Archivi del mese: luglio 2018

Donne in fabbrica in tempo di guerra e donne che supportano il conflitto armato

partigiane

Molte volte si sente dire che il fatto che le donne facessero i lavori degli uomini in tempo di guerra implicherebbe che le donne fossero oppresse in quel periodo tanto quanto gli uomini mandati a morire nel conflitto armato per colpa della leva esclusivamente maschile.
Alcuni hanno addirittura parlato di “poteri maschili che, terminati gli scontri, hanno ricacciato le donne dentro casa dopo che queste avevano retto il Paese lavorando negli uffici e nelle fabbriche durante le guerre, mentre i mariti erano al fronte”.

Peccato che, essendo la morte a seguito della leva obbligatoria un massacro che colpiva selettivamente gli uomini, un simile ragionamento equivarrebbe al dire che gli uomini, nel caso si trovassero a svolgere le mansioni delle femmine durante un massacro selettivo contro le donne, sarebbero vittime di questo massacro al pari di queste ultime. Tutto ciò, ovviamente, è assurdo.

In guerra, infatti, erano obbligati ad andarvi soltanto gli uomini, quindi la situazione più pericolosa spettava a loro, come testimonia il numero dei caduti e dei mutilati.
Mentre erano al fronte, qualcuno doveva necessariamente sostituirli nelle loro mansioni; una volta terminata la situazione di emergenza, chiaramente la società tradizionalista tornava in gran parte al suo assetto originario.

In tempi di pace il massimo pericolo lavorativo erano le fabbriche, e quindi erano gli uomini a lavorarci, in quanto sacrificabili. In tempi di guerra, il massimo pericolo diventava il conflitto armato stesso, perciò gli uomini venivano reclutati e qualcuno doveva evidentemente rimpiazzarli nelle fabbriche.

In questo senso, dunque, è improprio dire che le donne venissero “ricacciate” in casa alla fine del conflitto militare: le donne durante la guerra venivano protette da un pericolo maggiore, la guerra appunto, mentre durante i tempi di pace venivano protette dal pericolo del lavoro nelle fabbriche.

 

“Ma i lavori d’ufficio?”

I lavori d’ufficio e intellettuali, rispetto a quelli in cui viene impiegata la forza fisica, possono essere visti come una deviazione moderna: in origine (pensiamo ad esempio alla preistoria) praticamente tutti i lavori erano più o meno pericolosi, poi nel tempo se ne sono creati altri anche non pericolosi, ma sono rimasti gli uomini a farli proprio come retaggio.

Il rischio di questi ultimi, dei lavori cosiddetti non-pericolosi, era comunque rappresentato dal fatto che tramite essi si doveva mantenere la famiglia, obbligo che alle donne non toccava (ed erano invece loro ad usufruire del beneficio del mantenimento). Gli uomini quindi, anche tramite questi lavori non-pericolosi, erano meno tutelati perché economicamente non li manteneva nessuno e ciò dunque implicava una forma di rischio che le donne invece non correvano.

In questo senso, la moglie che assume il ruolo del marito quando lui va al fronte prende quel rischio minore (il mantenere economicamente qualcuno, in questo caso se stessa), mentre al marito spetta il rischio assai maggiore (la possibilità di morire in guerra). Questo rispetta appieno il binomio libertà maggiore – tutela minore che veniva assegnato agli uomini e tutela maggiore – libertà minore che veniva affibbiato invece alle donne.

Inoltre anche in periodo di pace l’assetto del tradizionalismo opprimeva entrambi i sessi: non erano infatti solo le donne ad essere “ricacciate” in casa, ma anche gli uomini ad essere “ricacciati” nel loro ruolo di lavoratori e mantenitori obbligati a sostenere economicamente le proprie mogli.

 

Non è vero che la guerra è un rischio maggiore per gli uomini, perchè le donne sono la maggior parte dei civili uccisi!

Questa è una falsità bella e buona.

Gli uomini adulti sono stati, secondo un report del 2015 delle Nazioni Unite, il 70% delle vittime civili in Afghanistan. Il restante 30% non include solo le donne, ma sia donne che bambini che bambine.
Qui per maggiori informazioni: https://hombresgeneroydebatecritico.wordpress.com/2015/08/15/las-victimas-civiles-en-afganistan-como-naciones-unidas-discrimino-a-los-hombres-otra-vez/

Questi dati sono confermati da Emergency, che parla delle vittime donne e bambini dicendo che sarebbero pari a circa un terzo (sottintendendo perciò che gli uomini siano i due terzi): http://www.emergency.it/afghanistan/2013-in-aumento-le-vittime-civili.html

Anche Medici Senza Frontiere riporta numeri simili:
http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2015/06/29/news/afghanistan_decine_di_feriti_curati_dopo_i_pesanti_combattimenti_nella_provincia_di_kunduz_un_terzo_sono_donne_e_bambini_-117916417/

Parlando più in generale e non solo dell’Afghanistan, diversi studi, tra cui alcuni che si basano su dati delle Nazioni Unite, mostrano che le vittime civili delle guerre sono in prevalenza uomini:
http://www.feministcritics.org/blog/2007/10/25/are-the-vast-majority-of-war-victims-unarmed-civilians/

Ulteriori numerose analisi delle fonti ufficiali dimostrano che gli uomini siano la stragrande maggioranza dei civili uccisi in guerra:

http://www.feministcritics.org/blog/2006/09/08/are-80-of-war-victims-women-and-children/

http://www.feministcritics.org/blog/2006/09/13/evolution-of-a-myth-more-on-that-80-figure/

http://www.feministcritics.org/blog/2006/09/16/what-the-icrc-really-tells-us-about-war-casualties/

https://www.cambridge.org/core/journals/international-organization/article/women-and-children-first-gender-norms-and-humanitarian-evacuation-in-the-balkans-199195/416E848849B8C92DBB571D4855F7BFEB

E infine report internazionali mostrano che vi sono da 1,3 a 10 volte più morti dirette civili maschili rispetto a quelle femminili:
http://politicalviolenceataglance.org/2013/07/11/male-victimhood-in-armed-conflict/

 

La guerra è intrinsecamente una colpa maschile, perciò non facciamo finti vittimismi! Il conflitto armato si lega intrinsecamente con un culto del corpo maschile e della forza fisica! Gli uomini ricavavano una gloria duratura nel caso di vittorie in campo bellico!

In realtà il culto del corpo maschile (pensiamo ad esempio all’arte greca) era probabilmente legato alla sua utilità per la comunità. A cosa “serviva” un corpo maschile, secondo la società? A proteggere.

L’uomo veniva rappresentato – e perciò ci si aspettava da lui che fosse – alto, forte e muscoloso (qualità legate alla maggiore prestanza fisica e quindi alla possibilità di essere sfruttato per la protezione), o almeno un bravo ed eroico soldato, che avrebbe difeso la sua donna o la Patria (cioè “donne e bambini”, visto che erano costoro che rimanevano a casa) anche a costo della sua stessa vita.

Perciò questa esaltazione della bellezza maschile, come anche l’aspirazione ad un’astratta gloria post-mortem in generale, non erano altro che degli inganni per convincere gli uomini ad adempiere al proprio ruolo.

L’appellativo di “eroe” è dunque molto simile a quello di “angelo del focolare”, per cui è ipocrita che nel caso degli uomini si veda questa come una grande “esaltazione”, mentre per le donne una “riduzione”. Si tratta in entrambi i casi di semplici inganni imposti dalla società – e spesso interiorizzati – per spingere le persone ad aderire alle aspettative di genere.

