Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?

forza

Troppo spesso la differenza di forza fisica viene tirata in ballo per giustificare la sacrificabilità maschile in vari contesti e situazioni. Così si finisce per affermare che, siccome l’uomo è più forte, allora spetta a lui proteggere la sua donna e mai viceversa, spettano a lui le guerre, spettano a lui i lavori rischiosi, spetta a lui l’eroismo e spetta a lui essere salvato per ultimo dalle navi che affondano. Parafrasando Warren Farrell, può la biologia maschile diventare anche il destino maschile, caricando l’uomo di onerosi doveri morali aggiuntivi che lui non ha scelto e ai quali non può sottrarsi?

Fosse per me, l’articolo potrebbe anche finire direttamente qui. A differenza dei vigili del fuoco, il cui dovere morale di correre rischi ed eventualmente sacrificarsi deriva da una loro scelta professionale, libera e consapevole, io non ho scelto di nascere uomo. Perciò non ho nessun dovere di rischiare la mia vita in certe situazioni, pure se fosse vero che le donne corrano un rischio maggiore (e più avanti vedremo perché non è così).

Tuttavia l’esperienza mi insegna che, se avessi l’ardire di puntare tutto su questa argomentazione, molti la liquiderebbero con una risposta del tipo “e invece io penso che il dovere etico sussista”; il dibattito diventerebbe così una sorta di “pantano filosofico” dove ognuno si appella alla propria etica soggettiva rivendicandone l’indipendenza dalla logica, e alla fine non si concluderebbe nulla.
Perciò in quest’articolo andremo molto più a fondo, offrendo solide argomentazioni per decostruire non tanto il “dover essere” che intercorre tra biologia e sacrificabilità, bensì il concetto di “vantaggio situazionale” che farebbe scattare quel dovere morale a partire dalla biologia.

Prima, però, bisogna fare una premessa: la differenza di forza fisica tra uomo e donna è meno ampia di quanto comunemente si creda, ed è presente solo in media, non per tutti gli individui. Esistono quindi uomini con una forza nella media, uomini più forti della media, e infine uomini la cui forza è solo marginalmente superiore, pari o anche inferiore a quella di una donna. Inoltre il divario, già di suo non così largo, diventa davvero minimo per quanto riguarda la forza nelle gambe [1], le quali tra l’altro sono più usate delle braccia per colpire determinati punti deboli che gli uomini hanno e le donne no.

Chiarito quindi che, in barba all’immaginario collettivo, gli uomini non sono rocciosi energumeni e le donne non sono principessine anemiche, passiamo al vero fulcro della nostra argomentazione: la forza fisica è sopravvalutata. Essa ha infatti un’importanza marginale in praticamente tutte le situazioni di pericolo che con questa scusa si vorrebbero appioppare al sesso maschile. Vedremo qui di seguito quali sono e spiegheremo, per ogni caso specifico, perché la scusa non regge.

 

Accompagnamento, aggressioni e (auto)difesa

Ancora oggi per molte coppie eterosessuali il gesto dell’accompagnare a casa è una cortesia unilaterale, che l’uomo fa alla donna, ma non viceversa. In parte questa mancanza di reciprocità è inconscia, dovuta ad un’interiorizzazione dei ruoli di genere. Nel momento in cui si fa notare la disparità, però, molti la giustificano affermando che l’uomo è più alto e forte, e perciò “tornerebbe più utile” in caso di aggressioni, stupri o rapine da parte di malintenzionati. Alcuni ipotizzano addirittura che la sola presenza di un accompagnatore di sesso maschile, per il suo essere percepito come una vittima più “ostica”, ridurrebbe il rischio che tali episodi si verifichino. Smentiamo subito quest’ultima affermazione: come hanno mostrato studi tedeschi [2], canadesi [3], e statunitensi [4], sono gli uomini coloro che subiscono più aggressioni per strada. Se da un lato è vero che anche i criminali stessi possono vedere erroneamente le donne come vittime più indifese e quindi più facili da attaccare, dall’altro lato è anche vero che la cavalleria non è mai morta. A quanto pare, quest’ultima esercita un’influenza molto più forte e di segno contrario.

