Archivi del mese: febbraio 2019

L’appello all’autorità: perché l’ipse dixit non può sostituire il pensiero critico

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Abbiamo scritto fior di articoli, noi di Antisessismo. Abbiamo passato centinaia se non migliaia di ore ad informarci, raccogliere dati e fonti, fare brainstorming, sviluppare idee e tradurle in parole che evitassero ogni possibile fraintendimento, muovendoci su un campo che chiamare minato è dire poco. Ci siamo preoccupati di rispondere a tutte le obiezioni, spesso prevedendole in anticipo e tirandocele addosso da soli come test di validità per ciò che scrivevamo.
Ma state certi che se un domani qualche autorità di rango superiore a quelle attuali se ne uscisse nuovamente con una qualsiasi delle menate misandriche che abbiamo debunkerato grazie alla logica, tantissime persone direbbero “ok Antisessismo, però uno col PhD in gender studies / il sociologo / l’antropologo / l’ONU / il Padreterno ha detto X, chi sono io per dire che non è vero?”. Poco importa che spesso la presunta autorità in materia non fornisca nemmeno un’argomentazione, o fornisca argomentazioni stupide alle quali avevamo già risposto, o ancora dati calcolati male: persino una frase figlia di infiltrazione ideologica, magari buttata lì da un social media manager che manco si è consultato con gli altri, assurge automaticamente a verità incontestabile e spazza via tutto ciò che c’è dall’altra parte, ivi inclusi i nostri articoli basati su fatti e logica rigorosa. Cose, queste ultime, che dovrebbero essere invece le uniche ad importare davvero.

Prima di credere a qualcuno solo in quanto famoso e autorevole dovremmo infatti, e qui citiamo da un altro nostro articolo, “domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto”.

“Però aspettate un attimo, noi non possiamo fare i tuttologi, le nostre giornate durano 24 ore e non 100, per forza di cose in àmbiti che non sono di nostra specializzazione dobbiamo affidarci alle autorità del settore…”

Allora vi veniamo incontro con un ragionamento più specifico. Piuttosto che non affidarsi a nessuna autorità in nessun campo, facciamo che bisogna almeno valutare, soprattutto nelle scienze soft, l’affidabilità delle autorità di settore e l’assenza di influenze ideologiche. Gli eventuali errori infatti non risiedono sempre nella verità epistemologica degli argomenti, ma altrettanto spesso nella loro validità logica. In altre parole, anche senza approfondite conoscenze settoriali è possibile individuare, semplicemente ragionando, degli errori nel modo in cui le conclusioni vengono fatte seguire dalle premesse. Non bisogna quindi farsi intimorire dalla retorica accademica, dal linguaggio tecnico e quanto altro: una fallacia logica rimane tale a prescindere dal livello di specializzazione di chi la commette. D’altronde, non sono rari i casi di “esperti” privi di qualsivoglia senso critico e che sono diventati tali attraverso il semplice apprendimento nozionistico di pensieri altrui.

Non è quindi necessario saperne di antropologia per accorgersi, ad esempio, di quanto sia ridicola una teoria secondo la quale gli uomini si sarebbero svegliati storti una mattina di decine di migliaia di anni fa e avrebbero deciso di prendere e sottomettere il restante 50% della popolazione, tra cui le loro madri, sorelle e figlie, anziché collaborare con loro per la sopravvivenza in tempi dove essa già di suo era molto difficile. Semplicemente non ha alcun senso, non è funzionale, e probabilmente la specie umana non sarebbe arrivata fino ad oggi se le cose fossero andate davvero così. Non serve essere dei geni per orientarsi verso una spiegazione storica delle relazioni tra i sessi basata sulla cooperazione tra uomini e donne, invece che su ipotetici conflitti. A maggior ragione se ogni singolo elemento che la Teoria del Patriarcato spiega fallacemente come oppressione si spiega, e meglio, come collaborazione.

Ora, capiamo il vostro smarrimento: normalmente ci troviamo abbastanza bene con la nostra euristica di affidarci ciecamente alla linea che risulta maggioritaria tra gli esperti, poiché normalmente o ci azzeccano o comunque fanno uno dei migliori tentativi possibili di comprensione della realtà sulla base delle informazioni (talvolta incomplete) in loro possesso. Anche quando una di queste posizioni si rivela poi sbagliata, chi si era affidato ad essa può dire di essersi basato semplicemente su quello che si sapeva all’epoca.

