Fasi del Sistema dei Ruoli di Genere secondo Warren Farrell

16002878_1225247567529704_909832810225364702_nWarren Farrell, nel suo libro “Il Mito del Potere Maschile”, distingue la storia del sistema dei ruoli di genere in due fasi:

Fase I:  Dominano le necessità base di sopravvivenza
In questo periodo nessuno aveva “il potere”. Per “potere” si intende un controllo sulla propria vita. Al contrario, tutti avevano un ruolo: lei doveva badare ai figli, lui doveva raccogliere il denaro sufficiente per mantenere figli e moglie.
Entrambi erano vittime del Bisessismo.

– Fase II: Superamento delle necessità base di sopravvivenza e raggiungimento di obiettivi di autorealizzazione
In questo periodo, il primo gruppo a essere liberato dalla preoccupazione per la sopravvivenza fu quello delle donne i cui mariti guadagnavano sufficiente denaro da permettere loro di porsi obiettivi di autorealizzazione.
In questo modo gli uomini, agendo conformemente al loro ruolo di genere (ovvero di coloro che mantengono e provvedono alle donne), hanno liberato le donne da gran parte dei ruoli a cui queste ultime erano obbligate, ma non hanno liberato loro stessi.
Nei casi in cui le limitazioni femminili sussistevano ancora, le donne venivano (o sarebbe meglio dire vengono, al presente, dato che siamo ancora in piena fase II) viste in virtù del loro ruolo di genere come vittime da proteggere (e gli uomini confermavano tale ruolo in virtù del ruolo di genere imposto loro di protettori). Questo ha fatto sì che fosse più facile liberare per prime le donne: anche l’atto di liberazione dai ruoli di genere è stato, per le donne, facilitato dai ruoli che la società imponeva loro, mentre è stato e ancora è, per gli uomini, ostacolato dai ruoli che la società imponeva e impone loro.
Gli uomini dunque ancora non sono altrettanto liberi, dato che il ruolo di provvidente impedisce di vederli come vittime e quindi di permettere loro di ricevere un adeguato sostegno sociale che possa permettere loro di liberarsi dai ruoli che gli sono stati imposti.

Mi permetto di far spiegare direttamente a Farrell questo passaggio, citando il suo libro, “Il Mito del Potere Maschile”:

mantenuti

“Ma allora perché la speranza di vita alla nascita era di un anno di meno per gli uomini nel 1920 e di sette anni di meno rispetto alle donne attualmente? Perché le prestazioni degli uomini – inventare, produrre, vendere, distribuire – hanno salvato le donne, mentre nessuno ha salvato gli uomini dalla pressione del dover fare. Da macchina per fare figli, macchina per preparare da mangiare, macchina per le pulizie, lei è diventata una persona che ha tempo per l’amore. Da macchina per prestazioni varie nei pressi di casa lui è diventato una macchina per prestazioni varie lontano da casa. E con meno tempo per l’amore.
Gli uomini sono riusciti a creare case e giardini più belli per le mogli invece che miniere di carbone e cantieri edili più sicuri per se stessi. Ben pochi hanno rilevato il fatto che solamente degli uomini sono morti a migliaia costruendo attraverso le montagne strade per le automobili e ferrovie per i treni che permettevano al resto della civiltà di essere servito al vagone-ristorante.
La lontananza del posto di lavoro separava l’uomo dalle persone amate, togliendo alla sua vita significato… e creando ogni giorno piccoli lutti. E se riusciva a fare tutto, diventava una macchina; se falliva, si sentiva umiliato e sminuito. In ogni modo, più aveva attenzioni e riguardi per la donna e più si abbreviava la vita. E alla moglie e ai figli lasciava, perché lo spendessero, quanto aveva guadagnato. Così gli uomini di successo liberarono le donne, ma dimenticarono dì liberare se stessi.
Nonostante tutto le femministe etichettarono la «tecnologia maschile» – e in particolare «la tecnologia maschile medica» -come uno strumento del patriarcato inteso a opprimere le donne.[6] E il passaggio alla II Fase fu perciò caratterizzato dalla critica rivolta agli uomini per avere distrutto l’ambiente costruendo per esempio una diga, dimenticando di riconoscere agli uomini il merito di aver prodotto elettricità costruendo quella diga, e di chiedere alle donne di assumersi la responsabilità della crescente domanda di elettricità che a sua volta richiedeva la costruzione di altre dighe.
Quanto alla tecnologia medica maschile, fu probabilmente il fattore che allungò la vita media delle donne. Evitò che le donne morissero di parto e scoprì vaccini per quasi tutte le malattie contagiose (poliomielite, difterite, febbre tifoidea, morbillo, scarlattina, varicella, peste bubbonica, tubercolosi).
In tempo di guerra, diversi farmaci sperimentali furono spesso testati sugli uomini. Se il farmaco non funzionava, l’uomo moriva. Ma se il farmaco dava buoni risultati, allora veniva usato per salvare sia le donne sia gli uomini. E sempre gli uomini furono usati come cavie per migliorare le procedure d’emergenza, i forni a microonde (inavvertitamente un uomo venne «cotto» durante le prove),[7] e altri ritrovati utili a entrambi i sessi.
In seguito fu etichettato come sessismo il fatto che i medici studiassero più gli uomini che le donne. Nessuno definì sessismo il fatto che gli uomini più delle donne fossero usati come cavie.
Secondo le femministe, il patriarcato e la tecnologia maschile cospiravano per limitare la libertà di generare «il diritto di scegliere» da parte delle donne. Per la verità, la tecnologia maschile ha creato «il diritto di scegliere» delle donne: ha permesso il controllo delle nascite. E l’aborto sicuro. La tecnologia maschile per il controllo delle nascite ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a ridurre il carico di lavoro delle donne, a rendere il sesso non univoco ma pluridirezionale. Soprattutto, la tecnologia fece sì che il ruolo maschile proteggesse le donne più di quanto il ruolo femminile proteggesse gli uomini. Per ironia della sorte, alcune femministe che tanto si lamentavano della tecnologia maschile sarebbero morte di parto o di aborto se quella tecnologia non ci fosse stata.
La tecnologia maschile non creò invece per gli uomini l’equivalente diritto alla scelta. Pertanto, ogni volta che un uomo faceva del sesso con una donna che sosteneva di far uso di metodi contraccettivi, a lui non restava che fidarsi. In caso contrario, poteva accadere che si ritrovasse a dover mantenere un figlio fino ai diciotto anni. Se un uomo usava il preservativo ma in seguito la donna affermava di essere comunque rimasta incinta, la donna non sposata della II Fase aveva il diritto sia di informare l’uomo sia di non farlo; di abortire senza consultarlo o di chiedere segretamente che il bimbo venisse adottato; di allevarlo lei e di far pagare al maschio i conti; oppure addirittura di crescerlo da sola per dieci anni senza neppure informarne il padre e poi citarlo in giudizio perché provvedesse al mantenimento, anche per gli anni passati. E tutto ciò è legale.
Ogni donna sa benissimo che se esistessero soltanto per il maschio mezzi di contraccezione, avrebbe la sensazione di non controllare la situazione, di essere alla mercè dell’altro. Quando «fidati» è detto da un uomo, fa soltanto ridere, ma quando si tratta di una donna, è legge. Il controllo delle nascite ha dato alla donna il diritto di scegliere e all’uomo non resta altro che fidarsi.
Al giorno d’oggi, quando un uomo introduce il pene nel corpo di una donna, contemporaneamente mette la sua vita nelle mani di quella donna.
In breve, la tecnologia maschile e le leggi maschili hanno liberato la donna dalla biologia femminile come destino femminile e creato la biologia femminile come destino maschile.