L’idea che i delinquenti siano del tutto estranei al sistema di valori dell’ambiente sociale in cui sono nati e cresciuti, d’altronde, risulta davvero poco credibile: esistono ambienti culturali, come quello dei criminali appunto, dove la violenza è sdoganata e la vita altrui ha poco valore, ma sarebbe ingenuo e irrazionale credere che questi ambienti sfuggano alle logiche ancestrali della sacrificabilità maschile e dell’empathy gap [5], che tutte le società si sono portate dietro dalla preistoria fino ai giorni nostri.

Quindi non è vero che una donna che cammina da sola di notte rischi maggiormente di essere aggredita rispetto a un uomo. E, aggiungiamo, non è neanche vero che quest’ultimo corra meno pericoli nel caso in cui l’aggressione effettivamente si verifichi. Infatti basta riflettere un attimo per capire che la dinamica delle aggressioni è leggermente diversa da quella di una sfida a braccio di ferro, dove chi ha più muscoli necessariamente la spunta. Se un uomo non è allenato, se non è reattivo, se si blocca e va nel panico, o se gli vengono puntate contro armi proprie o improprie, le sue probabilità di uscire illeso da un’aggressione sono più o meno le stesse di quelle della donna media. Non conta tanto la forza fisica (tranne quando ci sono divari estremi), ma volerla e saperla usare.

Inoltre, anche il fatto che lei spesso abbia più paura di lui nel camminare da sola la notte non è un buon motivo per attuare una sistematica svalutazione della vita maschile. La maggior paura femminile in certe situazioni, come abbiamo avuto modo di vedere, non trova riscontro in un maggior rischio effettivo di essere aggredite, ma è frutto di un condizionamento culturale vecchio come il mondo.

Viceversa, la minor paura maschile riguarda il pericolo potenziale, ma non ci dice nulla su come si comporterebbe l’uomo se questo pericolo si materializzasse. Al pericolo potenziale, ovvero al concetto che “a girare tardi da solo potresti imbatterti in qualche malintenzionato” puoi anche abituarti. È un tipo di paura che man mano puoi anestetizzare fino a non sentire più. Ma al pericolo concreto molto difficilmente ci si abitua, perché essere aggredito, rapinato o stuprato in un vicolo buio potrebbe anche non accaderti mai in tutta la vita. Non per nulla la reazione di freezing, in casi del genere, risulta essere la norma [6].

E se pure in virtù di un suo ruolo socialmente costruito l’uomo di turno riuscisse a buttarsi nella mischia, egli rischierà di rimanerci secco molto di più di chi sta fermo o scappa. Hai voglia di piangere lacrime di coccodrillo dopo.

La pretesa che l’accompagnamento a casa sia unilaterale, dunque, e non reciproco, è fondata solo qualora l’accompagnatore abbia ricevuto qualche sorta di training militare ai limiti del fantascientifico, che gli consenta di evitare il freezing e di avere la meglio a mani nude su avversari spesso armati, senza correre particolari rischi per la propria incolumità.

Sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro come tale, non conferisce invece alcun superpotere.

Lo stesso discorso di cui sopra vale per gli uomini vittime di violenza domestica estupri. Anche queste sono infatti forme di aggressione, con la differenza che – sempre per la violenza domestica e spesso per gli stupri [7] – non sono estranei a metterle in atto, ma la partner. Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [8], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

 

Precedenza alle donne nelle emergenze

Un’altra area di interesse per la tematica di quest’articolo sono le navi e la famigerata procedura che ha portato a salvare “prima le donne e i bambini” in svariate situazioni di emergenza. Anche questa procedura viene talvolta giustificata, infatti, con la nozione che gli uomini in virtù della loro maggior massa muscolare (o della loro maggior altezza) possano rimanere più a lungo in acqua senza rischiare l’ipotermia. Tale ragionamento, però, è basato su pregiudizi non provati scientificamente. Se da un lato è vero che in media gli uomini sono più “grossi”, dall’altro lato è anche vero che le donne in media hanno più massa grassa [9]. Questi due fattori hanno eguale importanza nel fornire resistenza all’ipotermia [10], pertanto non risulta una differenza di genere in quest’ultima.

