Negli stereotipi di genere l’origine della violenza… o dei bias di giudizio?

stereotypes

In questa sede confuteremo le principali argomentazioni che adducono coloro che ritengono che la violenza sia una caratteristica maggiormente maschile. Per farlo, citeremo alcuni spezzoni tratti da articoli che abbiamo incontrato sul web, a cui seguirà il nostro commento. Iniziamo subito:

“Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).”

In primis, l’idea per cui “gli uomini compiono maggiori atti di abuso” è messa in dubbio, sempre più documenti nella letteratura scientifica mondiale infatti mostrano parità sia nell’ambito della violenza domestica [1] [2] che di quella sessuale [3] [4], e infine anche di quella generale [5].

Per quanto riguarda il legame tra l’aspetto biologico maschile e l’aggressività, esso è stato confutato in diversi articoli della prestigiosa rivista scientifica “Nature”: in uno di questi, del 2009, si è mostrato come addirittura donne a cui venivano somministrate dosi di testosterone agissero più onestamente rispetto a quelle a cui non veniva somministrata [6]; un paper del 2010 ha mostrato che solo coloro che credevano di aver ricevuto una dose di testosterone erano più aggressivi, mentre chi lo riceveva e non ne era consapevole mostrava un comportamento più onesto [7], e infine un articolo del 2011 su un blog che fa capo a “Nature”, Scitable, dopo aver analizzato diversi studi pubblicati sulla stessa Nature, conclude così:

“Il testosterone può infatti essere la chiave per il comportamento aggressivo dei mammiferi. Può anche essere la fonte della vita. Chi lo sa. Ma il più forte (e forse l’unico) collegamento corrente tra il testosterone e l’aggressività umana è un implicito assunto culturale. E ciò che è implicito e non esplicito è troppo spesso sbagliato.” [8]

Se ciò non bastasse, la teoria per cui gli ormoni – o meglio, l’esposizione prenatale agli ormoni – influenzerebbe il cervello al punto da renderlo “maschile” o “femminile” e differenziare così i comportamenti e le tendenze tra uomini e donne, sembra non essere confermata.

Vi sono stati, infatti, diversi tentativi di collegare i livelli di testosterone prenatale e comportamento mascolino, ma sono falliti miseramente.

Ad esempio, la psicologa Melissa Hines ha misurato i livelli di testosterone nel sangue delle donne incinte e ha collegato i livelli più elevati dell’ormone ad un comportamento più maschile nei bambini di 3 anni e mezzo nati da quelle donne, definendo il comportamento maggiormente maschile come “un coinvolgimento con giocattoli, giochi e attività tipici del sesso del bambino”. Nel frattempo, lo psicologo Simon Baron-Cohen ha misurato il testosterone nel liquido amniotico e ha collegato più alti livelli dell’ormone a tendenze che ha ritenuto tipiche dei maschi (minor contatto visivo a 1 anno, relazioni sociali più povere e interessi più ristretti a 4 anni).
Il problema è stato che Hines ha trovato un collegamento per le femmine ma non per i maschi [9], mentre Baron-Cohen su alcune misure ha trovato una relazione solo per i maschi e su altre misure per maschi e femmine presi assieme [10]. Per i comportamenti di gioco, non riporta alcun collegamento con i livelli di testosterone per nessun genere [11].
Insomma, è difficile mettere insieme questi progetti e tirarne fuori una storia coerente. Invece, è un guazzabuglio.

