Perchè è stupido NON usare la parola “maschicidio”

maschicidio

Rispondiamo in questa sede all’articolo “Perchè è stupido usare la parola “maschicidio”” di the Submarine, che attacca contemporaneamente sia chi si occupa di tutelare le vittime maschili di violenza che il movimento MRA tutto.
Come al solito nei nostri articoli di risposta, citeremo le varie parti dell’articolo e risponderemo sotto di esse.

Iniziamo con un po’ di teoria del patriarcato:

“È la sovrastruttura ideologica patriarcale […] la ragione per cui il “femminicidio” non è semplicemente l’uccisione di un essere umano di sesso femminile.”

In realtà l’idea che vi sia il maschilismo dietro alla violenza domestica è un’idea smentita da diversi autori. Citiamo ad esempio una review di Donald Dutton del 2010, che debunkera questo assunto [1]:

“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”

Nel testo della review si legge inoltre:

“l’uso maschile di grave violenza nei confronti di donne nonviolente (percosse verso la moglie) è riportato da solo il 5,7% di un campione nazionale di tutte le coppie sposate che segnalano ogni tipo di violenza (Stets & Straus, 1992), e che le percosse verso il marito (atti di grave violenza femminile contro mariti nonviolenti) è riportato dal 9,6% di queste coppie sposate.
“Indagini nazionali statunitensi ritengono che la violenza reciproca, abbinata per livello di gravità, sia la forma più comune di IPV (Stets & Straus, 1992. Whittaker et al, 2007), e che la IPV femminile contro un maschio nonviolento (percosse verso il marito) è 2.5 volte più comune delle percosse verso la moglie.”
Le donne usano la violenza, anche le forme più gravi, almeno tanto quanto gli uomini e la usano contro gli uomini non-violenti (Stets & Straus, 1989, 1992) e contro i bambini (Gaudioisi, 2006; Trocme et al., 2001).”
“Sono stati trovati tassi equivalenti di grave abuso strumentale (abuso effettuato per controllare il coniuge), con l’8% delle donne e il 7% degli uomini che riportavano vittimizzazione negli ultimi cinque anni.
Equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (Laroche 2005, tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima. Degli uomini, il 65% ha riferito di essere stato ferito (rispetto al 67% delle vittime di sesso femminile).
Più donne che uomini hanno riportato di perpetrare violenza, e gli uomini hanno riferito di essere vittime di violenza grave più delle donne, che dicono gli autori può” sfidare le ipotesi sulla vittimizzazione delle donne nella relazione” (p. 781).”
“Quando alle donne in un campione preso da un rifugio è stato chiesto da questi autori circa il loro uso della violenza, il 67% ha riferito di usare violenza grave contro i loro mariti”.

Tornando a the Submarine, il giornale cita alcuni casi in cui la compagna AFFERMA di aver ucciso l’uomo a seguito di percosse.

Secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [2].
Si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: ma è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [3] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [4] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [2] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza domestica, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere queste persone immuni dalla legge.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [5].

Quindi spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per auto-difesa anche quando non è così, il che porta spesso a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito per legittima difesa nei confronti del partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi [6].

Qual è la morale della favola, dunque? Semplice: prima di accettare che una donna “si sia soltanto difesa”… richiedete le prove! La gente, quando viene arrestata, trova scuse su scuse: se dubitate delle altre giustificazioni, perchè dovreste credere in automatico che la persona che ha appena ammazzato un individuo fosse vittima di quest’ultimo e non la sua aguzzina? Vi pare che una donna omicida sia priva di conflitti d’interesse nel reclamare un ruolo di vittima? Se non fate questo ragionamento con gli uomini – che come abbiamo visto hanno pari percentuali di essere ricorsi alla violenza per autodifesa – perchè lo fate con le donne?

Continuiamo con le affermazioni di the Submarine:

“Proprio questa equiparazione iper-generalizzante di qualsiasi violenza, a prescindere da cause e moventi, spinge a presentare la violenza maschile e quella femminile semplicemente come due facce della stessa medaglia. Ma la violenza non è tutta uguale, e non la si può analizzare senza considerare i contesti relazionali (in piccolo) e socio-culturali (in grande) che la rendono più o meno diffusa e più o meno accettata.”

Questa idea, quella per cui gli uomini hanno motivazioni diverse dalle donne nel provocare violenza, è l’idea del “terrorismo intimo” di Johnson: gli uomini userebbero la violenza per controllare le donne – una violenza controllante chiamata appunto “terrorismo intimo” – mentre le donne userebbero la violenza per legittima difesa – una violenza detta “resistenza violenta”.
Dopo aver smentito con i dati l’idea per cui le donne userebbero più degli uomini la violenza per legittima difesa, smentiamo l’idea per cui gli uomini userebbero più delle donne la violenza per controllare la partner.