Adesso so già cosa starete pensando: “E allora perché esiste lo stereotipo che le donne sono tutte freddolose e dai piedi gelidi? Ce l’avrà pure un fondo di verità, no?”. Sì, il fondo di verità c’è. Nelle donne, le estremità (piedi e mani) tendono a perdere calore più velocemente [11], causando anche la percezione di un freddo più pungente. Però la percezione è una cosa, mentre l’ipotermia ne è un’altra. Quest’ultima è pericolosa quando sopraggiunge a livello degli organi interni e, secondo alcuni studi, questo avviene addirittura prima negli uomini che nelle donne [12].

Oltre al discorso ipotermia, non regge neanche l’ipotesi che in una situazione di emergenza gli uomini possano sfruttare la loro forza per raggiungere più facilmente le scialuppe di salvataggio. Al di là delle considerazioni già espresse in apertura, dobbiamo immaginarci dei corridoi del tutto congestionati da masse di persone che corrono tutte nella stessa direzione. Certamente non c’è lo spazio per far valere questo tipo di caratteristiche. E se proprio vogliamo insistere col considerare rilevanti cose situazionalmente irrilevanti, allora perché non si dice anche che le donne, essendo in media più basse, hanno migliori possibilità di svincolarsi e infilarsi in spazi stretti fino a giungere alle scialuppe?

Un’ulteriore obiezione frequente è quella secondo cui “gli uomini possono nuotare più a lungo”. Ma se una nave affonda in mare aperto, è assurdo pensare che gli uomini possano salvarsi nuotando fino a riva. Stiamo parlando di centinaia (se non migliaia) di km dalle coste più vicine. Neanche Veljko Rogošić, detentore del primato mondiale per la distanza più lunga percorsa nuotando non-stop, può andare oltre i 225 km (distanza in linea d’aria tra Venezia e Rimini) percorsi in 50 ore e senza dormire [13]. In molte situazioni, quindi, neanche lui si salverebbe. Figuriamoci l’uomo medio, il quale, ammesso che sappia nuotare, non può realisticamente andare oltre i 2-3 km. Quest’ultimo non si salverebbe neanche se la nave affondasse in mezzo allo stretto di Gibilterra.

In sintesi, chi viene lasciato in mezzo al mare senza soccorsi muore, a prescindere dal genere. Pertanto accampare scuse per far salire in primis tutte le donne e i bambini sulle scialuppe di salvataggio e poi, se rimangono posti, qualche uomo, significa ordinare l’importanza delle vite umane in base ad un mero dato biologico. Significa auspicare casi come quello del Titanic, dove dei passeggeri si salvò il 73,8% delle donne e solo il 16,5% degli uomini [14]. Significa considerare quelle femminili le uniche vite realmente preziose, e quelle maschili come sacrificabili, prive di valore intrinseco.

 

Leva obbligatoria, liste di leva e reclutamento coatto

C’è chi sostiene che la leva obbligatoria, nei paesi dove è ancora attiva, debba continuare ad essere solo maschile per via delle peculiarità fisiche intrinseche degli uomini, che li renderebbero “naturalmente più adatti” a queste situazioni.

Nel dire questo si inverte però la causa con l’effetto. È infatti il training militare stesso, che arbitrariamente si decide di far fare solo agli uomini, a rendere questi ultimi più prestanti fisicamente e quindi adatti alla guerra. Senza training, uomini e donne sono uguali: poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai maneggiare le armi o se hai il “difetto” di considerare i tuoi nemici come esseri umani nel momento in cui devi premere il grilletto. Nelle sezioni precedenti abbiamo sottolineato che non necessariamente la donna è svantaggiata in un corpo a corpo con un uomo, ma che moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere. A maggior ragione, quindi, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.

