Maschicidi: quanti sono?

maschicidio

Si è molto discusso sul femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna legata al senso di possesso della vittima da parte del partner. D’altronde, è opportuno informare anche sull’altro lato della medaglia, ovvero il maschicidio.

Innanzitutto, quanti sono gli uomini vittime di omicidio, sul totale degli assassinii?
In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna assassinata. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini.  Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini [1].

Graham-Kevan conferma questo dato anche per altre Nazioni, infatti, riferendosi agli Stati Uniti, afferma:
“[…] se si va sul sito del Dipartimento di Giustizia Statunitense […] è possibile calcolare le proporzioni di tutte le vittime di omicidi che sono uomini. Qui veniamo informati che le vittime di sesso maschile rappresentano il 74,5% di tutte le vittime di omicidio, con autori sia maschi che femmine che hanno più probabilità di bersagliare  vittime maschili piuttosto che femminili. È interessante notare che non si ottengono queste informazioni in nessuno dei documenti di aggiornamento degli Stati Uniti per omicidio […], devi calcolarle. Ciò che ci dice questo è che gli uomini sono più vulnerabili di per sé a diventare vittime di omicidio rispetto alle donne. Gli uomini hanno tre volte più probabilità di essere uccisi rispetto alle donne, da una gamma più diversificata di autori.” [2].

Fa inoltre notare che spesso si calcolano gli omicidi da parte di partner intimi facendone la percentuale sul totale degli assassinii delle persone appartenenti a quel genere, ma essendo gli uomini più a rischio di omicidio, anche il numero effettivo di uccisioni da parte di partner intimi sarà maggiore di quello che le percentuali sembrano invece suggerire.

Per quanto concerne invece gli omicidi in famiglia, gli uomini sono il 42% delle vittime negli USA nel 2005 [3], mentre in Italia sono il 40,4% nel 2007, anno in cui al Sud si è arrivati al 51,7% [4].

Su ciò che riguarda più prettamente la violenza di genere, Suzanne Steinmetz riprende gli studi di Curtis (1974), che affermava che mentre la violenza da parte di uomini verso le donne era responsabile del 17,5% degli omicidi, la violenza delle donne contro gli uomini portava al 16.4 percento degli assassinii; inoltre cita Wolfgang (1958), che non aveva trovato differenze tra uomini e donne; e infine riporta le statistiche dell’FBI (1975) per cui nel 7,8% dei casi i mariti erano le vittime, mentre nell’8% lo erano le mogli. Ricordo poi che tutte queste piccole differenze non sono statisticamente significative [5].
Secondo una statistica del 1994 del Bureau of Justice Statistics, il 41% degli autori di omicidio verso il coniuge era di sesso femminile [6].
Dai dati provenienti dal Chicago Homicide Dataset, che includono 24606 omicidi tra il 1965 e il 1996, sono stati selezionati 2661 omicidi in cui vittima e carnefice erano partner intimi di sesso opposto. L’età delle donne prese in esame variava dai 18 agli 84 anni, mentre quella degli uomini dai 16 ai 90. In entrambi i casi non vi erano differenze significative nel numero di uomini vittime e autori di omicidi, così come non vi era tra le donne [7].
In uno studio tra il 1985 e il 1999, si è scoperto che le donne erano  “oltre il 40% degli autori nelle aggressioni domestiche letali” e che “avevano più possibilità di essere i perpetratori in diadi non-coniugali” [8].
Rosenberg, proprio su questo tema, nota come la diminuzione degli omicidi coniugali sia dovuta alla diminuzione dei matrimoni, e che invece gli omicidi da parte di partner intimi siano aumentati tra le coppie non sposate [9]. Questo spiega il motivo dell’apparente calo degli omicidi domestici verso gli uomini nel corso degli anni, e di come esso si sia in realtà semplicemente spostato.

A questo motivo, Warren Farrell aggiunge quelli che chiama “i sei paraocchi” che, a suo dire, ci impediscono di vedere gli omicidi femminili:  l’avvelenamento mascherato, gli omicidi su commissione camuffati da incidenti e registrati come omicidi con molteplici colpevoli, il fattore denaro, il «fattore Cavalleria», il «fattore Donna Innocente» e la difesa basata sulle attenuanti.
Innanzitutto, è più facile che una donna avveleni un uomo, invece di sparargli, e l’avvelenamento viene spesso registrato come infarto o incidente. Così Bianche Taylor More (il caso Arsenico e vecchi merletti) per un quarto di secolo poté continuare a uccidere prima di essere scoperta. E dei delitti all’Excedrin di Stella Nickell furono ritenuti responsabili dei vandali.
Anche l’omicidio su commissione è meno identificabile perché e premeditato, e spesso affidato a un professionista. Quando viene scoperto, il dipartimento della Giustizia lo registra come «delitto con molteplici colpevoli» – non viene mai registrato come uccisione di un uomo da parte di una donna. Ciò crea un secondo paraocchi.
Gli uomini che uccidono le donne di solito appartengono a classi socioeconomiche inferiori, mentre le donne che uccidono il marito o l’amante sono in genere di livello sociale più elevato. Ecco dunque il terzo paraocchi: il fattore denaro. Per esempio, Jean Harris (che uccise l’autore di La dieta Scarsdale) era stata preside di una scuola privata; Elizabeth Broderick era stata un’insegnante elementare che, sposandosi, era entrata a far parte dell’alta società; Pamela Smart faceva la maestra nel New Hampshire. Con il denaro si possono assumere i migliori avvocati e si ottengono più assoluzioni e diminuisce così il numero di donne assassine che rientrano nelle statistiche del dipartimento della Giustizia.
Probabilmente i paraocchi più importanti sono il «fattore Cavalleria» e il «fattore Donna Innocente» che, tanto per cominciare, evitano a molte donne di essere seriamente sospettate. Per giunta, la difesa basata sulle attenuanti talvolta porta al ritiro delle accuse. Per esempio, quando una donna assolda un minore o un uomo, amante o professionista che sia.