Un esempio in merito è il paper del 2014 della dottoressa Elizabeth Bates e colleghi, pubblicato sulla rivista scientifica Aggressive Behavior [7], che afferma:
“Lo scopo di questo studio è stato quello di testare le previsioni della teoria del controllo maschile della violenza domestica (IPV) e della tipologia di Johnson […] non ci sono differenze di sesso sostanziali nei comportamenti di controllo, che predicevano significativamente aggressione fisica in entrambi i sessi. […] Usando la tipologia di Johnson, le donne erano più propense degli uomini a essere classificate come “terroristi intimi” […]. Nel complesso, questi risultati non supportano la teoria del controllo maschile della IPV. Invece, si inseriscono nella visione per cui l’IPV non ha un’eziologia speciale, ed è meglio studiata nel contesto di altre forme di aggressione.”

Anche la dottoressa Denise Hines, assieme a Emily Douglas, parla in un articolo del 2010 sul Journal of Aggression, Conflict and Peace Research [8], delle vittime maschili di violenza domestica e del terrorismo intimo. Infatti possiamo leggere:
“In sintesi, il nostro studio mostra l’esistenza di vittime di sesso maschile di TI (Terrorismo Intimo) commesso da donne. Questi uomini sostenevano tassi e frequenze molto elevate di violenza domestica psicologica, sessuale e fisica, lesioni, e comportamenti di controllo, un pattern congruente la concettualizzazione di Johnson (1995) del TI. E anche se i richiedenti aiuto maschi avevano alti tassi di perpetrare IPV loro stessi, i loro tassi sono simili o inferiori a quelli trovati nei campioni di rifugi per donne maltrattate (Giles-Sims, 1983;. McDonald et al, 2009; Saunders, 1988), e il loro comportamento violento è conforme alla concettualizzazione di Johnson di resistenza violenta.
Questi risultati rappresentano importanti contestazioni all’asserzione di Johnson (1995, 2006; Johnson & Ferraro, 2000) secondo cui, con l’eccezione di pochi casi di studio, il TI sia impiegato quasi esclusivamente da uomini e che la resistenza violenta sia impiegata quasi esclusivamente da donne, con entrambi conformi alla nozione patriarcale per cui gli uomini utilizzano il TI per mantenere il potere e il controllo sulle loro partner femminili.”

Se ciò non bastasse, due studi basati sulla popolazione, uno in Nuova Zelanda [9] e uno in Canada [10], mostrano che le donne e gli uomini commettono Terrorismo Intimo a tassi simili.
Per quanto riguarda quello canadese, equivalenti lesioni, uso di servizi medici, e paura dell’abusante sono stati scoperti nei casi in cui l’autore ha utilizzato ripetuti abusi strumentali o terrorismo intimo (tabella 8), indipendentemente dal genere del perpetratore e della vittima.
Lo studio neozelandese, in particolare, era un cohort study (o studio di coorte, uno studio osservazionale che segue nel tempo l’evoluzione di una coorte, cioè un gruppo di persone identificate chiaramente in base a determinate caratteristiche) che comprendeva quasi tutta la popolazione di quella coorte, e ha dimostrato che il tasso di prevalenza di TI è stato del 9%, con uomini e donne che avevano la stessa probabilità di essere terroristi intimi. Questo studio è stato in grado di catturare una percentuale significativa di casi “clinici” in cui il IPV aveva portato a lesioni e/o intervento. Questo è importante perché tali studi epidemiologici catturano non solo l’IPV che viene a conoscenza delle autorità, ma anche i casi gravi che, per qualsiasi motivo, sfuggono la rilevazione ufficiale e rimangono nascosti in campioni clinici tradizionali.

“Il terzo maschicidio in tre settimane,” si legge su Il Giornale. “Anche le donne uccidono, le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, per non dire mai fatte.” (Spoiler: le statistiche in realtà ci sono, e i dati Istat parlano di 79 omicidi volontari consumati da donne nel 2015, contro i 986 consumati da uomini — una sproporzione numerica che è già evidente prima ancora di valutare i moventi e il sesso delle vittime).

In realtà quel numero è il numero delle incarcerazioni, ma non si conta che tale numero è viziato da un bias giuridico.

Infatti sia la valutazione di professionisti del settore, come psicologi, psichiatri, assistenti sociali, che quella delle forze dell’ordine e dei giudici, tendono a minimizzare l’aggressività femminile. Questo bias porta a maggiori tassi di arresti per gli uomini, maggiore probabilità di incarcerazione se dichiarati colpevoli e a sentenze più lunghe a parità di reato e circostanze tra uomini e donne. Per dimostrare l’esistenza di questo bias di genere, riporto qui di seguito alcune ricerche in merito.

