Archivi del mese: aprile 2019

La grande menzogna del femminismo: seconda intervista con Santiago Gascó Altaba

Santiago Gascó Altaba, autore de La grande menzogna del femminismo, ci ha concesso una seconda intervista (qui il link alla prima). Abbiamo colto l’occasione per approfondire insieme a lui alcune questioni chiave: il potere informale, la libertà di movimento delle donne, il legame tra voto e leva, e infine la caccia alle streghe. Cominciamo!

Domanda #1: Nel tuo libro parli di come, nell’ambito religioso, “la religione del padre muore con il padre mentre quella della madre si trasmette nei figli e parenti”. Fai anche l’esempio di numerose mogli di re potenti che su questo fronte hanno promosso riforme religiose convincendo i mariti. Ti chiedo dunque: a tuo avviso esiste un potere informale femminile anche nelle decisioni politiche? Come si esplica? Era codificato, e se sì, come? Come funzionava e che tipi di potere femminili esistevano? Ovviamente escludiamo in questo discorso e per il momento le numerose monarche di sesso femminile.

Risposta: La comprensione del potere informale femminile è fondamentale per la comprensione del mondo, delle relazioni tra i sessi e del femminismo. Non soltanto sospettiamo tutti della sua esistenza, ma ne siamo convinti: tutti sappiamo che esiste un potere visibile, perlopiù maschile, e un potere meno visibile, informale, perlopiù femminile. Ci sono molti modi in cui le donne esercitano questo potere, e l’argomento difficilmente si lascia racchiudere nelle poche righe di questo colloquio. Nella mia opera ve ne sono numerosi esempi, anche se questo argomento viene trattato più approfonditamente nel secondo volume. L’arma degli uomini per imporre la propria volontà è principalmente una, esplicitamente dichiarata dalle femministe: la forza fisica. Invece le armi delle donne sono molteplici: la seduzione, la bugia, l’intrigo, l’amore, la bellezza,… ; armi più complesse e più difficili da codificare. L’esistenza di questo potere informale è pienamente ammessa persino dalle femministe, e soprattutto nel secondo volume ho inserito molte loro citazioni a riguardo. Faccio due esempi veloci sulle tipologie di donne che più rappresentano questo potere: la madre e la moglie (o compagna, o amante). Quante sono state le decisioni politiche prese nei saloni, e soprattutto nelle stanze da letto del palazzo reale? Simone de Beauvoir scrive ne Il secondo sesso: “Le grandi favorite attraverso i loro potenti amanti presero parte al governo del mondo”, e ancora “ardite, pronte a dar consigli, intriganti, le donne si assicurano sempre in modo obliquo, indiretto, la parte più efficace [del governo]“.
Oltre ad altre ammissioni del genere, la mia opera include (nel II Volume) una lunga lista di donne che, senza essere né regine né reggenti, hanno esercitato nella Storia un potere di governo incontrastato: erano madri, amanti, spose, sorelle, figlie…
Parlando di madri nello specifico, la loro influenza è immensa: non soltanto per quanto riguarda le religioni (ammessa nelle diverse fonti storiche riportate nelle citazioni del libro), ma anche per le lingue (la lingua materna), per le culture o per qualsiasi trasmissione di valori (anche quelli “patriarcali”). Qualche anno fa l’inno femminista dell’One Billion Rising, “Break The Chain”, recitava: “Noi siamo madri, noi siamo maestre” (“We are mothers, we are teachers”). Anche il proverbio «una mamma che educa un bambino educa un uomo, una mamma che educa una bambina educa un popolo» è stato di recente popolarizzato dalle femministe. In entrambi i casi l’ammissione femminista della decisiva influenza materna è esplicita. Come ulteriore esempio posso citare, poiché abbiamo iniziato parlando di religioni, quello del primo miracolo di Cristo durante le nozze di Cana. La madre ordina al figlio, Dio in terra, di compiere un miracolo che lui non vuole fare, perché non è ancora pronto. Lui obbedisce: comanda dunque gli uomini e diventa il potere visibile, mentre la madre, potere invisibile e unica volontà di questo miracolo, rimane nel retroscena (pag. 368).
Lo stesso femminismo col suo immenso potere immateriale nel mondo, dovuto al suo carattere prettamente femminile, è un perfetto esempio di questo modo di procedere. Il femminismo non possiede eserciti, partiti e sedi politiche; non possiede grandi templi materiali da dove diffonde la propria ideologia. Eppure, possiede un immenso potere immateriale.
Finisco con un ultimo esempio simpatico e con una citazione di un’altra femminista. Vi invito a tutti, poiché siamo in Italia, a riguardare un capolavoro comico del cinema italiano: Johnny Stecchino, di Roberto Benigni. Nel corso del film è una donna a controllare le azioni di tutti i personaggi, in un’ambiente mafioso fatto da uomini, burattini senza fili. Il film fu molto apprezzato dal pubblico, consapevole della sua verosimiglianza con la realtà.
Che conclusione possiamo trarne? Flora Tristan sostiene: «[…] la donna è tutto nella vita dell’operaio: come madre esercita un’influenza su di lui durante l’infanzia; è da lei, e unicamente da lei che lui attinge le prime nozioni di quella scienza così importante da acquisire, la scienza della vita, quella che ci insegna a vivere in modo conveniente per noi e per gli altri, secondo il posto che la sorte ci ha assegnato. Come amante, esercita un’influenza su di lui durante tutta la giovinezza, e che azione potrebbe esercitare una ragazza bella e amata. Come sposa, esercita un’influenza su di lui per tre quarti della vita. Infine come figlia esercita un’influenza su di lui nella vecchiaia» (pag. 400)