Ma cosa accade se a dominare in un determinato settore non è una visione del mondo “plausibile” ma una vera e propria teoria del complotto che, quando esaminata razionalmente, fa acqua da tutte le parti? Sì, parliamo ancora della Teoria del Patriarcato, credenza invisibile e che tutto pervade, e che come tale nessuno sente il bisogno di dover giustificare. Essa si è imposta non attraverso un processo dialettico, ma proponendosi direttamente come unico frame interpretativo possibile.

Risulta davvero difficile individuare altre aree dove succeda qualcosa di paragonabile. Le questioni di genere sono un àmbito sui generis, avvelenato da infiltrazioni ideologiche, egemonie cognitive [vedi nota] e interessi particolaristici, spesso anche economici.

Il fatto che in tutti questi anni quasi nessuno studioso abbia mai provato a confutare la suddetta teoria egemone è motivo sufficiente per affermare che costoro hanno fallito nell’emanciparsi da un presupposto fallace, poiché in mezzo a tante seghe mentali non sono mai riusciti a farsi due domande e identificarlo come tale. O non hanno mai voluto, visto che di voci controcorrente ce ne sono state, ma non è mai stata concessa loro la visibilità necessaria per avviare un dibattito nella società. Si è preferito invece continuare a far partire le proprie analisi da un dogma indimostrato e indimostrabile. Chi agisce così non merita la nostra fiducia, e non merita di essere considerato autorevole.

Il problema sta nel fatto che si è abituati ad àmbiti dove gli influssi ideologici sono minori, o almeno riconoscibili come tali, e così si finisce per applicare anche alle questioni di genere uno schema che qui non può assolutamente funzionare. Qui le shortcut di autorità sono più fuorvianti che altrove, per cui tutti i passaggi logici vanno fatti in prima persona, e non delegati ad altri. Altrimenti non ci mettono nulla a dire la qualunque per rendervi inoffensivi.

Quando la gente che ragiona per appelli all’autorità incontra autorità ideologizzate, l’antisessista è un uomo morto. Fate un regalo a voi stessi e al mondo: pensate quanto più possibile con la vostra testa e diffidate dagli ipse dixit.

[H.]


Nota: Il concetto di egemonia cognitiva è stato descritto nei seguenti termini dal sociologo Lorenzo De Cani, in un suo articolo del 2014:

“Se in una società prevale un particolare modo di interpretare la realtà, possiamo affermare di essere in presenza di una forma di pensiero unico che si esercita grazie ad un’egemonia cognitiva: non vi è infatti un controllo diretto dei comportamenti delle persone, bensì una direzione delle conoscenze e, attraverso queste, delle coscienze. Caratteristica distintiva dell’egemonia cognitiva è di esulare dalla consapevolezza, in quanto è essa stessa a costruire il quadro entro cui si produce la consapevolezza della realtà sociale. In questo senso si distingue dall’ideologia per differenze sottili ma determinanti: infatti, se l’ideologia cerca di imporsi come unica forma di pensiero accettabile, l’egemonia cognitiva mira a porsi inavvertitamente come unica forma di pensiero possibile; se la prima si manifesta apertamente in ogni ambito che riesce a raggiungere, la seconda pervade silenziosamente lo spazio sociale: la sua invisibilità è condizione per la sua efficacia.”

De Cani applica questo suo discorso al neoliberismo in economia, ma ciò che notiamo noi è che di un fenomeno definito in tal modo, la Teoria del Patriarcato ne rappresenta la quintessenza.

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Bisessismo oggi o bisessismo ieri? Ecco perché siamo diretti verso un ginocentrismo

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Chiudete gli occhi e immaginate di vivere in un mondo in cui la leva maschile è stata abolita per sempre, gli uomini possono rinunciare agli oneri della paternità dopo il concepimento, i centri antiviolenza accolgono tranquillamente le vittime maschili, il sessismo giuridico è stato eradicato, il mantenimento all’ex moglie non è più un vitalizio e il padre vede i figli tanto quanto la madre dopo una separazione.

Bellissimo, nevvero? Ora immaginate che in questo stesso mondo le donne non possano votare, l’aborto sia illegale, i centri antiviolenza non accolgano le vittime femminili, le testimonianze femminili di eventi terzi valgano meno di quelle maschili in tribunale, e le donne non possano lavorare né studiare. Cioè che le questioni maschili siano state risolte tutte* mentre le loro omologhe femminili no. Non vi farebbe schifo un mondo del genere? Quanti nanosecondi ci mettereste per affermare, senza timore o esitazione, che questo ipotetico mondo privilegia gli uomini?

