Archivi del mese: dicembre 2016

Perchè il femminismo patriarchista non aiuterà gli uomini

fired

Dopo l’ennesimo “ma il femminismo si occupa di diritti degli uomini”, intendendo qui con femminismo la sua corrente maggioritaria, quella che crede alla teoria del patriarcato o “patriarchista”, come usiamo chiamarla, proviamo a spiegare le nostre ragioni con una storiella.
Immaginiamo che ci sia un capo, X.
Un giorno X chiede al suo impiegato, “femminismo”, i risultati del lavoro svolto sino ad allora.
X: allora dimmi, come sono andate le cose per le questioni femminili?
F: bene, benissimo: abbiamo tolto la coverture, le donne possono votare, possono lavorare (anche in politica), esistono consapevolezza e servizi per le vittime femminili di violenza domestica, anche lo stupro su donne incapacitate di dare il consenso è reato, esistono i congedi di maternità, non si muore più di parto, il figlio ha smesso di andare in automatico al padre, le donne possono studiare e abortire. Su questo punto e sulla questione cognome ci stiamo ancora lavorando, ma sono cosucce rispetto al lavoro fatto.
X: bravissimo. E per quanto riguarda le questioni maschili?
F: quali? Non ho visto nessun fascicolo sulle questioni maschili in ufficio.
X: è lì davanti a te! Mi vuoi dire che in questi due secoli di attività della nostra azienda non hai mai pensato di dover svolgere anche le questioni maschili?!
F: non ti arrabbiare! Certo che mi sono occupato di questioni maschili! Ad esempio ho detto che gli uomini possono piangere…
X: ah per la prevenzione al suicidio? Ma hai dato loro le strutture dove ricevere aiuto?
F: ehm… no.
X: #@”! Dove hai il cervello femminismo!! E per le altre questioni?
F: tipo quali?
X: Tipo la leva – a proposito, adesso un altro dipendente, pacifismo, l’ha trasformata in “liste di leva”, così ti ha alleggerito il lavoro, ringrazialo quando puoi -, maggioranza di suicidi uomini per cause economiche, assenza di leggi sulla violenza sugli uomini – anche qui un altro dipendente, diritti umani, ha trasformato questo documento in “assenza di centri e rifugi per vittime maschili”, anche se in Spagna non c’è riuscito molto bene per colpa del tuo file, “violencia de genero”, che ha creato leggi poco imparziali -, assenza di consapevolezza sullo stupro sugli uomini – a proposito, in India alcuni dipendenti volevano svolgere questo lavoro ma ci hanno riferito che hai fatto mobbing e adesso quindi in India non è reato lo stupro sugli uomini. Questo ti costerà un bel po’ sullo stipendio. Sssh silenzio, non rifilare ancora quella scusa del wage gap eh che poi qualcuno ci crede! -, assenza di leggi sullo stupro sugli uomini in… caxxo almeno la Gran Bretagna potevi farla!, ok ok l’hai reso un reato, ma l’hai equiparato alle molestie e non allo stupro sulle donne!
Oh però almeno le condanne e le punizioni ai mariti per i reati delle mogli le hai tolte… ah ma ci dicono che l’hai fatto solo perché altrimenti non riuscivi a togliere la coverture… male male! Stessa cosa per i congedi di paternità, non hai pensato che potessero essere una questione maschile oltre a fare da tappabuchi contro le discriminazioni delle donne sul lavoro?
Sulla disparità giuridica contro gli uomini invece? Hai creato almeno un osservatorio per controllarla?
F: ehm… me lo sono scordato…
X: pff… e lavori ad alto rischio solo per uomini, morti sul lavoro? Immagino anche quelli dalla faccia che fai…
Dato che hai ottenuto il diritto all’aborto immagino che avrai ottenuto anche quello alla rinuncia di paternità, vero? Vero?! Ma cavolo femminismo il pc ti riusa pure la stessa frase di errore per entrambi, “potevi tenertel nei pantaloni”, potevi aggiustare entrambi i bug visto che c’eri!
Visto che hai risolto la morte per parto con uno sforzo mirato immagino che avrai fatto lo stesso anche per il divario nella salute che fa morire prima gli uomini, no? No? Oh cavolo, il pc mi dice che addirittura è aumentato! Ma tu dov’eri, femminismo? A berti il caffè con i tuoi colleghi?! Guarda che ti tolgo la macchinetta ed è inutile che ti lamenti con i sindacati!
F: ma… ma…
X: nessun ma, femminismo, la situazione è grave.
Vediamo: hai creato una corrente che racchiude omofobia e misoginia, che hai nominato “lesbofobia”, immagino che avrai fatto lo stesso anche con la misandria, creando l'”omomisandria”, vero? Ma cavolo che ti serve, che ti sventoli la bandiera arcobaleno? Su dai ci potevi arrivare da solo!
Per la pensione in ritardo per gli uomini? Ah vedo che ai tuoi errori ci sta pensando a rimediare la dipendente più bistrattata di tutti, “Unione Europea”, poverina, conta che quest’anno si è separata dal marito, Regno Unito, ed è ancora scossa. Ma tu incurante la fai lavorare! Femminismo ti dovresti vergognare!
F: ma l’ho fatto prima che si lasciasse!
X: sì ma era il tuo lavoro, femminismo! Non puoi aspettare sempre che lo facciano gli altri!
Passiamo ai linguaggi di programmazione: qui vedo che stai cercando di fixare il bias del linguaggio più orientato al maschile che non fa sentire rappresentate le donne, ma stai facendo qualcosa anche contro il bias che invisibilizza gli uomini?
F: quale bias, capo?
X: presente la roba che senti in tv in cui se muoiono 5 uomini e 2 donne si dice che ci sono stati “7 morti, tra cui 2 donne”? Non ti dice niente? OK facciamo un altro esempio: se un problema attacca principalmente gli uomini è un problema “della gente”, se attacca principalmente donne è un “problema delle donne” o “un problema di genere”. Adesso ti ricordi il bias? Nada. Certo che manco le basi di informatica hai imparato.
E per servizi e centri per senzatetto? O cercare proprio di evitare che gli uomini restino la maggioranza dei senzatetto?
Mazza femminismo, sembra come se non l’avessi mai sentito prima.
F: infatti non l’ho mai sentito prima…
X: faccio finta di non aver sentito.
Hai ancora altra roba da sbrigare, come suicidi maschili, divorzio con collocamento in automatico alla madre e diritti dei padri separati… cavolo ma questo problema è colpa tua!
F: nono sarà stato il mio cane che si mangia ogni tanto i fogli….
X: Femminismo, non dare sempre la colpa a Patriarcato, che poi pora bestia mi chiedo che ha fatto di male per avergli dato ‘sto nome.
F: ma quelli sono fatti privati eh…
X: mica tanto, colpa ancora di Patriarcato se sei passato da abbandono scolastico maggiormente femminile ad abbandono scolastico maggiormente maschile?
F: sì è colpa di Patriarcato, è sempre colpa sua quel dannato cagnaccio, che si mangia tutto. Quando torno a casa le prende!
X: dovrebbero chiamare la Protezione Animali, per tutti i tuoi fallimenti te la prendi sempre con lui. Spero vivamente che gli animalisti non vengano a manifestare qua sotto che io non c’entro niente eh!
Comunque Femminismo, la situazione è più grave di quella che mi aspettavo, non posso far altro che chiederti di lasciare il posto sulle questioni maschili ad altre persone, perché l’hai davvero trascurato. Ad esempio avrei pensato ad MRA.
F: no ti prego MRA no! Lo conosco dagli anni ’70 e mi critica sempre!
X: ti fa solo notare che dai sempre la colpa a Privilegio Maschile, l’impiegato per le pulizie, per negare che ci siano questioni maschili da risolvere. Ogni volta che non le vuoi fare dici che le ha nascoste, che non ci sono, ah chissà dove sono finite e bla bla bla. Finora pensavo che stesse esagerando, ma viste le cose mi sono reso conto che è davvero così e mi vedo pertanto costretto ad agire. *Alza la voce* Entra, MRA!
M: salve signore, mi ha chiamato? Oh ciao femminismo, sempre ad ostacolare il lavoro degli altri?
F: MRA, è un dispiacere vederti ogni volta.
X: mi fa piacere annunciarti allora che non lo vedrai più, infatti da ora in avanti sarà lui a occuparsi delle questioni maschili. È un dipendente molto giovane e negli ultimi dieci anni ha già avuto importanti successi… a dispetto di te, femminismo, che in due secoli sembra che non abbia combinato nulla.
F: ma non è vero!
M: se posso permettermi, signore, sono riuscito a creare una campagna che è andata virale, ViolenceIsViolence, sulla violenza sugli uomini; sono riuscito a organizzare presidi; un mio documentario sulle questioni maschili, Red Pill, è candidato all’Oscar; il parlamento del Regno Unito ha discusso pubblicamente l’International Men’s Day; ho fornito informazioni e sensibilizzato sulle questioni maschili; ho formato associazioni e club nei campus che si occupano di questo; ho organizzato migliaia di invii mail e petizioni; ho costruito associazioni antiviolenza e rifugi per le vittime maschili.
X: direi che ha fatto in meno di dieci anni più di quello che non hai fatto tu in duecento. È il momento di staccarsi dalla poltrona, femminismo.
F: ma… ma… ma il femminismo si è sempre occupato delle questioni maschili!
X: ora non più: femminismo, sei stato inoperoso, deficitario, incapace di svolgere le funzioni più banali, insomma… sei licenziato!
F: lei non può farmi questo. Non sa chi sono io!
X: femminismo, LEI. È. LICENZIATO.

