Approfondimenti su violenza domestica, CTS e terrorismo intimo

Un articolo pubblicato sul blog Abbatto i Muri, ““Perchè non sono femminista”: una replica argomentata”, riporta una risposta estera che a sua volta attacca le istanze maschili emerse dal video di Lauren Southern, opinionista web.

Date le molte inesattezze volte a sminuire o a negare le problematiche maschili, mi sono preso la briga di rispondere.

Citerò alcune parti e le commenterò argomentando e talvolta portando letteratura scientifica a supporto della mia posizione:

1) tu chiedi: “Perchè le femministe non parlano in egual modo dei problemi legati ai generi?”
Laureen, se guardi alla storia del femminismo la risposta è lampante… Il femminismo è figlio dei movimenti per i diritti delle donne. Le radici della letteratura e dell’attivismo femminista sono quindi legate alla lotta contro la disuguaglianza delle donne.

Quindi se ne deve dedurre che tutte le volte in cui si è affermato che “il femminismo è anche per gli uomini” e “il femminismo è per tutti” fossero bugie?

le disuguaglianze che riguardano le donne, che includono: il mancato riconoscimento del loro status di cittadini completi; la negazione del diritto di disporre del proprio corpo; la mancanza di protezione dalla violenza domestica e per strada, nonchè la particolare violenza che viene loro riservata in guerra; le restrizioni imposte alle donne che cercano di avere le stesse opportunità degli uomini; le sovraimposizioni di genere che negano di fatto alle donne di esprimere liberamente la propria personalità, sessualità e identità di genere; la mancanza di rispetto e attenzione riservata alle voci delle donne e alle loro esperienze; la svalutazione del lavoro femminile; la mancanza di libertà quando si tratta di amore, e il dare per scontato che siano tutte eterosessuali; l’assenza delle donne nei luoghi di potere in cui si prendono decisioni che le riguardano personalmente; le onnipresenti disuguaglianze determinate da razza, etnia, colonialismo, cittadinanza, identità di genere, sessualità, disabilità e lingua che si sommano a quelle di genere.

Allora, 3/4 di queste affermazioni non significano nulla, tipo “il mancato riconoscimento del loro status di cittadini completi”… eh?! O vuol dire che si sta negando la cittadinanza alle donne o è una semplice frase a effetto senza significato.
Per la questione violenza domestica e per strada, strano, visto che gli uomini sono la maggioranza delle aggressioni in strada [1], e sono la metà delle vittime di violenza domestica (ci arriveremo dopo).
Per quanto riguarda “la particolare violenza che viene loro riservata in guerra”, strano perchè secondo diversi articoli vi è una mancanza di riconoscimento proprio nei confronti della violenza di genere contro gli uomini nelle situazioni di conflitto, che include violenza sessuale, coscrizione forzata e massacro selettivo per il sesso [2]. In ambito di “gendericidio” (genocidio di genere) è possibile trovare molto materiale sui genocidi di genere contro gli uomini su Gendercide Watch.
Per quanto riguarda la mancanza di attenzione riservata alle voci delle donne e alle loro esperienze è singolare, dato che esistono diversi enti interni alle Nazioni Unite (prima fra tutte UN Women) e alla Casa Bianca (pensiamo al White House Council on Women and Girls) che si occupano esclusivamente delle questioni femminili. Corrispettivi per le questioni maschili non ve ne sono.
Infine, per la questione eterosessualità, razza, etnia, ecc. non si tratta di questioni femminili. Anzi, addirittura in ambito omofobia la stragrande maggioranza delle vittime sono uomini gay.

Prendi ad esempio il problema degli uomini morti in guerra: le femministe hanno scritto moltissimo su quanto i modelli di mascolinità siano determinanti nel produrre una società in cui gli uomini devono incarnare uno spirito di sacrificio stoico, una fisicità forte e virile, mentre invece ci si aspetta che le donne siano deboli, passive e bisognose di protezione (da parte dell’uomo). […]
Per darti un’idea, ecco cosa scrive la femminista Iris Marion Young (2003) a proposito della “logica del ruolo protettivo maschile”:

Nella logica patriarcale, il ruolo maschile del protettore pone i protetti, paradigmaticamente donne e bambini, in una posizione subordinata di dipendenza e obbedienza.