Ebbene, se non si fosse già capito dove andiamo a parare, vi diamo una notizia sconvolgente: il mondo in questione è proprio il nostro, ma a sessi invertiti.

Viviamo infatti in una società dove la leva non è stata abolita, ma le donne votano; dove gli uomini non possono rinunciare agli obblighi economici della paternità, ma le donne possono abortire; dove le vittime maschili sono escluse da quasi tutti i centri antiviolenza (in Italia, ad esempio, un CAV che decida di accogliere anche uomini si condanna ad essere escluso dai beneficiari dei fondi pubblici); dove il sistema giuridico ha accettato al suo interno le donne, ma continua a punire gli uomini più severamente; dove le donne possono studiare e lavorare ma gli uomini dopo il divorzio finiscono troppo spesso per doverle comunque mantenere, per poi non riuscire neanche a vedere regolarmente i propri figli.

E sia chiaro che questi paragoni diretti tra una questione maschile e una femminile non sono casuali, ma dovuti al fatto che storicamente l’una era l’equivalente dell’altra all’interno del sistema tradizionalista (o bisessista, che dir si voglia).

Sappiamo bene che oggi l’interazione sociale, specialmente lontano dalle grandi città, ha ancora un carattere pienamente bisessista: ad ogni stereotipo o discriminazione contro gli uomini ne corrisponde una contro le donne e viceversa. Tuttavia, a livello istituzionale troviamo un chiaro sbilanciamento a svantaggio degli uomini, come testimoniano tutte le problematiche irrisolte che abbiamo citato. E se è vero che è bruttissimo subire delle pressioni dalle persone che si hanno intorno in termini di conformità al proprio ruolo di genere, va comunque riconosciuto che vedersele imposte dal governo tramite leggi è ancora peggio. In altre parole: una cosa è avere sulla carta tutti i diritti ma continuare, in certi contesti, ad essere fortemente limitato dall’ignoranza delle persone che ti circondano; un’altra cosa è non avere questi diritti neanche sulla carta e quindi non poterne usufruire in nessun contesto (fosse anche quello più progressista).

Anche a livello psicologico, poi, c’è una bella differenza in termini di coscienza di genere. Una donna a cui vengono (socialmente) negati dei diritti sa che quelli sono effettivamente suoi diritti, che le spettano; invece i diritti maschili non esistono ancora su carta, pertanto l’uomo a cui vengono negati non sa neanche che gli spettano e continua a soffrire in silenzio senza poter alzare la testa e rivendicarli.

Come si è arrivati a questo punto? Come si è passati da un sistema in cui istituzionalmente tutti erano privi di diritti in egual misura a uno in cui i diritti femminili sono stati conquistati ma quelli maschili no? Attraverso il femminismo, che ha interpretato erroneamente il Bisessismo come Patriarcato (cioè come sistema che avvantaggiava gli uomini) e ha lottato solo per le donne nella convinzione che gli uomini avessero già tutti i diritti.

Come mai il femminismo abbia frainteso in modo così clamoroso il sistema tradizionalista, senza che nessuno fondamentalmente si accorgesse del fraintendimento, è una questione complessa. Per far luce su di essa, bisogna prima ragionare su un’altra domanda: perché il femminismo ha aspettato il 1848 (Convenzione di Seneca Falls) per nascere? Dopotutto, il sistema di genere era quello non da secoli, ma da millenni. Perché allora solo nel ‘700 appaiono i primi scritti protofemministi, fino all’effettiva nascita del movimento nell’800?

L’ipotesi più plausibile è che abbiano influito diversi fattori, tra cui:

  • il lento passaggio, in quei secoli e in quelli immediatamente precedenti, da un’economia di sussistenza quale era quella feudale a un primo abbozzo di capitalismo, basato invece sull’accumulo di risorse;
  • il progressivo dominio dell’essere umano sulla natura, che in quei secoli diventava man mano meno selvaggia e più domabile;
  • la rivoluzione industriale;
  • gli ideali illuministici e in particolare l’idea di libertà come diritto fondamentale ed inalienabile, al centro della Rivoluzione Americana prima e di quella Francese poi.

