L’appello all’autorità: perché l’ipse dixit non può sostituire il pensiero critico

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Abbiamo scritto fior di articoli, noi di Antisessismo. Abbiamo passato centinaia se non migliaia di ore ad informarci, raccogliere dati e fonti, fare brainstorming, sviluppare idee e tradurle in parole che evitassero ogni possibile fraintendimento, muovendoci su un campo che chiamare minato è dire poco. Ci siamo preoccupati di rispondere a tutte le obiezioni, spesso prevedendole in anticipo e tirandocele addosso da soli come test di validità per ciò che scrivevamo.
Ma state certi che se un domani qualche autorità di rango superiore a quelle attuali se ne uscisse nuovamente con una qualsiasi delle menate misandriche che abbiamo debunkerato grazie alla logica, tantissime persone direbbero “ok Antisessismo, però uno col PhD in gender studies / il sociologo / l’antropologo / l’ONU / il Padreterno ha detto X, chi sono io per dire che non è vero?”. Poco importa che spesso la presunta autorità in materia non fornisca nemmeno un’argomentazione, o fornisca argomentazioni stupide alle quali avevamo già risposto, o ancora dati calcolati male: persino una frase figlia di infiltrazione ideologica, magari buttata lì da un social media manager che manco si è consultato con gli altri, assurge automaticamente a verità incontestabile e spazza via tutto ciò che c’è dall’altra parte, ivi inclusi i nostri articoli basati su fatti e logica rigorosa. Cose, queste ultime, che dovrebbero essere invece le uniche ad importare davvero.

Prima di credere a qualcuno solo in quanto famoso e autorevole dovremmo infatti, e qui citiamo da un altro nostro articolo, “domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto”.

“Però aspettate un attimo, noi non possiamo fare i tuttologi, le nostre giornate durano 24 ore e non 100, per forza di cose in àmbiti che non sono di nostra specializzazione dobbiamo affidarci alle autorità del settore…”

Allora vi veniamo incontro con un ragionamento più specifico. Piuttosto che non affidarsi a nessuna autorità in nessun campo, facciamo che bisogna almeno valutare, soprattutto nelle scienze soft, l’affidabilità delle autorità di settore e l’assenza di influenze ideologiche. Gli eventuali errori infatti non risiedono sempre nella verità epistemologica degli argomenti, ma altrettanto spesso nella loro validità logica. In altre parole, anche senza approfondite conoscenze settoriali è possibile individuare, semplicemente ragionando, degli errori nel modo in cui le conclusioni vengono fatte seguire dalle premesse. Non bisogna quindi farsi intimorire dalla retorica accademica, dal linguaggio tecnico e quanto altro: una fallacia logica rimane tale a prescindere dal livello di specializzazione di chi la commette. D’altronde, non sono rari i casi di “esperti” privi di qualsivoglia senso critico e che sono diventati tali attraverso il semplice apprendimento nozionistico di pensieri altrui.

Non è quindi necessario saperne di antropologia per accorgersi, ad esempio, di quanto sia ridicola una teoria secondo la quale gli uomini si sarebbero svegliati storti una mattina di decine di migliaia di anni fa e avrebbero deciso di prendere e sottomettere il restante 50% della popolazione, tra cui le loro madri, sorelle e figlie, anziché collaborare con loro per la sopravvivenza in tempi dove essa già di suo era molto difficile. Semplicemente non ha alcun senso, non è funzionale, e probabilmente la specie umana non sarebbe arrivata fino ad oggi se le cose fossero andate davvero così. Non serve essere dei geni per orientarsi verso una spiegazione storica delle relazioni tra i sessi basata sulla cooperazione tra uomini e donne, invece che su ipotetici conflitti. A maggior ragione se ogni singolo elemento che la Teoria del Patriarcato spiega fallacemente come oppressione si spiega, e meglio, come collaborazione.

