Risposta a La 27esimaOra sul criterio del Tenore di Vita

IMG-20180413-WA0006

Su La 27esimaOra, blog del Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo firmato da varie esponenti di associazioni femministe e intitolato “Il divorzio e i conti (sbagliati) sul tenore di vita uomo/donna”. Il suo scopo è quello di fare pressione affinché venga rivisto l’orientamento stabilito dall’ultima sentenza della Cassazione in merito all’assegno di mantenimento all’ex coniuge, che aboliva il parametro del tenore di vita nella sua quantificazione, riducendolo ad un assegno “di sussistenza”.

L’articolo si oppone dunque ad una sentenza storica e antisessista, per chiedere a gran voce il ritorno di un assegno divorzile che permetta all’ex moglie non solo di sopravvivere, ma di continuare ad avere lo stesso tenore di vita che aveva in costanza di matrimonio grazie ai soldi del marito. Secondo le autrici, insomma, la donna deve poter liberarsi dagli svantaggi di un’unione diventata a quel punto sgradita, senza però dover rinunciare anche ai vantaggi derivanti dall’unione patrimoniale. Poco importa, poi, che questa irruzione a mano armata nei portafogli degli ex mariti costituisca una palese violazione dei loro diritti ‒ o nello specifico una forma di violenza economica, come vedremo più avanti.
Rispondiamo, adesso, ai punti salienti dell’articolo:

“Con il divorzio ciascuno va per la sua strada, ammonisce la Corte, con le risorse di cui dispone in quanto singolo/singola in base al principio dell’autosufficienza economica, non dovendosi dare alcun valore alla qualità e durata del tempo vissuto insieme, all’entità dell’apporto di ciascuno/a alla vita e al patrimonio comune.”

Ovvio. Uomini e donne sono uguali, nessuno impedisce alle donne di lavorare e di guadagnare per provvedere al proprio sostentamento.
Alla qualità del tempo vissuto insieme contribuiscono in egual misura entrambe le parti: le mogli non sono “dame da compagnia” che stanno con i mariti per fare loro un piacere o dietro compenso (almeno vogliamo sperare!), ma persone che, in una coppia che si ama, danno e ricevono. Proprio come i loro coniugi di sesso maschile.

“Sotto il profilo della dimensione pubblica occorre considerare che, se è vero che l’Italia si apre verso un modello paritario di divisione del lavoro sia per la maggiore possibilità di accesso al lavoro retribuito delle donne che per la più equa distribuzione del lavoro familiare nelle coppie, secondo l’Istat il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni rimane tra i peggiori dell’Unione europea: l’Italia è, infatti, al penultimo posto, prima della Grecia.”

Grossa leggerezza, qui: se non si è occupati, si può essere disoccupati o inattivi. La differenza è che i disoccupati cercano lavoro, mentre gli inattivi non lo cercano.
In Italia è il numero di inattive, e non di disoccupate, a determinare un tasso di occupazione femminile inferiore a quello maschile.
Tenendo conto dei dati Istat più recenti a nostra disposizione (quelli di Febbraio 2018, pubblicati il 4 aprile 2018, ovvero pochissimi giorni fa), notiamo infatti che vi sono più disoccupati uomini (1.526 migliaia di unità) che disoccupate donne (1.308 migliaia di unità) [1].
Ergo, chi abbassa la percentuale delle donne occupate è quella fetta di donne che si fanno mantenere dal coniuge, pratica tradizionalmente accettata per la donna ma non per l’uomo, che se non porta a casa la pagnotta è visto come uno sfaticato che si sottrae al suo dovere.

Sono gli uomini, infatti, ad essere più svantaggiati da questa impostazione, visto che le donne non sono obbligate a stare a casa, ma nemmeno sono obbligate a lavorare. La donna, al giorno d’oggi, può scegliere, mentre l’uomo no.
Ella difatti dispone di 3 possibilità, mentre il suo compagno solo di una. Lei può decidere tra:
– Farsi mantenere,
– Farsi mantenere in parte e lavorare part-time,
– Lavorare full-time.

Mentre lui, al contrario, può “scegliere” solo tra diverse gradazioni della medesima opzione, ovvero:
– Mantenere se stesso e la moglie totalmente;
– Mantenere se stesso e la moglie in parte;
– Mantenere solo se stesso.