Ecco come dovremmo rispondere a tutti coloro che dicono “ah ma il femminismo si occupa di questioni maschili”: non più, è stato licenziato perché non faceva nulla.

Annunci

Stupri sugli uomini, Lara Stemple e il negazionismo dei suoi detrattori

men-cant-get-raped

In un recente articolo una nota blogger femminista critica Lara Stemple, professoressa di diritto alla UCLA (University of California), la quale ha svolto una ricerca sulle violenze sessuali sugli uomini. In tale articolo la blogger (che non citiamo per non farle pubblicità ma la cui identità è facilmente intuibile) ha affermato che non sia vero che gli uomini e le donne hanno una prevalenza simile di sesso non consensuale, come asserito invece dalla Stemple. Ma andiamo ai dati.

I dati su cui si basa la Stemple sono i soliti conosciuti dati dei CDC, e fanno riferimento al NISVS del 2010.

Gli errori che spingono chi analizza tali dati a ritenerli una “evidenza che mostra che gli uomini siano stuprati di meno e soprattutto da altri uomini” sono i soliti, di cui abbiamo già parlato:

1) Analizzare la prevalenza nel lifetime e non nei 12 mesi precedenti, nonostante quest’ultima misura sia più accurata rispetto a quella del lifetime.

2) Chiamare lo stupro sugli uomini “made to penetrate” e classificarlo come un crimine diverso da quello di “rape” (stupro).

Partiamo dal primo errore.

Questo non è un caso relativo solo al NISVS, infatti Murray Straus ci ricorda come sia già stato fatto per altri sondaggi nazionali, come il National Violence Against Women Survey (NVAWS). Cito:

“Dopo aver ritardato per due anni la pubblicazione dei risultati del National Violence against Women, alla stampa sono stati resi noti sono i dati sulla “prevalenza in tutta la vita” e non quelle sulla “prevalenza nell’ultimo anno”, in quanto i primi mostravano che la violenza era prevalentemente maschile, mentre i più accurati dati recenti trovavano che le donne avevano commesso il 40% della violenza.” [1]

Oltre al caso del NVAWS, che è uno studio che parte da un’impostazione femminista come dimostra anche il nome, altri studi nazionali statunitensi che hanno mostrato simmetria di genere nei 12 mesi precedenti sono: il National Family Violence Surveys (NFVS) e il National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS), di cui stiamo parlando ora.
Analizzando assieme sia NISVS che NVAWS che NFVS, si nota che la situazione è praticamente simmetrica. Gli uomini sono una percentuale significativa del totale delle vittime di violenza domestica: rappresentano infatti dal 40% dei casi del NVAWS (che, ricordiamo, è uno studio che parte da un’impostazione femminista) al 53% del NISVS (che è dei Centers for Disease Control and Prevention, associazione governativa).
Percentuali simili tra i sessi (ovvero attorno al 50 e 50 tra maschi e femmine) nei 12 mesi precedenti, ricordano le ricercatrici Denise Hines ed Emily Douglas, si hanno anche quando vengono combinati diversi tipi di violenza grave (es. violenza fisica grave, violenza psicologica grave, comportamenti di controllo, violenza legale/amministrativa e lesioni) [2].

Tornando al NISVS, analizzando i 12 mesi precedenti, vediamo che gli uomini sono la leggera maggioranza delle vittime di violenza domestica (differenze poco significative che rafforzano la teoria della simmetria di genere nella perpetrazione della violenza) e di controllo della salute riproduttiva o sessuale (quest’ultimo tipo di violenza sarebbe il rifiuto di usare contraccettivi o il cercare di rimanere/far rimanere incinta la donna anche senza il consenso suo/del partner):

NISVS1NISVS2

Ma perchè questa differenza tra la prevalenza nel corso di vita (lifetime) e nei 12 mesi precedenti?
Secondo il dr. Bert Hoff, la prevalenza nei 12 mesi precedenti è più attendibile rispetto al lifetime, perchè a differenza di quest’ultimo non mostra bias nel recall: “One-year prevalence “are considered to be more accurate [than lifetime rates] because they do not depend on recall of events long past”” [3].

La ricerca nell’ambito del recupero dei ricordi traumatici nota che più è ampio il periodo di tempo dopo cui a una persona viene chiesto di richiamare alla mente un evento traumatico, meno è probabile che lo ricordi. Pertanto una ricerca che chiede informazioni su di un evento traumatico negli ultimi 6 mesi riceve un minor numero di falsi negativi rispetto al fare la stessa domanda relativamente ai 12 mesi precedenti, e quest’ultima avrà meno falsi negativi rispetto alla stessa domanda relativa al tempo di vita della persona (lifetime). Per gli uomini questo effetto è ancora più pronunciato.

Infatti, uno studio ha mostrato come solo il 16% degli uomini con casi documentati di abusi sessuali nella prima infanzia considerava le proprie esperienze abusi sessuali, contro il 64% delle donne con analoghi casi documentati di abusi sessuali infantili [4].

Allo stesso tempo, è improbabile che ciò sia dovuto al minor impatto dell’abuso sessuale sugli uomini, perchè diversi studi hanno mostrato che l’abuso sessuale ha un profondo impatto sugli uomini, incluso quello femmina-su-maschio.
Ad esempio, la correlazione tra abuso sessuale e tentativo di suicidio è più forte nei ragazzi maschi [5] e i ragazzi sessualmente abusati hanno il doppio di possibilità di suicidarsi rispetto alle ragazze sessualmente abusate [6]. In aggiunta, vi è un rischio maggiore per gli uomini sessualmente abusati di abusare di altri se chi ha abusato di loro è di sesso femminile [7].

