Archivi del mese: luglio 2014

Leggi sessiste da cambiare

giustizia

In questo articolo parlerò delle principali leggi italiane, europee e di altri Paesi, chiaramente sessiste verso gli uomini. Iniziamo da quelle della nostra penisola:

    • Il decreto legislativo 23 maggio 2000 n. 196, Art. 7, Comma 5, recita: “Detti piani, fra l’altro, al fine di promuovere l’inserimento delle donne nei settori e nei livelli professionali nei quali esse sono sottorappresentate, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera d), della citata legge n. 125 del 1991, favoriscono il riequilibrio della presenza femminile nelle attivita’ e nelle posizioni gerarchiche ove sussiste un divario fra generi non inferiore a due terzi. A tale scopo, in occasione tanto di assunzioni quanto di promozioni, a fronte di analoga qualificazione e preparazione professionale tra candidati di sesso diverso, l’eventuale scelta del candidato di sesso maschile e’ accompagnata da un’esplicita ed adeguata motivazione.”

      In esso notiamo ben due atteggiamenti sessisti:

      1) Si parla di “promuovere l’inserimento delle donne nei settori e nei livelli professionali nei quali esse sono sottorappresentate” ma non si parla di fare lo stesso nei settori dove lo sono gli uomini;

      2) E’ richiesta un’ “esplicita ed adeguata motivazione” solo per i candidati di sesso femminile. E’ necessario un cambiamento che includa una motivazione per entrambi, dato che i motivi sessisti possono esistere in entrambi i casi, ad esempio nei lavori a contatto con i bambini (come nel caso dei maestri), si tende a preferire una figura femminile basandosi su vecchi stereotipi di genere che vedono la donna come più portata alla cura dei bambini rispetto all’uomo.

 

    • Nella legge 53/2000, Art. 14 sul congedo parentale la situazione è ancora una volta diversa tra uomini e donne. Questo diritto non vale per per i poliziotti padri (ma vale perfettamente per le poliziotte madri). Leggiamo:

      “1. I benefici previsti dal primo periodo del comma 1 dell’articolo 13 della legge 7 agosto 1990, n. 232, sono estesi, dalla data di entrata in vigore della presente legge, anche alle lavoratrici madri appartenenti ai corpi di polizia municipale.”

 

    • La legge n. 215/1992 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile” è totalmente sessista, ma vediamo le parti più significative (Art. 2):

      “1. Possono accedere ai benefici previsti dalla presente legge i seguenti soggetti: a. le società cooperative e le società di persone, costituite in misura non inferiore al 60 per cento da donne, le società di capitali le cui quote di partecipazione spettino in misura non inferiore ai due terzi a donne e i cui organi di amministrazione siano costituiti per almeno i due terzi da donne, nonché, le imprese individuali gestite da donne, che operino nei settori dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura del commercio, del turismo e dei servizi; b. le imprese, o i loro consorzi, le associazioni, gli enti, le società di promozione imprenditoriale anche a capitale misto pubblico e privato, i centri di formazione e gli ordini professionali che promuovono corsi di formazione imprenditoriale o servizi di consulenza e di assistenza tecnica e manageriale riservati per una quota non inferiore al 70 per cento a donne.”

      Si parla di numeri come: “non inferiore al 60 per cento”, “due terzi a donne”, “due terzi da donne”, “non inferiore al 70 per cento a donne” e addirittura “gestite da donne”.

      Provate a sostituire “donne” con “uomini” e avrete una legge sessista, anzi la legge sessista già lo è.

 

    • La legge n.125 del 10 aprile 1991, “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro”, nell’articolo 1 afferma:

      “Le disposizioni contenute nella presente legge hanno lo scopo di favorire l’occupazione femminile e di realizzare l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro, anche mediante l’adozione di misure, denominate azioni positive per le donne, al fine di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità.”

      Ovviamente anche qui viene ignorata l’occupazione maschile e viene preso per assunto che la parità si ottenga tramite favoreggiamento delle donne, ignorando totalmente i casi in cui sia l’occupazione maschile a essere minore. E ancora più ovvio è che il resto della legge sia pertanto completamente sessista.