Questa pressione a mantenere e l’assenza dell’opzione socialmente accettata di farsi mantenere da una donna fa sì che gli uomini ancora oggi siano la quasi totalità dei suicidi per motivi economici (nel 2012 erano 86 uomini e 3 donne; nel 2013 erano 144 uomini e 5 donne; nel 2014 erano 187 uomini e 14 donne; nel 2015 erano 175 uomini e 14 donne; durante il primo semestre del 2016 erano 75 uomini e 6 donne [2]) e la stragrande maggioranza dei senzatetto (85,7% [3]).
Difatti, se sei obbligato socialmente a mantenere e non riesci più a farlo per motivi economici, la tua vita è rovinata: non vali più come persona, e nessuno è altrettanto disponibile ad aiutarti economicamente, a mantenerti o anche solo ad ospitarti, e spesso ti ritrovi per strada o preferisci la via tragica del suicidio.

È quindi oggettivo che ancora oggi molte donne *SCELGANO* di non lavorare, e quando si fa una scelta consapevole ce ne si assume anche la responsabilità e ne si accettano le conseguenze (cioè l’inappetibilità sul mercato del lavoro). Se invece vogliamo premiare quelle donne che *NEL DUEMILADICIOTTO* (sì, nell’anno corrente) scelgono di non istruirsi e di non cercare l’indipendenza economica (!!!), distribuendo loro quel paracadute sociale che è il mantenimento al coniuge con tanto di tenore di vita invariato rispetto a prima, che incentivo avranno a lavorare e a rendersi indipendenti? È un circolo vizioso e controproducente, ed è molto strano che dopo tutta questa presunta attenzione ai fattori e alle dinamiche sociali ci si lasci sfuggire di vista la cosa più importante.
Al contrario, rimuovere il mantenimento al coniuge salvo in caso di mancanza dei mezzi di sussistenza è proprio ciò che spingerebbe le donne inattive a cercare un lavoro e a rompere quei ruoli di genere che le femministe dicono tanto di odiare ma che qui sembrano tanto amare e difendere.

“Tra le donne occupate con figli, il 67% del lavoro familiare prodotto dalla coppia è a carico delle donne per la cura dei figli, delle persone anziane e di eventuali componenti disabili della famiglia, mancando in Italia un welfare che le sostenga.”

Questa percentuale è dovuta proprio alla mancanza di *possibilità* per gli uomini di occuparsi dei figli.
E’ paradossale usare questi dati per chiedere il mantenimento della moglie: se un uomo è occupato a lavorare per mantenere la moglie, dove lo trova il tempo per vedere i figli?
E’ infatti proprio quest’obbligo che spinge gli uomini a lavorare più delle donne, e quindi ad avere meno tempo per tutte queste mansioni che invece svolgerebbe.

Ricordiamo infatti che vi sono diversi ostacoli socialmente imposti che intralciano la possibilità di cura dei bambini da parte dei padri:
– la mancanza di un collocamento paritario nei modi e nei tempi, a seguito della separazione e/o del divorzio;
– l’assenza di un congedo di paternità di pari durata e modalità, identico in tutto a quello di maternità;
– l’obbligo sociale che grava sugli uomini a mantenere la famiglia, che quindi li porta a lavorare più ore, a fare lavori più gravosi e pertanto ad occuparsi di meno della casa e della cura dei figli.

E’ quindi singolare chiedere di mantenere un ostacolo alla maggiore partecipazione degli uomini alla vita della prole, usando questi dati come sostegno.
Al contrario: è necessario che il padre stia maggiormente con i figli e per farlo è imperativo che li sostenga direttamente, che possa accedere a un congedo di paternità degno di questo nome e soprattutto che possa avere del tempo da dedicare loro al posto di impiegarlo per lavorare di più per mantenere l’ex moglie.
Inoltre, in virtù delle maggiori ore di lavoro fuori casa dell’uomo, ne consegue un numero minore di ore da parte della donna, che dunque avrà proprio per questo motivo maggior tempo da dedicare alla casa e ai figli.

