Archivi del mese: ottobre 2014

Perché la lotta per la parità genitoriale è una battaglia femminista e risposte ad alcuni dubbi

mother she knowsVogliamo demolire gli stereotipi o rafforzarli?

Il femminismo è per definizione un movimento che mira alla demolizione dei ruoli di genere. Uno dei principali è quello che associa le donne alla figura di madri, vedendo questa mansione come la più elevata aspirazione a cui una donna possa tendere. Questo conduce al classico stereotipo dell’”uomo al lavoro e la donna a casa con i figli”, ma anche – e su questo si concentrerà l’articolo – alla donna come “figura di accudimento naturale per il bambino”. Questo bias porta inevitabilmente conseguenze, e una delle principali riguarda i divorzi e le separazioni. Perché diciamo questo? Perché i dati ce lo confermano. Sappiamo che la maggior parte delle volte, nelle separazioni, i figli vengono affidati alle madri. In base a quale principio ciò avviene?
Sentiamo la motivazione direttamente dalle parole del presidente del Tribunale di Como:
«Personalmente ritengo tuttavia che una cattiva madre sia sempre meglio di un cattivo padre: la madre è sempre più all’altezza del suo ruolo educativo. Solo in rari casi ho disposto l’affido al padre quando la madre aveva creato altre realtà familiari e questo rappresentava un fattore negativo per la crescita del bambino» [1].
È dunque palese che alla base della disparità nei divorzi e nelle separazioni vi sia una precisa forma mentis che ingabbia e relega le madri al ruolo di caregiver, ruolo che lo stesso Ordine degli Psicologi, l’American Psychological Association e altre associazioni pediatriche, psicologiche, psichiatriche e psicoanalitiche mondiali hanno completamente demolito (grazie soprattutto alle ricerche sullo stato di salute mentale dei bambini affidati a coppie omosessuali, che hanno ormai distrutto la credenza per cui i genitori siano importanti in quanto uomini o donne, sostituendola con quella di figure di attaccamento primario a cui il bambino si lega e da cui non dovrebbe essere allontanato per un buono sviluppo psicologico). Vi sono, d’altra parte, numerose leggende in proposito della vicenda delle separazioni, che andremo adesso ad affrontare e commentare, tenendo allo stesso tempo in considerazione che effettivamente casi di malagiustizia verso le madri single esistono, ma che sia innegabile (e i dati lo dimostrano) ed essenziale riconoscere lo stereotipo sottostante la disparità negli affidamenti e che solo in questo modo sarà possibile superarlo, liberando le donne da una visione dei ruoli che finora le ha condotte a essere viste come “schiave della casa e della prole”. Iniziamo dal primo dubbio:

“L’affido dei bambini sarebbe attribuito nell’80% dei casi alle madri – notano – ma senza specificare che nella maggioranza dei casi questa decisione è il frutto della richiesta di entrambi i genitori. Solo il 18,8% dei padri reclamerebbero la concessione della residenza alternata e la otterrebbero nel 17,3% dei casi, secondo i dati del Ministero della Giustizia (2013). Solo il 2% dei divorzi e il 6% delle separazioni darebbe luogo ad un disaccordo sulla residenza del bambino. Inoltre “il 93% dei padri e il 96% delle madri – percentuale analoga – vedrebbe accolta la propria richiesta dal Tribunale””

Vediamo cosa dice l’Eurispes in proposito:

Consensuali vere e false. La percentuale di separazioni consensuali nel 2010 è stata dell’85,5%, quella delle separazioni giudiziali del 14,5%. Questo potrebbe indurre qualcuno a pensare che la presunta conflittualità nel momento della separazione non esista. In realtà queste cifre sono vere, naturalmente, ma non rispecchiano la realtà. Il fatto è che la separazione consensuale richiede molto meno tempo (in media 150 giorni contro gli 891 di una separazione giudiziale) e costa meno in termini di denaro. […] Purtroppo la legge 54 ha visto in buona parte tradito lo spirito che aveva animato il legislatore. I giudici emettono sentenze nelle quali si usa la formula “affido condiviso”, ma la sostanza – nei modi e nei tempi dell’affidamento – è la fotocopia del vecchio affido monogenitoriale. Il genitore convivente è quasi sempre la madre, il padre ha regolarmente una posizione residuale e i tempi di frequentazione a lui concessi ricalcano i tempi del vecchio “diritto di visita”. Altro punto dolente della legge 54 è quello relativo alla assegnazione della casa coniugale. [2]

