Archivi del mese: giugno 2014

Genocidio di genere: intervista al prof. Adam Jones

adam watch
Adam Jones è professore di studi internazionali all’Università di Città del Messico ed è il fondatore ed il direttore esecutivo di Gendercide Watch (http://www.gendercide.org/).

.: Prof. Jones, come definisce il “genericidio” e come mai pensa che debba essere riconosciuto come un crimine specifico? :.

Definiamo “genericidio” l’omicidio di massa selettivo rispetto al genere. 
Devo fare qualche osservazione. Quando utilizziamo la parola genere la intendiamo sia come sesso biologico che come costrutto sociale, ma penso che per la maggior parte degli scopi parlare di omicidio di massa selettivo rispetto al sesso vada altrettanto bene. In secondo luogo quando parliamo di omicidio di massa assumiamo che esso possa avvenire anche in forma seriale, ad esempio nel caso dell’infanticidio femminile, dove l’esito della morte di massa scaturisce da tante decisioni individuali (o familiari). Infine enfatizziamo il concetto di selettività piuttosto che di specificità, per significare un’intenzione cosciente di separare i maschi dalle femmine o viceversa.

.: Com’è nato il progetto Gendercide Watch? :.

Il fenomeno dell’omicidio selettivo rispetto al genere sessuale, in particolare dell’omicidio selettivo dei maschi, è stato oggetto della mia attenzione a partire dal 1989, quando assistemmo al cosiddetto “massacro di Montreal”, l’uccisione di 14 donne a Montreal dove a quel tempo vivevo (si veda http://www.gendercide.org/case_montreal.html).
Di fatto è stato uno dei rarissimi casi in cui sono state le donne ad essere state separate dagli uomini ed ad essere uccise a farmi pensare alla separazione ed all’uccisione dei maschi – penso che sia avvenuto in parte come reazione contro il modo in cui quel crimine veniva rappresentato nei media, dove si sosteneva che si trattava di un tipico esempio di violenza “di genere” quando, nei fatti, mi sembrava che gli uomini fossero vittime molto più frequentemente delle donne di simili uccisioni selettive.
Se si legge il saggio che ho scritto nel 1991-1992 “The Globe ed i maschi”, sulla copertura di genere nel “giornale nazionale canadese”, vi si può identificare in nuce il progetto Gendercide Watch.
Nel 1994 ho pubblicato il saggio accademico “Gender and Ethnic Conflict in ex-Yugoslavia” (http://adamjones.freeservers.com/yugo.htm) nella rivista “Ethnic and Racial Studies”. Prendeva in considerazione in modo sistematico le esperienze di vittimizzazione che gli uomini e le donne subivano nelle guerre nei Balcani. La fase finale dell’evoluzione del progetto è stata la guerra in Kosovo del 1999 e più tardi, nello stesso anno, le violenze a Timor Est. Mi sembrava incredibile che l’omicidio selettivo rispetto al genere sessuale che aveva caratterizzato le guerre nella ex-Yugoslavia per molti anni fosse ignorato o notato appena dai governi, dai media, e dalle organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, quando era così evidente la strategia repressiva chiave utilizzata dai Serbi in Kosovo (ed in seguito dagli Indonesiani a Timor Est, anche se ne sappiamo di meno). Pensai immediatamente al termine “genericidio” come descrizione di quello che stava accadendo – scoprii in seguito che il termine era stato già inventato ed utilizzato da Mary Anne Warren nel 1985 ed il suo uso di tale parola mi ha fornito notevoli strumenti analitici sull’argomento, sebbene la Warren limitasse il suo studio alla vittimizzazione delle donne e delle ragazze. Ho preso anche gradualmente consapevolezza del potere e dell’economicità di internet come strumento per divulgare il mio messaggio.
Insegnavo al Langar College a Vancouver e mi trovavo con due studenti ed amici, Carla Bergman (attualmente direttrice di Gendercide Watch) e Nart Villeneuve (che ha progettato il nostro sito). Il progetto è stato lanciato ufficialmente il giorno di S.Valentino, il 14 Febbraio 2000. E’ difficile da credersi, ma per quello che ne so, si tratta del primo tentativo nella storia umana, in qualsiasi lingua, di presentare uno studio storico globale e comparativo sul feomeno dell’uccisione selettiva rispetto al genere sessuale e di analizzare tale fenomeno in modo bilanciato ed inclusivo.

.: Qual è stato il genericidio che l’ha maggiormente impressionato? :.


Difficile scegliere, ma voglio citare due casi. In primo luogo, ricordo come fu sconvolto quando lessi in una nota (in una nota!!!) del libro “Hitler’s Willing Executioners” di Daniel Goldhagen della morte di 3,3 milioni di prisonieri di guerra sovietici catturati dai nazisti (2,8 di questi in soli 8 mesi tra il 1941 ed il 1942). Questo mi ha portato a compiere studi approfonditi su tale evento ed a redigere un saggio che espone gli avvenimenti (http://www.gendercide.org/case_soviet.html).
Per quanto riguarda le donne, sono stato particolarmente scioccato quando ho realizzato le dimensioni della tragedia della mortalità legata al parto – circa 600 mila donne muoiono in agonia ogni anno – ed ho rilevato in che misura ciò è il risultato di consapevoli politiche governative, come viene illustrato nel nostro studio (http://www.gendercide.org/case_maternal.html).
Forse dovrei anche menzionare il tema dei lavori forzati (http://www.gendercide.org/case_corvee.html). Qui ciò che davvero mi ha impressionato è stato l’immensa scala della morte e della sofferenza nel corso della Storia, la quasi totale mancanza di attenzione accademica verso questo tema (ancora non abbiamo nessuna trattazione storico-globale in inglese) ed infine il fatto che gli uomini (tra i 15 ed i 45 anni) sono specificatamente indicati tutt’oggi dalla convenzione sul lavoro forzato dell’International Labour Organization come vittime “legittime” di una pratica così distruttiva.

.: Quali sono i modi con cui gli uomini sono colpiti dai moderni genericidi? :.

In generale gli stessi con cui sono stati colpiti attraverso tutta la storia: sulla base della supposta minaccia che i maschi, in particolare i maschi “in età da battaglia”, rappresentano per oppressori ed invasori di qualsiasi colore. Ci sono poi molti casi in cui la distruzione dei maschi “in età da battaglia” serve come fase preliminare per un genocidio di intere comunità umane, come nel caso degli olocausti degli Armeni e degli Ebrei nel ventesimo secolo.
Inoltre gli uomini sono vittimizzati in quanto ritenuti adatti a forme brutali di sfruttamento, quali i lavori forzati o la coscrizione militare.
Si può individuare un schema di caccia alle streghe e di demonizzazione dei maschi che è profondamente radicato nella Storia, ma che ha assunto alcuni forme moderne veramente preoccupanti, come nel caso delle purghe di Stalin (http://www.gendercide.org/case_stalin.html) e dei massacri in Rwanda. (http://www.gendercide.org/case_rwanda.html). Mi sono occupato di questi temi nel mio articolo “Genocide and Humanitarian Intervention: Incorporating the Gender Variable,” pubblicato on-line sul Journal of Humanitarian Assistance (http://www.jha.ac/articles/a080.htm).