La più probabile ragione per cui gli uomini non si aprono, o addirittura “dimenticano” (tra virgolette perchè, come abbiamo appena visto, gli effetti psicologici nefasti di questi eventi ci sono comunque), è molto semplice: la nostra narrativa sociale nega l’esistenza, o almeno non ritrae, l’abuso sessuale dei maschi. In un certo grado non nega l’abuso sessuale di bambini/ragazzi da parte di uomini, ma nega totalmente l’abuso di bambini/ragazzi da parte di donne o di uomini adulti da parte di chiunque.

In uno studio sugli effetti dell’intervallo di ritenzione e sul genere nella percezione della violenza, Ahola e colleghi (2009) hanno trovato che i testimoni oculari valutavano gli autori femminili meno violenti di quelli maschili quando riportavano l’accaduto dopo un intervallo di 1-3 settimane invece che dopo dieci minuti. Ahola e colleghi spiegarono che nel tempo i testimoni oculari reinterpretavano il comportamento dei responsabili al fine di conformarsi agli stereotipi di genere riguardanti la violenza [8].

Widom e Morris [4] ritengono che un processo simile avvenga con le vittime maschili di abuso sessuale (in particolar modo quello compiuto da donne). Infatti, nel corso del tempo, le vittime maschili reinterpretano la loro vittimizzazione per conformarsi con la narrativa sociale che riguarda l’abuso sessuale: ovvero che sarebbe perpetrata da uomini e subita da donne. Eseguiranno questo processo riformulando il loro abuso come consensuale o come un rito di passaggio o meno violento di quanto non fosse o “da dimenticare” completamente. Più passa il tempo, più i nostri ricordi sono conformi alla narrazione sociale dominante.

Si noti che il dimenticare non implica che non ci siano effetti psicologici, ma solo che l’origine di tali effetti viene sepolta, diventando un fattore scatenante silenzioso per comportamenti auto-distruttivi.

Alcuni potrebbero obiettare che ci si dimentica del cosiddetto effetto forward telescoping. Il telescoping include sia il forward telescoping (in cui il rispondente crede che gli eventi che descrive siano accaduti più recentemente rispetto a quanto è avvenuto in realtà) che il backward telescoping (quando il rispondente crede che gli eventi che descrive siano accaduti più anticamente rispetto a quanto è avvenuto in realtà).
D’altra parte, il NISVS ha agito in modo tale da minimizzare gli effetti telescoping, usando un periodo chiaramente delimitato (gli ultimi 12 mesi) e ponendo specifiche domande.
Inoltre, una ricerca di William Smith e Marie Torstensson rivela che:
“Secondo i “controlli di registro inversi” (sondaggi di persone che si sa essere state vittime grazie ai registri ufficiali), i sondaggi sottostimano le vere esperienze di forza fisica. Mentre esiste qualche esagerazione della vittimizzazione nell’anno passato perchè i rispondenti fanno “forward telescoping” nelle loro risposte (ad esempio, richiamano eventi che sono accaduti più di un anno fa come se fossero accaduti all’interno dell’anno passato), c’è un maggior numero di non-richiamo o “incapacità di rivelare” che forward telescoping. […] In sintesi, la combinazione di non-richiamo e backward telescoping di aggressione è più comune del forward telescoping” [9].

Pertanto, come abbiamo appena visto, il bias nel recall è sicuramente l’effetto più influente tra quelli presenti e ci costringe a considerare come più accurata la prevalenza nei 12 mesi precedenti rispetto a quella lifetime.

Passiamo adesso al secondo errore fondamentale: chiamare lo stupro sugli uomini “made to penetrate”.

Ebbene, oltre a fare affidamento su dati meno accurati – dando maggior valore alla prevalenza lifetime su quella nei 12 mesi precedenti – il NISVS, sulla falsariga di quanto già fatto da Mary P. Koss, la creatrice del Sexual Experiences Survey (SES), ha distinto gli stupri su donne e su uomini chiamando i primi “stupro”, riservando invece ai secondi questa dizione solo nei casi che richiedevano la penetrazione. Se una donna invece costringeva un uomo a un rapporto sessuale, tale stupro non veniva più definito con questo termine, ma lo si chiamava “made to penetrate”, ovvero forzare a penetrare. Si è pertanto giocato sulla definizione di stupro per escludere le vittime maschili.

Quando invece consideriamo i “made to penetrate” come stupri (quali essi sono), allora otteniamo un risultato sbalorditivo: infatti si può notare come, nei 12 mesi precedenti il 2010, la percentuale di “made to penetrate” per gli uomini fosse pari a quella degli “stupri” (inclusi quelli soltanto tentati) per le donne [10]:

made to penetrate

E’ solo un caso isolato? Assolutamente no, infatti l’anno successivo si ebbero risultati simili, sebbene con un piccolo aumento delle vittime maschili (nei 12 mesi precedenti le stime erano 1,7% di “made to penetrate” per gli uomini rispetto a 1,6% di “stupri” per le donne) [11].

Oltre a quelli già demoliti, la blogger aggiunge ulteriori errori:

La prevalenza di donne perpetratrici di violenza sessuale sugli uomini risulta in 3 categorie su 7: essere forzati a penetrare qualcuno, coerzione sessuale e contatti sessuali non desiderati

Allora, in primis capiamo di che parliamo: siamo tornati a discutere del NISVS del 2010.
Inoltre dobbiamo analizzare i dati nei DODICI MESI PRECEDENTI. In questi 12 mesi, non abbiamo i dati di “rape” (ossia penetrati) ma solo di “made to penetrate” (ossia forzati a penetrare) per gli uomini (e quindi il dire “ah sono solo in 3 categorie su 7” non si applica – tra l’altro il “made to penetrate” esiste solo per gli uomini, quindi…).
Questi dati coincidono con quelli dei “rape” delle donne nei 12 mesi precedenti.
Considerato che non c’è alcun motivo valido per non considerare un uomo forzato a penetrare come diverso da un uomo stuprato analmente, è un dato assai considerevole.

Inoltre, IMPORTANTISSIMO: non abbiamo i dati del genere dei perpetratori nei 12 mesi precedenti, ma solo nel lifetime. Sappiamo però che:
– gli uomini tendono a dimenticare nel tempo gli episodi relativi a perpetratrici donne;
– già nei dati relativi al genere dei perpetratori nel lifetime, le donne sono la maggioranza degli autori di stupri “made to penetrate”.

Da ciò ne possiamo dedurre che:
– le perpetratrici donne di stupro inteso come rape, ovvero essere penetrati, saranno maggiori rispetto al lifetime;
– le perpetratrici donne di “made to penetrate” ovvero stupro inteso come “forzare a penetrare” saranno ancora maggiori rispetto alla percentuale del lifetime, che già le dava come la stragrande maggioranza dei perpetratori dei “made to penetrate”.

Questo significa che vi è sia una percentuale comparabile di stupratrici e di stupratori che una percentuale comparabile di uomini stuprati e donne stuprate.

Scrive ancora la blogger:

some federal agencies use outdated definitions and categories of sexual victimization. This has entailed the prioritization of the types of harm women are more likely to experience as well as the exclusion of men from the definition of rape.

Detta così sembra quasi che le “datate definizioni e categorie di vittimizzazione sessuale” siano funzionali ad escludere gli uomini dalle statistiche sulla violenza sessuale.

Ma se riflettiamo sul fatto che chi parla di stupro solo come penetrazione non esclude soltanto gli uomini che subiscono “other sexual violence” (25.130.000), ma anche tutte le donne che subiscono questo genere di violenza (53.174.300), ci rendiamo conto che non ci troviamo nel bel mezzo di un complotto volto ad oscurare il fenomeno della violenza delle donne sugli uomini, soprattutto perché questa sottocategoria di abusi sessuali è quella che miete più vittime non solo fra gli uomini, ma anche fra le donne.

Errore #1: Ancora una volta si continuano a usare i dati del lifetime.
Errore #2: Peccato che in “other sexual violence”, SOLO NEL CASO DEGLI UOMINI, si includa LO STUPRO. Difatti sia uomini che donne hanno le altre categorie, ma solo per gli uomini si è istituita la categoria “made to penetrate”, che (ovviamente) non esiste per le donne.

Ma analizziamo anche altri elementi.
Ad esempio, l’accademica femminista Mary P. Koss, creatrice del Sexual Experiences Survey (SES), uno dei più usati questionari sulla violenza sessuale, affermò a più riprese di aver volontariamente escluso le vittime maschili con violentatrici donne dalla definizione. Leggiamo infatti:

“Abbiamo lavorato diligentemente per sviluppare item di testo che catturassero il senso di pressione degli uomini ad avere rapporti sessuali e indirizzassero le loro risposte in una categoria appropriata di coercizione al posto di quella di stupro. [12]

e ancora:

“Anche se la considerazione delle vittime maschili è nel campo di applicazione degli statuti legali, è importante limitare il termine stupro ai casi in cui le vittime di sesso maschile sono state penetrate da criminali. Non è opportuno considerare come vittima di stupro un uomo che è coinvolto in un rapporto sessuale indesiderato con una donna.[13].

E questo non sarebbe escludere?

E chi è secondo Stample il principale responsabile di questo occultamento della violenza contro gli uomini? Ovviamente il femminismo:

Some posit that because dominant feminist theory relies heavily on the idea that men use sexual aggression to subordinate women, findings perceived to conflict with this theory, such as female-perpetrated violence against men, are politically unpalatable. Others argue that researchers have a conformity bias, leading them to overlook research data that conflict with their prior beliefs.

Soffermiamoci un attimo su un dettaglio: “dominant feminist theory“.

La dominante teoria femminista???

Sì, l’idea che gli uomini siano la maggioranza dei perpetratori di violenza è teoria femminista. “Ah ma non tutte le persone sono femministe in questa società”.
Ambito accademico e società sono due cose diverse.
Inoltre aderire alla teoria femminista sulla violenza non significa per forza aderire al femminismo sotto altri ambiti.

Il femminismo ci dice che la violenza sessuale ha poco a che fare con il sesso e il desiderio sessuale, e molto di più con il potere e il controllo.

Allora andiamo a vedere il controllo. Sebbene riferendosi solo alla violenza tra coppie, il NISVS ci riporta una sostanziale parità nella violenza psicologica verso il partner tra uomini e donne, anche nell’analisi del “controllo coercitivo”… nel lifetime.
Nei 12 mesi precedenti invece gli uomini erano addirittura maggiormente vittime di controllo coercitivo da parte delle loro partner (15,2%) rispetto alle donne (10,7%):

15-2

Se ciò non bastasse, uno studio del 2009 su “Evolution and Human Behavior” afferma:
“Abbiamo trovato, contrariamente ad alcune precedenti ipotesi evolutive, che uomini e donne mostravano simili gradi di comportamenti di controllo, e che questo prediceva aggressione fisica ai partner in entrambi i sessi”. “Nel complesso, il comportamento di controllo non differiva tra i sessi ed è stato associato con l’aggressione fisica in entrambi i sessi” [14].
In più, le analisi dei dati provenienti da 32 Nazioni (incluse non-occidentali) nell’International Dating Violence Study hanno trovato che, all’interno di una relazione di coppia, il dominio e il controllo da parte delle donne si verifica tanto spesso quanto quello da parte degli uomini e sono fortemente associati alla perpetrazione di violenza sul partner sia dalle donne che dagli uomini [15].

E con ciò, speriamo di aver dissolto ogni dubbio relativo alla validità dei dati della Stemple.

Riferimenti Bibliografici:

[1] Straus, Murray A. (2007). Processes Explaining the Concealment and Distortion of Evidence on Gender Symmetry in Partner Violence. European Journal on Criminal Policy and Research 74 (13): 227–232.

[2] Denise A. Hines, Emily M. Douglas. Relative Influence of Various Forms of Partner Violence on the Health of Male Victims: Study of a Helpseeking Sample. Psychol Men Masc. 2016 Jan 1; 17(1): 3–16.

[3] Bert H. Hoff. (2012). US National Survey: more men than women victims of intimate partner violence. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, Vol. 4 Iss: 3, pp. 155 – 163.

[4] Widom, Cathy Spatz; Morris, Suzanne. Accuracy of adult recollections of childhood victimization, Part 2: Childhood sexual abuse. Psychological Assessment, Vol 9(1), Mar 1997, 34-46.

[5] Rhodes AE, Boyle MH, Tonmyr L, Wekerle C, Goodman D, Leslie B, Mironova P, Bethell J, Manion I. Sex differences in childhood sexual abuse and suicide-related behaviors. Suicide Life Threat Behav. 2011 Jun;41(3):235-54.

[6] Molnar BE, Berkman LF, Buka SL. Psychopathology, childhood sexual abuse and other childhood adversities: relative links to subsequent suicidal behaviour in the US. Psychol Med. 2001 Aug;31(6):965-77.

[7] Salter D, McMillan D, Richards M, Talbot T, Hodges J, Bentovim A, Hastings R, Stevenson J, Skuse D. Development of sexually abusive behaviour in sexually victimised males: a longitudinal study. Lancet. 2003 Feb 8;361(9356):471-6.

[8] Angela S. Ahola , Sven Å. Christianson , Å. Hellström. Justice Needs a Blindfold: Effects of Gender and Attractiveness on Prison Sentences and Attributions of Personal Characteristics in a Judicial Process.  Psychiatry, Psychology and LawVol. 16, Iss. sup1, 2009.

[9] William R. Smith, Marie Torstensson. Gender Differences in Risk Perception and Neutralizing Fear of Crime. British Journal of Criminology 37(4): 608–34.

[10] Black, M.C., Basile, K.C., Breiding, M.J., Smith, S.G., Walters, M.L., Merrick, M.T., Chen, J., & Stevens, M.R. (2011). The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS): 2010 Summary Report. Atlanta, GA: National Center for Injury Prevention and Control, Centers for Disease Control and Prevention.

[11] Breiding MJ, Smith SG, Basile KC, Walters ML, Chen J, Merrick MT. Prevalence and characteristics of sexual violence, stalking, and intimate partner violence victimization–national intimate partner and sexual violence survey, United States, 2011. MMWR Surveill Summ. 2014 Sep 5;63(8):1-18.

[12] Koss, M.P., Abbey, A., Campbell, R., Cook, S., Norris, J., Testa, M., Ullman, S., West, C., White, J. (2007). Revising the SES: A collaborative process to improve assessment of sexual aggression and victimization. Psychology of Women Quarterly, 31, 357-370.

[13] Koss MP. Detecting the Scope of Rape. A Review of Prevalence Research Methods. J Interpers Violence. 1993;8(2):198–222.

[14] Graham-Kevan N, Archer J. Control tactics and partner violence in heterosexual relationships. Evolution and Human Behavior. 2009;30(6):445–452.

[15] Murray A. Straus. Dominance and symmetry in partner violence by male and female university students in 32 nations. Children and Youth Services Review Volume 30, Issue 3, March 2008, Pages 252–275.

Rifiutare la Paternità è un Diritto Riproduttivo

11870665_887658547955276_8333566209671352143_n

 Si è spesso parlato dei diritti riproduttivi femminili, come l’aborto e l’adozione anonima, ma quasi mai si parla di quelli maschili, come la rinuncia alla paternità. Spesso si tendono a descrivere gli uomini che rinunciano alla paternità come “vigliacchi” e “crudeli”, parole che non useremmo mai (o almeno si spera…) nei confronti di una donna che deve rinunciare alla maternità o che deve abortire, e spesso si minimizza il peso sugli uomini di tale scelta affermando che la donna sia più svantaggiata per cause biologiche. In questo articolo, che è una traduzione di un post del sito “Permutation Of Ninjas” (che consiglio di leggere avidamente, considerando i dati che quotidianamente fornisce), si spiega il motivo per cui tale affermazione sia falsa. Premettendo che sono pro-choice, e che sostengo il diritto all’aborto al pari dei diritti riproduttivi maschili, vi rimando alla traduzione dell’articolo:

“Molte persone che parlano di aborto, in particolare quando viene alla luce la questione degli uomini e dei loro obblighi parentali, menzionano gli oneri della gravidanza. Sottolineano i pericoli per la donna, e il fatto che ella co-opta il suo corpo per nove mesi. Poi descrivono obblighi finanziari degli uomini nei confronti dei loro figli come “soltanto scrivere un assegno” o “solo soldi”, il che implica che siano in qualche modo insignificanti e non intrusivi. Ma lo sono davvero? Affrontiamo questo argomento con un po’ di matematica. (Va bene, un sacco di matematica.)

Assumiamo per ora che il mantenimento dei figli sia circa 1/4 del reddito tolte le tasse [parliamo del sistema statunitense, n.d.T.] di un uomo. (Questo è generalmente ragionevole, e in alcuni casi è addirittura al ribasso, in particolare una volta che fattorizziamo in una porzione di potenziali alimenti).
Per una settimana di lavoro standard, abbiamo dieci ore settimanali. (In realtà leggermente di più, dato che la settimana lavorativa media è di 42,5 ore). Dieci ore a settimana, 52 settimane in un anno e diciotto anni diventa fino a 9.360 ore [1]. Dividiamo questa cifra in 24 ore in un giorno, e tale obbligo arriva fino a 390 giorni [2]. Tale obbligo è il diritto al corpo dell’uomo, 24 ore al giorno come, di fatto, un servo o schiavo … per circa quattro mesi in più rispetto alla donna porta il bambino. A differenza della gravidanza, questo è anche il tempo che non può essere utilizzato per ottenere o fare qualcos’altro. Una donna incinta può ancora lavorare per la maggior parte della gravidanza, o fare qualsiasi numero di altre cose (tra cui dormire la notte), ma questo presuppone che un uomo stia al lavoro, facendo il suo lavoro, 24h/7, per oltre un anno. Suona ancora come “solo la scrittura di un assegno”?

Infatti, se togliamo 8 ore al giorno per dormire, e i primi due mesi di gravidanza stessi (siccome i primi due mesi rappresentano una minima o nessuna intrusione sulla sua vita), troviamo che l’impegno totale della donna è di 3406 ore [3] , che è solo il 36% [4] di così tanto tempo. Se l’uomo al posto di spendere il 25% del suo reddito ne spendesse appena il 9% [5], abbassando tale cifra di circa due terzi, sarebbe lo stesso più intrusivo. Anche così, stiamo ancora ritenendo che per i restanti sette mesi di gravidanza, questa sia la forza dominante nella vita della donna per ogni momento di ogni giorno. Come può dire chiunque abbia effettivamente visto qualcuno passare attraverso la gravidanza, ciò è assolutamente ridicolo. Se dovessimo diminuirlo fino a farlo coincidere con un lavoro a tempo pieno, otto ore al giorno ogni giorno per questi sette mesi, il nostro numero scenderebbe di metà, e potremmo ridurre il mantenimento dei figli al 4,5% [6] di retribuzione da portare a casa e sarebbe comunque più cronologicamente invadente. Per essere onesti, anche 8 ore al giorno è una cifra troppo alta per la realtà dei fatti.

Ora prendete quei diciotto anni e divideteli per quattro (perchè 1/4 del suo reddito è uguale a 1/4 delle sue ore di lavoro), e otterrete 4,5 anni [7] completi di lavoro. Il tasso di mortalità materna negli Stati Uniti è di circa 13,3 / 100.000 [8]. Nel 2010, ci sono stati 4.192 maschi morti sul lavoro negli Stati Uniti [9] Attualmente negli Stati Uniti ci sono circa 69.556.000 di lavoratori maschi, dei quali 13.964.000 part time [10]. Mentre questo numero è potenzialmente distorto perché include sia uomini che donne, il numero medio apparente di ore di lavoro per i lavoratori a tempo parziale è 22,25 ore [10]. Poiché i lavoratori a tempo pieno hanno una media di 42,2 ore, possiamo fare due conti e scoprire che abbiamo 7.379.000 [11] effettivi lavoratori a tempo pieno. Questo significa che dei nostri lavoratori totali di sesso maschile 62.971.000 [12] sono effettivi lavoratori di sesso maschile a tempo pieno. Questo ci dà un tasso di mortalità di 6,7 / 100.000 [13] morti sul lavoro maschi per anno.

Moltiplichiamo questo numero per 4,5 (anni lavorati, lo ricordo) e abbiamo un tasso di mortalità sul posto di lavoro di 30,2 / 100.000 [14]. Questo è un po’ più del doppio del tasso di mortalità materna, il 227% [15] per essere esatti. Facciamo notare, inoltre, che gli Stati Uniti hanno il peggior tasso di mortalità materna di qualsiasi nazione industrializzata. Confrontandolo al Regno Unito (7 / 100.000), alla Svizzera (5 / 100.000) o il cielo non voglia alla Grecia (1 / 100.000) si ottiene che i rischi vanno dal 431% al 604% al 3.020%. (Questi ultimi non sono tecnicamente validi senza l’utilizzo di tassi LFP e tassi di mortalità sul lavoro degli altri Paesi, ma rende sicuramente il punto, non è vero?) Per confronto, il tasso degli Stati Uniti è più che raddoppiato da 6,6 / 100.000 nel 1987 a 13,3 / 100.000 nel 2006, l’ultimo anno per cui sono disponibili statistiche [8]. I fattori includono C-sezioni inutili e mancanza di assicurazione, tra l’altro. Se usiamo le cifre del 1987 (che è dove in realtà dovrebbero essere oggi, e il tasso di mortalità sul lavoro era certamente molto più alto di allora) otterremmo il 458%, più di quattro volte il rischio.

E le piccole cose, però? Complicanze minori, smagliature, ecc? Secondo l’ American Pregnancy Association (Associazione Americana di Gravidanza) ci sono circa 6.000.000 di gravidanze negli Stati Uniti ogni anno [16]. Di questi, poco meno di 2.000.000 sono considerate ” gravidanze perse”. Di queste, 1.200.000 sono “cessazioni”, che in pratica significa “aborti”. Dobbiamo escludere complicazioni da quelle perché stiamo guardando il rischio di portare a termine una gravidanza, e se la gravidanza non viene a termine è ovvio che non va a rappresentare accuratamente il rischio. Dei rimanenti, 600.000 sono aborti spontanei, 2/3 dei quali sono entro la fine del primo trimestre. Dobbiamo escludere pure questi, siccome la maggior parte degli aborti si verificano tra le sei e le dodici settimane, il che significa che tutte le complicazioni sono probabilmente inevitabili anche con l’aborto.

Così, abbiamo 4.000.000 nati vivi, 1.600.000 aborti non validi e 400.000 aborti validi, per 4.400.000 casi totali. Secondo l’associazione, 875.000 donne sperimentano una o più complicazioni, rendendo il tasso di complicanze del 20% [17]. (Questo è in realtà eccessivamente alto per vari motivi, soprattutto perchè alcune di quelle 875.000 complicazioni sono venute dai 1.600.000 casi che abbiamo escluso. Tuttavia, questo porta a un errore di numero che è CONTRO quello che stiamo cercando di dimostrare, quindi non è veramente un uso sbagliato delle statistiche. ) Secondo il Bureau of Labor Statistics, nel 2010 ci sono stati 3,5 / 100, o 3500 / 100.000 infortuni sul posto di lavoro riportati [18]. Purtroppo l’Ufficio di presidenza non sembra monitorare quale percentuali di persone che riportano tali lesioni siano di sesso maschile, quindi dovremo fare alcune ipotesi. Le statistiche mostrano che il 94% dei decessi sul lavoro sono uomini, e noi accettiamo che questo valga anche per gli infortuni, non un presupposto irragionevole. Anche se i dati ufficiali contestassero questo numero, dovremmo considerare che ci sono lesioni maschili che non vengono dichiarate. Gli uomini sono i dipendenti primari in settori come l’edilizia, la falegnameria e la pesca, e le lesioni che si tradurrebbero in un rapporto in un ufficio sono spesso semplicemente ignorate in un cantiere. Utilizzando questa cifra, 3290 [19] di quelle lesioni erano subite da maschi.

Ora, abbiamo bisogno di aggiustare tale numero perché sappiamo che la maggiore percentuale della forza lavoro è di sesso maschile. Abbiamo 62.971.000 lavoratori maschi dall’alto, e 52.649.000 [20] lavoratrici. Questo rende gli uomini il 54% [21] della forza lavoro. Così abbiamo lesioni maschio ad un tasso di 3290 / 54.000. Spostando tale numero su un totale di 100.000, otteniamo 6.092 / 100.000 [22] lesioni maschili. Trasportiamolo ad una percentuale e si ottiene il 6% degli uomini all’anno feriti sul lavoro. Moltiplichiamo per 4,5 di nuovo e si ottiene il 27% [23]. Non è massicciamente superiore … solo il 135% del rischio [24].

Non stiamo andando a discutere qualsiasi putativo fastidio o disagio durante la gravidanza, perché stiamo confrontando questo contro un uomo attaccato al lavoro 24h-7. Ogni potenziale fastidio o disagio è compensato dal fatto che la donna può ancora fare altro durante la gravidanza, mentre l’uomo è al lavoro con esigenze di tempo costanti.

Allora cosa abbiamo provato? Abbiamo dimostrato che il mantenimento dei figli (e questo solo fino al 18 di età, nonostante alcuni Stati hanno il mandato di supporto al bambino fino ai 21 anni o durante l’istruzione post-secondaria) è un maggiore onere per l’autonomia personale rispetto alla gravidanza, e abbiamo anche dimostrato che il lavoro necessario per pagarlo è più pericoloso, e anzi ha più probabilità di essere fatale. Infatti, con i numeri con cui ci siamo arrivati ​​abbiamo potuto abbassare gli obblighi di mantenimento dei figli di oltre il cinquanta per cento, e risulta lo stesso più rischioso, anche in un Paese con una ridicola mortalità materna per una nazione sviluppata. A seconda di come abbiamo guardato i vincoli di tempo, potremmo ridurre l’assegno di mantenimento al 4,5% della retribuzione da portare a casa e sarebbe ancora un onere maggiore per gli uomini. Guardando le figure di fatalità potremmo ridurle al 5,4% e rappresenterebbe ancora un maggior rischio di morte. Anche se qualcuno dovesse contestare la cifra del 25% utilizzato in origine, dovrebbe sostenere che è cinque volte troppo alto prima di avere un caso contrario.

In breve, abbiamo dimostrato che pagare il mantenimento dei figli è in realtà un maggiore onere nella maggioranza dei sensi della parola rispetto alla gravidanza. Da un punto di vista morale, si può affermare che a parte tutti gli argomenti dei diritti, sia meno morale forzare un uomo a pagare il mantenimento dei figli piuttosto che costringere una donna a portare a termine una gravidanza. Dovremmo costringere le donne a portare la gravidanza a termine contro la loro volontà? CERTAMENTE NO. Tuttavia, se sentiamo che è immorale farlo, dobbiamo accettare il fatto che è altrettanto immorale costringere gli uomini a pagare il mantenimento dei figli quando non hanno accettato di diventare genitori. Tutto il resto è solo semplice ipocrisia.”

P.S.: Un’obiezione spesso rivolta a questo ragionamento è:
“Ma così ci si dimentica di considerare la cura quotidiana, l’educazione e la crescita del figlio per i primi 18 anni di eta’ da parte della madre”

Peccato che quella sia la norma anche delle famiglie adottanti nel caso della rinuncia alla maternità, quando la donna rinuncia al bambino e lo dà in adozione in ospedale, quindi questa obiezione non tocca minimamente la questione, altrimenti dovremmo togliere la rinuncia di maternità alle donne.
Che cosa ci si aspetta poi, dato che è la donna in questione ad aver desiderato il bambino e non l’uomo che è obbligato a pagare? Che si occupi di esso chi l’ha voluto è naturale e non è un motivo per negare i diritti riproduttivi agli uomini, così come non li negheremmo alle donne.
Questo perchè la rinuncia alla paternità è una variante del lasciare in adozione (al pari dell’adozione anonima effettuata dalle madri), quindi nessuno dovrebbe pagare gli alimenti per un’adozione. L’unica obiezione a questa equiparazione è la gravidanza, che è la variabile che è stata esaminata finora.

Note:

“[1] 10 ore/settimana x 52 settimane/anno x 18 anni = 9360 ore

[2] 9630 ore / 24 ore/giorno = 390 giorni

[3] 7/12 di un anno x 365 giorni/anno x 16 ore/giorno = 3406 ore

[4] 3406 ore / 9360 ore x 100% = 36%

[5] 25% x 36% = 25% x 0,36 = 9%

[6] 25% x 7/12 di un anno x 365 giorni/anno x 8 ore/giorno / 9360 ore = 4,5%

[7] 18 anni / 4 = 4,5 anni

[8] http://articles.cnn.com/2010-03-12/health/maternal.mortality_1_maternal-deaths-deaths-and-complications-pregnancy/2?_s=PM:HEALTH

[9] http://www.bls.gov/iif/oshwc/cfoi/cftb0256.pdf

[10] http://www.bls.gov/cps/cpsaat22.pdf

[11] 13.964.000 lavoratori x 22,3 ore / 42,2 ore = 7.379.000 lavoratori

[12] 55.592.000 lavoratori maschi totali + 7.379.000 effettivi lavoratori maschi a tempo pieno = 62.971.000 effettivi lavoratori maschi a tempo pieno

[13] 4192 fatalità sul lavoro / 62.971.000 lavoratori x 100.000/100.000 = 6,7/100.000 fatalità sul lavoro per 100.000 lavoratori maschi all’anno

[14] 4,5 anni x 6,7/100.000 fatalità maschili sul lavoro all’anno = 30,2/100.000 fatalità sul lavoro per 100.000 lavoratori maschi per 4,5 anni

[15] 30,2/100.000 tasso di fatalità maschili sul lavoro / 13,3/100.000 tasso di mortalità materna x 100% = 227%

[16] http://www.americanpregnancy.org/main/statistics.html

[17] 875.000 complicazioni / 4.400.000 gravidanze = 20% di possibilità di complicazione

[18] http://www.bls.gov/news.release/archives/osh_10202011.pdf

[19] 3500 totale lesioni x 94% = 3290 lesioni maschili

[20] 41.795.000 lavoratrici femmine a tempo pieno + 20.540.000 lavoratrici femmine part-time x 22,3/42,2 fattore di conversione part-time/tempo pieno = 52.649.000 effettive lavoratrici femmine a tempo pieno

[21] 62.971.000 lavoratori maschi / (62.971.000 + 52.649.000) totale lavoratori = 54% percento di lavoratori maschi

[22] 3290/54.000 fatalità sul lavoro maschili x (100.000/54.000)/(100.000/54.000) = 6.092/100.000 lesioni maschili sul lavoro

[23] 4,5 x 6% = 27%

[24] 27% / 20% x 100% = 135%”

Falsi studi e negazionismo del dramma dei padri separati

Father and Son

In questo articolo demoliremo le principali fonti prese in esame da parte dei negazionisti della povertà dei padri separati.

La prima fonte, spesso citata, è quella che sosterrebbe una parità di povertà tra separati/divorziati uomini e donne, ed è il rapporto Caritas 2014 “False Partenze”. Vediamo innanzitutto il passaggio “incriminato”:

“Tra i separati/divorziati che si sono rivolti al circuito ecclesiale la gran parte è di naziona-lità italiana (85,3%); in termini di genere c’è una leggera prevalenza delle donne (53,5%),rispetto agli uomini (46,5%) anche se si può parlare quasi di un’equa divisione.”

Ciò che si esclude però di dire, è che il campione non è basato soltanto sui separati/divorziati effettivi a seguito di un processo giudiziario, ma include anche le persone che lo stanno ancora attraversando e, soprattutto, i cosiddetti “separati in casa”. Lo stesso report infatti afferma:

“Come detto, l’indagine si è focalizzata non sui separati e/o divorziati in generale ma in particolare sui genitori che vivono o che hanno vissuto la rottura dell’unione”

E addirittura la percentuale di persone intervistate coinvolte in “separazioni di fatto” (28,1%) supera quella delle persone che attraversano processi di divorzio (22,8%).

Questo significa che si tratta di un campione non rappresentativo della realtà delle persone separate.

E ancora, il 66,5% ha figli minorenni, quindi oltre a non essere un’indagine sulle persone separate, non è neanche esclusiva di quei genitori separati su cui grava il peso di mantenere i propri bambini. [1].

Non a caso, quando si parla invece di veri genitori separati, la stessa Caritas afferma, parlando del progetto “Ancora Papà” della diocesi di Torino:

“Si è fatta sempre più dura la vita di molti padri separati. In Italia sono circa 4 milioni e di questi 800 mila rasentano la soglia della povertà. Nell’80% dei casi, corrispondendo il mantenimento dovuto si ritrovano con poche risorse per sopravvivere, arrivando talora a dover accedere ai servizi di assistenza e di carità. Le separazioni, infatti, rischiano di ridurre al minimo anche stipendi rispettabili. Padri che,non riescono più a mantenere un altro appartamento in affitto, a volte si riducono a vivere in automobile e spesso cadono in depressione, entrando in una spirale da cui è difficilissimo uscire” [2].

Altre bufale che girano affermano:

“E poco importa se le statistiche invece ci dicono che, dopo una separazione, sono le donne (24%) quelle a rischio povertà rispetto agli uomini (15,3%), sono le donne (39%) che tornano dai genitori più spesso degli uomini (32%) e sempre le donne (36,8%) prendono in affitto un’altra abitazione, gli uomini (30,5%) in percentuale minore.”

Queste “statistiche” sono quelle dell’ISTAT del 2011, basate su “dati” del 2009 [3], dotate di grandissimi errori metodologici che ne invalidano i risultati, infatti non viene riferito il campione di riferimento dello studio (non sappiamo dunque la sua rappresentatività e validità) e addirittura si fanno “sparire” i dati relativi agli affidi ai nonni o ai servizi sociali nonostante si presentino in generale nella “ricerca” numeri (tirati fuori da non si sa dove) precisi fino all’unità, molto probabilmente sbagliati anch’essi.

Riporto una critica già espressa dall’Associazione di Aderenti Nazionali per la Tutela dei Minori:

“Secondo un recentissimo studio dell’ISTAT (Condizioni di vita dopo la separazione) le donne che hanno vissuto una separazione hanno un rischio di povertà più alto (24%) degli uomini (15,3%). Il periodo dei dati è il 2009, e la data di pubblicazione è lo scorso 7 dicembre 2011. Argomento: Popolazione. Incuriosisce la scelta del tipo di documento: Comunicato stampa.

Proviamo ad analizzare gli ultimi dati pubblicati dall’ISTAT. Il documento in versione integrale http://www.istat.it/it/archivio/47539 non chiarisce il campione utilizzato per le rilevazioni. Viene citato il dato complessivo delle persone interessate da separazioni e divorzi (3.115.187), ma non quanti di questi tre milioni ed oltre siano oggetto della ricerca.

Inoltre, diversamente dalla consuetudine ISTAT, non sono attualmente reperibili sul sito merito e metodo dell’indagine: non è noto quindi nemmeno lo strumento utilizzato, vale a dire se siano state analizzate le misure erogate in tribunale, un questionario cartaceo, delle interviste telefoniche o altro.

La differenza è sostanziale. In caso di analisi delle misure previste in sentenza si hanno dati certi, oggettivi e verificabili; in caso di interviste telefoniche ci si deve invece limitare a dati soggettivi, privi di qualunque riscontro.

Il campione numerico è un’altra caratteristica essenziale per valutare l’attendibilità di qualsiasi dato statistico. L’Istituto non specifica di aver analizzato milioni di sentenze, centinaia di migliaia di questionari, decine di migliaia di interviste. L’unico dato reperibile si evince da alcuni prospetti, in cui compare più volte la dicitura stima corrispondente ad una numerosità campionaria fra le 20 e le 49 unità.

Una forbice compresa fra 20 o 49 unità, con una media di 35, rapportata al totale di oltre tre milioni di individui, costituisce la percentuale dello 0,001%. Francamente un po’ poco per identificare nell’intero Paese le condizioni di vita dopo la separazione. Un campione di persone compreso fra 20 e 49 unità somiglia ad una riunione di condominio, non certo ad uno schema rappresentativo della popolazione. Potrebbe andare bene per un’indagine svolta dagli alunni della IV elementare, dal colosso ISTAT è lecito attendersi di più.

Inoltre non è dato di sapere quale sia il campione non compreso nella forbice 20-49. Il totale è estremamente dettagliato, l’ISTAT parla di 3.115.187 persone, non di “circa 3 milioni”. Però non c’è una sola riga che specifichi quanti cittadini e cittadine siano stati oggetto di approfondimento, oltre i già citati 20-49.