Senza entrare nel merito di quali di queste siano le cause e quali di queste le conseguenze, ciò che traspare è che a partire dai secoli precedenti – e poi soprattutto tra ‘800 e ‘900 – la società occidentale ha progressivamente mutato esigenze e modi di vivere, allontanandosi da un modello in cui la sopravvivenza andava strappata alla natura con una lotta all’ultimo sangue e avvicinandosi invece alla società contemporanea, meno pericolosa e più agiata.

Ora, chi di voi ci ha letti attentamente saprà che il pericolo esterno era, nel sistema bisessista, il motivo per cui le donne accettavano la protezione e la limitazione della loro libertà (che erano due facce della stessa medaglia, ricordiamolo). Ma in un mondo dove i pericoli sembrano non esserci quasi più, la protezione comincia a perdere il suo lato positivo e ad assomigliare sempre più a un’oppressione. Se le donne di civiltà più antiche avevano ben presente, a livello inconscio perlomeno, che la limitazione della libertà fosse funzionale alla tutela, tra ‘800 e ‘900 era in aumento il numero di donne che invece in questo sistema non vedevano altro che una zavorra imposta loro con la scusa della protezione. Da qui il successo della Teoria del Patriarcato.

La necessità di compensare

È chiaro quindi che il nostro concentrarci su tematiche maschili trova la sua giustificazione in tutto il discorso precedente. Se c’è uno squilibrio, è giusto compensarlo. Certo, se parti da un presupposto sbagliato, come hanno fatto i femministi che volevano compensare inesistenti vantaggi maschili di stampo patriarcale, ottieni disparità piuttosto che parità. Ma a differenza di un fantasioso e indimostrabile Patriarcato, il femminismo e le sue lotte sono esistiti davvero, e hanno davvero prodotto disuguaglianze di genere. Quindi l’errore non è l’atto del compensare in sé e per sé, ma l’interpretazione errata che porta a voler compensare laddove non c’è nulla da compensare. Se il femminismo non fosse mai esistito e il tradizionalismo bisessista si fosse prolungato fino ad oggi, allora a quel punto la miglior cosa da fare sarebbe stata concentrarsi in egual misura sulle problematiche di ciascun sesso.

Tuttavia, il femminismo è esistito e ha cambiato gli equilibri, per cui noi oggi riteniamo più giusto che ci si concentri sulle questioni maschili. È proprio in questo ragionamento, pertanto, che il movimento MRA trova la sua ragion d’essere.

Questo significa che chi fa 50 e 50 è cattivo? Assolutamente no. Anche perché come dovremmo chiamare poi i tradizionalisti, che non si occupano né di diritti maschili né di quelli femminili, oppure i femministi, che fanno 100 per le donne e 0 per gli uomini? Semplicemente riteniamo che esista uno standard etico ancora più elevato del 50 e 50, e per questo lo promuoviamo.

Pur non concordando, rispettiamo chi, per qualunque motivo, non se la sente di agire per compensazione… a patto però che si rispetti anche noi e il nostro diritto ad esprimere, promuovere e difendere la nostra posizione.

[H.]


* Quella presentata non va intesa come lista esaustiva delle problematiche maschili.

Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?

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Troppo spesso la differenza di forza fisica viene tirata in ballo per giustificare la sacrificabilità maschile in vari contesti e situazioni. Così si finisce per affermare che, siccome l’uomo è più forte, allora spetta a lui proteggere la sua donna e mai viceversa, spettano a lui le guerre, spettano a lui i lavori rischiosi, spetta a lui l’eroismo e spetta a lui essere salvato per ultimo dalle navi che affondano. Parafrasando Warren Farrell, può la biologia maschile diventare anche il destino maschile, caricando l’uomo di onerosi doveri morali aggiuntivi che lui non ha scelto e ai quali non può sottrarsi?

Fosse per me, l’articolo potrebbe anche finire direttamente qui. A differenza dei vigili del fuoco, il cui dovere morale di correre rischi ed eventualmente sacrificarsi deriva da una loro scelta professionale, libera e consapevole, io non ho scelto di nascere uomo. Perciò non ho nessun dovere di rischiare la mia vita in certe situazioni, pure se fosse vero che le donne corrano un rischio maggiore (e più avanti vedremo perché non è così).