Come dice Warren Farrell: “La più grande barriera che impedisce agli uomini di guardare dentro di sé è costituita da quell’aver insegnato loro a definire potere ciò che qualsiasi altro gruppo definirebbe impotenza. Non parliamo di sessismo per «l’uccisione di uomini»; parliamo piuttosto di «gloria». Non parliamo di olocausto nel caso di un milione di uomini ammazzati o mutilati nel corso di una sola battaglia durante la prima guerra mondiale (la battaglia della Somme[2]); parliamo di «servire la patria». Non definiamo «assassini» coloro che scelgono soltanto gli uomini perché vadano a morire. Sono «elettori».”

L’idea che, visto che la guerra era considerata un’arte e portava gloria, allora non era uno svantaggio, ha poi ben poco senso.

Proviamo ad esempio a traslare questo pensiero con il lavoro domestico:
Visto che il lavoro domestico era considerato un bene e portava i plaudi della società, allora non era uno svantaggio.

Se infatti diciamo che il chiamare “eroe” un uomo per convincerlo a lottare e a mettere a repentaglio la sua vita annulla tutti gli svantaggi del morire quasi sicuramente (ricordiamo che parliamo di un’epoca pre-antibiotici, per cui anche una piccola ferita poteva portare alla morte, se non si veniva uccisi direttamente), a maggior ragione, il chiamare una donna “angelo del focolare” per convincerla a stare a casa annulla tutti gli svantaggi del badare alla casa.

O è così per entrambi o non è così per nessuno. Tertium non datur.

 

Sono gli uomini che si spingono a fare gli eroi, che si auto-discriminano, le donne non appoggiano minimamente l’eroismo maschile!

Peccato che numerosi studi dicano il contrario. Uno realizzato dall’Università di Southampton ha presentato a 92 donne diversi modelli di uomo, dagli sportivi agli affaristi, e il più apprezzato è risultato proprio l’eroe di guerra. Anche uno studio successivo realizzato in Olanda dagli stessi ricercatori, stavolta su 159 donne, ha prodotto risultati simili. Addirittura l’eroismo sul campo di battaglia è risultato più apprezzato che quello in zone di disastri naturali.
Tutto questo, quando parliamo delle chance di sopravvivenza nel passato, ha molto senso. Un uomo pronto a sacrificarsi in battaglia significava più protezione, e in un mondo ostile quale era quello antico o preistorico non era un vantaggio da poco, considerando anche la ridotta mobilità femminile dovuta alle frequenti gravidanze.

[Fonte: Hannes Rusch, Joost M. Leunissen, Mark van Vugt. Historical and experimental evidence of sexual selection for war heroism. Evolution and Human Behavior 2015, 36(5): 367-373.]

 

Ok potranno aver appoggiato l’eroismo, ma le donne non hanno mai appoggiato la guerra, che è stata intrapresa esclusivamente da uomini! Se ci fossero più donne al potere ci sarebbero meno guerre!

In realtà le donne hanno appoggiato politiche di guerra e governi distruttivi o comunque che sicuramente non si prefiggevano scopi umanitari: pensiamo ad esempio al fatto che le analisi sul voto femminile nella Germania degli anni ’20 e ’30 hanno appurato che il ruolo dell’elettorato femminile nell’ascesa del Partito Nazista fu tanto importante quanto quello maschile.

[Fonte: Helen L. Boak. “Our Last Hope”; Women’s Votes for Hitler: A Reappraisal. German Studies Review, Vol. 12, No. 2 (May, 1989), pp. 289-310.]

 

Un altro esempio di appoggio femminile ai conflitti armati è sicuramente “La Campagna delle Piume Bianche”:
Il Regno Unito fu uno dei pochissimi Paesi che permetteva l’obiezione di coscienza alla leva militare in tempo di guerra. La “Campagna delle Piume Bianche” fu un’iniziativa promossa da gruppi di donne britanniche che distribuivano, durante la Prima Guerra Mondiale, piume bianche ai giovani che non indossavano la divisa per umiliarli pubblicamente accusandoli di codardia, spingendo così moltissimi uomini a partire a morire ammazzati.

[ Per maggiori informazioni: https://hombresgeneroydebatecritico.wordpress.com/2013/05/16/las-plumas-blancas-hombria-guerra-y-coaccion-femenina/ ]

 

Infine, anche se spesso si pensa che gli Stati guidati da donne siano meno inclini al conflitto di quelli guidati dagli uomini, ciò non è supportato da prove. Alcuni ricercatori, per approfondire la questione, hanno esaminato le politiche di guerra in Europa tra il XV e il XX secolo. In questo periodo le donne avevano più possibilità di acquisire il ruolo di monarca se il precedente non aveva un figlio maschio o se aveva una sorella che poteva seguirgli come succeditrice. E’ stato notato che, in questo intervallo di tempo, le regine avevano più possibilità di dichiarare guerra rispetto ai re. Infatti, analizzando 28 regni europei guidati da regine dal 1480 al 1913, i ricercatori hanno trovato una percentuale del 27% in più di possibilità di dichiarare guerra quando una regina era a capo rispetto a quando regnava un re.

[Fonte: Oeindrila Dube, S.P. Harish. Queens. National Bureau of Economic Research, April 2017, Working Paper No. w23337. ]

 

Come abbiamo visto, dunque, le donne in fabbrica non erano oppresse quanto gli uomini che andavano a morire in guerra, gli uomini sono la maggioranza dei civili uccisi, l’esaltazione del corpo maschile e la gloria sono inganni sociali (al pari del costrutto di “angelo del focolare” femminile) costruiti dalla comunità per poter spingere gli uomini a difenderla, e le donne supportano l’eroismo e la guerra (almeno) quanto gli uomini.

Perciò, in ultima analisi, possiamo dire che la guerra è responsabilità delle donne perlomeno quanto lo è degli uomini.

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Il populismo è maschio? No! Risposta a The Vision su genere e guerra

antisessismo risponde vision

Rispondiamo in questa sede a un post di The Vision, “Gli uomini deboli hanno bisogno di leader forti”, ad opera di Samuele Cafasso, che sembra partire dall’idea che la responsabilità per l’estremismo di destra e addirittura per le guerre sia attribuibile esclusivamente agli uomini.
Come al solito nelle nostre risposte, citeremo prima alcune parti dell’articolo dell’autore, a cui seguirà un nostro commento. Iniziamo!

“Il populismo è maschio”, afferma l’autore. “Stiamo sostituendo [il soffitto di vetro] con mattoni di una virilità stereotipata ed esibita fino al ridicolo: ruspe, missili nucleari, soldati ai confini. […] Facciamo scontrare i nostri giocattoli l’uno contro l’altro, perché il conflitto è ciò che ci caratterizza in quanto veri uomini.”

