La Bufala della #TamponTax

tampontax

I tamponi, nel Regno Unito, vengono tassati al 5%. E’ in corso una campagna per chiedere di rimuovere la tassazione, in quanto beni essenziali. Ma andiamo ad analizzare il motivo della tassa e quanto realmente pesa sulle donne:

In primis, i tamponi non sono riciclabili. Questo è uno dei principali motivi per cui vengono tassati. D’altra parte esiste la coppetta mestruale da anni, non si capisce il motivo per cui ostinarsi ancora dopo tutto questo tempo a sponsorizzare i tamponi.

In secondo luogo, la donna media ha un ciclo che dura 4 giorni al mese e usa 20 tamponi per ogni periodo. Questo corrisponde a 240 tamponi all’anno. Tamponi non di particolari marche costano circa 1,89£ e contengono 32 pezzi. La donna media dunque necessita di 8 pacchetti di tamponi per essere a posto per l’intero anno, con una spesa totale di circa 15£ (mentre le attiviste affermano che la spesa totale sarebbe addirittura 492£!!).

Questo significa che la sua imposta sul valore aggiunto per tali prodotti sanitari sarebbe pari a 75 pence all’anno.

Riporto le parole di Julia Hartley-Brewer del Telegraph in proposito, che ha sarcasticamente aggiunto:
“Sì, 75 centesimi in tutto all’anno come imposta sul valore aggiunto solo per essere una donna. Alzate le barricate, gente, è il momento per una rivoluzione, perché questa tassa oltraggiosa è chiaramente un grave attacco alle donne”.

Da dove è uscito fuori, dunque, il dato dei 492£? Se la donna media spendesse 492£ all’anno in tamponi, significherebbe per lei usare 8.330 tamponi all’anno, ovvero 694 per ogni periodo, corrispondenti a 173 tamponi al giorno, equivalenti a 7 ogni ora.

Il nonsense non finisce qui. Le attiviste hanno ripetutamente affermato che i tamponi sarebbero soggetti all’imposta sul valore aggiunto (da noi chiamata “IVA”, nel Regno Unito “VAT”, ovvero “Value-Added Tax”), mentre i rasoi per gli uomini no, cosa che è assolutamente falsa – i rasoi attualmente hanno un’IVA del 20%, non l’IVA ridotta del 5% che hanno i tamponi.

Inoltre, è pieno di altre necessità, inclusi sapone e dentifricio, che hanno una tassa del 20%, mentre non vi sono particolari argomenti per cui i tamponi dovrebbero essere esenti mentre il sapone – che la maggioranza delle donne vede come più vitale dei tamponi – non dovrebbe esserlo.

Sì, solo le donne comprano i tamponi, ma gli uomini e le donne spendono routinariamente diverse somme di denaro su diverse cose – quindi le attiviste arriveranno a chiedere l’esenzione dall’IVA per make-up, reggiseni e tacchi alti?

Se le attiviste davvero hanno un problema con l’IVA imposta a diversi tassi per diversi oggetti, perché l’attenzione va ai tamponi e non, ad esempio, al fatto che vi sia un’IVA sui seggiolini di sicurezza mentre non vi è nessuna IVA sui caschi per biciclette o motorini? Ma immagino che anche questa verrebbe vista come una “differenza di genere”. Già me lo vedo: “le donne pagano di più per comprare i seggiolini per i bambini mentre gli uomini gironzolano senza tasse sulle loro moto!!11”.

Ok, sfido allora ad analizzare in chiave di genere il fatto che vi sia un’IVA sugli ausili per la mobilità degli anziani ma non sul gioco della tombola. E perché non c’è un’IVA sulle roulotte mentre c’è sulle macchine che le tirano?

L’intero sistema delle tasse è incasinato e ci sono infinite ragioni per fare dei cambiamenti in esso, e per esentare certi oggetti dall’IVA, ma questa non è una cospirazione contro le donne, non importa quanto piaccia alle attiviste far finta che lo sia.

Inoltre la lotta della tassa sui tamponi ha messo in luce tre aspetti:

Il primo aspetto di questa campagna è il ginocentrismo: non importano le necessità oggettive della gente (incluse le donne), importa ribadire che le necessità delle donne siano in primo piano. Non in quanto necessità, poiché come abbiamo visto esistono necessità oggettivamente più impellenti che coinvolgono anche le donne, ma in quanto appartenenti alle donne.

Il secondo è il sessismo: infatti le tasse sui tamponi sono state già ridotte fino ad arrivare al 5%. Una politica realmente antisessista avrebbe dovuto PRETENDERE l’abbassamento di ogni altro bene di necessità a quel 5%. Fare altrimenti, lasciare le cose come sono ORA, significa ribadire il primo punto, ovvero il ginocentrismo, vale a dire la visione delle donne come esseri da tutelare e degli uomini come “gente” indifferenziata, non come altra categoria sociale degna di tutele al pari delle donne. Come al solito gli uomini non vengono visti come un genere, ma come parte indistinta della “popolazione”. Gli uomini non hanno “questioni di genere”, le questioni di genere sono solo delle donne, ed esistono solo due generi: le donne e la gente. E la gente include anche le donne. Gli uomini, in questo modo, vengono invisibilizzati dal mondo sociale e i loro diritti possono essere facilmente calpestati.

Terzo: se il più grande problema che le donne del Regno Unito affrontano è una tassa di 75 pence all’anno, allora forse la loro vita non è così male come le nostre crucciate amiche sembrano pensare che sia.

Video consigliato:

 

Tratto liberamente da:

Julia Hartley-Brewer. The campaign to end VAT on tampons is one of the silliest the sisterhood has ever mounted. The Telegraph, 27 October 2015. – http://www.telegraph.co.uk/women/womens-politics/11957498/The-campaign-to-end-VAT-on-tampons-is-one-of-the-silliest-the-sisterhood-has-ever-mounted.html

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