Domanda #2: Nel tuo libro parli di come, essenzialmente, uscire fosse sinonimo di avventurarsi in un mondo di pericoli, di violenza e soprusi, motivo per cui per le donne la società preferiva la sfera domestica a quella pubblica, dato che gli uomini erano considerati maggiormente sacrificabili. Al tempo stesso però fornisci numerosi esempi di come questo non significasse una reclusione totale, visto che mansioni come il lavare i panni e comprare da mangiare, nonché eventi pubblici ritenuti sicuri (celebrazioni pubbliche e religiose, mercatini, spettacoli di ogni tipo) richiedevano la presenza delle donne, anche solo per funzionare (se devi lavorare, qualcuno che esca a lavare i panni deve pur esserci). Mi chiedo però, pensando ad esempio a posti come l’Arabia Saudita o l’Afghanistan, dove la donna deve richiedere il permesso del guardiano per uscire, o ancora peggio deve essere da lui accompagnata, era a tuo avviso possibile che costui la recludesse? O sussisteva un meccanismo di qualche tipo che evitasse che i mariti più gelosi (anche a loro danno, visto che molte funzioni pubbliche richiedevano appunto l’uscire fuori di casa) potessero decidere di recludere le loro mogli in casa? L’uomo quindi, oltre che fare da scudo umano della donna quando l’accompagnava, aveva anche l’obbligo a farla uscire o ad accompagnarla? La società mediorientale e quella antica vedevano di cattivo occhio un simile marito geloso? Gli impedivano di recludere la moglie?

Risposta: La storiografia femminista ha effettuato una bipartizione concettuale dello spazio vissuto di uomini e donne, tanto da un punto di vista simbolico quanto fisico: lo spazio pubblico maschile e lo spazio privato femminile. Anche se esistono dei forti vincoli tra di loro, lo spazio simbolico e lo spazio fisico non coincidono pienamente. Questi spazi diversificati in linea di massima sono effettivamente esistiti, così come erano diversificati i ruoli sociali, i doveri, i compiti. Il mio dissenso con la storiografia femminista sorge all’ora di spiegarne il perché. Secondo l’ottica femminista il motivo è chiaramente la discriminazione e il patriarcato. Per rispondere all’oggetto della domanda, lo spazio fisico, dovrei prima fare un paio di precisazioni alla domanda stessa. Primo, “il mondo esterno è parco di donne solo quando è percepito come pericoloso” (pag. 440). Il libro include numerosi esempi, di ogni epoca e luogo, della libera mobilità delle donne. Risulta assurdo concepire i mercatini senza donne, qui o in qualsiasi altra parte del mondo. Se oggi le strade delle nostre città e dei nostri paesi sono piene di donne, anche di notte, il motivo principale è il fatto che esse si sentono sicure.
Dall’altra parte, il mondo una volta era molto più rischioso di ora. Non solo nelle foreste, dove raramente si vedevano donne da sole, ma anche all’interno delle città, soprattutto di notte. Il mondo esterno era un mondo pericoloso, lo spazio dei servi e degli sfortunati, al contrario dello spazio chiuso, che era il privilegio del ceto signorile. Il femminismo ha giudicato con parametri attuali, e capovolto, una percezione storica che era sempre stata quella opposta.

Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda, per correttezza bisogna dire che l’analisi di culture specifiche richiederebbe un approfondimento ulteriore. La mia opera è generica, e risponde alle centinaia di opere di storiografia femminista che sono a loro volta generiche. Bisognerebbe approfondire in ogni luogo ed epoca, perché ci possono essere grandi differenze. Tra i tuareg, ad esempio, le donne hanno molte prerogative: libere di muoversi, prima del matrimonio possono avere numerosi amanti, e in caso di separazione rimangono con tutta la proprietà. Se voi andate oggi in un qualunque bazar di un qualunque paese arabo, vedrete che ci sono tantissime donne, anche da sole.

Quello che però è logico pensare è che il controllo della mobilità delle donne si sia applicato (e continui ad applicarsi in alcuni paesi del Medio Oriente) solo per proteggerle da luoghi considerati poco sicuri. Una simile giustificazione non regge quindi quando questi posti vengono considerati sicuri, o quando vi sono le condizioni per attraversarli in sicurezza (ad esempio venendo accompagnate dal marito).
Un uomo che impedisce alla propria moglie di uscire non la sta proteggendo e dunque non ha una giustificazione accettabile per gli standard della società. Qualora recludesse la propria moglie in casa, la sua verrebbe sicuramente vista come un’azione ingiustificabile (letteralmente, perché non sussisterebbero giustificazioni valide come la protezione), come un’anomalia, e pertanto anche come una malefatta, come un sopruso da condannare. Questo ovviamente implica che nessuna società abbia mai permesso la “reclusione delle donne in casa”: anche quelle mediorientali o comunque islamiche spesso spingevano per l’accompagnamento della donna da parte dell’uomo, come suo “scudo umano personale” come giustamente evidenziato, ma che è cosa ben diversa dall’impedire alle donne di uscire di casa. E se vi erano dei casi in cui cuò avveniva, si trattava semplicemente di abusi domestici che si presentano ancora oggi indipendentemente dal tipo di società in cui si vive e dal sesso della persona che li compie, dato che dipendono esclusivamente dalle personalità dei due coniugi.

Prendo ora come esempio il caso più estremo. Non sono mai stato in Afghanistan e non ho mai approfondito nello specifico quella realtà, ma tutti abbiamo visto delle immagini, nei film e documentari, di contadini e pecorai in quegli agresti e spesso impervi paesaggi. E tutti abbiamo esperienze dirette o di studio di realtà simili, ad esempio il mondo contadino siciliano “patriarcale” del XIX secolo – inizio XX secolo. Un mondo in cui gli uomini andavano in campagna, talvolta restandoci per diversi giorni. Nei paesi rimanevano donne, anziani e bambini. Il controllo sociale sulle donne, era fatto dalle altre donne, dai bambini o dagli anziani? Quando nei documentari vediamo quei pecorai molto lontani da casa loro, o quei gruppi di mujaheddin, chi esercita il controllo sociale nei paesi spopolati di uomini?

Domanda #3: Che relazione c’è tra voto esclusivamente maschile e obbligo maschile alla leva? E tra voto maschile e pagamento delle tasse?

Risposta: C’è un legame logico, innegabile, tra voto e obbligo alla leva, sottolineato da numerosi pensatori in ogni epoca, dai greci fino ai nostri giorni, passando per i romani. Il libro contiene parecchi esempi, compreso quello di Olympe de Gouges. Il legame tra le due cose divenne infatti più evidente che mai durante la Rivoluzione francese. La Corte Suprema Americana lo rese esplicito, per gli uomini, nel 1918. Di fatto, fino a poco tempo fa, e ancora oggi in alcuni paesi occidentali, i renitenti alla leva perdevano il diritto di voto. Per le donne, invece, era tutto diverso. Credo che la svolta si possa trovare nella “guerra delle coccarde”, nell’ambito della Rivoluzione francese, dove al contrario di quanto aveva sostenuto Olympe de Gouges, la maggior parte delle rivoluzionarie non volevano partecipare alle operazioni belliche ma pretendevano diritti. Della stessa idea sono Condorcet o Wollstonecraft. Il voto femminile fu un diritto slegato dai doveri.
C’è anche un legame tra voto e pagamento delle tasse (o meglio corvée), ma storicamente non è stato così forte e ha acquisito importanza solo successivamente. Il voto censitario è stato per la maggior parte legato anche a questa logica e le suffragette invocavano proprio questo aspetto, ovvero il fatto che loro pagavano le tasse, e che dunque avrebbero dovuto poter votare.
Per lungo tempo, in un mondo dove la guerra era la preoccupazione assillante di regni e nazioni, il soldato risultava molto più importante del contribuente (basti pensare che danari e corvée potevano arrivare anche tramite la schiavitù). Per cui, nella logica di chiunque, chi voleva partecipare al potere doveva prender parte alle battaglie.

