Archivi del mese: marzo 2016

La Bufala della #TamponTax

tampontax

I tamponi, nel Regno Unito, vengono tassati al 5%. E’ in corso una campagna per chiedere di rimuovere la tassazione, in quanto beni essenziali. Ma andiamo ad analizzare il motivo della tassa e quanto realmente pesa sulle donne:

In primis, i tamponi non sono riciclabili. Questo è uno dei principali motivi per cui vengono tassati. D’altra parte esiste la coppetta mestruale da anni, non si capisce il motivo per cui ostinarsi ancora dopo tutto questo tempo a sponsorizzare i tamponi.

In secondo luogo, la donna media ha un ciclo che dura 4 giorni al mese e usa 20 tamponi per ogni periodo. Questo corrisponde a 240 tamponi all’anno. Tamponi non di particolari marche costano circa 1,89£ e contengono 32 pezzi. La donna media dunque necessita di 8 pacchetti di tamponi per essere a posto per l’intero anno, con una spesa totale di circa 15£ (mentre le attiviste affermano che la spesa totale sarebbe addirittura 492£!!).

Questo significa che la sua imposta sul valore aggiunto per tali prodotti sanitari sarebbe pari a 75 pence all’anno.

Riporto le parole di Julia Hartley-Brewer del Telegraph in proposito, che ha sarcasticamente aggiunto:
“Sì, 75 centesimi in tutto all’anno come imposta sul valore aggiunto solo per essere una donna. Alzate le barricate, gente, è il momento per una rivoluzione, perché questa tassa oltraggiosa è chiaramente un grave attacco alle donne”.

Da dove è uscito fuori, dunque, il dato dei 492£? Se la donna media spendesse 492£ all’anno in tamponi, significherebbe per lei usare 8.330 tamponi all’anno, ovvero 694 per ogni periodo, corrispondenti a 173 tamponi al giorno, equivalenti a 7 ogni ora.

Il nonsense non finisce qui. Le attiviste hanno ripetutamente affermato che i tamponi sarebbero soggetti all’imposta sul valore aggiunto (da noi chiamata “IVA”, nel Regno Unito “VAT”, ovvero “Value-Added Tax”), mentre i rasoi per gli uomini no, cosa che è assolutamente falsa – i rasoi attualmente hanno un’IVA del 20%, non l’IVA ridotta del 5% che hanno i tamponi.

Inoltre, è pieno di altre necessità, inclusi sapone e dentifricio, che hanno una tassa del 20%, mentre non vi sono particolari argomenti per cui i tamponi dovrebbero essere esenti mentre il sapone – che la maggioranza delle donne vede come più vitale dei tamponi – non dovrebbe esserlo.

Sì, solo le donne comprano i tamponi, ma gli uomini e le donne spendono routinariamente diverse somme di denaro su diverse cose – quindi le attiviste arriveranno a chiedere l’esenzione dall’IVA per make-up, reggiseni e tacchi alti?

Se le attiviste davvero hanno un problema con l’IVA imposta a diversi tassi per diversi oggetti, perché l’attenzione va ai tamponi e non, ad esempio, al fatto che vi sia un’IVA sui seggiolini di sicurezza mentre non vi è nessuna IVA sui caschi per biciclette o motorini? Ma immagino che anche questa verrebbe vista come una “differenza di genere”. Già me lo vedo: “le donne pagano di più per comprare i seggiolini per i bambini mentre gli uomini gironzolano senza tasse sulle loro moto!!11”.

Ok, sfido allora ad analizzare in chiave di genere il fatto che vi sia un’IVA sugli ausili per la mobilità degli anziani ma non sul gioco della tombola. E perché non c’è un’IVA sulle roulotte mentre c’è sulle macchine che le tirano?

L’intero sistema delle tasse è incasinato e ci sono infinite ragioni per fare dei cambiamenti in esso, e per esentare certi oggetti dall’IVA, ma questa non è una cospirazione contro le donne, non importa quanto piaccia alle attiviste far finta che lo sia.

Inoltre la lotta della tassa sui tamponi ha messo in luce tre aspetti:

Il primo aspetto di questa campagna è il ginocentrismo: non importano le necessità oggettive della gente (incluse le donne), importa ribadire che le necessità delle donne siano in primo piano. Non in quanto necessità, poiché come abbiamo visto esistono necessità oggettivamente più impellenti che coinvolgono anche le donne, ma in quanto appartenenti alle donne.