Qui c’è un errore evidente: la guerra è vista come una fissazione intrinsecamente maschile, ma in realtà è uno strumento politico esercitato da chi è al potere, indipendentemente dal genere. Se quando pensiamo a politici guerrafondai ci vengono in mente quasi solo uomini, è solo perché storicamente sono stati quasi sempre di sesso maschile i re o i politici con l’autorità di dichiarare guerra. Per inciso, sostenere che per questo gli uomini abbiano avuto più potere significherebbe commettere la fallacia dell’apice*, poiché i potenti costituiscono solo una risibile percentuale della popolazione, in qualunque periodo storico.
Ma soprattutto, sostenere che le donne siano meno guerrafondaie solo perché solitamente non hanno occupato posizioni di autorità militare è ugualmente fallace, oltre che dimostrato falso da uno studio sulle guerre dichiarate dalle regine regnanti tra la fine del quindicesimo e gli inizi del ventesimo secolo.
E’ stato infatti notato che, in questo intervallo di tempo (in cui le donne avevano più possibilità di acquisire il ruolo di monarca se il precedente non aveva un figlio maschio o se aveva una sorella che poteva seguirgli come succeditrice), le regine avevano il 27% di possibilità in più di dichiarare guerra rispetto ai re [1].

* La Fallacia dell’Apice o Apex Fallacy consiste nel presupporre che le proprietà dei membri più visibili di un gruppo siano condivise da tutti i membri del gruppo. Ad esempio, Usain Bolt è velocissimo, ma ciò non vuol dire che tutti i giamaicani lo siano. Allo stesso modo, se in una data società in un dato momento storico l’autorità politica è detenuta da uomini, non è automatico che tutti gli uomini abbiano autorità politica. Così come non è automatico che chi è in quella posizione favorisca scientemente gli individui del proprio sesso biologico, basti pensare ad esempio alla Regina Elisabetta I e alla Regina Vittoria. Ah, giusto: in quei casi è maschilismo interiorizzato. E perché a parti invertite non è misandria interiorizzata?

 

“L’Italia fascista è stata il modello di un potere che ha provato a ricacciare le donne dentro casa, dopo che queste avevano retto il Paese lavorando negli uffici e nelle fabbriche durante la Prima guerra mondiale, mentre i mariti erano al fronte.”

Intanto in guerra ci erano andati solo gli uomini, quindi come al solito la situazione più pericolosa se l’erano beccata loro, come testimonia il numero dei caduti e dei mutilati. Mentre erano al fronte, qualcuno doveva pur sostituirli nelle loro mansioni; una volta terminata la situazione di emergenza, chiaramente la società tradizionalista è tornata in gran parte al suo assetto originario, che opprimeva entrambi i sessi.
Non erano quindi solo le donne ad essere “ricacciate” in casa, ma anche gli uomini ad essere “ricacciati” nel loro ruolo di lavoratori e mantenitori.

 

“[…] il culto del corpo maschile e la riduzione della donna ad angelo del focolare.”

Ehm, il culto del corpo maschile a cosa serviva, di grazia? A proteggere. L’uomo doveva essere alto, forte e muscoloso, o alternativamente un bravo ed eroico soldato, per proteggere la sua donna o la Patria (che è solo un altro modo di dire “donne e bambini”, dato che erano coloro che rimanevano a casa). Quindi questa glorificazione, come anche l’aspirazione ad un’astratta gloria post-mortem in generale, non era altro che un modo per convincere gli uomini ad adempiere al proprio ruolo. L’appellativo di “eroe” è l’esatto omologo di “angelo del focolare”, per cui non si capisce perché nel caso degli uomini sarebbe una grande “esaltazione”, mentre per le donne una “riduzione”.

 

“Sono stati tutti strumenti del modello ideologico al testosterone di un regime che ha provato, e in parte è riuscito, a frenare l’emancipazione femminile che tanto spaventava i reduci, tornati in un Paese che spesso dava segno di non avere più bisogno di loro.”

Quello dei reduci a cui venivano chiuse le porte in faccia e non riuscivano a ricostruirsi una vita dopo tutto quello che avevano dovuto passare mi sembra un dramma degno di rispetto e di empatia, e non di toni canzonatori grondanti di guerrasessismo.
Voi non sareste spaventati se, al ritorno da una guerra, scopriste di non avere più posto nella società? Farne una mera questione di genere è pretestuoso.

 

“[…] la verità è che la retorica dell’uomo forte che piace alle donne è una palla che si raccontano solo i maschi tra di loro.”

Una palla, eh? Peccato che alcuni studi dicano il contrario. Uno realizzato dall’Università di Southampton ha presentato a 92 donne diversi modelli di uomo, dagli sportivi agli affaristi, e il più apprezzato è risultato proprio l’eroe di guerra. Anche uno studio successivo realizzato in Olanda dagli stessi ricercatori, stavolta su 159 donne, ha prodotto risultati simili. Addirittura l’eroismo sul campo di battaglia è risultato più apprezzato che quello in zone di disastri naturali. [2]
Tutto questo, quando parliamo delle chance di sopravvivenza nel passato, ha molto senso. Un uomo pronto a sacrificarsi in battaglia significava più protezione, e in un mondo ostile quale era quello antico o preistorico non era un vantaggio da poco, considerando anche la ridotta mobilità femminile dovuta alle frequenti gravidanze.

 

Andiamo avanti. L’autore afferma che il populismo di destra sarebbe “una guerra ingaggiata da maschi” poiché il gradimento maschile per Trump è superiore a quello femminile, salvo poi contraddirsi subito affermando che “in Italia non ci sono segnali, secondo le indagini di Ipsos, di differenze significative nel voto tra i sessi”. Capito? Quindi il ragionamento “Trump è più apprezzato dagli uomini quindi gli uomini votano più a destra” viene immediatamente a cadere per stessa ammissione dell’autore del pezzo, cosa che però non gli ha impedito di portare avanti la sua argomentazione come se nulla fosse.

E non è solo il caso dell’Italia a dimostrare che non c’è nessun legame di causa-effetto né alcuna tendenza in questo senso, ma anche le analisi sul voto femminile nella Germania degli anni ’20 e ’30, le quali hanno appurato il ruolo dell’elettorato femminile nell’ascesa del Partito Nazista fu tanto importante quanto quello maschile. [3]

 

“[…] maschi che si sentono franare il terreno sotto i piedi, e se la prendono con tutti: lo straniero, “il diverso” e le donne.”

Ma se Salvini e i suoi seguaci ripetono ogni due per tre che dai barconi vanno salvati “donne e bambini”, parlando invece in tono spregiativo dei “ragazzoni muscolosi”, cioè gli uomini, ritenuti evidentemente indegni di aiuto…

donne e bambini salvini

Ma è inutile, l’autore ha già deciso che il tradizionalismo sia una cosa creata dai “maschi” e che opprima solo le donne, in barba ad ogni evidenza che mostri il contrario.

 

Più avanti nell’articolo si sostiene poi che i maschi rosichino perché la loro disoccupazione sta aumentando mentre quella femminile sta diminuendo:

Ma i dati ci dicono che dall’inizio della crisi a oggi l’occupazione maschile è passata dal 70,4% al 68%, mentre quella femminile è cresciuta dal 47,3% al 49,7%. La frustrazione dei disoccupati è tra i migliori carburanti per il populismo e quest’Italia di senza lavoro è un’Italia di giovani uomini che, nel segreto delle loro stanze, si chiedono se avranno anche loro, un giorno, una Isoardi che gli stiri le camicie mentre guardano la partita in tv.

Non è un modo parecchio puerile di approcciare la tematica? Anche qui vale infatti il discorso di prima: è perfettamente normale che la perdita del lavoro provochi disagio sociale e rabbia. Che questa rabbia però sia indirizzata verso le donne è un’idea che sta solo nella testa dell’autore, che io ormai immagino intento a fare del puro tifo da stadio.