Tuttavia l’esperienza mi insegna che, se avessi l’ardire di puntare tutto su questa argomentazione, molti la liquiderebbero con una risposta del tipo “e invece io penso che il dovere etico sussista”; il dibattito diventerebbe così una sorta di “pantano filosofico” dove ognuno si appella alla propria etica soggettiva rivendicandone l’indipendenza dalla logica, e alla fine non si concluderebbe nulla.
Perciò in quest’articolo andremo molto più a fondo, offrendo solide argomentazioni per decostruire non tanto il “dover essere” che intercorre tra biologia e sacrificabilità, bensì il concetto di “vantaggio situazionale” che farebbe scattare quel dovere morale a partire dalla biologia.

Prima, però, bisogna fare una premessa: la differenza di forza fisica tra uomo e donna è meno ampia di quanto comunemente si creda, ed è presente solo in media, non per tutti gli individui. Esistono quindi uomini con una forza nella media, uomini più forti della media, e infine uomini la cui forza è solo marginalmente superiore, pari o anche inferiore a quella di una donna. Inoltre il divario, già di suo non così largo, diventa davvero minimo per quanto riguarda la forza nelle gambe [1], le quali tra l’altro sono più usate delle braccia per colpire determinati punti deboli che gli uomini hanno e le donne no.

Chiarito quindi che, in barba all’immaginario collettivo, gli uomini non sono rocciosi energumeni e le donne non sono principessine anemiche, passiamo al vero fulcro della nostra argomentazione: la forza fisica è sopravvalutata. Essa ha infatti un’importanza marginale in praticamente tutte le situazioni di pericolo che con questa scusa si vorrebbero appioppare al sesso maschile. Vedremo qui di seguito quali sono e spiegheremo, per ogni caso specifico, perché la scusa non regge.

 

Accompagnamento, aggressioni e (auto)difesa

Ancora oggi per molte coppie eterosessuali il gesto dell’accompagnare a casa è una cortesia unilaterale, che l’uomo fa alla donna, ma non viceversa. In parte questa mancanza di reciprocità è inconscia, dovuta ad un’interiorizzazione dei ruoli di genere. Nel momento in cui si fa notare la disparità, però, molti la giustificano affermando che l’uomo è più alto e forte, e perciò “tornerebbe più utile” in caso di aggressioni, stupri o rapine da parte di malintenzionati. Alcuni ipotizzano addirittura che la sola presenza di un accompagnatore di sesso maschile, per il suo essere percepito come una vittima più “ostica”, ridurrebbe il rischio che tali episodi si verifichino. Smentiamo subito quest’ultima affermazione: come hanno mostrato studi tedeschi [2], canadesi [3], e statunitensi [4], sono gli uomini coloro che subiscono più aggressioni per strada. Se da un lato è vero che anche i criminali stessi possono vedere erroneamente le donne come vittime più indifese e quindi più facili da attaccare, dall’altro lato è anche vero che la cavalleria non è mai morta. A quanto pare, quest’ultima esercita un’influenza molto più forte e di segno contrario.

L’idea che i delinquenti siano del tutto estranei al sistema di valori dell’ambiente sociale in cui sono nati e cresciuti, d’altronde, risulta davvero poco credibile: esistono ambienti culturali, come quello dei criminali appunto, dove la violenza è sdoganata e la vita altrui ha poco valore, ma sarebbe ingenuo e irrazionale credere che questi ambienti sfuggano alle logiche ancestrali della sacrificabilità maschile e dell’empathy gap [5], che tutte le società si sono portate dietro dalla preistoria fino ai giorni nostri.

Quindi non è vero che una donna che cammina da sola di notte rischi maggiormente di essere aggredita rispetto a un uomo. E, aggiungiamo, non è neanche vero che quest’ultimo corra meno pericoli nel caso in cui l’aggressione effettivamente si verifichi. Infatti basta riflettere un attimo per capire che la dinamica delle aggressioni è leggermente diversa da quella di una sfida a braccio di ferro, dove chi ha più muscoli necessariamente la spunta. Se un uomo non è allenato, se non è reattivo, se si blocca e va nel panico, o se gli vengono puntate contro armi proprie o improprie, le sue probabilità di uscire illeso da un’aggressione sono più o meno le stesse di quelle della donna media. Non conta tanto la forza fisica (tranne quando ci sono divari estremi), ma volerla e saperla usare.

Inoltre, anche il fatto che lei spesso abbia più paura di lui nel camminare da sola la notte non è un buon motivo per attuare una sistematica svalutazione della vita maschile. La maggior paura femminile in certe situazioni, come abbiamo avuto modo di vedere, non trova riscontro in un maggior rischio effettivo di essere aggredite, ma è frutto di un condizionamento culturale vecchio come il mondo.