Il secondo è il sessismo: infatti le tasse sui tamponi sono state già ridotte fino ad arrivare al 5%. Una politica realmente antisessista avrebbe dovuto PRETENDERE l’abbassamento di ogni altro bene di necessità a quel 5%. Fare altrimenti, lasciare le cose come sono ORA, significa ribadire il primo punto, ovvero il ginocentrismo, vale a dire la visione delle donne come esseri da tutelare e degli uomini come “gente” indifferenziata, non come altra categoria sociale degna di tutele al pari delle donne. Come al solito gli uomini non vengono visti come un genere, ma come parte indistinta della “popolazione”. Gli uomini non hanno “questioni di genere”, le questioni di genere sono solo delle donne, ed esistono solo due generi: le donne e la gente. E la gente include anche le donne. Gli uomini, in questo modo, vengono invisibilizzati dal mondo sociale e i loro diritti possono essere facilmente calpestati.

Terzo: se il più grande problema che le donne del Regno Unito affrontano è una tassa di 75 pence all’anno, allora forse la loro vita non è così male come le nostre crucciate amiche sembrano pensare che sia.

Video consigliato:

 

Tratto liberamente da:

Julia Hartley-Brewer. The campaign to end VAT on tampons is one of the silliest the sisterhood has ever mounted. The Telegraph, 27 October 2015. – http://www.telegraph.co.uk/women/womens-politics/11957498/The-campaign-to-end-VAT-on-tampons-is-one-of-the-silliest-the-sisterhood-has-ever-mounted.html

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Non gli stereotipi ma l’attaccamento insicuro è alla base della violenza! #Parte 1/2

insicuro

Come abbiamo visto nello scorso articolo (“Negli stereotipi di genere l’origine della violenza… o dei bias di giudizio?”), gli stereotipi non sono alla base della violenza, ma la catalizzano, vale a dire orientano un’aggressività pre-esistente e la direzionano, senza però crearla. Si è quindi stabilito che l’origine della violenza sia da ricondurre a fattori sociali prossimali come l’abuso genitoriale, l’assistere a violenza domestica e alla delinquenza dei coetanei.
Anche quest’ultima distinzione, però, è molto astratta: infatti, l’uso di un comportamento aggressivo e di bullismo nei confronti dei coetanei è stato associato alla presenza di un attaccamento insicuro (Eliot & Cornell, 2009).
E’ proprio di attaccamento insicuro che parleremo oggi: infatti, i fattori sociali prossimali che accennavo nello scorso articolo possono essere riassunti in questo concetto (Dutton & White, 2012).
Perché, dunque, non vedere invece negli stereotipi e nei condizionamenti l’origine della violenza?
In primis, perché le teorie sociologiche (quelle che sostengono un tale tipo di pensiero) della violenza sul partner intimo (intimate partner violence in inglese, o IPV) hanno difficoltà nello spiegare come mai solo una piccola minoranza all’interno di qualsiasi campione demografico perpetra IPV e, quando la gravità dell’IPV viene presa in considerazione, questa minoranza si restringe ancora di più. Inoltre, i dati rivelano che solo una minoranza di persone all’interno di ciascuna categoria demografica commette una quantità sproporzionata di IPV grave o ripetuta (Stets and Straus, 1989 e Stets and Straus, 1990). Nei campioni di popolazione esaminati da Straus e colleghi, circa il 21-28% ha riportato un’incidenza di vita di un qualche tipo di IPV sperimentata o perpetrata (Kennedy and Dutton, 1989, Schulman, 1979, Straus, 1977, Straus, 1992 e Straus and Kantor, 1994). Circa un terzo di questi report erano per aggressione grave (cioè, azioni in grado di generare lesioni). Degli assalti riportati, circa i due terzi sono stati per pattern ripetuti, un terzo si è verificato una sola volta (Feld & Straus, 1990). Quindi, circa il 6-8% riporta pattern ricorrenti di IPV grave. Straus and Gelles (1986) riportano tassi di incidenza annuale del 6% per le coppie sia nell’Indagine Nazionale Statunitense del 1975 che in quella del 1985. L’IPV riportato da questi campioni non è normativo e non è considerato accettabile dalla popolazione generale (Simon et al., 2001). Inoltre, quando si guarda all’interno di ogni classe sociale o gruppo etnico la natura non normativa dell’IPV rimane. Si tratta di una minoranza non-normativa quella che commette IPV all’interno delle comunità caucasica e afro-americana (Cazaneave & Straus, 1992), della comunità ispanica (Straus & Smith, 1992), sia nella classe lavorante che nella classe media (Dibble & Straus, 1992), in tutti i gruppi di età (Straus & Smith, 1992) e all’interno di ogni genere (Archer, 2000). La consistente presenza di minoranze che agiscono in contrasto con le norme sociali porta alla questione di quali differenze individuali (cioè, fattori psicologici) impostino queste persone diversamente dai loro coetanei demografici che condividono la loro socializzazione.

