Il Piano Sessista ed Eteronormativo di Non Una Di Meno

non una etero(Immagine de “Il bonobo pensatore” per la campagna/hashtag #NonUnaETERODiMeno)

Qualche giorno fa, l’associazione femminista “Non Una di Meno” ha pubblicato un documento dal nome “Abbiamo un Piano”, allo scopo di analizzare il problema della “violenza sulle donne” ed avanzare richieste alle istituzioni. Come prevedibile, il documento presenta molte criticità. Vediamole insieme:

1) COLPEVOLIZZAZIONE DEGLI UOMINI E NEGAZIONISMO DELLA POSSIBILITÀ CHE POSSANO ESSERE VITTIME ANCHE LORO
Nel documento si parla in continuazione di patriarcato e di “violenza maschile contro le donne”. Nessun accenno alle vittime maschili e al fatto che i centri antiviolenza aperti a loro si contano sulle dita di una mano, nonostante i dati mostrino una sostanziale simmetria di genere per quanto riguarda violenza domestica, stupri e autori di omicidi. No, meglio concentrarsi solo sulle vittime femminili!
Non Una di Meno, che per quanto segue sarebbe meglio rinominare Non Una ETERO di Meno, addirittura stigmatizza la possibilità di centri antiviolenza neutri per il genere, aperti cioè non solo alle donne etero, ma anche agli uomini etero e agli uomini e alle donne in una relazione omosessuale. Cito (il maiuscolo è mio):

“La Conferenza Stato Regioni ha definito i requisiti minimi necessari dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio per il loro riconoscimento a livello nazionale e per poter accedere al riparto delle risorse finanziarie. Quanto stabilito lascia ampi spazi nella definizione di CAV e di chi può candidarsi a gestirlo, consentendo l’attivazione di servizi NEUTRI, assistenzialistici e privi di competenze specifiche che non sono in grado di accogliere le donne e accompagnarle in un percorso di autonomia e autodeterminazione. […] In quest’ottica pretendiamo che la definizione di CAV e Case Rifugio, così come gli enti chiamati a gestirli e il ruolo delle operatrici e la loro formazione, riflettano i principi espressi in questo Piano [e nel piano si parla di donne etero come uniche vittime, ndr]“.

2) ESCLUSIONE DELLE VITTIME MASCHILI ED LGBT+ DAI SERVIZI ANTIVIOLENZA
E’ una conseguenza di quanto sopra. Nel paragrafo “Libere di (Auto)Formarci e di Formare”, Non Una Di Meno chiede:
Operatrici donne (e quindi esclusione di operatori uomini) per i Centri Antiviolenza
– Servizio improntato sulle donne vittime di violenza maschile, che dunque esclude l’assistenza a vittime maschili ed LGBT+ di violenza domestica e sessuale
– Formazione di insegnanti, operatori socio-sanitari, consulenti, avvocati ed educatori, a una visione quindi che è nettamente di parte e che ostacolerà dunque il riconoscimento di uomini e persone LGBT+ come vittime di violenza, nonostante ancora oggi denuncino molto meno delle donne etero proprio in virtù dello stigma sociale
Attività di lobbying: nel piano si includono nella formazione anche le “istituzioni politiche”
Attacco alla neutralità dei magistrati e delle forze dell’ordine: includendo anch’essi nella formazione, si rafforzerà ancora di più il sessismo giuridico, che porta gli uomini a essere arrestati e incarcerati più spesso e ad avere sentenze più lunghe rispetto alle donne, il tutto a parità di reato commesso e di circostanze (come evidenziato da numerosi studi)
Influenza sui sindacati: il piano auspica “lo sviluppo di forme di raccordo virtuose tra questi ultimi [i Centri Antiviolenza femministi, ndr] e le associazioni sindacali”.

3) FEMMINISMO ANCHE IN OSPEDALE
– Il Piano recita:
“Per scongiurare la medicalizzazione e l’istituzionalizzazione degli interventi a favore delle donne che subiscono violenza pretendiamo che nell’elaborazione di qualsiasi iniziativa di contrasto a quest’ultima vengano coinvolti attivamente i CAV laici e femministi. Riteniamo infatti inadeguati e dannosi interventi di stampo esclusivamente assistenziale, emergenziale e repressivo, che non tengono conto dell’analisi femminista della violenza come fenomeno strutturale. Per questo esprimiamo contrarietà al cosiddetto “Codice Rosa” (codice di accesso al Pronto Soccorso riservato alle donne che subiscono violenza, coordinato da Procura, Regione e Azienda Sanitaria), e ne chiediamo la totale riorganizzazione al di fuori delle logiche securitarie che impongono percorsi obbligati, lesivi dell’autonomia e della libertà di scelta delle donne.”
Insomma, se prima c’era la possibilità di aiutare, per caso, gli uomini e le persone LGBT+ vittime di violenza domestica, nonostante il Codice Rosa sia qualcosa di estremamente sessista che ha sempre ostacolato tutto ciò, adesso togliamo anche questa piccola possibilità: gli ospedali devono ricorrere all’analisi femminista!
Magari evitando anche che decidano in merito gli organi preposti, mettiamoci le femministe direttamente a negare l’assistenza alle vittime! Questo è quanto vuole Non Una Di Meno.

– “Incoraggiamo l’apertura di nuove e sempre più numerose consultorie femministe e transfemministe, intese come spazi di sperimentazione, auto-inchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare”
Nuovamente, un attacco alla neutralità di un servizio statale.

4) IL FEMMINISMO COME MINISTERO DELLA VERITÀ
La Teoria del Patriarcato fa acqua da tutte le parti, ma loro pretendono di diffondere la loro narrativa unilaterale:

a) A SCUOLA: “formazione in materia di prevenzione della violenza di genere, mediazione dei conflitti ed educazione alle differenze per insegnanti, educatori ed educatrici”: questa visione della violenza ovviamente va ad escludere la sensibilizzazione sul fenomeno delle vittime maschili ed LGBT+ di violenza domestica e sessuale (che non corrispondono ai criteri di “violenza di genere” della narrazione femminista).
Si parla inoltre di “revisione dei manuali e del materiale didattico adottati nelle scuole di ogni ordine e grado e nei corsi universitari, perché la scuola non contribuisca più a diffondere una visione stereotipata e sessista dei generi e dei rapporti di potere tra essi”: nuovamente si introduce l’idea che vi sia un rapporto di potere tra i sessi, in cui gli uomini, genere privilegiato, hanno da sempre comandato e oppresso le donne, genere oppresso; si cerca dunque di diffondere una visione patriarchista, visione che da tempo abbiamo già smentito, più e più volte.

b) ALL’UNIVERSITÀ: in molte strutture americane il programma di studi di genere, che poteva essere benissimo usato per informare sulle questioni di minoranze appartenenti alla comunità LGBT+, affrontare i problemi di omofobia, bifobia, transfobia, riconoscimento dei diritti intersex, asessuali e poliamorosi, è stato dirottato, mutando un ambito originariamente neutrale, che avrebbe dovuto occuparsi delle questioni maschili e femminili in maniera indifferenziata, in mera retorica femminista; non a caso spesso il nome “studi di genere” è stato sostituito con “women’s studies”, “studi delle donne”.
Questo è quanto richiede anche Non Una Di Meno
, che parla de “la valorizzazione di luoghi di diffusione di culture e pratiche femministe all’università – sia sul piano curricolare con la creazione di corsi specifici, sia introducendo la prospettiva di genere nei corsi già esistenti”.
Si vorrebbe anche che le università e le scuole creassero “reti mutualistiche territoriali assieme a consultori, Centri Antiviolenza (CAV), associazioni femministe […] dove si possa progettare in cooperazione metodi e pratiche didattiche e di ricerca”; addirittura le strutture femministe dovrebbero formare “in materia di prevenzione della violenza di genere” (escludendo dunque le vittime maschili ed LGBT+) chi lavora in ambito scolastico e universitario, al punto da richiedere “che siano presenti nei corsi di abilitazione all’insegnamento”. Insomma si vorrebbe togliere la neutralità di spazi universitari e scolastici per sottometterli alla retorica patriarchista femminista.

c) SUL POSTO DI LAVORO, con corsi obbligatori tenuti da femministe allo scopo di informare sulla “violenza maschile sulle donne”.

d) Soprattutto, NEL GIORNALISMO, con modalità analoghe (corsi femministi obbligatori per essere abilitati alla professione). Ovvio il motivo dell’attenzione particolare al giornalismo, ossia la diffusione dell’ideologia patriarchista tramite mass media. Leggiamo infatti: “La violenza nasce dalla disparità di potere ed è strettamente connessa alla cancellazione sistematica delle donne e dei soggetti non conformi alle norme di genere: occorre promuovere un uso consapevole del linguaggio che sia rispettoso dei generi e che restituisca la storia delle donne.”
Il fatto che gli studi più autorevoli mostrino invece il contrario, ovvero che la violenza è simmetrica tra uomini e donne e che il patriarcato come motivo per essa non sta in piedi, è un dettaglio che Non Una Di Meno evita di menzionare.

Tra le linee guida più inquietanti da seguire per una narrazione “non sessista” troviamo:

– “La violenza è strutturale e come tale deve essere raccontata: occorre evitare di presentarla come emergenza o di trattare i fatti di cronaca come episodi privi di legami fra loro, dovuti a circostanze peculiari e fattori individuali
Ergo: bisogna presentarla come “violenza maschile sulle donne”, fenomeno sistematico da ricondurre al fantomatico Patriarcato. Alle donne le tutele e il monopolio della narrazione mediatica, agli uomini un bel niente, perché sono privilegiati e oppressori.

– “Le donne al centro: occorre fare riferimento a CAV [Centri Antiviolenza, ndr] e associazioni femministe come fonti principali di informazione
Associazioni femministe che, già di per sé poco imparziali, avrebbero tutto l’interesse a gonfiare i numeri della violenza sulle donne e a sgonfiare quelli della violenza sugli uomini, in modo da far sì che i CAV femministi prendano quanti più fondi possibile dallo Stato e soprattutto che non debbano spendere questi soldi per occuparsi anche delle vittime maschili ed LGBT+.

– “Gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi”: insomma, tutti gli uomini sono potenzialmente violenti. Gli uomini sarebbero tutti dei violenti di Schrödinger. Immaginiamo l’idea contrapposta, che per poche donne violente non esistano donne “mostri, belve, pazze, ecc.”, ma che tutte le donne siano potenzialmente violente, che tutte le donne siano delle violente di Schrödinger. Farebbe scalpore, giusto? Sarebbe offensivo, giusto? Sessista magari? E perché in questo caso no?

5) FINANZIAMENTI PUBBLICI A CENTRI ANTIVIOLENZA CHE ESCLUDONO VITTIME MASCHILI ED LGBT+
Non Una Di Meno richiede:
“Risorse e finanziamenti adeguati economicamente e rispondenti ai bisogni individuati dai CAV. I finanziamenti pubblici devono prevedere convenzioni o contratti a tempo indeterminato che coprano le spese di gestione annuali. Il contratto di finanziamento dovrebbe coprire tutti i servizi forniti, e non essere suddiviso in diverse parti”.
Secondo noi un Centro Antiviolenza dovrebbe invece ricevere finanziamenti pubblici SOLO ED ESCLUSIVAMENTE se dimostrasse di essere aperto e di sponsorizzare equamente i suoi servizi sia agli uomini che alle donne, sia a persone etero che a persone omosessuali e bisessuali, e sia a persone cisgender che a persone transgender e non-binarie.
Altrimenti non dovrebbe prendere nemmeno una lira dallo Stato.

6) PERCORSI FACILITATI PER LE DONNE CHE CERCANO LAVORO (MA NON PER GLI UOMINI)
Leggiamo:
“Che la formazione e l’orientamento al lavoro, per le donne coinvolte nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, superino gli stereotipi sessisti, ossia non indirizzino l’occupazione delle donne su un arco ristretto e specificatamente “femminile” di opzioni. Per questo è opportuno implementare una rete di supporto che sia efficacemente collegata alle aziende, alle strutture istituzionali e agli enti territoriali e che preveda un percorso basato sul riconoscimento della centralità delle donne”.
Insomma, si richiede che alle donne sia concesso un favoritismo nelle assunzioni. Tutto ciò è discriminatorio e assolutamente in contrasto con i principi egualitari che reggono la società civile.

7) SALARI MINIMI, REDDITO DI AUTODETERMINAZIONE E WELFARE PER TUTT@ (MA IN REALTÀ SOLO PER LE DONNE)
Tutto molto bello, se non fosse che è tutto declinato al femminile.

– IL SALARIO MINIMO PER LE DONNE lo vogliono perché secondo loro c’è il gender pay gap (che invece non esiste… o pensiamo che i sindacati inseriscano il gender gap nei contratti collettivi di lavoro?!). Ovviamente SOLO per le donne, eh!

– IL REDDITO DI AUTODETERMINAZIONE PER DONNE CHE VOGLIONO USCIRE DALLA VIOLENZA:
In soldoni, diamo dei soldi per convincere le donne (etero e cisgender, in quanto vittime universali di violenza; uomini etero e gay, insieme alle lesbiche e alle persone trans, ne saranno esclusi. Alla faccia della parità!) a denunciare i propri aguzzini. Ok, qui c’è da ridere per non piangere. Perché se va bene, stai creando una fabbrica di truffe. Se va male, ad essere ottimisti centuplichi le false denunce.