 

    • La riforma del lavoro Fornero (Legge 92/2012 articolo 4, commi 8-11) ha, come categorie di lavoratori oggetto di “incentivo”, cioè una riduzione del 50% per 12 mesi sulla contribuzione dovuta dal datore di lavoro nel caso di assunzioni:

      1) uomini e donne con almeno cinquanta anni di età e disoccupati da oltre dodici mesi;

      2) donne di qualunque età, residenti in aree svantaggiate e prive di impiego da almeno sei mesi;

      3) donne di qualsiasi età, con una professione o di un settore economico caratterizzati da un’accentuata disparità occupazionale di genere e prove di impiego da almeno sei mesi;

      4) donne di qualsiasi età, ovunque residenti e prive di impiego da almeno ventiquattro mesi.

      Inutile dire che discrimina gli uomini che condividono le stesse situazioni delle donne nei punti 2, 3 e 4.

 

    • Per quanto concerne invece la coscrizione militare forzata, ovvero il servizio di leva obbligatorio, sebbene attualmente sospeso, in virtù dell’articolo 2, comma 1, lettera f, della legge n. 331 del 14 novembre 2000, che recita:

      “f) personale da reclutare su base obbligatoria, salvo quanto previsto dalla legge in materia di obiezione di coscienza, nel caso in cui il personale in servizio sia insufficiente e non sia possibile colmare le vacanze di organico mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non piu’ di cinque anni, nei seguenti casi:

      1) qualora sia deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione;

      2) qualora una grave crisi internazionale nella quale l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifichi un aumento della consistenza numerica delle Forze armate.”

      si comprende bene che la leva obbligatoria, in caso di guerra o di conflitto internazionale, possa venir riesumata, senza estendersi alle donne. Infatti in questo caso torneremmo alle disposizioni del decreto legislativo n. 504 del 30 dicembre 1997, che afferma nel primo articolo:

      “1. I cittadini italiani maschi sono chiamati alla leva nel trimestre in cui compiono il diciottesimo anno di eta’ e comunque non prima del raggiungimento della maggiore eta’”

 

    • La legge sull’infanticidio (Art. 578 del Codice Penale) dà pene minori alla madre (reclusione da 4 a 12 anni) rispetto al padre e agli sconosciuti (reclusione non inferiore ad anni 21).

      Andrebbe cambiata equiparando le pene tra i due genitori e aumentandole rispetto a quelle degli estranei (dato che normalmente la parentela è un’aggravante!)

 

    • L’articolo 30 della Costituzione afferma:

      “La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”, in cui “paternità” andrebbe cambiato con “genitorialità”.

 

    • L’articolo 31 della Costituzione invece dice che la Repubblica “Protegge la maternità […] favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. Qui è “maternità” che andrebbe cambiata con “genitorialità”.

 

    • La Legge 8 marzo 2001, n. 40 “Misure alternative alla detenzione per detenute con figli minori” è sessista già da come si pone. La principale mancanza di parità si riscontra laddove afferma che le donne condannate possono scontare pene detentive ai domiciliari se hanno figli minori di 10 anni. I padri possono fare lo stesso? No, solo “quando la madre sia deceduta o altrimenti assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole”. E’ evidente che questa legge non tutela i padri.

 

    • Sebbene la legge contro il femminicidio (Legge 15 ottobre 2013, n. 119) sia per la maggior parte neutra per il genere, vi sono alcuni articoli che fanno eccezione e che sono effettivamente da cambiare, ad esempio:
      Art. 5:
      “a) prevenire il fenomeno della violenza contro le donne attraverso l’informazione e la sensibilizzazione della collettività, rafforzando la consapevolezza degli uomini e dei ragazzi nel processo di eliminazione della violenza contro le donne e nella soluzione dei conflitti nei rapporti interpersonali”
      Esclude le vittime maschili di violenza femminile, sebbene la violenza di genere possa essere in entrambe le direzioni.

      “d) potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli attraverso modalità omogenee di rafforzamento della rete dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza alle donne vittime di violenza”
      Non parla del sostegno a centri e servizi antiviolenza che assistano anche gli uomini vittime di violenza.

      “d) della necessità di riequilibrare la presenza dei centri antiviolenza e delle case-rifugio in ogni regione, riservando un terzo dei fondi disponibili all’istituzione di nuovi centri e di nuove case-rifugio al fine di raggiungere l’obiettivo previsto dalla raccomandazione Expert Meeting sulla violenza contro le donne – Finlandia, 8-10 novembre 1999.”
      Stesso discorso di prima.

      E infine:
      “3. I centri antiviolenza e le case-rifugio, alle quali e’ garantito l’anonimato, sono promossi da: […]
      b) associazioni e organizzazioni operanti nel settore del sostegno e dell’aiuto alle donne vittime di violenza, che abbiano maturato esperienze e competenze specifiche in materia di violenza contro le donne, che utilizzino una metodologia di accoglienza basata sulla relazione tra donne, con personale specificamente formato;”

      Esclude ancora una volta sia le vittime maschili di violenza sia metodologie di accoglienza basate sulla relazione tra uomini.

