La Teoria del Patriarcato è incompatibile con la complementarietà dei ruoli di genere

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Per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.
Difatti, in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Tutto ciò serviva per la sopravvivenza in età preistorica, ma con l’evoluzione sociale e tecnologica ha progressivamente perso utilità, cristallizzandosi però in stereotipi. Perché? Un comunissimo meccanismo psicologico di difesa che porta a ricercare stabilità sociale fino al vuoto tradizionalismo, fino a perpetrare soluzioni che millenni fa erano utili e ora son solo zavorre. Questo meccanismo viene tramandato di generazione in generazione, instillando la paura dei cambiamenti e dell’ignoto. Naturalmente, ignoranza, rigidità mentale e uniformità delle esperienze e degli ambienti formativi peggiorano la situazione.

Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli stati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.
Se il femminismo fosse stato obiettivo nell’analisi delle situazioni di genere, perché non avrebbe dovuto considerarli? Perché nei secoli passati ha agito solo in una direzione, non dando alcun aiuto concreto agli uomini?

Certo, il dizionario afferma che il femminismo tutto, in sé e per sé, sia egualitario, ma è un ragionamento circolare: “X è vero perché lo dice Y, Y ha ragione perché afferma X”. Ma X e Y sono la stessa cosa, quindi il ragionamento si traduce in “posto X dunque X”, il che non ha senso. A maggior ragione considerando che il lessico in sé e per sé ha solo valore fonetico, mentre quello ontologico è una convenzione che i dizionari si limitano a registrare, talvolta dietro una precisa influenza ideologica.
Potreste dire “eh, ma le patriarchiste e le misandriche non sono vere femministe”. Posto che ciò è storicamente falso, come si palesa già nella “Convenzione di Seneca Falls” [1], la fallacia Nessun Vero Scozzese [2] dice niente? Semmai, con una forzatura, possiamo distinguere il Femminismo Patriarchista dal Femminismo Antisessista (o WRA, “Women’s Rights Activism”), che rigetta la teoria del Patriarcato e della società solamente maschilista. Il femminismo patriarchista può essere estremista (TERF, ossia transfobico e violentemente misandrico) oppure può assumere toni moderati ed egualitari. Non fatevi ingannare: è solo l’apparenza del lupo travestito da agnello.

L’errore del femminismo patriarchista “moderato” è stato e resta tuttora quello di ricondurre ginocentricamente i problemi maschili a quelli femminili, mascherando la misandria da maschilismo e quindi negandole importanza, attenzione e autonomia. Insomma, se tutto riguarda le donne, perché occuparsi anche degli uomini? Tanto i problemi maschili sono conseguenza di quelli femminili, no? Ad esempio, la discriminazione contro gli uomini stuprati è maschilista, non misandrica, no? E lo stesso vale per l’omofobia contro gli uomini gay, vero? Rispondo io: no, è tutto falso. Se volete aiutare gli uomini partendo da queste premesse, sbaglierete modalità e non otterrete nulla di concreto. A me viene in mente l’immagine di una persona molto ricca, impellicciata e ingioiellata, che pensa che lasciare dieci centesimi al cameriere sia un gesto tanto gentile e altruistico. Il cameriere che non si offende neppure un po’ lo immagino a frustarsi ogni mattina per espiare la colpa di essere nato maschio.

Ma c’è di peggio, come il dire che le problematiche maschili siano conseguenza dei privilegi e quindi degli uomini stessi; un po’ come dire che i gay che soffrono l’omofobia devono incolpare se stessi e non la società. L’aiuto agli uomini di chi inveisce contro il presunto patriarcato è quindi simile a quello di chi propone le terapie riparative per “aiutare” i gay. A quel punto sono più intellettualmente onesti coloro che negano l’esistenza della misandria e dei problemi maschili: negano la realtà dei fatti, ma almeno mantengono una certa coerenza.

L’ideologia, quando diventa dogmatica, rende ciechi alla realtà. Ed ecco che si sviluppa una teoria, quella dell’esistenza del Patriarcato, basata su fallacie logiche quali quella dell’apice [3] e il cherry picking [4], nonché su falsità storiche e statistiche e su idee anti-scientifiche (Asimmetria di Genere nella violenza, ecc.). Siamo a un livello di razionalità pari ai complotti sui rettiliani, insomma.

La realtà è che gli stereotipi sono perpetrati e alimentati dall’intera società, uomini e donne, danneggiando o favorendo una parte o l’altra a seconda dei casi. La donna perde autorità, l’uomo perde sicurezza; la donna viene infantilizzata, l’uomo diviene sacrificabile; la donna viene vista come naturalmente debole, l’uomo come naturalmente violento; la donna subisce lo slut shaming, l’uomo il virgin shaming e il pig shaming; la donna non può assumere atteggiamenti considerati virili, l’uomo non può assumere atteggiamenti considerati femminili; si impone l’eteronormatività (discriminando omosessuali, bisessuali e asessuali) e la cisnormatività (discriminando transgender e non-binari). Tutti perdono libertà d’espressione.

Vogliamo davvero dare la colpa di tutto ciò solo a metà della mela? E facendolo ci si può ancora definire non-misandrici?