– IL REDDITO DI AUTODETERMINAZIONE PER LE DONNE IN QUANTO DONNE: detta così sembra il riciclo del punto precedente, ma leggendo la descrizione sul sito di Non Una Di Meno ci si accorge che è molto peggio: “reddito di autodeterminazione di base, slegato dalle condizioni lavorative, di soggiorno e di cittadinanza”. Insomma, si sta dicendo: “Sei donna?” – “Sì!” – “Bene ti diamo tot euro per sostenerti economicamente perché non importa se sei schifosamente ricca, ti meriti quei soldi perché sei donna e sei nata con l’apparato riproduttivo giusto”.

– UN WELFARE PER I DISABILI SOLO SE DONNE:
leggiamo che si parla di un welfare apparentemente universale ma poi lo stesso richiede “il rafforzamento dei servizi e delle infrastrutture a sostegno delle donne disabili, la cui carenza aggrava peraltro l’esposizione di queste ultime alla violenza”: insomma se sei un uomo disabile non subisci violenza e anche se la subisci chissenefrega, secondo Non Una Di Meno.

– Sempre parlando del loro modello di WELFARE APPARENTEMENTE UNIVERSALE, esso è finalizzato a “riconoscere garanzie e diritti sociali non solo alle donne, ma alle persone migranti, alle soggettività lesbiche, gay, trans, queer e intersex”. Al 95% degli uomini quindi no, mentre agli uomini gay e alle altre persone LGBT+ solo a parole ma non nei fatti, visto che l’attenzione di Non Una (Etero) di Meno è solo sulla “violenza maschile contro le donne”, mantra che viene ripetuto fino alla nausea e che è presente persino sulla copertina del piano. Per entrare nei Centri Antiviolenza così come da loro concepiti, devi necessariamente essere una donna che ha subito violenza da un uomo, altrimenti non ci entri.
Uomini etero, gay e bisessuali e donne lesbiche e bisessuali che sono state con donne sono tutti esclusi.
Questa non è inclusività, ma esclusività misandrica ed eteronormativa.


8) DONNE MIGRANTI FACILITATE RISPETTO AGLI UOMINI MIGRANTI
– Recita il piano:
“Pretendiamo intanto l’applicazione di procedure semplificate, accelerate e requisiti ridotti per l’ottenimento della cittadinanza per le donne migranti”.
E gli uomini migranti? A Non Una Di Meno non importa. Sessismo anche nell’antirazzismo!

– “L’effettivo accesso alle procedure e il riconoscimento della protezione internazionale per le donne che si sottraggono a ogni forma di violenza. A tal fine chiediamo il riconoscimento esplicito delle donne e delle soggettività LGBT*QIA+ come determinato “gruppo sociale” ai fini della legislazione sulla protezione internazionale.
Questo significa richiedere protezione internazionale solo per le donne, ignorando gli uomini vittime di violenza. Addirittura si associa la condizione delle donne a quella delle persone LGBT+, comparando così un atto di violenza (anche privo di matrice sessista) verso una donna con una violenta oppressione sistematica di un individuo ad esempio perché omosessuale.
Inoltre si pone il sessismo contro un 50% della popolazione, le donne (la misoginia), come intrinsecamente più grave di quello contro l’altro 50%, gli uomini (la misandria), comparandolo invece all’oppressione che subirebbe una minoranza (una minoranza non è il 50% del totale, però!).

– “Deve essere praticato un approccio femminista sia nei percorsi dedicati alle vittime di tratta sia a quelli per le richiedenti asilo, con l’obiettivo che l’utenza diventi agente delle strategie di fuoriuscita dalla violenza”
Secondo Non Una Di Meno, le vittime maschili di tratta (ad esempio per lavori forzati) ovviamente vanno ignorate, così come i richiedenti asilo uomini!

– “Che sia allargata la tutela del permesso di soggiorno per le donne che subiscono qualunque forma di violenza (art. 18 bis TUIMM), anche episodica e sul posto di lavoro, svincolandolo dal percorso giudiziario/penale, e garantendone l’accesso effettivo alle donne prive di documenti sul territorio.”
Nuovamente: e gli uomini che subiscono violenza? Ah vero loro non importano!

9) INTERSEZIONALISMI IMPROBABILI: LA VIOLENZA AMBIENTALE SULLE DONNE
Cito:
“Vediamo la necessità di inserire nel nostro piano il tema della violenza ambientale sulle donne, su tutti gli esseri viventi e sulla natura stessa, intesa come tessuto bio-relazionale in cui siamo tutte interconnesse, perché riconosciamo nel modello antropocentrico, neutro-maschile, eterosessuale corrente un dispositivo di dominio patriarcale che impone come “naturale” un sistema di oppressione e sfruttamento dei corpi.
Definiamo “violenza ambientale” quella che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo attraverso pratiche di sfruttamento biocida, ossia attraverso uno sfruttamento che impiega mezzi e sostanze nocivi per la salute dei microrganismi animali e vegetali […]”

In pratica, i maschi brutti e cattivi hanno creato il sistema capitalista e neoliberista che sfrutta le risorse ambientali e opprime non solo le donne, ma qualsiasi essere vivente. Ovviamente, il sistema capitalista e le sue storture non esisterebbero se governassero le donne, perché si sa, le donne sono brave, buone, pure, incorruttibili, altruiste e tanto altro.
Desta molte perplessità anche questo passaggio, che non commento perché troppo criptico:
“[…] è violenza ambientale quella che disegna spazi urbani e rurali attraverso logiche che non rispondono alle esigenze delle donne e nega accesso agli spazi abitativi e non […]”

10) OPPOSIZIONE ALLA BIGENITORIALITÀ
Non Una di Meno si oppone all’affidamento alternato perché “causa pregiudizio e svuotamento dei diritti economici delle donne (la perdita del diritto all’assegnazione della casa familiare e del mantenimento)”. Parafrasando, ciò che si sta dicendo è che ogni donna che si separa dal marito dovrebbe aver diritto in automatico a un mantenimento e alla casa familiare. Questi non sono diritti, ma soprusi. Una donna che non sia oggettivamente impossibilitata a farlo dovrebbe cercarsi un lavoro, pagarsi l’affitto e provvedere da sola a sé stessa, come fanno tutti gli altri. Senza violare i diritti del marito, che per l’unica “colpa” di esser stato sposato, si vede costretto a finire in mezzo alla strada e a corrispondere assegni vita natural durante per non si sa bene quale “disabilità” della moglie. Altrimenti il matrimonio e il divorzio si trasformeranno (come già ormai sono) in un business, il che sarebbe una cosa disgustosa e con conseguenze sociali molto gravi.

11) FACILITAZIONI PER LE LAVORATRICI DONNE RISPETTO AI LAVORATORI UOMINI
– Si vuole inoltre “vietare il licenziamento e prevedere il trasferimento dai luoghi di lavoro con assicurazione di ricollocazione, il diritto alla flessibilità di orario, l’aspettativa retribuita e la sospensione della tassazione per le lavoratrici autonome”.
Non è ben chiaro se queste ultime misure sono rivolte solo alle donne vittime di violenza o a tutte le donne, certo è però che se parli di lavoratrici autonome allora ti stai riferendo a tutte le lavoratrici autonome. In caso contrario andava specificato. Dunque si tratta di misure facilitate per le donne, attuando una piena discriminazione a carico degli uomini.

12) CONGEDI PER LE DONNE, MA NON PER GLI UOMINI, VITTIME DI VIOLENZA
Non Una Di Meno chiede di “Modificare il congedo lavorativo per violenza (articolo 24 del D.lgs. n. 80/2015) che esclude le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari e non garantisce l’anonimato.”
Il problema è che il congedo è solo per donne: “Art. 24. Congedo per le donne vittime di violenza di genere”.
Quindi la prima cosa da chiedere è che venga esteso anche agli uomini vittime di violenza domestica, e che la dizione “violenza di genere” venga sostituita, in modo da potersi applicare anche alle persone LGBT+ vittime di violenza dal/la partner.

13) ALTRE MISURE A SENSO UNICO
– “[…] vietare di procedere a valutazione psicologica e psicodiagnostica sulle donne vittime di violenza e sulla loro capacità genitoriale, valutazione che dovrebbe essere centrata sulla sola figura paterna evitando l’equiparazione dell’uomo maltrattante alla donna maltrattata”
Si suppone che lo standard sia quello di procedere a valutazione psicologica su entrambi i partner in ogni caso di violenza, indipendentemente dal sesso. Se si vuole vietare di fare la valutazione psicologica sulla donna maltrattata, allora bisognerebbe vietarla anche quando è l’uomo ad essere maltrattato. Non Una di Meno, naturalmente, non si preoccupa di richiedere anche questo, perché ritiene la violenza uomo su donna l’unica esistente.
Stessa cosa quando si chiede “l’applicazione dei provvedimenti ablativi e/o limitativi della responsabilità genitoriale paterna”: o vale anche per quella materna o si ha una disparità di trattamento.

– “Ampliare, modificare e applicare su tutto il territorio nazionale l’esperienza della Delibera 163 del Comune di Roma prevedendo che il contributo quadriennale per l’affitto sia destinato anche alle donne uscite da situazioni di violenza; a tal fine è necessario che sia equiparata, per gravità e urgenza, la necessità di fuga dalla casa familiare per sottrarsi a una situazione di violenza all’essere colpite da una ingiunzione di sfratto, esperimento già utilizzato con successo in alcuni municipi di Roma Capitale
Idem come sopra: o vale anche per gli uomini usciti da situazioni di violenza, o è discriminazione.
Essendo già stato applicato a Roma, inoltre, chiediamo che dove è stato messo in pratica venga esteso a tutti, uomini e vittime LGBT+ inclusi.

– “Prevedere l’istituzione di un fondo di garanzia che permetta una stipula del contratto facilitato per le donne, che potrebbero così avvalersi dei Centri Antiviolenza e delle Associazioni che li gestiscono come garanti”
Ancora una volta: o vale anche per gli uomini, o è discriminazione.

– “Assegnare nelle graduatorie per le case popolari massimi punteggi per le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza presso i CAV”
Dovrebbe valere anche per gli uomini o non dovrebbe valere per nessuno.

– “Mettere a disposizione il 10% del patrimonio pubblico per l’implementazione di case di Semiautonomia gestite da Centri Antiviolenza, e di case con affitti calmierati per donne che escono da situazioni di violenza, da sole o in co-housing, per una durata di 4 anni
Centri Antiviolenza che però, come abbiamo visto sopra, non accolgono uomini e, al di là di una certa retorica vuota e contraddittoria, non accolgono neanche le vittime LGBT+ (visto che lo sforzo di Non Una di Meno è tutto incentrato sulla lotta alla “violenza maschile contro le donne”).

– “Mettere a disposizione per attività di imprenditoria femminile una percentuale dei beni commerciali confiscati”
Trattasi di discriminazioni “positive”, solo per donne, la morte della meritocrazia.

14) ALTRE VISIONI DISTORTE DEI FATTI
Nella sezione “Violenza assistita: minori” si legge: “[…] gli episodi di violenza spesso si amplificano con la cessazione della convivenza familiare e vedono le e i figl@ strumentalmente utilizzat@ dai padri contro le madri.
Questa interpretazione è estremamente di parte. Come fanno i padri a strumentalizzare i figli se a loro non li affidano quasi mai? È più facile mettere un figlio contro l’altro genitore se ce l’hai sempre o quasi sempre da te, o se lo vedi solo ogni morte di papa? E ricordiamoci che l’affido condiviso è condiviso solo nel nome ma non nei fatti, che sono sotto gli occhi di tutti. Non a caso, si distingue tra affidamento – che implica il diritto a prendere decisioni per il futuro del bambino, come la scuola che dovrà frequentare – e collocamento, che è dove il bambino va a stare: abbiamo un affido condiviso ma non una residenza alternata, non un collocamento condiviso, che sarebbe la vera uguaglianza nella custodia dei figli dopo il divorzio.

15) DANNEGGIARE ANCHE LE DONNE CHE SI VOGLIONO PROTEGGERE
Il piano infatti agisce anche “contrastando in sede penale ogni forma di obbligatorietà della denuncia e procedibilità d’ufficio dei reati – che limiti il diritto di autodeterminazione delle donne”. Altrove sempre su Non Una Di Meno spunta anche lo slogan: “Nessun obbligo di denuncia nei pronto soccorso senza il consenso delle donne”: una simile proposta non contrasta la violenza, anzi fa solo compiere dei passi indietro. Una denuncia che proviene da un ente terzo e con delle referenze, come una struttura sanitaria, durante un processo ha un livello probatorio maggiore. Oltretutto attraverso la denuncia in automatico, si aiutano persone che rischierebbero la vita restando in una situazione che in nessun modo può essere accettata, anche se consensuale alle vittime (si può davvero parlare di consenso in un contesto di paura, minacce e terrore per la propria vita?).

16) ACCUMULARE DATI… FREGANDOSENE DELL’UNDER-REPORTING
Non Una Di Meno vuole accumulare dati partendo da chi si rivolge ai Centri Antiviolenza o comunque da un campione femminile. Il problema è che ovviamente, se le offerte dei centri e le altre rilevazioni si rivolgono alle sole donne etero, resta un numero sommerso di vittime maschili ed LGBT+ che non verranno calcolate. Noi chiediamo, al contrario, che l’ISTAT raccolga dati non solo sulla violenza sulle donne, ma anche sugli uomini, come già accade in altri Paesi. Chiediamo inoltre che nei sondaggi sulla violenza domestica vengano inclusi campioni rappresentativi della comunità LGBT+ in modo da sensibilizzare sulla loro condizione e istituire servizi antiviolenza estesi e diretti anche a loro, così agli uomini di qualsiasi orientamento sessuale.