Gli studi americani confermano questo dato, difatti gli accordi informali sono solo 0,6 milioni, contro 7,3 milioni di accordi legali (ovvero dove si sono già sentiti gli avvocati e si è già capito cosa sarebbe possibile ottenere e cosa no in tribunale) e 5,5 milioni senza accordo [3].

Il numero riportato, poi, è francese, e nello stesso report si legge che nei casi di disaccordo il giudice fissa la residenza nel 63% presso la madre e appena nel 24% dal padre (il dato del 93% e del 96% si riferisce invece ai casi di accordo – che come abbiamo visto sono quasi tutti accordi legali e quindi contrattazioni) [4].

Passiamo allora ad altri dubbi:

“E poco importa se le statistiche invece ci dicono che, dopo una separazione, sono le donne (24%) quelle a rischio povertà rispetto agli uomini (15,3%), sono le donne (39%) che tornano dai genitori più spesso degli uomini (32%) e sempre le donne (36,8%) prendono in affitto un’altra abitazione, gli uomini (30,5%) in percentuale minore.”

In realtà, per quanto concerne la povertà, le statistiche fanno riferimento a persone separate “o riconiugate in famiglie” [5]. Quindi anche semplicemente persone che hanno avuto una nuova unione e che addebitano a quest’ultima la propria situazione di povertà. In che modo il divorzio precedente influisce sullo stato economico della persona con cui si sceglie di mettersi insieme successivamente? Per l’affitto e il ritorno dai genitori, l’ISTAT si riferisce a chi, per colpa della separazione, “ha cambiato abitazione” [5]. Dunque parliamo del genitore a cui non viene assegnata la casa, e dunque di una minoranza di donne rispetto agli uomini.

Ulteriore affermazione:

“Prendiamo un’altra fonte: la Caritas Italiana. Del 12,7% di separati/divorziati che chiede aiuto alla Caritas, il 66,5% è donna, il 33,5% è uomo e “non ci sono modifiche significative nel tempo di questo rapporto”, dicono all’Ufficio studi dell’organizzazione pastorale della Cei (Conferenza episcopale italiana), e aggiungono: non riscontriamo il fenomeno dei padri separati che ricorrono alla Caritas così come viene descritto.”

Il dato è falso, si legge infatti sul rapporto della Caritas del 2014:

“Tra i separati/divorziati che si sono rivolti al circuito ecclesiale la gran parte è di nazionalità italiana (85,3%); in termini di genere c’è una leggera prevalenza delle donne (53,5%),rispetto agli uomini (46,5%) anche se si può parlare quasi di un’equa divisione.

Ma questo numero è parziale e non tiene conto delle tantissime persone senzatetto che si rivolgono ad altre associazioni.

Andiamo dunque a vedere quanti sono i senzatetto e qual è il loro genere. Anno 2011, ISTAT [6]:

“Le persone senza dimora sono per lo più uomini (86,9%)” e “le donne rappresentano il 13,1% delle persone senza dimora, con caratteristiche del tutto simili a quelle osservate tra gli uomini”. Considerato dunque che – nel complesso dei senzatetto – “il 59,5% si è separato dal coniuge e/o dai figli”, troviamo una maggioranza di uomini rispetto alle donne.

Quando parliamo invece delle persone che si rivolgono ad un Help Center all’interno di una stazione ferroviaria italiana, troviamo nel 2012 il 76,9% di uomini e nel 2013 il 79%.