.: Ed in che occasioni sono le donne ad essere vittime? :.

Le donne sono tipicamente le vittime primarie di casi di stupro-omicidio di massa, come a Nanchino nel 1937-38 e in Rwanda nel 1994. Quando intere comunità sono prese di mira, come nel caso dell’Olocausto ebraico, possono essere uccise su una scala comparabile o persino uguale a quella dei maschi, talora con modalità particolarmente “di genere”. In generale, tuttavia, penso che il genericidio contro le donne il più delle volte prescinda dai contesti politico-militari, all’interno dei quali sono gli uomini ad essere tipicamente vittimizzati. Questo non vuol dire affatto che il numero di morti sia inferiore – 600 mila donne morte durante il parto sono pressoché l’equivalente dell’Olocausto del Rwanda e per di più si ripete ciò ogni anno.

.: Il massacro di Srebrenica è stato uno degli eventi più terribili degli ultimi anni. Che cosa ne pensa? Ed è vero che le Nazioni Uniti hanno una parte di responsabilità in questo genericidio? :.

Si possono sicuramente considerare i fatti di Srebrenica una della maggiori débacle delle Nazioni Unite degli anni ’90, insieme con il genocidio rwandese e l’intervento in Somalia. In pratica le Nazioni Unite promisero ai civili bosniaci una zona di sicurezza, li disarmarono e poi non ebbero la forza di opporsi ai Serbi, quando questi presero il controllo della “zona sicura”, separarono migliaia di uomini e ragazzi dal resto della popolazione civile e li massacrarono insieme con migliaia di altri che si erano rifiugiati nei boschi vicini. (Si veda il nostro studiohttp://www.gendercide.org/case_srebrenica.html). E’ stato il più terribile massacro in Europa dal tempo della seconda guerra mondiale.

.: Non c’è dubbio che la leva militare rappresenti una delle principali instituzioni genericide. La maggior parte dei paesi, inclusi molti paesi occidentali continuano a praticare la coscrizione obbligatoria o per lo meno la registrazione militare obbligatoria per i maschi. Qual’è la sua opinione sulla battaglia per abolire la coscrizione, inclusa la coscrizione in tempo di pace? :.

E’ un tema complesso con il quale mi sono confrontato per anni. Penso che la cosa migliore sia che citi il paragrafo finale del nostro studio sulla coscrizione militare (http://www.gendercide.org/case_conscription.html):
“Il vasto tema della coscrizione militare è fortemente controverso. Secondo Gendercide Watch, tuttavia la coscrizione (sia che sia selettiva rispetto al sesso sia che sia inclusiva di entrambi i sessi) deve essere vista come una forma di lavoro forzato che contraddice di diritti umani e civili fondamentali. Come il nostro studio sul lavoro forzato illustra (http://www.gendercide.org/case_corvee.html), la riluttanza di organismi internazionali, in particolare dell’International Labour Organization (ILO), a bandire completamente l’uso di maschi adulti per i lavori forzati è fortemente correlata al continuare di politiche di coscrizione che colpiscono selettivamente i maschi. Di conseguenza Gendercide Watch chiede l’eliminazone di tutte le politiche di coscrizione militare e la trasformazione delle forze militari in tutto il mondo in istituzioni basate solamente sui volontari. Intanto Gendercide Watch sostiene con enfasi il diritto di uomini e donne “in età di battaglia” all’obiezione di coscienza alla coscrizione, senza timore di molestie o di arresti. La commissione ONU sui Diritti Umani nel 1987 ha riconosciuto “il diritto di ciascuno ad avere obiezioni di coscienza al servizio militare obbligatorio come un legittimo esercizio della libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Sosteniamo il diritto di uomini e donne “in età da battaglia” alla libertà di movimento internazionale e riteniamo che fuggire dalla coscrizione debba essere un elemento sufficiente per richiedere lo status di rifugiato in qualsiasi paese che sia firmatario della Convenzione sui Rifugiati del 1951″.

.: La pena di morte come genericidio. E’ spesso enfatizzato il carattere razzista della pena di morte (i non bianchi sono più frequentemente giustiziati rispetto ai bianchi a parità di reato). Pochi invece notano che esiste uno sbilanciamento di genere a svantaggio dei maschi molto più forte. Che cosa ne pensa? :.

Sul tema abbbiamo preparato uno studio reperibile a:http://www.gendercide.org/case_imprisonment.html Mi sembra opportuno comunque rimandare in primo luogo al mio articolo “Of Rights and Men: Towards a Minoritarian Framing of Male Experience,” pubblicato sul Journal of Human Rights, 1: 3 (September 2002). In esso esploro tra l’altro il tema della pena di morte, nel contesto statunitense.
Ne cito qui un passaggio:
“Secondo il sito del Justice Center dell’Università dell’Alasak, di 19 mila esecuzione confermate a partire dal 1608 al 1998 negli Stati Uniti, solo 515, meno del 3%, ha riguardato donne. Fino al 198 Velma Barfield, giustiziata in North Carolina il 2 novembre 1984, era l’unica donna giustiziata da quando la pena di morte è stata ripristinata nel 1976. Altre due donne sono state giustiziate successivamente, per un totale di 3 donne su 596 esecuzioni (0,3%) tra il 1976 ed il Dicembre 1999. Quindi il 99,4% delle persone messe a morte dallo Stato in quel periodo sono state maschi. Il trend è confermato anche riguardo ai minorenni ed agli handicappati giustiziati. In queste categorie coloro che sono stati giustiziati dallo Stato sono stati esclusivamente maschi. Ci sono inoltre in questo momento 58 minorenni in attesa nel braccio della morte e sono tutti maschi. Dal 1976 alla fine del 1997 sono stati giustiziati 31 uomini ritardati mentali.
Le esecuzioni di maschi negli Stati Uniti sono sproporzionate rispetto al numero di omicidi che i maschi effettivamente commettono. Come ha osservato il Death Penalty Information Centre nel 1999 tipicamente le donne sono graziate via via che la macchina della punizione capitale va avanti: le donne rappresentano il 13% degli arresti per omicidio, l’1,9% di chi viene condannato a morte al processo, l’1,3% delle persone presenti nel braccio della morte e solo lo 0,6% delle persone che effettivamente vengono giustiziate. Il 57% delle condanne a morte imposte a delle donne dal 1973 sono state commutate – invece per gli uomini il rapporto è solo di un terzo.
[…]
La schiacciante preponderanza maschile tra i giustiziati rappresenta in sé un problema di diritti umani, al di là del tema della questione generale della pena di morte, contro la quale Amnesty International e Human Rights Watch hanno impostato campagne negli Stati Uniti ed altrove, considerandola “una punizione crudele ed inusuale”.E’ necessario occuparsi anche dell’aspetto “di genere” delle esecuzioni giovani e delle esecuzioni di ritardati mentali, delle permanenze proungate nel braccio della morte – una forma di tortura di Stato – e naturalmente delle condanne e delle esecuzioni di innocenti. (Tutti tranne 1 gli 88 prigionieri del braccio della morte che sono stati poi riconosciuti innocenti del crimine di cui erano accusati tra il 1973 ed il 2000 sono maschi. Hanno passato in media 7,6 anni della loro vita nel braccio della morte).”