Ulteriori ricerche sono state quelle su persone con disturbi di intersessualità, ad esempio un gran numero di studi ha riguardato le donne e le ragazze con iperplasia surrenalica congenita (CAH), una malattia genetica che coinvolge la sovrapproduzione di androgeni come il testosterone. Poiché queste femmine hanno esposizioni ormonali più vicine a quelle dei maschi, la teoria vorrebbe che i loro comportamenti e interessi dovrebbero tendere anch’essi verso il “maschile”. Ed in effetti, alcuni dati suggeriscono che le femmine CAH possono avere più probabilità rispetto alle loro sorelle di giocare con veicoli e giocattoli legati alla costruzione, come i bambini. Esse possono essere meno propense a dare priorità al matrimonio e alla maternità a discapito della carriera. Inoltre, possono essere più inclini ad esprimere interesse in una carriera a prevalenza maschile, come ingegneria o conduzione di aerei di linea. Questa prova ha giocato un ruolo da protagonista nel dibattito sulla possibilità che un minor numero di donne occupasse posizioni di ruolo in questi campi in quanto intrinsecamente meno interessate alla materia.
D’altra parte, è stato messo in luce che questa differenza è da attribuire non a differenze biologiche rispetto alle altre ragazze, ma al fatto che molte pazienti CAH sono nate con genitali mascolinizzati, e questo può averle fatte sentire più libere di esprimere preferenze che sono meno comuni o accettabili per le ragazze, come desiderare di pilotare aeroplani per vivere. Le ragazze CAH, inoltre, passano attraverso un monitoraggio medico e una terapia estensivi, i quali possono, anch’essi, fare la differenza.
Infatti, a metà degli anni ’80, quando le ragazze CAH sono state comparate con altre ragazze non-CAH, divise a loro volta in ragazze con diabete e ragazze senza nessuna condizione di questo tipo, la ricercatrice che ha condotto l’esperimento – Froukje Slijper – ha trovato che “entrambi i gruppi di ragazze con malattie croniche hanno segnato punteggi maggiori nella gamma più maschile” rispetto alle normali ragazze sane [12]. Insomma, le ragazze CAH risultavano simili a ragazze con malattie non collegate al testosterone [13].
Il collegamento tra comportamento mascolino e testosterone, ancora una volta è sfumato.
Ma perché la differenza ormonale non influenzerebbe il cervello? In primis, l’esposizione agli effetti dell’ormone avviene nel periodo prenatale, quindi ci concentriamo, per analizzare tali influenze ormonali, sul momento dell’esposizione fetale.
Ebbene, diversi studi mostrano che già pochissime ore dopo l’esposizione fetale all’ormone, le differenze che quest’esposizione provoca scompaiono.
Insomma quest’effetto ormonale sarebbe tutt’altro che permanente, e basterebbero semplici interazioni con l’ambiente per azzerarne completamente l’influenza [14].

“Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).
D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.”

Su questo punto concordo.

“è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).
Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:
* Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
* Un particolare atteggiamento verso le donne;
* Ostilità verso le donne;
* Credenze ipermascoline.”

La prima cosa “strana” che noto, è che tutte queste caratteristiche facciano riferimento all’ostilità verso le donne, quando la maggioranza delle vittime di omicidio è uomo.
Infatti, “[…] se si va sul sito del Dipartimento di Giustizia Statunitense […] è possibile calcolare le proporzioni di tutte le vittime di omicidi che sono uomini. Qui veniamo informati che le vittime di sesso maschile rappresentano il 74,5% di tutte le vittime di omicidio, con autori sia maschi che femmine che hanno più probabilità di bersagliare vittime maschili piuttosto che femminili. È interessante notare che non si ottengono queste informazioni in nessuno dei documenti di aggiornamento degli Stati Uniti per omicidio […], devi calcolarle. Ciò che ci dice questo è che gli uomini sono più vulnerabili di per sé a diventare vittime di omicidio rispetto alle donne. Gli uomini hanno tre volte più probabilità di essere uccisi rispetto alle donne, da una gamma più diversificata di autori.” [15].

E’ dunque particolare che tra queste caratteristiche non vi sia dunque l’ostilità verso gli uomini… non sono forse loro i più colpiti? Perché mai dovrebbe essere essenziale, invece, l’ostilità verso la minoranza delle vittime di omicidio?
Inutile dire che tale modello non regge all’evidenza.
Possiamo infatti discutere sulla percentuale dei colpevoli di crimini violenti, perché entrano in gioco lo sconto di pena, il mancato arresto, la mancata incarcerazione, le false accuse, il non farsi scoprire, eccetera, ma i “morti ammazzati” quelli sono, a parte rari casi di occultamento di cadavere che non fanno statistica, e quei “morti ammazzati” sono in prevalenza uomini.