Nel report dell’ONDS (Osservatorio Nazionale sul Disagio nelle Stazioni italiane), si riporta: “tra questi vi sono anziani in stato di indigenza, ma anche padri separati, disoccupati di lunga durata, pazienti psichiatrici. In generale, la minore presenza di donne senza dimora o in condizione di disagio (20,5%) si può spiegare mediante alcune considerazioni di carattere generale: anzitutto, la maggiore capacità delle donne di reinserirsi nel tessuto sociale e lavorativo (alcuni lavori sono svolti quasi esclusivamente da donne, come il lavoro da badante, molto diffuso tra le immigrate); vi è anche probabilmente una maggior attenzione e cura verso quei legami familiari che fungono da vera e propria rete “di salvataggio” nelle situazioni di difficoltà.” [7].

Questi dati correlano con quelli esteri, ad esempio vediamo cosa ci dicono gli studi statunitensi: a New York e Philadelphia i senzatetto “transizionali ed episodici” sono maschi nell’81,5% e 81,8% dei casi rispettivamente, mentre quelli “cronici” sono maschi – ancora una volta rispettivamente – nell’82,3% e nel 71,1% dei casi [8].

Invece, sempre in Europa, nei Paesi Bassi, 8 senzatetto su 10 sono uomini [9].

Tornando all’Italia, secondo il Rapporto Istat 2010 su separazioni e divorzi, l’assegnazione della casa coniugale va solo nel 14,2% dei casi al marito e nel 36,3% (più del doppio) alla moglie nel caso dei divorzi, mentre contando le sole separazioni, la casa va nel 21,5% dei casi al marito e nel 56,2% (ancora una volta più del doppio) alla moglie [10].

Un’ulteriore affermazione è la seguente:

“Ora: i separati uomini in Italia sono 640 mila, di cui con prole il 34%, pari a circa 200 mila. Dove li tiriamo fuori 4 milioni di papà allontanati dai figli? E gli 800 mila in stato di indigenza? Ammettiamolo… 4 milioni … 800mila… sono numeri sparati a caso!”

In realtà i numeri sono diversi, secondo l’Eurispes ad esempio, “sono oltre 170mila ogni anno le persone che, in Italia, vivono la separazione. E ogni anno circa centomila bambini e ragazzi minori vedono i genitori allontanarsi l’uno dall’altro. Ogni anno le separazioni aumentano al ritmo del 2-3%”. Ergo il dato dei 200 mila si raggiunge circa in 4 anni. Lo stesso Eurispes afferma: “In Italia i padri separati sono circa quattro milioni e di questi 800mila rasentano la soglia della povertà. Nell’80% dei casi, corrispondendo il mantenimento dovuto si ritrovano con poche risorse, arrivando talora a dover accedere ai servizi di assistenza e di carità per sopravvivere.” [2].

Note:

[1] Sara Severini. Con la crisi boom di separazioni. Gli ex portano i soldi in Svizzera. Intervista a Nicola Laudisio, Presidente del Tribunale di Como. Mercoledì, 8 maggio 2013, affaritaliani.it.

[2] Eurispes. Quando separazione e divorzio diventano un dramma sociale. Padri separati, i nuovi poveri La lentezza dei giudizi di divorzio sotto la lente della Corte Europea di Strasburgo. Il problema delle finte consensuali. Mercoledì, 10. Aprile 2013.

[3] Timothy S. Grall. Custodial Mothers and Fathers and Their Child Support: 2001. U.S. Dept. of Commerce, Economics and Statistics Administration, U.S. Census Bureau (2003).

[4] Maud Guillonneau, Caroline Moreau. La résidence des enfants de parents séparés. De la demande des parents à la décision du juge. Exploitation des décisions définitives rendues par les juges aux affaires familiales au cours de la période comprise entre le 4 juin et le 15 juin 2012. Ministere de la Justice, Direction des Affaires Civiles et du Sceau, Pole d’evalutation de la justice civile, Novembre 2013.

[5] ISTAT. Anno 2009. Condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio. 7 dicembre 2011.

[6] ISTAT. Anno 2011. Le persone senza dimora. 9 ottobre 2012.