A tal proposito, secondo una ricerca di Sonja B. Starr dell’Università del Michigan, “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate” [10] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno “trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato” [11].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divisero questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni).
A titolo esplicativo, riporto un paio di episodi in cui il bias è estremamente evidente: ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [12].
 
Per quanto riguarda il veleno, la teoria di Farrell viene confermata dai dati, che fanno notare come solo il 5% degli assassini di sesso maschile usa il veleno per uccidere, mentre le assassine ne fanno uso nel 35% dei casi come unico metodo e in un altro 45% accompagnandolo con altre strategie di uccisione [13].

Inoltre, nonostante sembri poco usato, nella realtà nel 2002 sono morte 26.435 persone di intossicamento negli USA [14], di cui 3.336 con “intento indeterminato”, vale a dire morti sospette [15].
Mercy e Saltzman, che riprendono i dati dell’FBI dal 1976 al 1985, oltre ad offrirci una statistica in cui gli omicidi di genere verso gli uomini sono circa il 40% (con un 38,5% negli omicidi verso l’ex coniuge e il 42,9% verso il coniuge), ci dicono anche che gli omicidi multipli (che, per il ragionamento visto prima, sono potenzialmente legati all’omicidio su commissione) colpiscono nel 76,2% dei casi gli uomini e solo nel 23,8% delle volte le donne [16].

Infine, se tutto ciò non bastasse, Richard Davis afferma, in un suo studio del 2010: “Un articolo del NIJ Journal (Websdale, 2003) rileva che la violenza domestica può provocare il suicidio. Il Massachusetts Domestic Violence Homicide Report del 2003 (Lauby et al, 2006) osserva che il suicidio può essere attribuito a episodi di violenza domestica. Lo Utah Domestic Violence Related Deaths del 2006 (Utah Domestic Violence Council, 2006) nota che la maggior parte dei suicidi legati alla violenza domestica non sono coperti nella loro relazione. […] Quando i suicidi legati alla violenza domestica sono combinati con gli omicidi di violenza domestica, il numero totale di decessi legati alla violenza domestica è più elevato per i maschi che per le femmine. [17].

Alla luce di questi dati, il fenomeno non è forse di un’emergenza tale da richiedere tempestivamente l’estensione dei servizi telefonici, dei rifugi, dei centri e degli sportelli antiviolenza alle vittime maschili?

Note:

1. [Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”.]
2. [Nicola Graham-Kevan. Distorting Intimate Violence Findings: Playing with Numbers. European Journal on Criminal Policy and Research, December 2007, Volume 13, Issue 3-4, pp 233-234.]
3. [Matthew R. Durose, Caroline Wolf Harlow, Patrick A. Langan, Mark Motivans, Ramona R. Rantala, Erica L. Smith. Family Violence Statistics: Including Statistics on Strangers and Acquaintances. Bureau ofJustice Statistics, June 12, 2005.]
4. [EURES (2010). L’omicidio volontario in Italia. Rapporto Eures-Ansa 2009, Roma.]
5. [Steinmetz, Suzanne K., “The Battered Husband Syndrome,” Victimology 2 (3-4), 1977-78: 499-509.]
6. [Bureau of Justice Statistics, U.S. Department of Justices, Murder in Families, July 1994.]
7. [Breitman N, Shackelford TK, Block CR. Couple age discrepancy and risk of intimate partner homicide. Violence Vict. 2004 Jun;19(3):321-42.]
8. [Titterington V.B., Harper L. (2005). Women as the aggressors in intimate partner homicide in Houston, 1980s to 1990s. Journal of Offender Rehabilitation, Vol. 41(4), 83-98.]
9. [Rosenfeld R. Changing relationships between men and women: A note on the decline in intimate partner homicide. Homicide Studies,  (1997) 1 (1) , pp. 72-83.]
10. [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]
11. [Theodore R. Curry, Gang Lee, S. Fernando Rodriguez (2004). Does Victim Gender Increase Sentence Severity? Further Explorations of Gender Dynamics and Sentencing Outcomes. Crime & Delinquency 50:319–43.]
12. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
13. [Ronald Hinch and Crystal Hepburn. ‘Researching Serial Murder: Methodological and Definitional Problems. Electronic Journal of Sociology (1998), 3, 1-11.]
14. [Violence and Injury Prevention Program (Utah). Complete indicator profile of poisoning incidents (updated on 10/27/09, published on 10/29/09). Utah’s Indicator-Based Information System for Public Health (IBIS-PH); Utah. Center for Health Data.]
15. [https://web.archive.org/web/20050831214544/http://www.nsc.org/lrs/statinfo/odds.htm]
16. [J.A. Mercy, L.E. Saltzman. Fatal violence among spouses in the United States, 1976-85. Am J Public Health. 1989 May; 79(5): 595–599.]
17. [Richard Davis, (2010) “Domestic violence-related deaths”, Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, Vol. 2 Iss: 2, pp.44 – 52.]

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