Il piano termina con una sezione: “Libere di Dare i Numeri”. In questo siamo d’accordo con Non Una (Etero) Di Meno: con questo piano state davvero dando i numeri!

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Sottotitoli (corretti) in Italiano per “The Red Pill”

red pill

Visto che è uscita una versione dei sottotitoli in italiano del documentario “The Red Pill” che è molto approssimativa, piena di errori e inversioni di senso, riportiamo qui i sottotitoli corretti per il film, revisionati da numerose persone.

Ovviamente noi non supportiamo la visione illegale del documentario, pertanto richiediamo a chiunque di impiegare tali sottotitoli esclusivamente per vedere in italiano una copia del film acquistata legalmente.

I sottotitoli lacunosi ed errati sono quelli firmati da un tale “SchizoITA”: il suo nome appare all’inizio dei sottotitoli stessi, quindi è facile riconoscere tali sottotitoli errati ed evitarli.

EDIT: ABBIAMO AGGIORNATO I SOTTOTITOLI. Mentre i primi sottotitoli pubblicati da SchizoITA avevano gravi errori e inversioni di senso, anche gli ultimi sottitoli (da noi) uploaddati avevano qualche pecca: vi era un leggero scarto temporale di qualche millisecondo tra il sottotitolo e il video, che qui abbiamo risolto.

Qui è possibile scaricare i sottotitoli:
Link 1
Link 2
(Su OpenSubtitles)

Perché gli MRA esistono

Ringraziamo Opinioni al vento per il bellissimo articolo e per averci citato! 🙂

Opinioni al vento

Comincio questo discorso con delle premesse banali.
Essere MRA (Men’s Rights Activist) non significa osteggiare la lotta per l’emancipazione femminile.
Essere MRA non significa voler negare diritti alle donne.
Sostenere i diritti maschili non nega il fatto che esista la misoginia e gruppi misogini, nello stesso modo in cui sostenere i diritti delle donne non nega il fatto che possa esistere la misandria e gruppi misandrici.
Potrete trovare persone che sostengono i diritti maschili misogine, così come potreste trovare delle persone che sostengono diritti femminili misogine.
La stragrande maggioranza dei gruppi MRA è di matrice anti-sessista, e supporta la lotta per i diritti delle donne.
Essere MRA significa però criticare il femminismo in quanto movimento portatore di ideologie come la teoria del Patriarcato.
Alcune persone potrebbero trovare contraddittoria quest’ultima affermazione con quella che dice che essere MRA non significa voler negare diritti alle donne, spiegherò nel seguito perché non è…

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Gestazione per Altri e polemiche: Antisessismo risponde

gpa gay

Prima di tutto: che cos’è la Gestazione per Altri (GPA)? Il termine “Surrogazione di Maternità” o “Gestazione per Altri” si riferisce ad una forma particolare di fecondazione assistita: una donna porta avanti una gravidanza per un’altra donna la quale, per diversi motivi, non può farlo a sua volta, o per una coppia di persone dello stesso sesso, perlopiù maschile, che scelgono di avere un figlio. In entrambi i casi la “madre genetica” non sarà l’effettivo genitore del bambino, bensì coloro che sono ricorsi alla GPA che saranno a tutti gli effetti genitori.

Principalmente per il suo uso tra coppie di uomini gay, vi sono critiche feroci a tale pratica, critiche che spesso rivelano un contenuto sia omofobico che misandrico (si può parlare a ragione in questo caso di omo-misandria) notevole. Queste persone, con tono polemico, chiamano impropriamente la GPA opportunamente regolamentata dei Paesi Occidentali “Utero in Affitto”, sebbene tale termine sia lecito solo in situazioni di gravi irregolarità o per Paesi in via di sviluppo, ad esempio in India.

Perchè, cosa succede in India? In India i colossi farmaceutici occidentali fanno affari con vere e proprie cavie umane: il quotidiano inglese “The Independent” ha effettuato un’inchiesta in cui ha trovato che oltre 150mila persone avrebbero partecipato ad almeno 1.600 test clinici per conto di colossi farmaceutici come Pfizer, Merck e AstraZeneca. Parliamo di gente analfabeta reclutata per partecipare a sperimentazioni cliniche senza un vero consenso informato e senza conoscere i rischi. Vittime quasi mai ricompensate. Medici che “consigliavano” ai loro pazienti di prendere un farmaco, senza dirgli che stavano partecipando a una sperimentazione clinica. Sono questi alcuni degli abusi commessi per conto di alcuni colossi farmaceutici occidentali in India, dal 2005 diventata un vero ‘paradiso’ per le sperimentazioni di nuovi farmaci, grazie ad una legislazione “rilassata”. Tra il 2007 ed il 2010 – secondo le cifre riportate dall’Independent – almeno 1.730 persone sono morte durante o dopo aver preso parte ad uno di questi esperimenti. Sebbene sia difficile stabilire se siano morte proprio a causa dei test ai quali erano sottoposte – molte di loro erano infatti già malate – è impossibile anche affermare il contrario, in quanto sono stati gli stessi medici che conducevano l’esperimento a determinare se vi fosse un legame tra la sostanza testata e il decesso.

Gli oppositori della GPA vogliono far passare l’idea che la situazione della Gestazione per Altri in Paesi Occidentali in cui è estremamente regolamentata e controllata sia paragonabile a quella in Paesi come l’India in cui le persone sono usate come cavie umane senza nemmeno richiedere loro il consenso! Ci rendiamo conto di quanta malafede c’è nell’uso del termine “Utero in Affitto” e nel paragone tra queste due situazioni?

Altre critiche invece sono semplici dubbi dovuti alla mancanza di informazioni in merito.
In questa sede risponderemo a tali domande in modo il più possibile esaustivo e scientifico.

La prima di tutte è: ma due uomini che hanno appena avuto un figlio mediante GPA… come fanno ad allattarlo al seno?

La risposta semplicissima è la seguente:
L’alternativa all’allattamento al seno è l’uso del latte artificiale.

– OBIEZIONE #1: “Ma il latte artificiale non è solo un insieme di sostanze chimiche?”

– RISPOSTA: Sì, lo è, perchè letteralmente tutto ciò che ci circonda è un insieme di sostanze chimiche, tutto è chimica. Anche il latte materno preso naturalmente dal seno lo è.
La vera domanda è se queste sostanze chimiche, quelle del latte materno preso al seno e quelle del latte artificiale, siano o meno nutrizionalmente diverse.

La risposta è: no.
Infatti secondo una review del 2016 su Nutrients:
“Il latte artificiale è inteso come un sostituto efficace per l’alimentazione dei neonati [7,8]. Sebbene la produzione di un prodotto identico al latte materno non sia fattibile, è stato fatto ogni sforzo per mimare il profilo nutrizionale del latte materno umano per una crescita e uno sviluppo normale dei neonati. Il latte di mucca o il latte di soia sono più comunemente usati come base, con ingredienti supplementari aggiunti per meglio approssimare la composizione al latte materno e per ottenere benefici per la salute, tra cui ferro, nucleotidi e composizioni di miscele di grassi. Sono aggiunti gli acidi grassi dell’acido arachidonico (AA) e dell’acido docosaesenoico (DHA). Probiotici e composti, prodotti dall’ingegneria genetica, vengono aggiunti o sono attualmente considerati per l’aggiunta alla formula.
[…] Il latte artificiale è inteso come sostituto efficace al latte materno ed è formulato per mimare la composizione nutrizionale del latte materno.” [1]

– OBIEZIONE #2: “Ma l’allattamento al seno aumenta il legame con il bambino perchè rilascia l’ossitocina!”

– RISPOSTA:
L’ossitocina è l’ormone che viene rilasciato quando fai cose come abbracci o coccole, e per questo i media lo chiamano anche “l’ormone dell’amore”.
Ma lo stesso ormone è rilasciato anche quando facciamo cose come sparare con una pistola o guardare film porno. Insomma, dire che “rilascia ossitocina” non vuol dire niente.

Una revisione sistematica del 2008 conclude infatti che:
La ricerca scientifica svolta finora non supporta l’assunzione generale per cui l’allattamento al seno avrebbe un effetto positivo sulla qualità del rapporto madre-figlio. Quando propagata, tale supposizione può creare inutili sentimenti di colpa nelle madri non in grado di allattare.” [2].

– OBIEZIONE #3: “La Gestazione per Altri/Utero in Affitto danneggia il bambino!

– RISPOSTA:
Cito da un paper scientifico pubblicato sul Giornale Italiano di Psicologia del 2016:
“al momento non vi sono evidenze per cui la GPA avrebbe effetti negativi sul benessere psico-fisico delle portatrici e dei bambini concepiti” [3].

Una revisione sistematica, ovvero un’analisi di tutti gli studi sulla GPA fino al 2016, non ha trovato alcun risultato negativo sulla salute dei bambini e delle portatrici:
“most surrogacy arrangements are successfully implemented and most surrogate mothers are well-motivated and have little difficulty separating from the children born as a result of the arrangement. The perinatal outcome of the children is comparable to standard IVF and oocyte donation and there is no evidence of harm to the children born as a result of surrogacy.” [4].

– OBIEZIONE #4: “La GPA crea traumi al bambino perchè è una separazione alla nascita!”
– RISPOSTA:
La GPA non può essere assimilata alla separazione alla nascita, la quale crea sì diversi traumi al bambino, ma perché in quest’ultima il bambino non ha figure di attaccamento tra la separazione e il riaffido, cosa che in questo caso non accade.

 

Riferimenti bibliografici:

1. [Camilia R. Martin, Pei-Ra Ling, George L. Blackburn. Review of Infant Feeding: Key Features of Breast Milk and Infant Formula. Nutrients 2016, 8(5), 279.]

2. [Jarno Jansen, Carolina de Weerth, J. Marianne Riksen-Walraven. Breastfeeding and the mother–infant relationship—A review. Developmental Review 28 (2008) 503-521.]

3. [Lingiardi V, Carone N. Famiglie contemporanee: nuove concezioni, vecchi pregiudizi. Risposta ai commenti. Giornale Italiano di Psicologia XLIII(1-2):181-194, 2016.]

4. [Söderström-Anttila V, Wennerholm UB, Loft A, Pinborg A, Aittomäki K, Romundstad LB, Bergh C. Surrogacy: outcomes for surrogate mothers, children and the resulting families-a systematic review. Hum Reprod Update. 2016 Mar-Apr;22(2):260-76.]

The Red Pill: il film che “Abbatto i Muri” non ti farebbe mai vedere

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Oggi parliamo di “The Red Pill”, un documentario sulle questioni maschili condotto da Cassie Jaye, una giovane regista americana già autrice di “Daddy I Do”, del 2010, che parla di come l’educazione sessuale riduca le gravidanze indesiderate, e di “The Right to Love”, del 2012, sui diritti LGBT e sul matrimonio egualitario.

Una persona del genere farebbe un documentario con l’apposito scopo di diffondere misoginia, far credere che tutte le donne siano cattive e così via? Secondo le femministe sì, e questo documentario sarebbe proprio “The Red Pill”! Strano, visto che il progetto inizialmente doveva riguardare proprio un tema femminista, femminista come l’autrice che così si identificava da circa dieci anni: la cultura dello stupro. La regista inizia a imbattersi per caso su siti MRA proprio cercando informazioni su tale tema. Non a caso il documentario inizialmente nasce proprio per mostrare che gli MRA siano solo un gruppo d’odio ed è per questo che intervista Paul Elam, a capo di A Voice for Men, un’associazione per i diritti maschili che spesso usa post provocatori per ottenere visibilità e farla ottenere alle tematiche di genere degli uomini (strategia che noi non condividiamo molto).

Eppure secondo il blog femminista Abbatto i Muri, Red Pill sarebbe “di parte” favorendo la parte MRA. Come sia possibile tutto ciò partendo da queste basi, ce lo dovrebbe spiegare.
E dove ha scritto tutto questo? Nell’articolo “The Red Pill: un documentario di parte su Mra & company” che adesso andremo a debunkerare.

“Creato da Paul Elam, che sta alle origini degli Mra, cosa che alcuni Mra negano per prendere le distanze da certe sue raccapriccianti affermazioni”

No, Paul Elam non sta alle origini degli MRA.
In primo luogo MRA è una sigla, sta per Men’s Rights Activism/Activist/Advocate, quindi va maiuscola, se non vi piace usare le sigle potete chiamarlo Mascolinismo o Mascolismo.
In secondo luogo possiamo dire che il movimento MRA abbia anch’esso, come il femminismo, 3 ondate. Una prima ondata, capitanata da Ernest Belfort Bax, autore di “The Legal Subjection of Men” (pubblicato nel 1908) e “The Fraud of Feminism” (nel 1913), dove parla delle discriminazioni maschili al tempo delle suffragette.
Una seconda ondata è rappresentata da associazioni storiche come la “National Coalition for Men” o NCFM (fondata nel 1977 con il nome di “National Coalition of Free Men”) e il “The National Center for Men” o NCM (fondato nel 1987), capitanato da Mel Feit che apparve diverse volte in talk show come Donahue, Oprah, Sally Jessy Raphael, The Morton Downey Jr. Show, Geraldo, ecc. sempre con capelli lunghi e gonna, per mostrare come fosse un diritto per gli uomini poter indossare qualsiasi capo d’abbigliamento, anche quelli considerati femminili.
Il passaggio dalla seconda alla terza ondata è stato il distacco di Warren Farrell dalla NOW (la più grande organizzazione femminista negli USA e nel mondo) e soprattutto la pubblicazione del suo libro “The Myth of Male Power” nel 1993.
La terza ondata è stata la diffusione delle tesi MRA mediante internet, soprattutto Reddit, e in questo frangente si può inserire A Voice for Men. Ma:
1) AVfM è un collettivo, e non è necessario concordare con l’opinione di Elam per farne parte. Nei collettivi ognuno ha la sua posizione, che esprime ma che non rappresenta la totalità degli MRA.
2) AVfM apre i battenti nel 2009, ovvero 16 anni dopo la pubblicazione del libro di Farrell e più di 30 anni dopo l’apertura della NCFM. Definire dunque Elam “alle origini degli Mra” come afferma Abbatto i Muri è scorretto storicamente.
Dunque la posizione di Elam non è la posizione “degli MRA”, è solo la sua.