Ma andiamo avanti: tutte le successive argomentazioni fanno capo ai condizionamenti come causa della violenza.

A questo punto voglio chiedere: come può un condizionamento, in assenza di abusi reali, creare un’indole, una pulsione a danneggiare gli altri senza motivo? Piuttosto è più logico pensare che i condizionamenti possano influenzare la direzione che prenderà una violenza inconscia pre-esistente, non crearne una nuova.
Mi spiego meglio: il condizionamento può far sì che la violenza sia direzionata verso un particolare gruppo (ad esempio gli uomini, che abbiamo visto essere la maggioranza degli omicidi sia da parte di donne che di uomini; o i gay; o gli immigrati; o le persone transgender; ecc.), non può però indurre una persona a esercitare violenza sugli altri se non è già predisposta a farlo da un’aggressività pre-esistente (a sua volta, derivante da esperienze di abuso subite).

Per dimostrarlo, voglio fare alcuni esempi di stereotipi e condizionamenti di genere che, se fosse stato altrimenti, avrebbero dovuto comportare un aumento significativo della violenza, ma che non l’hanno fatto:
Un caso è quello riportato su uno studio del 2010 della rivista Social Neuroscience, che ha mostrato come i dati abbiano “suggerito che l’abilità a differenziare automaticamente tra violenza reale e virtuale non sia diminuita da una storia a lungo termine di gioco di videogame violenti, né le risposte neurali dei giocatori alla violenza reale in particolare siano state soggette a processi di desensibilizzazione” [16].
Insomma, un condizionamento non derivante da un’esperienza reale di abuso non porta a una maggiore violenza… quindi perché non dovrebbe valere anche per gli stereotipi diffusi al di fuori del video-game (che non sfociano in violenza effettiva)?
Evidentemente l’essere umano riesce a saper distinguere tra discorsi – anche d’odio – ma non concretizzatisi in forma reale (che direzionano la violenza e non la creano) e violenza effettiva (al cui assistere invece è possibile essere portati a reiterare l’atto).
Questa idea è inoltre confermata da un’ulteriore ricerca in cui è stata analizzata la correlazione tra film (sia del 20° che del 21° secolo) e videogiochi violenti e violenza reale nella società, nella quale si è visto che non vi era alcun legame tra le due cose.
Alla luce di tutto ciò, persistere nel cercare di trovare un motivo della violenza nei condizionamenti e negli stereotipi significa sbagliare completamente strada [17].
Infatti, il modello a cui fa riferimento l’idea che situa gli stereotipi e i condizionamenti di genere come causa di una maggiore propensione alla violenza, è il Modello di Aggressione Generale (GAM), che ha le sue radici nella teoria dell’apprendimento sociale dell’aggressione, e pone poca enfasi sull’individuo che subisce tali condizionamenti, considerandolo di fatto un soggetto passivo.
Il Modello Catalizzatore (“Catalyst Model”), al contrario, più si adatta ai risultati più recenti delle meta-analisi: secondo questa visione, “i fattori biologici combinati con i fattori sociali prossimali come l’abuso genitoriale o la delinquenza dei pari possono rendere una persona incline al comportamento aggressivo, […] Come altre forme di media, i giochi digitali sono considerati potenziali catalizzatori stilistici, il che significa che una persona con una disposizione per la violenza può agire in modo aggressivo con elementi “firma” simili alle azioni viste in un gioco digitale. Il modo in cui i comportamenti violenti sono espressi in particolare possono essere influenzati dai media violenti (ad esempio, indossando gli stessi vestiti di un personaggio violento dei media), ma non possono essere la ragione o la motivazione ad agire con violenza in primo luogo. Gli atti di violenza si verificherebbero lo stesso in un’altra forma, anche senza una precedente esposizione a giochi violenti. Un individuo con una disposizione per la violenza sarebbe suscettibile di violenza anche qualora fosse presentato con contrastanti opportunità di modellazione.” [18].