Viceversa, la minor paura maschile riguarda il pericolo potenziale, ma non ci dice nulla su come si comporterebbe l’uomo se questo pericolo si materializzasse. Al pericolo potenziale, ovvero al concetto che “a girare tardi da solo potresti imbatterti in qualche malintenzionato” puoi anche abituarti. È un tipo di paura che man mano puoi anestetizzare fino a non sentire più. Ma al pericolo concreto molto difficilmente ci si abitua, perché essere aggredito, rapinato o stuprato in un vicolo buio potrebbe anche non accaderti mai in tutta la vita. Non per nulla la reazione di freezing, in casi del genere, risulta essere la norma [6].

E se pure in virtù di un suo ruolo socialmente costruito l’uomo di turno riuscisse a buttarsi nella mischia, egli rischierà di rimanerci secco molto di più di chi sta fermo o scappa. Hai voglia di piangere lacrime di coccodrillo dopo.

La pretesa che l’accompagnamento a casa sia unilaterale, dunque, e non reciproco, è fondata solo qualora l’accompagnatore abbia ricevuto qualche sorta di training militare ai limiti del fantascientifico, che gli consenta di evitare il freezing e di avere la meglio a mani nude su avversari spesso armati, senza correre particolari rischi per la propria incolumità.

Sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro come tale, non conferisce invece alcun superpotere.

Lo stesso discorso di cui sopra vale per gli uomini vittime di violenza domestica estupri. Anche queste sono infatti forme di aggressione, con la differenza che – sempre per la violenza domestica e spesso per gli stupri [7] – non sono estranei a metterle in atto, ma la partner. Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [8], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

 

Precedenza alle donne nelle emergenze

Un’altra area di interesse per la tematica di quest’articolo sono le navi e la famigerata procedura che ha portato a salvare “prima le donne e i bambini” in svariate situazioni di emergenza. Anche questa procedura viene talvolta giustificata, infatti, con la nozione che gli uomini in virtù della loro maggior massa muscolare (o della loro maggior altezza) possano rimanere più a lungo in acqua senza rischiare l’ipotermia. Tale ragionamento, però, è basato su pregiudizi non provati scientificamente. Se da un lato è vero che in media gli uomini sono più “grossi”, dall’altro lato è anche vero che le donne in media hanno più massa grassa [9]. Questi due fattori hanno eguale importanza nel fornire resistenza all’ipotermia [10], pertanto non risulta una differenza di genere in quest’ultima.

Adesso so già cosa starete pensando: “E allora perché esiste lo stereotipo che le donne sono tutte freddolose e dai piedi gelidi? Ce l’avrà pure un fondo di verità, no?”. Sì, il fondo di verità c’è. Nelle donne, le estremità (piedi e mani) tendono a perdere calore più velocemente [11], causando anche la percezione di un freddo più pungente. Però la percezione è una cosa, mentre l’ipotermia ne è un’altra. Quest’ultima è pericolosa quando sopraggiunge a livello degli organi interni e, secondo alcuni studi, questo avviene addirittura prima negli uomini che nelle donne [12].

Oltre al discorso ipotermia, non regge neanche l’ipotesi che in una situazione di emergenza gli uomini possano sfruttare la loro forza per raggiungere più facilmente le scialuppe di salvataggio. Al di là delle considerazioni già espresse in apertura, dobbiamo immaginarci dei corridoi del tutto congestionati da masse di persone che corrono tutte nella stessa direzione. Certamente non c’è lo spazio per far valere questo tipo di caratteristiche. E se proprio vogliamo insistere col considerare rilevanti cose situazionalmente irrilevanti, allora perché non si dice anche che le donne, essendo in media più basse, hanno migliori possibilità di svincolarsi e infilarsi in spazi stretti fino a giungere alle scialuppe?

Un’ulteriore obiezione frequente è quella secondo cui “gli uomini possono nuotare più a lungo”. Ma se una nave affonda in mare aperto, è assurdo pensare che gli uomini possano salvarsi nuotando fino a riva. Stiamo parlando di centinaia (se non migliaia) di km dalle coste più vicine. Neanche Veljko Rogošić, detentore del primato mondiale per la distanza più lunga percorsa nuotando non-stop, può andare oltre i 225 km (distanza in linea d’aria tra Venezia e Rimini) percorsi in 50 ore e senza dormire [13]. In molte situazioni, quindi, neanche lui si salverebbe. Figuriamoci l’uomo medio, il quale, ammesso che sappia nuotare, non può realisticamente andare oltre i 2-3 km. Quest’ultimo non si salverebbe neanche se la nave affondasse in mezzo allo stretto di Gibilterra.