“[Il documentario] Intervista persone che fanno parte di quel gruppo, ideologi e oratori/oratrici schierati in quella direzione, confrontando pareri degli Mra con quelli di femministe più o meno radicali (radical feminist degli Stati Uniti) che per l’impostazione filo-istituzionale, per legami con il potere politico ed economico, per l’appartenenza al femminismo della seconda onda, molto diverso da quello che molte persone, come me, della terza, quarta onda, praticano, non portano argomenti utili ad affrontare l’argomento. L’unica che ha detto cose condivisibili è stata “la rossa” che ha citato un elenco di temi attorno ai quali – se l’Mra non fosse stato in malafede – avrebbe assolutamente dovuto essere disponibile ad una lotta comune. La trovate verso la fine del documentario.”

“La rossa”, ovvero Chanty Binx, è quella che all’Università di Toronto assieme ai suoi amici femministi ha interrotto illegalmente un evento sulle questioni maschili azionando l’antincendio (il dissenso è lecito, ma impedire lo svolgersi di un evento in maniera illegittima è un altro conto!). Dopo che tutti sono stati evacuati ha iniziato a chiamare “f*ckface” gli MRA con cui parlava, a urlare ogni due per tre “shut the f*ck up”, quando si è iniziato a parlare di suicidi maschili li ha ridicolizzati canticchiando “cry me a river”, insomma non direi proprio l’esempio più adatto di interlocutore credibile.

“Cassie Jaye per un anno viaggia per tutto il Nord America, in cui gli Mra esercitano la propria influenza, e intervista personaggi che uno per uno snocciolano argomenti conditi di grandi ovvietà, decontestualizzandoli, e attribuendone la malefica radice a quello che chiamano nazifemminismo.”

Non mi pare: la colpa è data alla società, addirittura l’accusa che gli MRA rivolgono alla società sembrava così simile a quella effettuata dal femminismo che è stato chiesto cosa distingueva un MRA da una femminista e la risposta è stata:
“La flessibilità dei ruoli è ciò a cui tutti dovremmo aspirare. Qualsiasi attivista per i diritti maschili che io rispetti, sostiene quelle correnti femministe che incoraggiano le donne ad avere una maggiore flessibilità nei ruoli.”
“E quindi su cosa il movimento MRA e il femminismo sono in disaccordo?”
“Beh, solo sul fatto che i femministi dicono che gli uomini sono degli oppressori, parte integrante di un mondo patriarcale in cui gli uomini avrebbero inventato le regole a beneficio di loro stessi e a scapito delle donne.
“Quindi non viviamo in un patriarcato, quando la maggior parte delle nazioni del mondo non hanno ancora avuto un leader donna, e le donne sono meno del cinque per cento dei CEO delle 500 aziende americane più ricche?”
“Bisogna guardare più a fondo. Il Patriarcato è il risultato dei ruoli di genere e non viceversa.
Tradizionalmente il potere e la responsabilità delle donne è stata nella sfera riproduttiva, mentre il potere e la responsabilità degli uomini è stata nella sfera produttiva. Sai, ci si deve riprodurre per proseguire la specie e si deve produrre per nutrire le persone in modo che si possano riprodurre, è come lavorare insieme.
La maggior parte delle culture hanno diviso i ruoli perché le donne avevano la capacità di partorire e di allattare, e quindi erano cose che avrebbero fatto loro. Le donne dovevano crescere i figli. Gli uomini dovevano fare soldi, o ammazzare animali, o nel fare affari a Wall Street. Ma questi erano i nostri obblighi.
Questo è il motivo per cui l’industria era dominata dagli uomini, così come il governo, perché quello era il nostro ruolo…
E così quello che noi chiamiamo “patriarcato” sono gli uomini nei ruoli che sono obbligati ad assumere.
Molti di questi ruoli comportano rischi, orari di lavoro lunghissimi, lavori pericolosi, dove si può morire.
[…] Inoltre, il fatto che gli uomini siano quelli che, per esempio, scrivono le leggi, non significa che queste leggi proteggano gli uomini.
“Hai sentito parlare del patriarcato, giusto? Tutti i mali del mondo derivano dal patriarcato, ma siamo noi a morire.
E moriamo per voi, per proteggere le nostre famiglie, i nostri amici.
In qualunque società, le donne hanno avuto privilegi e protezione che gli uomini non hanno mai avuto. Per esempio, difficilmente si sente parlare di come gli uomini siano stati esclusi dalla Convenzione del Lavoro Forzato del 1930. La Convenzione del Lavoro Forzato era un trattato internazionale che vietava la schiavitù e la servitù forzata, ma faceva eccezione per i maschi sani di età tra i 18 e i 45 anni. Alla fine l’hanno cambiata, ma comunque senza estenderla a prigionieri e militari, di cui il 90% è di sesso maschile.
Smettete di fingere di essere oppresse e che gli uomini siano i vostri oppressori, è una menzogna ed è una menzogna offensiva, una menzogna odiosa, ed è sbagliato.”

Come si vede, la critica al femminismo c’è, ma non perché si pone in esso l’origine delle questioni maschili.
Il problema del femminismo è il vedere una società che opprime entrambi i sessi (bisessista) come una società che opprime solo le donne e anzi privilegia gli uomini (patriarcale).

“Quel che dimenticano di dire, o che l’autrice non è stata in grado di approfondire, è il fatto che negano la violenza di genere, violenza esercitata in ragione del ruolo di genere attribuito”

Nessuno nega la violenza domestica sulle donne, semplicemente si fa notare che è solo la metà del problema, che l’altro 50% della violenza domestica, quello sugli uomini, esiste ed è necessario creare delle strutture antiviolenza e dei rifugi per accogliere queste persone, che non sono persone di serie B, sono persone che soffrono esattamente come le donne.

“negano il fatto che quell’attribuzione di ruoli, come quello riproduttivo e di cura sia il risultato di una grave discriminazione.”

Sarà per questo che le femministe cercano di negare il ruolo di cura e di accudimento dei bambini delle coppie di uomini gay che vorrebbero figli mediante GPA? Insomma le femministe non mi pare che lo odino così tanto questo ruolo se fanno di tutto per evitare che altri lo assumano.

“Negano che esista la cultura dello stupro.”

Nessuno nega che esistano dei casi di stupro uomo-su-donna. Sono le femministe che negano che esistano casi di false accuse di stupro e casi di stupro donna-su-uomo.

“Qualcun@ dice perfino che in realtà tante donne vorrebbero essere stuprate, avrebbero fantasie di stupro, confondendo i giochi di ruolo consensuali, eventualmente definiti in alcune relazioni, con lo stupro che deriva da una totale assenza di consenso.”

Questa è un’idiozia. L’articolo a cui si fa riferimento, pubblicato su AVfM da Paul Elam, era una provocazione (riuscita abbastanza male, motivo per cui non crediamo che simili atti siano utili). Cito:
“NOTA EDITORIALE: chi vuole diffamare AVoiceForMen spesso usa questo articolo, tacendo sul fatto che si tratta di una satira con un finale a sopresa che ne ribalta il significato. Ci dispiace avervi rovinato la sorpresa. Segue l’articolo originale.”
E nel finale:
“Occorre infine considerare che lo studio di Romeo non ha trovato nessuno dei risultati qui attribuitigli, e che gli altri studi citati non esistono. Questo intero articolo è pura invenzione, scritto al solo fine di illustrare, con un esempio pratico a parti invertite, i metodi che le femministe hanno usato e stanno usando per ingannare l’opinione pubblica per far credere che gli uomini siano più violenti delle donne.

“Negano che tante donne sono alla disperata ricerca di lavoro, che si suicidano uguale”

Il problema è che non esiste una cultura della donna che ha l’obbligo di mantenere l’uomo, ma solo dell’uomo che ha l’obbligo di mantenere la donna, ergo è normale che il 95% dei suicidi per motivi economici siano uomini: hanno maggiore pressione sociale.
E’ vero, si suicidano anche le donne. Il 5% delle donne si suicida per motivi economici.
Noi non neghiamo questo 5%, perché voi negate il 95%?

“o che sono vittime indiscriminate di stupri e violenze inflitte perché donne, la cui disponibilità sessuale, riproduttiva e di cura non può essere messa in discussione. Dire di No a tante donne non è permesso.”

Dire di no è invece permesso per gli uomini? E’ vero che vi sono vittime femminili di stupri e violenze, ma è falso che lo siano in quanto donne. Vi sono infatti sia vittime maschili che femminili. Lo stupro non ha sesso, gli stupratori e le stupratrici non hanno sesso.

“Non parlano minimamente dell’assenza di educazione alla consensualità”

L’idea di “insegnare agli uomini a non stuprare”:
1) Parte dal presupposto errato che ogni uomo sia uno stupratore a meno che non gli si insegni a non esserlo.
2) Obbliga le vittime maschili di stupro a sentirsi dire che non devono stuprare.
3) Sottace l’esistenza di stupratrici di sesso femminile.
4) Suppone che gli stupratori smetteranno di esserlo quando si ricorderà loro che stuprare è illegale, cosa che già sanno.
5) Colpevolizza collettivamente gli uomini per stupri che non hanno commesso.
6) Incoraggia le donne a farsi paranoie.
7) Insegna alle donne che bisogna diffidare degli uomini.

“dimenticano che con le loro esposizioni vittimiste non fanno che galvanizzare uomini che vogliono soltanto che si torni ai tempi in cui i patriarchi governavano sulle donne senza nessuna possibilità di appello.”

Riformulo: le femministe dimenticano che con le loro esposizioni vittimiste non fanno che galvanizzare donne che vogliono soltanto che si torni ai tempi in cui le donne potevano commettere reati e far andare il marito in galera al loro posto (con la Coverture) senza nessuna possibilità di appello.
Come suona?

“Parlano di diritti della donna su riproduzione e aborto e inseriscono tra i temi urgenti di cui parlare il fatto che data la “troppa” libertà di scelta delle donne in questo campo dovremmo tornare al tempo in cui era l’uomo a dire alla donna se poteva abortire o meno.”

No, non si parla di aborto. Si parla di rinuncia di maternità. Si parla di quando il bambino è già nato, ma la madre dandolo in adozione anonima può farlo adottare a terzi prima ancora che venga interpellato il padre e che gli venga richiesto se vuole diventare genitore unico del piccolo.
Qua non parliamo di feti, non parliamo di embrioni, parliamo di un bambino già nato! Un bambino già nato che un genitore (la madre) può dare a terzi senza chiedere il consenso dell’altro (il padre). Senza che l’altro possa decidere di crescerlo da solo!

“Altra tiritera assoluta è quella che riguarda gli uomini protettori, produttori e responsabili del mantenimento delle famiglie, come se fosse frutto di un complotto femminista. Ci attribuiscono la pena dei morti in guerra, dei suicidi per povertà e dello sfruttamento di tanti uomini per lavori rischiosi che di solito non vengono svolti dalle donne.
La separazione dei ruoli, incastrati nella famiglia definita “naturale”, è data da tradizione e cultura patriarcale. Certo che quella cultura è stata veicolata e lo è ancora anche da tante donne ma ciò non vuol dire che il paternalismo, l’esigenza di sorveglianza e controllo della vita sessuale, riproduttiva e di cura delle donne, sia frutto di una cospirazione femminista.”

Allora, vediamo di usare la logica basic:
Le donne contribuiscono alla mentalità, alla cultura tradizionale al pari degli uomini (lo dice la stessa articolista: “quella cultura è stata veicolata e lo è ancora anche da tante donne”).
– Questa cultura crea danni sia a uomini che a donne.
– Quindi questa cultura non può essere “patriarcale”, perché non è creata solo dagli uomini.
– Le donne quindi sono responsabili quanto gli uomini nell’averla creata e nel portarla avanti.
– Perciò non ha senso dire “è il patriarcato”. Non è il patriarcato, è uomini+donne. E’ bisessismo.
– Perché allora il femminismo parte dall’assunto che sia una creazione patriarcale? E’ per questo errore che lo si critica!

“Il welfare si regge sulla disponibilità gratuita delle donne a fare le mogli, le madri, le badanti, le colf, le tate, e via di seguito e sulla disponibilità degli uomini a partecipare al piano di ammortizzazione economica non distogliendo le donne da questi ruoli e piuttosto andando a distruggersi la vita lavorando per mantenerle. Non è colpa delle femministe se la struttura legislativa sia quella che nega diritti genitoriali ed economici agli uomini che vogliono finalmente fare i genitori accollandosi il ruolo di cura.”

