Risposta alle obiezioni sul Bisessismo: la cultura è formata anche dalle donne!

Una delle principali critiche all’articolo “Non chiamatelo Patriarcato, è Bisessismo!” è che le donne non formerebbero cultura nello stesso modo degli uomini, pertanto i ruoli di genere sarebbero un’imposizione degli uomini sulle donne.

In primis, come detto nell’articolo sopracitato (a cui rimando per le fonti), ciò si scontra con varie evidenze: ad esempio come spiegare – se le donne subiscono la cultura degli uomini – che gli uomini condannano maggiormente la violenza sulle donne rispetto alle donne stesse? Come spiegare il Women are Wonderful Effect? Non si adatta a una visione in cui le donne sono oppresse dagli uomini. Come spiegare che gli uomini non hanno maggiori livelli di controllo rispetto alle donne? Se i livelli di controllo sono pari, allora gli uomini impongono alle donne in percentuale pari a quanto le donne impongono agli uomini.

Ma soprattutto, voglio far notare che questa obiezione confonde cultura accademica e cultura generale. Per cultura accademica si intende la conoscenza di materie accademiche come scienze, arti, matematica, eccetera. In questo caso, è vero, le donne storicamente sono state minoritarie e la loro influenza in esse è minima.
La cultura generale, e principalmente le norme di genere, sono invece apprese in famiglia.
Se la trasmissione intergenerazionale avviene per via familiare, allora anche un intervento dall’alto su tale substrato sarà figlio di una precedente influenza dal basso. Pertanto, anche in questo caso il “patriarcato” non è la causa principale dei ruoli di genere. Anche perché ogni “patriarca” è nato in una famiglia.

A ciò va aggiunta anche la considerazione che il governo (“il patriarcato”, se vogliamo analizzare la cosa da una prospettiva di genere) è riflesso del popolo che governa. Prendiamo ad esempio la monarchia “eretica” di Akhenaton: il suo regno fu così poco sostenuto dal basso che dopo di lui suo figlio, Tutankhaton, dovette ristabilire l’ordine precedente, annullare le riforme compiute e cambiare nome in Tutankhamon. Addirittura sia Tutankhamon che suo padre subirono la damnatio memoriae. Infatti il corpo di Akhenaton venne ritenuto degno solo di una sepoltura non così rilevante, che doveva passare inosservata: una struttura (la Kings Valley numero 55) ritrovata nel 1907 in un’area periferica.
Un ulteriore esempio significativo è quello delle tirannidi greche, che cercavano disperatamente l’appoggio del popolo per sopravvivere.
Tutto ciò viene ripreso da Ètienne de La Boétie nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”, il quale ricorda che “[g]li imperatori romani non dimenticarono neanche di assumere di solito il titolo di tribuno del popolo, sia perché quella carica era ritenuta sacra, sia perché era stata istituita per la difesa e la protezione del popolo, e sotto la tutela dello Stato. Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro”. L’autore infatti sostiene che qualunque tiranno detiene il potere fintanto che i suoi sudditi glielo concedono.
E qui, ricordiamo, stiamo parlando di anni in cui il voto, la democrazia, non esistevano. Se addirittura in tali periodi l’appoggio dal basso era essenziale, figuriamoci al tempo d’oggi!

A maggior ragione, dunque, le modifiche che un politico può fare sulla mentalità di un popolo sono possibili solo se già presenti nella popolazione stessa, che fornisce l’appoggio al politico stesso. In caso contrario tali riforme vengono normalmente escluse, come negli esempi qui presentati.

Le norme di genere, poi, venendo trasmesse nella prima infanzia, sono molto forti e radicate, dunque sono anche più refrattarie a cambiamenti rispetto ad altri aspetti della cultura che la persona interiorizza.

Tornando però alle donne e alla cultura generale, essendo la trasmissione delle norme di genere una delle prime cose che si apprendono, le donne sono equamente (se non più) rappresentate nell’influenzare il nuovo nato, in quanto equamente (se non più) rappresentate nella composizione familiare e nella possibilità di interagire con il bambino.

Oltre a ciò, vi è da dire che la cultura generale è formata anche dalla mera interazione tra esseri umani (sebbene, nel caso delle norme di genere, ciò avvenga in modo nettamente minore rispetto alla trasmissione inter-generazionale in famiglia). Le donne sono esseri umani, e come tutti gli esseri umani interagiscono con altri simili, e ciò crea cultura. Ciò vale per la cultura generale e non per quella accademica, sicuramente, ma quella generale è ciò a cui facciamo riferimento noi.

Anche nei paesi più arretrati, infatti, le donne parlano e spesso fanno da amplificatrici delle notizie tra il resto del paese e la famiglia. Negarlo e negare che ciò abbia un’influenza sulla cultura e sugli altri è negare l’evidenza.
Non a caso, l’influenza che ciò ha è così forte che il pettegolezzo, nei piccoli paesini, talvolta rovina l’esistenza ad individui che sfidano i tabù sociali condivisi. Tabù perpetrati e sostenuti da donne così come da uomini.

