anche mentre il progressivo ingresso delle donne nella forza lavoro riequilibra (lentamente) le cose, sui grandi numeri gli uomini abbiano più anzianità delle donne, e anche questo ha un suo peso sulla paga.
  • Negoziazioni salariali. Pare che in molte situazioni gli uomini tendano a negoziare maggiormente [4], e questo è in linea con le aspettative di provider dovute ai ruoli di genere (se è vero che i soldi piacciono a tutti, è anche vero che l’aspettativa di mantenere una famiglia da soli cade più sugli uomini che sulle donne). Cito: “[…] quando non viene specificato che gli stipendi sono negoziabili, è più frequente che siano gli uomini a negoziare, laddove le donne più di frequente segnalano la loro disponibilità a lavorare con stipendi più bassi.”

Sebbene i fattori da considerare siano molteplici, spesso le ricerche che aggiustano il tiro su uno di questi fattori poi ne ignorano un altro (chissà se deliberatamente), per cui bisogna prenderle sempre con molto scetticismo. Inoltre, poiché man mano che i principali fattori vengono presi in considerazione il gap si assottiglia sempre di più, questo rende più probabile che l’eventuale margine rimanente dell’1, 2 o 3% – qualora non sia già completamente spiegato dalle negoziazioni salariali – sia causato da una pluralità di fattori molto secondari e per questo difficili da individuare con precisione. La difficoltà insita nel trovare in questo grafico a torta anche tutte le fettine con spessore pari a quello di un foglio di carta non giustifica certo l’abuso dell’ipotesi “discriminazione” come tappabuchi. Quando si va per esclusione, uno deve prima avere la certezza assoluta di aver considerato tutte le ipotesi possibili, e per dinamiche così complesse non è possibile averla.

Abbiamo poi uno studio del Department of Labor statunitense, il quale è arrivato alla “conclusione inequivocabile che le differenze nella remunerazione tra uomini e donne sono il risultato di una moltitudine di fattori e che i dati grezzi sul wage gap non dovrebbero essere usati per giustificare un’azione correttiva. Infatti, potrebbe non esserci nulla da correggere. Le differenze che troviamo nei dati grezzi degli stipendi potrebbero essere quasi del tutto il risultato delle scelte individuali dei lavoratori e delle lavoratrici.” [5]

Come se non bastasse, ci sono altri due elementi che ci fanno capire come il pay gap sia impossibile.

1) È illegale. Questo vale per (almeno) la stragrande maggioranza dei paesi occidentali. In Italia la parità salariale è già da tempo esplicitamente prevista dall’articolo 37 della Carta Costituzionale e ribadita dalla legge n. 741 del 1956, nonché dalla n. 903 del 1977. Già sarebbe impensabile di suo che i sindacati inseriscano il pay gap nei CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro), se poi ci aggiungiamo che è incostituzionale…

2) Produrrebbe effetti che invece non osserviamo. Infatti, se davvero fosse possibile pagare di meno una donna a parità di lavoro svolto, alle aziende – specie quelle con difficoltà economiche – converrebbe assumere più donne che uomini. Risulta davvero difficile trovare ragionamenti che possano conciliare l’esistenza di un pay gap con il dato fattuale che, complessivamente, non ci sia una preferenza per le donne nelle assunzioni. Si sta parlando, insomma, di aria fritta.

Per rispondere alla domanda che fa da titolo a quest’articolo possiamo quindi dire che di vero, in tutta questa vicenda del pay gap, ci sono solo le conseguenze di questa assurda propaganda. Ad esempio, in Galles le femministe premono affinché le donne paghino meno tasse, chiamando questo privilegio “tassazione gender-positive”, in sostituzione di quella “gender-neutral”. [6] E questo nonostante il fatto che nel Regno Unito le donne come gruppo paghino circa 75 miliardi di sterline in meno di tasse ogni anno rispetto agli uomini. Una vera tassazione egualitaria porterebbe le donne a pagare più tasse rispetto ad ora, non meno.

A Berlino, qualche mese fa, c’è stata persino una giornata di “sensibilizzazione” sul pay gap nella quale gli uomini erano costretti a pagare più delle donne per un biglietto dei mezzi pubblici. [7]

Senza contare poi i vari esercizi commerciali che fanno un prezzo più alto agli uomini. Che poi falliscano ci fa piacere, ma non possiamo essere sicuri che questo avverrà sempre, e già il fatto che esistano non può esattamente farci dormire sonni tranquilli.

Questo spiega perché ci teniamo tanto a negare il pay gap invece di fare spallucce e soprassedere. Perché le idee errate, se molto diffuse, portano a conseguenze reali. Se tutti credono nel divario salariale, inevitabilmente nasceranno iniziative volte a compensare uno squilibrio che non c’è. Per questo è importante far capire alla gente che quel problema non esiste, perché altrimenti la società ne creerà uno vero, la discriminazione economica, e lo metterà sul groppone agli uomini. Che già ne hanno tanti.

[H.]

Riferimenti

[1] https://fee.org/articles/a-new-labor-dept-report-reveals-the-bulk-of-the-gender-earnings-gap-can-be-explained-by-age-hours-worked-and-marital-status/

[2] https://www.theguardian.com/world/2018/may/10/help-men-work-less-to-close-gender-pay-gap-says-thinktank

[3] https://insights.abnamro.nl/2019/07/arbeidsmarkt-voor-mannen-groter-dan-voor-vrouwen/

[4] https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/mnsc.2014.1994

[5] http://templatelab.com/gender-wage-gap-final-report/

[6] https://www.bbc.co.uk/news/uk-wales-47909700

[7] https://www.nytimes.com/2019/03/15/world/europe/germany-pay-gap-berlin-transit.html

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Maschicidio e femminicidio a confronto

Prima di tutto, diamo una definizione ragionevole del fenomeno di cui si sente tanto parlare. Andiamo per esclusione: il femminicidio non è l’uccisione generica di una donna, né l’uccisione di una donna “in quanto tale” (a meno che non ci troviamo di fronte a un serial killer che prende di mira le donne). La definizione più corretta sarebbe “l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di gelosia o possesso”. Tuttavia, dati sui moventi sono difficili da reperire. Quindi per semplicità diamo per scontato, anche se non lo è, che siano femminicidi tutte le uccisioni di donne da parte del compagno o ex, escludendo però la categoria “altri parenti” (perché questi parenti non è detto che siano uomini: prenderli in considerazione sovradimensionerebbe il dato).

I dati ISTAT affermano che in Italia il femminicidio (come inteso sopra) sia più frequente del maschicidio. Questo fa sì che in tanti scalpitino e si accalchino per trarne affrettate considerazioni sociologiche: gli uomini sono più violenti, viviamo in una cultura del possesso, bisogna rieducare gli uomini, gli uomini devono chiedere scusa, pene più elevate per femminicidio… Tutto questo a partire dalle azioni di un centinaio di pazzi l’anno, su una popolazione maschile di 30 milioni. Sarebbe ridicolo pure se i dati fossero indiscutibilmente quelli. Ma in realtà su di essi c’è tanto da dire.

Nello specifico, che il numero dei maschicidi è parecchio sottoriportato. I dati disponibili infatti si basano sulle incarcerazioni, perché per poter dire con certezza che un uomo o una donna è stato/a ucciso/a dal/la partner, è necessario che un giudice emetta un verdetto di colpevolezza e come è ovvio che sia quasi ogni condanna, trattandosi di omicidio e non di quisquilie, equivale a un’incarcerazione. Tuttavia, c’è un forte bias giuridico che riguarda la scelta degli indiziati, gli arresti, e le incarcerazioni, queste ultime soprattutto attraverso l’uso asimmetrico della scusante dell’autodifesa e l’enorme asimmetria nelle assoluzioni che ne deriva. Di tutto questo non possiamo non tener conto.

Partiamo proprio dal bias nelle incarcerazioni e vediamo un po’ di statistiche.

Per cominciare, Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che, a parità di reato, di precedenti e di altre variabili, “le arrestate femmine hanno […] due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate” e “significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto”.

[Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]

Weiss e Young (1996) ci mostrano, poi, che le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale.

[Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]

Le donne vengono assolte quasi dieci volte più spesso degli uomini. Ecco come si spiega questa sproporzione: spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per difendersi anche quando non è così, il che porta in molti casi a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito solo per difendersi dal partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi.

[Sarantakos, S. (2004). Deconstructing self defense in wife-to-husband violence. The Journal of Men’s Studies, 12(3), 277-296.]

Che le donne non agiscano veramente per legittima difesa più degli uomini è confermato da studi più ampi, come [Dutton DG, Nicholls TL. The gender paradigm in domestic violence research and theory: Part 1—The conflict of theory and data. Aggress Violent Behav. 2005;10:680–714.] e [Carrado M, George M, Loxam E, Jones L, Templar D. Aggression in British heterosexual relationships: a descriptive analysis. Aggress Behav. 1996;22:410–415.].

Il frequente abuso della scusante della legittima difesa da parte delle imputate porta spesso a un risvolto davvero drammatico: quello di rimettere in libertà un’assassina, talvolta acclamandola come se fosse una vittima.

