Stupri sugli uomini, Lara Stemple e il negazionismo dei suoi detrattori

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In un recente articolo una nota blogger femminista critica Lara Stemple, professoressa di diritto alla UCLA (University of California), la quale ha svolto una ricerca sulle violenze sessuali sugli uomini. In tale articolo la blogger (che non citiamo per non farle pubblicità ma la cui identità è facilmente intuibile) ha affermato che non sia vero che gli uomini e le donne hanno una prevalenza simile di sesso non consensuale, come asserito invece dalla Stemple. Ma andiamo ai dati.

I dati su cui si basa la Stemple sono i soliti conosciuti dati dei CDC, e fanno riferimento al NISVS del 2010.

Gli errori che spingono chi analizza tali dati a ritenerli una “evidenza che mostra che gli uomini siano stuprati di meno e soprattutto da altri uomini” sono i soliti, di cui abbiamo già parlato:

1) Analizzare la prevalenza nel lifetime e non nei 12 mesi precedenti, nonostante quest’ultima misura sia più accurata rispetto a quella del lifetime.

2) Chiamare lo stupro sugli uomini “made to penetrate” e classificarlo come un crimine diverso da quello di “rape” (stupro).

Partiamo dal primo errore.

Questo non è un caso relativo solo al NISVS, infatti Murray Straus ci ricorda come sia già stato fatto per altri sondaggi nazionali, come il National Violence Against Women Survey (NVAWS). Cito:

“Dopo aver ritardato per due anni la pubblicazione dei risultati del National Violence against Women, alla stampa sono stati resi noti sono i dati sulla “prevalenza in tutta la vita” e non quelle sulla “prevalenza nell’ultimo anno”, in quanto i primi mostravano che la violenza era prevalentemente maschile, mentre i più accurati dati recenti trovavano che le donne avevano commesso il 40% della violenza.” [1]

Oltre al caso del NVAWS, che è uno studio che parte da un’impostazione femminista come dimostra anche il nome, altri studi nazionali statunitensi che hanno mostrato simmetria di genere nei 12 mesi precedenti sono: il National Family Violence Surveys (NFVS) e il National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS), di cui stiamo parlando ora.
Analizzando assieme sia NISVS che NVAWS che NFVS, si nota che la situazione è praticamente simmetrica. Gli uomini sono una percentuale significativa del totale delle vittime di violenza domestica: rappresentano infatti dal 40% dei casi del NVAWS (che, ricordiamo, è uno studio che parte da un’impostazione femminista) al 53% del NISVS (che è dei Centers for Disease Control and Prevention, associazione governativa).
Percentuali simili tra i sessi (ovvero attorno al 50 e 50 tra maschi e femmine) nei 12 mesi precedenti, ricordano le ricercatrici Denise Hines ed Emily Douglas, si hanno anche quando vengono combinati diversi tipi di violenza grave (es. violenza fisica grave, violenza psicologica grave, comportamenti di controllo, violenza legale/amministrativa e lesioni) [2].

Tornando al NISVS, analizzando i 12 mesi precedenti, vediamo che gli uomini sono la leggera maggioranza delle vittime di violenza domestica (differenze poco significative che rafforzano la teoria della simmetria di genere nella perpetrazione della violenza) e di controllo della salute riproduttiva o sessuale (quest’ultimo tipo di violenza sarebbe il rifiuto di usare contraccettivi o il cercare di rimanere/far rimanere incinta la donna anche senza il consenso suo/del partner):

NISVS1NISVS2

Ma perchè questa differenza tra la prevalenza nel corso di vita (lifetime) e nei 12 mesi precedenti?
Secondo il dr. Bert Hoff, la prevalenza nei 12 mesi precedenti è più attendibile rispetto al lifetime, perchè a differenza di quest’ultimo non mostra bias nel recall: “One-year prevalence “are considered to be more accurate [than lifetime rates] because they do not depend on recall of events long past”” [3].

La ricerca nell’ambito del recupero dei ricordi traumatici nota che più è ampio il periodo di tempo dopo cui a una persona viene chiesto di richiamare alla mente un evento traumatico, meno è probabile che lo ricordi. Pertanto una ricerca che chiede informazioni su di un evento traumatico negli ultimi 6 mesi riceve un minor numero di falsi negativi rispetto al fare la stessa domanda relativamente ai 12 mesi precedenti, e quest’ultima avrà meno falsi negativi rispetto alla stessa domanda relativa al tempo di vita della persona (lifetime). Per gli uomini questo effetto è ancora più pronunciato.

Infatti, uno studio ha mostrato come solo il 16% degli uomini con casi documentati di abusi sessuali nella prima infanzia considerava le proprie esperienze abusi sessuali, contro il 64% delle donne con analoghi casi documentati di abusi sessuali infantili [4].

Allo stesso tempo, è improbabile che ciò sia dovuto al minor impatto dell’abuso sessuale sugli uomini, perchè diversi studi hanno mostrato che l’abuso sessuale ha un profondo impatto sugli uomini, incluso quello femmina-su-maschio.
Ad esempio, la correlazione tra abuso sessuale e tentativo di suicidio è più forte nei ragazzi maschi [5] e i ragazzi sessualmente abusati hanno il doppio di possibilità di suicidarsi rispetto alle ragazze sessualmente abusate [6]. In aggiunta, vi è un rischio maggiore per gli uomini sessualmente abusati di abusare di altri se chi ha abusato di loro è di sesso femminile [7].

La più probabile ragione per cui gli uomini non si aprono, o addirittura “dimenticano” (tra virgolette perchè, come abbiamo appena visto, gli effetti psicologici nefasti di questi eventi ci sono comunque), è molto semplice: la nostra narrativa sociale nega l’esistenza, o almeno non ritrae, l’abuso sessuale dei maschi. In un certo grado non nega l’abuso sessuale di bambini/ragazzi da parte di uomini, ma nega totalmente l’abuso di bambini/ragazzi da parte di donne o di uomini adulti da parte di chiunque.

In uno studio sugli effetti dell’intervallo di ritenzione e sul genere nella percezione della violenza, Ahola e colleghi (2009) hanno trovato che i testimoni oculari valutavano gli autori femminili meno violenti di quelli maschili quando riportavano l’accaduto dopo un intervallo di 1-3 settimane invece che dopo dieci minuti. Ahola e colleghi spiegarono che nel tempo i testimoni oculari reinterpretavano il comportamento dei responsabili al fine di conformarsi agli stereotipi di genere riguardanti la violenza [8].

Widom e Morris [4] ritengono che un processo simile avvenga con le vittime maschili di abuso sessuale (in particolar modo quello compiuto da donne). Infatti, nel corso del tempo, le vittime maschili reinterpretano la loro vittimizzazione per conformarsi con la narrativa sociale che riguarda l’abuso sessuale: ovvero che sarebbe perpetrata da uomini e subita da donne. Eseguiranno questo processo riformulando il loro abuso come consensuale o come un rito di passaggio o meno violento di quanto non fosse o “da dimenticare” completamente. Più passa il tempo, più i nostri ricordi sono conformi alla narrazione sociale dominante.

Si noti che il dimenticare non implica che non ci siano effetti psicologici, ma solo che l’origine di tali effetti viene sepolta, diventando un fattore scatenante silenzioso per comportamenti auto-distruttivi.

Alcuni potrebbero obiettare che ci si dimentica del cosiddetto effetto forward telescoping. Il telescoping include sia il forward telescoping (in cui il rispondente crede che gli eventi che descrive siano accaduti più recentemente rispetto a quanto è avvenuto in realtà) che il backward telescoping (quando il rispondente crede che gli eventi che descrive siano accaduti più anticamente rispetto a quanto è avvenuto in realtà).
D’altra parte, il NISVS ha agito in modo tale da minimizzare gli effetti telescoping, usando un periodo chiaramente delimitato (gli ultimi 12 mesi) e ponendo specifiche domande.
Inoltre, una ricerca di William Smith e Marie Torstensson rivela che:
“Secondo i “controlli di registro inversi” (sondaggi di persone che si sa essere state vittime grazie ai registri ufficiali), i sondaggi sottostimano le vere esperienze di forza fisica. Mentre esiste qualche esagerazione della vittimizzazione nell’anno passato perchè i rispondenti fanno “forward telescoping” nelle loro risposte (ad esempio, richiamano eventi che sono accaduti più di un anno fa come se fossero accaduti all’interno dell’anno passato), c’è un maggior numero di non-richiamo o “incapacità di rivelare” che forward telescoping. […] In sintesi, la combinazione di non-richiamo e backward telescoping di aggressione è più comune del forward telescoping” [9].

Pertanto, come abbiamo appena visto, il bias nel recall è sicuramente l’effetto più influente tra quelli presenti e ci costringe a considerare come più accurata la prevalenza nei 12 mesi precedenti rispetto a quella lifetime.

Passiamo adesso al secondo errore fondamentale: chiamare lo stupro sugli uomini “made to penetrate”.

Ebbene, oltre a fare affidamento su dati meno accurati – dando maggior valore alla prevalenza lifetime su quella nei 12 mesi precedenti – il NISVS, sulla falsariga di quanto già fatto da Mary P. Koss, la creatrice del Sexual Experiences Survey (SES), ha distinto gli stupri su donne e su uomini chiamando i primi “stupro”, riservando invece ai secondi questa dizione solo nei casi che richiedevano la penetrazione. Se una donna invece costringeva un uomo a un rapporto sessuale, tale stupro non veniva più definito con questo termine, ma lo si chiamava “made to penetrate”, ovvero forzare a penetrare. Si è pertanto giocato sulla definizione di stupro per escludere le vittime maschili.

Quando invece consideriamo i “made to penetrate” come stupri (quali essi sono), allora otteniamo un risultato sbalorditivo: infatti si può notare come, nei 12 mesi precedenti il 2010, la percentuale di “made to penetrate” per gli uomini fosse pari a quella degli “stupri” (inclusi quelli soltanto tentati) per le donne [10]:

made to penetrate

E’ solo un caso isolato? Assolutamente no, infatti l’anno successivo si ebbero risultati simili, sebbene con un piccolo aumento delle vittime maschili (nei 12 mesi precedenti le stime erano 1,7% di “made to penetrate” per gli uomini rispetto a 1,6% di “stupri” per le donne) [11].

Oltre a quelli già demoliti, la blogger aggiunge ulteriori errori:

La prevalenza di donne perpetratrici di violenza sessuale sugli uomini risulta in 3 categorie su 7: essere forzati a penetrare qualcuno, coerzione sessuale e contatti sessuali non desiderati

Allora, in primis capiamo di che parliamo: siamo tornati a discutere del NISVS del 2010.
Inoltre dobbiamo analizzare i dati nei DODICI MESI PRECEDENTI. In questi 12 mesi, non abbiamo i dati di “rape” (ossia penetrati) ma solo di “made to penetrate” (ossia forzati a penetrare) per gli uomini (e quindi il dire “ah sono solo in 3 categorie su 7” non si applica – tra l’altro il “made to penetrate” esiste solo per gli uomini, quindi…).
Questi dati coincidono con quelli dei “rape” delle donne nei 12 mesi precedenti.
Considerato che non c’è alcun motivo valido per non considerare un uomo forzato a penetrare come diverso da un uomo stuprato analmente, è un dato assai considerevole.

Inoltre, IMPORTANTISSIMO: non abbiamo i dati del genere dei perpetratori nei 12 mesi precedenti, ma solo nel lifetime. Sappiamo però che:
– gli uomini tendono a dimenticare nel tempo gli episodi relativi a perpetratrici donne;
– già nei dati relativi al genere dei perpetratori nel lifetime, le donne sono la maggioranza degli autori di stupri “made to penetrate”.

Da ciò ne possiamo dedurre che:
– le perpetratrici donne di stupro inteso come rape, ovvero essere penetrati, saranno maggiori rispetto al lifetime;
– le perpetratrici donne di “made to penetrate” ovvero stupro inteso come “forzare a penetrare” saranno ancora maggiori rispetto alla percentuale del lifetime, che già le dava come la stragrande maggioranza dei perpetratori dei “made to penetrate”.

Questo significa che vi è sia una percentuale comparabile di stupratrici e di stupratori che una percentuale comparabile di uomini stuprati e donne stuprate.

Scrive ancora la blogger:

some federal agencies use outdated definitions and categories of sexual victimization. This has entailed the prioritization of the types of harm women are more likely to experience as well as the exclusion of men from the definition of rape.

Detta così sembra quasi che le “datate definizioni e categorie di vittimizzazione sessuale” siano funzionali ad escludere gli uomini dalle statistiche sulla violenza sessuale.

Ma se riflettiamo sul fatto che chi parla di stupro solo come penetrazione non esclude soltanto gli uomini che subiscono “other sexual violence” (25.130.000), ma anche tutte le donne che subiscono questo genere di violenza (53.174.300), ci rendiamo conto che non ci troviamo nel bel mezzo di un complotto volto ad oscurare il fenomeno della violenza delle donne sugli uomini, soprattutto perché questa sottocategoria di abusi sessuali è quella che miete più vittime non solo fra gli uomini, ma anche fra le donne.

Errore #1: Ancora una volta si continuano a usare i dati del lifetime.
Errore #2: Peccato che in “other sexual violence”, SOLO NEL CASO DEGLI UOMINI, si includa LO STUPRO. Difatti sia uomini che donne hanno le altre categorie, ma solo per gli uomini si è istituita la categoria “made to penetrate”, che (ovviamente) non esiste per le donne.

Ma analizziamo anche altri elementi.
Ad esempio, l’accademica femminista Mary P. Koss, creatrice del Sexual Experiences Survey (SES), uno dei più usati questionari sulla violenza sessuale, affermò a più riprese di aver volontariamente escluso le vittime maschili con violentatrici donne dalla definizione. Leggiamo infatti:

“Abbiamo lavorato diligentemente per sviluppare item di testo che catturassero il senso di pressione degli uomini ad avere rapporti sessuali e indirizzassero le loro risposte in una categoria appropriata di coercizione al posto di quella di stupro. [12]

e ancora:

“Anche se la considerazione delle vittime maschili è nel campo di applicazione degli statuti legali, è importante limitare il termine stupro ai casi in cui le vittime di sesso maschile sono state penetrate da criminali. Non è opportuno considerare come vittima di stupro un uomo che è coinvolto in un rapporto sessuale indesiderato con una donna.[13].

E questo non sarebbe escludere?

E chi è secondo Stample il principale responsabile di questo occultamento della violenza contro gli uomini? Ovviamente il femminismo:

Some posit that because dominant feminist theory relies heavily on the idea that men use sexual aggression to subordinate women, findings perceived to conflict with this theory, such as female-perpetrated violence against men, are politically unpalatable. Others argue that researchers have a conformity bias, leading them to overlook research data that conflict with their prior beliefs.

Soffermiamoci un attimo su un dettaglio: “dominant feminist theory“.

La dominante teoria femminista???

Sì, l’idea che gli uomini siano la maggioranza dei perpetratori di violenza è teoria femminista. “Ah ma non tutte le persone sono femministe in questa società”.
Ambito accademico e società sono due cose diverse.
Inoltre aderire alla teoria femminista sulla violenza non significa per forza aderire al femminismo sotto altri ambiti.

Il femminismo ci dice che la violenza sessuale ha poco a che fare con il sesso e il desiderio sessuale, e molto di più con il potere e il controllo.

Allora andiamo a vedere il controllo. Sebbene riferendosi solo alla violenza tra coppie, il NISVS ci riporta una sostanziale parità nella violenza psicologica verso il partner tra uomini e donne, anche nell’analisi del “controllo coercitivo”… nel lifetime.
Nei 12 mesi precedenti invece gli uomini erano addirittura maggiormente vittime di controllo coercitivo da parte delle loro partner (15,2%) rispetto alle donne (10,7%):

15-2

Se ciò non bastasse, uno studio del 2009 su “Evolution and Human Behavior” afferma:
“Abbiamo trovato, contrariamente ad alcune precedenti ipotesi evolutive, che uomini e donne mostravano simili gradi di comportamenti di controllo, e che questo prediceva aggressione fisica ai partner in entrambi i sessi”. “Nel complesso, il comportamento di controllo non differiva tra i sessi ed è stato associato con l’aggressione fisica in entrambi i sessi” [14].
In più, le analisi dei dati provenienti da 32 Nazioni (incluse non-occidentali) nell’International Dating Violence Study hanno trovato che, all’interno di una relazione di coppia, il dominio e il controllo da parte delle donne si verifica tanto spesso quanto quello da parte degli uomini e sono fortemente associati alla perpetrazione di violenza sul partner sia dalle donne che dagli uomini [15].

E con ciò, speriamo di aver dissolto ogni dubbio relativo alla validità dei dati della Stemple.

Riferimenti Bibliografici:

[1] Straus, Murray A. (2007). Processes Explaining the Concealment and Distortion of Evidence on Gender Symmetry in Partner Violence. European Journal on Criminal Policy and Research 74 (13): 227–232.

[2] Denise A. Hines, Emily M. Douglas. Relative Influence of Various Forms of Partner Violence on the Health of Male Victims: Study of a Helpseeking Sample. Psychol Men Masc. 2016 Jan 1; 17(1): 3–16.

[3] Bert H. Hoff. (2012). US National Survey: more men than women victims of intimate partner violence. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, Vol. 4 Iss: 3, pp. 155 – 163.

[4] Widom, Cathy Spatz; Morris, Suzanne. Accuracy of adult recollections of childhood victimization, Part 2: Childhood sexual abuse. Psychological Assessment, Vol 9(1), Mar 1997, 34-46.

[5] Rhodes AE, Boyle MH, Tonmyr L, Wekerle C, Goodman D, Leslie B, Mironova P, Bethell J, Manion I. Sex differences in childhood sexual abuse and suicide-related behaviors. Suicide Life Threat Behav. 2011 Jun;41(3):235-54.

[6] Molnar BE, Berkman LF, Buka SL. Psychopathology, childhood sexual abuse and other childhood adversities: relative links to subsequent suicidal behaviour in the US. Psychol Med. 2001 Aug;31(6):965-77.

[7] Salter D, McMillan D, Richards M, Talbot T, Hodges J, Bentovim A, Hastings R, Stevenson J, Skuse D. Development of sexually abusive behaviour in sexually victimised males: a longitudinal study. Lancet. 2003 Feb 8;361(9356):471-6.

[8] Angela S. Ahola , Sven Å. Christianson , Å. Hellström. Justice Needs a Blindfold: Effects of Gender and Attractiveness on Prison Sentences and Attributions of Personal Characteristics in a Judicial Process.  Psychiatry, Psychology and LawVol. 16, Iss. sup1, 2009.

[9] William R. Smith, Marie Torstensson. Gender Differences in Risk Perception and Neutralizing Fear of Crime. British Journal of Criminology 37(4): 608–34.

[10] Black, M.C., Basile, K.C., Breiding, M.J., Smith, S.G., Walters, M.L., Merrick, M.T., Chen, J., & Stevens, M.R. (2011). The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS): 2010 Summary Report. Atlanta, GA: National Center for Injury Prevention and Control, Centers for Disease Control and Prevention.

[11] Breiding MJ, Smith SG, Basile KC, Walters ML, Chen J, Merrick MT. Prevalence and characteristics of sexual violence, stalking, and intimate partner violence victimization–national intimate partner and sexual violence survey, United States, 2011. MMWR Surveill Summ. 2014 Sep 5;63(8):1-18.

[12] Koss, M.P., Abbey, A., Campbell, R., Cook, S., Norris, J., Testa, M., Ullman, S., West, C., White, J. (2007). Revising the SES: A collaborative process to improve assessment of sexual aggression and victimization. Psychology of Women Quarterly, 31, 357-370.

[13] Koss MP. Detecting the Scope of Rape. A Review of Prevalence Research Methods. J Interpers Violence. 1993;8(2):198–222.

[14] Graham-Kevan N, Archer J. Control tactics and partner violence in heterosexual relationships. Evolution and Human Behavior. 2009;30(6):445–452.

[15] Murray A. Straus. Dominance and symmetry in partner violence by male and female university students in 32 nations. Children and Youth Services Review Volume 30, Issue 3, March 2008, Pages 252–275.

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