Nasce la donna dalle scelte multiple e l’uomo senza scelta
Oggi, quando la single di successo incontra il single di successo, i due sono apparentemente alla pari. Ma se si sposano e prendono in considerazione la possibilità di avere dei figli:

Lei quasi invariabilmente prende in esame tre possibili opzioni:
Opzione 1 : Lavorare a tempo pieno
Opzione 2: Essere madre a tempo pieno
Opzione 3: Conciliare in qualche modo lavoro e maternità

Lui prende in considerazione tre opzioni «leggermente diverse»:
Opzione 1 : Lavorare a tempo pieno
Opzione 2: Lavorare a tempo pieno
Opzione 3: Lavorare a tempo pieno

Tuttora le madri, quarantatré volte più dei padri, prendono un congedo di sei o più mesi per motivi di famiglia.[8] Nella maggior parte dei casi, a questo punto lui è costretto non soltanto a lavorare a tempo pieno, ma anche a fare gli straordinari, o un doppio lavoro.
E allora, guarda caso, è proprio il successo del partner a rendere la donna più che pari a lui, a offrirle tre opzioni mentre a lui non ne resta neppure una. Ovviamente, la scelta della maternità può danneggiare la carriera di una donna, ma lei può comunque scegliere tra la maternità e la carriera. Invece, gli uomini che scelsero la paternità intesa nel senso di diventare «pionieristici uomini di casa», ben presto scoprirono che molti reporter li cercavano per ottenere un’intervista, ma pochissime donne erano disposte a sposarli.
Le donne non si limitarono comunque a richiedere nuove opzioni. Specificarono i problemi creati dalle nuove opzioni. Sentimmo così parlare dell’«atto-truffa». I padri non misero l’accento sul fatto che si sentissero in dovere di impegnarsi di più sul lavoro quando arrivavano dei figli. Né gli uomini parlarono di quanto si sentivano feriti per essere tenuti fuori dalla famiglia.
La prima volta che domandai a un gruppo di uomini se avrebbero scelto di restare a casa facendo i padri full time per un periodo da sei mesi a un anno – se lo avessero potuto – e oltre l’80 per cento rispose che avrebbe scelto di restare con il neonato a tempo pieno qualora ciò non avesse danneggiato le finanze della famiglia e se la moglie fosse stata d’accordo, pensai di trovarmi di fronte a un gruppo di bugiardi, o a un campione scelto del tutto speciale. La percentuale risultò solamente di poco inferiore quando la domanda fu posta a un gruppo di subappaltatori edili,[9] e allora cominciai a capire fino a che punto gli uomini non avevano neppure mai pensato a delle possibili scelte.
Ripetiamo spesso: «Nell’odierna economia, le donne devono lavorare fuori casa: non è una scelta». Dimentichiamo che le donne che lavorano fuori casa esercitano di solito l’opzione di pagare la tecnologia che ha ridotto il carico di lavoro delle donne dentro casa.
Per lo più le donne dalle scelte multiple avevano una cosa in comune: un marito arrivato. Ma il divorzio eliminò molti mariti arrivati, lasciandoci con sei classi fondamentali di donne.