E’ proprio questo il problema: come si può esaminare dall’esempio, le istanze maschili vengono prese da un certo femminismo come problematiche delle donne. Un uomo muore per proteggere una donna? “Che vergogna, che disuguaglianza, le donne sono considerate non in grado di proteggersi!”. Le donne sono viste come vittime anche quando lo sono gli uomini.
Il problema è che questo modo di interpretare le cose può essere effettuato in entrambe le direzioni. Anche quando una donna subisce discriminazione possiamo vederla come una discriminazione contro gli uomini: alle donne viene detto che se vengono stuprate è perchè si sono vestite troppo scollate? Che vergogna, questa società ginocentrica considera gli uomini tutti dei possibili stupratori! E così via.

Aggiungerò solo un’altra piccola nota: una delle ragioni per cui c’è una sproporzione fra morti maschili e morti femminili in guerra è che le attitudini spiccatamente sessiste dell’esercito americano hanno storicamente sbarrato la strada alle donne soldato. Se cerchi uguaglianza quando si parla di carriera militare, dovresti buttare un’occhio ai lavori di femministe come Cynthia Cohn o Megan MacKenzie, che hanno scritto materiale davvero convincente riguardo alla credenza che le donne non sanno combattere, mettendo in discussione la loro esclusione aprioristica dal campo di battaglia.

Ah sì? E le femministe di prima ondata che parteciparono alla Campagna delle Piume Bianche? Quelle le ignoriamo? Si trattava di gruppi di donne che davano piume bianche in pubblico agli uomini che fecero obiezione di coscienza al servizio militare e che in questo modo venivano umiliati pubblicamente, chiamati codardi e così via.
Se siete interessati, ne parla anche un articolo del Guardian, intitolato “Prima guerra mondiale: Come le piume bianche della cosiddetta codardia portarono ancora più uomini alla morte”.

Passiamo adesso alla questione violenza domestica:

a seconda di dove vai a cercare, puoi trovare statistiche estremamente diverse. Alcune ti mostreranno ciò che tu descrivi (una relativa simmetria fra i due generi), mentre altre riporteranno che sono in particolar modo le donne ad essere vittima di Violenza Privata da parte del Partner (VPP). Perchè ci sono dunque cifre così diverse? Michael Johnson (2011) ha scritto un articolo molto interessante che risponde in maniera diretta alla tua affermazione, intitolato Gender and types of intimate partner violence: A response to an anti-feminist literature review, ma proverò a riassumere brevemente il concetto. […] Ne emerge che esistono alcune importanti tipologie di VPP, molto differenti fra loro […]:

Violenza Coercitiva e Dispotica: è la prima cosa che viene in mente alla maggior parte delle persone quando si parla di violenza domestica. Questo tipo di VPP è consueta, ed è usata per controllare il partner avvalendosi di molte forme di coercizione (il ricatto economico, il plagiare i figli, la colpevolizzazione, l’abuso sessuale e emotivo, l’intimidazione e l’uso di violenza fisica). Questo tipo di violenza ha maggiori probabilità di sfociare in lesioni fisiche e morte. Sebbene anche gli uomini possano esserne vittima, in generale la stragrande maggioranza di questo genere di violenza è perpetrato da uomini etero ai danni delle loro partner femminili. Esso affonda le proprie radici nel patriarcato e nella misoginia. Come riportato da Johnson e Kelly, è questo il tipo di violenza che i dati raccolti tramite le case d’accoglienza, i programmi di riabilitazione governativi, i rapporti di polizia e i pronto soccorso, tendono a mettere in evidenza.

Allora, in primis usiamo i termini come si devono, non è chiamata ufficialmente “Violenza Coercitiva e Dispotica”, ma “Terrorismo Intimo”.
Per quanto riguarda l’assunto che “in generale la stragrande maggioranza di questo genere di violenza è perpetrato da uomini etero ai danni delle loro partner femminili”, esso è falso. Perchè?
Perchè ce lo dicono i dati. Ad esempio un articolo del 2014 della dottoressa Elizabeth Bates e colleghi, pubblicato sulla rivista scientifica Aggressive Behavior [3] afferma:
“Lo scopo di questo studio è stato quello di testare le previsioni della teoria del controllo maschile della violenza domestica (IPV) e della tipologia di Johnson […] non ci sono differenze di sesso sostanziali nei comportamenti di controllo, che predicevano significativamente aggressione fisica in entrambi i sessi. […] Usando la tipologia di Johnson, le donne erano più propense degli uomini a essere classificate come “terroristi intimi” […]. Nel complesso, questi risultati non supportano la teoria del controllo maschile della IPV. Invece, si inseriscono nella visione per cui l’IPV non ha un’eziologia speciale, ed è meglio studiata nel contesto di altre forme di aggressione.”