 

    • La Legge Regionale 13 giugno 1989, n. 39 della Sardegna, così come molte analoghe in altre regioni che regolano le Commissioni Regionali per le Pari Opportunità, afferma all’articolo 3, comma 1, che “la Commissione è composta da venti donne”. Ovviamente è assurdo che un organo contro le discriminazioni sessuali neghi l’accesso in base al sesso!

Passiamo adesso all’Europa:

    • La Direttiva 2006/54/CE, Articolo 16, dice:

      “La presente direttiva lascia impregiudicata la facoltà degli Stati membri di riconoscere diritti distinti di congedo di paternità e/o adozione” mentre sancisce il diritto al congedo di maternità.

      Ovviamente il testo andrebbe cambiato sancendo l’obbligo a riconoscere i diritti di congedo di paternità e/o di adozione.

 

    • Convenzione di Istanbul: parte dal presupposto sbagliato che la violenza sulle donne sia maggiore di quella sugli uomini, non fa riferimento alle vittime maschili di violenza, ma vediamo alcuni esempi degli aspetti più sessisti di questo documento:

      Articolo 2:

      “1 La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato.

      2 Le Parti contraenti sono incoraggiate ad applicare le disposizioni della presente Convenzione a tutte le vittime di violenza domestica.[…]”

      Questa parte apre due problemi:

      1) L’articolo afferma in sostanza che se la vittima è donna, la Convenzione si applica, mentre se è uomo, si è incoraggiati ad applicare (ovvero non vi è obbligatorietà).

      2) L’articolo parla di violenza contro le donne come complesso maggiore della semplice violenza domestica, mentre gli uomini vittime ma non tramite violenza domestica sono esclusi, anche nel caso di una violenza di genere.

      E con questa (sempre all’interno dello stesso articolo) va a cadere il principio di non discriminazione:

      “Nell’applicazione delle disposizioni della presente Convenzione, le Parti presteranno particolare attenzione alla protezione delle donne vittime di violenza di genere.”

      Articolo 60:

      “1. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’articolo 1, A (2) della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare/sussidiaria.”

      La violenza contro gli uomini qui è esclusa.

      Articolo 61:

      “2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime della violenza contro le donne bisognose di una protezione, indipendentemente dal loro status o dal loro luogo di residenza, non possano in nessun caso essere espulse verso un paese dove la loro vita potrebbe essere in pericolo o dove potrebbero essere esposte al rischio di tortura o di pene o trattamenti inumani o degradanti.”

      Le vittime della violenza contro gli uomini sono escluse.

 

    • Trattato di Amsterdam, art. 141 [ex art. 119]:

      “Allo scopo di assicurare l’effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, il principio della parità di trattamento non osta a che uno Stato membro mantenga o adotti misure che prevedono vantaggi specifici diretti a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali.”

      Il testo va a creare diversi problemi:

      1) I vantaggi relativi a un sesso sono sessismo, quindi è una contraddizione voler sostituire il sessismo con altro sessismo.

      2) Se sono ammessi privilegi per il sesso sottorappresentato, è molto probabile che alla lunga esso diventi quello sovrarappresentato.

      3) Assumere persone in base a un sesso normalmente significa andare a minare la competenza. Una parità numerica è auspicabile a pari competenza, ma se in un lavoro ci sono solo donne con un’alta competenza o solo uomini con un’alta competenza, prendere metà personale con competenza minore è davvero giusto? Non significa andare in contrasto con la meritocrazia?

      Per ovviare alla discriminazione certamente presente nei luoghi di lavoro sarebbe dunque più opportuno sostituire le quote e le azioni positive con la creazione di comitati etici/osservatori sulle discriminazioni nei posti di lavoro, formati in egual numero da uomini e da donne, che abbiano la facoltà di multare gli atteggiamenti sessisti nell’assunzione, nel salario e in tutte le altre occasioni.

Infine, un esempio di leggi sessiste fuori dall’Europa:

    • Articolo 80, comma 11 del codice penale Argentino:

      “A una mujer cuando el hecho sea perpetrado por un hombre y mediare violencia de género”

      In essa l’uccisione di una donna da parte di un uomo è ritenuta più grave dell’uccisione di un uomo da parte di una donna, di un altro uomo o di una donna da parte di un’altra donna. Il termine neutro “violenza di genere” viene poi snaturato applicandolo a un solo verso.