Partiamo con uno studio su 147 psichiatri chiamati ad esprimersi sul rischio di agiti aggressivi in 680 pazienti psichiatrici afferenti a un servizio di urgenza: questa ricerca ha mostrato che gli psichiatri tendono a sottostimare il potenziale violento femminile. Leggiamo infatti:
“Sulla base di un campione di 147 medici che hanno valutato 680 pazienti in un pronto soccorso psichiatrico, questo studio indaga l’influenza del genere del paziente, del genere dei professionisti della salute mentale, e la loro potenziale interazione sull’accuratezza della valutazione del rischio dei professionisti della salute mentale. I risultati indicano che i professionisti della salute mentale di entrambi i sessi sono particolarmente limitati nella loro capacità di valutare il rischio di futura violenza dei pazienti di sesso femminile. Questo risultato non era limitato a un particolare gruppo di professionisti e non era attribuibile a differenze di genere nella violenza.” [11].

Un ulteriore studio mostra che fin da piccoli, anche quando non vi sono differenze comportamentali tra i sessi, i bambini vengono visti come più problematici e conflittuali rispetto alle bambine e che dunque le interazioni da parte di professionisti della scuola, come ad esempio gli insegnanti, verso di loro sono impregnate da questo pregiudizio:
“Questo studio ha esaminato le differenze nella qualità della cura dei bambini vissuta da bimbi e bimbe. I bambini avevano più probabilità di avere una cura infantile di qualità inferiore rispetto alle bambine, valutata sia con misure al livello dell’impostazione che tramite osservazioni di interazione caregiver-bambino. Un possibile meccanismo esplicativo per le differenze di genere è suggerito dalla prova che i fornitori di cura infantile valutavano il comportamento dei bambini come più problematico e la relazione fornitore-bambino come meno stretta rispetto alle bambine. Queste differenze percepite non erano riflesse nelle osservazioni indipendenti del comportamento o del temperamento del bambino. E’ stato anche il caso che le aule dell’asilo con percentuali più elevate di ragazzi sono state valutate in termini di qualità più bassa a livello di impostazione. […] Come ipotizzato, i caregiver dei bimbi in questo campione hanno rivelato significantemente più percezioni negative dei bambini che delle bambine. Non solo ritraevano i bambini come se mostrassero un comportamento più problematico, attivo e disinibito, ma indicavano anche che i loro rapporti con i bambini erano caratterizzati da un maggiore conflitto e minor vicinanza rispetto ai loro rapporti con le ragazze. È importante sottolineare che i ritratti dei caregiver delle loro relazioni con i ragazzi e le ragazze come conflittuali o strette sono risultate significativamente intercorrelate con la loro risposta alla domanda se i bambini mostrassero problemi di comportamento […] e temperamenti attivi/arrabbiati […], suggerendo una forte visione generalizzata negativa (bimbi) o positiva (bimbe) dei bambini in loro cura. Le loro percezioni dei bambini sono state anche associate con la qualità di caregiving tale che visioni maggiormente negative di un dato bimbo – indipendentemente dal genere – predicevano una cura infantile di qualità più misera, valutata da osservatori indipendenti, per quel bambino.
[…] I bambini e le bambine in questo studio non hanno mostrato differenze nelle loro interazioni tra pari o nella conformità con le richieste del caregiver nella cura del bambino (nonostante la loro grande esperienza nella cura del bambino con i compagni), né hanno differito nelle osservazioni di laboratorio a base del temperamento.
[…] È importante sottolineare che questo pattern genderizzato di esperienze di cura infantile è evidente a 2 anni di età, prima dell’età in cui i ragazzi e le ragazze differiscono in modo significativo nel loro comportamento di gioco, come riportato in letteratura […] e come confermato dalle nostre osservazioni dei bambini in questo studio.” [12].

Uno studio del 2001, effettuato mediante interviste semi-strutturate a poliziotti e psichiatri, e, nel caso dei poliziotti, osservazione diretta e analisi dei report della polizia, ha rivelato come per questi professionisti, dato che la violenza sessuale femminile sfida “i tradizionali copioni sessuali riguardanti l’”appropriato” comportamento femminile, sembra che vi compiano sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autore del reato e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile, in ultima analisi portando alla negazione del problema“. [13].

Una ricerca del 2007 afferma che, nonostante la pari gravità tra sex offending maschile e femminile, i professionisti valutano con più indulgenza le pedofile donne:
“La letteratura mette in luce che il modo in cui i professionisti identificano e rispondono all’abuso sessuale infantile si è mostrato essere influenzato dal genere dell’autore. Allo stesso modo, malgrado sia simile al sex offending maschile in termini di intrusività e gravità dell’abuso, alcuni aspetti del sex offending femminile possono causare particolari problemi per i professionisti.” [14].

Un ulteriore studio riporta:
“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi” [15].