.: I diritti umani delle donne nel mondo ottengono facilmente l’attenzione dei media e della politica – è il caso ad esempio della condizione delle donne afghane, delle mutilazioni genitali femminili o delle lapidazioni delle adultere). Perché i crimini di massa contro gli uomini non sono trattati nello stesso modo? E cosa possiamo fare perché le cose cambino? :.

Penso che ciò abbia molto a che fare con la percezione così radicata nella nostra cultura degli uomini come forti/inscalfibili/immuni – così che gli esempi della vittimizzazione dei maschi sono visti come colpa loro o comunque come loro incapacità di essere all’altezza del ruolo maschile che a loro spetta.
Ha anche molto a che fare con la simpatia altrettanto radicata nella nostra cultura che viene riservate a “donne e bambini”, visti come un gruppo inerme e vulnerabile. Ho imparato molto dal moderno femminismo, ma sono molto scettico sulla volontà di molte femministe di perpetuare fondamentalmente lo stereotipo vittoriano sotto nuove vesti (come nel caso della formula “donne e bambini”, che ai miei orecchi suona come “le donne sono bambini”). Per fortuna qualcosa sta cambiando. Ci sono interessanti esempi di letteratura femminista degli ultimi 5-7 anni che guarda a certi temi in maniera diversa, compreso il tema della vittimizzazione dei maschi (ed ho il piacere di dire che parte sono stati influenzati anche dal mio lavoro sull’argomento).
Infine un altro fattore che potrei menzionare è il comportamento delle istituzioni – cioè, una volta che determinati schemi si sono incastonati all’interno delle istituzioni governative e non-governative, c’è molta gente che viene ad avere forti interessi a mantenere le cose come stanno.
Cosa fare perché le cose cambino? Beh… un progetto di educazione come Gendercide Watch, che sfrutti le tecnologie telematiche, può dare un importante contributo – abbiamo migliaia di contatti alla settimana e ci si accorge del nostro lavoro anche ad altri livelli. (Ad esempio, sono appena tornato da Ginevra dove, come direttore esecutivo di Gendercide Watch sono stato invitato ad un “tavolo internazionale” del Centro per il Controllo Democratico delle Forze Armate.)
Anche l’attività accademica, come nel caso di alcuni recenti opere nel campo degli studi femministi e dei men’s studies, è importante.
In ogni caso molto deriva della capacità della gente di rifiutare di accettare cose che sono sempre state accettate, sia che si tratti dello sterminio selettivo dei maschi in situazioni di conflitto, sia che si tratti della mortalità per parto. E’ una trasformazione mentale che avviene a livello dei singoli individui, ma che in modo sottile e graduale può permeare la discussione pubblica e persino l’ambiente politico. O per lo meno mi auguro e penso che sia così.

(Tratto da: http://digilander. libero.it/uomini/adamjones.html)

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Uomini (e donne) vittime di violenza sessuale

stupro

E’ possibile per un uomo subire violenza sessuale da una donna?
Secondo uno studio sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior, la risposta è sì:
“La convinzione che sia impossibile per i maschi rispondere sessualmente quando sottoposti a molestie sessuali da parte di donne è contraddetta. L’erezione può verificarsi in una varietà di stati emotivi, tra cui la rabbia e il terrore [1].
Questo stesso risultato ci è confermato da un articolo del 2004 apparso sul Journal of Clinical Forensic Medicine, che afferma:
“La review esamina se la stimolazione sessuale non richiesta o non consensuale sia di femmine che di maschi possa portare ad eccitazione sessuale indesiderata o addirittura a raggiungere l’orgasmo. La conclusione è che tali scenari possono verificarsi e che l’induzione di eccitazione e l’orgasmo non indicano che i soggetti abbiano acconsentito alla stimolazione. La difesa dei perpetratori costruita semplicemente sul fatto che la prova di un’eccitazione genitale o dell’orgasmo dimostri il consenso non ha validità intrinseca e deve essere ignorata[2].
Oltre alla stimolazione non voluta (soprattutto in stato di terrore, rabbia o paura), è possibile usare minacce verbali o ritorsioni per costringere un uomo ad andare a letto con una donna, altre volte invece lo stupro consiste nell’approfittare di un uomo in stato di perdita di coscienza o di intossicamento (ad esempio ubriacandolo o drogandolo fino al punto in cui non è più in grado di dare il suo consenso) o tramite sostanze come il viagra.

Quanti sono dunque gli uomini che hanno subito violenze sessuali da parte di donne? Citiamo qualche dato.

Un articolo sul Journal of Interpersonal Violence afferma:
“Questo studio ha confrontato l’incidenza riportata tra i maschi e le femmine di dominanza-possessività, la pressione sessuale, e l’uso della forza fisica da parte di un partner per un campione di 130 studenti universitari sposati e 130 studenti universitari in relazioni. […] I maschi avevano la stessa probabilità delle femmine di riferire che il partner intraprendesse questi comportamenti, e questo si applicava sia agli studenti sposati che a quelli in una relazione” [3].

Un paper pubblicato sul Journal of Sex Research, ha riportato che, se si includevano baci e petting non desiderati, leggermente più donne (97,5%) che uomini (93,5%) risultavano aver sperimentato attività sessuale non desiderata, mentre quando si contavano solo i rapporti indesiderati, le vittime erano più uomini (62,7%) che donne (46,3%) [4].