 

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Maschicidi: quanti sono?

maschicidio

Si è molto discusso sul femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna legata al senso di possesso della vittima da parte del partner. D’altronde, è opportuno informare anche sull’altro lato della medaglia, ovvero il maschicidio.

Innanzitutto, quanti sono gli uomini vittime di omicidio, sul totale degli assassinii?
In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna assassinata. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini.  Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini [1].

Graham-Kevan conferma questo dato anche per altre Nazioni, infatti, riferendosi agli Stati Uniti, afferma:
“[…] se si va sul sito del Dipartimento di Giustizia Statunitense […] è possibile calcolare le proporzioni di tutte le vittime di omicidi che sono uomini. Qui veniamo informati che le vittime di sesso maschile rappresentano il 74,5% di tutte le vittime di omicidio, con autori sia maschi che femmine che hanno più probabilità di bersagliare  vittime maschili piuttosto che femminili. È interessante notare che non si ottengono queste informazioni in nessuno dei documenti di aggiornamento degli Stati Uniti per omicidio […], devi calcolarle. Ciò che ci dice questo è che gli uomini sono più vulnerabili di per sé a diventare vittime di omicidio rispetto alle donne. Gli uomini hanno tre volte più probabilità di essere uccisi rispetto alle donne, da una gamma più diversificata di autori.” [2].

Fa inoltre notare che spesso si calcolano gli omicidi da parte di partner intimi facendone la percentuale sul totale degli assassinii delle persone appartenenti a quel genere, ma essendo gli uomini più a rischio di omicidio, anche il numero effettivo di uccisioni da parte di partner intimi sarà maggiore di quello che le percentuali sembrano invece suggerire.

Per quanto concerne invece gli omicidi in famiglia, gli uomini sono il 42% delle vittime negli USA nel 2005 [3], mentre in Italia sono il 40,4% nel 2007, anno in cui al Sud si è arrivati al 51,7% [4].

Su ciò che riguarda più prettamente la violenza di genere, Suzanne Steinmetz riprende gli studi di Curtis (1974), che affermava che mentre la violenza da parte di uomini verso le donne era responsabile del 17,5% degli omicidi, la violenza delle donne contro gli uomini portava al 16.4 percento degli assassinii; inoltre cita Wolfgang (1958), che non aveva trovato differenze tra uomini e donne; e infine riporta le statistiche dell’FBI (1975) per cui nel 7,8% dei casi i mariti erano le vittime, mentre nell’8% lo erano le mogli. Ricordo poi che tutte queste piccole differenze non sono statisticamente significative [5].
Secondo una statistica del 1994 del Bureau of Justice Statistics, il 41% degli autori di omicidio verso il coniuge era di sesso femminile [6].
Dai dati provenienti dal Chicago Homicide Dataset, che includono 24606 omicidi tra il 1965 e il 1996, sono stati selezionati 2661 omicidi in cui vittima e carnefice erano partner intimi di sesso opposto. L’età delle donne prese in esame variava dai 18 agli 84 anni, mentre quella degli uomini dai 16 ai 90. In entrambi i casi non vi erano differenze significative nel numero di uomini vittime e autori di omicidi, così come non vi era tra le donne [7].
In uno studio tra il 1985 e il 1999, si è scoperto che le donne erano  “oltre il 40% degli autori nelle aggressioni domestiche letali” e che “avevano più possibilità di essere i perpetratori in diadi non-coniugali” [8].
Rosenberg, proprio su questo tema, nota come la diminuzione degli omicidi coniugali sia dovuta alla diminuzione dei matrimoni, e che invece gli omicidi da parte di partner intimi siano aumentati tra le coppie non sposate [9]. Questo spiega il motivo dell’apparente calo degli omicidi domestici verso gli uomini nel corso degli anni, e di come esso si sia in realtà semplicemente spostato.