Sarebbe interessante sapere come l’ISTAT è riuscita a rilevare tali dati. Come già detto, sul sito non c’è nulla di direttamente riferibile alla pubblicazione condizioni di vita dopo la separazione, classificata come comunicato stampa. Con una accurata ed articolata ricerca, tuttavia, è possibile risalire ad altre pubblicazioni ISTAT che potrebbero avere avuto dei riflessi sul comunicato stampa del 7 dicembre. Il documento Geo Demo ISTAT, Demografia in Cifre con 50 tavole pdf, scaricabile al link http://demo.istat.it/altridati/separazionidivorzi/index.html .L’indagine europea “Statistics on Income and Living conditions” (Eu-Silc), un documento di 191 pagine scaricabile in versione integrale al link http://www3.istat.it/dati/catalogo/20081013_02/, un sunto dell’indagine Eu-Silc Indagine sulle condizioni di vita 2009, scaricabile al link http://siqual.istat.it/SIQual/visualizza.do?id=5000170 , e poi i links di 4 questionari 2009 scaricabili:

SILC/09/FAM per la replicazione del 21/09/2009 21 pagine

SILC/09/IND per la replicazione del 21/09/2009 45 pagine

SILC/09/REG per la replicazione del 21/09/2009 7 pagine

SILC/09/RIL per la replicazione del 21/09/2009 1 pagina

È presumibile – ma non viene espressamente citato, quindi non è certo – che alcuni dati dell’indagine Eu-Silc siano serviti a dedurre le proiezioni da cui prende vita il comunicato stampa del 7 dicembre 2011. Nemmeno nelle 191 pagine del testo integrale, tuttavia, esiste una valutazione quantitativa del campione. Esistono i questionari, ma nessuna nota su quante persone li abbiano compilati.

Dovizia di particolari sulle strategie di raccolta-dati, sulla fase preparatoria attraverso l’invio di lettere alle famiglie-campione da parte dell’ISTAT e del sindaco del Comune interessato, sulle componenti trasversali e longitudinali, dubbi sulla possibilità di raccogliere dati veritieri attraverso questionari anonimi, e tanto altro ancora. Ma nulla sul numero dei questionari dai quali nasce l’intero lavoro.

Pur con tutte le perplessità in merito alle modalità di raccolta-dati, è il caso di analizzare i risultati quantomeno bizzarri che emergono. In particolare per quanto riguarda il capitolo Casa. A seguito dello scioglimento dell’unione, l’abitazione è assegnata dal giudice o tramite altro accordo più frequentemente alla donna (40,8%), meno spesso all’uomo (34,6%), raramente ai figli (6,3%); la casa in cui vivevano i coniugi non è destinata né a loro, né ai figli nel 16,8% dei casi. La donna è più spesso assegnataria dell’abitazione se al momento dello scioglimento dell’unione sono presenti figli (45,3%) e quando risiede nel Nord (43,1%), ma ancor più quando l’immobile era di sua proprietà (86,5%, mentre per gli uomini proprietari si arriva al 69,4%) o di proprietà congiunta con l’ex-partner (54,7%) – prospetto 5: si rileva come, secondo l’ISTAT, la donna ottenga l’assegnazione della ex casa coniugale nel 40,8% dei casi, nel 45,3% se è anche madre. L’uomo invece ottiene l’assegnazione nel 25,8% dei casi quando è comproprietario, nel 7,6% quando la casa è della moglie, nel 69,4% quando è proprietario esclusivo.

Mah, forse a Disneyland … non è certo la realtà italiana.

Qualunque avvocato, da decenni, ha il compito di dissuadere il proprio cliente di genere maschile quando questi gli chiede se ha la possibilità di non perdere la casa di proprietà dopo la separazione. L’immancabile risposta è che la casa viene, per giurisprudenza ampiamente consolidata, data in assegnazione al coniuge che ottiene la custodia dei figli. Prima della riforma del 2006 era il genitore affidatario, dopo è diventato il genitore collocatario; ma sempre della madre si tratta.

Scoprire che circa il 70% degli uomini proprietari mantiene l’uso della casa anche dopo la separazione è uno scoop eccezionale, contrario a qualsiasi analisi della realtà. Il fronte degli avvocati è compatto: giovani o esperti, donne o uomini, singoli o costituiti in associazioni forensi, concordano immancabilmente nel considerare l’assegnazione della casa al padre una chimera inutile persino da chiedere, tanto nessun giudice la concederà mai.

Indipendentemente dal titolo di proprietà: vale a dire che può essere del marito, della moglie o di entrambi, può essere un’eredità dei genitori, può essere interamente saldata o gravata da 20 anni di mutuo… in ogni caso il padre separato dovrà allontanarsene entro 30 giorni asportando solo gli effetti personali, perché l’assegnazione andrà alla ex che vive con i figli.

Anche in merito alle percentuali di affidamento della prole emergono dati, per così dire, curiosi. La pubblicazione del 7 dicembre 2011 dice che, a fine 2009, i figli di genitori separati o divorziati risultavano essere affidati (figura 5)

  • alla madre in via esclusiva, nel 58% dei casi
  • al padre in via esclusiva, nel 9% dei casi
  • ad entrambi i genitori, nel 33% dei casi
  • ad altri nello 0%

Ancora una rilevazione che sembra essere effettuata indifferentemente nel Paese dei Balocchi, a Gotham City, a Paperopoli o in qualunque altro luogo immaginario, sicuramente distante anni luce dalla concreta realtà italiana. Primo elemento: l’ISTAT sostiene che in Italia nel 2009 non esisteva alcun bambino affidato ai nonni o ai servizi sociali e collocato in casa famiglia, la percentuale “altri” è allo 0%. Sono decine di migliaia, oggetto di inchieste giornalistiche ed interrogazioni parlamentari. O il campione è talmente deficitario da non comprendere alcun affido eterofamiliare (ma l’ISTAT non rende nota l’entità del campione), o i dati sono mistificatori, raccolti attraverso dichiarazioni false.

Secondo elemento: altri dati, curiosamente sempre pubblicati dall’ISTAT, contraddicono la pubblicazione del 7 dicembre: dal 2006 l’affido ad entrambi i genitori viene dato costantemente in aumento.

Ancora, dal 2007 al 2008, l’ISTAT si produceva nella segnalazione – subito fatte proprie dai tribunali e da alcuni esponenti politici appartenenti all’avvocatura – di percentuali mirabolanti (fino all’86% delle separazioni) di applicazione del condiviso. Poi, il 7 dicembre, la smentita: l’affido condiviso nelle separazioni e nei divorzi, sommati, scende al 33%

Qual è il dato reale? Entrambi sono reali, perché la pubblicazione di dicembre è doppiamente fuorviante

  1. comprende anche separazioni e divorzi preesistenti, quindi non arrivati a sentenza nel 2009, ma nella presentazione iniziale cita “periodo dei dati: anno 2009”
  2. non è basata su dati oggettivi (sentenze) ma su dati soggettivi ed incontrollabili (dichiarazioni spontanee ed anonime)

Criteri di rilevazione non uniformi, metodi quantomeno dubbi, campione irrisorio o addirittura sconosciuto…. Fino a quando l’ISTAT continuerà a raccontarci Disneyland?” [4].

Note:

[1] False Partenze. Rapporto 2014 sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia. Caritas Italiana, 2014.

[2] Caritas Italiana. Ancora Papà. Idee per la strada, 2013.

[3] ISTAT. Anno 2009. CONDIZIONI DI VITA DELLE PERSONE SEPARATE, DIVORZIATE E CONIUGATE DOPO UN DIVORZIO. 7 dicembre 2011

[4] Fabio Nestola. ISTAT racconta la Disneyland dei separati. Dove sono le note metodologiche? Associazione di Aderenti Nazionali per la Tutela dei Minori, 2011.