Di conseguenza, il reclutamento coatto in caso di guerre mondiali non ha senso farlo pescando solo dal genere maschile, così come non ha senso che la leva (o le liste di leva, come in Italia [15]) sia solo maschile e non anche femminile.

Anche qui, il discorso sulla forza si rivela l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per paura dei cambiamenti e dell’ignoto, senza renderci conto però che così si finisce per perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.

 

Lavori rischiosi e lavori pesanti

In Italia gli uomini sono il 90% dei morti sul lavoro [16], riflesso di una netta preponderanza maschile tra coloro che per portare il pane a casa si vedono costretti ad accettare lavori rischiosi.
A volte, quando facciamo notare ciò, salta fuori chi giustifica (non spiega, giustifica proprio) l’idea che a fare questi lavori debbano essere gli uomini. Indovinate con quale scusa? La sempreverde forza fisica.
Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve prestanza muscolare; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.

È chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica; ha più senso ricondurre ciò al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.
Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi: lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile.
Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

 

Galanteria o sacrificabilità?

Alcune più, alcune meno, sta di fatto che certe argomentazioni alle quali abbiamo risposto erano abbastanza assurde già di loro. Poco male, perché avere delle controargomentazioni esposte ordinatamente è sempre utile per il futuro.

La fiera delle assurdità, comunque, non finisce qui. Un’immagine che girava su Facebook di recente [17] ha riportato sotto i riflettori una vecchia norma di cavalleria, la quale prevede che sia l’uomo a camminare sul lato esterno del marciapiede. Molti non riuscivano a dare una spiegazione del perché di questa “regola”; altri, messi sotto torchio, se ne sono usciti col solito jolly della forza fisica. L’uomo è più forte e deve proteggere la donna da eventuali pericoli derivanti dal traffico. Ma la domanda è: al netto dell’ampia variabilità individuale, la sua forza fisica ha un’influenza sufficientemente rilevante nel minimizzare i danni causatigli, ad esempio, da un’auto in corsa? Chiaramente no. Quindi come si chiama questa? Sacrificabilità maschile.

 

Conclusione

Alla luce dell’irrilevanza del fattore “forza fisica” in tutte queste situazioni, non esiste alcuna giustificazione per conservare leggi non scritte che espongono al rischio sempre lo stesso sesso e mai l’altro. Con questo nostro articolo speriamo di smuovere le coscienze sopite di quei tantissimi uomini che, in quanto tali, si sono ormai rassegnati ad una serie di trattamenti di sfavore che non devono esistere. Speriamo altresì che le nostre argomentazioni e i nostri dati possano essere utilizzati nel dibattito pubblico, contro il giustificazionismo della sacrificabilità maschile e all’insegna di una nuova coscienza di genere.

[H.]

 

Note:

[1] Heyward, V. H., Johannes-Ellis, S. M. & Romer, J. F. (1986). Gender Differences in Strength. Research Quarterly for Exercise and Sport, 57(2), 154-159.

“Upper body strength is relatively more important than lower body strength in characterizing the gender difference in strength.”

[2] Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.

Lo studio afferma che gli uomini risultano essere le principali vittime di violenza “al lavoro e nello spazio pubblico”.

[3] Vaillancourt, R. (2010). Gender Differences in Police-Reported Violent Crime in Canada, 2008. Ottawa: Canadian Center for Justice Statistics.

Dalla tabella 6 si evince, infatti, che gli uomini hanno rappresentato il 78% delle vittime di aggressioni da parte di sconosciuti avvenute in Canada, nel 2008.

[4] Harrell, E. (2012). Violent victimization committed by strangers, 1993–2010. Washington, DC: US Department of Justice.