Le teorie psicologiche sulla violenza domestica hanno finora studiato la connessione con rabbia (Eckhardt et al. 1998, Maiuro et al. 1988), maltrattamenti subiti durante l’infanzia (Dutton e Hart 1992, Ehrensaft et al. 2003, Kalmuss e Seltzer 1986, Straus et al. 1980, Widom 1989), abuso di droghe (Caetano et al. 2008, Kantor e Straus 1992, Leonard e Roberts 1998), depressione (Bland e Orn 1986) e presenza di disturbi della personalità (Bland e Orn 1986, Ehrensaft et al. 2006, Hamberger e Hastings 1986, Hart et al. 1993). Esiste un concetto psicologico di portata più ampia che unifichi l’intricata letteratura sulle cause della violenza domestica? Sì, l’attaccamento insicuro. Si ritiene infatti che la rabbia e l’abuso di sostanze stupefacenti siano sintomi di un problema più radicato nel tempo, ovvero l’attaccamento insicuro; si ritiene anche che gli abusi in età infantile siano la causa di un potenziale attaccamento insicuro e che alcuni disturbi della personalità rappresentino un insieme di processi cognitivi, sentimenti e comportamenti cronici e disfunzionali derivanti da attaccamento insicuro. L’attaccamento insicuro è definito come un qualunque insieme di fattori psicologici per cui i rapporti intimi sono caratterizzati da sentimenti di ansia o paura; comprende, quindi, i diversi tipi di rapporti basati sulla paura in uno “spettro dell’attaccamento insicuro” (ad esempio impaurito, evitante, disorganizzato) e nel disturbo borderline di personalità (BPD). L’attaccamento distanziante è connesso all’attaccamento ansioso in modo meno evidente. Un attaccamento disfunzionale tra genitore e bambino, in particolare il rifiuto e l’incapacità di sintonizzarsi emotivamente con il figlio, è dunque la principale causa dell’attaccamento insicuro, e l’attaccamento insicuro, a sua volta, è il principale predittore dei comportamenti violenti verso il partner (Dutton & White, 2012).

Secondo la teoria dell’attaccamento, un legame sicuro con il genitore è fondamentale per la sopravvivenza (Bowlby 1969); la teoria identifica una serie di tratti, che durano tutta la vita, chiamati stili di attaccamento, che sono stati valutati negli adulti (Bartholomew e Horowitz 1991, Brennan et al. 1998, Hazan e Shaver 1987) e che influenzano i processi cognitivi, i sentimenti e i comportamenti nelle relazioni intime. La divergenza rispetto all’attaccamento sicuro è definita attaccamento insicuro (AI) e si manifesta attraverso gli stili di attaccamento ansioso, evitante, distanziante e disorganizzato (Fonagy et al. 2002, Lyons-Ruth et al. 1999, Lyons-Ruth e Jacobwitz 2008), il disturbo borderline di personalità (Dutton & Starzomski 1993) e la personalità antisociale (Mauricio, Tein e Lopez 2007). Nonostante gli stili di attaccamento possano essere “aggiornati” attraverso esperienze in età adulta, l’attaccamento diadico nell’infanzia gioca un ruolo incredibilmente importante nella formazione dello stile di attaccamento (Lyons-Ruth 2008).