Le sei classi di donne
1. La donna sposata della I Fase. Non diede mai a se stessa il permesso di lavorare, oppure pensava: Mio marito non mi lascerà mai. Psicologicamente, era una donna senza scelte.
2. La donna che ha tre scelte, ma un matrimonio infelice. Resta sposata, ma è infelice, spesso per evitare di dover lavorare.
3. La madre single sposata al governo. II governo si è sostituito al marito, offrendole tre opzioni purché restasse al livello di sussistenza.
4. La single che lavora della I Fase. Questa donna lavorava affinchè lei o la sua famiglia non morissero di fame. Se aveva avuto dei figli in un precedente matrimonio, di solito non riceveva alcun aiuto.
5. La single che lavora della II Fase. Non è mai stata mantenuta da un uomo né ne ha mai mantenuto uno. Se aveva figli da un precedente matrimonio, si poteva considerare nella II Fase solamente se riceveva contributi per i figli.
6. La donna che ha tutto. Questa donna era sposata a un uomo che provvedeva ampiamente al sostentamento e grazie a ciò poteva tranquillamente scegliere tra le sue tre opzioni. Questa donna era felicemente sposata. Si creò così una classe di persone mai esistite prima. In un certo senso, le donne che hanno tutto costituivano la «nuova classe privilegiata». E nessun uomo si trovava in una posizione equivalente.
Il movimento femminista dimostrò il suo genio politico quando si rese conto che poteva appellarsi a tutte e sei le classi solamente sottolineando l’acquisizione di diritti e sottacendo l’ampliarsi delle responsabilità. Se la National Organization for Woman avesse lottato affinché anche le diciottenni venissero iscritte nelle liste di leva, forse avrebbe perso qualche adepta. Se il femminismo avesse sottolineato le responsabilità delle donne, con il relativo rischio di dover sopportare un rifiuto sessuale, o di dover pagare la cena a un uomo, o di scegliere un lavoro meno gradito per mantenere meglio la famiglia, il suo impatto sarebbe stato più egualitario ma avrebbe avuto un più blando successo politico.
«Sei stata tu a volerti sposare. Sei stata tu a volere dei bambini. Hai voluto la casa e i mobili, e adesso TU vuoi essere LIBERATA!»

Che cosa ha provocato la collera delle donne contro gli uomini?
Le donne si sono arrabbiate con gli uomini in parte perché questi ultimi si identificavano nell’uomo bianco eterosessuale di successo, e non nella condizione del nero e del nativo americano, o nell’ostracismo che colpisce il gay, o nell’invisibilità del povero. Ma ciò contribuiva solo in parte a far montare la collera.
Il divorzio ha espulso milioni di donne dalla classe di quelle che hanno tutto. Ma la donna che divorziava – più spesso una quarantenne che una ventenne – veniva scaraventata sul mercato tra uomini più interessati a due ventenni che a una sola quarantenne. È dunque comprensibile la sua collera…
Nella I Fase il rafforzamento dell’inclinazione maschile per le ventenni operava a favore della donna – quell’inclinazione induceva infatti l’uomo ad accettare di mantenerla per tutta la vita; i tabù sul divorzio lo inducevano a rispettare il patto. Quando i tabù cominciarono a non costituire più un condizionamento e lei era ormai una quarantenne, l’inclinazione maschile per le ventenni operò a suo sfavore. Si sentì «una signora da buttare». Il divorzio aveva modificato il rapporto psicologico tra maschi e femmine.
Più la donna era bella da giovane, più era trattata come una celebrità – quella che io chiamo una celebrità genetica. Di conseguenza, tanto più si sentiva una ex bella. È duro perdere una cosa posseduta, molto più che non sapere neppure che cosa significhi possederla. Diventando sempre più invisibile, percepì come sempre più precaria la sua posizione, e la sua collera montò ancora.
Contemporaneamente, anche le donne che non erano mai entrate nella classe di quelle che hanno tutto si sentivano un fallimento. In modi diversi, tutti e due i gruppi si sentivano rifiutati… dagli uomini. E pertanto in collera… con gli uomini.
La donna divorziata con figli si sentiva doppiamente vulnerabile. Non era una donna soltanto, ma un intero «pacchetto»: una donna-con-figli. Rammento quando un mio amico tornò, in estasi, da un appuntamento con Carol. Una settimana dopo andò a casa di Carol e lei lo presentò ai suoi tre figli. Quando andarono in montagna a sciare durante un weekend, spese oltre 1000 dollari per i bambini. Sapeva di non essere obbligato, ma «non volevo fare il taccagno, e così ho pagato per loro lo ski-lift, le stanze separate dalla nostra, qualche pranzo, qualche divertimento…»
Il mio amico già doveva mantenere l’ex moglie e due figli. Temeva di diventare il padre di due famiglie, il sostegno economico di due famiglie. Temeva di diventare un uomo con quattro lavori. Più precisamente, temeva di non dimostrarsi all’altezza in nessuno dei quattro. Ben presto fece marcia indietro e troncò la relazione. Carol si sentì ferita e non volle parlargli per arrivare a una «spiegazione». Lui era disponibile soltanto come amico, perché non poteva permettersi di impegnarsi con il portafogli; lei era disponibile come partner matrimoniale. In realtà erano entrambi vittime di quel fenomeno postdivorzio che definisco «donna-come-pacchetto» (lei non era infatti una donna soltanto, ma una donna-con-tre-figli). Se avessero capito di essere entrambi vittime di una particolare situazione, forse sarebbero potuti restare amici.
Il divorzio ha costretto la donna della classe media che poteva prima permettersi un lavoro a lei più gradito (anche se meno retribuito), a cercarsi un lavoro meno attraente che fosse meglio pagato. Allorché il femminismo spiegò che le donne erano relegate nei posti peggio retribuiti e di nessun rilievo, si sentì deprezzata. Il femminismo era talmente potente da accecarla, non consentendole più di vedere gli uomini che erano relegati in tipi differenti di lavori di poco conto, e poco pagati: l’inserviente e il lavapiatti del suo bar, gli immigrati che raccoglievano la verdura per la sua tavola, i guardiani e gli addetti al lavaggio delle auto… Ma non avendo la visione dell’intero quadro – cioè che quando, indipendentemente dal sesso, si hanno capacità minime si hanno di conseguenza salari minimi in tipi differenti di lavori di poco conto – la collera delle donne montò ulteriormente.
Le donne interpretavano la tendenza degli uomini a guadagnare di più con lavori diversi come il risultato del predominio maschile piuttosto che della subordinazione maschile: non la consideravano il risultato di un ben preciso obbligo per gli uomini – l’obbligo di andare là dove si trovava il denaro, e non là dove c’era appagamento. Per lui, seguire il denaro era primario; seguire l’appagamento, secondario. Per lui, anche il divorzio implicava un cambiamento: continuava a seguire il denaro per il sostentamento della famiglia, ma senza che la famiglia lo sostenesse a livello emotivo.
Contemporaneamente, le femministe si focalizzavano sul fatto che le donne nel loro insieme guadagnavano di meno, ma senza focalizzarsi su nessuna delle tredici ragioni principali per cui ciò accadeva (per esempio, sul posto di lavoro per gli uomini il tempo pieno significa lavorare nove ore di più la settimana rispetto alle donne che lavorano full time;[10] gli uomini sono più pronti a trasferirsi in posti poco piacevoli, a lavorare nelle ore meno desiderabili[11] eccetera). Definendo la differenza di paga «discriminazione» e non spiegando le ragioni di quella differenza, nelle donne aumentò la collera ma non il potere (se avessero conosciuto le ragioni che determinano la differenza, sarebbero state investite del potere di eliminare la differenza).
Poiché l’atteggiamento offeso e la collera delle donne creava un’atmosfera che non favoriva l’espressione dei sentimenti da parte degli uomini, questi diventarono più passivi-aggressivi. Sempre di più sentivano che la loro unica forma di rapporto di potere consisteva nel non farsi coinvolgere ìn un rapporto. Le donne etichettarono questo atteggiamento come paura di impegnarsi, accusarono gli uomini di avere paura dell’intimità, e della mascolinità fecero un sinonimo del male: «Papà lo sa» si trasformò in: «Quanto scocciano i padri». Le donne diventarono «donne che amavano troppo»; gli uomini diventarono «uomini che tormentavano troppo». Per le donne si trovò l’etichetta di super-women, per gli uomini di superviziati.

La politica dei lavori domestici
Fu ben presto chiaro alla maggioranza delle donne che loro avevano due lavori e gli uomini uno solo: soltanto la fatica della donna stava aumentando. In realtà lei aveva meno obblighi in casa e più obblighi fuori: ci trovavamo di fronte, in effetti, a una divisione dei luoghi del suo lavoro. Uno studio condotto a livello nazionale fece chiarezza in proposito.
Nel 1991, il Journal of Economic Literature riferì che, mentre tuttora le donne in casa lavorano circa 17 ore la settimana più degli uomini, gli uomini fuori lavorano circa 22 ore di più la settimana (compreso il tempo per gli spostamenti).[12] Che cosa succede quando paragoniamo le ore della donna media alle ore dell’uomo medio sìa in casa sia fuori? Lei arriva a 56 ore, lui a 61 ore di lavoro. Usando lo stesso metro. Perché mai? La donna media lavora 26 ore la settimana fuori, l’uomo medio 48 ore.[13]
Gli studi condotti sulle mogli che lavorano, da cui risulta che le mogli fanno due lavori mentre i mariti ne fanno uno solo, evitando accuratamente il secondo, dicono soltanto una mezza verità. Sono talmente fuorvianti da essere considerati una sorta di menzogna: sono studi di donne-vittime. Per giunta fanno montare la collera delle donne e aumentare il numero dei divorzi, il che a sua volta accresce la collera, che a sua volta…