Uno studio su Archives of Sexual Behavior afferma che:
“Un campione prevalentemente eterosessuale di 204 studenti universitari è stato invitato a segnalare episodi di contatto sessuale o rapporto sessuale sotto pressione o forzato dall’età di 16 anni in poi. Circa il 34% ha indicato di aver ricevuto contatto sessuale coercitivo: il 24% da donne, il 4% da uomini, e il 6% da entrambi i sessi. Il contatto includeva solo tocco sessuale per il 12% e rapporto sessuale per il 22%[5].

Uno studio del 2001 condotto su 462 studenti universitari della California del Sud, pubblicato sulla rivista scientifica “Sexuality and Culture”, afferma:
I maschi hanno più probabilità rispetto alle femmine di riportare di sperimentare coercizione sessuale ai livelli lieve, moderata e grave“.
Inoltre, una percentuale più alta di femmine rispetto a quella dei maschi ha risposto affermativamente all’item 10, che recita: “dopo aver fatto sesso con un uomo/una donna, mi sono sentito/a di essermi approfittato di lui/lei” [6].

Nel 2003, appare un articolo sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior, di cui riporto l’abstract:

Due studi hanno esaminato la prevalenza e l’impatto emotivo di interazioni sessuali non consensuali di uomini con donne. Il primo studio ha coinvolto un campione di 247 uomini eterosessuali con un’età media di 18,3 anni. Il secondo studio è stato una replica con un campione di 153 uomini eterosessuali con un’età media di 22,3 anni. Tutti gli intervistati hanno completato una misura di interazioni sessuali non consensuali tra cui l’uso di tre strategie aggressive (forza fisica, sfruttamento dell’uomo in stato d’incapacità, e pressione verbale) e tre forme di contatto sessuale indesiderato (baciare/petting, rapporto sessuale, e sesso orale). Inoltre, il rapporto con l’iniziatore femmina è stato esplorato. Per ogni tipo di interazione sessuale non consensuale, gli intervistati hanno indicato l’impatto affettivo dell’esperienza. Nello Studio 1, il 25,1% degli intervistati ha riferito almeno un episodio di sesso non consensuale con una donna e il 23,9% ha riferito di tentativi da parte di donne di impegnarli in attività sessuali non consensuali. Nello Studio 2, il tasso di prevalenza globale di interazioni sessuali non consensuali compiuti è stato del 30,1%, e il 23,5% degli uomini ha segnalato tentativi di far loro praticare del sesso non consensuale. In entrambi i campioni, sfruttare l’incapacità dell’uomo di opporre resistenza è stata la strategia aggressiva più frequentemente riportata. Baciare/petting era l’attività sessuale indesiderata più frequentemente riportata, seguita da rapporti sessuali e sesso orale. I tassi di prevalenza erano più alti per il sesso non consensuale con una (ex) partner o amica che per il sesso non consensuale con una donna sconosciuta. Le valutazioni di impatto affettivo hanno rivelato che gli uomini hanno valutato la loro esperienza non consensuale come moderatamente sconvolgente. I risultati sono discussi alla luce degli studi precedenti sulle esperienze sessuali maschili indesiderate e della letteratura esistente sulle interazioni sessuali non consensuali delle donne con gli uomini. [7]

Nel testo si trovano due tabelle, che mostrano le percentuali relative ai rapporti sessuali non consensuali (12,6% effettuati e 13,8% tentati del 1° studio e 19% effettuati e 13,7% tentati del 2° studio) e al sesso orale non consensuale (6,1% effettuati e 3,6% tentati del 1° studio e 11,1% effettuati e 7,8% tentati del 2° studio).

Considerando i dati, ed escludendo i baci e il petting non consensuale, si parla di circa un uomo su 5 violentato da una donna.

Uno studio canadese del 2004, ha riferito che il 5% di 1185 studenti aveva riportato di essere stato forzato a fare qualcosa di sessuale che non includesse baci a scuola una volta o più durante le precedenti 4 settimane. Non vi erano differenze significative di genere e sia ragazzi che ragazze erano ugualmente propensi a riferire che l’altro genere fosse stato il perpetratore dell’atto [8].

Uno studio del 2007 su Archives of Sexual Behavior, su 7667 studenti universitari provenienti da 38 Paesi nel mondo, ha riportato che la percentuale di persone che hanno subito sesso vaginale forzato era del 2,1% negli uomini e dell’1,6% nelle donne, mentre la percentuale di persone che hanno subito minacce per fare sesso vaginale era dell’1,9% negli uomini e dell’1,8% nelle donne.
Lo studio affermava che “la maggior parte della ricerca suggerisce che una storia di abuso sessuale infantile è un fattore di forte rischio per la successiva vittimizzazione sessuale nelle relazioni” e ha dimostrato che “la rivittimizzazione sessuale si verificava per entrambi i generi e in tutti i siti, suggerendo che la rivittimizzazione sessuale fosse un fenomeno transculturale trans-genere” [9].

Uno studio internazionale del 2008 pubblicato sul Journal of Midwifery & Women’s Health afferma:

“Questo paper presenta i risultati dello Studio Internazionale sulla Violenza di Coppia relativi alla prevalenza di aggressione fisica, coercizione sessuale, e ideazione suicidaria tra gli studenti universitari ed esplora le relazioni tra ideazione suicidaria e violenza di coppia.
Circa 16.000 studenti universitari provenienti da 22 siti in 21 paesi sono stati reclutati attraverso campionamento di convenienza. I risultati hanno mostrato che sebbene ci fossero grandi differenze tra i paesi, i tassi più bassi di violenza nei rapporti di coppia erano ancora piuttosto alti. Studenti e studentesse erano notevolmente simili nella proporzione di coloro che avevano aggredito fisicamente un partner o riferito di essere vittime di coercizione sessuale.[10]

Uno studio russo del 2008 pubblicato sul Journal of Interpersonal Violence ha trovato che in un campione di 338 studenti universitari (di cui il 54% erano donne), i livelli di coercizione sessuale, oltre che di aggressioni fisiche, lesioni fisiche e aggressione psicologica erano simili e infatti “studenti e studentesse avevano circa la stessa probabilità di essere vittime e perpetratori di tutte le azioni violente e aggressive” [11].

Secondo i dati 2008-2009 del Dipartimento di Giustizia Statunitense, negli istituti correzionali giovanili “approssimativamente il 95% di tutti i giovani che hanno riportato cattiva condotta sessuale del personale, ha detto di essere stato vittima di personale femminile.
Nel 2008, il 42% del personale nelle strutture giovanili statali era di sesso femminile” [12].