Gli studi che collegano la violenza domestica in età adulta agli abusi fisici subiti nell’infanzia potrebbero non aver considerato un fattore determinante più diffuso: sebbene l’aver subito maltrattamenti dai genitori aumenti le possibilità di commettere a propria volta atti di violenza domestica (IPV, intimate partner violence), la maggior parte delle persone che sono state vittime di abusi non diventa violenta verso il partner (Kalmuss 1984, Kaufman e Zigler 1993), quindi la mera imitazione di un comportamento aggressivo appreso socialmente non è sufficiente a spiegare la trasmissione intergenerazionale della violenza. Dutton (1999a), nel descrivere gli insiemi di dati sulla violenza domestica, sostiene che i modelli di apprendimento sociale dell’imitazione dell’aggressività siano limitati, mentre un processo più diffuso è l’attaccamento insicuro dei figli di genitori violenti (Dutton 1999b, Dutton 2000) come risultato dell’instabilità nella loro crescita all’interno della famiglia. L’abuso fisico nei confronti dei bambini è un indicatore di quell’instabilità (Dutton 1995a), ma si riscontrano processi emotivi disfunzionali più profondi. Dutton, van Ginkel e Starzomski (1995) hanno mostrato come i tassi di trasmissione intergenerazionale aumentino nei casi in cui agli abusi fisici si aggiungono processi emotivi di rifiuto e umiliazione; l’elemento che contribuiva maggiormente alla perpetrazione della violenza domestica era il rifiuto del genitore, non i maltrattamenti fisici subiti durante l’infanzia (Dutton 1994b). Sembra, perciò, che l’attaccamento insicuro (come conseguenza del rifiuto parentale e dell’aver subito violenza fisica) costituisca un fattore centrale per quel che riguarda la perpetrazione della violenza domestica.

La caratteristica principale di questa “personalità violenta” dei perpetratori di abusi domestici era una struttura di personalità borderline, ovvero instabile, incline a mancata regolazione delle emozioni e a variazioni estreme nella visione di sé o self-concept (Dutton 1994a, Dutton 2007, Dutton e Starzomski 1993, Dutton e Starzomski 1994, Dutton, Starzomski e Ryan 1996, Dutton et al. 1994). Dutton (2007) ha riportato una correlazione di +.58 tra le misure di autovalutazione dell’“attaccamento impaurito” (Bartholomew 1990) e i punteggi su una scala di valutazione dell’organizzazione borderline di personalità (BPO) (Oldham et al., 1985); entrambi gli elementi erano indicatori di violenza verso il coniuge (Dutton, 2007 and Dutton et al., 1994). Sembra perciò che la BPO possa costituire essa stessa un disturbo dell’attaccamento. Un caso evidente in cui questo disturbo è stato collegato alle personalità violente è lo studio di Walker (1984), in cui i soggetti riportavano un “ciclo di violenza” caratterizzato da un iniziale ritiro dei perpetratori seguito da un crescendo emotivo che portava alla violenza verbale e infine fisica, con un successivo periodo di rimorso e contrizione. Le notevoli differenze nelle descrizioni dei perpetratori durante lo stadio di accumulo della tensione e del rimorso suggeriscono la presenza di una struttura di personalità di tipo instabile.

