Perché è stupido e ginocentrico chiamare “maschilismo” la misandria

ginocentrismo-patriarcato

In questo post tenterò di spiegare i principali vocaboli femministi e come mai il loro uso non è giustificato.

1) Femminismo. Per definizione un termine inappropriato per l’uso che ne fanno i femministi. Infatti, nonostante possa essere usato correttamente come sinonimo di “movimento per i diritti delle donne”, per la maggioranza degli aderenti a questa corrente la parola andrebbe invece ad indicare un movimento per l’eguaglianza tra i sessi. Un secondo, parliamo dello stesso movimento secondo cui l’uso sbagliato della lingua e del genere delle parole è considerabile sessista? [1] E come mai allora non si sono resi conto del fatto che utilizzare un termine genderizzato per un movimento che richiede la parità dei sessi è scorretto ed esso stesso sessista? Mi è stato risposto: “per motivi storici”. Questo ci conduce al punto 2.

2) Patriarcato. I motivi storici sono quelli che vedono un femminismo di vecchia data impegnato a combattere un sistema patriarcale. Cosa si intende per patriarcale? Un sistema creato dagli uomini contro le donne. Ma come facciamo a dire che sia stato creato dagli uomini? Perché ci stanno uomini al governo? Eppure quando ci sono donne al governo che fanno leggi misogine i femministi affermano che non sia colpa del loro genere ma della cultura in cui vivono. Tale ragionamento perché mai non si dovrebbe applicare anche agli uomini? Perché quindi parlare di origine del sessismo nel patriarcato e non nella cultura, a cui partecipano a pari merito uomini e donne? Inoltre, questo sistema che rinchiudeva le donne in casa e non le permetteva di abortire, era anche lo stesso che conduceva in esclusiva gli uomini alla guerra o ai lavori pesanti. Ciò è stato avvertito dagli stessi femministi, che hanno addirittura parlato di “un sistema patriarcale che danneggia anche gli uomini”. Ma se danneggia anche gli uomini, ha senso parlare di sistema patriarcale? Chiameremmo mai un sistema che danneggia anche i neri “neriarcato”? Non credo proprio. Ciò che sottende questo vocabolo è pertanto che l’origine dei mali degli uomini debba essere cercata nei mali delle donne. E con questo passiamo al 3° punto.

3) Maschilismo/misoginia. L’atteggiamento che abbiamo visto, va nella sua naturale conseguenza con la nozione di maschilismo. Se il maschilismo è il contrario di femminismo e il femminismo è considerato sinonimo di parità, allora una persona misandrica sarà maschilista. Questo fa sì che eventuali vittime maschili di un atteggiamento sia misogino che misandrico vengano ignorate, in virtù dell’atto visto – appunto – come esclusivamente misogino. Un esempio è quello degli uomini uccisi da Elliot Rodger: sono stati visti come vittime della misoginia. Ma se la misoginia è l’odio verso le donne in favore degli uomini, può un atto contro uomini essere misogino? No. Spesso gli atti sessisti sono sia misogini che misandrici, ma ciò non significa che i due termini siano interscambiabili. Infatti, avendo una connotazione precisa, il termine misogino o maschilista applicato a un atteggiamento in contrasto con i diritti umani degli uomini, tenderà a far vedere la vittima dal punto di vista dell’oppressione nei confronti della donna più vicina (rendendo invisibile la violenza verso il maschile) e tenderà a far credere che ogni atto sessista sia necessariamente un atto contro le donne, quando spesso il sessismo con l’oppressione femminile c’entra veramente poco.

Il problema del vocabolario femminista, insomma, è che si utilizzano espressioni linguistiche sbagliate per concetti giusti, e ciò porta spesso e volentieri a:
1) Immobilità nei confronti dei problemi degli uomini (sono loro i “privilegiati”, no? Non sono loro quelli che hanno creato il patriarcato “che però danneggia anche loro”?).
2) Pensare che i problemi contro gli uomini siano in realtà contro le donne, quando piuttosto le discriminazioni possono essere sia contro le donne che contro gli uomini. Questo si traduce spesso in una visione femmino-centrica (ginocentrica, per usare una forma più corretta), in cui ad esempio le vittime maschili vengono ignorate (come nel caso di Elliot Rodger) in virtù di un atteggiamento “misogino”/”maschilista” da parte del carnefice, che riporta il problema alla questione femminile (e che rende invisibile la questione maschile).
3) Rafforzare l’idea che agire per l’equità significhi agire per forza in favore delle donne, anche quando vi sono disparità a vantaggio delle donne stesse. Questo fa sì che i problemi come la violenza verso gli uomini non vengano affrontati, ma anzi negati o che addirittura il Global Gender Gap Report non calcoli le disparità tra uomini e donne a favore di queste ultime, arrivando dunque a dati falsati [2].
4) Rafforzare gli stereotipi della donna-sempre-vittima e dell’uomo-sempre-carnefice. Questo è un ostacolo importante nella lotta alla violenza contro gli uomini, al male-bashing e a problematiche simili.
5) Associare chiunque lotti per i diritti degli uomini ai misogini.
6) Permettere le discriminazioni positive, vale a dire istituire un sistema fondato sull’agevolazione di eventuali “svantaggiati”. Questo porta però tutta una serie di conseguenze: in primis non conta – nel calcolo di tali “svantaggi” – le volte in cui le donne hanno privilegi sugli uomini (ad esempio nel calcolo del Gender Gap non si valutano le volte in cui la donna ha uno stipendio maggiore dell’uomo, e a sua volta le discriminazioni positive  agiscono partendo da dati così incorretti, producendo per effetto avverso un sessismo nei confronti degli uomini e un’agevolazione verso una classe che probabilmente sarà avvantaggiata in un campo e svantaggiata in un altro). In secondo luogo in questo modo non riescono a vedere le cose da una prospettiva storica. Lo storico Carlo Ginzburg, infatti, nel suo saggio “Storia notturna” [3], descrive come la caccia alle streghe derivi da un’avversione e colpevolizzazione degli ebrei e come questa a sua volta abbia la sua radice nella stigmatizzazione dei lebbrosi. Questo esempio storico ci mostra, infatti, che il sistema del dominio resta stabile nel tempo, mentre le vittime di esso cambiano nel corso dei decenni. Ciò ovviamente va in contrasto con l’idea di agevolazione positiva, dato che una categoria privilegiata in un secondo momento può diventare svantaggiata e viceversa, mentre sia il sistema delle “affermative action” che il femminismo implicano questa immobilità storica, impossibile da realizzare.

Concludo invitando pertanto eventuali lettori antisessisti a evitare le denominazioni femminismo-patriarcato-maschilismo, considerate le loro conseguenze e la loro implicita teoria della discriminazione da un unico verso, in favore dei termini “diritti degli uomini” e “diritti delle delle donne”, “sessismo nei confronti degli uomini” e “sessismo nei confronti delle donne”, “misandria” e “misoginia” (limitata alle sole donne e non al sessismo in generale).

maschilismo

Note:

[1] http://www.huffingtonpost.it/ombretta-frau/sessismo-femminismo-discriminazione-donne_b_5447286.html?utm_hp_ref=tw
[2] Si legga: “the Index rewards countries that reach the point where outcomes for women equal those for men, but it neither rewards nor penalizes cases in which women are outperforming men in particular indicators.” in http://www3.weforum.org/docs/WEF_GenderGap_Report_2013.pdf
[3] Carlo Ginzburg. Storia notturna. Una decifrazione del sabba. Einaudi, 1995.

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