Il Sistema Bisessista opprime tutti, misoginia e misandria sono due facce della stessa medaglia. Anziché fare a scarica barile per decidere di chi sia la colpa, dovremmo accettare che questa è parimenti condivisa da tutti e che quindi è assurdo parlare di Patriarcato, così come sarebbe assurdo parlare di Matriarcato. Noi di Antisessismo combattiamo ogni forma di sessismo, senza accusare una parte o l’altra di averne tutta la colpa o, peggio, di subire una sorta di punizione karmica per i propri privilegi. E di certo non neghiamo i problemi di una parte o dell’altra, come invece fanno alcune femministe per cui le problematiche maschili non esistono proprio. Non pensiamo che esista un sesso sempre e comunque oppresso e uno sempre e comunque oppressore.

Ci farebbe molto piacere avere al nostro fianco i gruppi femministi che si dicono per l’uguaglianza, ma finché continueranno a parlare di Patriarcato, le loro rimarranno parole incoerenti e offensive. Poi, per carità, non vogliamo per forza che ci aiutino, ma sarebbe carino non dirsi egualitari se non lo si è davvero e, soprattutto, non ostacolare chi vuol parlare di questioni maschili senza fare mea culpa! Per cui basta argomenti fantoccio contro gli MRA, basta demonizzazioni indiscriminate!

Fortunatamente esistono già femministe antisessiste e antipatriarchiste, solo che non ne sono consapevoli. Questo perché molte persone alla base del movimento, lontane dagli ideologi, si dicono femministe per consuetudine. Sono persone antisessiste che, non conoscendo bene la Teoria del Patriarcato, pensano erroneamente che il femminismo tutto sia in sé e per sé egualitario. Noi vogliamo aprire gli occhi a queste femministe, e al contempo criticare aspramente la minoranza tradizionalista/conservatrice e misogina all’interno della galassia MRA (che però non ha fondamenti ideologici comuni, a differenza di quella femminista).

P.S.: per “provare” l’esistenza del Patriarcato, molti si affidano all’argomento per auctoritas, che è una fallacia logica. Se Pinco Pallo dice X, gli dovremmo credere solo perché autorevole e famoso? Innanzitutto dovremmo domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto.
Nondimeno, ricordiamoci che siamo in piena post-modernità: vi è una diffusa incredulità nelle metanarrazioni e sono stati superati sia l’assolutismo illuminista sia il dogmatismo religioso, quindi è raro che un’interpretazione del mondo possa aspirare a un grado più alto di quello relativo. Chi si àncora senza se e senza ma a un’ideologia, elevandola a fede laica in cui il minimo dubbio è eresia e i pensatori cardine sono divinità infallibili, potrebbe esser vittima dei bias di conferma [5].

P.P.S.: ovviamente, il Patriarcato socio-culturale teorizzato dal femminismo è un’altra cosa rispetto a quello meramente politico tipico di alcune nazioni per lo più passate. Di certo non neghiamo l’esistenza di quest’ultimo, ma non è collegato all’accezione femminista.
L’accezione antropologica di Patriarcato fa infatti riferimento all’autorità politica, ma c’è differenza tra autorità e potere. Riprendendo un famoso detto, se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, anche dietro un meschino patriarca c’è una meschina donna. Entrambi esercitano potere, ma solo uno (l’uomo) autorità formale. Il potere femminile è dunque un potere “per procura”, “by proxy”, come quello delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita o, più genericamente, delle mogli dei governanti, delle reggenti, delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni.

Note:

[1] La “Convenzione di Seneca Falls” o “Dichiarazione dei Sentimenti” viene considerata il documento di nascita del femminismo. Leggiamo al suo interno:
“La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta.
Questa è teoria del Patriarcato, e come vediamo è legata indissolubilmente alla nascita del femminismo.

[2] La Fallacia del Nessun Vero Scozzese consiste in una ridefinizione ad hoc del soggetto di un’affermazione non motivata: dopo essere stati posti di fronte a un controesempio di un’affermazione universale, invece di contestare il controesempio o negare l’affermazione, si ridefinisce l’oggetto dell’affermazione, in modo da escludere il controesempio, senza nessuna motivazione obiettiva a sostegno di questa ridefinizione.

[3] La Fallacia dell’Apice o Apex Fallacy consiste nel presupporre che le proprietà dei membri più visibili di un gruppo siano condivise da tutti i membri del gruppo. Ad esempio, Usain Bolt è velocissimo, ma ciò non vuol dire che tutti i giamaicani lo siano. Allo stesso modo, se in una data società in un dato momento storico l’autorità politica è detenuta da uomini, non è automatico che tutti gli uomini abbiano autorità politica. Così come non è automatico che chi è in quella posizione favorisca scientemente gli individui del primo sesso biologico, chiedere alla Regina Elisabetta I e alla Regina Vittoria. Ah, giusto: in quei casi è maschilismo interiorizzato. E perché a parti invertite non è misandria interiorizzata?

[4] Il Cherry Picking consiste nell’estrarre da una situazione o da una tesi solo i dati utili a confermare la propria ideologia, ignorando il contesto e i dati avversi. Laddove questo meccanismo sia volontario, si parla di una fallacia logica particolarmente disonesta e spesso accompagnata dall’argomento fantoccio. Nel nostro ambito, un esempio di Cherry Picking può essere il considerare la preponderanza femminile nell’analisi di determinati problemi, definendoli quindi “questioni di genere” o “questioni femminili” ma ignorare, considerare “questioni di tutti” o non considerare affatto la preponderanza maschile nell’analisi dei problemi che affliggono in maggioranza uomini.

[5] In breve, è cherry picking inconscio. Per le sue modalità, vi rimando alla pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Bias_di_conferma

[A. e M. G.]

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