Anche la dottoressa Denise Hines, assieme a Emily Douglas, parla in un articolo del 2010 sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [4], delle vittime maschili di violenza domestica e del terrorismo intimo. Infatti possiamo leggere:
“In sintesi, il nostro studio mostra l’esistenza di vittime di sesso maschile di TI (Terrorismo Intimo) commesso da donne. Questi uomini sostenevano tassi e frequenze molto elevate di violenza domestica psicologica, sessuale e fisica, lesioni, e comportamenti di controllo, un pattern congruente la concettualizzazione di Johnson (1995) del TI. E anche se i richiedenti aiuto maschi avevano alti tassi di perpetrare IPV loro stessi, i loro tassi sono simili o inferiori a quelli trovati nei campioni di rifugi per donne maltrattate (Giles-Sims, 1983;. McDonald et al, 2009; Saunders, 1988), e il loro comportamento violento è conforme alla concettualizzazione di Johnson di resistenza violenta.
Questi risultati rappresentano importanti contestazioni all’asserzione di Johnson (1995, 2006; Johnson & Ferraro, 2000) secondo cui, con l’eccezione di pochi casi di studio, il TI sia impiegato quasi esclusivamente da uomini e che la resistenza violenta sia impiegata quasi esclusivamente da donne, con entrambi conformi alla nozione patriarcale per cui gli uomini utilizzano il TI per mantenere il potere e il controllo sulle loro partner femminili.”

Se ciò non bastasse, due studi basati sulla popolazione, uno in Nuova Zelanda [5] e uno in Canada [6], mostrano che le donne e gli uomini commettono Terrorismo Intimo a tassi simili.
Per quanto riguarda quello canadese, equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima.
Lo studio neozelandese, in particolare, era un cohort study (o studio di coorte, uno
studio osservazionale che segue nel tempo l’evoluzione di una coorte, cioè un gruppo di persone identificate chiaramente in base a determinate caratteristiche) che comprendeva quasi tutta la popolazione di quella coorte, e ha dimostrato che il tasso di prevalenza di TI è stato del 9%, con uomini e donne che avevano la stessa probabilità di essere terroristi intimi. Questo studio è stato in grado di catturare una percentuale significativa di casi “clinici” in cui il IPV aveva portato a lesioni e/o intervento. Questo è importante perché tali studi epidemiologici catturano non solo l’IPV che viene a conoscenza delle autorità, ma anche i casi gravi che, per qualsiasi motivo, sfuggono la rilevazione ufficiale e rimangono nascosti in campioni clinici tradizionali, come ad esempio quello di Johnson.

Resistenza Violenta: questo tipo di violenza si presenta quando il partner resiste con la violenza alla violenza coercitiva (qualcosa di simile alla “legittima difesa”, che però ha connotati giuridici precisi). Questo genere di violenza è perpetrato, nella stragrande maggioranza dei casi, da donne ai danni di partner coercitivi e dispotici; ma le denunce sono talvolta registrate e questo influenza le statistiche. Al contrario della violenza coercitiva e dispotica, la resistenza violenta è una reazione e il suo fine ultimo non è il controllo del partner.

Anche qui, oltre alle fonti già citate, vi sono diversi articoli che mostrano come tale resistenza violenta sia pari tra uomini e donne.
Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [7] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

Inoltre una ricerca del 2010 pubblicata su “Violence and Victims” [8] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Almeno un terzo delle donne uccise negli USA sono vittime dei loro compagni [il 66% circa in Italia, fonti in nota, N.d.T.], contro il 2.5% di omicidi maschili perpetrati da donne.

Questo si chiama giocare con i numeri, gli uomini sono la maggior parte delle vittime di omicidio, quindi è ovvio che saranno minori le percentuali di morti ad opera del partner: le donne hanno principalmente quelle, gli uomini hanno quelle più tutto il resto. Infatti in Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna assassinata. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini. Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini [9].

