Leggi sessiste da cambiare

giustizia

In questo articolo parlerò delle principali leggi italiane, europee e di altri Paesi, chiaramente sessiste verso gli uomini. Iniziamo da quelle della nostra penisola:

    • Il decreto legislativo 23 maggio 2000 n. 196, Art. 7, Comma 5, recita: “Detti piani, fra l’altro, al fine di promuovere l’inserimento delle donne nei settori e nei livelli professionali nei quali esse sono sottorappresentate, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera d), della citata legge n. 125 del 1991, favoriscono il riequilibrio della presenza femminile nelle attivita’ e nelle posizioni gerarchiche ove sussiste un divario fra generi non inferiore a due terzi. A tale scopo, in occasione tanto di assunzioni quanto di promozioni, a fronte di analoga qualificazione e preparazione professionale tra candidati di sesso diverso, l’eventuale scelta del candidato di sesso maschile e’ accompagnata da un’esplicita ed adeguata motivazione.”

      In esso notiamo ben due atteggiamenti sessisti:

      1) Si parla di “promuovere l’inserimento delle donne nei settori e nei livelli professionali nei quali esse sono sottorappresentate” ma non si parla di fare lo stesso nei settori dove lo sono gli uomini;

      2) E’ richiesta un’ “esplicita ed adeguata motivazione” solo per i candidati di sesso femminile. E’ necessario un cambiamento che includa una motivazione per entrambi, dato che i motivi sessisti possono esistere in entrambi i casi, ad esempio nei lavori a contatto con i bambini (come nel caso dei maestri), si tende a preferire una figura femminile basandosi su vecchi stereotipi di genere che vedono la donna come più portata alla cura dei bambini rispetto all’uomo.

 

    • Nella legge 53/2000, Art. 14 sul congedo parentale la situazione è ancora una volta diversa tra uomini e donne. Questo diritto non vale per per i poliziotti padri (ma vale perfettamente per le poliziotte madri). Leggiamo:

      “1. I benefici previsti dal primo periodo del comma 1 dell’articolo 13 della legge 7 agosto 1990, n. 232, sono estesi, dalla data di entrata in vigore della presente legge, anche alle lavoratrici madri appartenenti ai corpi di polizia municipale.”

 

    • La legge n. 215/1992 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile” è totalmente sessista, ma vediamo le parti più significative (Art. 2):

      “1. Possono accedere ai benefici previsti dalla presente legge i seguenti soggetti: a. le società cooperative e le società di persone, costituite in misura non inferiore al 60 per cento da donne, le società di capitali le cui quote di partecipazione spettino in misura non inferiore ai due terzi a donne e i cui organi di amministrazione siano costituiti per almeno i due terzi da donne, nonché, le imprese individuali gestite da donne, che operino nei settori dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura del commercio, del turismo e dei servizi; b. le imprese, o i loro consorzi, le associazioni, gli enti, le società di promozione imprenditoriale anche a capitale misto pubblico e privato, i centri di formazione e gli ordini professionali che promuovono corsi di formazione imprenditoriale o servizi di consulenza e di assistenza tecnica e manageriale riservati per una quota non inferiore al 70 per cento a donne.”

      Si parla di numeri come: “non inferiore al 60 per cento”, “due terzi a donne”, “due terzi da donne”, “non inferiore al 70 per cento a donne” e addirittura “gestite da donne”.

      Provate a sostituire “donne” con “uomini” e avrete una legge sessista, anzi la legge sessista già lo è.

 

    • La legge n.125 del 10 aprile 1991, “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro”, nell’articolo 1 afferma:

      “Le disposizioni contenute nella presente legge hanno lo scopo di favorire l’occupazione femminile e di realizzare l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro, anche mediante l’adozione di misure, denominate azioni positive per le donne, al fine di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità.”

      Ovviamente anche qui viene ignorata l’occupazione maschile e viene preso per assunto che la parità si ottenga tramite favoreggiamento delle donne, ignorando totalmente i casi in cui sia l’occupazione maschile a essere minore. E ancora più ovvio è che il resto della legge sia pertanto completamente sessista.

 

    • La riforma del lavoro Fornero (Legge 92/2012 articolo 4, commi 8-11) ha, come categorie di lavoratori oggetto di “incentivo”, cioè una riduzione del 50% per 12 mesi sulla contribuzione dovuta dal datore di lavoro nel caso di assunzioni:

      1) uomini e donne con almeno cinquanta anni di età e disoccupati da oltre dodici mesi;

      2) donne di qualunque età, residenti in aree svantaggiate e prive di impiego da almeno sei mesi;

      3) donne di qualsiasi età, con una professione o di un settore economico caratterizzati da un’accentuata disparità occupazionale di genere e prove di impiego da almeno sei mesi;

      4) donne di qualsiasi età, ovunque residenti e prive di impiego da almeno ventiquattro mesi.