Come già menzionato, ci sono poi bias anche negli arresti e nella scelta dei sospettati. Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto”.

[Felson, R. B., & Pare, P. (2007). Does the criminal justice system treat domestic violence and sexual offenders leniently? Justice Quarterly, 24, 435-459.]

Le cause di questi mancati arresti, proprio come quelle di tutti gli altri bias giuridici a sfavore degli uomini, sono da rintracciare nell’idea preconcetta che le donne siano più innocenti e meno in grado di esercitare violenza (figuriamoci di uccidere), che può influenzare gli stessi investigatori ed evitare a molte assassine di essere seriamente sospettate.

Inoltre, c’è ancora un altro fattore che aiuta le assassine donne ad evitare sospetti e accuse: l’arma del delitto. E’ più facile che una donna avveleni un uomo, invece di sparargli, e l’avvelenamento viene spesso registrato come infarto o incidente.

Infatti, solo il 5% degli assassini di sesso maschile usa il veleno per uccidere, mentre le assassine ne fanno uso nel 35% dei casi come unico metodo e in un altro 45% accompagnandolo con altre strategie di uccisione.

[Ronald Hinch and Crystal Hepburn. ‘Researching Serial Murder: Methodological and Definitional Problems. Electronic Journal of Sociology (1998), 3, 1-11.]

Nonostante sembri un metodo poco usato, in realtà nel 2002 sono morte 26.435 persone di intossicamento negli USA [Violence and Injury Prevention Program (Utah). Complete indicator profile of poisoning incidents (updated on 10/27/09, published on 10/29/09). Utah’s Indicator-Based Information System for Public Health (IBIS-PH); Utah. Center for Health Data.], di cui 3.336 con “intento indeterminato”, vale a dire morti sospette.

[https://web.archive.org/web/20050831214544/http://www.nsc.org/lrs/statinfo/odds.htm]

Per riassumere, i dati ufficiali di femminicidio e maschicidio, che mostrano un’asimmetria di genere, si basano sulle incarcerazioni e quindi non sono affidabili per fare paragoni.
Infatti lo stereotipo della donna innocente (infantilizzazione) e l’uso di strategie di assassinio più discrete fanno sì che una donna assassina abbia

  • meno possibilità di essere sospettata o accusata
  • se sospettata, meno possibilità di essere arrestata
  • se arrestata, meno possibilità di essere condannata (perché i giudici si bevono la scusa dell’autodifesa anche nei tanti casi in cui non è vero)
  • se condannata, meno possibilità di essere incarcerata (e, se incarcerata, condannata a pene del 63% più brevi).

Considerato questo, e visto che per le altre forme di violenza tra i sessi c’è simmetria di genere, pur non potendo in questo caso fare delle stime precise a causa dei numerosi fattori che concorrono nel creare voragini nel dato ufficiale ISTAT e nelle rilevazioni statistiche dei maschicidi in generale, la conclusione più logica è che il dato reale dei maschicidi sia paragonabile in tutto e per tutto al numero dei femminicidi.

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L’articolo è un collage ordinato fatto di spezzoni di altri nostri articoli. Un sentito grazie a M. per averlo compilato in larga parte.

Anche le donne stuprano. Ecco come

Molti tradizionalisti accusano il femminismo di aver “mascolinizzato le donne e femminilizzato gli uomini”. In realtà, vedendo gli articoli delle femministe, sembra proprio che non sia così, infatti l’uomo non è stato femminilizzato affatto: non è protetto né tutelato come le donne, non esistono campagne in difesa degli uomini vittime di violenza, e i ruoli di un tempo sono stati superati solo per le donne, ma non per gli uomini. Le donne possono scegliere tra lavorare e stare a casa, ma gli uomini ancora non possono stare a casa e sono ancora obbligati dalle norme sociali a lavorare. Similmente, nell’ambito della violenza, le donne possono essere considerate indipendenti, “strong and independent women” che non hanno bisogno dell’aiuto degli uomini, ma al tempo stesso nessuno nega loro l’aiuto in caso di violenza subita. Agli uomini, al contrario, viene negato ogni aiuto se vittime di violenza domestica o sessuale. E’ quindi evidente come l’uomo non sia mai stato femminilizzato, e anzi, l’avrei nettamente sperato. Au contraire, la donna può assumere ogni ruolo, maschile e femminile, mentre l’uomo non è stato liberato e ancora è limitato al suo ruolo di genere maschile (un esempio lampante è il numero quasi nullo di casalinghi e la preponderanza degli uomini tra i suicidi per motivi economici e senzatetto, fenomeni questi che non sarebbero a maggioranza maschile se gli uomini potessero rimanere a casa in caso di mancanza di lavoro).

L’articolo che vedremo oggi, nello specifico, è un articolo femminista che riprende proprio le classiche tesi tradizionaliste contro la possibilità degli uomini vittime di stupro: la forza fisica, la pericolosità del girare per strada (specialmente vicoletti bui) solo per le donne, e l’erezione.
Questo stesso modo di pensare è così identico al tradizionalismo (che il femminismo erroneamente chiama “maschilismo”, quando un sistema che opprime gli uomini quanto le donne non ha senso che venga chiamato così) che mostra quanto sia evidente che il femminismo è l’erede del tradizionalismo: ha liberato le donne dai loro ruoli ma mantenendo gli uomini nei loro. Ha tolto gli svantaggi per le donne, ma per gli uomini è semplicemente un’altra forma di tradizionalismo.

Il collegamento con il tradizionalismo è che non è nemmeno necessario parlare di patriarcato (tipico costrutto femminista) per far pensare il lettore che lo stupro sia a maggioranza maschile; addirittura il patriarcato sembra diventare una conseguenza della maggiore forza maschile, vista come quella che “sottomette le donne”. Il femminismo quindi costruisce il suo costrutto identitario (la teoria del patriarcato) sopra l’essenzialismo di genere, sopra al determinismo biologico di origine tradizionalista.

Leggiamo infatti in “Può esistere lo stupro di una donna su un uomo?” del blog femminista Abbatto i Muri:

“Prende di mira un uomo di un metro e ottanta (anche di un metro e settanta se volete) come minimo e poi cosa fa? Lo insegue? […] Lui dice no e lei che fa? Come lo immobilizza e lo trascina in un luogo non frequentato?”

Come è evidente, qui si fa riferimento alla forza fisica in maniera essenzialista, come se fosse l’elemento cardine per permettere una violenza. L’aspetto psicologico della persona non esiste. Eppure sappiamo tutti che esistono persone anche molto alte, molto forzute, che non farebbero del male a nessuno, e persone basse o con poca forza che possono fare molto, molto male.
Noi rifiutiamo l’idea che la forza fisica sia l’origine della violenza, anche perché noi umani come specie dominiamo il pianeta, e non siamo assolutamente la specie più forzuta del mondo. Esistono maniere tramite cui questa piccola creatura che è l’essere umano ha potuto sovrastare bestie feroci molto più grandi e forti di lui. In che modo? Tramite gli oggetti, tramite armi proprie ed improprie, e tramite la dominazione. La dominazione non è una questione di forza, ma di volontà di predominio.

Poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai rispondere in maniera immediata o se hai il “difetto” di considerare i tuoi aggressori come esseri umani nel momento in cui devi reagire.
Moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere.

Sebbene sia vero che le donne hanno più paura degli uomini delle aggressioni, questo riguarda il pericolo potenziale. Quando il pericolo diventa effettivo, la reazione, comune a entrambi, è di freezing.
Come fai a sapere se avrai o no una reazione di freezing nel momento in cui ti puntano contro una lama?
A maggior ragione considerando che il freezing non sembra essere un’eccezione, ma la norma: nei casi di stupro sugli uomini addirittura l’87% non resiste all’attacco perché congelato dalla paura e dallo shock. Persino l’aver svolto un qualsiasi tipo di allenamento al combattimento o alle arti marziali prima dell’attacco non influenza il risultato.
[ Walker J, Archer J, Davies M. Effects of rape on men: a descriptive analysis. Arch Sex Behav. 2005 Feb;34(1):69-80.]

Se quindi ti freezi, a cosa ti serve la maggiore forza fisica? Cosa ci fai?

A maggior ragione, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.
Infatti le donne impiegano maggiormente oggetti o armi proprie o improprie rispetto agli uomini per sopperire alla minore forza fisica nell’aggressione contro gli uomini in ambito domestico. Simili strategie possono logicamente essere estese nell’ambito della violenza sessuale, quando effettuata con modalità che implichino la forza fisica.
Citiamo ad esempio McLeod, che, esaminando un insieme di dati di 6200 casi di violenza contro il coniuge nell’area di Detroit nel 1978-79, scoprì che gli uomini usavano armi il 25% delle volte mentre le donne le usavano l’86% delle volte (ciò significa che le donne compensavano la propria minore forza fisica usando un’arma, solitamente un oggetto domestico); il 74% degli uomini aveva riportato ferite e, tra questi ultimi, l’84% aveva necessitato di cure mediche. [McLeod M. (1984). Women against men: An examination of domestic violence based on the analysis of official data and national victimization data. Justice Quarterly, 1(2), 171–193.].
Inoltre, uno studio del 2004 sul Journal of Family Violence che comparava la gravità delle lesioni nei casi maschili e femminili di violenza domestica, fece notare come le donne usino maggiormente armi ed oggetti negli episodi di abusi sul partner e che ciò conduca a procurare ferite al proprio compagno altrettanto gravi di quelle fatte da uomini violenti verso le loro compagne. Cito:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.
[Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]

Il discorso sulla forza si rivela quindi l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per giustificare e perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.
Ruoli apparentemente tradizionalisti ma che il femminismo ci tiene a mantenere.
Per carità, poi è possibile che ci si creda realmente, ma sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro sesso come tale, non gli conferisce alcun superpotere e porta invece ad esporlo al pericolo senza alcuna effettiva tutela o protezione.

Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

Ecco dunque evidenziato come:
– la violenza non dipende dalla forza fisica, ma dall’ambito psicologico;
le donne usano armi proprie e improprie per sopperire alla minore fiducia nella loro forza fisica, mentre gli uomini usano maggiormente il proprio corpo per via di una maggiore fiducia nella propria forza fisica, il che rende le conseguenze fisiche dell’aggressione da parte di una donna pari a quelle da parte di un uomo;
la reazione di freezing impedisce alla quasi totalità degli uomini, in caso di pericolo concreto e non solo potenziale, di usare la forza fisica per difendersi;
– l’empathy gap, il doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore” e la paura di passare per l’aggressore in caso di violenza subita, impediscono ancora di più un’eventuale reazione di un uomo alla violenza di una donna.

Torniamo adesso all’articolo e notiamo come lo scenario immaginato dall’autrice sia proprio il classico vicoletto buio e lo stupro effettuato da uno sconosciuto. Ma come? Non erano proprio le femministe a dire che gli stupri erano attuati in prevalenza da conoscenti? E adesso che fanno, visto che vogliono negare lo stupro sugli uomini fanno tornare in auge il mito dello stupro in mezzo alla strada?
Infatti è risaputo che le aggressioni in strada di solito, visto il rischio di essere scoperti o che qualcuno chiami la polizia, implicano un’azione rapida come una rapina veloce per poi fuggire via, un’uccisione o un’aggressione fisica il più breve possibile, e non qualcosa di facile da scoprire e che richiede molto tempo come lo stupro, che richiede la durata di un intero rapporto sessuale.
E anche in questo ambito, sono gli uomini che subiscono maggiori aggressioni (e omicidi) per strada.
[Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.]

Infatti secondo numerosi studi, 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.
[Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.]

Dunque chiedersi come faccia una donna ad “abbordare la vittima” se uomo, è una domanda assai ignorante, visto che di norma gli autori di stupro conoscono già le loro vittime, e non si capisce perché quando le vittime sono uomini ciò dovrebbe essere diverso. Inoltre ogni interazione sociale può rappresentare per una stupratrice un modo per conoscere le sue potenziali vittime.

Continuiamo adesso con un’altra uscita ignorantissima. Cito:

“Come vuoi convincere il pene ad una erezione? Perché senza erezione lei non può farsi penetrare. Dunque? Lo manipola e trova zone erogene segrete?”

Solitamente avrei citato il come e il perché dell’erezione, ma voglio chiarire una cosa: lo stupro sugli uomini non necessita di un’erezione. Per illustrare meglio questo concetto, porterò l’esempio dello stupro effettuato da Amy Schumer, che ha violentato un ragazzo a cui l’erezione non è arrivata, ma spero che nessuno consideri quello che ha subito come qualcosa di diverso da una violenza sessuale.

Amy Schumer ha tenuto questo discorso al Gloria Awards and Gala dell’associazione femminista “Ms. Foundation for Women”. Vorrei porre attenzione sulla parte in cui la Schumer ha affermato: “io stavo qui, e volevo essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto. Volevo stare con lui”.
Ecco, lei aveva capito che lui non era in grado di acconsentire davvero, non era in grado nemmeno di stare bene in piedi (infatti dice che cercava di guardarla “di lato, come uno squalo”) – al punto che successivamente, mentre lo fanno, lui si addormenta più e più volte e cade addirittura dal letto – ma lei se ne frega. Lei voleva “essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto”. E questo anche facendo sesso con una persona che evidentemente non era in grado di acconsentire.

Riporto qui le parti salienti del discorso che fanno riferimento allo stupro:

“Finalmente, la porta si apre. E’ Matt, ma non davvero. Lui è lì, ma non veramente. La sua faccia è una specie di distorta, e i suoi occhi sembrano come se non si potessero concentrare su di me. In realtà sta cercando di vedermi di lato, come uno squalo. “Hey” urla, troppo forte, e mi dà un abbraccio, troppo forte. E’ fottutamente andato. […] Ma io stavo qui, e volevo essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto. Volevo stare con lui. Ci immaginavo sul campus insieme, tenendoci per mano, dimostrando, “Guarda! Sono adorabile! E piaccio a questo ragazzo figo e più grande di me!”. Non posso essere la bambolina a forma di troll che temevo fossi diventata. […] Le sue dita si infilarono dentro di me come se avessero perso le chiavi lì dentro. E poi venne il sesso, e uso quella parola molto vagamente. Il suo pene era così soffice, sembrava come uno di quei cosi antistress che scivolano dalla tua mano? […] Iniziò a scendere su di me. E’ ambizioso, credo. E’ ancora considerato azzeccarci se il ragazzo cade addormentato ogni tre secondi e muove la sua lingua come un anziano che mangia la sua ultima farina d’avena? […] Lo scuotei per svegliarlo. “Matt, cos’è questo? Il suoundtrack di Braveheart? Puoi mettere qualcosa di diverso, per favore?” Si sveglia scontroso, cade sul pavimento, e striscia. […] Strisciò indietro nel letto, e provò a schiacciare a questo punto la sua terza palla nella mia vagina. Al quarto colpo, si arrese e si addormentò sul mio seno.

Questo non è stupro, forse? Anche se non c’è stata un’erezione? Sfido chiunque ad affermarlo. Questo è uno stupro. Su un uomo. E non è stata necessaria un’erezione per affermarlo.
E la sua stupratrice lo ha deriso pubblicamente per un’erezione che non è riuscito a sostenere, pur essendo cosciente che non era in grado di acconsentire per via del suo stato.

Per spiegare poi come sia possibile stuprare un uomo e quali meccanismi, oltre all’erezione, le stupratrici usano, ho stilato questo schemino, che cito:

“A chi dice che non è possibile che una donna stupri un uomo, spieghiamo noi in che modo è possibile:
1) ricatto o minaccia
2) alcol (ad esempio inducendo o approfittando di uno stato di alterazione alcolica tale che la persona non è in grado di dare il consenso)
3) droghe o farmaci
4) forza (sia fisica nel caso di maggiore massa che usando armi proprie o improprie nel caso di minore massa)
5) non rispettare il “no” dell’individuo e questi è freezato o per attitudine non reagisce (ma nemmeno dà il consenso) quando l’altra parte insiste e fa come le pare
6) come il #5 ma durante un rapporto già avvenuto, quando ad esempio si contratta di cambiare posizione e la vittima non consente ma l’altra parte va avanti comunque.

Se chiede invece in cosa consista, può essere:
1) stimolazione (orale, manuale o coadiuvata da sex toys) dei capezzoli
2) sesso orale (sia con sia senza erezione, sia di sé che dell’altra parte)
3) sesso manuale (mast..bazione all’altro e/o ricevuta, sia con sia senza erezione)
4) penetrazione vaginale con erezione spontanea
5) tentata penetrazione vaginale senza erezione spontanea
6) penetrazione anale con erezione spontanea
7) tentata penetrazione anale senza erezione spontanea
8) anilingus (sia ricevuto sia eseguito)
9) penetrazione ricevuta tramite dita, strapon, dildo, sex toys o altri oggetti
10) probabilmente molto altro, visto che il sesso è un argomento molto vasto, e quindi altrettanto vaste sono le possibilità di impiegarlo come strumento per fare violenza
.

Premesso dunque che non è necessaria l’erezione per parlare di stupro dato che è stupro anche il solo provare/maneggiare i genitali altrui senza il consenso dell’altro, numerosi studi hanno riscontrato che l’erezione è riflessogenica e che può avvenire anche in caso di rabbia, paura, terrore e altre emozioni sicuramente non positive.
In più c’è sempre la possibilità di far ingerire all’altro del viagra o farmaci simili.”

Anche altri femministi, rispondendo all’articolo originario, hanno evidenziato come gigolò e trans mtf nel giro della prostituzione riescano a fare sesso e ad ottenere erezioni anche con persone da cui non sono attratti e attratte. Cito:

Stefano scrive: “Certi maschi anche in caso di sottomissione e paura, con la stimolazione ripetuta possono ottenere un’erezione, le erezioni non sono semplici e uguali a tutti come sembra dire l’articolo.
Anche obbligarlo al sesso orale o inserendogli cose nell’ano è stupro, drogarlo o minacciarlo per sesso idem.
Non è detto che lei debba sottometterlo tutto il tempo con le sue mani, potrebbe anche riuscire legarlo o minacciarlo con tipo un coltello.
Ricordiamoci che gigolò e trans mtf nel giro della prostituzione la maggior parte delle volte fan sesso con gente che non gli attrae manco un po’ e riescono ad avere erezioni.”