Graham-Kevan conferma questo dato anche per altre Nazioni, infatti, riferendosi agli Stati Uniti, afferma:
“[…] se si va sul sito del Dipartimento di Giustizia Statunitense […] è possibile calcolare le proporzioni di tutte le vittime di omicidi che sono uomini. Qui veniamo informati che le vittime di sesso maschile rappresentano il 74,5% di tutte le vittime di omicidio, con autori sia maschi che femmine che hanno più probabilità di bersagliare vittime maschili piuttosto che femminili. È interessante notare che non si ottengono queste informazioni in nessuno dei documenti di aggiornamento degli Stati Uniti per omicidio […], devi calcolarle. Ciò che ci dice questo è che gli uomini sono più vulnerabili di per sé a diventare vittime di omicidio rispetto alle donne. Gli uomini hanno tre volte più probabilità di essere uccisi rispetto alle donne, da una gamma più diversificata di autori.” [10].

A questo aggiungi anche che gli uomini, qualora vittime, sono più portati a chiamare la polizia e sporgere denuncia, e meno portati a ritirarla.

Ahahahahaha! E’ una battuta? Devo ridere?
Purtroppo no, e penso di capire anche quale sia la fonte: Kimmel. Kimmel è un falso difensore dei diritti degli uomini, che gestisce la NOMAS (National Organization for Men Against Sexism), un’organizzazione che nega le istanze maschili nonostante dall’aspetto sembri difenderle.
Nel 2002 scrisse un articolo abbastanza assurdo, ““Gender Symmetry” in Domestic Violence” demolito dal dottor Dutton e dal dottor Corvo in una pubblicazione del 2006 su Aggression and Violent Behavior [11].
Riporto da lì:
“il ritrovamento di Kimmel (2002) per cui “gli uomini che sono assaliti da partner intimi sono in realtà più propensi a chiamare la polizia, più propensi a sporgere denuncia e hanno meno probabilità di farla cadere” (p. 1345) ha bisogno di un esame. L’affermazione, che è contraddetta da grandi indagini, si basa su tre studi. Uno di questi, Rouse, Breen e Howell (1988), si basa su un piccolo campione di 260 studenti universitari, di cui i maschi avevano leggermente più probabilità di chiamare la polizia (4% vs 0%), ma anche più probabilità di richiedere assistenza medica (5% vs 2%). Il secondo (Ferrante, Morgan, Indermaur, e Harding, 1996), è basato su un piccolo campione in Australia. Il terzo (Schwartz, 1987), è stato basato su una lettura dei dati del National Crime Survey per un campione di 1743.
L’obiettivo dello studio era sulle lesioni (uguale per uomini e donne) e il riferimento a chiamare la polizia è stato una digressione dell’autore ma mai riportata in una tabella di dati. La rappresentatività del campione è discutibile, con il 79,7% degli uomini che riportavano una lesione. Kimmel non riporta i dati dall’Indagine Nazionale Statunitense del 1985 (Stets & Straus, 1992a, b) che hanno trovato, per un campione di 6000+, che l’8,5% delle donne e lo 0,9% degli uomini avevano chiamato la polizia. Quindi, tramite alcuni riferimenti selettivi, e ignorando gli studi più grandi e metodologicamente superiori Kimmel è arrivato a questa discutibile conclusione. La conclusione è politicamente importante per la visione femminista in quanto supporta le “crime victim surveys” che mostrano asimmetria di genere per la perpetrazione di violenza domestica.
Nonostante l’affermazione di Kimmel che gli uomini chiamino la polizia più frequentemente, di fatto, raramente lo fanno (Brown, 2004; Laroche, 2005; Stets & Straus, 1992a, b). Stets e Straus hanno riportato che gli uomini chiamano la polizia per meno dell’1% delle aggressioni avviate dalla partner (p.155). La ragione di ciò è ovvio.
Gli uomini sono raramente presi sul serio dalla polizia e gli arresti sono raramente disposti (Brown, 2004; Buzawa, Austin, Bannon, e Jackson, 1992). Brown ha trovato solo un moderato aumento da parte della polizia nell’arresto di donne, anche quando l’uomo era ferito. Buzawa et al. cita un caso a Detroit, dove la polizia si è rifiutata di arrestare la donna, nonostante l’uomo fosse stato pugnalato alla schiena. Tutti gli studi che basano le stime di incidenza della violenza domestica sulle statistiche di giustizia penale avranno un forte bias. E’ per questo motivo, sospettiamo, che Kimmel tenta di produrre la convinzione che gli uomini chiamino la polizia più spesso. La vera scoperta rivela il bias negli studi di giustizia penale.”

