Archivi del mese: novembre 2016

No, la misandria non è come il “razzismo contro i bianchi” o l'”eterofobia”

femminismo-patriarcato

Spesso si associa l’antifemminismo alla critica agli “estremisti” antirazzisti, agli “estremisti” anti-omofobia, agli “estremisti” animalisti, agli “estremisti” di sinistra.
NULLA DI PIU’ SBAGLIATO.
Dobbiamo distinguere i movimenti di liberazione dal sistema del dominio dai movimenti di liberazione a metà.
Vale a dire, esistono due tipi di oppressione, un tipo è quando esiste una maggioranza (bianchi, occidentali, etero, cis ecc.) o una fetta di popolazione che ha risorse (borghesia, nobiltà, umani, ecc.) che opprime una minoranza (neri, semiti, gay, lesbiche, trans, ecc.) o una fetta di popolazione che non ha risorse (classi povere, proletariato, animali). In quel caso il problema dell’estremismo si pone (se si pone) solo dopo svariato tempo, quando si raggiunge una massa critica tale da superare il vantaggio della classe dominante.
Un altro caso è invece quello dell’appropriazione indebita del movimento di liberazione. Ovvero quando la colpa non è di una classe specifica ma della cultura, in cui tutti sostengono il sistema e in cui il sistema opprime tutti ma “fa più figo” parlare solo di un tipo di classe vedendola come oppressa. In questo caso il problema non è l’estremismo, è che spacci per oppressori chi è oppresso come te!
Un esempio è il femminismo. Il femminismo parte da una teoria (quella del patriarcato) che afferma che:
1) Esiste un genere oppressore, e quel genere è quello maschile.
2) Gli uomini sono privilegiati dai ruoli di genere creati dal sistema di dominio maschile.
3) Se gli uomini non sono privilegiati è perchè vengono associati alle donne, che sono le vere oppresse.
4) Quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini non avevano alcun problema o comunque nessun problema di gravità comparabile a quelli delle donne.
5) Siccome la donna è stata considerata più debole, è stata trattata come “inferiore”.

1) Al punto uno, si nota benissimo come la cultura in cui vivono uomo e donna sia la stessa, quindi i ruoli di genere che imporrebbe il leader politico sarebbero gli stessi che gli ha insegnato la madre, che ha sentito dalla sorella, che ha appreso dalla maestra, che ha imparato dalla nonna e che ha acquisito dalla vicina. Ergo se si è interconnessi a tal punto da costituire un’unica cultura, dire chi ha iniziato è impossibile. E’ piuttosto colpa della cultura, sostenuta sia da uomini che da donne. Ergo parlare di patriarcato è improprio, parlare di dominio maschile è improprio, è dominio della cultura dei ruoli di genere.
Infatti se una donna dice qualcosa o fa qualche azione legislativa contro le donne, ed è in politica, cosa dicono che le femministe? Che non è colpa di lei in quanto donna ma della cultura, ed è così. Ma allora perchè questo ragionamento non dovrebbe valere con gli uomini?
Ergo l’oppressione non è ad opera degli uomini, è ad opera della cultura. Ergo non è un sistema del dominio.

2) Gli uomini non sono privilegiati dal sistema dei ruoli, perchè i ruoli sono complementari. I ruoli complementari sono riassunti in forte-debole. Se sei uomo sei forte, vero, hai possibilità di lavorare, se però ti succede qualcosa non trovi una mano d’aiuto, se sei vittima nessuno lo riconosce, perchè? Perchè sei forte, forte e vittima sarebbero contraddittorie nella stessa persona. Hai poche tutele. Se sei forte sei il primo a essere mandato al fronte, non devi dire che stai male a nessuno, se lo dici vieni ridicolizzato, devi fare i lavori pesanti altrimenti sei uno sfaticato, non puoi badare alla famiglia, se succede un’emergenza prima donne e bambini… insomma è riassumibile in: aspetti positivi: libertà e autorità (ben diverso dal vero potere, come avverrebbe invece nei sistemi di dominio), aspetti negativi: assenza di tutele e di sicurezza (in una parola “sacrificabilità”).
Al contrario la donna ha tutele, esistono leggi contro la violenza sulle donne, la tradizione vuole la cavalleria, le donne sono assistite maggiormente e non si ridicolizza il loro pianto, prima donne e bambini, ma infatti sono infantilizzate, sono accomunate ai bambini, quindi sono come i bambini interdette a poter fare lavoro, erano interdette a poter votare, ecc. Quindi aspetti positivi: tutela e sicurezza, aspetti negativi assenza di libertà e di autorità (in una parola “infantilizzazione”).
Il femminismo ha messo su una scala la libertà, dicendo che gli uomini avevano tantissima libertà e le donne poca, senza considerare che gli uomini avevano pochissima tutela e le donne moltissima.
Ergo è una bioppressione, non un sistema del dominio. Una bi-oppressione che parte dal binomio sacrificabilità/infantilizzazione.