Infatti il mito per cui “le donne fanno due lavori, uno in casa e uno fuori, mentre gli uomini solo uno” è, appunto, solo un mito.
Citando Warren Farrell: “Le donne lavorano sì più ore dentro casa, ma ciò che non sentiamo a riguardo è che gli uomini lavorano più ore fuori casa. L’uomo medio si sposta più lontano, passa più tempo a lavorare in giardino, a fare lavori di riparazione e a ripitturare, e quando tutti questi elementi sono combinati, come ha scoperto uno studio dell’Università del Michigan nel Journal of Economic Literature nel 1991 [quindi un periodo in cui gli uomini contribuivano ancora MENO in casa rispetto ad oggi, N.d.T.], l’uomo medio lavorava 61 ore a settimana. Le donne medie lavoravano 56 ore.” [4]

Questo dato è confermato dal rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) del 2013, che parla di un minor numero di ore lavorate dalle donne, e [del]la più alta prevalenza femminile in lavori temporanei e part-time” [5].

In definitiva, quindi, l’attuale situazione dipende dal ruolo di mantenitore che la società impone ancora agli uomini e alla conseguente scelta di molte donne del lavoro part-time o comunque di un lavoro che preveda un numero minore di ore e che lasci loro più tempo per occuparsi dei bambini.

Probabilmente molte di loro, influenzate dal loro ruolo di genere, nemmeno si chiedono se sia giusto che il peso del mantenere la famiglia gravi maggiormente (o esclusivamente, nel caso delle inattive di cui abbiamo parlato poco fa) sull’uomo piuttosto che su di loro.
Molte altre donne, inoltre, probabilmente influenzate anch’esse dal loro ruolo di genere, si sentono ancora in dovere di essere il genitore che si occupa maggiormente della cura dei figli. Tuttavia, si presume che queste siano scelte di coppia condivise da ambo le parti, le quali spesso avranno scelto l’opzione “di default”, ma volendo avrebbero potuto fare altrimenti. Se una delle parti accetta la cosa controvoglia, deve incolpare solo se stessa e la sua incapacità di imporsi a livello decisionale nella relazione.

Ribadiamo, nessuno obbliga le coppie a dividersi la cura dei figli in questo modo. Le scelte di coppia non devono interessare al legislatore.

La 27esimaOra continua tirando in ballo “Altri dati [che] confermano la condizione di disuguaglianza sostanziale in cui versano molte donne”.
Tra questi dati vi sarebbero:
– discriminazioni, molestie, ricatti o fantomatici divari salariali sul lavoro;
– violenza domestica intesa come “violenza psicologica o economica dal partner attuale, intendendo per violenza economica, tra l’altro, l’impedimento alla donna di lavorare o di conoscere il reddito familiare e decidere le spese familiari, di avere una carta di credito o un bancomat, di usare il proprio denaro e il costante controllo sulle spese di lei”.

Per quanto riguarda la violenza domestica, quasi 40 anni di studi hanno dimostrato che essa sia simmetrica tra uomini e donne, ovvero che uomini e donne la sperimentino in egual misura dal/la proprio/a partner [6]. Pertanto questo dato non può essere preso come esempio per indicare una condizione di disuguaglianza sostanziale a danno delle donne.

L’articolo, poi, lascia ad intendere che la violenza economica colpisca più le donne che gli uomini. Questa supposizione, però, fa a botte con il fatto che la quasi totalità dei suicidi per motivi economici siano di sesso maschile. Quindi, per evitare grottesche contraddizioni, sarebbe forse il caso di prendere in considerazione anche le modalità con le quali la violenza economica può essere esercitata dalla donna sull’uomo, che sono sostanzialmente diverse ma ugualmente devastanti:

Mettere in dubbio la virilità e la dignità di un uomo che non mantiene “abbastanza” la sua donna, umiliandolo pubblicamente e definendolo un “ominicchio”, non è forse anch’essa violenza economica?

Non contribuire alle spese familiari e aspettarsi che l’altra persona compri tutto, paghi tutto, senza metterci mai un soldo di tasca propria, non è forse anch’essa una forma di violenza economica?
Umiliare l’altro se non lo fa, asserendo che non sia un “vero uomo” se si sottrae a quest’obbligo sociale, non è forse anch’essa violenza economica?

Minacciare di togliere la casa e di far rimanere per strada il proprio compagno – considerando che gli uomini in situazioni di difficoltà economica ricevono meno spesso ospitalità rispetto alle donne, il che li porta a diventare la stragrande maggioranza dei senzatetto – non è forse anch’essa violenza economica?

Minacciare di non far vedere i propri figli all’ex marito se questi non porta a casa regali, soldi, oggetti e così via non è forse una forma di violenza economica?

Infine, dare alle donne sempre più strumenti per dire “se non fai come dico divorzio e ti prendo figli, casa e stipendio” non è forse un incoraggiamento alla violenza economica?