E:

A chi dice che solo chi ha un pene può stuprare risponde Clare che dice: “//Solo chi ha un pene può stuprare// allora castrare gli stupratori funzionerebbe benissimo, mentre l’obiezione classica è che un violento castrato troverà altri modi per esercitare il suo desiderio di sopraffazione (oggetti, per dirne una?). Il nemico non è l’uccello, è il disprezzo per il consenso.”

Questo è un punto importante, il fatto che lo stupro non sia sinonimo di eccesso di desiderio sessuale, ma di sopraffazione dell’altro impiegando il sesso come mezzo. L’autrice invece cede proprio alla narrazione che lo stupro derivi da un approccio sessuale “standard”. Cito dal suo articolo:

“Prende di mira un uomo di un metro e ottanta (anche di un metro e settanta se volete) come minimo e poi cosa fa? Lo insegue? Gli dice “quanto sei bono, vieni con me che ti faccio vedere le stelle?”.”

E questa è una delle obiezioni principali alla simmetria di genere tra stupri uomo-su-donna e donna-su-uomo: l’idea che lo stupro segua il classico modo di funzionare del sesso normale. Molti si chiedono: “se gli uomini sono socializzati (o biologicamente portati, a seconda delle idee) a essere “cacciatori”, a fare più sesso, ad essere meno selettivi delle donne (la questione ipo/ipergamia), ad accettare di più un invito al sesso rispetto alle donne, come può esserci parità di violenza?”.

Questa idea però parte da un presupposto sbagliato: lo stupratore o la stupratrice come colui/colei che vuole sesso dalla sua vittima. In realtà se volesse solo sesso, non sarebbe uno stupratore: gli uomini che fanno molto sesso sono libertini, e l’essere libertini non porta a diventare automaticamente stupratori o a essere più propensi a diventarlo. Lo stupratore non cerca solo sesso: cerca sesso + voglia di controllare, dominare, umiliare o danneggiare l’altro. Quindi le volte in cui è in grado di appagare il bisogno di sesso sono meno “invitanti” ai suoi occhi rispetto alle volte in cui è in grado di appagare il bisogno di controllo e umiliazione dell’altro. Questo perché di fatto lo stupratore è un narcisista: non sceglie semplicemente in base all’attrazione fisica o psicologica, lo stupratore o la stupratrice scelgono in primo luogo in base alla possibilità di poter avere un dominio totale sull’altro, dominio questo espresso mediante la violenza. Mediante la violenza lo stupratore esalta sè stesso, vede sè stesso come potente, rafforza il suo narcisismo.

Che lo stupro sia correlato con il narcisismo è evidente da diversi studi. Ad esempio, secondo una ricerca del 2003, il narcisismo correlava positivamente con le credenze supportive dello stupro e negativamente con l’empatia verso le vittime di stupro, i narcisisti presentavano maggiore gradimento verso film che presentavano scene di stupro a seguito di scene di sesso consensuale ed erano maggiormente punitivi verso persone del sesso opposto che si rifiutavano di leggere loro ad alta voce passaggi testuali sessualmente eccitanti [Bushman, Brad J.; Bonacci, Angelica M.; van Dijk, Mirjam; Baumeister, Roy F. Narcissism, sexual refusal, and aggression: Testing a narcissistic reactance model of sexual coercion. Journal of Personality and Social Psychology, Vol 84(5), May 2003, 1027-1040.].

Un’ulteriore prova che mostra il collegamento tra volontà di nuocere mediante il sesso e stupro, e che non relega quest’ultimo a semplice “eccesso di desiderio sessuale” riguarda la castrazione. Difatti una review di diversi studi mostra che tra lo 0 e il 10% degli stupratori castrati reitera una violenza anche in questo stato, violenza che dunque non può essere più collegata a semplice desiderio sessuale [Weinberger LE, Sreenivasan S, Garrick T, Osran H. The impact of surgical castration on sexual recidivism risk among sexually violent predatory offenders. J Am Acad Psychiatry Law. 2005;33(1):16-36.]. Ci si aspetterebbe, se l’ipotesi “stupro come eccesso di desiderio” fosse vera, che il range di reiterazione dei soggetti non castrati fosse superiore al 10%, ma non è così: infatti il numero di stupratori NON castrati negli USA che reiterano è il 5,3%, perfettamente nella media di quelli castrati [Langan, P.A., Schmitt, E.L., & Durose, M.R. (2003). Recidivism of sex offenders released from prison in 1994. Bureau of Justice Statistics Special Report, November 2003, NCJ 198281. Washington, DC: U.S. Department of Justice.].

In aggiunta, uno studio che ha preso in considerazione i resoconti di 133 stupratori e 92 vittime riguardanti la motivazione dominante per gli stupri, ha trovato che tali crimini potevano essere distinti in “stupro di potere” (sessualità usata primariamente per esprimere potere) e “stupro di collera” (uso della sessualità per esprimere collera): non vi erano stupri in cui il sesso era la motivazione dominante, ma la sessualità era sempre a servizio di altri bisogni non sessuali [Groth AN, Burgess W, Holmstrom LL. Rape: power, anger, and sexuality. Am J Psychiatry. 1977 Nov;134(11):1239-43.].

Un’altra evidenza delle differenze tra stupro – ovvero una violenza consapevole – e un rapporto sessuale normale, è il fatto che esista una maggiore possibilità di essere nuovamente vittime (fenomeno chiamato “rivittimizzazione sessuale”) o di diventare autori di stupro (sebbene la maggioranza delle vittime non lo diventi) in caso di violenza sessuale subita, il che ci suggerisce che essa sia un pattern di interazione sessuale violenta, e non una semplice questione di “opportunità” , e che dunque i criminali, uomini e donne, cerchino una vittima, piuttosto che una persona disponibile al sesso, che probabilmente non troveranno altrettanto interessante ai loro occhi.

Quindi, come abbiamo visto, la questione domanda-offerta sessuale non si pone nel caso dello stupro, in quanto pattern di interazione sessuale violenta e non semplice sesso.

Per questo motivo una stupratrice, al pari di uno stupratore, troverà più attraente ai propri occhi:
– persone che non provano attrazione per lui/lei;
– pratiche sessuali a cui anche le persone che provano attrazione per lui/lei non aconsentono;
– fare sesso nei momenti in cui l’altro non ne ha voglia (momenti che – obiettivamente – esistono per tutti).

Il tutto al fine di aumentare il proprio narcisismo: forzare l’altra persona alimenta l’idea di potenza e di controllo che lo stupratore associa o vuole associare a sè, in maniera assolutamente narcisistica.
La vittima diviene riflesso della sua potenza e ciò rafforza il suo ego.

Tornando alle tre variabili, l’unione di esse fa sì che la differenza tra domanda e offerta che normalmente è presente nelle relazioni sessuali consenzienti appaia in questo caso insignificante.

D’altra parte, la memoria di questa differenza tra domanda sessuale e offerta nelle relazioni consensuali fa sì che anche nei casi in cui non si applica, come quello dello stupro, vengano valutati alla luce di tale modello. Per questo motivo gli uomini stuprati da donne vengono giudicati maggiormente delle donne stuprate da uomini.

Adesso che abbiamo approfondito il tema stupro-come-violenza e quello della castrazione, torniamo all’erezione.

Come affermato in precedenza, infatti, anche se non è in erezione, cercare di avvolgere il pene di un uomo con la propria vulva senza che lui dia il consenso è stupro.
In fondo una persona che “lavora” con i genitali di un’altra nel mezzo di un’attività sessuale sta già compiendo una violenza, che poi tale atto porti o meno ad un’erezione o ad un orgasmo non lo rende meno violenza.

In realtà però l’erezione è molto facile da mantenere in caso di violenza o di stato di intossicazione. Partiamo da questo, infatti molte persone erroneamente credono che non si possa ottenere un’erezione se l’uomo è ubriaco.

Cito ad esempio da un articolo del 2004:

“Reported American cases have, to some extent, acknowledged that a man is able to sustain an erection during unwanted sexual contact. For example, in State v. Karlen, 166 the Supreme Court of South Dakota interpreted a sexual encounter as non-consensual when a man performed fellatio upon another man to the point of ejaculation when the victim had been asleep and/or passed out. The Massachusetts court of appeals held similarly in Commonwealth v. Tatro, 167 where the victim dozed off and/or passed out and subsequently awoke to find the defendant performing fellatio on him.
[…] these cases […] recognize that a victim can sustain an erection during unwanted sexual touching, […] the alleged consent was induced by fraud, drugs, or alcohol.
[Siegmund Fred Fuchs. Male sexual assault: issues of arousal and consent. Cleveland State Law Review 51:93–121, 2004.]