In aggiunta, i promotori del Modello Catalizzatore hanno fatto notare l’assurdità del pensiero GAM con un titolo a mio avviso spettacolare di un loro paper: “Fare ricerca sulla violenza dei media rende aggressivi?”. In esso affermano:
“Le attuali teorie sono probabilmente troppo meccanicistiche, presuppongono che gli spettatori siano ricettacoli passivi di apprendimento, piuttosto che forgiatori attivi e trasformatori della cultura mediatica. Non crediamo che i dati supportino il paradigma tradizionale. Chiediamo agli studiosi di superare il paradigma tradizionale degli effetti dei media, e di comprendere l’interazione tra i media, il comportamento e la cultura, che è forgiata dagli utenti dei media, non dai contenuti dei media. [19]”

Quindi, come abbiamo notato prima, a livello biologico differenze tra i sessi non si riscontrano nella predisposizione all’aggressività, mentre per quanto concerne i fattori sociali prossimali, come l’assistere a violenza domestica, dato che le statistiche dimostrano che vi è parità tra uomini e donne [1, 2], le femmine sono equamente condizionate a essere violente, visto che nel 50% dei casi il genitore violento verso l’altro è la madre. Inoltre non è neanche detto che se il genitore violento è la madre, e il figlio che assiste è un maschio, quest’ultimo non apprenda dalla madre, e così lo stesso con padre e figlia.

In sintesi, analizzando in questo modo i dati, non c’è motivo di ritenere che i maschi debbano diventare più violenti delle femmine.

“I maschi sono meno empatici”
“D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988).”

In realtà una meta-analisi del 2000 su Psychological Bulletin ha trovato differenze molto ridotte tra uomini e donne nel ragionamento morale. Spesso infatti si pensa che gli uomini abbiano un atteggiamento meno empatico e più orientato al senso di “giustizia”, mentre le donne uno maggiormente empatico e legato alla “cura”. Ebbene, questa review ribalta tutti questi stereotipi, leggiamo infatti:
“Questi risultati non offrono un forte supporto per l’affermazione che l’orientamento alla cura sia utilizzato prevalentemente da donne e che l’orientamento alla giustizia sia utilizzato prevalentemente da uomini.” [20].

“Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta”

In realtà vi sono studi i cui “risultati supportano somiglianze tra i generi rispetto alle traiettorie di sviluppo di comportamento antisociale e alle loro associate origini infantili e conseguenze adulte“. [21]
Piuttosto che di una differenza di genere nella messa in atto di comportamenti antisociali, ritengo dunque che si possa parlare di un under-reporting delle manifestazioni antisociali femminili.

“Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da questo paradosso:
* Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
* Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.”

Si tratta di una falsa dicotomia: la quasi totalità delle volte, difatti, questo meccanismo (che è aggravato dal fatto che gli uomini siano la maggioranza delle vittime di omicidio) non porta a prendersela con altri, ma a rivolgere la propria frustrazione e rabbia verso sé stessi. Difatti il numero degli omicidi ad opera di uomini impallidisce rispetto al numero dei suicidi maschili. Non a caso, pur essendo sottoriportato, il numero delle vittime maschili di omicidio domestico supera quello delle vittime femminili quando vi si aggiungono i suicidi causati dalla violenza domestica subita [22].
Per questo motivo, esso è alla base di una maggiore incidenza di suicidi tra gli uomini, non di una maggiore propensione alla violenza.

A dimostrazione di ciò, un sondaggio nazionale tedesco del 2013, il DEGS1, del Robert Koch Institute, parte del Ministero Federale della Salute tedesco, ci comunica che:
“Approssimativamente ogni 20simo partecipante ha riferito di essere stato vittima di violenza fisica nei 12 mesi precedenti, gli uomini significativamente più frequentemente rispetto alle donne. Per quanto riguarda la frequenza di essere l’autore della violenza fisica (nel complesso della prevalenza 3,7%) non vi erano differenze significative tra i due sessi” [5].