A questo motivo, Warren Farrell aggiunge quelli che chiama “i sei paraocchi” che, a suo dire, ci impediscono di vedere gli omicidi femminili:  l’avvelenamento mascherato, gli omicidi su commissione camuffati da incidenti e registrati come omicidi con molteplici colpevoli, il fattore denaro, il «fattore Cavalleria», il «fattore Donna Innocente» e la difesa basata sulle attenuanti.
Innanzitutto, è più facile che una donna avveleni un uomo, invece di sparargli, e l’avvelenamento viene spesso registrato come infarto o incidente. Così Bianche Taylor More (il caso Arsenico e vecchi merletti) per un quarto di secolo poté continuare a uccidere prima di essere scoperta. E dei delitti all’Excedrin di Stella Nickell furono ritenuti responsabili dei vandali.
Anche l’omicidio su commissione è meno identificabile perché e premeditato, e spesso affidato a un professionista. Quando viene scoperto, il dipartimento della Giustizia lo registra come «delitto con molteplici colpevoli» – non viene mai registrato come uccisione di un uomo da parte di una donna. Ciò crea un secondo paraocchi.
Gli uomini che uccidono le donne di solito appartengono a classi socioeconomiche inferiori, mentre le donne che uccidono il marito o l’amante sono in genere di livello sociale più elevato. Ecco dunque il terzo paraocchi: il fattore denaro. Per esempio, Jean Harris (che uccise l’autore di La dieta Scarsdale) era stata preside di una scuola privata; Elizabeth Broderick era stata un’insegnante elementare che, sposandosi, era entrata a far parte dell’alta società; Pamela Smart faceva la maestra nel New Hampshire. Con il denaro si possono assumere i migliori avvocati e si ottengono più assoluzioni e diminuisce così il numero di donne assassine che rientrano nelle statistiche del dipartimento della Giustizia.
Probabilmente i paraocchi più importanti sono il «fattore Cavalleria» e il «fattore Donna Innocente» che, tanto per cominciare, evitano a molte donne di essere seriamente sospettate. Per giunta, la difesa basata sulle attenuanti talvolta porta al ritiro delle accuse. Per esempio, quando una donna assolda un minore o un uomo, amante o professionista che sia.

A tal proposito, secondo una ricerca di Sonja B. Starr dell’Università del Michigan, “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate” [10] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno “trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato” [11].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divisero questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni).
A titolo esplicativo, riporto un paio di episodi in cui il bias è estremamente evidente: ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [12].
 
Per quanto riguarda il veleno, la teoria di Farrell viene confermata dai dati, che fanno notare come solo il 5% degli assassini di sesso maschile usa il veleno per uccidere, mentre le assassine ne fanno uso nel 35% dei casi come unico metodo e in un altro 45% accompagnandolo con altre strategie di uccisione [13].

Inoltre, nonostante sembri poco usato, nella realtà nel 2002 sono morte 26.435 persone di intossicamento negli USA [14], di cui 3.336 con “intento indeterminato”, vale a dire morti sospette [15].
Mercy e Saltzman, che riprendono i dati dell’FBI dal 1976 al 1985, oltre ad offrirci una statistica in cui gli omicidi di genere verso gli uomini sono circa il 40% (con un 38,5% negli omicidi verso l’ex coniuge e il 42,9% verso il coniuge), ci dicono anche che gli omicidi multipli (che, per il ragionamento visto prima, sono potenzialmente legati all’omicidio su commissione) colpiscono nel 76,2% dei casi gli uomini e solo nel 23,8% delle volte le donne [16].

Infine, se tutto ciò non bastasse, Richard Davis afferma, in un suo studio del 2010: “Un articolo del NIJ Journal (Websdale, 2003) rileva che la violenza domestica può provocare il suicidio. Il Massachusetts Domestic Violence Homicide Report del 2003 (Lauby et al, 2006) osserva che il suicidio può essere attribuito a episodi di violenza domestica. Lo Utah Domestic Violence Related Deaths del 2006 (Utah Domestic Violence Council, 2006) nota che la maggior parte dei suicidi legati alla violenza domestica non sono coperti nella loro relazione. […] Quando i suicidi legati alla violenza domestica sono combinati con gli omicidi di violenza domestica, il numero totale di decessi legati alla violenza domestica è più elevato per i maschi che per le femmine. [17].

Alla luce di questi dati, il fenomeno non è forse di un’emergenza tale da richiedere tempestivamente l’estensione dei servizi telefonici, dei rifugi, dei centri e degli sportelli antiviolenza alle vittime maschili?