Per quanto riguarda invece la violenza psicologica non prettamente economica, ricordiamo che anche le donne hanno la possibilità di esercitare un controllo ossessivo sul partner, limitare la sua libertà nell’agire, nel comportarsi, nel rapportarsi ad amici, parenti e altre persone significative e spingerlo a isolarsi da essi.

La violenza economica non ha sesso, così come tutta la violenza domestica in generale, sia psicologica che fisica [7].

Per ciò che concerne invece le discriminazioni sul lavoro, dipende dal tipo di lavoro.
Così come vi sono lavori a maggioranza maschile, in cui le donne si trovano svantaggiate, vi sono lavori a maggioranza femminile in cui lo sono gli uomini. Pensiamo alle difficoltà degli uomini che svolgono lavori a contatto con i bambini o in mansioni tipicamente considerate femminili.
E’ dunque lecito, in base a tali difficoltà, richiedere che gli uomini che svolgono questi lavori vengano mantenuti dalle ex mogli?
Non credo proprio. Pertanto non ha alcun senso richiedere la stessa cosa a parti invertite.

Inoltre, per quanto riguarda la disparità salariale, essa non sussiste, o vogliamo forse pensare che i sindacati stipulino Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) con la clausola del gender gap?
L’idea dell’esistenza nel XXI secolo di un gap di genere nei salari proviene probabilmente dall’America, Paese dove tra l’altro è già stata smontata più e più volte [8], perché compara mele (salari di tutti gli uomini) con pere (salari di tutte le donne), senza considerare che gli uomini:
– lavorino più ore delle donne;
– accettino lavori più pesanti o rischiosi;
– vi sia un maggior numero di uomini che si specializza in lavori a più alta paga rispetto alle donne, che preferiscono di solito materie umanistiche (basti vedere i dati degli iscritti alle varie materie, senza andare a urlare alla discriminazione!);
– le donne hanno la possibilità di accedere al congedo di maternità, mentre quello di paternità è indegno di essere chiamato tale (quindi si tratta di una discriminazione contro gli uomini e a favore delle donne che si ritorce contro le donne stesse, ma solo di ritorno, e che andrebbe sanata dando pari diritti agli uomini nei congedi).
Inoltre, se fosse vero che le donne a parità di ore prendono una paga minore, perché le imprese, per risparmiare, non assumono solo donne?

E’ dunque evidente che le giustificazioni all’assegno di mantenimento non reggono, e, anche se vi fossero svantaggi contro le donne sul lavoro, non è responsabilità del marito sopperire, così come non sarebbe responsabilità della moglie mantenere un ex marito discriminato in un posto di lavoro a maggioranza femminile.
Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che la tutela aggiuntiva costituita dal criterio del tenore di vita sia illegittima, poiché si fonda su una violazione dei diritti maschili: come è noto, togliere diritti ad alcuni per darne ad altri è sbagliato, soprattutto se ‒ come abbiamo dimostrato ‒  non c’è alcuno squilibrio da correggere in termini di opportunità di indipendenza economica.

Al contrario, per migliorare la situazione delle donne nell’ambito del lavoro, per permettere loro di lavorare più ore e stare meno ore a casa a badare ai figli, dobbiamo agire in direzione del permettere agli uomini di mantenere meno: avere minore pressione a mantenere la famiglia, spingendo così le donne inattive a lavorare e non a vedersi precipitare un assegno di mantenimento dall’ex coniuge, dando agli uomini congedi di paternità identici a quelli di maternità, e rimuovendo l’obbligo a mantenere l’ex moglie.
Ecco, quindi, che l’aiuto a rimuovere i ruoli di genere va in contrasto con la pressione delle associazioni femministe a richiedere che il criterio del tenore di vita permanga.