Ancora una volta si dimostra corretto il Modello Catalizzatore: i condizionamenti hanno potuto spostare il focus dell’attenzione della violenza (ovvero maggiormente uomini), ma non la percentuale di chi la perpetrava (che era pari tra uomini e donne).

“Come rispondi – mi chiederà qualcuno – a quegli studi psicologici che riportano gli uomini come il genere più aggressivo?

Faccio notare che spesso la valutazione di professionisti del settore, come psicologi, psichiatri, assistenti sociali, ecc., e di conseguenza gli studi compiuti da essi, tendono a minimizzare l’aggressività femminile. Per dimostrare l’esistenza di questo bias di genere, riporto qui di seguito alcune ricerche in merito.

Partiamo con uno studio su 147 psichiatri chiamati ad esprimersi sul rischio di agiti aggressivi in 680 pazienti psichiatrici afferenti a un servizio di urgenza: questa ricerca ha mostrato che gli psichiatri tendono a sottostimare il potenziale violento femminile. Leggiamo infatti:
“Sulla base di un campione di 147 medici che hanno valutato 680 pazienti in un pronto soccorso psichiatrico, questo studio indaga l’influenza del genere del paziente, del genere dei professionisti della salute mentale, e la loro potenziale interazione sull’accuratezza della valutazione del rischio dei professionisti della salute mentale. I risultati indicano che i professionisti della salute mentale di entrambi i sessi sono particolarmente limitati nella loro capacità di valutare il rischio di futura violenza dei pazienti di sesso femminile. Questo risultato non era limitato a un particolare gruppo di professionisti e non era attribuibile a differenze di genere nella violenza.” [23].

Un ulteriore studio mostra che fin da piccoli, anche quando non vi sono differenze comportamentali tra i sessi, i bambini vengono visti come più problematici e conflittuali rispetto alle bambine e che dunque le interazioni da parte di professionisti della scuola, come ad esempio gli insegnanti, verso di loro sono impregnate da questo pregiudizio:
“Questo studio ha esaminato le differenze nella qualità della cura dei bambini vissuta da bimbi e bimbe. I bambini avevano più probabilità di avere una cura infantile di qualità inferiore rispetto alle bambine, valutata sia con misure al livello dell’impostazione che tramite osservazioni di interazione caregiver-bambino. Un possibile meccanismo esplicativo per le differenze di genere è suggerito dalla prova che i fornitori di cura infantile valutavano il comportamento dei bambini come più problematico e la relazione fornitore-bambino come meno stretta rispetto alle bambine. Queste differenze percepite non erano riflesse nelle osservazioni indipendenti del comportamento o del temperamento del bambino. E’ stato anche il caso che le aule dell’asilo con percentuali più elevate di ragazzi sono state valutate in termini di qualità più bassa a livello di impostazione. […] Come ipotizzato, i caregiver dei bimbi in questo campione hanno rivelato significantemente più percezioni negative dei bambini che delle bambine. Non solo ritraevano i bambini come se mostrassero un comportamento più problematico, attivo e disinibito, ma indicavano anche che i loro rapporti con i bambini erano caratterizzati da un maggiore conflitto e minor vicinanza rispetto ai loro rapporti con le ragazze. È importante sottolineare che i ritratti dei caregiver delle loro relazioni con i ragazzi e le ragazze come conflittuali o strette sono risultate significativamente intercorrelate con la loro risposta alla domanda se i bambini mostrassero problemi di comportamento […] e temperamenti attivi/arrabbiati […], suggerendo una forte visione generalizzata negativa (bimbi) o positiva (bimbe) dei bambini in loro cura. Le loro percezioni dei bambini sono state anche associate con la qualità di caregiving tale che visioni maggiormente negative di un dato bimbo – indipendentemente dal genere – predicevano una cura infantile di qualità più misera, valutata da osservatori indipendenti, per quel bambino.
[…] I bambini e le bambine in questo studio non hanno mostrato differenze nelle loro interazioni tra pari o nella conformità con le richieste del caregiver nella cura del bambino (nonostante la loro grande esperienza nella cura del bambino con i compagni), né hanno differito nelle osservazioni di laboratorio a base del temperamento.
[…] È importante sottolineare che questo pattern genderizzato di esperienze di cura infantile è evidente a 2 anni di età, prima dell’età in cui i ragazzi e le ragazze differiscono in modo significativo nel loro comportamento di gioco, come riportato in letteratura […] e come confermato dalle nostre osservazioni dei bambini in questo studio.” [24].