Note:

1. [Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”.]
2. [Nicola Graham-Kevan. Distorting Intimate Violence Findings: Playing with Numbers. European Journal on Criminal Policy and Research, December 2007, Volume 13, Issue 3-4, pp 233-234.]
3. [Matthew R. Durose, Caroline Wolf Harlow, Patrick A. Langan, Mark Motivans, Ramona R. Rantala, Erica L. Smith. Family Violence Statistics: Including Statistics on Strangers and Acquaintances. Bureau ofJustice Statistics, June 12, 2005.]
4. [EURES (2010). L’omicidio volontario in Italia. Rapporto Eures-Ansa 2009, Roma.]
5. [Steinmetz, Suzanne K., “The Battered Husband Syndrome,” Victimology 2 (3-4), 1977-78: 499-509.]
6. [Bureau of Justice Statistics, U.S. Department of Justices, Murder in Families, July 1994.]
7. [Breitman N, Shackelford TK, Block CR. Couple age discrepancy and risk of intimate partner homicide. Violence Vict. 2004 Jun;19(3):321-42.]
8. [Titterington V.B., Harper L. (2005). Women as the aggressors in intimate partner homicide in Houston, 1980s to 1990s. Journal of Offender Rehabilitation, Vol. 41(4), 83-98.]
9. [Rosenfeld R. Changing relationships between men and women: A note on the decline in intimate partner homicide. Homicide Studies,  (1997) 1 (1) , pp. 72-83.]
10. [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]
11. [Theodore R. Curry, Gang Lee, S. Fernando Rodriguez (2004). Does Victim Gender Increase Sentence Severity? Further Explorations of Gender Dynamics and Sentencing Outcomes. Crime & Delinquency 50:319–43.]
12. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
13. [Ronald Hinch and Crystal Hepburn. ‘Researching Serial Murder: Methodological and Definitional Problems. Electronic Journal of Sociology (1998), 3, 1-11.]
14. [Violence and Injury Prevention Program (Utah). Complete indicator profile of poisoning incidents (updated on 10/27/09, published on 10/29/09). Utah’s Indicator-Based Information System for Public Health (IBIS-PH); Utah. Center for Health Data.]
15. [https://web.archive.org/web/20050831214544/http://www.nsc.org/lrs/statinfo/odds.htm]
16. [J.A. Mercy, L.E. Saltzman. Fatal violence among spouses in the United States, 1976-85. Am J Public Health. 1989 May; 79(5): 595–599.]
17. [Richard Davis, (2010) “Domestic violence-related deaths”, Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, Vol. 2 Iss: 2, pp.44 – 52.]

Le discriminazioni contro gli uomini in India

men india

In India non solo la magistratura ma anche le stesse leggi discriminano esplicitamente contro gli uomini.

Dagli anni ’80 in poi si è riusciti ad imporre leggi anti-uomo sfruttando la cultura locale secondo cui la donna deve essere difesa ad ogni costo dagli uomini, il cui ruolo di genere è celebrato nel “Giorno del Protettore”.

Anil Sharma  racconta:

«È un atteggiamento della cultura indiana. Recentemente ero in una lunga coda per comprare il biglietto. Dopo un’ora la coda quasi non si era mossa. Perché? Era nata una più piccola coda parallela: una coda di sole donne. I biglietti venivano dati prima a loro. I nostri bus hanno posti a sedere riservati alle donne: la prima metà. A volte una fila è riservata agli anziani, ed una ai disabili. Ma ogni bus ha posti riservati a donne. Io rispetto gli anziani. Ma ho visto giovani ragazze che fanno stare in piedi uomini anziani. Quando torno dal lavoro il retro del bus è sempre pieno, e la metà davanti quasi vuota. Per paura, gli uomini rimangono in piedi anche quando le sedie davanti sono vuote. Nella metrò di Delhi ci sono vagoni riservati alle donne. Darei volentieri il mio posto ad una donna anziana o incinta. Ma una giovane e sana?». [1]

La stampa descrive i metodi usati per imporre questo apartheid: uomini che provano a salire vengono aggrediti e picchiati a calci e pugni dalle passeggere [2], uno è stato buttato fuori da un treno in corsa [3].

Con la scusa di combattere la “dowry” (dote) furono implementate nel codice penale leggi sessiste, diverse per uomini e donne. Ad esempio la “Dowry death law” (art. 304B del codice penale): se una donna muore in maniera sospetta entro 7 anni dal matrimonio, il marito è condannato per omicidio a meno che non possa provare la propria innocenza.     La presunzione di colpevolezza contro gli uomini è così codificata:

“quando una persona è processata per violazioni di leggi sulla dowry, su di lui grava il peso di dimostrare che non ha commesso nessun reato” (art. 8A).

L’art. 498A recita:

il marito o un suo parente che commette crudeltà sulla moglie è punito con la galera fino a 3 anni” (viene specificato che crudeltà va inteso in senso ampio, ad esempio include la ‘violenza economica’).