      Inutile dire che discrimina gli uomini che condividono le stesse situazioni delle donne nei punti 2, 3 e 4.

 

    • Per quanto concerne invece la coscrizione militare forzata, ovvero il servizio di leva obbligatorio, sebbene attualmente sospeso, in virtù dell’articolo 2, comma 1, lettera f, della legge n. 331 del 14 novembre 2000, che recita:

      “f) personale da reclutare su base obbligatoria, salvo quanto previsto dalla legge in materia di obiezione di coscienza, nel caso in cui il personale in servizio sia insufficiente e non sia possibile colmare le vacanze di organico mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non piu’ di cinque anni, nei seguenti casi:

      1) qualora sia deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione;

      2) qualora una grave crisi internazionale nella quale l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifichi un aumento della consistenza numerica delle Forze armate.”

      si comprende bene che la leva obbligatoria, in caso di guerra o di conflitto internazionale, possa venir riesumata, senza estendersi alle donne. Infatti in questo caso torneremmo alle disposizioni del decreto legislativo n. 504 del 30 dicembre 1997, che afferma nel primo articolo:

      “1. I cittadini italiani maschi sono chiamati alla leva nel trimestre in cui compiono il diciottesimo anno di eta’ e comunque non prima del raggiungimento della maggiore eta’”

 

    • La legge sull’infanticidio (Art. 578 del Codice Penale) dà pene minori alla madre (reclusione da 4 a 12 anni) rispetto al padre e agli sconosciuti (reclusione non inferiore ad anni 21).

      Andrebbe cambiata equiparando le pene tra i due genitori e aumentandole rispetto a quelle degli estranei (dato che normalmente la parentela è un’aggravante!)

 

    • L’articolo 30 della Costituzione afferma:

      “La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”, in cui “paternità” andrebbe cambiato con “genitorialità”.

 

    • L’articolo 31 della Costituzione invece dice che la Repubblica “Protegge la maternità […] favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. Qui è “maternità” che andrebbe cambiata con “genitorialità”.

 

    • La Legge 8 marzo 2001, n. 40 “Misure alternative alla detenzione per detenute con figli minori” è sessista già da come si pone. La principale mancanza di parità si riscontra laddove afferma che le donne condannate possono scontare pene detentive ai domiciliari se hanno figli minori di 10 anni. I padri possono fare lo stesso? No, solo “quando la madre sia deceduta o altrimenti assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole”. E’ evidente che questa legge non tutela i padri.

 

    • Sebbene la legge contro il femminicidio (Legge 15 ottobre 2013, n. 119) sia per la maggior parte neutra per il genere, vi sono alcuni articoli che fanno eccezione e che sono effettivamente da cambiare, ad esempio:
      Art. 5:
      “a) prevenire il fenomeno della violenza contro le donne attraverso l’informazione e la sensibilizzazione della collettività, rafforzando la consapevolezza degli uomini e dei ragazzi nel processo di eliminazione della violenza contro le donne e nella soluzione dei conflitti nei rapporti interpersonali”
      Esclude le vittime maschili di violenza femminile, sebbene la violenza di genere possa essere in entrambe le direzioni.

      “d) potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli attraverso modalità omogenee di rafforzamento della rete dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza alle donne vittime di violenza”
      Non parla del sostegno a centri e servizi antiviolenza che assistano anche gli uomini vittime di violenza.

      “d) della necessità di riequilibrare la presenza dei centri antiviolenza e delle case-rifugio in ogni regione, riservando un terzo dei fondi disponibili all’istituzione di nuovi centri e di nuove case-rifugio al fine di raggiungere l’obiettivo previsto dalla raccomandazione Expert Meeting sulla violenza contro le donne – Finlandia, 8-10 novembre 1999.”
      Stesso discorso di prima.

      E infine:
      “3. I centri antiviolenza e le case-rifugio, alle quali e’ garantito l’anonimato, sono promossi da: […]
      b) associazioni e organizzazioni operanti nel settore del sostegno e dell’aiuto alle donne vittime di violenza, che abbiano maturato esperienze e competenze specifiche in materia di violenza contro le donne, che utilizzino una metodologia di accoglienza basata sulla relazione tra donne, con personale specificamente formato;”

      Esclude ancora una volta sia le vittime maschili di violenza sia metodologie di accoglienza basate sulla relazione tra uomini.