I primi studi sui problemi di attaccamento nei perpetratori di violenza in età adulta si collocano all’inizio degli anni ’90, subito dopo la fondamentale ricerca di Hazan e Shaver (1987), i quali hanno scoperto che gli stili di attaccamento negli adulti sono distribuiti similmente a quanto accade nell’infanzia. Dutton et al. (1994) hanno studiato un gruppo di uomini condannati ad un periodo di trattamento, riscontrando che l’attaccamento ansioso (impaurito), misurato con il questionario di autovalutazione RSQ (Relationship Style Questionnaire, Griffin e Bartholomew 1994), era connesso ai resoconti dei partner sugli abusi fisici e verbali subiti. Il punteggio di attaccamento impaurito era anche correlato a un gruppo di altri elementi che formavano quella che Dutton ha in seguito definito “personalità violenta” (Dutton 2007), caratterizzata da una struttura di personalità borderline o instabile (Dutton 1994, Dutton e Starzomski 1993), eccessiva gelosia (Dutton, van Ginkel e Landolt 1996), scarso controllo degli impulsi (Dutton e Starzomski 1993), sintomi ricorrenti di traumi (Dutton 1995b), rabbia cronica (Dutton 2008) e tendenza ad esternalizzare la colpa (Dutton 1994b). La rabbia si caratterizzava come una reazione affettiva alla paura, a sua volta generata dall’intimità. Dutton e colleghi hanno in seguito scoperto, nei resoconti degli stessi perpetratori di violenza, diversi fattori di sviluppo associati alla personalità violenta, tra cui l’aver subito maltrattamenti fisici (Dutton 2000), l’umiliazione da parte di un genitore e i traumi causati da attaccamento insicuro nell’infanzia (Dutton 1994b, Dutton 1999b, Dutton e Holtzworth-Munroe 1997, Dutton, Starzomski e Ryan 1996, Dutton et al. 1995). Nonostante questi uomini avessero subito abusi, questo elemento non era il maggior indicatore di comportamenti violenti. Un’analisi discriminante dei punteggi relativi alla personalità violenta (rabbia, personalità borderline, attaccamento insicuro, sintomi ricorrenti di traumi) ha rivelato che l’indicatore di violenza prevalente era il rifiuto genitoriale, seguito dagli abusi fisici subiti dal genitore e dalla mancanza di affetto genitoriale. In generale, un’educazione familiare caratterizzata da distacco emotivo appariva importante tanto quanto gli stessi abusi fisici subiti.

In uno studio dei comportamenti di uomini con diversi stili di attaccamento, Babcock, Jacobson, Gottman e Yerington (2000) hanno reclutato uomini con un passato di perpetrazione di violenza domestica (DV) e uomini che riportavano disagio coniugale ma non avevano comportamenti violenti verso il partner (DNV). Entrambi i campioni erano stati reclutati attraverso annunci pubblici. I partecipanti hanno completato l’intervista sull’attaccamento adulto (AAI), che serviva ad avere informazioni sui rapporti con i loro genitori sia durante l’infanzia che nella vita adulta e a capire in che modo questi rapporti familiari avessero influito sul funzionamento delle loro relazioni adulte. All’interno del gruppo di chi non aveva commesso violenza domestica (DNV) il numero di uomini che presentavano uno stile di attaccamento sicuro era più elevato rispetto al gruppo (DV) di chi aveva commesso violenza (rispettivamente 61,5% e 26,1%). Nel gruppo DV, invece, vi era una proporzione maggiore di uomini catalogati come distanzianti (26,1% rispetto al 23,1% nel gruppo DNV) o preoccupati (30,4% rispetto al 15,4% del gruppo DNV). Gli autori hanno scoperto che gli uomini con uno stile di attaccamento sicuro erano i meno inclini ad avere un comportamento dominante e a mostrare disprezzo verso le mogli; i soggetti con uno stile di attaccamento preoccupato avevano invece maggiori probabilità di mostrare comportamenti belligeranti verso le mogli e di reagire in modo violento a un ritiro emotivo della moglie. Nel loro studio, Babcock et al. hanno riscontrato che lo stile di attaccamento degli uomini fisicamente violenti verso le mogli (nel gruppo DV) aveva più probabilità di essere caratterizzato come insicuro, secondo le misurazioni dell’AAI, rispetto a quanto accadeva per gli uomini che non erano violenti ma che riportavano disagio coniugale (gruppo DNV).

Bookwala e Zdaniuk (1998) hanno preso in analisi un campione di studenti universitari, confrontando i dati autoriportati sull’attaccamento con quelli riguardanti aggressioni bilaterali. I soggetti che facevano parte di relazioni reciprocamente violente avevano un punteggio maggiore negli stili di attaccamento preoccupato e impaurito-evitante. Secondo gli autori, i soggetti preoccupati tendevano a interpretare eventuali disattenzioni da parte del partner in modo più negativo e questa loro interpretazione provocava gran parte dei conflitti e delle aggressioni.