Ora, capiamo il vostro smarrimento: normalmente ci troviamo abbastanza bene con la nostra euristica di affidarci ciecamente alla linea che risulta maggioritaria tra gli esperti, poiché normalmente o ci azzeccano o comunque fanno uno dei migliori tentativi possibili di comprensione della realtà sulla base delle informazioni (talvolta incomplete) in loro possesso. Anche quando una di queste posizioni si rivela poi sbagliata, chi si era affidato ad essa può dire di essersi basato semplicemente su quello che si sapeva all’epoca.

Ma cosa accade se a dominare in un determinato settore non è una visione del mondo “plausibile” ma una vera e propria teoria del complotto che, quando esaminata razionalmente, fa acqua da tutte le parti? Sì, parliamo ancora della Teoria del Patriarcato, credenza invisibile e che tutto pervade, e che come tale nessuno sente il bisogno di dover giustificare. Essa si è imposta non attraverso un processo dialettico, ma proponendosi direttamente come unico frame interpretativo possibile.

Risulta davvero difficile individuare altre aree dove succeda qualcosa di paragonabile. Le questioni di genere sono un àmbito sui generis, avvelenato da infiltrazioni ideologiche, egemonie cognitive [vedi nota] e interessi particolaristici, spesso anche economici.

Il fatto che in tutti questi anni quasi nessuno studioso abbia mai provato a confutare la suddetta teoria egemone è motivo sufficiente per affermare che costoro hanno fallito nell’emanciparsi da un presupposto fallace, poiché in mezzo a tante seghe mentali non sono mai riusciti a farsi due domande e identificarlo come tale. O non hanno mai voluto, visto che di voci controcorrente ce ne sono state, ma non è mai stata concessa loro la visibilità necessaria per avviare un dibattito nella società. Si è preferito invece continuare a far partire le proprie analisi da un dogma indimostrato e indimostrabile. Chi agisce così non merita la nostra fiducia, e non merita di essere considerato autorevole.

Il problema sta nel fatto che si è abituati ad àmbiti dove gli influssi ideologici sono minori, o almeno riconoscibili come tali, e così si finisce per applicare anche alle questioni di genere uno schema che qui non può assolutamente funzionare. Qui le shortcut di autorità sono più fuorvianti che altrove, per cui tutti i passaggi logici vanno fatti in prima persona, e non delegati ad altri. Altrimenti non ci mettono nulla a dire la qualunque per rendervi inoffensivi.

Quando la gente che ragiona per appelli all’autorità incontra autorità ideologizzate, l’antisessista è un uomo morto. Fate un regalo a voi stessi e al mondo: pensate quanto più possibile con la vostra testa e diffidate dagli ipse dixit.

[H.]


Nota: Il concetto di egemonia cognitiva è stato descritto nei seguenti termini dal sociologo Lorenzo De Cani, in un suo articolo del 2014:

“Se in una società prevale un particolare modo di interpretare la realtà, possiamo affermare di essere in presenza di una forma di pensiero unico che si esercita grazie ad un’egemonia cognitiva: non vi è infatti un controllo diretto dei comportamenti delle persone, bensì una direzione delle conoscenze e, attraverso queste, delle coscienze. Caratteristica distintiva dell’egemonia cognitiva è di esulare dalla consapevolezza, in quanto è essa stessa a costruire il quadro entro cui si produce la consapevolezza della realtà sociale. In questo senso si distingue dall’ideologia per differenze sottili ma determinanti: infatti, se l’ideologia cerca di imporsi come unica forma di pensiero accettabile, l’egemonia cognitiva mira a porsi inavvertitamente come unica forma di pensiero possibile; se la prima si manifesta apertamente in ogni ambito che riesce a raggiungere, la seconda pervade silenziosamente lo spazio sociale: la sua invisibilità è condizione per la sua efficacia.”

De Cani applica questo suo discorso al neoliberismo in economia, ma ciò che notiamo noi è che di un fenomeno definito in tal modo, la Teoria del Patriarcato ne rappresenta la quintessenza.

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