Diventa colpa delle femministe quando queste negano che gli uomini siano svantaggiati da tale sistema, o che non sia solo colpa loro.
Si dice agli uomini che le discriminazioni che subiscono siano “misoginia” che si è “rivoltata” contro di loro: più o meno come una sorta di proiettile vagante destinato a qualcun altro, alle donne.
Quello che fanno le femministe è riportare le discriminazioni maschili a quelle femminili, finendo per impedire che le vittime maschili delle discriminazioni sociali vengano aiutate direttamente.
Se volessimo rendere il tutto in una scenetta, immaginiamo una donna (le femministe) che vede un incidente (la discriminazione sugli uomini), ferma l’ambulanza che sta per soccorrere i feriti (gli aiuti verso gli uomini) dicendo loro che è lei la vera e unica che si è fatta male (gli uomini subiscono “misoginia” ovvero l’odio è comunque contro le donne anche se rivolto agli uomini; ergo vanno aiutate loro e non i maschi): l’ambulanza allora torna indietro (assenza di aiuti per gli uomini) e quando qualcuno fa notare alla signora che quello che ha fatto è terribile, risponde che non è lei che ha causato l’incidente (“non siamo noi ad aver creato la società tradizionalista!”).

“Morti in guerra? Non abbiamo mai voluto né i morti né la guerra. Le femministe odiano ruoli che derivano da patriarchi che ancora oggi scimmiottano ragionamenti su onore, gloria, patria e dio/patria/famiglia, di origine maschilista e anche fascista.”

Immagino sia per questo che la Pankhurst, a guida delle suffragette inglesi, partecipò alla Campagna delle Piume Bianche per spingere gli uomini che si rifiutavano di andare in guerra a parteciparvi ridicolizzandoli in pubblico per la loro obiezione di coscienza consegnando loro delle piume bianche!

“E’ vero che molti uomini si suicidano quando perdono il posto di lavoro, ma anche questa è conseguenza di impostazione familiare, tradizionale, e patriarcale, con attribuzione di ruolo produttivo, da sostenitore economico, in cerca di prestigio sociale, che di certo non c’entra con tante femministe.”

1) Aridaje con “patriarcale”! Tradizionalista, non patriarcale! Bisessista, non patriarcale! Di responsabilità sia di uomini che di donne colpevoli di sostenere la cultura tradizionale, non solo responsabilità maschile!

2) E’ per questo che le femministe hanno normalizzato il ruolo della donna lavoratrice ma hanno lasciato invariato quello maschile? E’ per questo che il femminismo non ha lottato nemmeno un minimo per spingere le donne a mantenere gli uomini casalinghi?
Così adesso la donna può decidere di:
– restare a casa se vuole (casalinga ed essere mantenuta)
– un po’ a casa un po’ a lavoro (lavoro part-time e in parte mantenuta)
– lavorare full-time (indipendente)

Mentre gli uomini possono decidere solo di lavorare full-time senza che nessuno li mantenga.
3 opzioni diverse contro 1.

“convinte che il maschio sia l’origine di tutti i mali, il maschio e non la cultura patriarcale che ha reso vittime tanti uomini che non aderiscono ai ruoli del maschio etero vecchio stile, sarebbe il diavolo.”

Nooo, le femministe buone non vogliono colpevolizzare gli uomini, vogliono colpevolizzare una società e chiamarla “patriarcato” in modo da affibiare la colpa degli schifi che l’affligge agli uomini! Come, non vedete la differenza?
Come risposta, cito una riflessione dal documentario:
“L’onnipotente, onnipresente Patriarcato, la forza invisibile che dirige tutte le nostre vite, giusto?
E causa tutte le oppressioni e tutte le sofferenze, giusto? Il nostro diavolo.
E la bella, meravigliosa forza per la giustizia… il Femminismo, la Via. E’ la Via!
Sembra una religione. Sembra proprio una religione.
E, oh mio Dio, per essere un movimento che è solo per l’uguaglianza e che non vuole colpevolizzare gli uomini, hanno chiamato la forza del male come gli uomini e la forza della giustizia come le donne, e per essere un movimento che è molto molto molto attento alle implicazioni del linguaggio, così attento che se chiami un pompiere (firefighter) “fireman” scoraggerai le ragazzine ad aspirare a diventare pompiere, e a volte scoraggerai le donne cresciute ad aspirare a essere pompiere chiamandole “firemen”… ma possiamo chiamare la forza di tutte le oppressioni, la chiamiamo essenzialmente “uomini”, “patriarcato”, e possiamo chiamare la forza del bene e della giustizia “donne” (“femminismo”), e questo tipo di linguaggio, questo non ha implicazioni. Non stiamo colpevolizzando gli uomini, no, abbiamo solo chiamato tutto ciò che è male come loro…

“L’ho sempre detto che chi pensa che la violenza sia “maschile”, invece che violenza di genere a tutto tondo, maschilista ed eteropatriarcale, insiste nel dare ragione a chi pensa che per risolvere il problema bisogna rieducare o sterminare i maschi. Non è l’uomo l’origine della violenza ma una cultura che ha reso vittime anche gli uomini. Che loro ne siano consapevoli o meno.”

La colpa non è degli uomini… quindi chiamiamo le colpe come gli uomini?
La violenza non è maschile, è maschil—ista?
Risposta mia: Questa frase non è che non ha senso, è solo insensata!

“Sono le aziende che non assumono le donne per lavori cosiddetti maschili”

Ma come? Parliamo tanto di cultura e ce la scordiamo qui? E la cultura che dice alle donne che quei lavori li fanno gli uomini? E quella cultura che fa dire a molte donne “porta tu questo pacco su che sei un uomo!”, “ripara tu l’antenna che sei un uomo!”, “ripara tu l’elettrodomestico rotto, che sei un uomo!”, “se un uomo non prova anche il lavoro rischioso allora è uno scansafatiche!”? Quella cultura magari potremmo iniziare a cambiarla. A fare progetti con i bambini e le bambine e dire loro che sì, sei una ragazza e puoi fare la muratrice, puoi fare lavori rischiosi se te la senti, così come un ragazzo può fare il casalingo e la moglie può mantenerlo.
Le femministe però non lo fanno, sono un po’ come i tradizionalisti omofobi che ciarlano di teoria giendeer, solo che almeno questi ultimi lo sono interamente, mentre le femministe lo sono a metà: quando l’interscambiabilità dei ruoli reca benefici alle donne, ecco che sono a favore, mentre quando l’interscambiabilità dei ruoli reca benefici agli uomini, sono contrarie.
Il femminismo è tradizionalismo a intermittenza.

“[Per gli MRA] Le donne non vengono definite persone ma solo nemiche da combattere.”

Ma come non lo sai? Gli MRA dicono ogni due per tre che la colpa della società è sia di uomini che di donne, che è condivisa tra i sessi, quindi sono misogini! No? Non torna? *Sarcasmo*

“[Cassie Jaye] Ha confermato il fatto che per lei di femminismo ce n’era solo uno. Ha deciso che il femminismo è una roba unica, dal pensiero unico, una sorta di dittatura filosofica che in realtà a tante tra noi non riguarda affatto.”

Il femminismo può cambiare, ma la base è quella: la teoria del patriarcato.
Il femminismo è l’idea che gli uomini siano il genere oppressore o almeno privilegiato e le donne quello oppresso.
Poi possono esserci altre differenze, ma non ci importa. Quando attacchiamo il femminismo attacchiamo in realtà solo la teoria del patriarcato.
Il patriarchismo è ciò che rende il femminismo un movimento revisionista e dannoso.
Se parti dall’idea che gli uomini sono privilegiati, che gli uomini hanno il potere, allora non puoi proteggere gli uomini, anzi, negherai il problema per far tornare i conti, per evitare di mettere in dubbio il tuo assunto di base.

“Non interessa davvero risolvere alcuni problemi, la povertà, la disperazione, la impossibilità di capovolgere i ruoli imposti, incluso quello di padre solo pagante, perché dirige tutti verso un odio nei confronti delle donne e delle femministe.”

A me pare che sia stata la Rossa che tanto piace ad Abbatto i Muri ad aver interrotto un evento MRA e non viceversa.
Anche l’attacco alla Teoria del Patriarcato è un attacco perché voi siete entrate nel CAMPO NOSTRO. Con la Teoria del Patriarcato NEGATE le NOSTRE QUESTIONI, non siamo noi a negare le vostre. Vi attacchiamo perché il vostro assunto di base dice che non abbiamo diritti da reclamare, e che se proviamo a lamentarci perché vogliamo che delle persone che soffrono abbiano un rifugio anche loro siamo dei suprematisti.
Questo è il motivo per cui vi attacchiamo, perché voi state nel nostro territorio e dovete sloggiare.
Poi nel vostro fate quello che vi pare, anzi, siamo i primi a spingere diritto all’aborto assieme al diritto alla rinuncia di paternità, siete voi invece le prime a separare le due cose, sempre per colpa della teoria del patriarcato.

Perchè è stupido NON usare la parola “maschicidio”

maschicidio

Rispondiamo in questa sede all’articolo “Perchè è stupido usare la parola “maschicidio”” di the Submarine, che attacca contemporaneamente sia chi si occupa di tutelare le vittime maschili di violenza che il movimento MRA tutto.
Come al solito nei nostri articoli di risposta, citeremo le varie parti dell’articolo e risponderemo sotto di esse.

Iniziamo con un po’ di teoria del patriarcato:

“È la sovrastruttura ideologica patriarcale […] la ragione per cui il “femminicidio” non è semplicemente l’uccisione di un essere umano di sesso femminile.”

In realtà l’idea che vi sia il maschilismo dietro alla violenza domestica è un’idea smentita da diversi autori. Citiamo ad esempio una review di Donald Dutton del 2010, che debunkera questo assunto [1]:

“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”

Nel testo della review si legge inoltre:

“l’uso maschile di grave violenza nei confronti di donne nonviolente (percosse verso la moglie) è riportato da solo il 5,7% di un campione nazionale di tutte le coppie sposate che segnalano ogni tipo di violenza (Stets & Straus, 1992), e che le percosse verso il marito (atti di grave violenza femminile contro mariti nonviolenti) è riportato dal 9,6% di queste coppie sposate.
“Indagini nazionali statunitensi ritengono che la violenza reciproca, abbinata per livello di gravità, sia la forma più comune di IPV (Stets & Straus, 1992. Whittaker et al, 2007), e che la IPV femminile contro un maschio nonviolento (percosse verso il marito) è 2.5 volte più comune delle percosse verso la moglie.”
Le donne usano la violenza, anche le forme più gravi, almeno tanto quanto gli uomini e la usano contro gli uomini non-violenti (Stets & Straus, 1989, 1992) e contro i bambini (Gaudioisi, 2006; Trocme et al., 2001).”
“Sono stati trovati tassi equivalenti di grave abuso strumentale (abuso effettuato per controllare il coniuge), con l’8% delle donne e il 7% degli uomini che riportavano vittimizzazione negli ultimi cinque anni.
Equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (Laroche 2005, tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima. Degli uomini, il 65% ha riferito di essere stato ferito (rispetto al 67% delle vittime di sesso femminile).
Più donne che uomini hanno riportato di perpetrare violenza, e gli uomini hanno riferito di essere vittime di violenza grave più delle donne, che dicono gli autori può” sfidare le ipotesi sulla vittimizzazione delle donne nella relazione” (p. 781).”
“Quando alle donne in un campione preso da un rifugio è stato chiesto da questi autori circa il loro uso della violenza, il 67% ha riferito di usare violenza grave contro i loro mariti”.

Tornando a the Submarine, il giornale cita alcuni casi in cui la compagna AFFERMA di aver ucciso l’uomo a seguito di percosse.

Secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [2].
Si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: ma è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [3] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [4] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [2] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza domestica, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere queste persone immuni dalla legge.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [5].

Quindi spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per auto-difesa anche quando non è così, il che porta spesso a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito per legittima difesa nei confronti del partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi [6].

Qual è la morale della favola, dunque? Semplice: prima di accettare che una donna “si sia soltanto difesa”… richiedete le prove! La gente, quando viene arrestata, trova scuse su scuse: se dubitate delle altre giustificazioni, perchè dovreste credere in automatico che la persona che ha appena ammazzato un individuo fosse vittima di quest’ultimo e non la sua aguzzina? Vi pare che una donna omicida sia priva di conflitti d’interesse nel reclamare un ruolo di vittima? Se non fate questo ragionamento con gli uomini – che come abbiamo visto hanno pari percentuali di essere ricorsi alla violenza per autodifesa – perchè lo fate con le donne?

Continuiamo con le affermazioni di the Submarine:

“Proprio questa equiparazione iper-generalizzante di qualsiasi violenza, a prescindere da cause e moventi, spinge a presentare la violenza maschile e quella femminile semplicemente come due facce della stessa medaglia. Ma la violenza non è tutta uguale, e non la si può analizzare senza considerare i contesti relazionali (in piccolo) e socio-culturali (in grande) che la rendono più o meno diffusa e più o meno accettata.”

Questa idea, quella per cui gli uomini hanno motivazioni diverse dalle donne nel provocare violenza, è l’idea del “terrorismo intimo” di Johnson: gli uomini userebbero la violenza per controllare le donne – una violenza controllante chiamata appunto “terrorismo intimo” – mentre le donne userebbero la violenza per legittima difesa – una violenza detta “resistenza violenta”.
Dopo aver smentito con i dati l’idea per cui le donne userebbero più degli uomini la violenza per legittima difesa, smentiamo l’idea per cui gli uomini userebbero più delle donne la violenza per controllare la partner.

Un esempio in merito è il paper del 2014 della dottoressa Elizabeth Bates e colleghi, pubblicato sulla rivista scientifica Aggressive Behavior [7], che afferma:
“Lo scopo di questo studio è stato quello di testare le previsioni della teoria del controllo maschile della violenza domestica (IPV) e della tipologia di Johnson […] non ci sono differenze di sesso sostanziali nei comportamenti di controllo, che predicevano significativamente aggressione fisica in entrambi i sessi. […] Usando la tipologia di Johnson, le donne erano più propense degli uomini a essere classificate come “terroristi intimi” […]. Nel complesso, questi risultati non supportano la teoria del controllo maschile della IPV. Invece, si inseriscono nella visione per cui l’IPV non ha un’eziologia speciale, ed è meglio studiata nel contesto di altre forme di aggressione.”