Follingstad, Bradley, Helff e Laughlin (2002) hanno sviluppato un modello di equazione strutturale (SEM) per testare le relazioni esistenti tra l’attaccamento ansioso, il carattere rabbioso e i tentativi di controllare il partner come indicatori della gravità e della frequenza della violenza nei rapporti di coppia, ipotizzando che l’attaccamento ansioso avrebbe avuto come conseguenza la reattività rabbiosa nelle relazioni intime (causata da minacce reali o percepite di abbandono o rifiuto) che, a loro volta, avrebbero portato il soggetto a tentare di esercitare controllo sul partner attraverso la violenza. In un campione di 412 studenti universitari (approssimativamente bilanciati per genere) 80 soggetti avevano manifestato violenza contro i partner. Follingstad et al. hanno usato il questionario RSQ (Relationship Style Questionnaire) per valutare l’attaccamento ansioso. Nel loro modello di equazione strutturale, l’attaccamento ansioso all’interno del campione era collegato alla violenza contro il partner attraverso le variabili della rabbia (carattere rabbioso) e del controllo; questo schema non mostrava differenze di genere. Gli autori hanno concluso che “il percorso principale che portava all’uso della forza nei rapporti di coppia era inizialmente dovuto alla presenza di attaccamento ansioso” (Follingstad et al 2002, p. 44) e che i dati raccolti indicavano il “carattere rabbioso come risultato della gestione dell’ansia generata dal desiderio di […] mantenere un rapporto […] anticipando costantemente, allo stesso tempo, il rifiuto o l’abbandono da parte del’altro” (p. 44). L’attaccamento ansioso è dunque un fattore di rischio per la perpetrazione di violenza di coppia e questa relazione potrebbe essere, almeno in parte, mediata dalla rabbia.

Goldenson, Geffner e Foster (2007) hanno valutato gli stili di attaccamento in donne che seguivano un trattamento imposto dal tribunale per la violenza commessa verso il coniuge. Rispetto ai controlli clinici su donne non violente, i soggetti violenti mostravano una misura maggiore di attaccamento insicuro secondo il questionario ECR-R (Experiences in Close Relationships-Revised). Le donne violente contro il partner avevano anche punteggi significativamente elevati nelle misurazioni di personalità borderline del test MCMI-III (Milton 2008).

Godbout, Dutton, Lussier e Sabourin (2009) hanno valutato, in un campione non clinico di 644 adulti tra uomini e donne in relazioni di coppia di lunga durata, l’esposizione a violenza familiare durante l’infanzia, l’adattamento di coppia e la perpetrazione di violenza contro il partner, attraverso un framework di attaccamento. Un modello di equazione strutturale ha indicato che l’aver subito violenza dai genitori durante l’infanzia influisce nell’uso della violenza contro il partner, sia direttamente che indirettamente attraverso l’attaccamento ansioso. In questo studio, la valutazione di entrambi i componenti di ogni coppia ha portato a risultati unici. Ad esempio, l’attaccamento ansioso nelle vittime era associato in modo significativo all’espressione di violenza verso il partner (violenza che riguardava sia uomini che donne); il fattore dell’attaccamento ansioso nelle donne fungeva da mediatore tra la violenza subita dai genitori e quella commessa verso il partner, e/o l’attaccamento evitante negli uomini aveva la stessa funzione.

Mauricio et al. (2007) hanno esaminato 192 uomini che, secondo la decisione di un tribunale, prendevano parte a un programma di intervento per maltrattatori. In questo campione sono stati misurati gli orientamenti di attaccamento adulto ansioso ed evitante (attraverso i questionari ECR), il disturbo borderline di personalità (BPD) e il disturbo antisociale di personalità (ASPD), la violenza sia psicologica che fisica e la desiderabilità sociale. Gli autori hanno usato il modello di equazione strutturale per testare l’ipotesi che le relazioni tra attaccamento ansioso e violenza fossero mediate dal disturbo borderline e che le relazioni tra attaccamento evitante e violenza fossero mediate dal disturbo antisociale. La desiderabilità sociale era inclusa come covariata in entrambi i modelli. I risultati hanno mostrato che i disturbi della personalità agivano da mediatori nelle relazioni tra l’attaccamento evitante e la violenza sia fisica che psicologica. I disturbi della personalità erano inoltre mediatori nella relazione tra l’attaccamento insicuro e la violenza fisica e mediatori parziali nella relazione tra l’attaccamento ansioso e la violenza psicologica. Perciò, attraverso la modellazione causale, sia Follingstad et al. (2002) che Mauricio et al. (2007) hanno scoperto che l’attaccamento insicuro si cristallizzava in una forma di “carattere rabbioso” cronico associato a un disturbo della personalità (con la rabbia come elemento centrale) che si manifestava in violenza e rabbia contro il partner. Ad esempio, nello studio di Mauricio et al., la relazione tra attaccamento ansioso e BPD era significativa, così come la relazione tra BPD e violenza fisica. Tuttavia, la relazione diretta tra la violenza e l’attaccamento ansioso non era significativa. In Follingstad et al. l’effetto dell’attaccamento sull’uso della forza era mediato in modo simile dal carattere rabbioso. L’attaccamento potrebbe perciò essere un indicatore di rischio per la violenza, ma deve “cristallizzarsi” in qualcosa di più: un disturbo cronico del sé associato a un carattere rabbioso o con la rabbia come caratteristica comportamentale.