Di fatto questa legge sessista può essere per estorcere enormi mantenimenti, sotto il ricatto di far arrestare il marito e la sua famiglia (i suoceri, i fratelli e le sorelle del marito…) con una semplice calunnia.  La calunnia, la falsa testimonianza non sono previste come reati.  L’85% degli uomini arrestati sono poi stati riconosciuti innocenti.  Tanti si sono suicidati o hanno perso i figli per questa legge [4].

Nel 2014 la Corte Suprema Indiana ha sentenziato che, visto l’ampio ricorso alla false accuse da parte di ex-mogli vendicative, prima di arrestare un uomo ed i suoi parenti la polizia dovrà vagliare le accuse [5].

Ma rimangono altre leggi sessiste.
In India, una donna ha diritto di ottenere il divorzio senza colpe del marito, che invece ha solo il diritto di chiedere il divorzio senza colpe della moglie, la quale può opporsi. Le proprietà dei mariti e le loro eredità vengono divise con la ex-moglie, che invece può conservare le sue proprietà.  Un uomo che commette adulterio finisce in carcere, nulla è previsto se lo fa una donna.

I bambini vengono quasi sempre affidati alle madri.

Gli aiuti alimentari di Stato alle famiglie che soffrono la fame vengono dati alla donna più anziana della famiglia, che può disporne come vuole.  Ad esempio, se convive con un anziano suocero, può lasciarlo morire di fame. 15mila contadini uomini si suicidano ogni anno [6].

Solo le donne possono fare denunce per “molestie sul posto di lavoro”, dove le leggi definiscono i termini in maniera da criminalizzare ogni cosa.
Il “posto di lavoro” è definito come “ogni posto visitato dall’impiegata”:  ad esempio il datore di lavoro è criminalizzato se una dipendente donna viene molestata mentre è sulla metropolitana per recarsi al lavoro o in altri posti al di fuori del controllo del datore di lavoro.

La definizione di molestie include: “minacce sul suo futuro stato lavorativo”: un datore di lavoro che rimprovera una fannullona dicendo che sta considerano di licenziarla viene accusato di molestie.

Le accuse vengono giudicate da un comitato presieduto da “una donna dedicata alla causa delle donne” (cioè una femminista, quindi non imparziale – e analizzando più avanti l’aspetto delle vittime maschili di stupro si capirà quanto non imparziale) avente come membri altre “due donne dedicate alla causa delle donne”. Queste persone vengono così investite di poteri pari a quelli dei giudici, anche se spesso non capiscono niente di legge. Queste persone hanno il potere di  levare agli uomini accusati lo stipendio frutto del loro lavoro e darlo alle accusatrici. Il nome dell’uomo accusato viene reso pubblico, il nome dell’accusatrice rimane segreto anche se l’accusa risulta essere falsa [7].

Gli uomini, anche in questo Paese, sono la maggioranza delle vittime di omicidio e di suicidio. Eppure, nessuno protesta.

Al contrario, vi sono stati linciaggi pubblici verso uomini accusati di violenza sessuale (spesso poi riconosciuti, a posteriori, come innocenti) in cui migliaia di persone li hanno uccisi e torturati, agendo da aguzzini e negando loro ogni diritto alla presunzione di innocenza.
Ad esempio il 5 marzo 2015 una folla di 7000-8000 persone assalta la prigione di Dimapur e tira fuori Syed Farid Khan, 35 anni, accusato di stupro, che viene spogliato, preso a calci, lapidato e poi impiccato mentre la gente lo riprende con il telefonino.
Il 6 marzo le telecamere dell’hotel dove sarebbe avvenuto lo stupro vengono esaminate e viene visto che la donna accompagna l’uomo sia all’entrata che all’uscita senza timore, anzi.
Il 7 marzo vengono esaminati i reperti medici, che dimostrano l’assenza di violenza.
Delle migliaia di manifestanti, sono stati arrestati solo 22.
Amnesty International India rilascia nello stesso periodo un comunicato in cui chiede che i colpevoli vengano presi [8].

A meno di 10 giorni di distanza, avviene un altro linciaggio, questa volta ad Agra. Un uomo accusato di aver fatto quello che qui chiameremmo “catcalling” (un approccio molesto) in stato di ubriachezza a una ragazza viene preso dal branco e picchiato a morte [9].
E’ questa la società che ci si auspica? Dove la tragedia segue ogni accusa senza processo? Dove non serve più un processo? Dove vige la legge del più forte? E se anche ci fosse stato un processo e una colpevolezza, è questa la pena che un’umanità che si definisce civile infligge?
Inoltre, in India lo stupro sugli uomini da parte di donne non è punito [10]. Nel 2013 è stato proposto un cambiamento della legge per includere le vittime maschili, ma i gruppi femministi hanno insorto e si è tornati ad escludere nuovamente gli uomini stuprati.