Anche la dottoressa Denise Hines, assieme a Emily Douglas, parla in un articolo del 2010 sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [8], delle vittime maschili di violenza domestica e del terrorismo intimo. Infatti possiamo leggere:
“In sintesi, il nostro studio mostra l’esistenza di vittime di sesso maschile di TI (Terrorismo Intimo) commesso da donne. Questi uomini sostenevano tassi e frequenze molto elevate di violenza domestica psicologica, sessuale e fisica, lesioni, e comportamenti di controllo, un pattern congruente la concettualizzazione di Johnson (1995) del TI. E anche se i richiedenti aiuto maschi avevano alti tassi di perpetrare IPV loro stessi, i loro tassi sono simili o inferiori a quelli trovati nei campioni di rifugi per donne maltrattate (Giles-Sims, 1983;. McDonald et al, 2009; Saunders, 1988), e il loro comportamento violento è conforme alla concettualizzazione di Johnson di resistenza violenta.
Questi risultati rappresentano importanti contestazioni all’asserzione di Johnson (1995, 2006; Johnson & Ferraro, 2000) secondo cui, con l’eccezione di pochi casi di studio, il TI sia impiegato quasi esclusivamente da uomini e che la resistenza violenta sia impiegata quasi esclusivamente da donne, con entrambi conformi alla nozione patriarcale per cui gli uomini utilizzano il TI per mantenere il potere e il controllo sulle loro partner femminili.”

Se ciò non bastasse, due studi basati sulla popolazione, uno in Nuova Zelanda [9] e uno in Canada [10], mostrano che le donne e gli uomini commettono Terrorismo Intimo a tassi simili.
Per quanto riguarda quello canadese, equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima.
Lo studio neozelandese, in particolare, era un cohort study (o studio di coorte, uno studio osservazionale che segue nel tempo l’evoluzione di una coorte, cioè un gruppo di persone identificate chiaramente in base a determinate caratteristiche) che comprendeva quasi tutta la popolazione di quella coorte, e ha dimostrato che il tasso di prevalenza di TI è stato del 9%, con uomini e donne che avevano la stessa probabilità di essere terroristi intimi. Questo studio è stato in grado di catturare una percentuale significativa di casi “clinici” in cui il IPV aveva portato a lesioni e/o intervento. Questo è importante perché tali studi epidemiologici catturano non solo l’IPV che viene a conoscenza delle autorità, ma anche i casi gravi che, per qualsiasi motivo, sfuggono la rilevazione ufficiale e rimangono nascosti in campioni clinici tradizionali.

“Il terzo maschicidio in tre settimane,” si legge su Il Giornale. “Anche le donne uccidono, le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, per non dire mai fatte.” (Spoiler: le statistiche in realtà ci sono, e i dati Istat parlano di 79 omicidi volontari consumati da donne nel 2015, contro i 986 consumati da uomini — una sproporzione numerica che è già evidente prima ancora di valutare i moventi e il sesso delle vittime).

In realtà quel numero è il numero delle incarcerazioni, ma non si conta che tale numero è viziato da un bias giuridico.

Infatti sia la valutazione di professionisti del settore, come psicologi, psichiatri, assistenti sociali, che quella delle forze dell’ordine e dei giudici, tendono a minimizzare l’aggressività femminile. Questo bias porta a maggiori tassi di arresti per gli uomini, maggiore probabilità di incarcerazione se dichiarati colpevoli e a sentenze più lunghe a parità di reato e circostanze tra uomini e donne. Per dimostrare l’esistenza di questo bias di genere, riporto qui di seguito alcune ricerche in merito.

Partiamo con uno studio su 147 psichiatri chiamati ad esprimersi sul rischio di agiti aggressivi in 680 pazienti psichiatrici afferenti a un servizio di urgenza: questa ricerca ha mostrato che gli psichiatri tendono a sottostimare il potenziale violento femminile. Leggiamo infatti:
“Sulla base di un campione di 147 medici che hanno valutato 680 pazienti in un pronto soccorso psichiatrico, questo studio indaga l’influenza del genere del paziente, del genere dei professionisti della salute mentale, e la loro potenziale interazione sull’accuratezza della valutazione del rischio dei professionisti della salute mentale. I risultati indicano che i professionisti della salute mentale di entrambi i sessi sono particolarmente limitati nella loro capacità di valutare il rischio di futura violenza dei pazienti di sesso femminile. Questo risultato non era limitato a un particolare gruppo di professionisti e non era attribuibile a differenze di genere nella violenza.” [11].

Un ulteriore studio mostra che fin da piccoli, anche quando non vi sono differenze comportamentali tra i sessi, i bambini vengono visti come più problematici e conflittuali rispetto alle bambine e che dunque le interazioni da parte di professionisti della scuola, come ad esempio gli insegnanti, verso di loro sono impregnate da questo pregiudizio:
“Questo studio ha esaminato le differenze nella qualità della cura dei bambini vissuta da bimbi e bimbe. I bambini avevano più probabilità di avere una cura infantile di qualità inferiore rispetto alle bambine, valutata sia con misure al livello dell’impostazione che tramite osservazioni di interazione caregiver-bambino. Un possibile meccanismo esplicativo per le differenze di genere è suggerito dalla prova che i fornitori di cura infantile valutavano il comportamento dei bambini come più problematico e la relazione fornitore-bambino come meno stretta rispetto alle bambine. Queste differenze percepite non erano riflesse nelle osservazioni indipendenti del comportamento o del temperamento del bambino. E’ stato anche il caso che le aule dell’asilo con percentuali più elevate di ragazzi sono state valutate in termini di qualità più bassa a livello di impostazione. […] Come ipotizzato, i caregiver dei bimbi in questo campione hanno rivelato significantemente più percezioni negative dei bambini che delle bambine. Non solo ritraevano i bambini come se mostrassero un comportamento più problematico, attivo e disinibito, ma indicavano anche che i loro rapporti con i bambini erano caratterizzati da un maggiore conflitto e minor vicinanza rispetto ai loro rapporti con le ragazze. È importante sottolineare che i ritratti dei caregiver delle loro relazioni con i ragazzi e le ragazze come conflittuali o strette sono risultate significativamente intercorrelate con la loro risposta alla domanda se i bambini mostrassero problemi di comportamento […] e temperamenti attivi/arrabbiati […], suggerendo una forte visione generalizzata negativa (bimbi) o positiva (bimbe) dei bambini in loro cura. Le loro percezioni dei bambini sono state anche associate con la qualità di caregiving tale che visioni maggiormente negative di un dato bimbo – indipendentemente dal genere – predicevano una cura infantile di qualità più misera, valutata da osservatori indipendenti, per quel bambino.
[…] I bambini e le bambine in questo studio non hanno mostrato differenze nelle loro interazioni tra pari o nella conformità con le richieste del caregiver nella cura del bambino (nonostante la loro grande esperienza nella cura del bambino con i compagni), né hanno differito nelle osservazioni di laboratorio a base del temperamento.
[…] È importante sottolineare che questo pattern genderizzato di esperienze di cura infantile è evidente a 2 anni di età, prima dell’età in cui i ragazzi e le ragazze differiscono in modo significativo nel loro comportamento di gioco, come riportato in letteratura […] e come confermato dalle nostre osservazioni dei bambini in questo studio.” [12].

Uno studio del 2001, effettuato mediante interviste semi-strutturate a poliziotti e psichiatri, e, nel caso dei poliziotti, osservazione diretta e analisi dei report della polizia, ha rivelato come per questi professionisti, dato che la violenza sessuale femminile sfida “i tradizionali copioni sessuali riguardanti l’”appropriato” comportamento femminile, sembra che vi compiano sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autore del reato e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile, in ultima analisi portando alla negazione del problema“. [13].

Una ricerca del 2007 afferma che, nonostante la pari gravità tra sex offending maschile e femminile, i professionisti valutano con più indulgenza le pedofile donne:
“La letteratura mette in luce che il modo in cui i professionisti identificano e rispondono all’abuso sessuale infantile si è mostrato essere influenzato dal genere dell’autore. Allo stesso modo, malgrado sia simile al sex offending maschile in termini di intrusività e gravità dell’abuso, alcuni aspetti del sex offending femminile possono causare particolari problemi per i professionisti.” [14].

Un ulteriore studio riporta:
“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi” [15].

Ovviamente questo modo di pensare influenza anche gli studenti, che diventeranno i professionisti di domani. Leggiamo all’interno di uno studio del 2012 che esamina la percezione che essi hanno di pedofili e abusi sessuali infantili:
“Utilizzando un campione di 2.838 studenti di una università del sud-ovest degli Stati Uniti, gli autori esaminano l’effetto del genere degli intervistati, del genere dell’adulto, della differenza di età tra l’adulto e l’adolescente, e dell’autorità dell’adulto, sulla percezione di vignette che descrivono rapporti sessuali tra adulti e adolescenti. […] Abbiamo trovato prove di un doppio standard per quanto riguarda la diade genere nello scenario, che è coerente con risultati precedenti (Dollar et al. 2004; Fromuth et al. 2001; Horvath and Giner-Sorolla 2007; Smith et al. 1997). Gli uomini in relazioni con ragazze sono stati giudicati cosistentemente più duramente rispetto alle donne che hanno avuto relazioni con ragazzi. Allo stesso modo, rispetto ai ragazzi, le ragazze negli scenari sono state percepite come se avessero subito un danno maggiore.” [16].

Una ricerca del 2004 sulle percezioni che hanno i poliziotti rivela anch’essa risultati simili:
La ricerca in America, Canada e Inghilterra, indica che i professionisti coinvolti nelle indagini dei casi di abuso sessuale dei bambini hanno differenti percezioni della gravità, della punizione e dell’impatto sul bambino, in base al genere del professionista e al genere dell’autore dell’abuso. Lo scopo di questo studio è stato quello di verificare se tali effetti di genere sono prevalenti negli investigatori sull’abuso infantile australiani, specificamente la polizia. Per valutare questo, 361 agenti di polizia australiani hanno risposto a un questionario self-report relativo a una vignetta che descriveva un abuso sessuale infantile. Le domande hanno esaminato la percezione del poliziotto sulla gravità dell’incidente, l’azione della polizia che avrebbero preso e l’impatto percepito sul bambino. La vignetta ha descritto l’autore come maschio o come femmina, con 172 agenti di polizia che rispondevano alla vignetta con l’autrice femmina e 189 che rispondevano alla vignetta con l’autore maschio. I risultati hanno indicato che, a differenza delle scoperte della ricerca estera in questo settore, il genere degli agenti di polizia non influenzava la loro percezione dell’abuso sessuale infantile, il loro impatto percepito sul bambino, o l’azione di polizia che avrebbero preso. Il genere del colpevole influenzava tuttavia questi fattori, con un bias di genere a favore del colpevole femminile. Questo risultato è coerente con la ricerca all’estero ed è un fattore di cui gli operatori del settore dovrebbero essere consapevoli per assicurare che gli incidenti che coinvolgono autori di sesso femminile non siano sottostimati o prosciolti” [17].

Una review del 2014 fa notare inoltre come “Gli atteggiamenti professionali verso l’abuso sessuale perpetrato da donne (FPSA) stando a quanto si dice riflettono le aspettative sul ruolo di genere presenti nella società più ampia, che vede i maschi quasi esclusivamente come aggressori sessuali o destinatari bendisposti di attenzioni sessuali, le femmine come sessualmente non coercitive o vittime e l’abuso sessuale perpetrato da un maschio come particolarmente significativo o lesivo. Tali opinioni, tuttavia, sembrano essere in contrasto con le prospettive degli individui che hanno sperimentato un FPSA. […] i risultati suggeriscono che le prospettive della vittima e dei professionisti sul FPSA rimangono discrepanti; i professionisti generalmente consideravano l’FPSA come meno grave, meno dannoso e meno meritevole di indagini rispetto all’abuso perpetrato da un uomo; mentre le vittime di FPSA sentivano che le loro esperienze influenzavano in modo significativo il loro benessere psicologico e le loro capacità di formare e mantenere relazioni interpersonali.
[…] La titubanza generale dei professionisti a riconoscere l’FPSA come un problema significativo è in contrasto con le esperienze delle vittime di tali abusi. Gli atti sessuali svolti da femmine contro bambini sono spesso simili a quelli perpetrati dai maschi (Peter, 2009; Rudin, Zalewski, & Bodmer-Turner, 1995), e l’impatto psicosessuale dell’abuso sembra essere tanto grave,
se non di più, rispetto a quello dell’abuso sessuale perpetrato da un maschio
(Denov, 2004; Kelly, Wood, Gonzalez, MacDonald, & Waterman, 2002; Krug, 1989; Rosencrans, 1997). Tuttavia, le vittime di FPSA riportano varie risposte professionali alle loro rivelazioni degli abusi, inclusa incredulità o minimizzazione della gravità dell’abuso (Denov, 2003, 2004; Hislop, 2001), il che suggerisce l’esistenza di una divergenza netta tra le prospettive tenute dai professionisti riguardanti l’FPSA e le esperienze delle vittime.
[…] I motivi per le discrepanze tra le prospettive della vittima e dei professionisti sono probabilmente complesse, ma forse sono radicate nel modo in cui la società concepisce l’essere donna e la femminilità. Culturalmente, le donne sono viste come nutrici, madri e sessualmente remissive quando comparate ai maschi (Allen, 1990). Il suggerimento che le donne possono essere sessualmente abusive provoca disagio e incredulità, e come osserva Mayer (1992, p. 5): ”la società non percepisce le femmine come abusanti; sono stereotipate come fisicamente e psicologicamente incapaci di vittimizzare”. Infatti, il concetto di donne sessualmente abusanti sembra provocare tale disagio che la società può tentare di ristrutturare o trasformare il fenomeno in qualcosa di spiegabile (ad esempio, che le colpevoli donne siano costrette da uomini o stiano profondamente male mentalmente; Denov, 2004). I copioni sessuali tradizionali non solo potenzialmente restringono la capacità della società di riconoscere narrative ”non convenzionali” sugli abusi sessuali (Finkelhor & Russell, 1984), ma sembrano anche facilitare atteggiamenti e credenze più indulgenti (o talvolta liquidatori) tra i professionisti verso le donne che abusano sessualmente e le vittime di tali abusi.” [18].

