Bisessismo oggi o bisessismo ieri? Ecco perché siamo diretti verso un ginocentrismo

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Chiudete gli occhi e immaginate di vivere in un mondo in cui la leva maschile è stata abolita per sempre, gli uomini possono rinunciare agli oneri della paternità dopo il concepimento, i centri antiviolenza accolgono tranquillamente le vittime maschili, il sessismo giuridico è stato eradicato, il mantenimento all’ex moglie non è più un vitalizio e il padre vede i figli tanto quanto la madre dopo una separazione.

Bellissimo, nevvero? Ora immaginate che in questo stesso mondo le donne non possano votare, l’aborto sia illegale, i centri antiviolenza non accolgano le vittime femminili, le testimonianze femminili di eventi terzi valgano meno di quelle maschili in tribunale, e le donne non possano lavorare né studiare. Cioè che le questioni maschili siano state risolte tutte* mentre le loro omologhe femminili no. Non vi farebbe schifo un mondo del genere? Quanti nanosecondi ci mettereste per affermare, senza timore o esitazione, che questo ipotetico mondo privilegia gli uomini?

Ebbene, se non si fosse già capito dove andiamo a parare, vi diamo una notizia sconvolgente: il mondo in questione è proprio il nostro, ma a sessi invertiti.

Viviamo infatti in una società dove la leva non è stata abolita, ma le donne votano; dove gli uomini non possono rinunciare agli obblighi economici della paternità, ma le donne possono abortire; dove le vittime maschili sono escluse da quasi tutti i centri antiviolenza (in Italia, ad esempio, un CAV che decida di accogliere anche uomini si condanna ad essere escluso dai beneficiari dei fondi pubblici); dove il sistema giuridico ha accettato al suo interno le donne, ma continua a punire gli uomini più severamente; dove le donne possono studiare e lavorare ma gli uomini dopo il divorzio finiscono troppo spesso per doverle comunque mantenere, per poi non riuscire neanche a vedere regolarmente i propri figli.

E sia chiaro che questi paragoni diretti tra una questione maschile e una femminile non sono casuali, ma dovuti al fatto che storicamente l’una era l’equivalente dell’altra all’interno del sistema tradizionalista (o bisessista, che dir si voglia).

Sappiamo bene che oggi l’interazione sociale, specialmente lontano dalle grandi città, ha ancora un carattere pienamente bisessista: ad ogni stereotipo o discriminazione contro gli uomini ne corrisponde una contro le donne e viceversa. Tuttavia, a livello istituzionale troviamo un chiaro sbilanciamento a svantaggio degli uomini, come testimoniano tutte le problematiche irrisolte che abbiamo citato. E se è vero che è bruttissimo subire delle pressioni dalle persone che si hanno intorno in termini di conformità al proprio ruolo di genere, va comunque riconosciuto che vedersele imposte dal governo tramite leggi è ancora peggio. In altre parole: una cosa è avere sulla carta tutti i diritti ma continuare, in certi contesti, ad essere fortemente limitato dall’ignoranza delle persone che ti circondano; un’altra cosa è non avere questi diritti neanche sulla carta e quindi non poterne usufruire in nessun contesto (fosse anche quello più progressista).

Anche a livello psicologico, poi, c’è una bella differenza in termini di coscienza di genere. Una donna a cui vengono (socialmente) negati dei diritti sa che quelli sono effettivamente suoi diritti, che le spettano; invece i diritti maschili non esistono ancora su carta, pertanto l’uomo a cui vengono negati non sa neanche che gli spettano e continua a soffrire in silenzio senza poter alzare la testa e rivendicarli.

Come si è arrivati a questo punto? Come si è passati da un sistema in cui istituzionalmente tutti erano privi di diritti in egual misura a uno in cui i diritti femminili sono stati conquistati ma quelli maschili no? Attraverso il femminismo, che ha interpretato erroneamente il Bisessismo come Patriarcato (cioè come sistema che avvantaggiava gli uomini) e ha lottato solo per le donne nella convinzione che gli uomini avessero già tutti i diritti.