Inoltre, a parti invertite parleremmo davvero così delle frustrazioni delle donne che perdono o non riescono a trovare lavoro, o mostreremmo tutti un’empatia maggiore? Eventuali comportamenti negativi legati a questa problematica messi in atto dalle donne (e ripetiamo, ancora non sono state portate prove valide e non-contraddittorie di un eventuale comportamento negativo a maggioranza maschile!) sarebbero condannati o si cercherebbe di affrontare il problema alla radice, intervenendo sull’occupazione anche in modo illegittimo, ad esempio attraverso quote rosa e incentivi all’assunzione per sole donne?

 

L’ultima della lunga serie di idee balzane che incontriamo è quella per cui i politici maschi punterebbero troppo spesso sulle dimostrazioni di potere e di coercizione per mostrare il loro valore, insomma un accenno alla famigerata “mascolinità tossica”.
Torna quindi la fallacia di cui abbiamo parlato all’inizio: le caratteristiche tipiche dei potenti, quando sono negative, vengono indebitamente estese agli uomini e considerate maschili. E nel fare ciò non ci si rende conto che se non abbiamo equivalenti femminili di Salvini, Trump, Putin o Kim Jong-un è solo perché ci sono pochissime donne tra i leader dei vari Paesi.

In generale questo articolo mi è parso imbevuto di disprezzo per gli uomini: la derisione e lo svilimento che traspaiono tra le righe non risparmiano nessuno, dai reduci di guerra agli uomini che perdono il lavoro, liquidando sbrigativamente tanti problemi che meriterebbero di essere affrontati in modo serio e imparziale pur di inquadrarli forzatamente nell’ottica di un conflitto tra i sessi del quale sono già stati decisi i buoni e i cattivi.

 

Note:

[1] Oeindrila Dube, S.P. Harish. Queens. National Bureau of Economic Research, April 2017, Working Paper No. w23337.

http://nymag.com/scienceofus/2016/01/european-queens-waged-more-wars-than-kings.html

[2] Hannes Rusch, Joost M. Leunissen, Mark van Vugt. Historical and experimental evidence of sexual selection for war heroism. Evolution and Human Behavior 2015, 36(5): 367-373.

https://www.southampton.ac.uk/news/2015/03/sexual-appeal-of-war-heroes.page

[3] Helen L. Boak. “Our Last Hope”; Women’s Votes for Hitler: A Reappraisal. German Studies Review, Vol. 12, No. 2 (May, 1989), pp. 289-310.

https://www.jstor.org/stable/1430096?seq=1#page_scan_tab_contents

 

[H.]

 

Feminist who? Di Sante, Streghe e Principesse… o qualcosa del genere

feminist who

Risponderemo in questa sede a un articolo su Facebook, intitolato “Feminist who? Di Sante, Streghe e Principesse… o qualcosa del genere”, un testo di critica verso di noi e verso il movimento MRA in generale.
Come al solito nelle nostre risposte, citeremo prima alcune parti dell’articolo dell’autore, a cui seguirà un nostro commento. Iniziamo!

 

Da qualche mese sono venuto a contatto con un paio di pagine facebook dal nome accattivante: “Antisessismo” e “Diritti Maschili”, e sono andato a curiosare. Le due pagine nascono per rivendicare l’importanza dei problemi maschili e, sebbene siano mosse forse da una nobiltà d’intenti, finiscono per pubblicare articoli storicamente inesatti, parziali, confusi, addirittura pericolosi.

Cominciamo subito con una bella fallacia detta “avvelenamento del pozzo”.
Cito da Wikipedia: “Per “avvelenamento del pozzo” si intende un tipo di fallacia argomentativa per cui ciò che sarà sostenuto dall’avversario viene pubblicamente delegittimato in anticipo insinuando un sospetto circa la sua buona fede o sulla sua credibilità.”

 

Chi ha creato le suddette pagine sembra nutrire la convinzione che il patriarcato non sia mai esistito davvero e che il femminismo sia un “moderno fascismo” di matrice femminile, una parolaccia insomma.

Per quanto riguarda la prima affermazione, è vero: crediamo effettivamente che il patriarcato non sia mai esistito. Tuttavia, non riteniamo che il femminismo sia una forma di moderno fascismo, in primis perché la Convenzione di Seneca Falls, documento di nascita del femminismo, essendo del 1848 precede il fascismo di più di mezzo secolo, perciò ritenere il femminismo una versione moderna del fascismo ha poco senso cronologicamente parlando.
In secondo luogo, il femminismo spesso nasce da una “visione compensatoria”, ovvero “dato che in passato la società era tutta pro-maschi, adesso dobbiamo agire solo per le femmine e abbiamo riequilibrato tutto”. Non sarebbe malvagia come idea, se solo i presupposti su cui si basa fossero corretti.
Se la visione del mondo è sbagliata, allora si compiono azioni sbagliate, che portano ad effetti negativi sulle persone.
Ma non si tratta del tipo di negatività “cattiva”, non c’è un qualcuno che vuole fare del male di proposito con malvagità, è semplicemente una strategia terribile, che nonostante le buone intenzioni allontana tutti noi dalla parità dei sessi piuttosto che avvicinarci ad essa.
La via per l’inferno, non a caso dice l’adagio, è lastricata di buone intenzioni.

 

Su quelle pagine si può leggere (e vedere – notare l’immagine di copertina della presente nota), tra le varie assurdità, la tesi secondo cui l’elevato tasso di mortalità maschile nelle guerre d’età antica (contrapposto alla sicurezza domestica delle donne) sarebbe un indice valido per sostenere la concezione di una “maggiore sacrificabilità” dell’uomo rispetto alla donna, spingendoci a pensare che gli uomini fossero discriminati in egual misura già allora. Non voglio dilungarmi eccessivamente su questo punto, ma se proprio vogliamo parlare di sacrificabilità allora dovremmo tenere presente due aspetti: 1) la guerra, soprattutto in età antica, era considerata un onore e un’arte prima che un dovere, e partecipare a una guerra recava molti privilegi materiali e simbolici (certo, potevi morire, ma il nome e la gloria sopravvivevano, e ne beneficiava l’intero nucleo familiare in termini di eredità e prestigio sociale, mentre le donne morivano nell’anonimato,  e non solo quelle che stavano a casa, ma anche quelle che ogni tanto, in qualche civiltà, combattevano.

L’immagine di copertina a cui si riferisce è questa: copertina

In sintesi, la logica che l’autore della critica a noi porta avanti è:
Visto che la guerra era considerata un’arte e portava gloria, allora non era uno svantaggio.

Proviamo a traslare questo pensiero con il lavoro domestico:
Visto che il lavoro domestico era considerato un bene e portava i plaudi della società, allora non era uno svantaggio.

Se infatti diciamo che il chiamare “eroe” un uomo per convincerlo a lottare e a mettere a repentaglio la sua vita annulla tutti gli svantaggi del morire quasi sicuramente (ricordiamo che parliamo di un’epoca pre-antibiotici, per cui anche una piccola ferita poteva portare alla morte, se non si veniva uccisi direttamente), a maggior ragione, il chiamare una donna “angelo del focolare” per convincerla a stare a casa annulla tutti gli svantaggi del badare alla casa.

O è così per entrambi o non è così per nessuno.

Tertium non datur.

