Il populismo è maschio? No! Risposta a The Vision su genere e guerra

antisessismo risponde vision

Rispondiamo in questa sede a un post di The Vision, “Gli uomini deboli hanno bisogno di leader forti”, ad opera di Samuele Cafasso, che sembra partire dall’idea che la responsabilità per l’estremismo di destra e addirittura per le guerre sia attribuibile esclusivamente agli uomini.
Come al solito nelle nostre risposte, citeremo prima alcune parti dell’articolo dell’autore, a cui seguirà un nostro commento. Iniziamo!

“Il populismo è maschio”, afferma l’autore. “Stiamo sostituendo [il soffitto di vetro] con mattoni di una virilità stereotipata ed esibita fino al ridicolo: ruspe, missili nucleari, soldati ai confini. […] Facciamo scontrare i nostri giocattoli l’uno contro l’altro, perché il conflitto è ciò che ci caratterizza in quanto veri uomini.”

Qui c’è un errore evidente: la guerra è vista come una fissazione intrinsecamente maschile, ma in realtà è uno strumento politico esercitato da chi è al potere, indipendentemente dal genere. Se quando pensiamo a politici guerrafondai ci vengono in mente quasi solo uomini, è solo perché storicamente sono stati quasi sempre di sesso maschile i re o i politici con l’autorità di dichiarare guerra. Per inciso, sostenere che per questo gli uomini abbiano avuto più potere significherebbe commettere la fallacia dell’apice*, poiché i potenti costituiscono solo una risibile percentuale della popolazione, in qualunque periodo storico.
Ma soprattutto, sostenere che le donne siano meno guerrafondaie solo perché solitamente non hanno occupato posizioni di autorità militare è ugualmente fallace, oltre che dimostrato falso da uno studio sulle guerre dichiarate dalle regine regnanti tra la fine del quindicesimo e gli inizi del ventesimo secolo.
E’ stato infatti notato che, in questo intervallo di tempo (in cui le donne avevano più possibilità di acquisire il ruolo di monarca se il precedente non aveva un figlio maschio o se aveva una sorella che poteva seguirgli come succeditrice), le regine avevano il 27% di possibilità in più di dichiarare guerra rispetto ai re [1].

* La Fallacia dell’Apice o Apex Fallacy consiste nel presupporre che le proprietà dei membri più visibili di un gruppo siano condivise da tutti i membri del gruppo. Ad esempio, Usain Bolt è velocissimo, ma ciò non vuol dire che tutti i giamaicani lo siano. Allo stesso modo, se in una data società in un dato momento storico l’autorità politica è detenuta da uomini, non è automatico che tutti gli uomini abbiano autorità politica. Così come non è automatico che chi è in quella posizione favorisca scientemente gli individui del proprio sesso biologico, basti pensare ad esempio alla Regina Elisabetta I e alla Regina Vittoria. Ah, giusto: in quei casi è maschilismo interiorizzato. E perché a parti invertite non è misandria interiorizzata?

 

“L’Italia fascista è stata il modello di un potere che ha provato a ricacciare le donne dentro casa, dopo che queste avevano retto il Paese lavorando negli uffici e nelle fabbriche durante la Prima guerra mondiale, mentre i mariti erano al fronte.”

Intanto in guerra ci erano andati solo gli uomini, quindi come al solito la situazione più pericolosa se l’erano beccata loro, come testimonia il numero dei caduti e dei mutilati. Mentre erano al fronte, qualcuno doveva pur sostituirli nelle loro mansioni; una volta terminata la situazione di emergenza, chiaramente la società tradizionalista è tornata in gran parte al suo assetto originario, che opprimeva entrambi i sessi.
Non erano quindi solo le donne ad essere “ricacciate” in casa, ma anche gli uomini ad essere “ricacciati” nel loro ruolo di lavoratori e mantenitori.

 

“[…] il culto del corpo maschile e la riduzione della donna ad angelo del focolare.”

Ehm, il culto del corpo maschile a cosa serviva, di grazia? A proteggere. L’uomo doveva essere alto, forte e muscoloso, o alternativamente un bravo ed eroico soldato, per proteggere la sua donna o la Patria (che è solo un altro modo di dire “donne e bambini”, dato che erano coloro che rimanevano a casa). Quindi questa glorificazione, come anche l’aspirazione ad un’astratta gloria post-mortem in generale, non era altro che un modo per convincere gli uomini ad adempiere al proprio ruolo. L’appellativo di “eroe” è l’esatto omologo di “angelo del focolare”, per cui non si capisce perché nel caso degli uomini sarebbe una grande “esaltazione”, mentre per le donne una “riduzione”.

 

“Sono stati tutti strumenti del modello ideologico al testosterone di un regime che ha provato, e in parte è riuscito, a frenare l’emancipazione femminile che tanto spaventava i reduci, tornati in un Paese che spesso dava segno di non avere più bisogno di loro.”

Quello dei reduci a cui venivano chiuse le porte in faccia e non riuscivano a ricostruirsi una vita dopo tutto quello che avevano dovuto passare mi sembra un dramma degno di rispetto e di empatia, e non di toni canzonatori grondanti di guerrasessismo.
Voi non sareste spaventati se, al ritorno da una guerra, scopriste di non avere più posto nella società? Farne una mera questione di genere è pretestuoso.

 

“[…] la verità è che la retorica dell’uomo forte che piace alle donne è una palla che si raccontano solo i maschi tra di loro.”