Un altro articolo, del 2011, afferma: “This review supports the idea that men often experience involuntary erections or ejaculations during a sexual assault and that these responses do not signify consent by the victim.”
Voglio sottolineare l’often, spesso. Non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno diffuso.
Cito ancora dallo stesso paper:
Many male victims, either because of physiological effects of […] direct stimulation by their assailants, have an erection, ejaculate, or both during the assault. This is incorrectly understood by assailant, victim, the justice system, and the medical community as signifying consent by the victim. Studies of male sexual physiology suggest that involuntary erections or ejaculations can occur in the context of nonconsensual […] sex. Erections and ejaculations are only partially under voluntary control and are known to occur during times of extreme duress in the absence of sexual pleasure. Particularly within the criminal justice system, this misconception, in addition to other unfounded beliefs, has made the courts unwilling to provide legal remedy to male victims of sexual assault, especially when the victim experienced an erection or an ejaculation during the assault.”
[Clayton M. Bullock and Mace Beckson. Male Victims of Sexual Assault: Phenomenology, Psychology, Physiology. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law Online April 2011, 39 (2) 197-205.]

E i casi dove l’uomo è ansioso? Può un uomo ansioso (e si presuppone che uno stupro crei ansia) avere un’erezione? Un paper del 2011 conferma di sì. Cito:

“Studies have show that increased anxiety is associated with premature or spontaneous ejaculation, and there is a notable body of literature, going back to Freud, on the association of anxiety-provoking situations with erections and ejaculation. Men and boys have been described as having spontaneous ejaculations in response to several exciting or anxiety-provoking stimuli, including during examinations and public performances or when experiencing fear of being punished or fear of not being able to finish tasks. Several case reports describe individuals who have spontaneous ejaculations during times of extreme anxiety or even during panic attacks. Premature ejaculation is a common sexual dysfunction in male socially phobic patients, and one study found that 9 of 19 patients studied retrospectively had this complaint. Anxiety seems to facilitate erections in men. For example, a 1983 study of male volunteers found that the threat of contingent shock while the volunteers watched an explicitly erotic video produced the highest penile tumescence. “If anything, anxiety stimulates sexual arousal” (Ref. 55, p 242). In an excellent collection of case reports, Sarrel and Masters describe several cases of men forcibly sexually assaulted, who nevertheless maintained erections and ejaculated during the assault. This includes one case of a 27-year-old who was drugged, taken to a motel room, tied to a bed, and gagged. He was forced to perform coitus with four different women repeatedly over the course of more than 24 hours. At one point between coital episodes, he was threatened with castration and a knife applied to his scrotum when he experienced difficulty having an erection. He was able to have a full erection after rest periods. Kinsey concluded, “The record suggests that the physiologic mechanism of any emotional response (e.g., anger, fright, and pain) may be the mechanism of sexual response.”
[Clayton M. Bullock and Mace Beckson. Male Victims of Sexual Assault: Phenomenology, Psychology, Physiology. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law Online April 2011, 39 (2) 197-205.]

Proprio questo caso è esemplare. Sarrel e Masters parlano di un 27enne che è stato drogato, portato in una stanza di un motel, forzato a fare sesso con 4 diverse donne ripetutamente nel corso di più di 24 ore, con minacce di castrazione e con un coltello puntato al suo scroto quando aveva difficoltà ad avere un’erezione. Eppure, nonostante questo, è stato in grado di avere erezioni dopo dei periodi di riposo tra un rapporto e l’altro.

Lo studio di Sarrel e Masters afferma categoricamente, quindi che “la convinzione che sia impossibile per i maschi rispondere sessualmente quando sottoposti a molestie sessuali da parte di donne è contraddetta. L’erezione può verificarsi in una varietà di stati emotivi, tra cui la rabbia e il terrore [Sarrel PM, Masters WH. Sexual molestation of men by women. Arch Sex Behav. 1982 Apr;11(2):117-31.].
Similmente, un articolo del 2004 sul Journal of Clinical Forensic Medicine afferma che: “La review esamina se la stimolazione sessuale non richiesta o non consensuale sia di femmine che di maschi possa portare ad eccitazione sessuale indesiderata o addirittura a raggiungere l’orgasmo. La conclusione è che tali scenari possono verificarsi e che l’induzione di eccitazione e l’orgasmo non indicano che i soggetti abbiano acconsentito alla stimolazione. La difesa dei perpetratori costruita semplicemente sul fatto che la prova di un’eccitazione genitale o dell’orgasmo dimostri il consenso non ha validità intrinseca e deve essere ignorata[Levin RJ, van Berlo W. Sexual arousal and orgasm in subjects who experience forced or non-consensual sexual stimulation — a review. J Clin Forensic Med. 2004 Apr;11(2):82-8.].

Riassumendo, quindi:
– l’erezione non è necessaria perché un uomo possa essere stuprato, anche solo provare a forzarlo a penetrare è uno stupro;
– l’erezione si verifica anche in caso di paura, rabbia e terrore (studio di Sarrel e Masters);
– l’erezione si verifica anche in caso di ubriachezza o intossicazione da alcol o sostanze (studio di Siegmund Fred Fuchs);
– l’erezione si verifica anche in caso di ansia (studio di Bullock e Beckson);
– l’erezione si verifica SPESSO in caso di violenza (anche qui Bullock e Beckson);
– l’erezione si verifica anche nell’eventualità dell’impiego di forza e minaccia di violenza grave, come il caso del 27enne forzato a fare sesso con 4 diverse donne ripetutamente nel corso di più di 24 ore con minacce di castrazione e con un coltello puntato al suo scroto.

Un aspetto spesso taciuto della questione stupro-sugli-uomini ed evidenziato in un articolo del 2018, è l’interazione tra violenza sessuale e violenza sui minori. Il paper riporta la testimonianza di un uomo che, vittima di violenza sessuale da parte della moglie, doveva sottostare ai suoi abusi perché lei lo minacciava di fare del male ai figli. Cito:
“One man disclosed that threats were made by his partner toward his children; “[she] threatened to abandon [the] children or hurt them…when I refused sex.”

Lo stesso studio, dimostra un ampio uso da parte delle stupratrici della forza fisica, e, secondo l’autrice: “the findings highlight that more effort needs to be put into dispelling the stereotype that women cannot and do not use force when compelling men into penetration and, more broadly, the myth that women do not “have the size, strength, or ability to physically force a man to have sexual contact” (Struckman-Johnson & Anderson, 1998, p. 11). This is a damaging stereotype that is likely to negatively impact upon reporting rates and criminal justice and societal responses to this form of sexual violence.”
Questo paper, oltre ad evidenziare i classici tipi di violenza sessuale (coercizione verbale con minacce e ricatti, intossicazione con alcol e sostanze, uso della forza fisica, ecc.), rivela che esistono alcune strategie “di genere” che le donne stupratrici usano. Si tratta di “strategies where women are aware of, and take advantage of, their gendered roles and experiences, qua women.”
Queste strategie prendevano due forme diverse: minacce riguardanti false accuse di stupro, e lo sfruttamento del ruolo di madri per interferire nella relazione padre-figlio.
Per quanto riguarda il primo tipo, l’autrice ci tiene a far capire che esso è indipendente dall’ambito giudiziario e dalla prevalenza nei tribunali di false accuse, e che riguarda più un ambito sociale, dunque l’effettiva prevalenza delle false accuse che arrivano in tribunale non va a intaccare l’esistenza di questa strategia di violenza. Cito:

“it is suggested that a strategy involving the threat of a false allegation is one that is likely to have maximum impact when used by a woman because of existing legal and social definitions and understandings of sexual violence, i.e., men as perpetrators and women as victims. Therefore, while the same threats of a false rape allegation could be made by a man in respect of a woman, the woman concerned may not believe there would be real consequences for her as a result. For men, however, the potential for such a threat to become a reality may be particularly coercive because of the damaging consequences that could occur. It is true that there are undoubtedly still issues around women who report sexual violence being believed (see, e.g., Bahadur, 2016; Jordan, 2004). However, a report of rape is (quite rightly) expected to at least involve a police investigation and, depending on the available evidence, potentially a criminal trial. There is also likely to be a substantial amount of emotional distress experienced by a man under investigation in the context of a false allegation due to the potential stigma and reputational ruin associated with being considered a “rapist” (Levitt & Crown Prosecution Service Equality and Diversity Unit, 2013; Wells, 2015). Societal perceptions around sexual violence perpetrators are only likely to enhance this further, with recognition of men as perpetrators and women as victims much more common than any other victim–perpetrator paradigm (Weare, 2018).”

Per quanto riguarda la seconda strategia, invece: “men reported women exploiting their roles as mothers or mothers-to-be, for example by threatening to negatively interfere in the men’s relationships with their children, harming the fetus while pregnant, or terminating the pregnancy. Seven men reported this strategy being used against them; for example: “[s]aid that she would stop all access to see my children” and “said she’d get an abortion if I didn’t have sex with her. […] In the context of the findings presented here, there is evidence that some women use their roles as mothers as a coercive strategy in relation to compelled penetration. In doing so, it appears that they are creating and exploiting a power hierarchy where they use their gendered role as mothers to solidify control over men’s behavior and coerce them into intercourse. ”

[Weare S. From Coercion to Physical Force: Aggressive Strategies Used by Women Against Men in “Forced-to-Penetrate” Cases in the UK. Arch Sex Behav. 2018 Nov;47(8):2191-2205.]