 

2) le donne anche si sacrificavano morendo di parto, qualcuno per caso ricorda i loro nomi?

Il parto è un processo biologico e non sociale, nessuno spingeva le donne a morire di parto, semplicemente in un’epoca in cui le condizioni igieniche erano quelle che erano, l’anestesia era inesistente, la stragrande maggioranza dei farmaci attuali non esisteva, anche attività normali come la nascita portavano a rischi, ma così come li portavano tantissime altre attività, anche a maggioranza maschile, ad esempio anche il lavorare in miniera (ambito tipicamente maschile) o in altri lavori rischiosi (le cui morti ancora oggi sono a maggioranza maschili). Tutto ciò è evidente dal fatto che l’aspettativa di vita era molto ridotta rispetto ad oggi, proprio in virtù di questa qualità di vita precaria che colpiva tutti, uomini così come donne.

Dunque associare questo stato delle cose al costringere deliberatamente qualcuno con la forza ad andare a morire è un collegamento non forzato, di più.

Inoltre, voglio ricordare che mentre in passato le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, al contempo gli uomini morivano e muoiono in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni (dati confermati dall’OMS: [Peter Baker et al. The men’s health gap: men must be included in the global health equity agenda. Bulletin of the World Health Organization 2014;92:618-620.]).

Infine, durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima, perciò il parto è semmai l’esempio più lampante della sacrificabilità *MASCHILE* e non femminile.

 

Quelle che non morivano badavano ai figli e ai mariti per il resto della vita.

Così come gli uomini che non morivano badavano al mantenimento di figli e moglie per il resto della vita.
Infatti solo il marito aveva l’obbligo al mantenimento. Citando Karen Straughan (che ci parla della situazione nel tradizionalismo dei Paesi Islamici):

“se lei SCEGLIESSE di lavorare fuori casa, lui e i suoi figli non avrebbero diritto neanche ad un centesimo dei suoi guadagni ma lui dovrebbe comunque continuare a provvedere ai bisogni essenziali della moglie”.

[Fonte: https://www.avoiceformen.com/feminism/when-female-privilege-backfires-2/%5D

Questa è la società tradizionalista, caro.

 

[l’autore spiega cosa l’ha influenzato da piccolo e l’ha spinto a diventare femminista, citando…]
Penso al riuscitissimo cartone Mulan (“una donna che come tale non varrà mai niente”, e invece…)

Stiamo parlando dello stesso cartone dove il padre viene costretto ad andare in guerra e la figlia per salvarlo si finge un uomo? Dove insomma si vede chiaramente che tra un uomo e una donna chi veniva scelto per morire era un uomo?

 

Dovevo sapere perché i miei genitori ritenessero normale che io fossi scalmanato in quanto maschietto mentre vedevano come curioso il fatto che mia sorella lo fosse altrettanto, mi chiedevo anche perché da piccolo le femmine mi prendessero in giro se volevo giocare con loro a pettinare le barbie invece che a calcio con gli altri maschietti. Volevo capire a quale divinità invisibile avrei dovuto assomigliare per essere accettato come maschio a tutti gli effetti e così iniziai a informarmi, a studiare e a fare tutte le domande che si fanno per capire chi si dovrebbe essere prima ancora di capire chi si è per davvero. Il fatto che nel 2018 senta persone dire che in Occidente le donne sono “libere come e più degli uomini” mi induce a pensare che di libertà e di femminismo ci sia ancora bisogno di parlare, soprattutto perché a decidere il grado di emancipazione femminile sembrano essere sempre gli uomini.

Paragrafo contraddittorio, visto che l’autore scrive due frasi in opposizione tra loro, ovvero:

“mi chiedevo anche perché da piccolo le femmine mi prendessero in giro se volevo giocare con loro a pettinare le barbie invece che a calcio con gli altri maschietti”

e

“Il fatto che nel 2018 senta persone dire che in Occidente le donne sono “libere come e più degli uomini” mi induce a pensare che di libertà e di femminismo ci sia ancora bisogno di parlare”

Insomma, l’autore condivide una sua esperienza di discriminazione per l’essere andato fuori dal suo ruolo di genere, ma subito dopo afferma che dire che gli uomini abbiano problemi tanto o più delle donne sia sbagliato.
Caro, o l’una o l’altra. Di nuovo, tertium non datur.

 

Il solo fatto che ogni capo partito nostrano sia ossessionato dalla fertilità delle donne e dall’agevolazione delle condizioni per una genitorialità esclusivamente declinata al femminile suggerisce che in Italia la donna è ancora e innanzitutto moglie e madre, e poi si vede.

Il fatto che si parli solo di genitorialità femminile implica che la donna sia sì collegata alla gestione dei bambini, ma non vuol dire che gli uomini per questo se la passino bene. Anche perchè, chi deve mantenere economicamente questi bambini?

Gli uomini. Un uomo DEVE mantenere, non può scegliere di essere mantenuto.

Ancora oggi infatti un uomo casalingo fa scalpore, l’idea che una donna mantenga un uomo è vista come un insulto alla donna stessa, “cosa, ti devo mantenere IO?”.

Gli uomini infatti sono la quasi totalità dei suicidi per motivi economici e la stragrande maggioranza dei senzatetto proprio perchè non meritano, secondo la società, l’aiuto economico tanto quanto le donne e soprattutto non da donne, che al vedersi assegnato un simile compito la prendono proprio come un’offesa.

Infatti anche oggi in cui le donne possono scegliere di mantenersi da sole, comunque conservano la possibilità di scegliere di farsi mantenere, mentre gli uomini non hanno questa scelta.

Infatti mentre le donne hanno:

– la possibilità di essere mantenute interamente

– la possibilità di essere mantenute in parte e in parte di mantenersi da sole

– la possibilità di mantenersi interamente da sole,

 

gli uomini hanno:

– la possibilità di mantenere se stessi e la propria moglie interamente

– la possibilità di mantenere se stessi e in parte la propria moglie

– la possibilità di mantenere solo se stessi

 

ma non hanno la possibilità di farsi mantenere, nè in parte nè tanto meno totalmente!
Questo a me non pare molto uno svantaggio verso le donne, anzi!

Inoltre, le donne hanno non solo l’obbligo a essere madri, ma anche il DIRITTO a esserlo.
Gli uomini non hanno il diritto a essere padri, vedasi infatti la mancanza di congedi di paternità di pari lunghezza di quelli di maternità, e vedasi la discriminazione dei padri separati, obbligati a mantenere figli ed ex mogli anche dopo il divorzio, ma al tempo stesso senza poter vedere i figli tanto quanto le madri.

Infine, le campagne di fertilità sono indirizzate principalmente alle donne perché sono loro in ultima istanza a decidere se tenere o abortire il bambino, quindi sono loro che hanno il controllo sulle nascite. Gli uomini, al contrario, non hanno controllo sulle nascite e vabbè, qui il motivo è biologico e non ci si può far nulla, ma non ce l’hanno neanche sull’essere legalmente padri.
Infatti mentre una madre può lasciare il figlio in adozione anonima, rinunciando così alla sua maternità legale, un padre biologico non può rinunciare alla sua paternità legale.
I diritti riproduttivi femminili sono riconosciuti dalla legge, mentre quelli maschili no.
Che poi anche quelli femminili spesso non vengano applicati è un altro discorso, ma almeno loro, a differenza di quelli maschili, su carta esistono.