Allo stato attuale, quindi, gli statuti relativi ai reati sessuali, Sezione 375 e 376, non riconoscono i maschi come potenziali vittime. Il Criminal Law Amendment Bill 2012 avrebbe permesso alle vittime di sesso maschile di essere riconosciute, tuttavia, come abbiamo visto, è stato respinto. Se ciò non bastasse, fino al passaggio del Protection of Children Against Sexual Offences Bill, 2011, i bambini maschi non erano riconosciuti come vittime di violenza sessuale o stupro. Tutti i reati contro di loro erano gestiti ai sensi della Sezione 377, che condanna l’omosessualità e quindi non si applicava ai minori vittime di donne. E’ una vergogna doversi appigliare a una legge omofoba per ottenere diritti a essere riconosciuti come vittime di stupro [11].
Anche in questo caso, le femministe hanno insorto, ma fortunatamente non sono riuscite a togliere diritti ai bambini.
La dichiarazione in proposito di Flavia Agnes, attivista femminista di Mumbai, al Times of India, è chiara: “Mi oppongo alla proposta di rendere le leggi sullo stupro neutre per il genere. Ci siamo opposte ad quando il governo ha reso le leggi sullo stupro sui bambini neutre per il genere” [12].

Anche il Protection of Women from Domestic Violence Act 2005 ha un bias a favore delle donne nell’ambito della violenza domestica.

La Sezione 509 invece è riferita a punire gesti, parole o atti che insultino il pudore di una donna. Anche qui, è totalmente assente il corrispettivo verso la protezione del pudore di un uomo.

La Sezione 497 del Codice Penale Indiano punisce solo l’uomo per adulterio con una donna sposata. Questo bias è stato fatto notare anche dalla Corte Suprema Indiana [13].

In India la schiavitù infantile affligge principalmente i bambini maschi, ma il problema non sembra importare ai mezzi d’informazione [14].

La Sezione 125 del Criminal Procedure Code, infine, punisce coloro che rifiutano di mantenere la moglie non in grado di mantenere sè stessa ma non il marito nelle stesse condizioni.

(Adattato da: http://it.avoiceformen.com/diritti-umani/discriminazioni-contro-gli-uomini-in-india/)

Note:

[1]  A. Sharma, A Voice For Men, 6/1/2013, “A passage from India”.

[2] La violenza è documentata da numerosi video, fra cui Video di India TV, “Men Beaten For Entering Ladies Coach On Metro”.

[3] The Times of India, 15/12/2010, “Constable ‘throw’ passenger out of moving train”.

[4] http://www.498a.org.

[5] The Independent, 4/7/2014, “Controversy as India’s highest court says anti dowry laws being misused by disgruntled wives”.

[6] DNA India, “Cabinet clears Ordinance to implement Food Security Bill”.

[7] Legge “Protection of Women Against Sexual Harassment at Work Place” bill.

[8] http://indianexpress.com/article/india/india-others/girls-in-school-college-uniforms-led-lynch-mob-says-dimapur-sp/

http://www.hindustantimes.com/india-news/anger-mounts-over-mob-lynching-of-man-unconfirmed-medical-reports-say-rape-ruled-out/article1-1323920.aspx

http://www.amnesty.org.in/show/news/nagaland-members-of-a-mob-who-lynched-an-undertrial-suspected-of-rape-must/

[9] http://ibnlive.in.com/news/agra-man-who-allegedly-got-drunk-harassed-girls-beaten-to-death-by-mob/533682-3-242.html

[10] Ayeshea Perera. Why a gender neutral anti-rape law isn’t anti-women. FirstPost (India), March 12 2013.

[11] Toy Soldiers, “A Sad Day For Male Rape Victims In India”, March 6, 2013.

[12] http://timesofindia.indiatimes.com/india/Activists-oppose-making-rape-gender-neutral/articleshow/15049606.cms

[13] http://timesofindia.indiatimes.com/india/Adultery-law-biased-against-men-says-Supreme-Court/articleshow/10964790.cms

[14] https://quiensebeneficiadetuhombria.wordpress.com/2016/05/21/en-india-la-esclavitud-infantil-afecta-principalmente-a-los-ninos-varones/