A proposito della prevalenza, nonostante abbiamo già riportato moltissimi studi in numerose situazioni, aggiungiamo un recente studio del 2018, che mostra come la violenza sessuale delle donne sugli uomini sia un fenomeno con differenze di genere non significative, e che riporta come tale risultato sia in linea con le precedenti ricerche:

“The overall rates of victimization did not differ significantly between men and women. Perpetration rates […] did not differ significantly in the 12 months between T1 and T2. […] Overall, the two gender groups showed more similarities than differences in the extent to which they reported victimization and perpetration, similar to previous studies (D’Abreu, Krahe ́, & Bazon, 2013; Hines, Armstrong, Reed, & Cameron, 2012; Krahe ́et al., 2015).”

[Tomaszewska P, Krahé B. Predictors of Sexual Aggression Victimization and Perpetration Among Polish University Students: A Longitudinal Study. Arch Sex Behav. 2018 Feb;47(2):493-505.]

Abbiamo quindi visto come la violenza fisica sia effettivamente impiegata anche dalle donne, come la prevalenza dello stupro sugli uomini sia pari a quella dello stupro sulle donne, e infine come alle strategie classiche si aggiungano specifiche strategie “di genere” per costringere gli uomini a fare sesso contro la loro volontà, incluse minacce di violenza nei confronti dei figli, di impedire il contatto con il loro padre e minacce di false accuse di stupro.

Sperando di aver risposto a chi chiedeva “come è possibile stuprare un uomo?”, concludo qui l’articolo e ringrazio tutti per avermi seguito fino a qui nella lettura.

Un caro saluto,
[A.]

Le donne ostacolano il diritto all’aborto tanto quanto gli uomini

A seguito della legge anti-abortista dell’Alabama che impedisce l’aborto anche nei casi di incesto e stupro, si è riaffermata la narrazione femminista su come sia “colpa degli uomini per tutte le leggi antiabortiste” e “se gli uomini avessero potuto abortire, l’aborto sarebbe stato legale da sempre” (frase assurda, anzi, vera e propria follia, considerando che avviene invece proprio l’opposto: i diritti riproduttivi femminili sono legali mentre quelli maschili, come la rinuncia di paternità, no). Vi sono addirittura foto come questa, che recita: “Il 77% dei leader anti-aborto è composto da uomini. Il 100% di loro non resterà mai incinta”:

La cifra non ha fonte, e sembra inventata, non sappiamo quindi se sia vera o meno. Eppure, anche se lo fosse, sappiamo che esistono, a causa dei ruoli di genere, differenze nella scelta dei lavori, e quello di politico, che sia politico parlamentare o leader di un movimento politico, è un lavoro a maggioranza maschile. Essendo perciò un fattore trasversale all’intera classe politica, è la maggiore presenza degli uomini in politica che renderebbe gli uomini il 77% dei leader anti-aborto (sempre se tale cifra risultasse vera), e non la maggiore o minore percentuale di antiabortisti tra gli uomini o tra le donne nella popolazione generale, come invece si lascia ingannevolmente intendere.
Andando a vedere infatti come si divide l’opinione della popolazione in generale, possiamo comprendere quanto le responsabilità per l’esistenza dell’antiabortismo siano divise tra i sessi.
In questo modo possiamo notare come le donne siano responsabili quanto gli uomini nella creazione e nella perpetuazione del sistema che ostacola il diritto all’aborto.

Prima di tutto, però, chiediamoci: perché questo tema ci interessa così tanto? Non è forse una questione marginale? Le femministe in fondo hanno sempre parlato contro certe donne che si oppongono all’aborto.
E’ vero, ne hanno parlato, ma ne hanno sempre parlato come di una minoranza. La fetta maggiore di responsabilità, la colpa, l’hanno sempre attribuita agli uomini.
Ovviamente dimostrare che le donne non siano solo una piccola minoranza ma abbiano la stessa identica responsabilità degli uomini nel creare il sistema antiabortista si inserisce nel dibattito tra la visione del mondo femminista, che poggia sulla Teoria del Patriarcato (la quale afferma che gli uomini siano oppressori del genere femminile), e la nostra visione del mondo, che si basa sulla Teoria del Bisessismo, secondo la quale il sistema di genere sarebbe sostenuto in maniera paritaria tra uomini e donne: uomini e donne sarebbero ugualmente co-carnefici e co-creatori del sistema dei ruoli di genere, che quindi non potrebbe più logicamente essere denominato “patriarcato”, perché gli uomini contribuirebbero ad esso nella stessa misura delle donne.

Ovviamente vi sono questioni specifiche in cui un’adesione paritaria non sussiste, ma si tratta solitamente di casi molto poco rilevanti nel dibattito pubblico: nelle questioni di genere risulta invece spesso presente una sostanziale adesione del genere femminile anche nella stessa negazione dei propri diritti, equivalente o addirittura maggiore rispetto alla percentuale maschile. Ad esempio, nel 1895, alle donne del Massachusetts fu chiesto dallo stato se desiderassero il suffragio. Delle 575.000 donne votanti nello stato, solo 22.204 si presero il disturbo di depositare in una scheda elettorale una risposta affermativa a questa domanda. Cioè meno del 4% desiderava il voto; mentre all’incirca il 96% delle donne era contrario al suffragio femminile o indifferente ad esso.

Ovviamente, considerato ciò, descrivere la percentuale di donne antiabortiste come “una piccola minoranza” risulta ingannevole e fuorviante, servendo semplicemente ad alimentare il sentimento di odio verso il genere maschile.

Vox ci ha mostrato che numerosi sondaggi hanno infatti evidenziato come le opinioni sull’aborto tra uomini e donne non cambino di molto tra loro.
Un sondaggio di PerryUndem e Vox che ha provato a catturare le diverse idee americane sull’aborto ha sottolineato che gli statunitensi tendono a non usare i termini “pro-vita” e “pro-scelta” in maniera rigida: certe volte non li vedono neanche in maniera mutualmente esclusiva (ritroviamo infatti le opzioni “entrambi” e “nessuno dei due”). Inoltre ha mostrato che uomini e donne hanno la stessa probabilità di descriversi come “pro-scelta”, mentre le donne hanno leggermente più possibilità degli uomini di descriversi come “pro-vita”:

Altri sondaggi che hanno fatto domande diverse hanno raggiunto conclusioni sostanzialmente simili. Nei dati, divisi per anni e serie temporali, condotti dall’agenzia di analisi Gallup, le donne hanno leggermente più probabilità di dire che l’aborto dovrebbe essere legale in tutte le circostanze, ma anche leggermente più probabilità di affermare che l’aborto non dovrebbe essere legale in nessuna circostanza.

E questo non è solo un capriccio della politica americana. Pew ha effettuato una grande comparazione internazionale che mostra quante persone, in tutti i Paesi, ritengono che l’aborto dovrebbe essere legale “in tutti o nella maggior parte dei casi”. Ha trovato divari di genere (e neanche qui così enormi; senza contare poi che non ha valutato il divario di genere su chi pensa che l’aborto dovrebbe essere sempre o quasi sempre illegale, aspetto che nel precedente sondaggio dava anch’esso una maggioranza femminile) solo in una manciata di Paesi come l’Armenia e il Portogallo, ma la situazione dei restanti Stati è che le differenze tra uomini e donne nel sostegno all’aborto in ogni caso o in quasi ogni caso non siano significative.

Eppure, nonostante questi dati, vi sono articoli come “Every Senate Vote for Alabama’s Abortion Ban Was From a White Man” di HuffPost, che mirano a identificare il nemico non nel sentire comune di donne e uomini antiabortisti, con una responsabilità condivisa di entrambi i generi, ma solo ed esclusivamente negli uomini.

Cito in proposito un’osservazione che gli amministratori di Hombres, género y debate crítico hanno fatto a queste asserzioni:

“Questo articolo offre l’impressione che la legge anti-abortista dell’Alabama sia una cospirazione maschile per controllare i corpi delle donne. “Tutti i voti al Senato per la legge erano di uomini bianchi.” Ma è così? Vediamo i dettagli.

Come indica lo stesso articolo, vi sono 27 senatori repubblicani. 25 hanno votato a favore, le restanti due, donne, si sono astenute. Coloro che hanno votato contro erano tutti democratici. L’allineamento politico ci dice più del sesso nel votare?

Il promotore della legge, che ha avuto inizio nella Camera dei rappresentanti, è Terri Collins, donna e repubblicana. La governatrice che ha firmato la legge (avrebbe potuto porre il veto o lasciarla passare senza la sua firma), anche, Kay Ivey.

Se analizziamo i voti nella Camera dei Rappresentanti, vedremo che sette donne hanno votato a favore della legge, mentre una donna ha votato contro. Ancora una volta, gli allineamenti politici sono più importanti del sesso. Ripeto, 7 a 1.

E possiamo anche vedere nel link precedente per notare che quelli che hanno votato “no” alla legge erano due uomini e una donna.

Al contrario, coloro che hanno affermato che le leggi statali che proibivano l’aborto erano incostituzionali nel caso Roe v. Wade erano tutti maschi. Sì, era il 1973, quindi anche questo è molto sorprendente per la narrativa femminista delle donne che al tempo avrebbero “lottato contro il sistema maschile”. Sistema che invece, come notiamo, non era responsabilità unicamente maschile.