 

Di proposito evito di soffermarmi dettagliatamente sul fenomeno del femminicidio

Oltre 30 anni di ricerche hanno mostrato che la violenza domestica è simmetrica, ovvero che uomini e donne hanno pari possibilità di essere vittime e autori di violenza sul partner.
Questo vale sia per la violenza lieve che per quella grave (incluso appunto l’omicidio).
Il fatto che più uomini che donne siano incarcerati per violenza domestica è spiegato dal sessismo giuridico, ovvero dal fatto che a parità di reato e condizioni gli uomini hanno il doppio di possibilità di essere incarcerati se ritenuti colpevoli, ed esiste un bias negli arresti, al punto che numerose vittime maschili di violenza domestica che chiamano la polizia vengono arrestate per i pregiudizi sessisti de “la vittima è sempre la donna” anche se sono loro a essere stati picchiati e non le loro partner, che invece sono le carnefici.

 

o su quello della mortalità femminile negli ospedali (numerosi studi hanno fatto luce su come a parità di patologia muoiano più donne che uomini, il che è dovuto tanto all’assenza di una medicina di genere quanto alla sottovalutazione di patologie che colpiscono maggiormente le donne, curate male poiché il loro dolore sarebbe “più psicologico che fisico”)

AHAHAHAHAHAAHAHAHAHAHA!!
In realtà, come dice l’OMS: “per tutto il periodo dal 1970 al 2010, le donne avevano una speranza di vita più lunga rispetto agli uomini. Durante quel periodo di 40 anni, la speranza di vita femminile alla nascita è aumentata da 61,2 a 73,3 anni, mentre l’aspettativa di vita maschile è aumentata da 56,4 a 67,5 anni. Queste cifre indicano che il divario nella speranza di vita alla nascita si è ampliato tra i sessi a svantaggio degli uomini in quei 40 anni.”

[Peter Baker et al. The men’s health gap: men must be included in the global health equity agenda. Bulletin of the World Health Organization 2014;92:618-620.]

Insomma il gap è invece all’opposto: al posto di chiudersi, si sta ampliando sempre di più a danno degli uomini.

Ad esempio, Cancer Research UK in un suo report del 2013 (“Excess Cancer Burden in Men”) ha rilevato che gli uomini abbiano un rischio maggiore del 35% rispetto alle donne di morire di cancro.
Quando sono escluse forme sesso-specifiche del cancro (a prostata, ovaie, ecc.) il gap è ancora maggiore, con un 67% di probabilità in più per gli uomini di morire rispetto alle donne.

La questione della medicina di genere si pone semmai sulla scia di una medicina personalizzata, un’ottica che ci dice che ogni medicina reagisce in maniera leggermente diversa a seconda della persona, e quindi sarebbe necessario implementare tale diversità nelle ricerche cliniche per ottenere un livello di efficienza sempre maggiore.
Non si tratta perciò di valutare quale genere stia peggio a livello della salute e dell’attenzione della ricerca (ad esempio sui fattori di rischio che pongono gli uomini ad avere maggiori incidenze di certe patologie o strategie di cura più adatte agli uomini che alle donne) e della medicina (cioè di sforzi mirati con sensibilizzazione, campagne educative e di prevenzione, ecc. indirizzati specificamente agli uomini), perchè in quel caso sono gli uomini a essere svantaggiati.

Inoltre io mi chiederei in primis, perché gli uomini sono sovrarappresentati nella ricerca clinica? Perché sono la maggioranza dei soggetti sperimentali di farmaci.
È essenzialmente più facile reclutare un uomo, che per mantenere moglie e figli si costringe a fare da “cavia umana” (certo, adesso esistono cose come il microdosing, la fase I, la precedente sperimentazione preclinica, ecc. che permettono una riduzione del rischio, ma sempre di rischio parliamo), piuttosto che una donna.
Un uomo, nuovamente, è sacrificabile.
È proprio la sacrificabilità maschile a far sì che gli uomini siano la maggioranza dei soggetti di sperimentazione clinica, non è una fantomatica discriminazione contro le donne a condurre a ciò: semplicemente ci risulta più accettabile un uomo “cavia umana” che una donna “cavia umana”.

 

Basterebbe analizzare i detti popolari (tira più un pelo di figa che un carro di buoi, donna al volante pericolo costante, ma anche donna angelo del focolare et similia) o il linguaggio in generale per capire quanto siamo normalmente maschilisti anche nel modo di pensare.

Questi sono esempi di particolari discriminazioni e pregiudizi, ma non sono esempio di un’unidirezionalità delle discriminazioni e dei pregiudizi sessisti. Quindi il discorso non ha molto senso: nessuno nega che le donne soffrano il sessismo, ciò che diciamo è che sia falso affermare che gli uomini non lo soffrano.

 

Un esempio concreto: il “maestro”, che sia un regista, un direttore d’orchestra, un docente, un insegnante di arti marziali, un artigiano, Yoda o Gandalf, sempre maschio rimane. La “maestra” in italiano è solo la maestra di scuola, che diviene “maestrina” non appena prova a dire due parole in più rispetto a quello che le è socialmente e istituzionalmente consentito.

Il fatto che gli uomini siano stati considerati maggiormente adatti a lavori intellettuali, e quindi di conseguenza associati maggiormente alla figura del maestro (intellettualmente parlando) rispetto alle donne, non vuol dire che le donne stessero peggio.
Perché gli uomini sono stati associati, infatti, all’intelligenza?
Perché lo studio (che è la dimostrazione dell’intelligenza per eccellenza nel pensiero popolare) era necessario a molti lavori, e quindi dato che solo sugli uomini pendeva il compito di mantenere le donne, lo studio era più necessario agli uomini che alle donne.

Citando nuovamente da Karen Straughan: “In Afghanistan, oggi, una donna con un lavoro (un lavoro del quale non ha bisogno perché secondo la legge islamica lei ha tutto il diritto di essere mantenuta dal marito, dal padre o dal figlio) non solo ruba quel lavoro ad un uomo ma ruba anche il cibo dalla bocca della famiglia di quell’uomo. Se trova un lavoro facile e sicuro (come le donne sono solite fare), l’uomo che rimpiazza sarà costretto a trovarne uno più pericoloso. E se quest’uomo viene ucciso, lei ha rubato il sostentamento alla donna e ai bambini che dipendevano da lui.
Allo stesso modo, se sua figlia prende uno dei pochi posti disponibili a scuola, al figlio di qualcun altro verrà negata un’istruzione e il futuro lavoro che sarà obbligato a fare, per mantenere se stesso e le persone che hanno il diritto ad essere mantenute da lui, sarà meno remunerativo, rendendo così più bassa la qualità di vita di molta gente. […] ciò che è successo in Afghanistan, riguardo all’impedire alle donne di lavorare e alle bambine di andare a scuola, è essenzialmente un contraccolpo del privilegio femminile. Quando i posti di lavoro sono pochi, non li dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere altrui di lavorare. Quando l’istruzione è limitata, non la dai a persone che hanno il diritto di beneficiare del dovere di altri, che sarebbero a loro volta facilitati dall’istruzione nel compiere questo dovere. Dai queste cose alle persone che hanno il dovere di dividere i loro benefici con altri, non a coloro ai quali la legge permette di tenere i benefici tutti per loro.”