A pagina 2 si legge, infatti, che nel 2010 negli USA gli uomini hanno subito quasi il doppio di vittimizzazione violenta da parte di sconosciuti, quindi una percentuale di poco inferiore al 66% del totale. Si noti che la definizione di “vittimizzazione violenta” include anche le aggressioni a sfondo sessuale.

[5] FeldmanHall, O., Dalgleish, T., Evans, D., Navrady, L., Tedeschi, E., Mobbs, D. (2016). Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 7(6), 542-551.

Si legga anche il nostro articolo: “La ricerca mostra che ancora oggi quello maschile è il genere sacrificabile”

[6] Walker, J., Archer, J. & Davies, M. (2005). Effects of rape on men: a descriptive analysis. Archives of Sexual Behavior, 34(1), 69-80.

Nei casi di stupro sugli uomini, l’87% non oppone resistenza perché paralizzato dalla paura o dallo shock.

[7] Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.

Dallo studio emerge che 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.

[8] Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.

“In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).”

Se quando lui è la vittima, la polizia arriva e comunque non arresta lei, ne deduciamo che quando invece la violenza è reciproca, a maggior ragione, sarà lui ad avere più possibilità di essere arrestato.

Questo è confermato anche da una testimonianza di un ex poliziotto:

http://www.huffingtonpost.co.uk/bob-morgan/male-domestic-violence_b_3962958.html

[9] Tikuisis P., Jacobs, I., Moroz, D., Vallerand, A. L. & Martineau, L. (2000). Comparison of thermoregulatory responses between men and women immersed in cold water. Journal of Applied Physiology, 89(4), 1403-1411.

[10] Ibidem.

[11] Kim H., Richardson C., Roberts J., Gren J. & Lyon J. L. (1998). Cold hands, warm heart. The Lancet, 351(9114), 1492.

[12] Ibidem.

[13] http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/longest-ocean-swim

[14] Henderson, J. R. (2011, January 20). Demographics of the Titanic Passengers: Deaths, Survivals, and Lifeboat Occupancy. Retrieved from http://www.icyousee.org/titanic.html

[15] L’attuale disciplina, contenuta nel Decreto del Presidente della Repubblica n.90/2010 e nel decreto legislativo n. 66/2010 (cosiddetto “codice dell’ordinamento militare”), prevede che ogni comune italiano registri, al compimento del diciasettesimo anno di età, ciascun cittadino maschio nelle liste di coscrizione obbligatoria.

Maggiori informazioni qui: ​http://it.avoiceformen.com/mega-evidenza/servizio-militare

[16] Inail. (2018, 30 aprile). Analisi della numerosità degli infortuni. Tabelle nazionali con cadenza semestrale. Tabella B2.4 – Denunce d’infortunio con esito mortale per genere dell’infortunato, modalità di accadimento e anno di accadimento. Retrieved from https://dati.inail.it/opendata_files/downloads/daticoncadenzasemestraleinfortuni/Tabelle_nazion ali_cadenza_semestrale.pdf

Si noti che, escludendo gli incidenti in itinere e considerando quindi solo quelli in occasione di lavoro, il dato delle vittime maschili aumenta. Per il 2017, ad esempio, passa dal 90% al 93%.

[17] Ne parliamo nella seconda parte dell’articolo “Cavalleria e rimanenze di tradizionalismo nelle relazioni etero”.

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Una risposta a “Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?

  1. Articolo splendido e meraviglioso, caro [H.]! Magnifico davvero!

    Ed è verissimo quello che dici sul freezing, nel momento in cui ti puntano addosso una lama la maggioranza delle persone è normale che si freezi.
    I casi che ci riporti sono esemplificativi: per gli stupri sugli uomini, l’87% non oppone resistenza perché congelato dalla paura e dallo shock. 87%! Quasi la totalità!

    E in più l’aver svolto un qualsiasi tipo di allenamento al combattimento o alle arti marziali prima dell’attacco non influenzava il risultato!
    Questo vuol dire che il training militare, i vari corsi di combattimento, non rendono gli uomini “più reattivi” delle donne, anzi!