3) Si dice che gli uomini subiscano il rinculo della misoginia, ma non è vero, perchè se vogliamo mettere che (ad esempio) i gay uomini hanno maggiore possibilità di essere aggrediti perchè femminili e quindi più vicini alle donne e quindi vittime di misoginia dovremmo dire che le donne hanno maggiore possibilità di essere discriminate sul lavoro perchè maschili e quindi più vicine agli uomini e quindi vittime di misandria. Il che è assurdo.
Ergo non è che gli uomini subiscano discriminazione quando sono simili alle donne, semplicemente gli uomini e le donne sono discriminati quando agiscono fuori dai ruoli di genere, perchè in un passato per sopravvivere nella preistoria l’aderenza ai ruoli di genere indicava la sopravvivenza.
Quindi quando gli uomini agiscono fuori dai ruoli di genere assegnati loro e quindi quando si comportano in modo femminile subiscono misandria.
Allo stesso modo, quando le donne agiscono fuori dai ruoli di genere assegnati loro e quindi quando si comportano in modo maschile subiscono misoginia.
Ergo ancora una volta, è una bioppressione, non un sistema del dominio.

4) Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano allo stesso modo ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Dall’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva. Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini che non potevano sostenerle avevano così tanta pressione sociale addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando le donne avevano leggi poco severe contro la violenza sulle donne quella sugli uomini non aveva proprio leggi. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, ai mariti arrivavano anche le condanne e le punizioni per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine, infatti ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. Le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio, che ancora oggi sono occupati principalmente da uomini e ancora oggi gli uomini sono la quasi totalità dei morti sul lavoro. Quando le donne non avevano diritto all’aborto gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso sono così minuscoli che praticamente possiamo dire che non li hanno. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano prima e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o quella maschile è quella che riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso ci si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne”, se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici, e mica sempre, ricordiamoci la regina Vittoria), gli strati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile, che sono problemi moderni anche se si riallacciano a ruoli di genere.

5) In realtà, seguendo la storia delle discriminazioni, in generale si nota l’opposto: ovvero, quando si vuole tutelare maggiormente una categoria, la si colloca nel ruolo di debolezza in maniera da giustificarne il trattamento privilegiato.
Faccio un esempio sui neri, ma è valido anche per gli schiavi nell’antica Roma o nel mondo asiatico:
La mitologia razziale pseudoscientifica che ha dominato fino alla metà dell’Ottocento descriveva la razza negroide come intrinsecamente robusta, forte ed emotivamente impassibile, fino ad avvalorare il mito che i neri semplicemente non potessero piangere.
Il movente era evidente: giustificare uno stato subalterno.
Nel caso delle questioni di genere, non si ha una divisione tra ruolo privilegiato e ruolo subalterno perchè i generi storicamente sono stati divisi in ruoli interdipendenti, in cui ogni ruolo garantiva privilegi e subalternità.
In epoca contemporanea si sta finendo di sradicare giustamente ogni ruolo imposto alle donne, mentre non solo non si contesta, ma si cercano di rinforzare i ruoli imposti agli uomini.
In sintesi, su questo frangente le donne sono tutelate NON perchè considerate inferiori, ma sono tutelate perchè considerate più deboli e le si considera più deboli perchè le si vuole tutelare.
Chiamare “maschilismo” questo sistema, che avvantaggia le donne e svantaggia gli uomini nell’ambito della tutela, è contestabile, perchè di fatto difende e rinforza il monopolio femminile dello status di vittima.

Ecco quindi che tutta l’analisi degli estremisti non vale per il femminismo, vale per i movimenti che si oppongono a sistemi del dominio, ma il problema del femminismo non è che sia estremista, il problema del femminismo è che agisce come movimento di liberazione da un sistema del dominio per una situazione che non è un sistema del dominio ma una bioppressione.
La femminista può anche non essere estremista, ma il fatto stesso che spinge la gente a vedere il sistema di oppressione delle donne come un sistema del dominio in cui le donne sono LE UNICHE vittime e gli uomini GLI UNICI artefici è un danno, perchè impedisce di vedere l’altra metà del fenomeno del sessismo.
Ergo l’estremismo può esserci come non esserci, ma non è quello che crea danno, crea danno il negare che esista l’altra metà della questione, e lo puoi dire anche col sorriso.
Ad esempio dire “gli uomini sono alleati fantastici nella lotta contro il sessismo” non sembra estremista, vero? Eppure è già un danno, perchè implica:
1) che il sessismo colpisca solo le donne e
2) che gli uomini siano gli artefici paragonandoli agli etero che possono essere alleati dei gay anche se sono nella posizione di oppressore che consapevolmente rifiutano.
Ergo in una botta escludi:
1) che il sessismo colpisca tutti e due e
2) che la colpa sia della cultura e non degli uomini.