Ovviamente a furia di associare il lavoro intellettuale agli uomini, le donne sono state reputate meno intelligenti, ma gli uomini venivano maggiormente istruiti e reputati maggiormente intelligenti per il motivo opposto rispetto all’essere valorizzati: l’essere usati. Usati come fonte di mantenimento delle donne e usati come fonte di mantenimento della famiglia.

 

Per dirla con Schopenhauer, la donna è un essere biologicamente potente in quanto il coacervo di natura e cultura è in lei più evidente che nell’uomo: una donna avverte fin da ragazza la presenza ostile di quella “soggettività nascosta ma ingombrante” che altri non è che la Natura, la quale non manca mai di ricordare mensilmente a ogni donna del proprio ruolo di funzionario della specie, precedente rispetto a quello di individuo (secondo il punto di vista della Natura almeno). A prescindere dalle proprie scelte individuali, a una donna viene costantemente ricordato che ella è sempre “generatrice in potenza” di nuova vita, anche quando tale generazione non diviene “atto”.

Determinismo biologico mischiato con complottismo alla Marija Gimbutas e sessismo misandrico alla “go girl!”.

In primis, l’idea del ciclo come fenomeno connesso alla Natura, che fa ricordare alla donna che è generatrice in potenza… è un po’ una ca.ata pazzesca! Uuuh che poesia! Che cacchiata, direi!
Spesso per dimostrare questo “collegamento con la Natura” alcuni hanno avanzato il mito per cui il ciclo sarebbe connesso con le fasi lunari.
In merito, cito uno studio del 2013, che ha seguito 74 donne monitorando 980 cicli mestruali avvenuti nel corso di un anno:

“A dispetto delle credenze tradizionali e contrariamente a quanto alcuni ricercatori hanno sostenuto con il lavoro di ricerca a breve termine, in questo studio a lungo termine non abbiamo riscontrato alcuna sincronia delle fasi lunari con il ciclo mestruale.”
[Ilias I, Spanoudi F, Koukkou E, Adamopoulos DA, Nikopoulou SC. Do lunar phases influence menstruation? A year-long retrospective study. Endocr Regul. 2013 Jul;47(3):121-2.]

aH mA lA NaTuRaAahH?!?11

Io penso che una donna (o un uomo trans) che ha il ciclo non pensi “oh potenza generatrice costantemente rinnovata dallo scorrere del sangue vitale!!!!!111!” ma semplicemente “oh oggi ho il ciclo”. Poi potrei sbagliarmi, ma forse no.

 

Per non parlare dell’esperienza (bella e terribile insieme) della gravidanza: dal punto di vista dell’individuo è una perdita su ogni fronte – interruzione del lavoro, alterazione del ciclo del sonno, sbalzi ormonali, cambiamenti fisici a volte permanenti, problemi rilevanti di salute – mentre per l’economia della specie è un guadagno assoluto. Questa doppia soggettività è ovviamente presente anche nell’uomo, tuttavia è meglio celata, ed è logico che fin dall’antichità gli uomini abbiano voluto impadronirsi come potevano del potere più grande esistente sulla Terra: il potere di generare. Chiunque abbia il potere di vita e di morte sul prossimo ha il potere del Re. In un orizzonte patriarcale, se la generazione è un potere, allora sarà l’unico potere che verrà consentito a chi può esercitarlo, mentre tutti gli altri verranno trasferiti su chi quel potere non ce l’ha.

Doppia contraddizione: se le donne avevano il “potere di un Re”, come hanno fatto gli uomini a prendere questo enorme potere? Con un’avventura in stile arcade?

O forse ha più senso pensare che, essendo uomini e donne intimamente legati (si parla infatti di persone che sono tra loro vicine per parentela, padri e madri, fratelli e sorelle, mogli e mariti, ecc.), magari cercassero di fare il bene comune per sopravvivere in un ambiente pericoloso privo di tutte le comodità del giorno d’oggi?

E che magari quello che all’epoca era il “bene superiore” e accettato in virtù della sopravvivenza adesso è solo un peso che ci portiamo dietro, e che resta a noi nella figura dei ruoli di genere?

Perché questa è un’ipotesi molto più probabile.

Piuttosto che fantomatici avventurieri uomini che cercavano di rubare il potere delle donne dopo aver affrontato vari livelli di un gioco di ruolo ambientato tra le amazzoni, ha più senso un altro sistema.

Questa è infatti la nostra visione:
“[…] in epoca preistorica la riproduzione sessuale serviva per far crescere la popolazione e quindi aumentare le capacità produttiva e difensiva del gruppo. Questo richiedeva un gran numero di nascite, vista l’alta mortalità infantile, ma solo metà popolazione era in grado di partorire. Questa importanza data alla riproduzione ha spinto le donne a specializzarsi nell’ambito domestico e gli uomini ad assumere il ruolo di protettori e fornitori di risorse, in modo da sopperire alla mancanza di contributi delle donne in gravidanza.
L’aspettativa imposta agli uomini era quindi quella di provvedere ad altri (compagna, figli e villaggio) oltre che a sè stessi. Quest’aspettativa è chiamata hyperagency.
Vi era invece un’assenza di aspettative per le donne. Quest’assenza è detta hypoagency.
Data questa assenza di aspettative, le ragazze diventavano donne semplicemente crescendo: divenivano fertili con il menarca, con il primo ciclo, in maniera automatica.
I maschi invece dovevano dimostrare di riuscire a provvedere ad altri: i bambini quindi non diventavano automaticamente uomini.
La femminilità è dunque innata, mentre la mascolinità è da conquistare. Proprio per questa innatezza, per questa hypoagency, la donna assume un ruolo passivo, di agita, mentre per l’aspettativa di hyperagency l’uomo assume quello di attivo, di agente.
Essendo l’utilità sociale delle donne indipendente dalle proprie azioni, le donne sono viste come innatamente preziose.
Gli uomini al contrario acquistano utilità sociale a seconda delle proprie azioni: vengono dunque visti come sacrificabili.
Questo crea una situazione in cui i maschi sono visti come iperagenti innatamente sacrificabili che guadagnano valore vivendo la loro vita aderendo all’ideale di maschilità. Le femmine, invece, sono viste come ipoagenti di valore innato che, come i bambini, sono il futuro e quindi implicitamente preziose per la società, ma sono anche meno competenti e meno in grado di affrontare le sfide della vita.
Si viene dunque a creare una “dicotomia di base” delle oppressioni: sacrificabilità (uomini) – infantilizzazione (donne).”.

Non ha forse un po’ più senso?

 

Le donne erano già discriminate nella Grecia classica, la culla della “democrazia per eccellenza” (nonostante le grandissime imperfezioni). Nell’òikos ateniese la donna figliava e vegliava sulla prole, e come ricorda Aristotele – pensatore fondamentale anche per gran parte del Medioevo – la donna era ritenuta parzialmente menomata, materia sterile e funzionale al seme maschile, che supplisce all’inferiorità naturale femminile. Le donne erano anche estromesse dalla vita pubblica e dalle dinamiche sociali come dalle relazioni amorose (in Grecia l’amore era nobile tra due uomini, mentre tra un uomo e una donna era funzionale alla procreazione). Il mondo latino non è più indulgente a tal proposito: “Casta fuit, lanam fecit, domum servavit”, questa la famosa epigrafe funeraria del II secolo a.C che elogia una donna romana, del cui marito si raccontano gesta eroiche e grandi virtù morali.