In sintesi, chi viene lasciato in mezzo al mare senza soccorsi muore, a prescindere dal genere. Pertanto accampare scuse per far salire in primis tutte le donne e i bambini sulle scialuppe di salvataggio e poi, se rimangono posti, qualche uomo, significa ordinare l’importanza delle vite umane in base ad un mero dato biologico. Significa auspicare casi come quello del Titanic, dove dei passeggeri si salvò il 73,8% delle donne e solo il 16,5% degli uomini [14]. Significa considerare quelle femminili le uniche vite realmente preziose, e quelle maschili come sacrificabili, prive di valore intrinseco.

 

Leva obbligatoria, liste di leva e reclutamento coatto

C’è chi sostiene che la leva obbligatoria, nei paesi dove è ancora attiva, debba continuare ad essere solo maschile per via delle peculiarità fisiche intrinseche degli uomini, che li renderebbero “naturalmente più adatti” a queste situazioni.

Nel dire questo si inverte però la causa con l’effetto. È infatti il training militare stesso, che arbitrariamente si decide di far fare solo agli uomini, a rendere questi ultimi più prestanti fisicamente e quindi adatti alla guerra. Senza training, uomini e donne sono uguali: poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai maneggiare le armi o se hai il “difetto” di considerare i tuoi nemici come esseri umani nel momento in cui devi premere il grilletto. Nelle sezioni precedenti abbiamo sottolineato che non necessariamente la donna è svantaggiata in un corpo a corpo con un uomo, ma che moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere. A maggior ragione, quindi, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.

Di conseguenza, il reclutamento coatto in caso di guerre mondiali non ha senso farlo pescando solo dal genere maschile, così come non ha senso che la leva (o le liste di leva, come in Italia [15]) sia solo maschile e non anche femminile.

Anche qui, il discorso sulla forza si rivela l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per paura dei cambiamenti e dell’ignoto, senza renderci conto però che così si finisce per perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.

 

Lavori rischiosi e lavori pesanti

In Italia gli uomini sono il 90% dei morti sul lavoro [16], riflesso di una netta preponderanza maschile tra coloro che per portare il pane a casa si vedono costretti ad accettare lavori rischiosi.
A volte, quando facciamo notare ciò, salta fuori chi giustifica (non spiega, giustifica proprio) l’idea che a fare questi lavori debbano essere gli uomini. Indovinate con quale scusa? La sempreverde forza fisica.
Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve prestanza muscolare; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.

È chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica; ha più senso ricondurre ciò al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.
Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi: lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile.
Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

 

Galanteria o sacrificabilità?

Alcune più, alcune meno, sta di fatto che certe argomentazioni alle quali abbiamo risposto erano abbastanza assurde già di loro. Poco male, perché avere delle controargomentazioni esposte ordinatamente è sempre utile per il futuro.

La fiera delle assurdità, comunque, non finisce qui. Un’immagine che girava su Facebook di recente [17] ha riportato sotto i riflettori una vecchia norma di cavalleria, la quale prevede che sia l’uomo a camminare sul lato esterno del marciapiede. Molti non riuscivano a dare una spiegazione del perché di questa “regola”; altri, messi sotto torchio, se ne sono usciti col solito jolly della forza fisica. L’uomo è più forte e deve proteggere la donna da eventuali pericoli derivanti dal traffico. Ma la domanda è: al netto dell’ampia variabilità individuale, la sua forza fisica ha un’influenza sufficientemente rilevante nel minimizzare i danni causatigli, ad esempio, da un’auto in corsa? Chiaramente no. Quindi come si chiama questa? Sacrificabilità maschile.

 

Conclusione

Alla luce dell’irrilevanza del fattore “forza fisica” in tutte queste situazioni, non esiste alcuna giustificazione per conservare leggi non scritte che espongono al rischio sempre lo stesso sesso e mai l’altro. Con questo nostro articolo speriamo di smuovere le coscienze sopite di quei tantissimi uomini che, in quanto tali, si sono ormai rassegnati ad una serie di trattamenti di sfavore che non devono esistere. Speriamo altresì che le nostre argomentazioni e i nostri dati possano essere utilizzati nel dibattito pubblico, contro il giustificazionismo della sacrificabilità maschile e all’insegna di una nuova coscienza di genere.