Eppure, lo puoi dire con un sorriso! Lo puoi dire con tutte le emoticon del mondo e con tutta la gentilezza che puoi avere!

[A.]

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No, gli uomini non sono più violenti delle donne

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Si sente spesso dire che gli uomini siano “la maggior parte degli omicidi e dei criminali”, ma al tempo stesso che tale differenza non sia “biologica, ma dipesa dai ruoli che imponiamo ai maschi sin da piccoli”.

In primo luogo è vero che vi sono differenti modalità attraverso cui vengono educati maschi e femmine, ma di norma il ruolo che viene imposto ai ragazzi è definibile “mascolinità ‘positiva’” (“positiva” per gli altri ovviamente, ma non per se stessi), e attraverso di esso si insegna ai maschietti a “proteggere” le donne, a “fare i lavori pesanti” e a “non piangere”.
Tale mentalità è dunque associabile a quella di un “tutore-cavaliere”: piuttosto che alla violenza e all’abuso di potere si impartisce ai fanciulli di utilizzarlo per proteggere. Questo, certamente, può spiegare il motivo per cui gli uomini non chiedono aiuto quanto le donne nei momenti di difficoltà, il che li conduce a diventare l’80% dei suicidi, spiega il motivo per cui gli uomini scelgano i lavori più pericolosi (il che li conduce a diventare il 90% delle morti sul lavoro), ma tali modifiche implicano preferenze indotte e non sentimenti, pulsioni o istinti come la rabbia. Considerando poi che la maggior parte dei genitori non incita i figli a comportamenti antisociali, il pensiero che imputa agli uomini la maggior parte dei crimini ritiene che tali influenze vengano da “ruoli” socialmente imposti, sebbene non mostrati attivamente (come può invece esserlo un esplicito comportamento d’abuso).
Questa ipotesi in realtà è già stata demolita, difatti un pensiero simile, quello che adduceva una maggiore propensione alla violenza da parte dei giocatori di videogame violenti, è stato distrutto dall’evidenza. Ad esempio uno studio del 2010 sulla rivista Social Neuroscience ha mostrato come i dati abbiano “suggerito che l’abilità a differenziare automaticamente tra violenza reale e virtuale non sia diminuita da una storia a lungo termine di gioco di videogame violenti, né le risposte neurali dei giocatori alla violenza reale in particolare siano state soggette a processi di desensibilizzazione” [1].
In che modo, dunque, tali ruoli inconsci possano indurre alla violenza in maniera addirittura maggiore di una simulazione virtuale semplicemente alludendo implicitamente ad essi rimane un mistero (o meglio, una menzogna).

Ma prendiamo per pura ipotesi che possa essere uno stereotipo a inchiodare gli uomini a quelle percentuali: quale potrebbe essere il più forte?
Quello che ripete loro che sono il sesso più violento!
Esatto, lo sbandieramento di queste stesse dubbie statistiche, qualora l’ipotesi ruolo-violenza fosse vera, sarebbe alla base delle diverse propensioni al crimine, e, paradosso dei paradossi, proprio una società che implicasse un’assenza di accanimento verso un genere piuttosto che l’altro porterebbe a una parità di risultati nel giro di qualche generazione.
Questo ovviamente includerebbe anche un’equa suddivisione delle figure “più cattive” e “antagoniste” tra i generi all’interno dei film (soprattutto d’animazione) – mentre attualmente vi è una preponderanza di “cattivi” di sesso maschile nella rappresentazione cinematografica – e nei TG andrebbe dato lo stesso spazio riservato agli uomini violenti anche alle donne autrici di abusi.

Ma sapete perché tutto ciò è distopico? Perché i ruoli di genere non sono annoverati tra i principali fattori di rischio nella propensione alla criminalità!

Vediamo ad esempio cosa ci dice il Ministero della Giustizia Neozelandese [2]. I fattori di rischio sono legati a:
– Famiglia (il più influente): criminalità in famiglia, poca supervisione, rifiuto del bambino, punizioni fisiche, violenza familiare, maltrattamento infantile.
– Istruzione: non partecipazione a scuola, basso livello di istruzione dei genitori.
– Status economico: povertà, disparità, disoccupazione.
– Comunità e pari: gruppi di pari già collusi in comportamenti antisociali.
– Alcol e droghe.

Strano che il principale responsabile della differenza abissale tra uomini e donne non sia elencato! Forse dunque, qualora vi fosse una differenza (che, come vedremo a breve, se sussiste, certamente non è significativa), significherebbe soltanto che lo Stato assiste in maniera minore gli uomini.