Sicuramente, c’è da ribadirlo, l’influenza dei ruoli di genere nel determinare la divisione del lavoro nelle coppie è ancora molto forte. Ma se si vuole che le donne lavorino tanto quanto gli uomini, aumentare l’assegno di mantenimento alle ex mogli è davvero l’ultima cosa da fare: non solo sarebbe, nel qui ed ora, un ingiustificato privilegio, ma alla lunga consoliderebbe questi ruoli piuttosto che rimuoverli. Si rivelerebbe cioè uno sforzo controproducente nella lotta a queste scorie del tradizionalismo. Il modo corretto di agire, lo ribadiamo, consiste invece nel sollevare gli uomini dalla pressione a mantenere la famiglia (facendo sì che donne e uomini sentano la stessa urgenza di fare carriera), nel dare agli uomini congedi di paternità identici a quelli di maternità (unico modo per eliminare le discriminazioni nelle assunzioni), e nel rimuovere l’obbligo a mantenere l’ex coniuge (spingendo così le divorziate inattive a lavorare invece di vedersi precipitare un assegno di mantenimento). Questo equilibrerebbe la situazione attuale, permettendo agli uomini di stare maggiormente in casa e alle donne di essere economicamente indipendenti quanto gli uomini.
Ci aiuterebbe a rimuovere finalmente questi dannati ruoli di genere.

Il grande errore di fondo dell’articolo de La 27esimaOra è invece il pretendere delle leggi “contestualizzate”, che ‒ tradotto ‒ vuol dire differenziate in base al genere. Ma la giurisprudenza e la sociologia dovrebbero essere tenute ben separate, poiché la società non potrà mai progredire finché ci saranno leggi a sbarrare la strada al cambiamento. Se la legge tiene conto dei ruoli di genere, finirà per legittimarli e rafforzarli; la parità (sociale, lavorativa) potrà arrivare solo se le leggi cominceranno a presupporla. È un sine qua non.
Una codificazione legale dei ruoli di genere come questa che loro chiedono è invece un’aberrazione che danneggerà tutti: in primis gli uomini, che si vedranno obbligati a pagare per le scelte delle partner (alle quali nessuno le aveva obbligate), e in secondo luogo le donne stesse, alle quali la società dirà “Ma tu prendi l’assegno di mantenimento apposta perché ci si aspetta che durante la vita matrimoniale sia tu a fare queste cose? Allora ti spetta farle davvero”.

È veramente assurdo che il femminismo stesso (le firmatarie dell’articolo sono femministe, ricordiamolo) non riconosca questo aspetto e, pur di fornire ad ogni donna privilegi nel qui ed ora, avvalli misure che alla lunga rafforzano i ruoli di genere invece di eradicarli.

 

Fonti:

[1] https://www.istat.it/it/files/2018/04/CS_Occupati-e-disoccupati_FEBBRAIO_2018.pdf?title=Occupati+e+disoccupati+%28mensili%29+-+04%2Fapr%2F2018+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf

[2]
Suicidi per motivazioni economiche. Dati: 2012, 2013, 2014, 2015, 2016 (1° semestre). A cura di Link Lab (Laboratorio di Ricerca Sociale della Link Campus University).

http://linklab.unilink.it/wp-content/uploads/2016/07/Suicidi-crisi-1%C2%B0semestre-2016-NEW.pdf

[3]
Anno 2014. Le persone senza dimora. Istat, Caritas Italiana, fio.PSD, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 10 dicembre, 2015.
https://www.istat.it/it/files/2015/12/Persone_senza_dimora.pdf?title=Le+persone+senza+dimora+-+10%2Fdic%2F2015+-+Testo+integrale.pdf

[4] Warren Farrell. The Myth of Male Power: Why Men Are the Disposable Sex (Part One). New Male Studies: An International Journal, Vol. 1, Issue 2, 2012, pp. 4-33.

[5] OECD (2013). How’s Life? 2013: Measuring Well-being. OECD Publishing, pag. 114.

[6]
Straus, M. A. (2010). Thirty years of denying the evidence on gender symmetry in partner violence: Implications for prevention and treatment. Partner Abuse, 1(3), 332-362.

[7]
Leggasi i numerosi studi che abbiamo raccolto qui:
https://antisessismo.wordpress.com/2014/06/29/violenza-domestica-verso-gli-uomini-e-le-donne/
qui:
https://antisessismo.wordpress.com/2015/10/19/le-inesattezze-di-chi-attacca-lauren-southern/
qui:
https://antisessismo.wordpress.com/2016/06/03/no-la-violenza-sulle-donne-non-ha-conseguenze-piu-gravi-di-quella-sugli-uomini/
e qui:
https://antisessismo.wordpress.com/2017/06/29/perche-e-stupido-non-usare-la-parola-maschicidio/

[8] Leggasi: http://time.com/3222543/wage-pay-gap-myth-feminism/
E vedasi le numerose documentazioni riassunte in questi video: https://www.youtube.com/watch?v=BDj_bN0L8XM
https://www.youtube.com/watch?v=58arQIr882w
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...