[H.]

 

Note:

[1] Heyward, V. H., Johannes-Ellis, S. M. & Romer, J. F. (1986). Gender Differences in Strength. Research Quarterly for Exercise and Sport, 57(2), 154-159.

“Upper body strength is relatively more important than lower body strength in characterizing the gender difference in strength.”

[2] Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.

Lo studio afferma che gli uomini risultano essere le principali vittime di violenza “al lavoro e nello spazio pubblico”.

[3] Vaillancourt, R. (2010). Gender Differences in Police-Reported Violent Crime in Canada, 2008. Ottawa: Canadian Center for Justice Statistics.

Dalla tabella 6 si evince, infatti, che gli uomini hanno rappresentato il 78% delle vittime di aggressioni da parte di sconosciuti avvenute in Canada, nel 2008.

[4] Harrell, E. (2012). Violent victimization committed by strangers, 1993–2010. Washington, DC: US Department of Justice.

A pagina 2 si legge, infatti, che nel 2010 negli USA gli uomini hanno subito quasi il doppio di vittimizzazione violenta da parte di sconosciuti, quindi una percentuale di poco inferiore al 66% del totale. Si noti che la definizione di “vittimizzazione violenta” include anche le aggressioni a sfondo sessuale.

[5] FeldmanHall, O., Dalgleish, T., Evans, D., Navrady, L., Tedeschi, E., Mobbs, D. (2016). Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 7(6), 542-551.

Si legga anche il nostro articolo: “La ricerca mostra che ancora oggi quello maschile è il genere sacrificabile”

[6] Walker, J., Archer, J. & Davies, M. (2005). Effects of rape on men: a descriptive analysis. Archives of Sexual Behavior, 34(1), 69-80.

Nei casi di stupro sugli uomini, l’87% non oppone resistenza perché paralizzato dalla paura o dallo shock.

[7] Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.

Dallo studio emerge che 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.

[8] Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.

“In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).”

Se quando lui è la vittima, la polizia arriva e comunque non arresta lei, ne deduciamo che quando invece la violenza è reciproca, a maggior ragione, sarà lui ad avere più possibilità di essere arrestato.

Questo è confermato anche da una testimonianza di un ex poliziotto:

http://www.huffingtonpost.co.uk/bob-morgan/male-domestic-violence_b_3962958.html

[9] Tikuisis P., Jacobs, I., Moroz, D., Vallerand, A. L. & Martineau, L. (2000). Comparison of thermoregulatory responses between men and women immersed in cold water. Journal of Applied Physiology, 89(4), 1403-1411.

[10] Ibidem.

[11] Kim H., Richardson C., Roberts J., Gren J. & Lyon J. L. (1998). Cold hands, warm heart. The Lancet, 351(9114), 1492.

[12] Ibidem.

[13] http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/longest-ocean-swim

[14] Henderson, J. R. (2011, January 20). Demographics of the Titanic Passengers: Deaths, Survivals, and Lifeboat Occupancy. Retrieved from http://www.icyousee.org/titanic.html

[15] L’attuale disciplina, contenuta nel Decreto del Presidente della Repubblica n.90/2010 e nel decreto legislativo n. 66/2010 (cosiddetto “codice dell’ordinamento militare”), prevede che ogni comune italiano registri, al compimento del diciasettesimo anno di età, ciascun cittadino maschio nelle liste di coscrizione obbligatoria.

Maggiori informazioni qui: ​http://it.avoiceformen.com/mega-evidenza/servizio-militare

[16] Inail. (2018, 30 aprile). Analisi della numerosità degli infortuni. Tabelle nazionali con cadenza semestrale. Tabella B2.4 – Denunce d’infortunio con esito mortale per genere dell’infortunato, modalità di accadimento e anno di accadimento. Retrieved from https://dati.inail.it/opendata_files/downloads/daticoncadenzasemestraleinfortuni/Tabelle_nazion ali_cadenza_semestrale.pdf

Si noti che, escludendo gli incidenti in itinere e considerando quindi solo quelli in occasione di lavoro, il dato delle vittime maschili aumenta. Per il 2017, ad esempio, passa dal 90% al 93%.

[17] Ne parliamo nella seconda parte dell’articolo “Cavalleria e rimanenze di tradizionalismo nelle relazioni etero”.