Perché gli uomini non sono cambiati?
Il divorzio ha prodotto un mutamento nelle donne anche perché ne ha cambiato la fonte di reddito. Il divorzio non ha prodotto invece alcun mutamento nella pressione esercitata sugli uomini affinché sì focalizzino sulle entrate per ottenere l’amore delle donne. Milioni di divorziati si sono accollati cinque carichi che raramente toccano alle donne:
• Mantenimento dei figli
• Pagamento del mutuo di una casa in cui non vivono più
• Affitto per un appartamento
• Alimenti alla ex moglie
• Spese per corteggiamento
Gli uomini si sono trovati sottoposti all’antica pressione a guadagnare, per giunta intensificata. Pertanto, invece di cambiare si sono ritrovati a essere ancor più «sempre i soliti». Malauguratamente, lo studio femminista che arrivò alla conclusione che gli uomini traevano beneficio e le donne soltanto danni dal divorzio, ignorò completamente quasi tutti e cinque gli impegni finanziari che devono assumersi gli uomini, e passò sotto silenzio quasi tutte le entrate delle donne. (Fu l’unico studio a presentare simili dati e l’unico a ottenere l’attenzione dei media.) [14]

Come il governo è diventato il surrogato del marito mentre nessuno diventava il surrogato della moglie.
Di fronte al divorzio, la più grande preoccupazione di una donna era di natura economica: temeva di essere deprivata. L’uomo temeva di essere deprivato a livello emotivo. Nella II Fase le leggi che regolano il divorzio hanno aiutato Alice a passare dalla dipendenza economica all’indipendenza economica. Ma nessuna legge ha aiutato Jack a passare dalla dipendenza emotiva all’indipendenza emotiva. (Ecco perché Alice è corsa in tribunale per ottenere gli alimenti e Jack è corso da una donna per i suoi bisogni affettivi.)
Quando il divorzio significava che il marito non garantiva più la sicurezza economica alla moglie, il governo si trasformò in surrogato del marito. Garantiva alla donna parità di salario e priorità nell’assunzione (azione affermativa). Offriva alla donna dei sussidi per i figli a carico; prevedeva programmi speciali per donne, neonati e bambini; preferibilmente affidava i figli alla madre e si rivaleva sullo stipendio dell’uomo se non venivano versate le somme previste per il mantenimento dei figli; offriva speciali opportunità alle donne nei college e nelle forze armate, alle donne artiste e alle donne imprenditrici. Tagliava fuori l’uomo dai servizi che in futuro avrebbe potuto avere dalla donna.
Ad Alice era riservata un’opzione soltanto per la sua sicurezza economica, e a Jack un’opzione soltanto per la sua sicurezza emotiva. Ora Alice gode di parecchie opzioni per ottenere la sicurezza economica (grazie al lavoro, al marito o al governo) mentre a Jack ne resta meno di una: reddito da lavoro meno mantenimento dei figli, meno alimenti all’ex moglie e meno tasse più pesanti da pagare al governo in quanto surrogato del marito. Grazie a tutto ciò è rimasto prigioniero del denaro, senza la possibilità di approfondire la conoscenza di se stesso.

Il matrimonio
Secondo le femministe, la tradizione che vuole sia il padre ad accompagnare la sposa all’altare e a consegnarla al futuro marito era un riflesso del patriarcato. Ma il padre «consegnava» la sposa perché era lui a cedere la responsabilità di proteggerla. (Nessuno «consegnava» lo sposo perché nessuno avrebbe protetto un uomo. Il compito dei genitori era di trasformare il figlio in un protettore, e non di consegnarlo a un protettore.)
I nostri genitori sono stati spesso criticati per aver scoraggiato un figlio dal «fare quello che voleva». Ma siccome un Vincent van Gogh poteva a mala pena mantenere se stesso (men che meno una famiglia di dieci persone), era compito dei genitori far sì che il figlio non facesse l’artista, e di insegnare alla figlia che essere corteggiata da un uomo del genere equivaleva all’andarsi a cercare guai. Spesso tali suggerimenti suonavano come un esercizio di potere da parte dei genitori. In effetti, non si trattava di potere parentale quanto di un differimento di tale potere il differimento della capacità dì Tevye e dì Golde di cercare la realizzazione di sé e un amore più profondo. E così Tevye riuscì a fare a Golde delle domande della II Fase solamente quando la figlia stava per sposarsi e «andarsene di casa».