Pensiamo alla caccia alla streghe: il pettegolezzo di alcune donne portava a un sospetto generale verso una persona che poi per tale sospetto finiva davanti a un tribunale a rispondere di “stregoneria”. Come sappiamo che tale pettegolezzo fosse principalmente femminile? Perché ce lo dicono i dati. Infatti Dorothy A. Mays, professoressa al Rollins Collage, in “Women in Early America” afferma, sulle accuse di stregoneria nel Nord America, che “[g]li accusatori posseduti erano quelli che affermavano di soffrire dei tormenti afflitti dalla strega. L’ottantasei per cento degli accusatori posseduti era femmina”. Non a caso, nel famoso processo alle streghe di Salem, tutte le denuncianti “stregate” erano donne. Deborah Willis, nel suo libro pubblicato dalla Cornell University Press, “Malevolent Nurture. Witch-hunting and Maternal Power in Early Modern England”, spiega che fosse “chiaro […] che le donne erano attivamente partecipi nel costruire accuse di stregoneria contro le loro vicini femmine”:
“[Alan] Macfarlane ha trovato che tante donne quanti uomini informavano contro le streghe nei 291 casi dell’Essex che aveva studiato; circa il 55 per cento di coloro che credevano essere stati stregati era di sesso femminile. Il numero di liti di stregoneria che hanno avuto inizio tra le donne potrebbe in realtà essere stato superiore; in alcuni casi, sembra che il marito come “capo famiglia” si faceva avanti per fare dichiarazioni a nome di sua moglie, anche se la lite centrale aveva avuto luogo tra lei e un’altra donna. […] Può, quindi, essere fuorviante mettere sullo stesso piano “informatori” con “accusatori”: la persona che ha rilasciato una dichiarazione alle autorità non era necessariamente la persona che aveva litigato direttamente con la strega. Altri studi supportano una figura nella gamma del 60 per cento. Nell’esame di Peter Rushton dei casi di calunnia nei tribunali ecclesiastici di Durham, le donne hanno preso provvedimenti contro altre donne che le avevano etichettate come streghe nel 61 per cento dei casi. […] J.A. Sharpe rileva inoltre la prevalenza delle donne come accusatori nei casi Yorkshire seicenteschi, concludendo che “su un livello di villaggio la stregoneria sembra essere stata qualcosa di peculiarmente invischiata nei litigi tra donne”. In misura considerevole, quindi, a livello di villaggio la caccia alle streghe è stata un lavoro delle donne.” (pp. 35-36.)

Pensare dunque che le donne potevano contribuire pochissimo a influenzare la cultura e la vita degli altri quando un pettegolezzo da parte loro, come abbiamo notato, poteva mandare una ragazza davanti al tribunale inquisitorio, appare, alla luce delle prove, abbastanza naïf.

La potenza del pettegolezzo si riscontra anche in culture antiche e/o lontane da noi. Pensiamo ad esempio al Giappone o alla civiltà greca. Proprio per tali culture gli antropologi parlano di “civiltà della vergogna”.

Con “civiltà di vergogna” si indica una società regolata da determinati modelli positivi di comportamento la cui trasgressione e mancata adesione aveva come conseguenza il biasimo concreto e reale dell’intera comunità fino, nei casi più gravi, all’emarginazione, a cui si associava un sentimento di vergogna, perdita di autostima e sofferenza. Il tessuto sociale tendeva a essere più coeso e maggiormente orientato verso un sistema condiviso di valori, e le regole di comportamento, nella società greca, erano acquisite e osservate attraverso l’interiorizzazione di quella “voce del popolo”, che, a seconda dei casi, riconosce le virtù o sanziona i comportamenti che ne derogano.

Essendo questa la nostra origine, una civiltà della vergogna, ed essendo in essa, in questo tipo di cultura – che forma i valori della società in cui si vive -, oltre che nella cultura familiare, le donne equamente rappresentate, si può dire che l’origine dei ruoli di genere non sia da attribuire al “patriarcato”, ma a tutti noi: uomini e donne, al 50 e 50.

Le donne non subiscono la cultura. Gli uomini non subiscono la cultura. Entrambi la co-creano.

 

Alla luce di quanto detto finora, riporto quest’immagine trovata su Facebook, ricordando però che si tratta di una pic provocatoria – in quanto mostra solo l’influenza che le donne possono avere sul passaggio intergenerazionale dei ruoli di genere e non quella degli uomini – e che se è vero, come abbiamo visto sinora, che le donne contribuiscono a creare metà della cultura generale della società, è altrettanto vero che l’altra metà è creata dagli uomini:

avfm

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