Come mai il femminismo abbia frainteso in modo così clamoroso il sistema tradizionalista, senza che nessuno fondamentalmente si accorgesse del fraintendimento, è una questione complessa. Per far luce su di essa, bisogna prima ragionare su un’altra domanda: perché il femminismo ha aspettato il 1848 (Convenzione di Seneca Falls) per nascere? Dopotutto, il sistema di genere era quello non da secoli, ma da millenni. Perché allora solo nel ‘700 appaiono i primi scritti protofemministi, fino all’effettiva nascita del movimento nell’800?

L’ipotesi più plausibile è che abbiano influito diversi fattori, tra cui:

  • il lento passaggio, in quei secoli e in quelli immediatamente precedenti, da un’economia di sussistenza quale era quella feudale a un primo abbozzo di capitalismo, basato invece sull’accumulo di risorse;
  • il progressivo dominio dell’essere umano sulla natura, che in quei secoli diventava man mano meno selvaggia e più domabile;
  • la rivoluzione industriale;
  • gli ideali illuministici e in particolare l’idea di libertà come diritto fondamentale ed inalienabile, al centro della Rivoluzione Americana prima e di quella Francese poi.

Senza entrare nel merito di quali di queste siano le cause e quali di queste le conseguenze, ciò che traspare è che a partire dai secoli precedenti – e poi soprattutto tra ‘800 e ‘900 – la società occidentale ha progressivamente mutato esigenze e modi di vivere, allontanandosi da un modello in cui la sopravvivenza andava strappata alla natura con una lotta all’ultimo sangue e avvicinandosi invece alla società contemporanea, meno pericolosa e più agiata.

Ora, chi di voi ci ha letti attentamente saprà che il pericolo esterno era, nel sistema bisessista, il motivo per cui le donne accettavano la protezione e la limitazione della loro libertà (che erano due facce della stessa medaglia, ricordiamolo). Ma in un mondo dove i pericoli sembrano non esserci quasi più, la protezione comincia a perdere il suo lato positivo e ad assomigliare sempre più a un’oppressione. Se le donne di civiltà più antiche avevano ben presente, a livello inconscio perlomeno, che la limitazione della libertà fosse funzionale alla tutela, tra ‘800 e ‘900 era in aumento il numero di donne che invece in questo sistema non vedevano altro che una zavorra imposta loro con la scusa della protezione. Da qui il successo della Teoria del Patriarcato.

La necessità di compensare

È chiaro quindi che il nostro concentrarci su tematiche maschili trova la sua giustificazione in tutto il discorso precedente. Se c’è uno squilibrio, è giusto compensarlo. Certo, se parti da un presupposto sbagliato, come hanno fatto i femministi che volevano compensare inesistenti vantaggi maschili di stampo patriarcale, ottieni disparità piuttosto che parità. Ma a differenza di un fantasioso e indimostrabile Patriarcato, il femminismo e le sue lotte sono esistiti davvero, e hanno davvero prodotto disuguaglianze di genere. Quindi l’errore non è l’atto del compensare in sé e per sé, ma l’interpretazione errata che porta a voler compensare laddove non c’è nulla da compensare. Se il femminismo non fosse mai esistito e il tradizionalismo bisessista si fosse prolungato fino ad oggi, allora a quel punto la miglior cosa da fare sarebbe stata concentrarsi in egual misura sulle problematiche di ciascun sesso.

Tuttavia, il femminismo è esistito e ha cambiato gli equilibri, per cui noi oggi riteniamo più giusto che ci si concentri sulle questioni maschili. È proprio in questo ragionamento, pertanto, che il movimento MRA trova la sua ragion d’essere.

Questo significa che chi fa 50 e 50 è cattivo? Assolutamente no. Anche perché come dovremmo chiamare poi i tradizionalisti, che non si occupano né di diritti maschili né di quelli femminili, oppure i femministi, che fanno 100 per le donne e 0 per gli uomini? Semplicemente riteniamo che esista uno standard etico ancora più elevato del 50 e 50, e per questo lo promuoviamo.

Pur non concordando, rispettiamo chi, per qualunque motivo, non se la sente di agire per compensazione… a patto però che si rispetti anche noi e il nostro diritto ad esprimere, promuovere e difendere la nostra posizione.

[H.]


* Quella presentata non va intesa come lista esaustiva delle problematiche maschili.

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