Le donne badavano alla casa, sì.
Ma gli uomini erano obbligati a mantenerle, quindi perché mai questa sarebbe un’oppressione unidirezionale?

Gli uomini prendevano le decisioni politiche, le donne no.
Ma gli uomini erano anche gli unici che per quello Stato andavano a morire, quindi le donne non morivano per lo Stato ma non decidevano per esso mentre gli uomini morivano per lo Stato ma decidevano per esso.

Per quanto riguarda la misoginia di Aristotele, essa è semplicemente un’interpretazione dei fatti. I ruoli che i misogini sostengono, anche se differiscono nell’interpretazione di quei ruoli, sono sempre gli stessi. E quei ruoli, abbiamo visto, danneggiano uomini e donne allo stesso modo (Bisessismo).
Un misogino non ti dirà mai che vuole togliere la leva obbligatoria – per fare un esempio – e non ti parlerà di sacrificabilità maschile come un affronto ai maschi. Al contrario, valorizzerà quegli stessi ruoli che sono dannosi verso gli uomini, semplicemente li reinterpreterà come cose positive. Questo significa dunque che quei ruoli sono davvero positivi verso gli uomini e sono stati creati a loro vantaggio? Assolutamente no, semplicemente i misogini tradizionalisti se li fanno andar bene con una loro interpretazione della realtà.
Per capire meglio quello che voglio dire, fornirò ora un’interpretazione “alternativa” e misandrica degli stessi ruoli di genere:
Moderata Fonte, pseudonimo di Modesta Pozzo de’ Zorzi (Venezia, 1555 – 1592), scrisse, nel suo libro “Il merito delle donne ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli uomini”:
“si vede chiaramente che ’l loro proprio [dovere, degli uomini, N.d.T.] è di andarsi a faticar fuor di casa e travagliarsi per acquistarci le facoltà, come fanno a punto i fattori o castaldi, acciò noi [le donne, N.d.T.] stiamo in casa a godere e commandare come patrone; e perciò sono nati più robusti e più forti di noi, acciò possino sopportar le fatiche in nostro servizio“.

Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne hanno imposto loro i ruoli di genere agli uomini? Chi, partendo da questa citazione, direbbe mai che le donne erano le uniche a beneficiare dei ruoli e gli uomini erano gli unici oppressi? Nessuno spero.
Perché questa, lo riconosciamo tutti, è un’interpretazione arbitraria della persona che l’ha espressa. Questa non ci rivela nulla sul motivo per cui esistono i ruoli, ci rivela solo i ragionamenti complessi che le persone facevano per accettarli, visto che non avevano la forza per rigettarli né l’ambiente in cui vivevano aveva mai permesso loro di riflettere sul fatto che potevano, effettivamente, rigettarli.

Quindi, perché la cosa non dovrebbe valere anche al contrario?
Perché mai una donna che interpretava i ruoli in maniera positiva verso le donne manifestava un meccanismo di difesa per andare avanti, per fingere che la situazione non fosse così grave, per dare una giustificazione razionale a una situazione che non poteva cambiare anche se la metteva in svantaggio, mentre un uomo che interpretava i ruoli in maniera positiva verso gli uomini è la prova che i ruoli li hanno imposti gli uomini e che erano privilegiati?

Quando i misogini giustificavano lo status quo, i ruoli di genere, dicendo che gli uomini sono superiori, quando la società definiva gli uomini “capofamiglia”, “autorità”, ecc. li prendeva semplicemente in giro.
Con la scusa dell’autorità vengono addossate discriminazioni.
Esattamente come il mito dell’“angelo del focolare” motivava le donne ad aderire al proprio ruolo di genere prestabilito, lo stesso avveniva nei confronti degli uomini denominandoli “capofamiglia”: in entrambi i casi si trattava solo di una strategia per incastrare le persone all’interno delle gabbie convenzionalmente stabilite dalla società.
Esattamente come una donna che dica che le donne sono superiori rispetto agli uomini in quanto patrone della casa, come afferma Moderata Fonte, si sta solo prendendo in giro da sola nel considerare le proprie gabbie come qualcosa di valore, allo stesso modo anche gli uomini che affermano di essere superiori alle donne avallando i propri ruoli si stanno prendendo in giro da soli. Le loro affermazioni, dunque, non dovrebbero essere considerate più di un semplice meccanismo di difesa attivato per accettare dei ruoli da cui non possono sfuggire.

Come dice Warren Farrell: “La più grande barriera che impedisce agli uomini di guardare dentro di sé è costituita da quell’aver insegnato loro a definire potere ciò che qualsiasi altro gruppo definirebbe impotenza. Non parliamo di sessismo per «l’uccisione di uomini»; parliamo piuttosto di «gloria». Non parliamo di olocausto nel caso di un milione di uomini ammazzati o mutilati nel corso di una sola battaglia durante la prima guerra mondiale (la battaglia della Somme[2]); parliamo di «servire la patria». Non definiamo «assassini» coloro che scelgono soltanto gli uomini perché vadano a morire. Sono «elettori».”

Ripeto ancora: sono prese in giro, sono raggiri, sono inganni, sono illusioni della società e autoillusioni per spingere gli uomini ad eseguire i propri doveri. Sono tutto questo, non sono prove di una sottomissione della donna né tantomeno di una dominazione maschile.

 

Ipazia, intellettuale scomoda, grande filosofa e matematica, fatta lapidare e bruciare su ordine di un uomo che oggi è a pieno titolo Santo e Dottore della Chiesa cristiana: Cirillo d’Alessandria, lodato pubblicamente da Papa Ratzinger nel 2007 come “uomo energico”.

Ipazia, caro mio, era una filosofa neoplatonica. E il neoplatonismo, leggasi Giamblico, Proclo, Plotino, Porfirio, ecc. è (stato) una vera e propria religione.
Il neoplatonismo è stato infatti l’egida sotto cui Giuliano Imperatore ha cercato di riformare il paganesimo precristiano e unirlo contro il cristianesimo.
Parliamo quindi di una persecuzione più religiosa che di genere.

 

Il resto dell’articolo è una serie di name dropping a profusione: si citano tutte le ondate del femminismo, citando a caso autori, libri… che però partono tutti dallo stesso presupposto! Ed essendo il presupposto stato smontato pezzo per pezzo fino a qui, direi di potermi fermare.
Infatti nonostante l’autore dica:

“Ora, a coloro che spesso mi dicono che il femminismo è violento, intollerante, inutile e parziale, vorrei chiedere: a quale femminismo fate riferimento? Quali sono i testi, quali i manifesti e quali i pensatori che vi disturbano? Vi riferite alla prima ondata, alla seconda, alla terza? Al femminismo queer o a quello nero? Perché la critica legittima è solo quella che si salda su una profonda conoscenza dell’argomento di cui si sta discutendo, il resto è fuffa.”

anche lui stesso si rende conto (e il suo stesso post è evidenza di ciò, altrimenti non lo avrebbe scritto!) che tutti questi diversi femminismi si basano sull’idea di patriarcato, perciò diversificare su questo punto è inutile.

L’intero articolo quindi, in ultima analisi, si basa sul presupposto che, poiché le donne stavano male, gli uomini stavano bene, e che affermare che anche gli uomini stavano male equivalga al dire che le donne stavano bene.
Eppure siamo stati molto molto molto chiari in merito: la discriminazione contro gli uomini che avveniva nel passato non nega l’esistenza di una discriminazione contro le donne nello stesso periodo.