Quello che intendo concludere è che non si tratta di uomini contro donne, ma di opposte posizioni ideologiche. Niente di nuovo sotto il sole.


La votazione nella camera dei rappresentanti:

https://legiscan.com/AL/rollcall/HB314/id/855346

Fingere l’auto-difesa per non finire in carcere: come le donne violente riescono a farla franca

“Mentire è un mezzo elementare di auto-difesa”

Purtroppo sembra che non si possa parlare dell’atteggiamento generale che le persone hanno verso determinate notizie senza dover parlare anche delle notizie in sé. Invece io vorrei parlare proprio di questo, della *reazione* alla notizia sulla (presunta) legittima difesa da parte della figlia patricida, non tanto del caso di cronaca in sé. La riflessione che sto per fare avrebbe quindi senso anche se si trattasse effettivamente di legittima difesa, perché riguarda quello che la gente pensa dell’evento e i meccanismi con cui si formano le loro opinioni a caldo, piuttosto che l’evento stesso.

Partiamo dal fatto che la nostra società ormai è una società la cui percezione è governata dai media. Non andiamo a vedere le statistiche degli eventi, ma prendiamo quei due-tre casi di cui il TG può parlare e li estendiamo per analogia e bias di conferma alle altre migliaia di casi simili. Questo fa sì che anche l’opinione della gente si modifichi in base a cosa vada di moda in quel momento tra i TG, per cui in passato il pericolo sembravano essere gli albanesi e tutti giù a dar contro agli albanesi, poi sono apparse le notizie sui romeni e tutti giù a dar contro ai romeni e così via. Per carità, può capitare che una maggiore attenzione del TG a un tema piuttosto che a un altro sia specchio della sua maggiore presenza, ma non è automatico. Ad esempio per un certo periodo i TG si erano focalizzati sulle morti per parto, quando le statistiche ci dimostrano che rappresentano lo 0,qualcosa% del totale. Eppure, a sentire loro, sembrava di essere tornati all’Ottocento.

Il problema quindi è anche come una notizia viene presentata, e a cosa venga data maggiore enfasi. Nel caso in cui i TG diano enfasi all’autodifesa, quello che mi viene spontaneo chiedere è: “perché nessuno testa questa ipotesi? Perché nessuno dice ‘hey ma come facciamo a fidarci delle parole dell’assassina? È evidente che abbia conflitti d’interesse'”. Perché nessuno si chiede: “cosa dice l’autopsia? Conferma o disconferma questa versione?”. Perché, nel caso in esame, gli esami autoptici non vengono esaminati prima delle dichiarazioni delle assassine? Perché le dichiarazioni delle assassine vengono viste in automatico come vere? Perché non parliamo di lui come vittima (essendo morto per mano della donna, che ha ammesso l’atto), ponendo enfasi sul dato che tutti confermano (ovvero che sia stato ucciso da lei) e solo nel caso, qualora l’autodifesa venisse a galla (dato non ancora confermato né analizzato), rovesciare questa descrizione? Perché la dichiarazione della persona con maggior conflitto d’interessi deve valere quanto il dato fattuale dell’uccisione, prima ancora che tale dichiarazione sia stata valutata? Perché il fatto che una persona sia stata violenta in passato rappresenta, nel caso delle donne che uccidono gli uomini, la prova che lei si sia solo difesa, mentre nel caso degli uomini che uccidono le donne, la prova che lui non fosse veramente vittima e che fosse anzi lui il vero abusante?Tornando al caso in esame, perché non si pensa a quanto le dichiarazioni di autodifesa coincidano o meno con i danni ritorvati sul corpo del padre e su quello della figlia? Perché nessuno pensa “ah ma come mai la coltellata è avvenuta in quel punto piuttosto che in quest’altro? Questo punto, nella dinamica del litigio, è più probabile che venga preso nei casi di autodifesa o si sposa più con la ricostruzione di un atto deliberato di violenza di lei verso lui?”

Non c’è nessuna riflessione di questo tipo nel dibattito pubblico. Non viene proprio in mente. La potenza dell’enfasi posta dai TG sull’autodifesa, del suo DARE PER SCONTATO che sia così, è più forte dell’evidenza dei fatti. La portata della narrazione corrente ha un peso maggiore rispetto alla meticolosità e alla giusta analisi delle prove.

Eppure, se mezza Italia ha paura che una legge permissiva sulla legittima difesa contro chi ti entra in casa possa portare a omicidi per vendetta camuffati da autodifesa, come mai nessuno pensa che ciò possa avvenire, che anzi ciò sicuramente avvenga, in molti casi di donne che ammazzano uomini?

Considerato tutto ciò, è evidente come il modo in cui tutti i media riportano questa e altre notizie di uccisioni di uomini da parte di donne, i commenti dei giornalisti e quelli della gente, rappresentino un esercizio spaventevole di bias ginocentrico. Quella ragazza potrebbe tranquillamente essere un’assassina e per la gente è diventata una santa, solo per via dell’enfasi data dai TG, e non certo per esiti dell’autopsia che confermassero o meno la versione della donna.

E questo è possibile dirlo indipendentemente dalla vicenda in sé. Perché non parliamo del caso ma della reazione da parte della popolazione, del doppio standard nella valutazione. Non importa se sia o meno realmente autodifesa, ma PERCHÉ e IN BASE A COSA la gente pensi in automatico che lo sia.Questo, questo è spaventoso. Questo è terribile. Questo è da cambiare.

[A.]

PS: Chi commenterà “fate attenzione, secondo me è stata legittima difesa perché…” riceverà in omaggio un bello zero spaccato in comprensione del testo.

Breve nota su stupri e omicidi

È opinione diffusa che le pene detentive per stupro siano sempre troppo poco severe. Se si chiede alle persone quale debba essere la loro durata, si ricava l’impressione che esse debbano essere aumentate indefinitamente, fino ad eguagliare o addirittura superare quelle per omicidio. Quest’idea non deriva in realtà dal fatto che la gente ritenga lo stupro, di per sé, come paragonabile in gravità all’omicidio, ma dal fatto che lo stupro è visto erroneamente come un crimine di cui solo le donne sono vittime. A causa di un famigerato bias, questo aumenta esponenzialmente la sua gravità agli occhi della gente, arrivando a far percepire lo stupro su una donna come più grave non solo dello stupro su un uomo, ma anche dell’uccisione di quell’uomo stesso.
Quando la vittima di stupro è un uomo, infatti, nessuno scende in piazza a chiedere un inasprimento delle pene per la stupratrice; e addirittura le proteste per gli sconti di pena agli assassini sono di intensità inferiore rispetto alle manifestazioni femministe e all’indignazione che corre sui social nel caso dello stupro.

Anche se si volesse proporre l’equiparazione delle pene per i due reati in base a un ragionamento meramente filosofico (“con la morte smetti di soffrire mentre con forti traumi, mutilazioni ecc. continui a soffrire per molto tempo”), questo non reggerebbe poi tantissimo: la morte è irreversibile, mentre la sofferenza per il trauma dello stupro può (e deve!) essere superata, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Esistono sofferenze, come quelle per la perdita di un arto e conseguente disabilità, che sono effettivamente irreversibili (un arto non ricresce). Ma come si fa a dire la stessa cosa, a priori, per lo stupro? Ritornare alla normalità è possibile, così come è possibile ritornare alla normalità dopo aver perso tragicamente uno dei propri cari ed aver elaborato il lutto. Altrimenti che facciamo, proponiamo l’eutanasia per chiunque abbia subito gravi traumi psicologici? Non bisogna prendere troppo alla lettera la frase “avrei preferito morire”, spesso pronunciata in queste tragiche situazioni. Sebbene la percentuale di suicidi e tentativi di suicidio tra chi soffre molto sia relativamente alta, essa (per fortuna) non arriva ad essere la maggioranza, e questo ci suggerisce che la morte non è davvero considerata preferibile a queste sofferenze.

Dobbiamo inoltre pensare al fatto che, in caso contrario, un tale approccio promortalista rappresenterebbe una rivoluzione copernicana, un sovvertire tutto un sistema di valori – quello della vita come bene supremo – profondamente radicato in tutte le società umane. La diffusione su larga scala di una tale filosofia è da considerarsi improbabile se non impossibile: di conseguenza, più o meno qualunque equiparazione tra omicidio e stupro avverrebbe per un’altra motivazione, ossia quella ginocentrica di cui abbiamo parlato due paragrafi fa. Sarebbe quindi da interpretare come un grave sintomo dell’empathy gap.

Ricapitolando:

Lo stupro non è di genere. La sua gravità è simile a quella del pestaggio, e il crimine peggiore di tutti resta l’omicidio. Se la vostra sensazione “di pancia” è diversa, è perché inconsciamente vedete lo stupro come un crimine che ha le donne per vittime, e l’empathy gap fa il resto. Questo è verificabile nel momento in cui vi accorgete di provare maggiore indignazione per uno stupro che per un omicidio, e al contempo maggiore indignazione per un omicidio che per un pestaggio.

Detto questo, avere dei bias è normalissimo e non c’è nulla da vergognarsi. Saggio non è chi dice di non averne (lì mi verrebbe da sospettare l’effetto Dunning-Kruger), ma chi li riconosce e attivamente li combatte.