La religione in un momento di transizione
Nella I Fase la chiesa stabiliva regole rigide e precisi rituali allo scopo di indurre la gente a sacrificarsi per la generazione successiva senza fare domande e senza mettere nulla in discussione. Nella II Fase gli interrogativi diventano necessari per affrontare le opzioni che la vita offre, e la rigidità serve ben poco di fronte alle ambiguità dell’esistenza.
Nella I Fase le religioni avevano dovuto imporre dei limiti al sesso prematrimoniale perché si mettevano al mondo dei bambini senza alcuna garanzia per i bambini stessi e per la salvaguardia della donna. Nella II Fase il controllo delle nascite permise al sesso di rientrare nella sfera dell’appagamento, della comunicazione e del legame spirituale – ovvero gli obiettivi di un rapporto nella II Fase. Di conseguenza, nella II Fase le religioni possono preoccuparsi meno di stabilire misure restrittive e repressive per quanto riguarda il sesso e focalizzarsi di più sul compito di assistere la coppia affinchè migliori la comunicazione e lo scambio spirituale.
Nella II Fase le chiese sono più libere di insegnare che l’inibizione sessuale diventa spesso inibizione spirituale. Per esempio, insegnare alle donne a reprimere artificialmente il sesso vuoi dire insegnare agli uomini a dire alle donne ciò che loro pensano che le donne vogliano sentirsi dire, e non ciò che essi veramente provano. La mancanza di sincerità inibisce la spiritualità. Allora le donne cominciano a usare la sessualità per sentirsi dire quello che vogliono ascoltare, invece di imparare a gioire della propria sessualità. Spesso oppongono la sessualità alla spiritualità, non vedendo quanto il legame sessuale renda più forte il legame spirituale. La repressione sessuale nelle donne è un metodo efficace per dare loro il controllo sugli uomini, rendendo questi ultimi tutt’altro che sinceri. Ormai sono molte le donne che cominciano a preferire la schiettezza negli uomini al controllo sugli uomini. In breve, l’enfasi posta dalla religione sulle regole rigide e severe nella I Fase preparava la coppia a una vita di partner con ruoli ben precisi. L’enfasi posta dalla religione sulla comunicazione nella II Fase prepara invece la coppia all’unione spirituale.
Le chiese della I Fase continueranno a cercare uomini da mostrare come simboli della responsabilità maschile. Queste chiese attrarranno soprattutto le seguaci della I Fase e i leader della I Fase. Le chiese della II Fase cercheranno di guidare i due sessi, non biasimando gli uomini per essere stati leader in passato, ma aiutando entrambi i sessi nel passaggio a un futuro diverso.

Le politiche sessuali: la I Fase contro la II Fase
In tutto il mondo, all’improvviso i politici cresciuti secondo l’etica sessuale della I Fase furono giudicati secondo l’etica della II Fase.
Furono protette dal segreto le relazioni amorose di John Kennedy, mentre Ted Kennedy e Bill Clinton sono stati considerati dei dongiovanni. I primi ministri giapponesi della I Fase avevano delle geishe, mentre il primo ministro Uno venne defenestrato non appena si scoprì che aveva una geisha. Il ministro della Guerra britannico John Profumo, il più probabile candidato alla carica di primo ministro, cadde in disgrazia e fu costretto ad abbandonare la politica quando il fatto che avesse un’amante fu giudicato secondo l’etica sessuale della II Fase.
Perché questo cambiamento? Nella I Fase non veniva concesso il divorzio, e quindi le relazioni amorose degli uomini non mettevano in pericolo la sicurezza economica delle donne; nella II Fase una relazione poteva portare al divorzio, e quindi le relazioni amorose degli uomini mettevano a repentaglio la sicurezza economica delle donne. Non volevamo assolutamente avere dei leader politici che diventassero modelli di un comportamento che avrebbe messo in pericolo la sicurezza economica delle donne.
La nostra presunta preoccupazione per le donne contrasta forse con il doppio standard sessuale che sembra essere servito soltanto agli uomini? No. Due erano i doppi standard: 1) un uomo poteva avere delle relazioni, una donna no; e 2) una donna sposata poteva costringere il marito a mantenere i figli da lei avuti in seguito a relazioni extraconiugali; un uomo sposato non poteva costringere la moglie a mantenere i figli nati dalle sue relazioni amorose. (Anzi, lui era messo al bando se si rifiutava di prendersi cura di un figlio nato da una sua relazione.)[15] Ecco il secondo doppio standard di cui non abbiamo mai sentito parlare.
Peraltro, tutti e due i doppi standard proteggevano le donne. Come? Se degli uomini sposati avessero avuto sentore che le mogli avevano delle «storie» da cui sarebbero nati figli che avrebbero poi dovuto mantenere loro, pochissimi uomini avrebbero accettato il matrimonio e pochissime donne e relativi figli avrebbero ottenuto protezione.
Comunque, le società della I Fase si trovarono di fronte a un dilemma: il matrimonio garantiva alle donne la sicurezza economica a vita, ma non garantiva agli uomini la gratificazione sessuale a vita. Pertanto le società della I Fase crearono uno speciale accordo: quello che definisco il «triangolo coniugale».
Il triangolo coniugale era formato da marito, moglie e amante (o, a seconda delle culture, geisha, prostituta, seconda moglie, oppure un intero harem). L’accordo era questo: «Marito, il tuo primo dovere è prenderti cura delle necessità di tua moglie e dei tuoi figli a livello economico. Se continui a ottemperare al tuo dovere ma non ottieni in cambio il sesso, la giovinezza, la bellezza, l’attenzione e la passione che ti hanno indotto ad assumerti quel dovere per tutta la vita, allora puoi anche soddisfare qualcuno dei tuoi bisogni, ma a due condizioni: devi continuare a mantenere la tua famiglia (il divorzio non è contemplato neppure se i tuoi bisogni non sono soddisfatti), e devi anche provvedere ad alcune delle necessità economiche di questa donna più giovane e attraente (geisha, amante, prostituta) le cui necessità economiche potrebbero essere altrimenti soddisfatte».
Nella I Fase, nessuno sentiva appagati i propri bisogni di intimità – né il marito, né la moglie, né l’amante, né i figli. Ovviamente ad alcuni individui capitava, ma non era questa la preoccupazione primaria del matrimonio della I Fase: la preoccupazione primaria era la stabilità, e il triangolo coniugale era il «grande compromesso per la stabilità».
Secondo gli standard della II Fase, i politici che si dichiaravano rispettosi della morale ma avevano delle relazioni, erano chiaramente degli ipocriti. Nella I Fase moralità significava preoccuparsi della propria famiglia. Per la maggior parte degli uomini, una relazione extraconiugale avrebbe costituito un rischio. Ma l’uomo che riusciva a fare le due cose con discrezione non veniva messo al bando perché in qualche modo ciò veniva inteso come un incentivo ad avere successo e a migliorare nel suo ruolo di protettore. Le cose cambiarono quando le relazioni extraconiugali furono causa di divorzi, con il risultato che il mercato del lavoro si ritrovò saturo di milioni di donne prive di qualsiasi qualifica. Allora i politici che avevano delle relazioni ben presto si ritrovarono disoccupati.
Definendo i nuovi standard come una forma di più alta moralità, parve che le donne possedessero una più elevata moralità. Ma in realtà le donne non possedevano affatto una più alta moralità. Perché no? Ogni relazione coinvolgeva entrambi i sessi.
La differenza? Negli Anni Ottanta e Novanta, Donna Rice (vedi Gary Hart) ottenne ruoli in TV e negli spot pubblicitari, Gennifer Flowers (vedi Bill Clinton) intascò una somma valutata intorno ai 100.000 dollari per rivelare la sua storia… tutti e due i sessi avevano partecipato, ma gli uomini erano visti come imputati e le donne come vittime, anche se gli uomini rischiavano la carriera e le donne ottenevano un trampolino di lancio.

La politica nella II Fase
Quando pensiamo ai boss della politica, alle tangenti e al clientelismo, in linea di massima pensiamo al potere maschile, alla corruzione maschile, alla rete creata da vecchie amicizie e connivenze, allo sciovinismo maschile e al predominio maschile. Si associa la revisione di questo processo alla revisione dei simboli del predominio maschile. Ma nella I Fase i boss, le tangenti e il clientelismo erano accettabili non perché facevano comodo agli uomini, ma perché facevano comodo alle famiglie, donne e bambini compresi. Il boss conservava il potere soltanto finché creava posti per mantenere quelle famiglie. Costruiva la sua «macchina» sulla classe più bisognosa, così questi impieghi permettevano ai poveri di sopravvivere. Il fatto che si trattasse di un lavoro e non di assistenza, generava il rispetto delle famiglie.
Quando un uomo diventava il boss, si trattava spesso del primo segno del fluire nella corrente principale dell’economia di una classe di diseredati – irlandesi o italiani o ebrei o neri. La si può definire forma assistenziale della I Fase, o corruzione, oppure addestramento al lavoro, a seconda dei punti di vista, ma in ogni caso ne trassero beneficio le famiglie e non soltanto gli uomini.”

Perché il divorzio ha portato a un progresso nei rapporti
Le coppie che inseguivano i valori della II Fase crearono una nuova serie di problemi: le stesse qualità che rendevano una «coppia perfetta» in un matrimonio della I Fase la rendevano «perfetta per il divorzio» in un matrimonio della II Fase: lei veniva considerata «tutta presa dalla casa ed estremamente noiosa», lui «tutto preso dal lavoro e con una gran paura dell’intimità». Il contrasto tra i ruoli della I Fase e gli obiettivi della II Fase e il conseguente ricorso al divorzio sono evidenziati nella tabella che segue:

Ruoli della I Fase
MATRIMONIO
Sopravvivenza
Membri di una coppia: donne e uomini si sposavano per creare un «tutto»
Divisione dei ruoli
La donna alleva i figli; l’uomo procura il denaro
Figli per obbligo
Le donne rischiavano la vita con parto; gli uomini rischiavano la vita in guerra
Finché morte non ci separi
Nessuno dei due contraenti può annullare il contratto
Donne-come-proprietà; uomini-meno-che-proprietà (si aspettavano di morire prima della perdita della proprietà)
I due sessi al servizio delle necessità della famiglia
L’amore scaturisce dalla reciproca dipendenza
L’amore è meno condizionato
SCELTA DEI PARTNER
L’influenza dei genitori è primaria
Le donne si aspettavano di sposare la loro fonte di reddito (di «sistemarsi»)
CONDIZIONI PREMATRIMONIALI
Uomini privati del sesso e della bellezza femminili finché non danno sicurezza

Obiettivi della II Fase (Gli obiettivi della II Fase sono ideali; tali obiettivi non sono ancora una realtà per la maggior parte delle coppie.)
MATRIMONIO (o lunga relazione)
Appagamento
Compagni spirituali: persone «complete», si sposano per creare una sinergia
Comunanza dei ruoli
Entrambi i sessi allevano i figli; entrambi i sessi si procurano il denaro
Figli per scelta
Parto idealmente senza rischi; guerra idealmente eliminata
Insieme finché l’infelicità non ci divida
Entrambi i contraenti possono rescindere il contratto
I due sessi parimenti responsabili di sé e dell’altro
I due sessi mantengono un equilibrio tra le necessità della famiglia e le proprie personali
L’amore scaturisce dalla scelta
L’amore è più condizionato (niente violenze fisiche o verbali; rispetto reciproco, valori comuni…)
SCELTA DEI PARTNER
L’influenza dei genitori è secondaria
Nessuno dei due sessi si aspetta di provvedere a più della metà delle entrate
CONDIZIONI PREMATRIMONIALI
Nessuno dei due sessi deprivato più dell’altro

Molti matrimoni consumati nella I Fase poi, d’improvviso, furono trascinati verso gli standard della II Fase. Fallirono. I matrimoni fallirono non soltanto perché gli standard erano più alti, ma perché quegli standard erano anche contraddittori. Per la donna della I Fase, un avvocato era un candidato ideale come marito; per la donna della II Fase un avvocato, spesso addestrato più a discutere che ad ascoltare, era il candidato ideale per il divorzio. Le medesime qualità che portavano al successo nel lavoro spesso portavano al fallimento nel matrimonio. L’addestramento al ruolo sessuale era sempre stato un training al divorzio, ma senza l’opzione del divorzio. La II Fase offrì tale opzione. Di qui i divorzi tra gli Anni Sessanta e gli Anni Novanta.

In che modo il divorzio ha indotto le donne a ridefinire la discriminazione e la parità
In pratica, quando oltre il 90 per cento delle donne si sposava ed era raro il divorzio, la discriminazione a favore degli uomini nel lavoro significava discriminazione a favore delle mogli che se ne restavano a casa.
Quando la discriminazione nel lavoro operava a favore delle donne che se ne stavano a casa, nessuno la definiva sessismo. Perché? Operava a favore delle donne. Solamente quando la discriminazione smise di favorire le donne e cominciò a operare contro le donne (perché erano aumentate le donne lavoratrici) si parlò di sessismo. Per esempio: negli anni in cui ho fatto parte del consiglio d’amministrazione della National Organization for Women di New York, le platee più resistenti al tentativo di organizzare dei seminari sulla parità nei posti di lavoro non erano costituite dai dirigenti ma dalle mogli dei dirigenti. Visto che le entrate arrivavano dal marito, non mostravano alcuna generosità quando un’azione affermativa consentiva a un’altra donna di fare carriera, diventando dunque un pericolo per le entrate del marito (e quindi sue). A loro questo sembrava sessismo. Per loro i miei seminari su «Pari opportunità per le donne nel lavoro» diventavano automaticamente «Impari opportunità per le donne a casa». E per la moglie di un dirigente le cose stanno tuttora così.
Perché tuttora? Per il 70 per cento circa, le mogli dei dirigenti (dai vicepresidenti in su) non svolgono nessun lavoro retribuito all’esterno, neppure part time.[2] Tuttora le loro entrate dipendono dal marito. Spesso la moglie del dirigente si oppone alla donna che sul lavoro supera il marito non soltanto perché le sue entrate ne risentono, ma anche perché ciò sminuisce il suo personale contributo: di solito lavora sodo per sostenere il marito che è una colonna della società – è il suo mestiere. Ha la sensazione che i suoi sforzi – il suo lavoro – vengano così sminuiti.
Non appena la discriminazione cominciò a operare contro le donne, si presero misure per proteggerle. Immediatamente, nel 1963, fu approvato il Federal Equal Pay Act.[3] Interessante notare che l’Equal Pay Act precedette il movimento femminile. Già nel lontano 1960 l’U.S. Census Bureau aveva rilevato che le donne sopra i 45 anni che non si erano mai sposate guadagnavano con il loro lavoro più dei coetanei che non si erano mai sposati.[4] Questi dati, da cui risultava un’immagine ben diversa da quella della «donna come vittima», non arrivarono mai all’opinione pubblica perché si organizzarono solamente gruppi femminili.
Il prendere quanto aveva funzionato per la maggior parte delle donne, e vederlo come un complotto contro di loro, ci indusse a considerare gli uomini «in debito» con il sesso femminile. Si creò così il Diritto della II Fase: le donne avevano diritto a una compensazione per la passata oppressione. Ciò ci impedì di capire quanto fosse necessaria una transizione insieme dalla I alla II Fase, la necessità non di un movimento femminile o di un movimento maschile, ma di un movimento comune per la transizione.
In questo libro definisco potere il controllo sulla propria vita. L’obbligo per il maschio di guadagnare più della donna perché lei potesse amarlo non era controllo sulla propria vita; nella I Fase nessuno dei due sessi aveva il controllo della propria vita. E, come abbiamo visto all’inizio del capitolo, i due sessi possedevano quello che era tradizionalmente definito potere (influenza sugli altri e accesso alle scarse risorse) grazie a mezzi diversi,
Sessismo? Oppure bisessismo?
Sto forse suggerendo che il sessismo era una strada a doppio senso? Ebbene, sì. Noi pensiamo al sessismo come a qualcosa che per secoli ha reso le donne meno potenti degli uomini. In realtà, per secoli nessun sesso ha avuto il potere. Ognuno aveva piuttosto il proprio ruolo: lei aveva il compito di creare una famiglia, lui di proteggerla. Lei doveva preparare il cibo, lui doveva procurarselo. Se tutti e due i sessi avevano ruoli delimitati, non è esatto parlare di sessismo ma piuttosto di ruoli sessuali. Abbiamo dunque vissuto non in un mondo sessista ma in un mondo bisessista.

[Per i riferimenti, si veda: Warren Farrell. Il Mito del Potere Maschile. Frassinelli, 1994]

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