Per finire, uno studio del 2013 afferma che “non è sorprendente che Mellor e Deering (2010) abbiano trovato atteggiamenti differenti nei confronti di abusi sessuali infantili perpetrati da maschi e da femmine in un campione di 231 psichiatri, psicologi, psicologi in prova e operatori di protezione dell’infanzia. I perpetratori femminili avevano più possibilità di essere trattati con clemenza, portando ad una minimizzazione degli abusi sessuali commessi da donne su bambini […]. Inoltre, il sistema di giustizia penale sembra essere discriminante nei confronti dei maschi. Sandler e Freeman (2011) hanno trovato che al sesso femminile si riduce significativamente la probabilità di incarcerazione per i trasgressori condannati per reati sessuali. Deering e Mellor (2009) hanno confermato un minor tempo di carcere e un più breve periodo di fermo per le pedofili femminili nel loro studio australiano. In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).” [19].

Come abbiamo visto, dunque, le valutazioni di certi professionisti non sono neutrali come penseremmo: spesso, difatti, anche psicologi, psichiatri, polizia e servizi sociali tendono a sottoriportare il potenziale aggressivo delle donne. Questo, paradossalmente, porta a rafforzare l’idea che gli uomini siano più violenti delle donne e ciò alimenta in un circolo vizioso il bias di valutazione.

Che tali valutazioni viziate portino a bias giuridici in arresto, incarcerazione e lunghezza delle sentenze è provato da ulteriori studi. Vediamo alcuni esempi.

Una ricerca dell’Università di San Francisco, pubblicata anche sul Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, afferma:
“Abbiamo anche esaminato, attraverso questo studio e precedenti studi della California, i dati più generali sulle disparità di genere nel condannare a morte e abbiamo trovato una sostanziale disparità riguardante il genere-dell’-imputato e il genere-della-vittima. Le donne colpevoli di omicidio capitale hanno molte meno probabilità degli uomini di essere condannate a morte, e gli imputati che uccidono le donne hanno di gran lunga maggiori probabilità di essere condannati a morte degli imputati che uccidono gli uomini. Noi sosteniamo che tutti questi risultati sono in linea con le norme cavalleresche, e possiamo concludere che, nelle decisioni dei pubblici ministeri di chiedere la morte e nelle decisioni delle giurie di imporla, la cavalleria sembra essere viva e vegeta.” [20].

Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate [21] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato [22].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni) [5].

Anche fonti femministe, come uno studio del 2012 su “Feminist Criminology” confermano il dato, mostrando che a parità di crimine, nei reati sessuali, gli uomini ricevono condanne più lunghe:
“L’ipotesi “donna cattiva” affermerebbe che le donne siano condannate più duramente, ma i dati mostrano che gli uomini ricevono condanne più lunghe per i reati sessuali rispetto alle donne. Il supporto è fornito per l’”ipotesi cavalleria” per spiegare l’immediata disparità di condanna” [23].

Secondo uno studio dell’Università di Harvard, non si salverebbero da questo gap sessista (che viene paragonato a quello razzista nelle percentuali) neanche gli omicidi veicolari:
“In particolare, le caratteristiche delle vittime sono importanti determinanti della condanna tra gli omicidi veicolari, dove le vittime sono fondamentalmente casuali e dove il modello ottimale di punizione prevede che le caratteristiche delle vittime debbano essere ignorate. Tra gli omicidi veicolari, i conducenti che uccidono donne ottengono il 56 per cento di sentenze più lunghe. I conducenti che uccidono neri ottengono il 53 percento di sentenze più corte.[24].

Una ricerca statunitense del 2001 su 77.236 casi federali ha esaminato le differenze nelle sentenze per quanto riguarda i reati di rapina in banca, traffico di droga, possesso/traffico di armi, furto, frode e immigrazione, trovando che maschi e neri avevano meno probabilità di ottenere assoluzione quando questa opzione era disponibile, meno probabilità di ricevere diminuzioni di pena e più probabilità di ricevere aumenti di pena rispetto a bianchi e a femmine [25].

Uno articolo del 2000 su Criminal Justice Policy Review mostra come ancora nel 2000, a Chicago, Miami e Kansas City, le donne continuavano ad avere minori percentuali di incarcerazione. Inoltre, sebbene la discriminazione colpisse maggiormente gli uomini di colore rispetto ai bianchi, non vi era differenza nel trattamento a seconda dell’etnia per quanto riguardava le donne [26]. Questo stesso risultato è stato confermato da una ricerca del 2006 sul Journal of Quantitative Criminology [27].

Minore possibilità di incarcerazione per le donne e sentenze più lunghe per gli uomini sono state trovate anche per quanto riguarda i dati del Sud dell’Australia, come riportato da uno studio del 2010 su Current Issues in Criminal Justice [28].

Addirittura nel Regno Unito le linee guida hanno richiesto ai giudici di sentenziare le donne colpevoli di crimini in maniera più leggera rispetto agli uomini [29].

Un paper del 2008, inoltre, riporta che “l’evidenza non supporta l’idea che gli uomini che aggrediscono la partner abbiano una particolare probabilità di non essere denunciati o di essere trattati con indulgenza. Al contrario, i risultati indicano che chi aggredisce una donna ha più probabilità di andare incontro a conseguenze legali rispetto a chi aggredisce un uomo“. Nell’articolo l’autore riassume uno studio non pubblicato che esamina la possibile influenza del genere e dello stato civile sull’opinione della gente rispetto al dover riferire o meno alla polizia un’aggressione domestica. In un sondaggio telefonico 800 soggetti hanno considerato uno scenario in cui, durante un litigio, un partner feriva l’altro ustionandogli il braccio. I risultati hanno indicato che i partecipanti avevano più probabilità (80% rispetto al 60%) di condannare l’aggressione di un uomo verso una donna rispetto a quella di una donna verso un uomo, anche se le lesioni subite erano identiche [30].

Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto” [31].

Come abbiamo visto, dunque, se gli uomini vengono arrestati più di frequente, vengono incarcerati almeno nel doppio dei casi rispetto alle donne e hanno sentenze più lunghe, risulteranno per forza la maggioranza di coloro che stanno spendendo la propria vita in prigione per omicidio, ma questo – alla luce dei dati – rivela solo che si ha un bias nelle valutazioni, negli arresti e nelle incarcerazioni, non che gli uomini siano più violenti.

Torniamo adesso a the Submarine:

“Il mondo MRA […] legato a doppio filo alla sub-cultura online dell’alt-right”

Ma per piacere! Siamo fieramente anti-tradizionalisti tanto quanto siamo anti-femministi, e l’abbiamo ripetuto più e più volte.

“Il “patriarcato” è liquidato come un complotto anche da Antisessismo (45.200 mi piace), che si presenta come una pagina rigidamente egualitaria, contraria a qualsiasi discriminazione di genere, ma poi di fatto il grosso della sua produzione è costituito da post e meme contro il femminismo, la narrazione dei “media mainstream” sbilanciata a favore dei diritti delle donne, i “doppi standard” e il male bashing.” […] “Il problema degli MRA è che si battono solo in minima parte per una maggiore sensibilizzazione sui problemi maschili — che si tratti della condizione dei padri separati o della maggiore esposizione al rischio di tossicodipendenza e suicidi — perché sono troppo impegnati nella propria crociata contro il femminismo, come se l’estensione dei diritti altrui fosse un modo per limitare i propri.

E qui l’attacco a noi.
No, la teoria del patriarcato non è un complotto, è un complottismo. E’ una teoria del complotto, una bufala, un’interpretazione fallace, chiamala come vuoi. Ma le prove non ci sono.
L’attacco al femminismo, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è per l’azione per i diritti delle donne: quell’aspetto noi lo chiamiamo WRA, women’s rights activism, e lo appoggiamo. L’attacco al femminismo è per il fatto che il femminismo è patriarchista, ovvero crede alla teoria del patriarcato, l’idea non che le donne siano vittime del sistema dei ruoli di genere ma che siano le uniche vittime.
Secondo noi, invece, per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.
Difatti, in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli stati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.
Se il femminismo fosse stato obiettivo nell’analisi delle situazioni di genere, perché non avrebbe dovuto considerarli? Perché nei secoli passati ha agito solo in una direzione, non dando alcun aiuto concreto agli uomini?

Finiamo con quest’ultima “battuta” di the Submarine contro di noi:

“[gli MRA] hanno accolto con giubilo la notizia dei ragazzi inglesi che, contro il divieto di indossare pantaloncini corti d’estate, si sono presentati a scuola con la gonna. La possibilità di indossare indumenti più ariosi, d’altronde, è un emblema ben noto del soverchiante privilegio femminile nella nostra società.

In realtà il fatto che alle donne sia stato concesso di indossare abiti maschili mentre agli uomini non sia stato concesso di indossare abiti femminili è – al di là del caso della gonna in sè – un esempio di come la società si è comportata nei confronti delle questioni di genere.
La società ha agito per i diritti femminili, giustamente superando in toto o in parte l’aspetto misogino del sistema dei ruoli di genere, ma non ha fatto lo stesso per gli uomini.
E quali sono i diritti che ancora oggi gli uomini vogliono? Quali sono gli obiettivi degli MRA? Eccone alcuni:

* Campagne contro la violenza sugli uomini;

* Campagne contro la violenza domestica sugli uomini;

* Campagne contro la violenza sessuale sugli uomini;

* L’estensione dei servizi telefonici, dei rifugi, dei centri e degli sportelli antiviolenza agli uomini;

* Abolizione delle liste di leva maschili;

* Il riconoscimento dei diritti riproduttivi maschili, come la possibilità di rinunciare alla paternità nel periodo in cui alla donna è concesso di ricorrere all’aborto;

* Abolizione del mantenimento alle stupratrici da parte delle vittime maschili di violenza sessuale, che ancora è concesso in molti Paesi (ad esempio gli USA);

* Il riconoscimento da parte degli organi statali e giuridici del reato di stupro anche laddove la vittima che lo subisce sia un uomo o un ragazzo/bambino, che in molti Paesi ancora non avviene;

* L’equiparazione delle pene a parità di reato tra uomini e donne istituendo un osservatorio (visto che i dati ci confermano che gli uomini abbiano – a parità di reato – condanne il 63% più severe [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]);

* La sostituzione delle discriminazioni positive – metodiche che vanno in contrasto con la meritocrazia e che sono di per sé sessiste – con l’istituzione di comitati etici/osservatori sulle discriminazioni nei posti di lavoro, formati in egual numero da uomini e da donne, che abbiano la facoltà di multare gli atteggiamenti sessisti nell’assunzione e nel salario a parità di merito, di sforzo e di lavoro;

* La protezione della paternità nelle leggi e nella costituzione, al pari della maternità;

* Il riconoscimento dei diritti di congedo di paternità e/o adozione;

* L’istituzione del reato di frode di paternità ed equiparazione alle altre frodi nel trattamento e nelle pene;

* L’effettuazione del test del DNA per ogni nascita o se richiesto da uno qualunque dei genitori;

* L’obbligo di avviso del padre e possibilità di diventare genitore unico del bambino se la madre sceglie di dare in adozione il figlio alla nascita;

* L’equiparazione delle pene della madre a quella del padre nel reato di infanticidio e l’aumento della pena verso i genitori autori di questo delitto rispetto a quella riservata a sconosciuti;

* La lotta ai genocidi di genere e alla violenza di genere contro gli uomini nelle situazioni di conflitto internazionale, compresa la violenza sessuale e il massacro selettivo per il sesso;

* Abolizione, in tutti gli Stati, della coscrizione militare maschile forzata;

* L’estensione della composizione delle Commissioni Regionali Pari Opportunità anche agli uomini in egual numero;

* L’affido condiviso e la condanna nei confronti del genitore che plagia il figlio nei casi di separazione e/o divorzio;

* Il cambiamento delle leggi palesemente sessiste come quelle che regolano il diritto al congedo di maternità (e non anche a quello di paternità), alla legge sull’infanticidio (in cui la madre ha una pena minore del padre), alle leggi sulle azioni positive, all’articolo 14 della legge 53/2000 su norme specifiche per le lavoratrici madri (che non contempla i padri), alla richiesta di motivazione per l’assunzione di un maschio nella scelta di due persone di sesso diverso con pari qualificazione (e non piuttosto alla richiesta di motivazione per entrambi), agli articoli della costituzione che proteggono la maternità ma non la paternità, e così via (per maggiori informazioni clicca qui);