Una palla, eh? Peccato che alcuni studi dicano il contrario. Uno realizzato dall’Università di Southampton ha presentato a 92 donne diversi modelli di uomo, dagli sportivi agli affaristi, e il più apprezzato è risultato proprio l’eroe di guerra. Anche uno studio successivo realizzato in Olanda dagli stessi ricercatori, stavolta su 159 donne, ha prodotto risultati simili. Addirittura l’eroismo sul campo di battaglia è risultato più apprezzato che quello in zone di disastri naturali. [2]
Tutto questo, quando parliamo delle chance di sopravvivenza nel passato, ha molto senso. Un uomo pronto a sacrificarsi in battaglia significava più protezione, e in un mondo ostile quale era quello antico o preistorico non era un vantaggio da poco, considerando anche la ridotta mobilità femminile dovuta alle frequenti gravidanze.

 

Andiamo avanti. L’autore afferma che il populismo di destra sarebbe “una guerra ingaggiata da maschi” poiché il gradimento maschile per Trump è superiore a quello femminile, salvo poi contraddirsi subito affermando che “in Italia non ci sono segnali, secondo le indagini di Ipsos, di differenze significative nel voto tra i sessi”. Capito? Quindi il ragionamento “Trump è più apprezzato dagli uomini quindi gli uomini votano più a destra” viene immediatamente a cadere per stessa ammissione dell’autore del pezzo, cosa che però non gli ha impedito di portare avanti la sua argomentazione come se nulla fosse.

E non è solo il caso dell’Italia a dimostrare che non c’è nessun legame di causa-effetto né alcuna tendenza in questo senso, ma anche le analisi sul voto femminile nella Germania degli anni ’20 e ’30, le quali hanno appurato il ruolo dell’elettorato femminile nell’ascesa del Partito Nazista fu tanto importante quanto quello maschile. [3]

 

“[…] maschi che si sentono franare il terreno sotto i piedi, e se la prendono con tutti: lo straniero, “il diverso” e le donne.”

Ma se Salvini e i suoi seguaci ripetono ogni due per tre che dai barconi vanno salvati “donne e bambini”, parlando invece in tono spregiativo dei “ragazzoni muscolosi”, cioè gli uomini, ritenuti evidentemente indegni di aiuto…

donne e bambini salvini

Ma è inutile, l’autore ha già deciso che il tradizionalismo sia una cosa creata dai “maschi” e che opprima solo le donne, in barba ad ogni evidenza che mostri il contrario.

 

Più avanti nell’articolo si sostiene poi che i maschi rosichino perché la loro disoccupazione sta aumentando mentre quella femminile sta diminuendo:

Ma i dati ci dicono che dall’inizio della crisi a oggi l’occupazione maschile è passata dal 70,4% al 68%, mentre quella femminile è cresciuta dal 47,3% al 49,7%. La frustrazione dei disoccupati è tra i migliori carburanti per il populismo e quest’Italia di senza lavoro è un’Italia di giovani uomini che, nel segreto delle loro stanze, si chiedono se avranno anche loro, un giorno, una Isoardi che gli stiri le camicie mentre guardano la partita in tv.

Non è un modo parecchio puerile di approcciare la tematica? Anche qui vale infatti il discorso di prima: è perfettamente normale che la perdita del lavoro provochi disagio sociale e rabbia. Che questa rabbia però sia indirizzata verso le donne è un’idea che sta solo nella testa dell’autore, che io ormai immagino intento a fare del puro tifo da stadio.

Inoltre, a parti invertite parleremmo davvero così delle frustrazioni delle donne che perdono o non riescono a trovare lavoro, o mostreremmo tutti un’empatia maggiore? Eventuali comportamenti negativi legati a questa problematica messi in atto dalle donne (e ripetiamo, ancora non sono state portate prove valide e non-contraddittorie di un eventuale comportamento negativo a maggioranza maschile!) sarebbero condannati o si cercherebbe di affrontare il problema alla radice, intervenendo sull’occupazione anche in modo illegittimo, ad esempio attraverso quote rosa e incentivi all’assunzione per sole donne?

 

L’ultima della lunga serie di idee balzane che incontriamo è quella per cui i politici maschi punterebbero troppo spesso sulle dimostrazioni di potere e di coercizione per mostrare il loro valore, insomma un accenno alla famigerata “mascolinità tossica”.
Torna quindi la fallacia di cui abbiamo parlato all’inizio: le caratteristiche tipiche dei potenti, quando sono negative, vengono indebitamente estese agli uomini e considerate maschili. E nel fare ciò non ci si rende conto che se non abbiamo equivalenti femminili di Salvini, Trump, Putin o Kim Jong-un è solo perché ci sono pochissime donne tra i leader dei vari Paesi.

In generale questo articolo mi è parso imbevuto di disprezzo per gli uomini: la derisione e lo svilimento che traspaiono tra le righe non risparmiano nessuno, dai reduci di guerra agli uomini che perdono il lavoro, liquidando sbrigativamente tanti problemi che meriterebbero di essere affrontati in modo serio e imparziale pur di inquadrarli forzatamente nell’ottica di un conflitto tra i sessi del quale sono già stati decisi i buoni e i cattivi.

 

Note:

[1] Oeindrila Dube, S.P. Harish. Queens. National Bureau of Economic Research, April 2017, Working Paper No. w23337.

http://nymag.com/scienceofus/2016/01/european-queens-waged-more-wars-than-kings.html

[2] Hannes Rusch, Joost M. Leunissen, Mark van Vugt. Historical and experimental evidence of sexual selection for war heroism. Evolution and Human Behavior 2015, 36(5): 367-373.

https://www.southampton.ac.uk/news/2015/03/sexual-appeal-of-war-heroes.page

[3] Helen L. Boak. “Our Last Hope”; Women’s Votes for Hitler: A Reappraisal. German Studies Review, Vol. 12, No. 2 (May, 1989), pp. 289-310.

https://www.jstor.org/stable/1430096?seq=1#page_scan_tab_contents

 

[H.]

 

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