Uno studio del 2012 su studenti universitari ha dimostrato che il 51,2% aveva riportato almeno una vittimizzazione sessuale dall’età di 16 anni, il 5,6% da perpetratori maschi, il 48,4% da perpetratrici femmine e il 3% da entrambi i sessi.
Ponendoli in gruppi mutualmente esclusivi, il 21,7% riportò contatti sessuali non desiderati, il 17,1% stupro mediante strategie di attacco fisico e il 12,4% tramite minacce verbali [13].

Un paper del 2013, sebbene affermi che la perpetrazione di violenza sessuale appaia prima nei maschi che nelle femmine, conferma che dai 18 o 19 anni in poi gli stupratori siano uomini e donne in egual numero (con differenze non significative che vedono le femmine nel 48% e i maschi nel 52% dei casi) [14].

Uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista dell’American Psychological Association “Psychology of Men & Masculinity” ha dimostrato che oltre 4 uomini su 10 (il 43%) di scuola superiore e università avevano vissuto una coercizione sessuale, che si era tradotta nella metà dei casi in un rapporto sessuale. Il 31% dei partecipanti allo studio aveva ricevuto coercizione verbale, il 18% coercizione fisica e il 7% coercizione tramite sostanze per sesso non consenziente, mentre il 26% ha riportato di aver ricevuto seduzioni sessuali non volute per lo stesso motivo.
Il 95% degli intervistati ha inoltre riferito che i perpetratori di tali violenze fossero donne e l’1,6% che fossero uomini e donne contemporaneamente [15].

Un altro studio di quest’anno, apparso invece sull’American Journal of Public Health, che riprendeva i dati raccolti dal 2010 al 2012 da parte del Bureau of Justice Statistics, dei Centers for Disease Control and Prevention e dell’FBI, ha affermato: “abbiamo concluso che le indagini federali rilevano un’elevata prevalenza di vittimizzazione sessuale tra gli uomini-in molte circostanze simile alla prevalenza trovata tra le donne. Abbiamo identificato i fattori che perpetuano percezioni errate circa la vittimizzazione sessuale degli uomini: la dipendenza dagli stereotipi di genere tradizionali, le definizioni obsolete e incoerenti, e i pregiudizi metodologici di campionamento che escludono i detenuti.” [16]

Il giornale online Inquisitr, parlando dello studio, afferma:
Quando il termine “essere costretto a penetrare” è incluso come parte della definizione generale di stupro, si scopre che le donne stuprano gli uomini quasi altrettanto spesso di quanto sono vittimizzate da loro.
E subito dopo intervista uno degli autori, che dice:
Questa definizione comprende le vittime che sono state costrette a penetrare qualcun altro con le proprie parti del corpo, sia con la forza fisica che con la coercizione, che quando la vittima era ubriaca o drogata o comunque non in grado di acconsentire
e ancora:
Quando sono stati presi in considerazione quei casi, i tassi di contatto sessuale non consensuale si sono sostanzialmente equiparati, con 1.270.000 di donne e 1.267.000 di uomini che affermano di essere vittime di violenza sessuale”. [17]

Uno studio del 2016 su 22 Paesi in Africa, nelle Americhe e in Asia, con un campione di 16.979 persone, ha trovato che:
– il 16,3% aveva riferito di aver sperimentato violenza domestica fisica o sessuale: il 15,4% tra gli uomini e il 17,2% tra le donne (una differenza non significativa);
– la violenza domestica fisica era stata sperimentata dall’11,3% degli uomini e dal 10,4% delle donne;
– la violenza domestica sessuale era stata sperimentata dal 9,3% degli uomini e dall’11.3 % delle donne (anch’essa una differenza non significativa) [18].

Insomma, la differenza tra uomini e donne non è statisticamente significativa, nè come numero di assalitori, nè come numero di vittime, o almeno questo è ciò che i dati ci permettono di affermare.

Pertanto ci chiediamo: dove sono le campagne contro la violenza sessuale sugli uomini? Dove sono i centri antiviolenza per vittime maschili?

Note:

[1] Sarrel PM, Masters WH. Sexual molestation of men by women. Arch Sex Behav. 1982 Apr;11(2):117-31.
[2] Levin RJ, van Berlo W. Sexual arousal and orgasm in subjects who experience forced or non-consensual sexual stimulation — a review. J Clin Forensic Med. 2004 Apr;11(2):82-8.
[3] Rouse, L. P., Breen, R., & Howell, M. (1988). Abuse in intimate relationships. A comparison of married and dating college students. Journal of Interpersonal Violence, 3, 414 – 429.
[4] Muehlenhard CL, Cook SW. Men’s self-reports of unwanted sexual activity. J Sex Res. 1988 Jan;24(1):58-72.
[5] Struckman-Johnson C, Struckman-Johnson D. Men pressured and forced into sexual experience. Arch Sex Behav. 1994 Feb;23(1):93-114.
[6] Fiebert, M. S., & Osburn, K. (2001). Effect of gender and ethnicity on self reports of mild, moderate and severe sexual coercion. Sexuality & Culture, 5, (2), 3-11.
[7] Krahé B, Scheinberger-Olwig R, Bieneck S. Men’s reports of nonconsensual sexual interactions with women: prevalence and impact. Arch Sex Behav. 2003 Apr;32(2):165-75.
[8] Canadian Public Health Association (2004). CPHA safe school study
[9] Hines DA. Predictors of sexual coercion against women and men: a multilevel, multinational study of university students. Arch Sex Behav. 2007 Jun;36(3):403-22.
[10] Chan KL, Straus MA, Brownridge DA, Tiwari A, Leung WC. Prevalence of dating partner violence and suicidal ideation among male and female university students worldwide. J Midwifery Womens Health. 2008 Nov-Dec;53(6):529-37.
[11] Lysova AV, Douglas EM. Intimate partner violence among male and female Russian university students. J Interpers Violence. 2008 Nov;23(11):1579-99.
[12] Beck, A. J., Harrison, P. M., & Guerino, P. (2010). Sexual Victimization in Juvenile Facilities Reported by Youth, 2008-09. Bureau of Justice Statistics, U.S. Department of Justice:Washington DC. NCJ 228416.
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[16] Stemple L, Meyer IH. The sexual victimization of men in america: new data challenge old assumptions. Am J Public Health. 2014 Jun;104(6):e19-26.
[17] http://www.inquisitr.com/1231307/women-rape-men-a-lot-more-than-you-think-study/
[18] Supa Pengpid, Karl Peltze. Intimate Partner Violence Victimization and Associated Factors among Male and Female University Students in 22 Countries in Africa, Asia and the Americas. Afr. J Reprod Health 2016; 20[1]: 29-39.