Uno studio del 2001, effettuato mediante interviste semi-strutturate a poliziotti e psichiatri, e, nel caso dei poliziotti, osservazione diretta e analisi dei report della polizia, ha rivelato come per questi professionisti, dato che la violenza sessuale femminile sfida “i tradizionali copioni sessuali riguardanti l'”appropriato” comportamento femminile, sembra che vi compiano sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autore del reato e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile, in ultima analisi portando alla negazione del problema“. [25].

Una ricerca del 2007 afferma che, nonostante la pari gravità tra sex offending maschile e femminile, i professionisti valutano con più indulgenza le pedofile donne:
“La letteratura mette in luce che il modo in cui i professionisti identificano e rispondono all’abuso sessuale infantile si è mostrato essere influenzato dal genere dell’autore. Allo stesso modo, malgrado sia simile al sex offending maschile in termini di intrusività e gravità dell’abuso, alcuni aspetti del sex offending femminile possono causare particolari problemi per i professionisti.” [26].

Un ulteriore studio riporta:
“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi” [27].

Ovviamente questo modo di pensare influenza anche gli studenti, che diventeranno i professionisti di domani. Leggiamo all’interno di uno studio del 2012 che esamina la percezione che essi hanno di pedofili e abusi sessuali infantili:
“Utilizzando un campione di 2.838 studenti di una università del sud-ovest degli Stati Uniti, gli autori esaminano l’effetto del genere degli intervistati, del genere dell’adulto, della differenza di età tra l’adulto e l’adolescente, e dell’autorità dell’adulto, sulla percezione di vignette che descrivono rapporti sessuali tra adulti e adolescenti. […] Abbiamo trovato prove di un doppio standard per quanto riguarda la diade genere nello scenario, che è coerente con risultati precedenti (Dollar et al. 2004; Fromuth et al. 2001; Horvath and Giner-Sorolla 2007; Smith et al. 1997). Gli uomini in relazioni con ragazze sono stati giudicati cosistentemente più duramente rispetto alle donne che hanno avuto relazioni con ragazzi. Allo stesso modo, rispetto ai ragazzi, le ragazze negli scenari sono state percepite come se avessero subito un danno maggiore.” [28].

Una ricerca del 2004 sulle percezioni che hanno i poliziotti rivela anch’essa risultati simili:
La ricerca in America, Canada e Inghilterra, indica che i professionisti coinvolti nelle indagini dei casi di abuso sessuale dei bambini hanno differenti percezioni della gravità, della punizione e dell’impatto sul bambino, in base al genere del professionista e al genere dell’autore dell’abuso. Lo scopo di questo studio è stato quello di verificare se tali effetti di genere sono prevalenti negli investigatori sull’abuso infantile australiani, specificamente la polizia. Per valutare questo, 361 agenti di polizia australiani hanno risposto a un questionario self-report relativo a una vignetta che descriveva un abuso sessuale infantile. Le domande hanno esaminato la percezione del poliziotto sulla gravità dell’incidente, l’azione della polizia che avrebbero preso e l’impatto percepito sul bambino. La vignetta ha descritto l’autore come maschio o come femmina, con 172 agenti di polizia che rispondevano alla vignetta con l’autrice femmina e 189 che rispondevano alla vignetta con l’autore maschio. I risultati hanno indicato che, a differenza delle scoperte della ricerca estera in questo settore, il genere degli agenti di polizia non influenzava la loro percezione dell’abuso sessuale infantile, il loro impatto percepito sul bambino, o l’azione di polizia che avrebbero preso. Il genere del colpevole influenzava tuttavia questi fattori, con un bias di genere a favore del colpevole femminile. Questo risultato è coerente con la ricerca all’estero ed è un fattore di cui gli operatori del settore dovrebbero essere consapevoli per assicurare che gli incidenti che coinvolgono autori di sesso femminile non siano sottostimati o prosciolti” [29].