Ovviamente questo modo di pensare influenza anche gli studenti, che diventeranno i professionisti di domani. Leggiamo all’interno di uno studio del 2012 che esamina la percezione che essi hanno di pedofili e abusi sessuali infantili:
“Utilizzando un campione di 2.838 studenti di una università del sud-ovest degli Stati Uniti, gli autori esaminano l’effetto del genere degli intervistati, del genere dell’adulto, della differenza di età tra l’adulto e l’adolescente, e dell’autorità dell’adulto, sulla percezione di vignette che descrivono rapporti sessuali tra adulti e adolescenti. […] Abbiamo trovato prove di un doppio standard per quanto riguarda la diade genere nello scenario, che è coerente con risultati precedenti (Dollar et al. 2004; Fromuth et al. 2001; Horvath and Giner-Sorolla 2007; Smith et al. 1997). Gli uomini in relazioni con ragazze sono stati giudicati cosistentemente più duramente rispetto alle donne che hanno avuto relazioni con ragazzi. Allo stesso modo, rispetto ai ragazzi, le ragazze negli scenari sono state percepite come se avessero subito un danno maggiore.” [16].

Una ricerca del 2004 sulle percezioni che hanno i poliziotti rivela anch’essa risultati simili:
La ricerca in America, Canada e Inghilterra, indica che i professionisti coinvolti nelle indagini dei casi di abuso sessuale dei bambini hanno differenti percezioni della gravità, della punizione e dell’impatto sul bambino, in base al genere del professionista e al genere dell’autore dell’abuso. Lo scopo di questo studio è stato quello di verificare se tali effetti di genere sono prevalenti negli investigatori sull’abuso infantile australiani, specificamente la polizia. Per valutare questo, 361 agenti di polizia australiani hanno risposto a un questionario self-report relativo a una vignetta che descriveva un abuso sessuale infantile. Le domande hanno esaminato la percezione del poliziotto sulla gravità dell’incidente, l’azione della polizia che avrebbero preso e l’impatto percepito sul bambino. La vignetta ha descritto l’autore come maschio o come femmina, con 172 agenti di polizia che rispondevano alla vignetta con l’autrice femmina e 189 che rispondevano alla vignetta con l’autore maschio. I risultati hanno indicato che, a differenza delle scoperte della ricerca estera in questo settore, il genere degli agenti di polizia non influenzava la loro percezione dell’abuso sessuale infantile, il loro impatto percepito sul bambino, o l’azione di polizia che avrebbero preso. Il genere del colpevole influenzava tuttavia questi fattori, con un bias di genere a favore del colpevole femminile. Questo risultato è coerente con la ricerca all’estero ed è un fattore di cui gli operatori del settore dovrebbero essere consapevoli per assicurare che gli incidenti che coinvolgono autori di sesso femminile non siano sottostimati o prosciolti” [17].

Una review del 2014 fa notare inoltre come “Gli atteggiamenti professionali verso l’abuso sessuale perpetrato da donne (FPSA) stando a quanto si dice riflettono le aspettative sul ruolo di genere presenti nella società più ampia, che vede i maschi quasi esclusivamente come aggressori sessuali o destinatari bendisposti di attenzioni sessuali, le femmine come sessualmente non coercitive o vittime e l’abuso sessuale perpetrato da un maschio come particolarmente significativo o lesivo. Tali opinioni, tuttavia, sembrano essere in contrasto con le prospettive degli individui che hanno sperimentato un FPSA. […] i risultati suggeriscono che le prospettive della vittima e dei professionisti sul FPSA rimangono discrepanti; i professionisti generalmente consideravano l’FPSA come meno grave, meno dannoso e meno meritevole di indagini rispetto all’abuso perpetrato da un uomo; mentre le vittime di FPSA sentivano che le loro esperienze influenzavano in modo significativo il loro benessere psicologico e le loro capacità di formare e mantenere relazioni interpersonali.
[…] La titubanza generale dei professionisti a riconoscere l’FPSA come un problema significativo è in contrasto con le esperienze delle vittime di tali abusi. Gli atti sessuali svolti da femmine contro bambini sono spesso simili a quelli perpetrati dai maschi (Peter, 2009; Rudin, Zalewski, & Bodmer-Turner, 1995), e l’impatto psicosessuale dell’abuso sembra essere tanto grave,
se non di più, rispetto a quello dell’abuso sessuale perpetrato da un maschio
(Denov, 2004; Kelly, Wood, Gonzalez, MacDonald, & Waterman, 2002; Krug, 1989; Rosencrans, 1997). Tuttavia, le vittime di FPSA riportano varie risposte professionali alle loro rivelazioni degli abusi, inclusa incredulità o minimizzazione della gravità dell’abuso (Denov, 2003, 2004; Hislop, 2001), il che suggerisce l’esistenza di una divergenza netta tra le prospettive tenute dai professionisti riguardanti l’FPSA e le esperienze delle vittime.
[…] I motivi per le discrepanze tra le prospettive della vittima e dei professionisti sono probabilmente complesse, ma forse sono radicate nel modo in cui la società concepisce l’essere donna e la femminilità. Culturalmente, le donne sono viste come nutrici, madri e sessualmente remissive quando comparate ai maschi (Allen, 1990). Il suggerimento che le donne possono essere sessualmente abusive provoca disagio e incredulità, e come osserva Mayer (1992, p. 5): ”la società non percepisce le femmine come abusanti; sono stereotipate come fisicamente e psicologicamente incapaci di vittimizzare”. Infatti, il concetto di donne sessualmente abusanti sembra provocare tale disagio che la società può tentare di ristrutturare o trasformare il fenomeno in qualcosa di spiegabile (ad esempio, che le colpevoli donne siano costrette da uomini o stiano profondamente male mentalmente; Denov, 2004). I copioni sessuali tradizionali non solo potenzialmente restringono la capacità della società di riconoscere narrative ”non convenzionali” sugli abusi sessuali (Finkelhor & Russell, 1984), ma sembrano anche facilitare atteggiamenti e credenze più indulgenti (o talvolta liquidatori) tra i professionisti verso le donne che abusano sessualmente e le vittime di tali abusi.” [18].