Violenza domestica verso gli uomini (e le donne)

Simon

Spesso si parla di violenza domestica, e a questo argomento si associano subito le donne picchiate dai propri mariti, spesso scordando che, tra le vittime di questo tipo d’abuso, ci sono anche moltissimi uomini.

Infatti, uno studio del 1987 sul Journal of Interpersonal Violence [1] ha affermato che: “circa il 30% degli uomini e il 32% delle donne hanno riportato di aver impiegato qualche forma di aggressione fisica contro un attuale partner costante. Inoltre, il 49% degli uomini e il 26% delle donne hanno riferito di essere vittime di aggressioni fisiche dai loro attuali partner.”

Uno studio del 1988 sul Journal of Interpersonal Violence [2] “ha confrontato l’incidenza riportata tra i maschi e le femmine di dominanza-possessività, la pressione sessuale, e l’uso della forza fisica da parte di un partner per un campione di 130 studenti universitari sposati e 130 studenti universitari in relazioni. […] I maschi avevano la stessa probabilità delle femmine di riferire che il partner intraprendesse questi comportamenti, e questo si applicava sia agli studenti sposati che a quelli in una relazione”.

Uno studio del 1989 sulla violenza e pubblicato su Aggressive Behavior [3], ha affermato:
“Un’alta incidenza di qualche forma di violenza è stata trovata, con donne che mostrano livelli più elevati rispetto agli uomini, replicando così precedenti conclusioni degli Stati Uniti basati sui report delle vittime.”

Uno studio del 1990 sulla rivista “Gender & Society” [4] afferma:
“Gran parte della violenza tra partner sposati si è verificata nelle coppie in cui entrambi i partner sono stati riportati come autori, e le donne così come gli uomini commettevano atti di violenza nelle coppie sposate”.

Uno studio del 1996 su “Aggressive Behavior” [5], ha riscontrato, su di un campione 1978 uomini e donne eterosessuali, che mentre gli uomini erano vittime di violenza nel 18% dei casi prendendo in considerazione tutte le relazioni e nell’11% nell’attuale relazione, le donne erano vittime di violenza nel 13% prendendo in considerazione tutte le relazioni e nel 5% nell’attuale relazione. Inoltre gli stessi dati hanno affermato che, prendendo in considerazione tutte le relazioni, il 10% degli uomini e l’11% delle donne avevano inflitto violenza al proprio partner.

Uno studio del 2001 sul Journal of Human Behavior in the Social Environment  [6] afferma:
“La violenza domestica, come ogni violenza, è un problema umano. Non è meramente una questione di genere. Classificare la violenza coniugale e sul partner come un problema delle donne, piuttosto che come un problema umano, è erroneo. Nelle relazioni domestiche, le donne sono inclini quanto gli uomini a essere coinvolte in atti fisicamente abusivi.”
“Questi risultati sono stati, e sono, sorprendenti per gli osservatori casuali del fenomeno della violenza domestica. Questo perché le persone hanno difficoltà con il concetto di donne che infliggono ferite agli uomini perché gli uomini, in media, sono più grandi, più forti e più abili a combattere. Ma la dimensione e la forza dell’uomo medio vengono neutralizzate da pistole e coltelli, acqua bollente, attizzatoi per il camino, mattoni, e mazze da baseball. Molti non riescono a rendersi conto che le aggressioni domestiche non comportano correttezza pugilistica, o a considerare che gli attacchi si possono verificare quando i maschi sono addormentati, o incapacitati dall’alcol, dall’età o dalle infermità (McNeely & Mann, 1990). Forse ancora più sorprendente è che i giovani mariti non sono risparmiati dalla vittimizzazione. I militari nel loro combattimento per primi sono non di rado accoltellati o sparati in episodi non provocati di violenza (Ansberry, 1988).”
“Le politiche governative unilaterali che finanziano risorse per sole donne, basate sul presupposto che le donne raramente, o mai, sono impegnate come autori di violenza domestica, sono la chiave del problema.”

Uno studio del 2001 [7] afferma che “i risultati hanno indicato somiglianza tra i generi […] nella prevalenza di aggressione frequente […] Inoltre, tale aggressione era probabilmente bidirezionale nelle coppie […] i tassi di ferite e paura per le donne non erano significativamente superiori a quelli per gli uomini.”

Uno studio del 2002 sulla rivista scientifica “Trauma, Violence & Abuse” [8] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

Un articolo scientifico del 2003 apparso su “Aggression and Violent Behavior” [9] afferma, portando a sostegno diversi studi:
“Queste prove sono discusse e interpretate nel contesto delle rappresentazioni sociali e delle immagini stereotipate di maschi e femmine per dimostrare che la “sindrome del marito maltrattato” è una realtà ed è paragonabile allo scenario della moglie maltrattata. […] Si è concluso che la polemica accademica sia non necessaria e controproducente”.

Uno studio del 2004 sul Journal of Family Violence [10] che compara la gravità delle lesioni nei casi maschili e femminili di violenza domestica, facendo notare come le donne usino maggiormente armi ed oggetti negli episodi di abusi sul partner e che ciò conduca a procurare ferite al proprio compagno altrettanto gravi di quelle fatte da uomini violenti verso le loro compagne, afferma:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Uno studio del 2004 sul Journal of Family Violence [11] afferma:
“Nonostante le idee sbagliate diffuse che tendono a minimizzare gli abusi femminili, l’esame di questi documenti del tribunale mostra che gli imputati maschili e femminili, che sono stati oggetto di una denuncia nei casi di relazioni domestiche, mentre a volte esibendo diverse tendenze aggressive, misuravano circa ugualmente in termini di livello complessivo di aggressione psicologica e fisica.”

Una review del 2004 su Review of General Psychology [12] afferma:
“L’aggressione diretta, soprattutto fisica, era molto comune nei maschi e nelle femmine di tutte le età del campione, era coerente tra le culture, e si verificava fin dalla prima infanzia, mostrando un picco tra i 20 e i 30 anni. La rabbia non ha mostrato differenze tra i sessi.”

Uno studio del 2005 sulla rivista peer-reviewed “Violence and Victims” [13] ha trovato che tra gli studenti universitari, uomini e donne erano ugualmente autori di violenza sul partner (IPV). L’unica differenza era che le donne avevano il doppio di possibilità di usare violenza grave verso i loro partner (15,11 vs 7,41%).

Un articolo del 2005 su Aggression and Violent Behavior [14] riferisce che, mentre gli uomini usano di più “la violenza fisica diretta” delle donne a causa della forza corporea superiore, le donne “usano armi più spesso degli uomini per generare un vantaggio”. Inoltre la teoria che la violenza domestica sia unicamente da parte degli uomini verso le donne “è criticamente rivista alla luce dei dati provenienti da numerosi studi che riportano livelli di violenza da parte di autori di sesso femminile superiori a quelli riportati per i maschi, in particolare nei campioni di età più giovani”. “Gli studi sono inoltre recensiti indicando alti livelli di violenza intima unilaterale da parte di femmine a maschi e femmine. I maschi sembrano riportare la propria vittimizzazione meno di quanto fanno le femmine e a non vedere la violenza femminile contro di loro come un crimine. Di conseguenza, sotto-riportano differentemente l’essere vittime di partner in indagini sulle vittime della criminalità.”

Un paper del 2006 apparso su Family Court Review [15] che affronta il tema della violenza domestica nelle coppie dello stesso sesso, afferma che i risultati suggeriscano che “la violenza domestica sia un abuso di potere che può accadere in qualsiasi tipo di rapporto intimo, indipendentemente dal genere o dall’orientamento sessuale”.

Dutton e Corvo, su Aggression and Violent Behavior nel 2006 [16], scrivono che:
“La violenza del partner intimo (IPV) continua ad essere un problema sociale negli Stati Uniti. Purtroppo, la legislazione volta a risolvere il problema è stata basata su modelli di IPV che non sono empiricamente supportati. […] Hanno, in effetti, rimosso dagli interventi una psicologia dell’abusivismo e l’hanno sostituita con un modello politico di genere. In contrasto a questo modello, la ricerca di diversi studi di gruppi di pari longitudinali mostra che una propensione per l’IPV è prevedibile in entrambi i generi durante l’adolescenza. Eppure il trattamento o la prevenzione di fattori di rischio psicologico sono sia trascurati che negativamente legiferati. Questo articolo esamina il modello di intervento della giustizia penale prevalente, prevede esempi di come il paradigma che sostiene questo modello distorca l’interpretazione della ricerca e confronta questa ricerca difettosa con studi metodologicamente superiori suggerendo un approccio diverso e potenzialmente più efficace.”

Un articolo neozelandese del 2007 su Basic and Applied Social Psychology [17] riferisce:
“Questo studio ha esaminato l’equivalenza della violenza intima sul partner (IPV) maschile e femminile attraverso tre campioni della popolazione neozelandese (studenti, generale e incarcerati). Inoltre, abbiamo confrontato gli atteggiamenti delle vittime e dei carnefici. I risultati hanno rivelato che, sebbene il campione degli incarcerati abbia sperimentato una maggiore frequenza di violenza, la natura dell’IPV era simile tra i campioni. Ancora più importante, i nostri risultati hanno mostrato simmetria di genere in IPV con maschi e IPV femminili essendo simili in frequenza, gravità e lesioni. C’era, però, qualche variazione nel tipo di atti abusi fisici perpetrati in funzione del genere. Inoltre, le vittime e gli autori hanno segnalato atteggiamenti e comportamenti che li differenziavano dai partecipanti senza storia di violenze fisiche simili. Queste comunicazioni includevano l’essere più ostile, possedere credenze tradizionali di genere, e la mancanza delle capacità di gestione della comunicazione e della rabbia. Un ripensamento del nostro modo di vedere l’IPV si raccomanda alla luce di questi risultati.”

Secondo uno studio del 2007 sull’International Journal of Men’s Health [18] la violenza domestica femminile è frequente come quella maschile ed è “altrettanto grave e ha più o meno le stesse conseguenze per i maschi come per le femmine”

Uno studio del 2007 dell’American Journal of Public Health [19] rivela che il 23% delle relazioni sono violente, che di queste il 49,7% è reciproco e il 50,3% è non reciproco, e che di quelle non reciproche il 70,7% delle volte la violenza è perpetrata da donne mentre solo nel 29,3% da uomini.

Le analisi dei dati provenienti da 32 nazioni nell’International Dating Violence Study hanno trovato uguali tassi di perpetrazione tra uomini e donne, oltre ad una dominanza di violenza reciproca in tutti e 32 i campioni, incluse le nazioni non occidentali. In aggiunta, i dati provenienti da quello studio mostrano che, all’interno di una relazione di coppia, il dominio e il controllo da parte delle donne si verifica tanto spesso quanto da parte degli uomini e sono fortemente associati alla perpetrazione di violenza sul partner sia dalle donne che dagli uomini [20].

Un ulteriore studio internazionale del 2008 sul Journal of Midwifery & Women’s Health [21], con un campione di 16 000 studenti universitari provenienti da 22 siti in 21 Paesi, ha trovato che:
“Studenti maschi e femmine erano notevolmente simili nella proporzione di coloro che avevano aggredito fisicamente un partner o riferito di essere vittime di coercizione sessuale”.

Uno studio russo del 2008 pubblicato sul Journal of Interpersonal Violence [22] afferma:
“Utilizzando un campione di 338 studenti universitari (54% femmine) provenienti da tre siti universitari russi, vengono esaminati quattro diversi tipi di violenza del partner: aggressioni fisiche, lesioni fisiche, coercizione sessuale e aggressione psicologica. Alti livelli di prevalenza sono stati trovati per tutti i tipi di violenza, aggressione e coercizione. Coerentemente con la ricerca precedente, studenti maschi e femmine avevano circa la stessa probabilità di essere vittime e perpetratori”.

Uno studio del 2009 su “Evolution and Human Behavior” [23] afferma:
“Abbiamo trovato, contrariamente ad alcune precedenti ipotesi evolutive, che uomini e donne mostravano simili gradi di comportamenti di controllo, e che questo prediceva aggressione fisica ai partner in entrambi i sessi”. “Nel complesso, il comportamento di controllo non differiva tra i sessi ed è stato associato con l’aggressione fisica in entrambi i sessi”.