Queste reazioni croniche di rabbia potrebbero costituire la “rabbia nata dalla paura” descritta da Bowlby. Il lavoro di Lyons-Ruth (2008) collega esplicitamente il ritiro genitoriale a una successiva psicopatologia basata sulla rabbia.

Oltre ai precedenti, sono stati condotti ulteriori studi sulla relazione tra gli stili di attaccamento e la violenza nelle relazioni di coppia. Wheeler (2002) ha valutato l’attaccamento in un campione di studenti universitari di sesso maschile, scoprendo che la perpetrazione della violenza nella coppia era strettamente correlata con uno “stile di attaccamento preoccupato”, caratterizzato dalla paura di essere rifiutati dal partner. Davis, Ace e Andra (2000) hanno valutato la relazione tra lo stile di attaccamento e la perpetrazione di violenza emotiva in due campioni di studenti universitari, uno maschile e uno femminile. Attraverso l’analisi dei percorsi causali (path analysis) Davis e colleghi hanno trovato una relazione diretta significativa tra l’attaccamento ansioso e la perpetrazione di violenza psicologica in entrambi i campioni. Gli individui che mostrano attaccamento ansioso sono caratterizzati da una visione negativa di se stessi e dalla paura dell’abbandono (Bartholomew e Shaver 1998, Davis et al. 2000). Sia lo stile di attaccamento impaurito che quello preoccupato fanno parte della categoria “attaccamento ansioso” (Bartholomew e Shaver 1998).

Secondo la teoria dell’attaccamento, la violenza domestica negli adulti può essere una forma esagerata e distruttiva di protesta verso il partner a causa di una percezione di separazione e abbandono, oppure una strategia di deattivazione, imparata come un modo di affrontare i tentativi infruttuosi di ricerca di vicinanza; la violenza può essere usata principalmente come un modo di impedire al partner di diventare troppo intimo o in risposta a paura e ansia interiori suscitate dal partner (Allison, Bartholomew, Mayseless e Dutton 2008, Babcock, Jacobson, Gottman e Yerington 2000). Gli studi empirici hanno individuato i disturbi dell’attaccamento come forti indicatori del disagio di coppia (Davila e Bradbury, 2001) e della violenza domestica, in particolare attraverso i tratti di personalità borderline e antisociali (Mauricio, Tein e Lopez 2007, Sonkin e Dutton 2003). Solo una minoranza di uomini condannati per violenza domestica presentano i tratti dell’attaccamento sicuro, mentre la maggioranza mostra stili di attaccamento preoccupati e distanzianti; inoltre, l’attaccamento impaurito è strettamente correlato alla frequenza della violenza domestica (Dutton, Saunders, Starzomski e Bartholomew 1994).

Gli individui con attaccamento ansioso appaiono più inclini a commettere atti violenti se il comportamento del coniuge provoca in loro la paura dell’abbandono (a causa della loro interpretazione dei comportamenti del partner), ma hanno mostrato reazioni simili a quelle degli individui non violenti nei conflitti incentrati sulla richiesta di maggiore intimità o che non comprendevano il rischio di abbandono (Dutton e Browning1988, Holtzworth-Munroe e Anglin 1991).