Per finire, uno studio del 2013 afferma che “non è sorprendente che Mellor e Deering (2010) abbiano trovato atteggiamenti differenti nei confronti di abusi sessuali infantili perpetrati da maschi e da femmine in un campione di 231 psichiatri, psicologi, psicologi in prova e operatori di protezione dell’infanzia. I perpetratori femminili avevano più possibilità di essere trattati con clemenza, portando ad una minimizzazione degli abusi sessuali commessi da donne su bambini […]. Inoltre, il sistema di giustizia penale sembra essere discriminante nei confronti dei maschi. Sandler e Freeman (2011) hanno trovato che al sesso femminile si riduce significativamente la probabilità di incarcerazione per i trasgressori condannati per reati sessuali. Deering e Mellor (2009) hanno confermato un minor tempo di carcere e un più breve periodo di fermo per le pedofili femminili nel loro studio australiano. In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).” [19].

Come abbiamo visto, dunque, le valutazioni di certi professionisti non sono neutrali come penseremmo: spesso, difatti, anche psicologi, psichiatri, polizia e servizi sociali tendono a sottoriportare il potenziale aggressivo delle donne. Questo, paradossalmente, porta a rafforzare l’idea che gli uomini siano più violenti delle donne e ciò alimenta in un circolo vizioso il bias di valutazione.

Che tali valutazioni viziate portino a bias giuridici in arresto, incarcerazione e lunghezza delle sentenze è provato da ulteriori studi. Vediamo alcuni esempi.

Una ricerca dell’Università di San Francisco, pubblicata anche sul Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, afferma:
“Abbiamo anche esaminato, attraverso questo studio e precedenti studi della California, i dati più generali sulle disparità di genere nel condannare a morte e abbiamo trovato una sostanziale disparità riguardante il genere-dell’-imputato e il genere-della-vittima. Le donne colpevoli di omicidio capitale hanno molte meno probabilità degli uomini di essere condannate a morte, e gli imputati che uccidono le donne hanno di gran lunga maggiori probabilità di essere condannati a morte degli imputati che uccidono gli uomini. Noi sosteniamo che tutti questi risultati sono in linea con le norme cavalleresche, e possiamo concludere che, nelle decisioni dei pubblici ministeri di chiedere la morte e nelle decisioni delle giurie di imporla, la cavalleria sembra essere viva e vegeta.” [20].

Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che “le arrestate femmine hanno significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto, e due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate [21] e Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato [22].

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni) [5].

Anche fonti femministe, come uno studio del 2012 su “Feminist Criminology” confermano il dato, mostrando che a parità di crimine, nei reati sessuali, gli uomini ricevono condanne più lunghe:
“L’ipotesi “donna cattiva” affermerebbe che le donne siano condannate più duramente, ma i dati mostrano che gli uomini ricevono condanne più lunghe per i reati sessuali rispetto alle donne. Il supporto è fornito per l’”ipotesi cavalleria” per spiegare l’immediata disparità di condanna” [23].

Secondo uno studio dell’Università di Harvard, non si salverebbero da questo gap sessista (che viene paragonato a quello razzista nelle percentuali) neanche gli omicidi veicolari:
“In particolare, le caratteristiche delle vittime sono importanti determinanti della condanna tra gli omicidi veicolari, dove le vittime sono fondamentalmente casuali e dove il modello ottimale di punizione prevede che le caratteristiche delle vittime debbano essere ignorate. Tra gli omicidi veicolari, i conducenti che uccidono donne ottengono il 56 per cento di sentenze più lunghe. I conducenti che uccidono neri ottengono il 53 percento di sentenze più corte.[24].