Esatto, “tutti gli studi che basano le stime di incidenza della violenza domestica sulle statistiche di giustizia penale avranno un forte bias”. Questo significa che citare dati che riportano che gli arresti per femminicidio sono maggiori degli arresti per maschicidio nell’ambito della violenza domestica non prova assolutamente nulla, data l’esistenza di un bias di genere negli arresti. L’unico modo per capire davvero quanti siano gli uomini uccisi o picchiati dalle partner in relazione alle donne uccise o picchiate dai partner è tramite le indagini e gli studi, non tramite le notizie o gli arresti.

Se ciò non bastasse, il “caro” Kimmel ha anche cercato di attaccare i risultati di simmetria di genere criticando la metodologia alla base degli studi che rivelavano tale uguaglianza di perpetrazione tra uomini e donne, ovvero dicendo che la Conflict Tactics Scale (CTS) sarebbe inadeguata. D’altra parte, anche qui Dutton & Corvo hanno risposto che: “nei fatti questa scala è 16 volte più sensibile dei “crime victim” surveys governativi (Straus, 1999) come il National Violence Against Women Survey (Tjaden & Thoennes, 1998). Queste indagini, a loro volta, tendono a filtrare le segnalazioni maschili di vittimizzazione a causa dell’”impostazione” del sondaggio (vittimizzazione criminale delle donne). Quando questo set è alterato, tassi più equivalenti di violenza sono riportati, come nel Canadian General Social Survey di 25.876 intervistati, equamente divisi per sesso”.
Esatto, sedici volte più sensibile. Sedici. E con questi bias enormi si permettono di criticare? Della serie “guardare la pagliuzza nell’occhio altrui avendo una trave nel proprio”!

Anche Murray Straus, professore di Sociologia, fondatore e co-direttore del Laboratorio di Ricerca sulla Famiglia all’Università di New Hampshire, in un articolo pubblicato sulla rivista peer-reviewed “European Journal on Criminal Policy and Research” del 2007 ha risposto alle obiezioni sulla CTS [12]:
“Nonostante la ripetizione di questa critica per 25 anni in forse un centinaio di pubblicazioni, nessuna di queste pubblicazioni ha fornito evidenza empirica che mostri che venga segnalata solo la violenza legata ai conflitti. Infatti, dove ci sono sia i dati della CTS che i dati qualitativi, come in Giles-Sims (1983), si mostra che il CTS fa uscir fuori sia la violenza malevola così come la violenza legata ai conflitti. Ciononostante, perché ci sono almeno un centinaio di articoli con questa affermazione in riviste peer reviewed, sembra che si stabilisca come un fatto scientifico ciò che è solo un tentativo di incolpare il messaggero per le cattive notizie sulla simmetria di genere nella Violenza del Partner.”

Lo stesso autore fa anche notare come, stranamente, questa stessa scala così criticata dai teorici dell’asimmetria di genere, venga da loro stessi ripresa in altre occasioni e al tempo stesso giustificato il loro uso:
“Nella ricerca di sondaggio, questo metodo di occultamento chiede ai partecipanti di sesso femminile circa gli attacchi da parte dei loro partner maschili ed evita di chiedere loro se avevano colpito il loro partner maschile. Il Sondaggio Canadese sulla Violenza contro le Donne (Johnson e Sacco 1995), per esempio, ha usato quella che può essere definita una versione femminile della Conflict Tactics Scale per misurare la PV. Questa versione ha omesso le domande sulla perpetrazione dai partecipanti femminili nello studio. Per la US National Violence against Women Survey (Tjaden e Thoennes 2000), il Dipartimento di Giustizia Statunitense originariamente pianificava la stessa strategia. Fortunatamente, i Centri Statunitensi per il Controllo delle Malattie hanno aggiunto un campione di uomini al progetto. Ma quando Johnson e Leone (Johnson e Leone 2005) hanno studiato la prevalenza di “terroristi intimi” tra i partecipanti a questo studio, hanno garantito non ci sarebbero stati terroristi intimi femminili utilizzando solo i dati relativi ai perpetratori maschi.
Insomma una versione della Conflict Tactics Scale che esclude la violenza sugli uomini va bene, mentre una che li include non è “metodologicamente appropriata”?

Di fatto, ancora negli anni ’80 la polizia dava bassa priorità alle richieste di intervento in caso di violenza domestica. E spesso le mogli maltrattate non avevano gli strumenti legali per richiedere la protezione dello stato.

Vogliamo parlare di polizia e violenza domestica? Bene, parliamo di polizia e violenza domestica.
Molti uomini hanno riferito che quando chiamano la polizia durante un incidente in cui le loro partner sono violente, la polizia spesso non risponde, li ridicolizza o addirittura vengono arrestati al posto dell’aggreditrice.
Anche in presenza di prove evidenti che confermavano che erano le loro partner ad essere violenti e non loro, spesso le vittime maschili perdono la custodia dei figli, vengono ostacolati dal vederli e alcuni sono falsamente accusati dalle loro partner di essere loro i violenti o di aver picchiato i propri figli. Inoltre l’onere della prova per le vittime di sesso maschile di violenza domestica è particolarmente elevato, molto più rispetto a quello delle vittime di sesso femminile.
Se ciò non bastasse, mancano centri, servizi e rifugi per uomini, infatti sebbene il 43,7% delle vittime maschili si rivolge a centri antiviolenza e il 23,4% a linee antiviolenza, secondo dati del 2011, negli USA (in Italia si ha ancora meno servizi, quindi figuriamoci!) il 78,3% dei centri antiviolenza, il 63,9% delle linee antiviolenza e il 42,9% delle risorse online rispondono loro di aiutare solo donne, il 63,9% dei centri antiviolenza, il 32,2% delle linee antiviolenza e il 18,9% delle risorse online li accusano di essere in realtà dei maltrattanti e infine il 25,4% delle linee antiviolenza e il 27,1% delle risorse online danno loro numeri che si rivelano essere per programmi di aiuto ai maltrattanti.
Tutto questo non lo dico io, che riporto soltanto ciò che è evidenziato da articoli scientifici [13].
Anche diversi poliziotti confermano che le vittime maschili di violenza domestica vengono arrestate al posto delle loro aggreditrici, ad esempio rinvio all’articolo su Huff Post UK di un ex poliziotto, Bob Morgan.

fino a non molto tempo fa, gli uomini avevano il diritto legale di picchiare le proprie mogli

Ok, passiamo alla storia: fino a pochi secoli fa le vittime maschili di violenza domestica venivano messe su un asino dalla parte della coda e portate per il villaggio, dove venivano derise, sputate e insultate [14]. E questo perchè lo si omette? E’ questa la parità, ignorare le parti di storia scomode?

Sono stati la Feminist Majority Foundation e il giornale Ms.Magazine a lanciare la campagna Lo Stupro è Stupro, culminata nella radicale ridefinizione del vecchio termine che non includeva le vittime maschili.

In realtà la campagna non ha incluso le vittime maschili di stupratrici, ma solo di stupratori. Il famigerato altruismo nei confronti degli uomini per questo cambiamento in realtà è da attribuire al fatto che la vecchia definizione non proteggesse le vittime femminili di stupro che erano state mandate in incoscienza (dato che era “la conoscenza carnale di una femmina con la forza e contro la sua volontà”).
Infatti attualmente la definizione di stupro per l’FBI resta:

la penetrazione, non importa quanto lieve, della vagina o dell’ano con qualsiasi parte del corpo od oggetto, o la penetrazione orale da un organo sessuale di un’altra persona, senza il consenso della vittima” [15].

Inoltre uno dei primi sondaggi nazionali statunitensi a rivolgersi sia a vittime maschili che femminili, il “National Intimate Partner and Sexual Violence Survey” (NISVS) dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), distingue tra “stupro” e “made to penetrate” (forzare a penetrare). Probabilmente servì a evitare di far notare che nei 12 mesi precedenti il 2010, la percentuale di “made to penetrate” per gli uomini fosse pari a quella degli “stupri” per le donne [16], e l’anno successivo si ebbero risultati simili, sebbene con un piccolo aumento delle vittime maschili (nei 12 mesi precedenti le stime erano 1,7% di “made to penetrate” per gli uomini rispetto a 1,6% di “stupri” per le donne) [17]. Parlo della prevalenza nei 12 mesi precedenti perchè è “considerata essere più accurata [rispetto alla percentuale del lifetime] perchè non dipende dal richiamo di eventi del lontano passato [18].

Infine, l’accademica femminista Mary P. Koss, creatrice del Sexual Experiences Survey (SES), uno dei più usati questionari sulla violenza sessuale, affermò a più riprese di aver volontariamente escluso le vittime maschili con violentatrici donne dalla definizione. Leggiamo infatti:

“Abbiamo lavorato diligentemente per sviluppare item di testo che catturassero il senso di pressione degli uomini ad avere rapporti sessuali e indirizzassero le loro risposte in una categoria appropriata di coercizione al posto di quella di stupro. [19]

e ancora:

“Anche se la considerazione delle vittime maschili è nel campo di applicazione degli statuti legali, è importante limitare il termine stupro ai casi in cui le vittime di sesso maschile sono state penetrate da criminali. Non è opportuno considerare come vittima di stupro un uomo che è coinvolto in un rapporto sessuale indesiderato con una donna.[20].

E’ questo il lavorare per le vittime maschili?

le femministe sostengono che essere uomo in una società dominata dall’uomo comporti dei privilegi particolari – come ad esempio essere pagati di più, avere una maggiore e più efficace rappresentanza tra le poltrone del potere, avere una corsia preferenziale per le proprie opinioni in molti contesti, e via discorrendo.

Per quanto riguarda l’essere pagati di più, il Gender Pay Gap è stato debunkerato da secoli, rinvio a un video esplicativo che – pur essendo un video – riporta anche studi. Mentre per quanto riguarda la cosiddetta “femminizzazione della povertà”, rimando a questo articolo di ifeminists.net, un gruppo di femministe oneste che demoliscono miti come quest’ultimo, riportando alcuni report internazionali a proprio sostegno.

Per ciò che concerne il “dominio maschile”, è vero, gli uomini sono nelle società indoeuropee a capo dei governi, ma non per questo la società opprime le donne e non gli uomini. I governi infatti sono composti da persone che condividono un ambiente culturale, quello dei ruoli di genere, che permea tutti gli strati della società e agiscono riperpetrandolo. I ruoli di genere sono culturalmente condivisi, ovvero sono sostenuti da tutti, uomini e donne.
Spesso si dice che i problemi degli uomini sono dovuti al patriarcato, ma
1) il patriarcato è il governo, ovvero una posizione derivante dai ruoli di genere, quindi questi ultimi per mettere gli uomini a capo di una nazione (ma anche agli strati più bassi, come i senzatetto, nella stragrande maggioranza uomini) devono precedere il patriarcato stesso, ergo sono collocabili non nel patriarcato, ovvero non coincidono con il governo, ma sono culturali, ergo sono collettivamente condivisi sia da uomini che da donne.
2) Se con patriarcato indichiamo l’atto di taluni uomini nell’opprimere le donne e lo allarghiamo con le varie scuse che certe femministe dicono per indicarne l’origine anche di problemi maschili, diventa l’atto di tutti nell’opprimere tutti. Ad esempio, se aggiungiamo che “il patriarcato fa male anche agli uomini”, gli uomini possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che danno sostegno al patriarcato, le donne possono opprimere gli uomini; se aggiungiamo che esistono donne che hanno “internalizzato il sessismo”, le donne possono opprimere le donne.
Come detto prima, si passa da una visione in cui “gli uomini opprimono le donne” a una in cui “la gente opprime altra gente”. Ergo il termine patriarcato smette di aver senso.

Il motivo per cui le donne ottengono più facilmente la custodia dei figli è, senza ombra di dubbio, legato ai modelli di genere per i quali la donna (e non l‘uomo) sarebbe una “badante e nutrice naturale”, il cui ruolo primo e ultimo è quello di essere madre.

Ma anche no. Basta leggere la Convenzione di Seneca Falls per vedere come al tempo (1848) la custodia dei figli andasse automaticamente all’uomo. Ergo di quali modelli di genere stiamo parlando?! E’ colpa di ruoli di genere di secoli fa o forse di associazioni come la NOW, la più grande organizzazione femminista statunitense, che si è apertamente schierata contro l’affido condiviso, una volta che la regola per cui i figli andavano in automatico al padre è stata tolta?

gli uomini che stanno rianalizzando il loro ruolo paterno potrebbero restare sorpresi nello scoprire che la visione pregiudizievole dell’intrinseco senso materno delle donne (che le femministe criticano aspramente) si ripercuote anche su come la società percepisce gli uomini in quanto padri (basti pensare ad esempio a come vengono visti gli uomini che scelgono di essere padri casalinghi).

Perchè mai si dice che non siano gli uomini ad essere vittime di sessismo quando fuoriescono dai loro ruoli di genere ma che sia il ruolo di genere femminile ad essere visto male? A questo punto potrei dire allo stesso modo che non è che le donne sono penalizzate ad esempio nella carriera, è che è il ruolo di genere maschile a essere giudicato.
Ovviamente nessuno dei due ragionamenti ha senso. Sia uomini che donne sono penalizzati quando fuoriescono dai loro ruoli di genere, ovvero quando un uomo assume ruoli femminili e quando una donna assume ruoli maschili.
Dire che un uomo che è discriminato perchè fa qualcosa di femmineo è vittima di misoginia è come dire che una donna che è discriminata perchè fa qualcosa di mascolino è vittima di misandria.

Inoltre, è proprio grazie alle lotte femministe che gli uomini oggi posso beneficiare di politiche familiari come il Family and Medical Leave Act [simile al nostro congedo familiare, N.d.T.] o il congedo di paternità.

Che in praticamente nessun posto al mondo ha lo stesso tempo del congedo di maternità, ma hey, abbasso i ruoli di genere, no? Ah no, non più?

Pensi davvero che sia corretto dire che le vittime vengono prese sul serio? Davvero? Ne sei proprio sicura? Le donne sonocostantemente accusate per lo stupro subito (“lei lo ha provocato”, “era vestita in maniera troppo sexy”, “lei non doveva bere così tanto”, “lei avrebbe dovuto stargli lontano”, ecc. ecc.). C’è COSÌ TANTA documentazione di donne che non sono state credute che la tua affermazione è davvero inquietante.

Per giudicare quanto seriamente sono presi in considerazione gli stupri femminili (da parte di uomini), bisogna fare una comparazione con gli stupri maschili (da parte di donne). Sono davvero presi sul serio nello stesso modo? Se sì, avete ragione, se il mondo invece gira ancora come sempre no.

Per quanto riguarda l’impegno del femminismo in materia di stupro negli USA, ti ricordo che la Title IX legislation – fortemente voluta nei campus dei college proprio dalle femministe – offre protezione dalle molestie sessuali a tutti gli studenti, inclusi gli uomini.

Inclusi gli uomini, messo addirittura in corsivo! Immagino che sia per questo che non ci sono praticamente campagne per le vittime maschili di violenza sessuale (perlomeno per quanto riguarda gli stupri da parte di donne).

Molto probabilmente nessuno riderà di te perchè non sei abbastanza virile. Ma siccome sei donna, potrebbero deriderti se sei troppo mascolina. Quando si superano i confini dei comportamenti di genere socialmente accettati (un uomo che esprime femminilità, o una donna che esprime mascolinità) è problematico sia per gli uomini che per le donne.

Quindi ad esempio nell’ambito delle vittime di omofobia, le lesbiche molto mascoline hanno la stessa percentuale di essere aggredite dei gay molto femminili? E vi prego, non dite che è colpa della misoginia perchè assumono un ruolo di genere femminile, altrimenti dovreste dire che le lesbiche molto mascoline che vengono aggredite sono vittime di misandria perchè assumono un ruolo di genere maschile.

per una donna in un contesto dominato dagli uomini, come ad esempio esercito, polizia, vigili del fuoco ecc., è probabile scontrarsi con lo stereotipo del “non essere abbastanza uomo”. Ancora una volta, il femminismo ci aiuta a comprendere il problema (ad esempio, per le donne vigili del fuoco, o soldato).

E perchè mai non dovrebbe essere lo stesso per un uomo in un contesto dominato dalle donne (ad esempio nell’insegnamento negli asili)? Non è una questione di “non essere abbastanza uomo” per le donne che stanno in contesti a maggioranza maschile, altrimenti dovrebbe essere una questione di “non essere abbastanza donna” per gli uomini che stanno in contesti a maggioranza femminile. Semplicemente una persona è discriminata quando il suo ruolo di genere e la sua identità di genere non coincidono.

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