    A tal proposito vorrei aggiungere un dato che secondo me ci mostra come i training militari e quelli di combattimento non siano sufficienti per dire che gli uomini (maggiori fruitori di tali corsi e tali carriere) siano più proni alla reazione o siano in grado di passare indenni da un’aggressione.

    Ad esempio anche tra i militari che hanno ricevuto un allenamento consistente, secondo le meta-analisi, vi sono alte percentuali di vittime di violenza domestica. Questo vuol dire che un uomo che ha ricevuto un training, un allenamento, addirittura militare (!) può diventare vittima di violenza, addirittura da una persona che tale allenamento non l’ha ricevuto!
    È evidente che il training non sia questa panacea e non renda gli uomini improvvisamente dei superman!
    In più, sempre secondo le metanalisi, il numero di vittime militari di violenza domestica è simile o addirittura leggermente maggiore tra i militari maschi che tra le militari femmine. Perciò il training non solo non protegge gli uomini dal diventare vittime di aggressioni e non solo non permette agli uomini di essere sempre pronti a reagire in caso di violenza, ma anche ammesso e non concesso che lo facesse, non farebbe comunque distinzione di sesso, e darebbe un vantaggio sia a uomini che a donne che vi si sottoponessero, senza alcuna differenza di genere.

    Fonte: [Sparrow K, Dickson H, Kwan J, Howard L, Fear N, MacManus D. Prevalence of Self-Reported Intimate Partner Violence Victimization Among Military Personnel: A Systematic Review and Meta-Analysis. Trauma Violence Abuse. 2018 Jan 1:1524838018782206.].

    Infine, per quanto riguarda il trasportare pesi, concordo anche qui con te:
    1) Molti lavori sono rischiosi ma non necessariamente prevedono un sollevamento pesi;
    2) I lavori pesanti tendono poi ad essere tali in quanto faticosi e alla lunga logoranti, ma non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna (grazie alla ruota, grazie alle regolamentazioni e grazie al farsi aiutare, cosa che fanno anche gli uomini). I carichi estremi sono una minoranza.
    3) Anche le donne possono acquisire una prestanza fisica sufficiente a svolgere quel tipo di lavoro (carichi molto più pesanti del solito) senza servirsi di aiuti esterni (farsi aiutare) o meccanici (ruota, ecc.). Si tratta di andare un po’ in palestra, nulla di eccezionale.

    Ho sentito molte persone dire “ah ma biologicamente le donne non sono atte a mettere su una chissà quale forza o massa muscolare, quindi dire che le donne possono allenarsi per sollevare dei pesi è sbagliato!!”

    Quello che tali persone non capiscono è che non stiamo parlando di diventare bodybuilder, ma di sollevare un po’ di pesi.
    E’ vero che le donne se si allenano non arrivano alla massa muscolare degli uomini che si allenano, ma qui parliamo non di bodybuilding, bensì di sollevare un semplice peso.
    Non è necessario tutto questo allenamento, indipendentemente dal sesso!

    L’obiezione di questa gente segue questa assurda logica: visto che le donne non diventano bodybuilder con massa muscolare pari agli uomini, allora non possono neanche fare due pesi in palestra per trasportare una scatola un po’ più pesante del solito.
    Ovviamente è un ragionamento totalmente sconclusionato, e parte dalla fallacia dell’apice: il fatto che uno dei due sessi allenandosi abbia potenzialità maggiori non significa nulla.
    Il fatto che raramente le donne corrano (numeri a caso) i 100m sotto gli 11 secondi non significa che se un lavoro prevede che li si corrano in 15 secondi allora “le donne non lo possono fare”.

    Nuovamente grazie infinite per l’articolo, H., grazie mille davvero per tutte le informazioni che hai condiviso con noi!

    P.S.: Il link all’articolo “La ricerca mostra che ancora oggi quello maschile è il genere sacrificabile” non funziona, ma l’articolo è davvero presente sul sito, basta cercare sulla barra “cerca” del blog e lo si trova tranquillamente!

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