Una ricerca statunitense del 2001 su 77.236 casi federali ha esaminato le differenze nelle sentenze per quanto riguarda i reati di rapina in banca, traffico di droga, possesso/traffico di armi, furto, frode e immigrazione, trovando che maschi e neri avevano meno probabilità di ottenere assoluzione quando questa opzione era disponibile, meno probabilità di ricevere diminuzioni di pena e più probabilità di ricevere aumenti di pena rispetto a bianchi e a femmine [25].

Uno articolo del 2000 su Criminal Justice Policy Review mostra come ancora nel 2000, a Chicago, Miami e Kansas City, le donne continuavano ad avere minori percentuali di incarcerazione. Inoltre, sebbene la discriminazione colpisse maggiormente gli uomini di colore rispetto ai bianchi, non vi era differenza nel trattamento a seconda dell’etnia per quanto riguardava le donne [26]. Questo stesso risultato è stato confermato da una ricerca del 2006 sul Journal of Quantitative Criminology [27].

Minore possibilità di incarcerazione per le donne e sentenze più lunghe per gli uomini sono state trovate anche per quanto riguarda i dati del Sud dell’Australia, come riportato da uno studio del 2010 su Current Issues in Criminal Justice [28].

Addirittura nel Regno Unito le linee guida hanno richiesto ai giudici di sentenziare le donne colpevoli di crimini in maniera più leggera rispetto agli uomini [29].

Un paper del 2008, inoltre, riporta che “l’evidenza non supporta l’idea che gli uomini che aggrediscono la partner abbiano una particolare probabilità di non essere denunciati o di essere trattati con indulgenza. Al contrario, i risultati indicano che chi aggredisce una donna ha più probabilità di andare incontro a conseguenze legali rispetto a chi aggredisce un uomo“. Nell’articolo l’autore riassume uno studio non pubblicato che esamina la possibile influenza del genere e dello stato civile sull’opinione della gente rispetto al dover riferire o meno alla polizia un’aggressione domestica. In un sondaggio telefonico 800 soggetti hanno considerato uno scenario in cui, durante un litigio, un partner feriva l’altro ustionandogli il braccio. I risultati hanno indicato che i partecipanti avevano più probabilità (80% rispetto al 60%) di condannare l’aggressione di un uomo verso una donna rispetto a quella di una donna verso un uomo, anche se le lesioni subite erano identiche [30].

Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto” [31].

Come abbiamo visto, dunque, se gli uomini vengono arrestati più di frequente, vengono incarcerati almeno nel doppio dei casi rispetto alle donne e hanno sentenze più lunghe, risulteranno per forza la maggioranza di coloro che stanno spendendo la propria vita in prigione per omicidio, ma questo – alla luce dei dati – rivela solo che si ha un bias nelle valutazioni, negli arresti e nelle incarcerazioni, non che gli uomini siano più violenti.

Torniamo adesso a the Submarine:

“Il mondo MRA […] legato a doppio filo alla sub-cultura online dell’alt-right”

Ma per piacere! Siamo fieramente anti-tradizionalisti tanto quanto siamo anti-femministi, e l’abbiamo ripetuto più e più volte.

“Il “patriarcato” è liquidato come un complotto anche da Antisessismo (45.200 mi piace), che si presenta come una pagina rigidamente egualitaria, contraria a qualsiasi discriminazione di genere, ma poi di fatto il grosso della sua produzione è costituito da post e meme contro il femminismo, la narrazione dei “media mainstream” sbilanciata a favore dei diritti delle donne, i “doppi standard” e il male bashing.” […] “Il problema degli MRA è che si battono solo in minima parte per una maggiore sensibilizzazione sui problemi maschili — che si tratti della condizione dei padri separati o della maggiore esposizione al rischio di tossicodipendenza e suicidi — perché sono troppo impegnati nella propria crociata contro il femminismo, come se l’estensione dei diritti altrui fosse un modo per limitare i propri.

E qui l’attacco a noi.
No, la teoria del patriarcato non è un complotto, è un complottismo. E’ una teoria del complotto, una bufala, un’interpretazione fallace, chiamala come vuoi. Ma le prove non ci sono.
L’attacco al femminismo, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è per l’azione per i diritti delle donne: quell’aspetto noi lo chiamiamo WRA, women’s rights activism, e lo appoggiamo. L’attacco al femminismo è per il fatto che il femminismo è patriarchista, ovvero crede alla teoria del patriarcato, l’idea non che le donne siano vittime del sistema dei ruoli di genere ma che siano le uniche vittime.
Secondo noi, invece, per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.
Difatti, in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).

Anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare, infatti i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre. Pensiamo all’epoca del femminismo di prima ondata e ancora prima: quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (ancora oggi che la leva è stata sospesa, gli uomini sono gli unici ad essere inseriti nelle liste di leva). Quando le donne non potevano lavorare (o potevano lavorare con una paga minore), gli uomini non potevano essere mantenuti e gli uomini che non potevano sostenere le proprie donne avevano così tanta pressione (prima legaledato che era obbligatorio mantenere la propria moglie – e ora sociale) addosso che ancora oggi i maschi sono la quasi totalità dei suicidi per cause economiche. Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa. Quando la legge sullo stupro sulle donne era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime. Quando le donne non avevano modo di avere proprietà che non fossero approvate dal marito, questi venivano condannati e puniti per i reati delle mogli. Quando le donne avevano molte più limitazioni di oggi, gli uomini avevano pene più severe per lo stesso crimine; ancora oggi a parità di reato e condizioni gli uomini hanno una pena il 63% più lunga e il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati. E ancora: le donne non potevano studiare ma gli uomini erano comunque quelli che finivano a fare lavori ad alto rischio nonché la quasi totalità delle morti sul lavoro, problema che sussiste tutt’ora. Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano e ancora non hanno diritto alla rinuncia di paternità. Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi sono minuscoli. Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni. Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima. Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte. Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio. Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”. Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli stati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono. Allo stesso modo i suicidi erano in maggioranza maschili e ancora oggi restano a maggioranza maschile.
A questi problemi si sono aggiunti quelli del collocamento dei figli dopo il divorzio e quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, gli ultimi, ma tutti gli altri no.
Se il femminismo fosse stato obiettivo nell’analisi delle situazioni di genere, perché non avrebbe dovuto considerarli? Perché nei secoli passati ha agito solo in una direzione, non dando alcun aiuto concreto agli uomini?

Finiamo con quest’ultima “battuta” di the Submarine contro di noi:

“[gli MRA] hanno accolto con giubilo la notizia dei ragazzi inglesi che, contro il divieto di indossare pantaloncini corti d’estate, si sono presentati a scuola con la gonna. La possibilità di indossare indumenti più ariosi, d’altronde, è un emblema ben noto del soverchiante privilegio femminile nella nostra società.

In realtà il fatto che alle donne sia stato concesso di indossare abiti maschili mentre agli uomini non sia stato concesso di indossare abiti femminili è – al di là del caso della gonna in sè – un esempio di come la società si è comportata nei confronti delle questioni di genere.
La società ha agito per i diritti femminili, giustamente superando in toto o in parte l’aspetto misogino del sistema dei ruoli di genere, ma non ha fatto lo stesso per gli uomini.
E quali sono i diritti che ancora oggi gli uomini vogliono? Quali sono gli obiettivi degli MRA? Eccone alcuni:

* Campagne contro la violenza sugli uomini;

* Campagne contro la violenza domestica sugli uomini;

* Campagne contro la violenza sessuale sugli uomini;

* L’estensione dei servizi telefonici, dei rifugi, dei centri e degli sportelli antiviolenza agli uomini;

* Abolizione delle liste di leva maschili;

* Il riconoscimento dei diritti riproduttivi maschili, come la possibilità di rinunciare alla paternità nel periodo in cui alla donna è concesso di ricorrere all’aborto;

* Abolizione del mantenimento alle stupratrici da parte delle vittime maschili di violenza sessuale, che ancora è concesso in molti Paesi (ad esempio gli USA);

* Il riconoscimento da parte degli organi statali e giuridici del reato di stupro anche laddove la vittima che lo subisce sia un uomo o un ragazzo/bambino, che in molti Paesi ancora non avviene;

* L’equiparazione delle pene a parità di reato tra uomini e donne istituendo un osservatorio (visto che i dati ci confermano che gli uomini abbiano – a parità di reato – condanne il 63% più severe [Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]);

* La sostituzione delle discriminazioni positive – metodiche che vanno in contrasto con la meritocrazia e che sono di per sé sessiste – con l’istituzione di comitati etici/osservatori sulle discriminazioni nei posti di lavoro, formati in egual numero da uomini e da donne, che abbiano la facoltà di multare gli atteggiamenti sessisti nell’assunzione e nel salario a parità di merito, di sforzo e di lavoro;

* La protezione della paternità nelle leggi e nella costituzione, al pari della maternità;

* Il riconoscimento dei diritti di congedo di paternità e/o adozione;

* L’istituzione del reato di frode di paternità ed equiparazione alle altre frodi nel trattamento e nelle pene;

* L’effettuazione del test del DNA per ogni nascita o se richiesto da uno qualunque dei genitori;

* L’obbligo di avviso del padre e possibilità di diventare genitore unico del bambino se la madre sceglie di dare in adozione il figlio alla nascita;

* L’equiparazione delle pene della madre a quella del padre nel reato di infanticidio e l’aumento della pena verso i genitori autori di questo delitto rispetto a quella riservata a sconosciuti;

* La lotta ai genocidi di genere e alla violenza di genere contro gli uomini nelle situazioni di conflitto internazionale, compresa la violenza sessuale e il massacro selettivo per il sesso;