Domanda #4: Secondo te, perché la Caccia alle Streghe colpì maggiormente donne? C’entrano particolari dinamiche sociali o semplicemente, come affermano alcuni, le streghe venivano viste come donne per via del legame che la chiesa vedeva tra stregoneria e rimanenze pagane di culti femminili (ricordiamo che il Canon Episcopi parla di “donne scellerate che credono di andare di notte con Diana, dea dei pagani”)? Secondo te, oltre a questo aspetto meramente religioso/culturale, entrano in gioco altri motivi per questa maggioranza femminile?

Risposta: Prima di tutto credo sia necessario chiarire, contro la percezione della narrativa dominante, che il fenomeno della “caccia alle streghe” (in realtà, “caccia alla stregoneria”) non era rivolto nello specifico contro le donne. Per assurdo si potrebbe affermare il contrario, ovvero che la caccia veniva attuata per proteggere le donne. La Bolla papale di Innocenzo VIII (1484) afferma di voler proteggere le donne tormentate da questi esseri sciagurati, che impediscono loro di concepire e distruggono la loro prole.

In secondo luogo credo sia necessario contestualizzare la cosa. Tra i tanti eventi tragici e cruenti che hanno afflitto l’umanità, la caccia alla stregoneria è molto lontana dal rientrare tra i primi cento per numero di vittime. E tenendo conto solo dei massacri per motivi religiosi, la caccia alla stregoneria occupa solo il 29esimo posto. Del numero complessivo di persone giustiziate per criminalità nello stesso periodo, le vittime della caccia alla stregoneria non rappresentano che una frazione modesta.

Quindi la prima questione su cui bisognerebbe riflettere riguarda l’importanza attribuita a questo triste accadimento storico rispetto a tutti gli altri. Una delle possibili spiegazioni, tra le molte che mi vengono in mente, risiede nel fatto che un cane che morde un uomo non fa notizia, mentre un uomo che morde un cane sì. Effettivamente l’80% delle vittime furono donne, il 20% uomini. In una Storia lastricata di eventi orribili che colpiscono per la stragrande maggioranza uomini, trovarne uno che colpisca di più le donne fa notizia.
Il secondo quesito è: perché proprio questo evento storico colpì maggiormente le donne? Una domanda che è già viziata in partenza, e dice tanto su di noi, che diamo per scontato che siano gli uomini a dover morire o soffrire, sempre e comunque, al posto delle donne.
Infatti la domanda che ci poniamo non è quella più logica. Dovremmo chiederci, in realtà, perché la stragrande maggioranza degli eventi storici tragici colpiscono gli uomini. È curioso che non lo facciamo, sembra quasi che sorga in noi la necessità di proteggere le donne, di preoccuparci solo di loro e di capire i motivi che hanno provocato la loro sofferenza, la loro e quella di nessun altro. Una forma mentis (innata o culturale?) che guida continuamente le nostre azioni. Nel mio libro ho analizzato ad esempio lo sterminio nazista, denominato genocidio perché c’erano donne e bambini. Lo sterminio degli uomini invece è sempre esistito, e da sempre si è chiamato guerra.

Mi rendo conto di non aver risposto all’ultima domanda, ma l’obiettivo primario della mia opera è quello di cambiare il punto di vista con cui analizziamo il mondo, di trasformare un punto di vista perennemente femminile e femminista in un punto di vista anche maschile. Credo che saremo in grado di dire con più precisione perché nel fenomeno della caccia alla stregoneria le donne sono state maggiormente colpite quando ci saremo chiesti (tutti, anche le femministe) perché nella stragrande maggioranza delle altre tragedie umane verificatesi sono stati gli uomini i più colpiti, e perché nessuno se ne cura.

Ringraziamo ancora una volta Santiago per le sue preziose osservazioni e ne approfittiamo per invitarvi all’acquisto del suo interessantissimo libro (qui il link per ordinarlo su Amazon).

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Intervista a Santiago Gascó Altaba, autore del libro “La grande menzogna del femminismo”

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  1. “Un’opera titanica di contro-narrazione della Storia e dell’attualità” recita la retro copertina. Un’opera vasta?