Una review del 2014 fa notare inoltre come “Gli atteggiamenti professionali verso l’abuso sessuale perpetrato da donne (FPSA) stando a quanto si dice riflettono le aspettative sul ruolo di genere presenti nella società più ampia, che vede i maschi quasi esclusivamente come aggressori sessuali o destinatari bendisposti di attenzioni sessuali, le femmine come sessualmente non coercitive o vittime e l’abuso sessuale perpetrato da un maschio come particolarmente significativo o lesivo. Tali opinioni, tuttavia, sembrano essere in contrasto con le prospettive degli individui che hanno sperimentato un FPSA. […] i risultati suggeriscono che le prospettive della vittima e dei professionisti sul FPSA rimangono discrepanti; i professionisti generalmente consideravano l’FPSA come meno grave, meno dannoso e meno meritevole di indagini rispetto all’abuso perpetrato da un uomo; mentre le vittime di FPSA sentivano che le loro esperienze influenzavano in modo significativo il loro benessere psicologico e le loro capacità di formare e mantenere relazioni interpersonali.
[…] La titubanza generale dei professionisti a riconoscere l’FPSA come un problema significativo è in contrasto con le esperienze delle vittime di tali abusi. Gli atti sessuali svolti da femmine contro bambini sono spesso simili a quelli perpetrati dai maschi (Peter, 2009; Rudin, Zalewski, & Bodmer-Turner, 1995), e l’impatto psicosessuale dell’abuso sembra essere tanto grave,
se non di più, rispetto a quello dell’abuso sessuale perpetrato da un maschio
(Denov, 2004; Kelly, Wood, Gonzalez, MacDonald, & Waterman, 2002; Krug, 1989; Rosencrans, 1997). Tuttavia, le vittime di FPSA riportano varie risposte professionali alle loro rivelazioni degli abusi, inclusa incredulità o minimizzazione della gravità dell’abuso (Denov, 2003, 2004; Hislop, 2001), il che suggerisce l’esistenza di una divergenza netta tra le prospettive tenute dai professionisti riguardanti l’FPSA e le esperienze delle vittime.
[…] I motivi per le discrepanze tra le prospettive della vittima e dei professionisti sono probabilmente complesse, ma forse sono radicate nel modo in cui la società concepisce l’essere donna e la femminilità. Culturalmente, le donne sono viste come nutrici, madri e sessualmente remissive quando comparate ai maschi (Allen, 1990). Il suggerimento che le donne possono essere sessualmente abusive provoca disagio e incredulità, e come osserva Mayer (1992, p. 5): ”la società non percepisce le femmine come abusanti; sono stereotipate come fisicamente e psicologicamente incapaci di vittimizzare”. Infatti, il concetto di donne sessualmente abusanti sembra provocare tale disagio che la società può tentare di ristrutturare o trasformare il fenomeno in qualcosa di spiegabile (ad esempio, che le colpevoli donne siano costrette da uomini o stiano profondamente male mentalmente; Denov, 2004). I copioni sessuali tradizionali non solo potenzialmente restringono la capacità della società di riconoscere narrative ”non convenzionali” sugli abusi sessuali (Finkelhor & Russell, 1984), ma sembrano anche facilitare atteggiamenti e credenze più indulgenti (o talvolta liquidatori) tra i professionisti verso le donne che abusano sessualmente e le vittime di tali abusi.” [30].