 

    • La Legge Regionale 13 giugno 1989, n. 39 della Sardegna, così come molte analoghe in altre regioni che regolano le Commissioni Regionali per le Pari Opportunità, afferma all’articolo 3, comma 1, che “la Commissione è composta da venti donne”. Ovviamente è assurdo che un organo contro le discriminazioni sessuali neghi l’accesso in base al sesso!

Passiamo adesso all’Europa:

    • La Direttiva 2006/54/CE, Articolo 16, dice:

      “La presente direttiva lascia impregiudicata la facoltà degli Stati membri di riconoscere diritti distinti di congedo di paternità e/o adozione” mentre sancisce il diritto al congedo di maternità.

      Ovviamente il testo andrebbe cambiato sancendo l’obbligo a riconoscere i diritti di congedo di paternità e/o di adozione.

 

    • Convenzione di Istanbul: parte dal presupposto sbagliato che la violenza sulle donne sia maggiore di quella sugli uomini, non fa riferimento alle vittime maschili di violenza, ma vediamo alcuni esempi degli aspetti più sessisti di questo documento:

      Articolo 2:

      “1 La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato.

      2 Le Parti contraenti sono incoraggiate ad applicare le disposizioni della presente Convenzione a tutte le vittime di violenza domestica.[…]”

      Questa parte apre due problemi:

      1) L’articolo afferma in sostanza che se la vittima è donna, la Convenzione si applica, mentre se è uomo, si è incoraggiati ad applicare (ovvero non vi è obbligatorietà).

      2) L’articolo parla di violenza contro le donne come complesso maggiore della semplice violenza domestica, mentre gli uomini vittime ma non tramite violenza domestica sono esclusi, anche nel caso di una violenza di genere.

      E con questa (sempre all’interno dello stesso articolo) va a cadere il principio di non discriminazione:

      “Nell’applicazione delle disposizioni della presente Convenzione, le Parti presteranno particolare attenzione alla protezione delle donne vittime di violenza di genere.”

      Articolo 60:

      “1. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’articolo 1, A (2) della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare/sussidiaria.”

      La violenza contro gli uomini qui è esclusa.

      Articolo 61:

      “2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime della violenza contro le donne bisognose di una protezione, indipendentemente dal loro status o dal loro luogo di residenza, non possano in nessun caso essere espulse verso un paese dove la loro vita potrebbe essere in pericolo o dove potrebbero essere esposte al rischio di tortura o di pene o trattamenti inumani o degradanti.”

      Le vittime della violenza contro gli uomini sono escluse.

 

    • Trattato di Amsterdam, art. 141 [ex art. 119]:

      “Allo scopo di assicurare l’effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, il principio della parità di trattamento non osta a che uno Stato membro mantenga o adotti misure che prevedono vantaggi specifici diretti a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali.”

      Il testo va a creare diversi problemi:

      1) I vantaggi relativi a un sesso sono sessismo, quindi è una contraddizione voler sostituire il sessismo con altro sessismo.

      2) Se sono ammessi privilegi per il sesso sottorappresentato, è molto probabile che alla lunga esso diventi quello sovrarappresentato.

      3) Assumere persone in base a un sesso normalmente significa andare a minare la competenza. Una parità numerica è auspicabile a pari competenza, ma se in un lavoro ci sono solo donne con un’alta competenza o solo uomini con un’alta competenza, prendere metà personale con competenza minore è davvero giusto? Non significa andare in contrasto con la meritocrazia?

      Per ovviare alla discriminazione certamente presente nei luoghi di lavoro sarebbe dunque più opportuno sostituire le quote e le azioni positive con la creazione di comitati etici/osservatori sulle discriminazioni nei posti di lavoro, formati in egual numero da uomini e da donne, che abbiano la facoltà di multare gli atteggiamenti sessisti nell’assunzione, nel salario e in tutte le altre occasioni.

Infine, un esempio di leggi sessiste fuori dall’Europa:

    • Articolo 80, comma 11 del codice penale Argentino:

      “A una mujer cuando el hecho sea perpetrado por un hombre y mediare violencia de género”

      In essa l’uccisione di una donna da parte di un uomo è ritenuta più grave dell’uccisione di un uomo da parte di una donna, di un altro uomo o di una donna da parte di un’altra donna. Il termine neutro “violenza di genere” viene poi snaturato applicandolo a un solo verso.

 

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