Difatti esistono almeno 4 volte più campagne d’assistenza alle problematiche femminili che a quelle maschili [3] nonostante gli uomini vivano meno delle donne [4], siano il 94% delle morti sul lavoro [5], l’86% dei senzatetto [6], il 78% dei suicidi [7], il 74,5% delle vittime di omicidio [8] (e questo dato non è interpretabile diversamente, sussistendovi il corpo nella stragrande maggioranza dei casi a testimoniarlo), il 95% dei suicidi per cause economiche [7], il 60% delle dispersioni scolastiche [9] e hanno un terzo di probabilità in meno di andare all’università rispetto alle donne [10].
Eppure, come detto in precedenza, tale differenza se sussiste per questi motivi, di certo non è significativa, e lo dimostrano le indagini nazionali e internazionali.
Infatti, sebbene il 90% degli arrestati per violenza sessuale siano uomini, studi nazionali statunitensi (che includono dati del Bureau of Justice Statistics, dei Centers for Disease Control and Prevention e dell’FBI) [11], internazionali [12] e scolastici [13], mostrano come gli uomini siano la metà delle vittime e le donne la metà degli autori di stupro (qui per maggiori informazioni). Lo stesso meccanismo si applica nei casi di violenza domestica e quindi non si vede perché non debba sussistere nei casi di omicidio o di crimini meno gravi. Questo a maggior ragione visto che uno studio del 2013 del Robert Koch Institute, parte del Ministero Federale della Salute tedesco, ha rilevato che, nel totale complessivo della violenza fisica perpetrata, le vittime nell’anno precedente erano più uomini che donne, e che nella frequenza di chi fosse l’autore di violenza fisica non vi fosse differenza significativa tra i sessi [14].

Questa differenza nell’incarcerazione e nella gravità delle pene viene definita “sessismo giuridico”, ed è stata registrata già da tempo. Vediamo alcuni studi in proposito.
Una ricerca dell’Università di San Francisco, pubblicata anche sul Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, afferma:
“Abbiamo anche esaminato, attraverso questo studio e precedenti studi della California, i dati più generali sulle disparità di genere nel condannare a morte e abbiamo trovato una sostanziale disparità riguardante il genere-dell’-imputato e il genere-della-vittima. Le donne colpevoli di omicidio capitale hanno molte meno probabilità degli uomini di essere condannate a morte, e gli imputati che uccidono le donne hanno di gran lunga maggiori probabilità di essere condannati a morte degli imputati che uccidono gli uomini. Noi sosteniamo che tutti questi risultati sono in linea con le norme cavalleresche, e possiamo concludere che, nelle decisioni dei pubblici ministeri di chiedere la morte e nelle decisioni delle giurie di imporla, la cavalleria sembra essere viva e vegeta.” [15].

Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate [16] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato [17].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni) [18].

Anche fonti femministe, come uno studio del 2012 su “Feminist Criminology” confermano il dato, mostrando che a parità di crimine, nei reati sessuali, gli uomini ricevono condanne più lunghe:
“L’ipotesi “donna cattiva” affermerebbe che le donne siano condannate più duramente, ma i dati mostrano che gli uomini ricevono condanne più lunghe per i reati sessuali rispetto alle donne. Il supporto è fornito per l’”ipotesi cavalleria” per spiegare l’immediata disparità di condanna” [19].

In aggiunta, uno studio del 2013 afferma che “non è sorprendente che Mellor e Deering (2010) abbiano trovato atteggiamenti differenti nei confronti di abusi sessuali infantili perpetrati da maschi e da femmine in un campione di 231 psichiatri, psicologi, psicologi in prova e operatori di protezione dell’infanzia. I perpetratori femminili avevano più possibilità di essere trattati con clemenza, portando ad una minimizzazione degli abusi sessuali commessi da donne su bambini […]. Inoltre, il sistema di giustizia penale sembra essere discriminante nei confronti dei maschi. Sandler e Freeman (2011) hanno trovato che al sesso femminile si riduce significativamente la probabilità di incarcerazione per i trasgressori condannati per reati sessuali. Deering e Mellor (2009) hanno confermato un minor tempo di carcere e un più breve periodo di fermo per le pedofili femminili nel loro studio australiano. In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).” [20].

Secondo uno studio dell’Università di Harvard, non si salverebbero da questo gap sessista (che viene paragonato a quello razzista nelle percentuali) neanche gli omicidi veicolari:
“In particolare, le caratteristiche delle vittime sono importanti determinanti della condanna tra gli omicidi veicolari, dove le vittime sono fondamentalmente casuali e dove il modello ottimale di punizione prevede che le caratteristiche delle vittime debbano essere ignorate. Tra gli omicidi veicolari, i conducenti che uccidono donne ottengono il 56 per cento di sentenze più lunghe. I conducenti che uccidono neri ottengono il 53 percento di sentenze più corte.[21].