Per finire, uno studio del 2013 afferma che “non è sorprendente che Mellor e Deering (2010) abbiano trovato atteggiamenti differenti nei confronti di abusi sessuali infantili perpetrati da maschi e da femmine in un campione di 231 psichiatri, psicologi, psicologi in prova e operatori di protezione dell’infanzia. I perpetratori femminili avevano più possibilità di essere trattati con clemenza, portando ad una minimizzazione degli abusi sessuali commessi da donne su bambini […]. Inoltre, il sistema di giustizia penale sembra essere discriminante nei confronti dei maschi. Sandler e Freeman (2011) hanno trovato che al sesso femminile si riduce significativamente la probabilità di incarcerazione per i trasgressori condannati per reati sessuali. Deering e Mellor (2009) hanno confermato un minor tempo di carcere e un più breve periodo di fermo per le pedofili femminili nel loro studio australiano. In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).” [31].

Come abbiamo visto, dunque, le valutazioni di certi professionisti non sono neutrali come penseremmo: spesso, difatti, anche psicologi, psichiatri, polizia e servizi sociali tendono a sottoriportare il potenziale aggressivo delle donne. Questo, paradossalmente, porta a rafforzare l’idea che gli uomini siano più violenti delle donne e ciò alimenta in un circolo vizioso il bias di valutazione.

Per riassumere quanto detto fino a qui:
1) Sempre più la letteratura scientifica inizia a riconoscere una parità di violenza tra uomini e donne, sia in ambito domestico che sessuale che generale.
2) Le evidenze scientifiche ci permettono di dire che non sussiste alcuna base biologica che influenzerebbe gli uomini al punto da renderli più aggressivi delle donne. Diversi studi mettono in luce che non vi è alcun collegamento tra testosterone ed aggressività, mentre altri mostrano che l’esposizione prenatale ad ormoni sessuali non ha un effetto permanente sul cervello che porterebbe a differenze caratteriali e comportamentali tra uomini e donne, ma che bastano semplici interazioni con l’ambiente per azzerarne completamente l’influenza.
3) Si è mostrato come il paradigma che vede gli stereotipi di genere alla base di differenze comportamentali (il Modello di Aggressione Generale) non sia adeguatamente capace a spiegare le evidenze scientifiche, e che invece è maggiormente adatto a questo scopo il Modello Catalizzatore, che dimostra come gli stereotipi possano solo direzionare la violenza, ma che quest’ultima si origini non da semplici condizionamenti ma da fattori sociali prossimali come esperienze di abuso.
4) Pur rappresentando la maggioranza delle vittime di omicidio ed aggressione, gli uomini reagiscono a tali abusi principalmente elaborando l’aggressività che si viene a creare come violenza diretta verso sé stessi – diventando così la maggioranza dei suicidi – e non verso gli altri. Questo processo probabilmente è agevolato dalla paura implicita di un giudizio peggiore nell’espressione della violenza verso l’esterno, mentre la ridicolizzazione e la mancanza di supporto che avviene quando gli uomini esprimono le proprie emozioni porta a non riconoscere le emozioni stesse e a elaborarle nell’unica forma accettata di violenza: quella verso sé stessi. Tutto ciò porta a una parità di violenza rivolta verso l’esterno tra uomini e donne.
5) La maggioranza degli studi psicologici che affermano che gli uomini siano il genere più aggressivo è soggetta a bias di valutazione, il che porta a sottoriportare il numero e la gravità degli episodi in cui le donne sono autrici di atti violenti perché ciò va in contrasto con i copioni tradizionali sessuali che non percepiscono le donne come abusanti e che le stereotipizzano come fisicamente e psicologicamente incapaci di causare danni. Per accordarsi a tali copioni, i professionisti compiono sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autrice del reato e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile (ad esempio ritenendo aprioristicamente che le colpevoli donne siano state costrette da uomini o che stiano profondamente male mentalmente) e molto spesso portando alla negazione del problema e dell’esperienza subita dalla vittima.

 

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