Necessariamente. I protagonisti dell’opera sono il femminismo e, naturalmente, il suo antagonista, il patriarcato. Cos’è il patriarcato? Per esplicita ammissione, il patriarcato è ovunque ed “è tutto”: la Storia, la psiche, la politica, il sesso, l’amore, la famiglia… Chi vuole discutere di femminismo è dunque obbligato a discutere di “tutto”.

  1. C’è un punto di partenza?

Il punto di partenza è la definizione del termine femminismo. E non è un punto di poco conto. È un punto fondamentale. Solo una corretta comprensione e definizione del termine femminismo permette di addentrarsi oltre, di analizzare criticamente quel “tutto” appena accennato mediante una selezione accurata tra infiniti argomenti: Adamo ed Eva, la caccia alle streghe, il suffragio universale, le quote rosa, la violenza di genere, il sessismo nella lingua, l’eterno femminino, l’aspettativa di vita, le torture, i suicidi, il matrimonio, …

  1. Cos’è il femminismo?

Cosa non è il femminismo? È più facile iniziare al contrario.

Intanto il femminismo non è parità. Tutti i dizionari del mondo (tutti!) associano il termine femminismo al termine parità. La parola parità è presente in tutte le definizioni, parità di diritti (non di doveri!).

Il femminismo sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti delle donne ai diritti degli uomini.

Il femminismo non sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti degli uomini ai diritti delle donne.

Trovate qualcosa di paritario nelle due premesse soprastanti? La parità si definisce per sé, senza bisogno di qualifiche. Quando è necessario specificare il “tipo di parità” – delle donne verso gli uomini, non degli uomini verso le donne –, allora non è più parità.

L’incontro di Seneca Falls negli Stati Uniti nel 1848 segna, per la maggior parte delle storiche femministe, la nascita del movimento femminista associativo. Da quella data fino ad oggi è trascorso più di un secolo e mezzo e centinaia di migliaia di iniziative, campagne, rivendicazioni, manifestazioni del movimento femminista a favore dei diritti delle donne. Dal 1848 fino ad oggi, quante sono state le iniziative, campagne, rivendicazioni o manifestazioni del movimento femminista a favore esclusivo di un qualsiasi diritto dell’uomo? Voi ne conoscete qualcuna? Allora, dove risiede la parità?

(Menzione a parte, in questi ultimi anni, meritano i permessi di paternità. Introdotti per richiesta anche da una parte delle associazioni femministe, ad esempio in Spagna, le loro intenzioni non erano quelle di parificare i diritti ma, per esplicita ammissione, si cerca di decostruire l’uomo patriarcale, s’incoraggiano le cure domestiche per favorire lo sviluppo professionale delle donne).

  1. Se ho capito bene, il femminismo sarebbe la dottrina che stabilisce che gli uomini non hanno bisogno di diritti perché li hanno già conquistati tutti?

Sì, ma manca ancora un altro pezzo nella comprensione del termine femminismo.

Oggi il femminismo, come il patriarcato, è “tutto”. Molte storiche femministe hanno augurato esplicitamente la distruzione delle religioni, oppressive e patriarcali, eppure esistono anche la teologia femminista e le femministe teologhe. Per la dignità del corpo delle donne manifestano a braccetto suore e prostitute, tutte femministe. Nella storia del femminismo e ancora oggi ci sono femministe regolamentariste e femministe abolizioniste della prostituzione, femministe con velo e femministe anti-velo, femministe abortiste e femministe anti-abortiste, pro-sufragio femminile e anti-sufragio femminile, comuniste e borghesi, nudiste e pudiche, socialiste e capitaliste, femministe dell’eguaglianza e femministe della differenza, … Al di là dell’esistenza di qualsiasi programma razionale e articolato, tutte si dichiarano femministe.

Di questa eterogeneità abbiamo tutti conferme, quando nelle interviste, le stesse femministe, per giustificare posizioni contrapposte o comportamenti non condivisi, affermano che esistono “molti femminismi”. Anche la stessa storiografia femminista è divisa in ondate diverse (tre o addirittura quattro, secondo le fonti che si adoperano), e, malgrado le proprie contraddizioni in alcuni casi anche interne, tutte si dichiarano femministe.

Questo permette a tutti di avvicinarsi al femminismo in maniera confortante, aderiamo a quello che ci compiace e scartiamo quello “sbagliato”. “Io sono femminista della prima ondata, io invece femminista della terza ondata, io sono femminista abolizionista, io invece femminista liberale…”. Tutti femministi e tutti contenti.