[H.]

L’immagine che accompagna l’articolo è una (utile) semplificazione e non va intesa come classificazione esaustiva di tutte le forme di violenza.

Femminismo è Teoria del Patriarcato, ecco le prove

Sebbene buona parte di coloro che contestano il femminismo siano effettivamente tradizionalisti, ossia gente che vorrebbe tornare ai vecchi ruoli, una critica progressista al femminismo può e deve esistere. Questa critica non è rivolta ai diritti femminili, ma ad un aspetto fondamentale della teoria (e della pratica) femminista: l’idea di Patriarcato. Parliamo di una teoria secondo la quale, nel corso della storia, gli uomini avrebbero sempre dominato le donne, opprimendole e relegandole nei ruoli peggiori. Come abbiamo spiegato in molti altri nostri articoli, le società umane sono nate invece come bisessismi, ossia sistemi di ruoli di genere che conferivano vantaggi e svantaggi ad entrambi i sessi. Tali ruoli opprimevano uomini e donne in modi diversi ma con la stessa intensità, come prezzo da pagare per la sopravvivenza in epoche molto più difficili di quella attuale.

La visione del mondo su cui si basa il femminismo, quella patriarchista, è quindi completamente sbagliata, basandosi essa su mere apparenze e interpretazioni distorte. Le conseguenze di questo enorme fraintendimento? Il femminismo, vedendo solo metà del sistema di genere, ha pensato che gli uomini avessero già tutti i diritti di questo mondo, e che per raggiungere la parità dei sessi bisognasse agire solo per le donne. Ed è questo ciò che ha fatto, ignorando completamente le problematiche maschili. O meglio, prima non si è accorto della loro esistenza, e oggi che gli MRA gliele fanno notare, continua a negarle o sminuirle. Il motivo è semplice: dare il dovuto spazio a tali questioni vuol dire ammettere di aver sbagliato tutto. Vaglielo a dire a chi si è identificato tutta una vita col femminismo, dedicandogli anni di militanza.
La Teoria del Patriarcato non è quindi solo un’analisi storicamente sbagliata, ma anche, per dirne una tra tante, una porta sprangata che chiude i centri antiviolenza agli uomini, e più in generale un lucchetto per tenere questi ultimi rinchiusi nella gabbia del loro ruolo di genere. Che avvenga consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, con cattiveria o con un sorriso sulle labbra, questa credenza porta inevitabilmente a un grave immobilismo nei confronti delle questioni maschili.

“Questo lo dite voi! Dove sono le prove che il femminismo sia legato a una specifica teoria?”

Dopo aver riassunto brevemente le puntate precedenti, con questa domanda giungiamo al vero e proprio fulcro dell’articolo.
Il femminismo è indissolubilmente legato al patriarchismo fin dalla sua nascita. Di per sé, questo sarebbe già ampiamente intuibile dal nome del movimento e dal suo aver agito solo per le donne. Che senso avrebbe avuto concentrarsi sulle battaglie di un solo sesso se si fossero ritenuti entrambi uomini e donne ugualmente oppressi? Nessuno. Il movimento femminista non avrebbe avuto alcun senso senza il presupposto patriarchista. Non sarebbe mai nato, o al limite sarebbe nato assieme a un movimento per i diritti maschili, cosa che non avvenne.
Ma se questo non dovesse bastare a convincervi, andiamo a vedere direttamente le fonti storiche.

Del patriarchismo intrinseco al femminismo troviamo testimonianza già in quello che viene ritenuto da molti il documento di nascita di questo movimento, la Convenzione di Seneca Falls (1848). Nel testo, infatti, si legge: “La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta”.

Altri invece retrodatano la nascita del femminismo al 1791, anno della pubblicazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, di Olympe de Gouges. Anche questo documento, però, è apertamente patriarchista. Questo è ciò che si legge nel preambolo (il grassetto è mio, come per tutte le citazioni da qui in avanti): “Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illluminato e di sagacia, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.”

E ancora:

“Articolo IV. La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.”

L’errore fondamentale del femminismo, quello di considerare gli uomini come oppressori e non come soggetti da liberare dai loro ruoli di genere al pari delle donne, era quindi presente già dalla nascita del movimento. Come era ovvio, d’altronde.

Prendiamo ora in considerazione l’ipotesi che, nonostante il femminismo sia nato patriarchista, ora esistano correnti femministe libere da questo presupposto tossico e che continuano ad usare questo nome solo per motivi di continuità storica. Vediamo cosa hanno da dire vari studiosi in merito ai principi fondamentali che accomunano queste correnti tanto variegate.

Kenneth Clatterbaugh, professore di filosofia all’Università di Washington, scrive: “L’Anti-femminismo nelle sue varie forme nega uno o più dei tre principi generali che sono alla base della teoria femminista. Tutte le forme di femminismo accettano come abbastanza evidenti i seguenti principi. Primo, le disposizioni sociali tra uomini e donne non sono né naturalmente né divinamente determinate. Secondo, le disposizioni sociali tra uomini e donne favoriscono gli uomini. E terzo, esistono azioni collettive che possono e devono essere adottate per trasformare queste disposizioni in disposizioni più giuste o eque”. [1]

La filosofa politica Susan James scrive nella Routledge Encyclopedia of Philosophy che il femminismo è “fondato sulla credenza che le donne siano [ingiustamente] oppresse o svantaggiate rispetto agli uomini” (sebbene le femministe abbiano “molte interpretazioni delle donne e della loro oppressione”). [2]

L’autore e accademico femminista Michael Kaufman afferma in un articolo del 1999 che “l’idea di fondo del femminismo è l’ovvio fatto che quasi tutti gli esseri umani attualmente vivono in sistemi di potere patriarcale che privilegiano gli uomini e stigmatizzano, penalizzano e opprimono le donne”. Sebbene egli poi affermi che il “potere” degli uomini danneggi anche loro stessi, la sua posizione in merito è chiara: “Con questo non intendo equiparare il dolore degli uomini con le forme sistemiche e sistematiche dell’oppressione delle donne”. [3]

Nella Stanford Encyclopedia of Philosophy si legge che “l’affermazione che le donne siano sistematicamente in una posizione di subordinazione e che quest’ultima abbia un grave impatto sulla vita delle donne è il filo conduttore del femminismo”. [4]

Infine, citiamo i geopolitici Joe Painter e Alex Jeffrey: “Il femminismo è un movimento molto variegato, ma in generale si concentra sulla posizione diseguale delle donne e del femminile nei confronti degli uomini e del maschile”. [5]

In sintesi, sebbene il femminismo sia pieno di disaccordi interni, questi riguardano la natura del sistema che – sempre secondo il femminismo – porrebbe le donne in una situazione di svantaggio/oppressione, e non vertono sull’essere d’accordo o meno sul fatto che le donne se la passino peggio degli uomini.

Abbiamo quindi appurato che il femminismo non solo è nato patriarchista, ma lo è ancora oggi. E per quanto riguarda il futuro? Potrebbe smettere di esserlo e restare allo stesso tempo femminismo?
Essendo ormai definito da quella stessa teoria, un femminismo non patriarchista susciterebbe le stesse perplessità di un qualunque ossimoro. Semplicemente, non sarebbe femminismo. Ciononostante, una manciata di persone che per i motivi più disparati si definiscono così può esistere. Questa scelta è altamente personale e va rispettata; da rigettare, invece, la pretesa che si smetta di associare il femminismo alla Teoria del Patriarcato. Così come non si può smettere di associare le religioni abramitiche alla fede in un solo Dio, il tradizionalismo alla conservazione di norme sociali immutabili, o qualsiasi altra filosofia o ideologia alle rispettive idee cardine.


[H.]

Riferimenti

[1] Clatterbaugh, K. (2007). Anti-Feminism. In M. Flood, J. K. Gardiner, B. Pease, & K. Pringle (Eds.), International Encyclopedia of Men and Masculinities (pp. 21-22). New York, NY: Routledge. – https://books.google.it/books?id=T54J3Q_VwnIC&printsec=frontcover&dq=International+Encyclopedia+of+Men+and+Masculinities&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjLxdex9OLaAhUNPsAKHS_TCD0Q6AEIKzAA#v=onepage&q=anti-feminism&f=false

[2] James, S. (1998). Feminism. In E. Craig (Ed.), Routledge Encyclopedia of Philosophy. London, UK: Routledge. Retrieved from https://www.rep.routledge.com/articles/thematic/feminism/v-1

[3] Kaufman, M. (1999). Men, Feminism, and Men’s Contradictory Experiences of Power (pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications. – http://www.michaelkaufman.com/wp-content/uploads/2009/01/men_feminism.pdf

[4] Willett, C., Anderson, E. & Meyers, D. (1999). Feminist Perspectives on the Self. In E. N. Zalta (Ed.), The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2016 Edition). Retrieved from https://plato.stanford.edu/archives/win2016/entries/feminism-self/
[ https://archive.fo/gjw1K#selection-533.92-533.235 ]
[5] Painter, J. & Jeffrey, A. (2009). Political Geography: An Introduction to Space and Power (2nd ed., pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications.