Lavori in casa e morti accidentali: una problematica maschile

Gli uomini costituiscono l’83% delle morti accidentali legate al lavoro domestico e hanno dieci volte più possibilità delle donne di morire in queste attività:

“Il lavoro non retribuito dentro e intorno alla casa è un’attività comune e potenzialmente ad alto rischio, ma vi sono ancora informazioni limitate sulle circostanze riguardanti le lesioni risultanti. […] Ci sono stati 296 morti legati ai compiti di casa per il periodo di quattro anni. La maggioranza (83%) dei morti erano maschi, e i maschi avevano 10 volte il rischio di lesione fatale [ovvero di morire, N.d.T.] rispetto alle femmine. Le attività più comuni risultanti in lesioni mortali erano riparazioni domestiche, giardinaggio e cura dell’auto. Le attività più a rischio (morti per milione di persone per anno per ore di attività) erano le riparazioni a casa (49), la cura dell’automobile (20), i miglioramenti in casa (18), e il giardinaggio (16). Essere colpiti da veicoli inadeguatamente rinforzati durante la manutenzione dell’auto, le cadute da scale inadeguatamente rinforzate, il contatto con fuoco e fiamme durante la cottura, e il contatto con l’elettricità durante la manutenzione erano gli scenari di incidente più comuni.” [1]

Le donne soffrono un maggior numero di incidenti domestici in numero totale, ma nella categoria dei mortali e relativi ai lavori in casa non retribuiti, gli uomini rappresentano almeno i 4/5:

“In proporzione pochi uomini erano coinvolti nelle morti legate a faccende domestiche, e molte poche donne erano coinvolte nelle morti legate alla manutenzione della casa. Gli uomini avevano tassi molto più elevati di mortalità rispetto alle donne per la maggioranza delle attività, sia solo sulla base della popolazione, che anche tenendo conto del tempo impiegato per le attività. Solo per le faccende domestiche i tassi maschili e femminili erano simili, e anche per questa attività i tassi dei maschi erano quattro volte più alti quando il tempo speso per le faccende domestiche era preso in considerazione (tavola 3).” [1]

tavola 3

Ciò che è interessante è il collegamento tra questi incidenti e ruoli di genere tradizionali. Gli uomini sono morti in compiti come: riparazioni domestiche (come riparare il tetto), cura dell’auto, della casa o giardinaggio (in alcuni paesi come gli Stati Uniti è considerato un lavoro proprio dell’uomo).

Vi è un rapporto dell’assicurazione spagnola Mapfre che riduce il tasso al 61,6% (p. 13), ma parla di incidenti domestici in generale, non incidenti che coinvolgono il lavoro domestico in particolare [2]. In questa ultima categoria ho potuto trovare più studi rispetto a questo, che è anch’esso rivelatore a modo suo.

Tutto ciò mostra la necessità di cambiare le nostre idee sui ruoli di genere legati ai lavori domestici, in modo da evitare che gli uomini vengano spinti dalle aspettative della società a lavori rischiosi e potenzialmente mortali, sia fuori che dentro casa.
Ovviamente non si sta dando addosso alle coppie che preferiscono una divisione dei ruoli “tradizionale”, se volete farlo e lo scegliete di vostra volontà ok, ma quello di cui ci stiamo lamentando qui è il dare per scontato che gli uomini siano coloro che debbano fare lavori domestici come riparazione, cura della macchina, ecc.

In sintesi, perchè “il vero uomo deve lavare i piatti” mentre la vera donna non deve fare riparazioni in casa?
Perchè un uomo che rifiuta di fare lavori pericolosi (sia dentro che fuori casa) “è uno sfaticato” mentre vediamo come normale una donna che li declina allo stesso modo?

I ruoli di genere vanno contrastati sempre, non solo quando ci fa comodo combatterli.

sintesi

Riferimenti Bibliografici:

1. [Driscoll TR, Mitchell RJ, Hendrie AL, Healey SH, Mandryk JA, Hull BP. Unintentional fatal injuries arising from unpaid work at home. Inj Prev. 2003 Mar;9(1):15-9.]
2. [Francisco Martínez García. El Estado de la seguridad en el hogar y el ocio : accidentalidad y principales factores de riesgo. Seguridad y medio ambiente. – Madrid: Fundación MAPFRE. – 25/04/2011 Número 121 – 2011, pp. 8-20.]

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