[7] ONDS. Rapporto annuale 2013 dei centri di ascolto e orientamento presenti nelle stazioni ferroviarie italiane e denominati Help Center. 2013.

[8] Kuhn, R. and Culhane, D. (1998). Applying cluster analysis to test a typology of homelessness by pattern of shelter utilization: results from the analysis of administrative data. American Journal of Community Psychology. 26(2): 207-232.

[9] Statistics Netherlands. 17 homeless in every 10 thousands Dutch. Web magazine, 03 December 2010.

[10] ISTAT. Anno 2010. Separazioni e divorzi in Italia. 12 luglio 2012.

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Gender o… semplicemente Scienza? Debunking del neurosessismo di Connellan e Baron-Cohen

neurosessismo Recentemente un articolo, “Gender: una teoria scientificamente infondata”, ha affermato come vi fossero differenze innate e cerebrali tra i sessi. Nella prima parte le argomentazioni vertono sul cosiddetto “Paradosso Norvegese” (da noi già demolito qui), mentre nell’altra si rifanno al lavoro di Jennifer Connellan, Simon Baron-Cohen e colleghi, che nel 2000 hanno pubblicato un articolo “”scientifico”” chiamato “Sex differences in human neonatal social perception”. Il laboratorio del dr. Baron-Cohen ha condotto, per questo studio, una ricerca sui bambini che avevano in media un giorno e mezzo, prima di qualsiasi priming di genere inconsciamente passato dai genitori ai figli. Jennifer Connellan, una delle studentesse laureate del dr. Baron-Cohen, che ha condotto lo studio, ha mostrato dei cellulari e quindi il proprio volto ai bambini. I risultati hanno mostrato che i bambini tendevano a guardare più i cellulari, le bambine più le facce. La dottoressa Corrdelia Fine, nel suo libro “Delusions of Gender” (in italiano “Maschi = Femmine”), smantella lo studio, citando, tra gli altri difetti di progettazione, il fatto che la signora Connellan conosceva il sesso dei bambini. Dato che era il suo viso che stavano guardando e lei teneva il cellulare, la dott.ssa Fine afferma che Connellan abbia inavvertitamente spostato il cellulare di più quando aveva a che fare con i bambini, oppure guardato più direttamente, o con occhi più grandi, le bambine. Inoltre i risultati non erano neanche così distanti di per sè, ad esempio la percentuale di tempo speso a guardare era:

Cellulare: bambini 51%, bambine 41%.

Faccia umana: bambini 41%, bambine 49%.

Altro: bambini 8%, bambine 10%.

In aggiunta, Fine fa notare che la correlazione non è causalità. Infatti potevano esservi alla base altre differenze che non sono legate alla sfera cognitiva, come quella olfattiva. Senza contare che non abbiamo alcuna idea se le preferenze dei neonati riflettano quelle che saranno le loro successive abilità. Insomma, da qui ad arrivare a dire che i bambini sono più “sistematizzanti” e le bambine più “empatiche”, ce ne vuole. Si va proprio di fantasia. Come si fa a considerare uno studio senza neanche il doppio cieco come una rivelazione, quando anche il più becero esperimento dovrebbe prevederlo?
Se ciò non bastasse, altri studi hanno effettuato esperimenti simili, ma i risultati non hanno combaciato con quelli di Connellan e Baron-Cohen. Leggiamo infatti, che un articolo che prende in esame le affermazioni secondo cui “(a) i maschi sono più concentrati sugli oggetti dall’inizio della vita e quindi sono predisposti per un migliore apprendimento su sistemi meccanici; (b) i maschi hanno un profilo di abilità spaziali e numeriche che produce una maggiore attitudine per la matematica; e (c) i maschi sono più variabili nelle loro abilità cognitive e quindi predominano nell’alto raggiungimento del talento matematico”, arriva alle seguenti conclusioni:

La ricerca sullo sviluppo cognitivo nei neonati umani, nei bambini in età prescolare, e sugli studenti a tutti i livelli non riesce a sostenere tali affermazioni. Invece, fornisce la prova che il ragionamento matematico e scientifico si sviluppa da un insieme di capacità cognitive a base biologica che maschi e femmine condividono. Queste capacità conducono gli uomini e le donne a sviluppare parità di talento per la matematica e le scienze.
[…]
L’esperimento è insolito, tuttavia, sotto tre aspetti. In primo luogo, è solo. E’ consuetudine, nella ricerca infantile, replicare i principali risultati ed assemblare esperimenti multipli a sostegno di qualsiasi pretesa. Nessuna replicazione dell’esperimento di Connellan e colleghi è stata pubblicata, tuttavia, e nessuna replica non pubblicata è stata menzionata nelle discussioni di Baron-Cohen (2003, 2005a) sui loro risultati. La mancanza di replicazione è particolarmente curiosa, perché una maggiore e più vecchia letteratura suggerisce che maschi e femmine siano interessati equamente in persone e oggetti (Maccoby & Jacklin, 1974). Numerosi esperimenti nel 1960 confrontavano l’attenzione visiva a facce rispetto a pattern inanimati. Uno studio, per esempio, ha valutato l’attenzione visiva infantile a una persona dal vivo in un ambiente di gioco libero a uno e tre mesi e ha valutato la loro attenzione visiva a immagini di volti e display inanimati in un ambiente controllato a quest’ultima età (Moss & Robson, 1968). I neonati maschi e femmine guardavano ugualmente alla persona dal vivo ad entrambe le età. A tre mesi, tutti i bambini guardavano più il volto che il display inanimato, e questa preferenza era maggiore per i neonati di sesso maschile. Questi risultati, come gli altri dalla ricerca più recente (vedi Rochat, 2001 per una rassegna), non portano alcuna evidenza che i bambini di sesso maschile siano più concentrati su oggetti e le bambine sono più concentrate sulle persone provenienti dai reparti di nascita.
Secondo, l’esperimento di Connellan e colleghi (2000) esperimento non prova a determinare la base della preferenza dei neonati tra la persona e gli oggetti. Asserzioni secondo cui i neonati preferiscano una categoria di soggetti ad un’altra devono affrontare un range di domande critiche. Si ritiene che la preferenza dipenda dalla distinzione categorica tra i soggetti o sulle altre differenze tra i due display, come il loro range di mobilità o di distribuzione del colore o di contrasto? La preferenza è generalizzabile ad altri membri delle due categorie, o è specifica per la coppia collaudata? (Per le recenti discussioni su questi problemi, si vedano Cohen, 2003; Mandler, 2004; Quinn & Oates, 2004; Shutts & Spelke, 2004). Connellan e colleghi non hanno neppure considerato queste domande.
Terzo, Connellan e colleghi (2000) non hanno discusso i controlli critici contro i bias dello sperimentatore. Dato che i neonati lattanti non possono tenere la testa eretta, le loro preferenze visive sono influenzate dal modo in cui sono posizionati e supportati; dato che uno dei due stimoli è stata una persona vivente ed espressiva, anche le preferenze potrebbero essere influenzate dal comportamento di quella persona. Baron-Cohen (2005a) ha indicato che gli sperimentatori hanno tentato di minimizzare i bias, ma una replicazione con controlli più rigorosi sarebbe auspicabile.
[…]
Migliaia di studi su neonati umani, condotti nell’arco di tre decenni, non forniscono alcuna prova di un vantaggio maschile nella percezione, apprendimento, o ragionamento sugli oggetti, sui loro movimenti e sulle loro interazioni meccaniche. Invece, i neonati maschi e femmine percepiscono e imparano a conoscere gli oggetti in modo altamente convergente. Questa conclusione si accorda bene con quella di Mac-Coby e Jacklin (1974), la cui review di una letteratura più vecchia li ha portati a caratterizzare l’idea che le ragazze siano più orientate socialmente e i ragazzi siano più orientato agli oggetti come la prima di molte “credenze infondate sulla differenza tra i sessi” (p.349).”

[Spelke ES. Sex differences in intrinsic aptitude for mathematics and science?: a critical review. Am Psychol. 2005 Dec;60(9):950-8.]