Una situazione più grave è quella esaminata da Dutton e Kerry (1999), in cui i soggetti hanno commesso omicidio del coniuge reagendo ad un abbandono reale o percepito. Al contrario, quando ci si sente più a proprio agio con le situazioni di intimità la violenza verso il partner diminuisce (Lawson, 2008).

Infatti, dal punto di vista dell’attaccamento, aver assistito a violenza domestica o essere stato vittima di violenza familiare può minare la fiducia del bambino nella disponibilità e nella sensibilità dei genitori (Davies e Cummings 1995, 1998). Le critiche, la rabbia e la violenza dei genitori sono facilmente percepite dai bambini come rifiuto o abbandono. Un clima di violenza familiare è caratterizzato inoltre da conflitto e paura, che riducono la capacità del genitore di prendersi cura del figlio. Allo stesso modo, in un ambiente violento possono esserci problemi di comunicazione tra i membri della famiglia. Di conseguenza, i bambini che hanno subito violenza familiare hanno meno probabilità di soddisfare il loro bisogno primario di disponibilità e affetto stabile da parte dei genitori, così che lo sviluppo di relazioni sane e di modelli operativi interni di sé e degli altri risultano compromessi (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall 1978).

I bambini vittime di violenza domestica, inoltre, subiscono le conseguenze del fatto che le proprie figure di attaccamento costituiscono una potenziale fonte di pericolo. Il contesto della violenza familiare, perciò, impedisce lo sviluppo delle capacità di autoregolazione e contribuisce a una visione di se stessi come impotenti e vulnerabili, appartenenti a un mondo minaccioso in cui gli altri non possono essere avvicinati o affrontati. Questo contesto contribuisce all’adozione di strategie di iperattivazione, in quanto il bambino impara a sforzarsi maggiormente o a mostrare enfaticamente le emozioni negative così da realizzare un rapporto protettivo; oppure può portare a sviluppare un comportamento evitante come strategia di protezione.

Gli studi empirici hanno costantemente riscontrato che i bambini maltrattati e quelli che hanno assistito a violenza coniugale hanno più probabilità di sviluppare attaccamento insicuro con i genitori e a mantenere stili di attaccamento insicuro durante la vita adulta. Muller, Sicoli e Lemieux (2000) hanno osservato che il 76% degli adulti che hanno subito violenza durante l’infanzia mostravano attaccamento insicuro (rispetto al 42% e al 53% dei campioni non clinici: Bartholomew e Horowitz 1991, van IJzendoorn e Bakermans-Kranenburg 1996). In uno studio longitudinale durato vent’anni, Waters, Merrick, Treboux, Crowell e Albersheim (2000) hanno scoperto che gli eventi negativi come gli abusi fisici da parte dei genitori spiegavano chiaramente i cambiamenti da una classificazione di attaccamento sicuro a una di attaccamento insicuro. I bambini con attaccamento sicuro che avevano vissuto eventi così negativi avevano anche maggiori probabilità di sviluppare attaccamento insicuro durante la vita adulta (il 67% è diventato insicuro), rispetto ai bambini con attaccamento sicuro che non avevano vissuto tali eventi negativi (il 15% è diventato insicuro). Weinfield, Sroufe ed Egeland (2000) hanno scoperto che i bambini maltrattati che sviluppavano attaccamento insicuro tendevano ad avere lo stesso stile di attaccamento nella vita adulta (nessuno dei soggetti è diventato sicuro).

In base all’evidenza sopra riportata, sembra che il vasto spettro dei disturbi dell’attaccamento giochi un ruolo significativo nell’insieme degli indicatori psicologici della violenza domestica, e che la teoria dell’attaccamento fornisca una spiegazione coerente per l’organizzazione dei diversi disturbi dello spettro dell’attaccamento e per lo sviluppo della violenza domestica.

Grazie ad Ilaria Villa per la traduzione.

I riferimenti bibliografici si trovano nella seconda parte dell’articolo (digitare nella barra di ricerca della funzione ‘Cerca’ del blog: “Non gli stereotipi ma l’attaccamento insicuro è alla base della violenza! #Parte 2/2”).

Non gli stereotipi ma l’attaccamento insicuro è alla base della violenza! #Parte 2/2

Riferimenti Bibliografici:

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