Una ricerca statunitense del 2001 su 77.236 casi federali ha esaminato le differenze nelle sentenze per quanto riguarda i reati di rapina in banca, traffico di droga, possesso/traffico di armi, furto, frode e immigrazione, trovando che maschi e neri avevano meno probabilità di ottenere assoluzione quando questa opzione era disponibile, meno probabilità di ricevere diminuzioni di pena e più probabilità di ricevere aumenti di pena rispetto a bianchi e a femmine [22].

Uno articolo del 2000 su Criminal Justice Policy Review mostra come ancora nel 2000, a Chicago, Miami e Kansas City, le donne continuavano ad avere minori percentuali di incarcerazione. Inoltre, sebbene la discriminazione colpisse maggiormente gli uomini di colore rispetto ai bianchi, non vi era differenza nel trattamento a seconda dell’etnia per quanto riguardava le donne [23]. Questo stesso risultato è stato confermato da una ricerca del 2006 sul Journal of Quantitative Criminology [24].

Minore possibilità di incarcerazione per le donne e sentenze più lunghe per gli uomini sono state trovate anche per quanto riguarda i dati del Sud dell’Australia, come riportato da uno studio del 2010 su Current Issues in Criminal Justice [25].

Addirittura nel Regno Unito le linee guida hanno richiesto ai giudici di sentenziare le donne colpevoli di crimini in maniera più leggera rispetto agli uomini [26].

Tra le varie ricerche, però, quella che fuga ogni dubbio è una apparsa sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze, “Proceedings of the National Academy of Sciences”), una delle principali e più autorevoli a livello mondiale, che ha fatto notare, tramite un’analisi dei dati degli ultimi cinquant’anni, come gli uragani con nomi femminili facciano più morti rispetto a quelli con nomi maschili. Per spiegare il motivo alla base, i ricercatori hanno sottoposto a un campione di oltre 1300 persone sei differenti scenari. Per ciascuno scenario sono state fornite, oltre al nome, varie informazioni su un ipotetico uragano in arrivo, chiedendo poi ai soggetti di valutarne la pericolosità, quali misure precauzionali intendessero adottare, e se avrebbero deciso di rimanere a casa o evacuare. È risultato che in tutti gli scenari gli uragani dal nome femminile inducevano un livello di allarme più basso, e in particolare una minore disponibilità all’evacuazione, rispetto agli uragani con nome maschile. Questa tendenza, inoltre, è apparsa altrettanto forte sia nelle donne sia negli uomini [27] [28] [29].
Chiediamoci dunque, se un agente atmosferico risente di questo stereotipo al punto da far mettere a repentaglio la vita alla popolazione, quanto può essere radicato nei confronti di persone di sesso femminile in carne ed ossa?
E se arriva ad applicarsi addirittura in questo campo, come possiamo pensare che non arrivi a farlo nei tribunali?

Cosa fare allora?

È opportuno effettuare una sensibilizzazione nei confronti dei giudici (ad esempio richiedendo l’inserimento di questi dati nei curricola universitari delle facoltà che li formeranno, in modo che ne siano consapevoli nel successivo periodo di lavoro) ed esigere la creazione di un’istituzione interna ai tribunali (un “osservatorio”) che analizzi l’insieme dei processi effettuati ogni anno, ne verifichi l’equità rispetto al genere (ma anche relativamente alla classe e all’etnia) e che pubblichi regolarmente un report in merito.

Note:

  1. [Regenbogen C, Herrmann M, Fehr T. The neural processing of voluntary completed, real and virtual violent and nonviolent computer game scenarios displaying predefined actions in gamers and nongamers. Soc Neurosci. 2010;5(2):221-40.]
  2. [Ministry of Justice (MOJ). (2009). Strategic Policy Brief:social risk factors for involvement in crime.Wellington: Ministry of Justice.]
  3. [Glen Poole. Equality for Men. Lightworks Publications, 2013.]
  4. [Peter Baker, Shari L Dworkin, Sengfah Tong, Ian Banks, Tim Shand e & Gavin Yamey. The men’s health gap: men must be included in the global health equity agenda. Bulletin of the World Health Organization 2014;92:618-620.]
  5. [OSSERVATORIO SICUREZZA SUL LAVORO DI VEGA ENGINEERING Elaborazione Statistica degli Infortuni Mortali sul Lavoro Anno 2014: aggiornamento al 30/09/2014 a cura dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering su base dati Inail]
  6. [ISTAT. Anno 2011. Le persone senza dimora. 9 ottobre 2012.]
  7. [EU.R.E.S. L’ultimo grido dei senza voce Il suicidio in Italia al tempo della crisi. 2012.]
  8. [Nicola Graham-Kevan. Distorting Intimate Violence Findings: Playing with Numbers. European Journal on Criminal Policy and Research, December 2007, Volume 13, Issue 3-4, pp 233-234.]
  9. [ISTAT. Anno 2010. Riduzione dell’abbandono scolastico. 27 maggio 2011.]
  10. [OECD 2012. Education Indicators In Focus. How Are Girls Doing in School – and Women Doing in Employment – Around the World? 2012/03 (March).]
  11. [Stemple L, Meyer IH. The sexual victimization of men in america: new data challenge old assumptions. Am J Public Health. 2014 Jun;104(6):e19-26.]
  12. [Hines DA. Predictors of sexual coercion against women and men: a multilevel, multinational study of university students. Arch Sex Behav. 2007 Jun;36(3):403-22.]
  13. [Ybarra ML, Mitchell KJ. Prevalence rates of male and female sexual violence perpetrators in a national sample of adolescents. JAMA Pediatr. 2013 Dec;167(12):1125-34.]
  14. [Schlack R, Rüdel J, Karger A, Hölling H. Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz. 2013 May;56(5-6):755-64.]
  15. [Shatz, Steven F. and Shatz, Naomi R., Chivalry is Not Dead: Murder, Gender, and the Death Penalty (February 19, 2011). Univ. of San Francisco Law Research Paper No. 2011-08; Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, Vol. 27, No. 1, 2012.]
  16. [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]
  17. [Theodore R. Curry, Gang Lee, S. Fernando Rodriguez (2004). Does Victim Gender Increase Sentence Severity? Further Explorations of Gender Dynamics and Sentencing Outcomes. Crime & Delinquency 50:319–43.]
  18. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
  19. [Embry R & Lyons Jr. PM. (2012) Sex-based sentencing: sentencing discrepancies between male and female sex offenders. Feminist Criminology, 7(2):146-162.]
  20. [Koller, Jürgen. “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research 5.3 (2013): 156-166.]
  21. [Bruce Sacerdote and Edward Glaeser. “Vengeance, Deterrence, and Incapacitation.” The Journal of Legal Studies 32, 2 (June 2003).]
  22. [Mustard, D. (2001). Racial, ethnic and gender disparities in sentencing: Evidence from the U.S. federal courts. Journal of Law and Economics, 44, 285-314.]
  23. [Spohn C and Beichner D (2000) “Is Preferential Treatment of Females Offenders a Thing of the Past? A Multisite Study of Gender, Race, and Imprisonment”. Criminal Justice Policy Review vol 11 no 2 pp 149–84.]
  24. [Darrell Steffensmeier, Stephen Demuth. Does Gender Modify the Effects of Race–ethnicity on Criminal Sanctioning? Sentences for Male and Female White, Black, and Hispanic Defendants. J Quant Criminol (2006) 22:241-261.]
  25. [Jeffries, Samantha & Bond, Christine (2010) Sex and sentencing disparity in South Australia’s higher courts. Current Issues in Criminal Justice, 22(1), pp. 81-97.]
  26. [Steve Doughty. Judges ordered to show more mercy on women criminals when deciding sentences. Daily Mail, 2010.]
  27. [Jung K, Shavitt S, Viswanathan M, Hilbe JM. Female hurricanes are deadlier than male hurricanes. Proc Natl Acad Sci USA. 2014 Jun 17;111(24):8782-7.]
  28. [Jung K, Shavitt S, Viswanathan M, Hilbe JM. Reply to Maley: Yes, appropriate modeling of fatality counts confirms female hurricanes are deadlier. Proc Natl Acad Sci USA. 2014 Sep 16;111(37):E3835.]
  29. [Jung K, Shavitt S, Viswanathan M, Hilbe JM. Reply to Christensen and Christensen and to Malter: Pitfalls of erroneous analyses of hurricanes names. Proc Natl Acad Sci USA. 2014 Aug 26;111(34):E3499-500.]

La Teoria del Patriarcato è incompatibile con la complementarietà dei ruoli di genere

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Per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.
Difatti, in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Tutto ciò serviva per la sopravvivenza in età preistorica, ma con l’evoluzione sociale e tecnologica ha progressivamente perso utilità, cristallizzandosi però in stereotipi. Perché? Un comunissimo meccanismo psicologico di difesa che porta a ricercare stabilità sociale fino al vuoto tradizionalismo, fino a perpetrare soluzioni che millenni fa erano utili e ora son solo zavorre. Questo meccanismo viene tramandato di generazione in generazione, instillando la paura dei cambiamenti e dell’ignoto. Naturalmente, ignoranza, rigidità mentale e uniformità delle esperienze e degli ambienti formativi peggiorano la situazione.

Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli stati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.
Se il femminismo fosse stato obiettivo nell’analisi delle situazioni di genere, perché non avrebbe dovuto considerarli? Perché nei secoli passati ha agito solo in una direzione, non dando alcun aiuto concreto agli uomini?