Uno studio del 2010 su “Violence and Victims” [24] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Uno studio del 2010 [25] afferma:
“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”
Nel testo si legge:
“Si presenta come una sorpresa, quindi, trovare che l’uso maschile di grave violenza nei confronti di donne nonviolente (percosse verso la moglie) è riportato da solo il 5,7% di un campione nazionale di tutte le coppie sposate che segnalano ogni tipo di violenza (Stets & Straus, 1992), e che le percosse verso il marito (atti di grave violenza femminile contro mariti nonviolenti) è riportato dal 9,6% di queste coppie sposate.”
“Indagini nazionali statunitensi ritengono che la violenza reciproca, abbinata per livello di gravità, sia la forma più comune di IPV (Stets & Straus, 1992. Whittaker et al, 2007), e che la IPV femminile contro un maschio nonviolento (percosse verso il marito) è 2.5 volte più comune delle percosse verso la moglie.”
“Le donne usano la violenza, anche le forme più gravi, almeno tanto quanto gli uomini e la usano contro gli uomini non-violenti (Stets & Straus, 1989, 1992) e contro i bambini (Gaudioisi, 2006; Trocme et al., 2001).”
“Sono stati trovati tassi equivalenti di grave abuso strumentale (abuso effettuato per controllare il coniuge), con l’8% delle donne e il 7% degli uomini che riportavano vittimizzazione negli ultimi cinque anni.”
“Equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (Laroche 2005, tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima. Degli uomini, il 65% ha riferito di essere stato ferito (rispetto al 67% delle vittime di sesso femminile).”
“Più donne che uomini hanno riportato di perpetrare violenza, e gli uomini hanno riferito di essere vittime di violenza grave più delle donne, che dicono gli autori può” sfidare le ipotesi sulla vittimizzazione delle donne nella relazione” (p. 781).”
“Quando alle donne in un campione preso da un rifugio è stato chiesto da questi autori circa il loro uso della violenza, il 67% ha riferito di usare violenza grave contro i loro mariti”.

Una review del 2012 di 111 studi, pubblicata sulla rivista peer-reviewed “Partner Abuse” [26], ha calcolato che vi era una percentuale di circa il 24,8% di perpetrazione di violenza nelle coppie, e che la violenza domestica era commessa leggermente più dalle donne che dagli uomini, infatti 1 donna su 4 (il 28,3%) risultava aver commesso atti di violenza sul partner e 1 uomo su 5 (il 21,6%) aveva commesso atti di violenza sulla partner.

Una revisione sistematica del 2012 su Partner Abuse [27] ha trovato che “la violenza bidirezionale era comune a tutti i tipi di campione (popolazione basata sulla giustizia penale)”, suggerendo che il ruolo delle donne nelle relazioni violente è da considerare importante. Inoltre, vi erano tassi maggiori di violenza unidirezionale da parte delle donne verso gli uomini in quattro dei cinque tipi di campioni esaminati. Maggiori tassi di violenza unidirezionale da parte degli uomini sulle donne sono stati trovati solo in studi che si basavano sui rapporti della polizia o su campioni prelevati dai militari degli Stati Uniti.
Questo dato conferma dunque che gli uomini denunciano di meno alle forze dell’ordine gli abusi subiti rispetto alle donne.
Inoltre, non sono state trovate differenze sulla direzionalità dell’espressione di violenza sul partner tra i campioni di individui gay, lesbiche e bisessuali.

Uno studio del 2012 sul Journal of Interpersonal Violence [28] su 3740 coppie cinesi, arriva alla conclusione che:
“I risultati supportavano una simmetria di genere nella prevalenza di IPV auto-riferita nonché un moderato accordo interconiugale nelle autovalutazioni.”

Uno studio del 2012 sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [29] afferma che il 53% delle vittime di violenza domestica sono uomini e che il 47% sono donne.

Uno studio del 2013 del Robert Koch Institute [30], parte del Ministero Federale della Salute tedesco, il DEGS1, ci dice che, nel totale complessivo della violenza fisica perpetrata, le vittime di violenza nei 12 mesi precedenti erano più uomini che donne, e che nella frequenza di chi fosse l’autore di violenza fisica non vi erano differenze significative tra i sessi. Per quanto riguarda la violenza domestica, lo stesso studio tedesco, preso un totale di 6mila persone, ha verificato che l’1,3% delle donne intervistate aveva usato violenza fisica contro il proprio partner, mentre la percentuale tra gli uomini era dello 0,3%; per quanto riguarda la violenza psicologica parliamo di un 3,8% femminile sul partner contro il 2,8% maschile.

Secondo un articolo del 2013 pubblicato sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [31], sempre più dati “suggeriscono che l’IPV sia perpetrata pressoché equamente tra uomini e donne contro i loro partner […]”.

Uno studio del 2014 [32] afferma che le donne siano più aggressive fisicamente verso i loro partner di quanto lo siano gli uomini.

Uno studio del 2016 su 22 Paesi in Africa, nelle Americhe e in Asia, con un campione di 16.979 persone, ha trovato che:
– il 16,3% aveva riferito di aver sperimentato violenza domestica fisica o sessuale: il 15,4% tra gli uomini e il 17,2% tra le donne (una differenza non significativa);
– la violenza domestica fisica era stata sperimentata dall’11,3% degli uomini e dal 10,4% delle donne;
– la violenza domestica sessuale era stata sperimentata dal 9,3% degli uomini e dall’11.3 % delle donne (anch’essa una differenza non significativa) [33].

Martin Fiebert, in un articolo su Sexuality & Culture del 2014 [34], scrive:
“Questa bibliografia ragionata descrive 343 indagini accademiche (270 studi empirici e 73 review) dimostrando che le donne sono fisicamente aggressive come gli uomini (o di più) nei loro rapporti con i loro coniugi o partner di sesso opposto. La dimensione del campione globale negli studi esaminati supera le 440.850 persone”

In aggiunta, questi dati rappresentano solo parte del problema, moltissimi uomini non parlano assolutamente della violenza subita dal partner, e ancora oggi dire di essere stati picchiati da una donna è motivo di beffa da parte della gente. Non a caso, secondo uno studio del 2000 del Canadian Centre for Justice Statistics [35], solo il 15% delle violenze domestiche contro gli uomini viene riportato alla polizia, e la metà di queste non le riporta l’aggredito, ma terzi.

Se ciò non bastasse, uno studio del 2011 sul Journal of Family Violence [36] fa notare come non vi siano sufficienti aiuti agli uomini vittime di violenza domestica, ma che anzi vengono estromessi dai servizi antiviolenza o fatti passare per maltrattanti. Infatti sebbene il 43,7% delle vittime maschili si rivolge a centri antiviolenza e il 23,4% a linee antiviolenza, il paper fa vedere che il 78,3% dei centri antiviolenza, il 63,9% delle linee antiviolenza e il 42,9% delle risorse online rispondono loro di aiutare solo donne, il 63,9% dei centri antiviolenza, il 32,2% delle linee antiviolenza e il 18,9% delle risorse online li accusano di essere in realtà dei maltrattanti e infine il 25,4% delle linee antiviolenza e il 27,1% delle risorse online danno loro numeri che si rivelano essere per programmi di aiuto ai maltrattanti.

Note:

  1. [Arias, I.; Samios, M.; O’Leary, K. D. (1987), “Prevalence and correlates of physical aggression during courtship”, Journal of Interpersonal Violence 2: 82-90.]
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  3. [Archer, J.; Ray, N. (1989), “Dating violence in the United Kingdom: a preliminary study”, Aggressive Behavior 15: 337-343.]
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