* Abolizione, in tutti gli Stati, della coscrizione militare maschile forzata;

* L’estensione della composizione delle Commissioni Regionali Pari Opportunità anche agli uomini in egual numero;

* L’affido condiviso e la condanna nei confronti del genitore che plagia il figlio nei casi di separazione e/o divorzio;

* Il cambiamento delle leggi palesemente sessiste come quelle che regolano il diritto al congedo di maternità (e non anche a quello di paternità), alla legge sull’infanticidio (in cui la madre ha una pena minore del padre), alle leggi sulle azioni positive, all’articolo 14 della legge 53/2000 su norme specifiche per le lavoratrici madri (che non contempla i padri), alla richiesta di motivazione per l’assunzione di un maschio nella scelta di due persone di sesso diverso con pari qualificazione (e non piuttosto alla richiesta di motivazione per entrambi), agli articoli della costituzione che proteggono la maternità ma non la paternità, e così via (per maggiori informazioni clicca qui);

* Il cambiamento delle norme sessiste all’interno dei regolamenti delle compagnie di trasporti (si veda ad esempio il caso della British Airways, che permette alle donne di sedersi in aereo accanto a minorenni non accompagnati ma lo nega agli uomini, per norme anti-pedofilia che andrebbero ampliate anche agli adulti di sesso femminile, o dei vagoni “per sole donne”, presenti anche in Italia sulla linea Venezia-Monaco), che andrebbero sostituite con la presenza intensificata di forze dell’ordine nei luoghi in cui si è riscontrato un elevato tasso di violenza, per la protezione di tutti i cittadini e non solo di quelli appartenenti ad uno specifico sesso;

* Multe e/o osteggiamento verso qualsiasi atteggiamento sessista (anche ad esempio l’accesso a servizi con “promozioni speciali” per le donne) nei confronti degli uomini così come accade nel caso di trattamenti misogini;

* Garanzia d’anonimato per gli accusati di violenza fino a condanna definitiva, dato che ormai sia da una parte (nei casi di stupro) che dall’altra (nei casi di infanticidio) si tende a far apparire come colpevole una persona solamente accusata, il che va a creare uno stigma sociale (ma talvolta anche vere e proprie aggressioni, suicidi e omicidi) verso un individuo che – per legge – è innocente fino a condanna definitiva e che può interferire con la stessa imparzialità del processo;

* Adeguate e certe condanne penali per coloro che fanno false accuse di violenza (di qualsiasi tipo contro chiunque);

* Campagne di prevenzione al suicidio (che colpisce in prevalenza uomini);

* Campagne contro l’abbandono scolastico (che colpisce nella maggioranza dei casi i maschi);

* Rendere neutri per il genere gli incentivi per l’assunzione. Infatti, il suicidio per ragioni economiche rappresenta un fenomeno quasi esclusivamente maschile (95%), inoltre in Europa la diminuzione dell’occupazione maschile è generalizzata: tra il 2008 e il 2013, la dinamica occupazionale europea è stata caratterizzata da un calo del 4,4% per gli uomini, e dalla sostanziale tenuta a livello dell’occupazione femminile, diminuita di appena lo 0,4%. Infine, i senzatetto sono, in più dell’80% dei casi, di sesso maschile;

* Rendere i programmi statali e internazionali neutri per il genere o accompagnati da un equivalente maschile. Mentre per i programmi per madri single, per la violenza domestica o per la ricerca sulle malattie gran parte dei soldi statali vanno all’aiuto delle donne, gli uomini non hanno la stessa assistenza. Dovrebbero essere estesi anche agli uomini rendendo tali programmi neutri per il genere o, laddove ciò non sia possibile (ad esempio nel caso della ricerca medica, essendovi patologie sesso-specifiche), sarebbe necessario che includessero sia donne che uomini;

* Campagne per ridurre il divario tra uomini e donne nel campo della salute e nell’aspettativa di vita, soprattutto considerando che secondi i dati dell’OMS questa disparità è andata crescendo nel corso dei decenni;

* Campagne e azioni atte a contrastare le morti sul lavoro (che sono in maggioranza di uomini), prevenzione degli incidenti e assistenza psicologica gratuita successiva all’infortunio;

* Campagne di sostegno e sensibilizzazione sulle vittime maschili di tratta e sfruttamento della prostituzione, spesso ignorate e il cui numero effettivo è fortemente sottoriportato;

* Campagne contro la vigoressia, che colpisce soprattutto gli uomini;

* Eguale copertura mediatica per questioni di genere sui diritti maschili e per questioni di genere sui diritti femminili.

Solo per dirne alcuni.

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[31] Felson, R. B., & Pare, P. (2007). Does the criminal justice system treat domestic violence and sexual offenders leniently? Justice Quarterly, 24, 435-459.

 

 

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Una risposta a “Perchè è stupido NON usare la parola “maschicidio”

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