Certo, il dizionario afferma che il femminismo tutto, in sé e per sé, sia egualitario, ma è un ragionamento circolare: “X è vero perché lo dice Y, Y ha ragione perché afferma X”. Ma X e Y sono la stessa cosa, quindi il ragionamento si traduce in “posto X dunque X”, il che non ha senso. A maggior ragione considerando che il lessico in sé e per sé ha solo valore fonetico, mentre quello ontologico è una convenzione che i dizionari si limitano a registrare, talvolta dietro una precisa influenza ideologica.
Potreste dire “eh, ma le patriarchiste e le misandriche non sono vere femministe”. Posto che ciò è storicamente falso, come si palesa già nella “Convenzione di Seneca Falls” [1], la fallacia Nessun Vero Scozzese [2] dice niente? Semmai, con una forzatura, possiamo distinguere il Femminismo Patriarchista dal Femminismo Antisessista (o WRA, “Women’s Rights Activism”), che rigetta la teoria del Patriarcato e della società solamente maschilista. Il femminismo patriarchista può essere estremista (TERF, ossia transfobico e violentemente misandrico) oppure può assumere toni moderati ed egualitari. Non fatevi ingannare: è solo l’apparenza del lupo travestito da agnello.

L’errore del femminismo patriarchista “moderato” è stato e resta tuttora quello di ricondurre ginocentricamente i problemi maschili a quelli femminili, mascherando la misandria da maschilismo e quindi negandole importanza, attenzione e autonomia. Insomma, se tutto riguarda le donne, perché occuparsi anche degli uomini? Tanto i problemi maschili sono conseguenza di quelli femminili, no? Ad esempio, la discriminazione contro gli uomini stuprati è maschilista, non misandrica, no? E lo stesso vale per l’omofobia contro gli uomini gay, vero? Rispondo io: no, è tutto falso. Se volete aiutare gli uomini partendo da queste premesse, sbaglierete modalità e non otterrete nulla di concreto. A me viene in mente l’immagine di una persona molto ricca, impellicciata e ingioiellata, che pensa che lasciare dieci centesimi al cameriere sia un gesto tanto gentile e altruistico. Il cameriere che non si offende neppure un po’ lo immagino a frustarsi ogni mattina per espiare la colpa di essere nato maschio.

Ma c’è di peggio, come il dire che le problematiche maschili siano conseguenza dei privilegi e quindi degli uomini stessi; un po’ come dire che i gay che soffrono l’omofobia devono incolpare se stessi e non la società. L’aiuto agli uomini di chi inveisce contro il presunto patriarcato è quindi simile a quello di chi propone le terapie riparative per “aiutare” i gay. A quel punto sono più intellettualmente onesti coloro che negano l’esistenza della misandria e dei problemi maschili: negano la realtà dei fatti, ma almeno mantengono una certa coerenza.

L’ideologia, quando diventa dogmatica, rende ciechi alla realtà. Ed ecco che si sviluppa una teoria, quella dell’esistenza del Patriarcato, basata su fallacie logiche quali quella dell’apice [3] e il cherry picking [4], nonché su falsità storiche e statistiche e su idee anti-scientifiche (Asimmetria di Genere nella violenza, ecc.). Siamo a un livello di razionalità pari ai complotti sui rettiliani, insomma.

La realtà è che gli stereotipi sono perpetrati e alimentati dall’intera società, uomini e donne, danneggiando o favorendo una parte o l’altra a seconda dei casi. La donna perde autorità, l’uomo perde sicurezza; la donna viene infantilizzata, l’uomo diviene sacrificabile; la donna viene vista come naturalmente debole, l’uomo come naturalmente violento; la donna subisce lo slut shaming, l’uomo il virgin shaming e il pig shaming; la donna non può assumere atteggiamenti considerati virili, l’uomo non può assumere atteggiamenti considerati femminili; si impone l’eteronormatività (discriminando omosessuali, bisessuali e asessuali) e la cisnormatività (discriminando transgender e non-binari). Tutti perdono libertà d’espressione.

Vogliamo davvero dare la colpa di tutto ciò solo a metà della mela? E facendolo ci si può ancora definire non-misandrici?

Il Sistema Bisessista opprime tutti, misoginia e misandria sono due facce della stessa medaglia. Anziché fare a scarica barile per decidere di chi sia la colpa, dovremmo accettare che questa è parimenti condivisa da tutti e che quindi è assurdo parlare di Patriarcato, così come sarebbe assurdo parlare di Matriarcato. Noi di Antisessismo combattiamo ogni forma di sessismo, senza accusare una parte o l’altra di averne tutta la colpa o, peggio, di subire una sorta di punizione karmica per i propri privilegi. E di certo non neghiamo i problemi di una parte o dell’altra, come invece fanno alcune femministe per cui le problematiche maschili non esistono proprio. Non pensiamo che esista un sesso sempre e comunque oppresso e uno sempre e comunque oppressore.