* Il cambiamento delle norme sessiste all’interno dei regolamenti delle compagnie di trasporti (si veda ad esempio il caso della British Airways, che permette alle donne di sedersi in aereo accanto a minorenni non accompagnati ma lo nega agli uomini, per norme anti-pedofilia che andrebbero ampliate anche agli adulti di sesso femminile, o dei vagoni “per sole donne”, presenti anche in Italia sulla linea Venezia-Monaco), che andrebbero sostituite con la presenza intensificata di forze dell’ordine nei luoghi in cui si è riscontrato un elevato tasso di violenza, per la protezione di tutti i cittadini e non solo di quelli appartenenti ad uno specifico sesso;

* Multe e/o osteggiamento verso qualsiasi atteggiamento sessista (anche ad esempio l’accesso a servizi con “promozioni speciali” per le donne) nei confronti degli uomini così come accade nel caso di trattamenti misogini;

* Garanzia d’anonimato per gli accusati di violenza fino a condanna definitiva, dato che ormai sia da una parte (nei casi di stupro) che dall’altra (nei casi di infanticidio) si tende a far apparire come colpevole una persona solamente accusata, il che va a creare uno stigma sociale (ma talvolta anche vere e proprie aggressioni, suicidi e omicidi) verso un individuo che – per legge – è innocente fino a condanna definitiva e che può interferire con la stessa imparzialità del processo;

* Adeguate e certe condanne penali per coloro che fanno false accuse di violenza (di qualsiasi tipo contro chiunque);

* Campagne di prevenzione al suicidio (che colpisce in prevalenza uomini);

* Campagne contro l’abbandono scolastico (che colpisce nella maggioranza dei casi i maschi);

* Rendere neutri per il genere gli incentivi per l’assunzione. Infatti, il suicidio per ragioni economiche rappresenta un fenomeno quasi esclusivamente maschile (95%), inoltre in Europa la diminuzione dell’occupazione maschile è generalizzata: tra il 2008 e il 2013, la dinamica occupazionale europea è stata caratterizzata da un calo del 4,4% per gli uomini, e dalla sostanziale tenuta a livello dell’occupazione femminile, diminuita di appena lo 0,4%. Infine, i senzatetto sono, in più dell’80% dei casi, di sesso maschile;

* Rendere i programmi statali e internazionali neutri per il genere o accompagnati da un equivalente maschile. Mentre per i programmi per madri single, per la violenza domestica o per la ricerca sulle malattie gran parte dei soldi statali vanno all’aiuto delle donne, gli uomini non hanno la stessa assistenza. Dovrebbero essere estesi anche agli uomini rendendo tali programmi neutri per il genere o, laddove ciò non sia possibile (ad esempio nel caso della ricerca medica, essendovi patologie sesso-specifiche), sarebbe necessario che includessero sia donne che uomini;

* Campagne per ridurre il divario tra uomini e donne nel campo della salute e nell’aspettativa di vita, soprattutto considerando che secondi i dati dell’OMS questa disparità è andata crescendo nel corso dei decenni;

* Campagne e azioni atte a contrastare le morti sul lavoro (che sono in maggioranza di uomini), prevenzione degli incidenti e assistenza psicologica gratuita successiva all’infortunio;

* Campagne di sostegno e sensibilizzazione sulle vittime maschili di tratta e sfruttamento della prostituzione, spesso ignorate e il cui numero effettivo è fortemente sottoriportato;

* Campagne contro la vigoressia, che colpisce soprattutto gli uomini;

* Eguale copertura mediatica per questioni di genere sui diritti maschili e per questioni di genere sui diritti femminili.

Solo per dirne alcuni.

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Doppiamente discriminati: come la misandria colpisce maggiormente le minoranze

male lives matter

L’omomisandria è la doppia discriminazione che subiscono gli uomini gay o bisessuali (in questo caso, bimisandria) dovuta sia al proprio genere (misandria) che al proprio orientamento sessuale (omo/bi-fobia).
Vediamo adesso come le questioni maschili colpiscono gli uomini gay. Notiamo che non solo li colpiscono, ma anzi, molte discriminazioni vengono addirittura rafforzate dalla condizione omosessuale. Questo ci fa capire come l’ambiente MRA debba curarsi di come le problematiche maschili opprimano in maniera più pesante gli uomini appartenenti a minoranze, siano esse sessuali, legate all’identità di genere (persone in transizione, transgender) o etniche (immigrati, persone di altre nazionalità, etnia o colore della pelle).

1) VIOLENZA DOMESTICA: Gli uomini gay, al pari degli uomini etero, non hanno accesso a servizi antiviolenza e ai centri antiviolenza, che assistono solo donne.

2) LISTE DI LEVA: Al compimento dei 17 anni il nome di ogni ragazzo viene registrato nelle liste di leva del proprio comune di residenza. Questo servizio non fa differenza tra gay, bisessuali ed etero. Ovviamente le donne al contrario non vengono registrate.

3) MORTI SUL LAVORO: Nuovamente, l’orientamento sessuale non influisce e quindi possono colpire allo stesso modo uomini gay, bi o etero indifferentemente.

4) SUICIDI MASCHILI: Gli uomini sono la stragrande maggioranza dei suicidi. A questa condizione, si aggiunge l’omofobia, che spinge i ragazzi gay al suicidio in misura ancora maggiore (alcune stime parlano di 3-4 volte la media etero). Inutile dire che se già è alta la stima di partenza, il numero diventa ancora più alto quando la si moltiplica per colpa del fattore omofobico.

5) DISPERSIONE SCOLASTICA: I ragazzi sono la maggioranza (il 60%) dei dropout scolastici. Il rischio aumenta ancora di più nei ragazzi gay, a causa dell’omofobia. Nuovamente notiamo una doppia discriminazione.

6) SENZATETTO: Gli uomini sono la quasi totalità dei senzatetto, visto che suscitano minore compassione e dunque in caso di estrema povertà vengono ospitati di meno da amici o parenti, inoltre storicamente l’obbligo di mantenere il coniuge è sempre toccato all’uomo, perciò è lui che solitamente ne paga le conseguenze e colui che non può chiedere aiuto per essere mantenuto (è lui invece, secondo i ruoli, a dover pagare).
Oltre a questa condizione standard, che rende gli uomini la stragrande maggioranza dei senzatetto, alcune stime mostrano che il 40% dei giovani senzatetto siano ragazzi gay (solitamente arrivati a questa condizione perchè cacciati di casa).

7) DOPPIO STANDARD NELLA CURA DEI FIGLI: Mentre in ambito etero si trova questo doppio standard nell’assegnazione del collocamento dei figli dopo il divorzio, in ambito gay si ritrova invece un doppio standard nella valutazione della adozioni. Diverse volte, infatti, i media mostrano un’accettazione maggiore da parte delle persone verso le adozioni da coppie formate da due donne rispetto a coppie formate da due uomini, perchè la cura dei figli viene sempre vista come una funzione da cui gli uomini devono essere estromessi.
–> GESTAZIONE PER ALTRI: Oltre all’adozione, questo doppio standard si rivela soprattutto nella grande campagna mediatica contro la GPA effettuata da coppie di padri gay. Gli uomini gay, infatti, sono molto più discriminati in merito alla riproduzione artificiale rispetto alle donne lesbiche.

8) RINUNCIA DI PATERNITA’/FRODE DI PATERNITA’: Negli USA le leggi prevedono che se non eseguita in una struttura adeguata, a una donazione di sperma possa seguire l’obbligo del mantenimento al figlio da parte del padre biologico, se la madre lo desidera. Questo anche in presenza di accordi firmati, perchè tali accordi non sono ritenuti validi se non in presenza di certi standard.
Questa scappatoia ha permesso a diverse persone di “incastrare” uomini che avevano donato lo sperma per la nascita di un bambino. Alcuni di quei casi sono stati ragazzi gay che avevano voluto aiutare altre persone e invece si sono ritrovati a dover pagare ingiustamente nonostante gli accordi fossero altri.

9) VIOLENZA SESSUALE: Oltre ai casi di stupri domestici che avvengono come per gli etero e quelli effettuati da estranei/e per strada, i ragazzi gay subiscono molte volte degli stupri correttivi: ad esempio la madre o la sorella costringono il figlio o il fratello a un rapporto con loro per farlo “rinsavire” o lo si invia da una prostituta che viene pagata per fargli fare sesso (leggasi stuprarlo).

10) MALE BASHING: Il male-bashing, ovvero le pubblicità che mostrano uomini subire attacchi fisici come calci nei testicoli, schiaffi, ecc. e che fanno apparire tali eventi come umoristici, desensibilizzano le persone ad aiutare uomini a seguito di abusi fisici e sostituiscono la risposta empatica con una di indifferenza o derisione.
Questo dunque colpisce anche gli uomini gay, come ogni uomo.

11) DISPARITA’ DI SENTENZE: Nell’ambito delle violenze domestiche, ha maggiore possibilità di diventare caso nazionale una violenza nell’ambito di una coppia formata da due uomini rispetto a quella di una coppia formata da due donne.

12) DISCRIMINAZIONI POSITIVE: Le quote e gli incentivi per le imprese legati all’assunzione di donne colpiscono anche gli uomini gay, tanto quanto gli etero. Inoltre questa discriminazione va ad aggiungersi alla discriminazione sul lavoro legata all’omofobia, perciò anche in questo caso troviamo una doppia discriminazione.

13) ASSENZA DI CONGEDO DI PATERNITA’: Esattamente come per gli uomini etero, non esistono congedi di paternità per gli uomini gay. Inoltre non essendo ancora permessa l’adozione in Italia da parte di coppie dello stesso sesso, spesso gli uomini gay ricorrono alla GPA per avere figli e quindi vi è una doppia discriminazione, sia perchè il congedo di paternità non si applica agli uomini, sia perchè qualora si applicasse, si potrebbe applicare al solo padre biologico e non all’altro.
In un caso analogo coppie dello stesso sesso formate da due donne, pur avendo lo stesso problema a livello di far riconoscere la partner come genitrice del figlio, hanno maggiore possibilità di ricevere un congedo genitoriale, quello di maternità.

14) OMOFOBIA: La maggioranza delle vittime di omofobia sono uomini gay.

15) FALSE ACCUSE: Vi sono stati casi in cui sono stati accusati ingiustamente per stupro dei ragazzi gay. In molti di questi casi i giudici hanno deciso arbitrariamente e senza prove di considerare i ragazzi gay come bisessuali e quindi accusabili. Questo, oltre a rasentare l’assurdo, è anche indice di come la società possa decidere per conto tuo, a seconda delle situazioni, quale dovrebbe essere il tuo orientamento, se sei un uomo gay.

16) ACCUSE DA PARTE DEL FEMMINISMO:

– Esclusione dagli spazi LGBT, ad esempio nel Regno Unito il NUS (National Union of Students) ha escluso i rappresentanti maschi gay perché secondo loro “non sarebbero discriminati” in quanto uomini.

– Polemiche sulla GPA: Oltre agli attacchi di femministe come Luisa Muraro e Marina Terragni, addirittura al Milano Pride del 2016 vi sono stati cartelli come “Vendola Comprola”, contro il noto politico in quanto padre gay grazie alla gestazione per altri.

– Storicamente il Femminismo di seconda ondata era omomisandrico e transfobico.
Gli uomini gay erano visti come l’essenza stessa del patriarcato, ancora più degli etero perché erano pieni di “arroganza fallica”, ed “estromettevano le donne”.
Per maggiori info, leggasi: http://paganpressbooks.com/jpl/DTF.HTM
Le donne trans, inoltre, erano viste come uomini ginofili che si volevano autotastare e penetrare negli spazi femminili per stuprare le donne “”vere””.
Il Femminismo ha iniziato a essere pro-trans dopo che il suo attacco contro la transessualità è stato sbugiardato dagli attivisti trans. Infatti nel 1979 la femminista Janice Raymond aveva pubblicato “The Transsexual Empire: The Making of the She-Male”, mostrando come il Femminismo fosse feroce verso le persone trans; allo stesso modo nel 1977 Gloria Steinem, la leader del movimento femminista negli anni ’60-’70, fece affermazioni transfobiche contro la tennista trans Renée Richards, asserendo che la transessualità fosse una modalità del patriarcato per mostrare come il femminismo non fosse necessario. Solo a seguito di numerose risposte da parte degli attivisti trans il Femminismo ha cambiato idea. Insomma solo quando hanno perso dialetticamente.
Ancora oggi comunque hanno rovesciato le cose, perché ad esempio per dire che le donne trans dovrebbero poter entrare nei bagni femminili hanno usato gli uomini trans per dire “che ci devono entrare loro? Vorresti loro, questi uomini, nei bagni delle donne?” (sottinteso, che potrebbero stuprarle?).

– Ancora oggi il Femminismo attacca gli uomini gay anche su diversi media, vedasi le reazioni dell’attrice femminista Rose McGowan, dice che ha asserito che gli uomini gay siano più misogini degli uomini etero, perché:
– gli spazi gay sono solo per uomini (maddai, sono spazi sessuali…);
– i gay toccano le donne con la scusa che tanto a loro non interessa e sarebbe molestia (peccato che lo facciano anche le donne tra loro ma questo non lo si dice, perchè poi la narrazione di genere va a farsi benedire);
– i gay non si interessano di questioni femministe e quindi sono il diavolo;
– i gay si dicono come insulto “tro*a” e si chiamano al femminile per sfregio, quindi stanno facendo slutshaming e misoginia (peccato, nuovamente, che lo facciano anche le donne tra loro);
e molti altri motivi.
Non a caso, scrivendo “gay misogyny” si trovano diversi attacchi agli uomini gay, accusati di essere privilegiati e misogini per motivi dall’assurdo al disparato.

Vi sarebbero molte altre questioni, ma mi fermo qui.