Falsi studi e negazionismo del dramma dei padri separati

Father and Son

In questo articolo demoliremo le principali fonti prese in esame da parte dei negazionisti della povertà dei padri separati.

La prima fonte, spesso citata, è quella che sosterrebbe una parità di povertà tra separati/divorziati uomini e donne, ed è il rapporto Caritas 2014 “False Partenze”. Vediamo innanzitutto il passaggio “incriminato”:

“Tra i separati/divorziati che si sono rivolti al circuito ecclesiale la gran parte è di naziona-lità italiana (85,3%); in termini di genere c’è una leggera prevalenza delle donne (53,5%),rispetto agli uomini (46,5%) anche se si può parlare quasi di un’equa divisione.”

Ciò che si esclude però di dire, è che il campione non è basato soltanto sui separati/divorziati effettivi a seguito di un processo giudiziario, ma include anche le persone che lo stanno ancora attraversando e, soprattutto, i cosiddetti “separati in casa”. Lo stesso report infatti afferma:

“Come detto, l’indagine si è focalizzata non sui separati e/o divorziati in generale ma in particolare sui genitori che vivono o che hanno vissuto la rottura dell’unione”

E addirittura la percentuale di persone intervistate coinvolte in “separazioni di fatto” (28,1%) supera quella delle persone che attraversano processi di divorzio (22,8%).

Questo significa che si tratta di un campione non rappresentativo della realtà delle persone separate.

E ancora, il 66,5% ha figli minorenni, quindi oltre a non essere un’indagine sulle persone separate, non è neanche esclusiva di quei genitori separati su cui grava il peso di mantenere i propri bambini. [1].

Non a caso, quando si parla invece di veri genitori separati, la stessa Caritas afferma, parlando del progetto “Ancora Papà” della diocesi di Torino:

“Si è fatta sempre più dura la vita di molti padri separati. In Italia sono circa 4 milioni e di questi 800 mila rasentano la soglia della povertà. Nell’80% dei casi, corrispondendo il mantenimento dovuto si ritrovano con poche risorse per sopravvivere, arrivando talora a dover accedere ai servizi di assistenza e di carità. Le separazioni, infatti, rischiano di ridurre al minimo anche stipendi rispettabili. Padri che,non riescono più a mantenere un altro appartamento in affitto, a volte si riducono a vivere in automobile e spesso cadono in depressione, entrando in una spirale da cui è difficilissimo uscire” [2].

Altre bufale che girano affermano:

“E poco importa se le statistiche invece ci dicono che, dopo una separazione, sono le donne (24%) quelle a rischio povertà rispetto agli uomini (15,3%), sono le donne (39%) che tornano dai genitori più spesso degli uomini (32%) e sempre le donne (36,8%) prendono in affitto un’altra abitazione, gli uomini (30,5%) in percentuale minore.”

Queste “statistiche” sono quelle dell’ISTAT del 2011, basate su “dati” del 2009 [3], dotate di grandissimi errori metodologici che ne invalidano i risultati, infatti non viene riferito il campione di riferimento dello studio (non sappiamo dunque la sua rappresentatività e validità) e addirittura si fanno “sparire” i dati relativi agli affidi ai nonni o ai servizi sociali nonostante si presentino in generale nella “ricerca” numeri (tirati fuori da non si sa dove) precisi fino all’unità, molto probabilmente sbagliati anch’essi.

Riporto una critica già espressa dall’Associazione di Aderenti Nazionali per la Tutela dei Minori:

“Secondo un recentissimo studio dell’ISTAT (Condizioni di vita dopo la separazione) le donne che hanno vissuto una separazione hanno un rischio di povertà più alto (24%) degli uomini (15,3%). Il periodo dei dati è il 2009, e la data di pubblicazione è lo scorso 7 dicembre 2011. Argomento: Popolazione. Incuriosisce la scelta del tipo di documento: Comunicato stampa.

Proviamo ad analizzare gli ultimi dati pubblicati dall’ISTAT. Il documento in versione integrale http://www.istat.it/it/archivio/47539 non chiarisce il campione utilizzato per le rilevazioni. Viene citato il dato complessivo delle persone interessate da separazioni e divorzi (3.115.187), ma non quanti di questi tre milioni ed oltre siano oggetto della ricerca.

Inoltre, diversamente dalla consuetudine ISTAT, non sono attualmente reperibili sul sito merito e metodo dell’indagine: non è noto quindi nemmeno lo strumento utilizzato, vale a dire se siano state analizzate le misure erogate in tribunale, un questionario cartaceo, delle interviste telefoniche o altro.

La differenza è sostanziale. In caso di analisi delle misure previste in sentenza si hanno dati certi, oggettivi e verificabili; in caso di interviste telefoniche ci si deve invece limitare a dati soggettivi, privi di qualunque riscontro.

Il campione numerico è un’altra caratteristica essenziale per valutare l’attendibilità di qualsiasi dato statistico. L’Istituto non specifica di aver analizzato milioni di sentenze, centinaia di migliaia di questionari, decine di migliaia di interviste. L’unico dato reperibile si evince da alcuni prospetti, in cui compare più volte la dicitura stima corrispondente ad una numerosità campionaria fra le 20 e le 49 unità.

Una forbice compresa fra 20 o 49 unità, con una media di 35, rapportata al totale di oltre tre milioni di individui, costituisce la percentuale dello 0,001%. Francamente un po’ poco per identificare nell’intero Paese le condizioni di vita dopo la separazione. Un campione di persone compreso fra 20 e 49 unità somiglia ad una riunione di condominio, non certo ad uno schema rappresentativo della popolazione. Potrebbe andare bene per un’indagine svolta dagli alunni della IV elementare, dal colosso ISTAT è lecito attendersi di più.

Inoltre non è dato di sapere quale sia il campione non compreso nella forbice 20-49. Il totale è estremamente dettagliato, l’ISTAT parla di 3.115.187 persone, non di “circa 3 milioni”. Però non c’è una sola riga che specifichi quanti cittadini e cittadine siano stati oggetto di approfondimento, oltre i già citati 20-49.

Sarebbe interessante sapere come l’ISTAT è riuscita a rilevare tali dati. Come già detto, sul sito non c’è nulla di direttamente riferibile alla pubblicazione condizioni di vita dopo la separazione, classificata come comunicato stampa. Con una accurata ed articolata ricerca, tuttavia, è possibile risalire ad altre pubblicazioni ISTAT che potrebbero avere avuto dei riflessi sul comunicato stampa del 7 dicembre. Il documento Geo Demo ISTAT, Demografia in Cifre con 50 tavole pdf, scaricabile al link http://demo.istat.it/altridati/separazionidivorzi/index.html .L’indagine europea “Statistics on Income and Living conditions” (Eu-Silc), un documento di 191 pagine scaricabile in versione integrale al link http://www3.istat.it/dati/catalogo/20081013_02/, un sunto dell’indagine Eu-Silc Indagine sulle condizioni di vita 2009, scaricabile al link http://siqual.istat.it/SIQual/visualizza.do?id=5000170 , e poi i links di 4 questionari 2009 scaricabili:

SILC/09/FAM per la replicazione del 21/09/2009 21 pagine

SILC/09/IND per la replicazione del 21/09/2009 45 pagine

SILC/09/REG per la replicazione del 21/09/2009 7 pagine

SILC/09/RIL per la replicazione del 21/09/2009 1 pagina

È presumibile – ma non viene espressamente citato, quindi non è certo – che alcuni dati dell’indagine Eu-Silc siano serviti a dedurre le proiezioni da cui prende vita il comunicato stampa del 7 dicembre 2011. Nemmeno nelle 191 pagine del testo integrale, tuttavia, esiste una valutazione quantitativa del campione. Esistono i questionari, ma nessuna nota su quante persone li abbiano compilati.

Dovizia di particolari sulle strategie di raccolta-dati, sulla fase preparatoria attraverso l’invio di lettere alle famiglie-campione da parte dell’ISTAT e del sindaco del Comune interessato, sulle componenti trasversali e longitudinali, dubbi sulla possibilità di raccogliere dati veritieri attraverso questionari anonimi, e tanto altro ancora. Ma nulla sul numero dei questionari dai quali nasce l’intero lavoro.

Pur con tutte le perplessità in merito alle modalità di raccolta-dati, è il caso di analizzare i risultati quantomeno bizzarri che emergono. In particolare per quanto riguarda il capitolo Casa. A seguito dello scioglimento dell’unione, l’abitazione è assegnata dal giudice o tramite altro accordo più frequentemente alla donna (40,8%), meno spesso all’uomo (34,6%), raramente ai figli (6,3%); la casa in cui vivevano i coniugi non è destinata né a loro, né ai figli nel 16,8% dei casi. La donna è più spesso assegnataria dell’abitazione se al momento dello scioglimento dell’unione sono presenti figli (45,3%) e quando risiede nel Nord (43,1%), ma ancor più quando l’immobile era di sua proprietà (86,5%, mentre per gli uomini proprietari si arriva al 69,4%) o di proprietà congiunta con l’ex-partner (54,7%) – prospetto 5: si rileva come, secondo l’ISTAT, la donna ottenga l’assegnazione della ex casa coniugale nel 40,8% dei casi, nel 45,3% se è anche madre. L’uomo invece ottiene l’assegnazione nel 25,8% dei casi quando è comproprietario, nel 7,6% quando la casa è della moglie, nel 69,4% quando è proprietario esclusivo.

Mah, forse a Disneyland … non è certo la realtà italiana.

Qualunque avvocato, da decenni, ha il compito di dissuadere il proprio cliente di genere maschile quando questi gli chiede se ha la possibilità di non perdere la casa di proprietà dopo la separazione. L’immancabile risposta è che la casa viene, per giurisprudenza ampiamente consolidata, data in assegnazione al coniuge che ottiene la custodia dei figli. Prima della riforma del 2006 era il genitore affidatario, dopo è diventato il genitore collocatario; ma sempre della madre si tratta.

Scoprire che circa il 70% degli uomini proprietari mantiene l’uso della casa anche dopo la separazione è uno scoop eccezionale, contrario a qualsiasi analisi della realtà. Il fronte degli avvocati è compatto: giovani o esperti, donne o uomini, singoli o costituiti in associazioni forensi, concordano immancabilmente nel considerare l’assegnazione della casa al padre una chimera inutile persino da chiedere, tanto nessun giudice la concederà mai.

Indipendentemente dal titolo di proprietà: vale a dire che può essere del marito, della moglie o di entrambi, può essere un’eredità dei genitori, può essere interamente saldata o gravata da 20 anni di mutuo… in ogni caso il padre separato dovrà allontanarsene entro 30 giorni asportando solo gli effetti personali, perché l’assegnazione andrà alla ex che vive con i figli.

Anche in merito alle percentuali di affidamento della prole emergono dati, per così dire, curiosi. La pubblicazione del 7 dicembre 2011 dice che, a fine 2009, i figli di genitori separati o divorziati risultavano essere affidati (figura 5)

  • alla madre in via esclusiva, nel 58% dei casi
  • al padre in via esclusiva, nel 9% dei casi
  • ad entrambi i genitori, nel 33% dei casi
  • ad altri nello 0%

Ancora una rilevazione che sembra essere effettuata indifferentemente nel Paese dei Balocchi, a Gotham City, a Paperopoli o in qualunque altro luogo immaginario, sicuramente distante anni luce dalla concreta realtà italiana. Primo elemento: l’ISTAT sostiene che in Italia nel 2009 non esisteva alcun bambino affidato ai nonni o ai servizi sociali e collocato in casa famiglia, la percentuale “altri” è allo 0%. Sono decine di migliaia, oggetto di inchieste giornalistiche ed interrogazioni parlamentari. O il campione è talmente deficitario da non comprendere alcun affido eterofamiliare (ma l’ISTAT non rende nota l’entità del campione), o i dati sono mistificatori, raccolti attraverso dichiarazioni false.

Secondo elemento: altri dati, curiosamente sempre pubblicati dall’ISTAT, contraddicono la pubblicazione del 7 dicembre: dal 2006 l’affido ad entrambi i genitori viene dato costantemente in aumento.

Ancora, dal 2007 al 2008, l’ISTAT si produceva nella segnalazione – subito fatte proprie dai tribunali e da alcuni esponenti politici appartenenti all’avvocatura – di percentuali mirabolanti (fino all’86% delle separazioni) di applicazione del condiviso. Poi, il 7 dicembre, la smentita: l’affido condiviso nelle separazioni e nei divorzi, sommati, scende al 33%

Qual è il dato reale? Entrambi sono reali, perché la pubblicazione di dicembre è doppiamente fuorviante

  1. comprende anche separazioni e divorzi preesistenti, quindi non arrivati a sentenza nel 2009, ma nella presentazione iniziale cita “periodo dei dati: anno 2009”
  2. non è basata su dati oggettivi (sentenze) ma su dati soggettivi ed incontrollabili (dichiarazioni spontanee ed anonime)

Criteri di rilevazione non uniformi, metodi quantomeno dubbi, campione irrisorio o addirittura sconosciuto…. Fino a quando l’ISTAT continuerà a raccontarci Disneyland?” [4].

Note:

[1] False Partenze. Rapporto 2014 sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia. Caritas Italiana, 2014.

[2] Caritas Italiana. Ancora Papà. Idee per la strada, 2013.

[3] ISTAT. Anno 2009. CONDIZIONI DI VITA DELLE PERSONE SEPARATE, DIVORZIATE E CONIUGATE DOPO UN DIVORZIO. 7 dicembre 2011

[4] Fabio Nestola. ISTAT racconta la Disneyland dei separati. Dove sono le note metodologiche? Associazione di Aderenti Nazionali per la Tutela dei Minori, 2011.

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