Ci farebbe molto piacere avere al nostro fianco i gruppi femministi che si dicono per l’uguaglianza, ma finché continueranno a parlare di Patriarcato, le loro rimarranno parole incoerenti e offensive. Poi, per carità, non vogliamo per forza che ci aiutino, ma sarebbe carino non dirsi egualitari se non lo si è davvero e, soprattutto, non ostacolare chi vuol parlare di questioni maschili senza fare mea culpa! Per cui basta argomenti fantoccio contro gli MRA, basta demonizzazioni indiscriminate!

Fortunatamente esistono già femministe antisessiste e antipatriarchiste, solo che non ne sono consapevoli. Questo perché molte persone alla base del movimento, lontane dagli ideologi, si dicono femministe per consuetudine. Sono persone antisessiste che, non conoscendo bene la Teoria del Patriarcato, pensano erroneamente che il femminismo tutto sia in sé e per sé egualitario. Noi vogliamo aprire gli occhi a queste femministe, e al contempo criticare aspramente la minoranza tradizionalista/conservatrice e misogina all’interno della galassia MRA (che però non ha fondamenti ideologici comuni, a differenza di quella femminista).

P.S.: per “provare” l’esistenza del Patriarcato, molti si affidano all’argomento per auctoritas, che è una fallacia logica. Se Pinco Pallo dice X, gli dovremmo credere solo perché autorevole e famoso? Innanzitutto dovremmo domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto.
Nondimeno, ricordiamoci che siamo in piena post-modernità: vi è una diffusa incredulità nelle metanarrazioni e sono stati superati sia l’assolutismo illuminista sia il dogmatismo religioso, quindi è raro che un’interpretazione del mondo possa aspirare a un grado più alto di quello relativo. Chi si àncora senza se e senza ma a un’ideologia, elevandola a fede laica in cui il minimo dubbio è eresia e i pensatori cardine sono divinità infallibili, potrebbe esser vittima dei bias di conferma [5].

P.P.S.: ovviamente, il Patriarcato socio-culturale teorizzato dal femminismo è un’altra cosa rispetto a quello meramente politico tipico di alcune nazioni per lo più passate. Di certo non neghiamo l’esistenza di quest’ultimo, ma non è collegato all’accezione femminista.
L’accezione antropologica di Patriarcato fa infatti riferimento all’autorità politica, ma c’è differenza tra autorità e potere. Riprendendo un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo uno (l’uomo) autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.

Note:

[1] La “Convenzione di Seneca Falls” o “Dichiarazione dei Sentimenti” viene considerata il documento di nascita del femminismo. Leggiamo al suo interno:
“La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta.
Questa è teoria del Patriarcato, e come vediamo è legata indissolubilmente alla nascita del femminismo.

[2] La Fallacia del Nessun Vero Scozzese consiste in una ridefinizione ad hoc del soggetto di un’affermazione non motivata: dopo essere stati posti di fronte a un controesempio di un’affermazione universale, invece di contestare il controesempio o negare l’affermazione, si ridefinisce l’oggetto dell’affermazione, in modo da escludere il controesempio, senza nessuna motivazione obiettiva a sostegno di questa ridefinizione.

[3] La Fallacia dell’Apice o Apex Fallacy consiste nel presupporre che le proprietà dei membri più visibili di un gruppo siano condivise da tutti i membri del gruppo. Ad esempio, Usain Bolt è velocissimo, ma ciò non vuol dire che tutti i giamaicani lo siano. Allo stesso modo, se in una data società in un dato momento storico l’autorità politica è detenuta da uomini, non è automatico che tutti gli uomini abbiano autorità politica. Così come non è automatico che chi è in quella posizione favorisca scientemente gli individui del primo sesso biologico, chiedere alla Regina Elisabetta I e alla Regina Vittoria. Ah, giusto: in quei casi è maschilismo interiorizzato. E perché a parti invertite non è misandria interiorizzata?

[4] Il Cherry Picking consiste nell’estrarre da una situazione o da una tesi solo i dati utili a confermare la propria ideologia, ignorando il contesto e i dati avversi. Laddove questo meccanismo sia volontario, si parla di una fallacia logica particolarmente disonesta e spesso accompagnata dall’argomento fantoccio. Nel nostro ambito, un esempio di Cherry Picking può essere il considerare la preponderanza femminile nell’analisi di determinati problemi, definendoli quindi “questioni di genere” o “questioni femminili” ma ignorare, considerare “questioni di tutti” o non considerare affatto la preponderanza maschile nell’analisi dei problemi che affliggono in maggioranza uomini.

[5] In breve, è cherry picking inconscio. Per le sue modalità, vi rimando alla pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Bias_di_conferma

[A. e M. G.]