  1. Un femminismo alla carta?

In pratica sì. Siamo di fronte a un grossolano gioco ermeneutico, una semplice creazione di sistemi o gruppi di linguaggio ma anche di valori, che ci permette a tutti di poter scegliere tra un femminismo conveniente e uno sconveniente. All’interno di questo gioco esiste sempre un femminismo corretto, un “femminismo moderato” e un femminismo sbagliato, un “femminismo radicale” o violento.

In questa maniera il termine Femminismo è sempre in salvo, inattaccabile, perché ci sarà sempre un femminismo conveniente, un “femminismo buono”.

Questa è una grande sciocchezza.

Le ideologie non si giudicano per la loro applicazioni, ma per i loro pochi dogmi, fondamentali, intorno ai quali aderiscono tutti gli accoliti. Non esiste un nazismo buono e uno cattivo, un comunismo buono e uno cattivo, un suprematismo bianco buono e uno cattivo, … Sono le ideologie, in toto, con i suoi dogmi, che sono buone o cattive.

Dopo questa lunghissima premessa, ritorniamo alla domanda: « cosa accomuna Lagarde o la Clinton alle attiviste del festival antisistema “Femminismo grasso, postporno e punk”? »

  1. Infatti, cosa accomuna la femminista Christine Lagarde, Direttore del Fondo Monetario Internazionale, e le femministe antisistema?

Siamo nel cuore della questione. Quale dogma comune spinge tutte queste donne a dichiararsi femministe e compagne di lotta? Io l’ho chiamato Principio Assiomatico Assoluto. Mi permetto di usare qualche frase del mio libro: « Tutto il movimento di liberazione è basato sull’assunto che la donna sia oppressa e che sia l’uomo a opprimerla. Su questo binomio, “donna-vittima/uomo-carnefice”, incisivo e chiaro, è stato eretto il più importante e influente edificio ideologico dell’ultimo mezzo secolo. Possiamo denominarlo “Principio Assiomatico Assoluto” »

Questo Principio Assiomatico Assoluto è una costante nella dottrina femminista, in ogni rivendicazione, in ogni manifestazione: donna vittima, uomo colpevole. Dunque, il femminismo si può definire molto più correttamente come “ideologia che promuove la liberazione delle donne dagli uomini” che come “ideologia che promuove la parità”.

Il mio lavoro vuole vagliare criticamente questo Principio che ci assegna il ruolo di vittima o di carnefice a seconda del sesso. Ma questo Principio è troppo generico per essere vagliato. A questo punto ho individuato quattro dogmi femministi più specifici e da questi è iniziata la mia disamina.

  1. Quali sono questi quattro dogmi?

« Primo dogma: Nel corso di tutta la Storia e in tutte le società la donna ha vissuto oppressa dall’uomo sotto una struttura sociale denominata patriarcato. La donna è la vittima della Storia, l’uomo il suo oppressore.

Secondo dogma: Attualmente la donna continua a subire discriminazione e oppressione, frutto di una eredità e di una struttura storica, che la colpisce in ogni ambito, in ogni attività e in ogni paese del mondo. Il dominio maschile è esercitato tanto nell’ambito sociale – la chiesa, la scuola, lo stato – come nell’unità domestica. Oggigiorno la donna è la vittima, la società maschilista il suo oppressore.

Terzo dogma: Femminismo dell’uguaglianza. Donna non si nasce, si diventa. Il sesso (il corpo) si eredita, il Genere (la psiche) si costruisce. Le strutture mentali femminili sono un prodotto dell’educazione storica (patriarcato) e sociale. È necessario destrutturare le “costruzioni sociali patriarcali” (famiglia, religione, scienza, linguaggio).

Quarto dogma: Femminismo della differenza. In molti ambiti è connaturata nella donna una superiorità intellettuale e comportamentale rispetto all’uomo, principalmente nell’ambito morale. Lo status di vittima storica dell’oppressione maschile attribuisce di fatto alla donna una superiorità morale ontologica. »

  1. Come possiamo essere certi che questi dogmi riescano a determinare con precisione l’essenza della dottrina femminista?

Tanto l’esistenza di questo Principio Assiomatico Assoluto quanto quella dei quattro dogmi è supportata da numerose citazioni esplicite femministe, molte delle quali provengono dal femminismo storico.

  1. Infatti, il libro contiene un numero impressionante di citazioni e riferimenti testuali.

Circa 6.000 nell’opera completa. L’opera è divisa in due volumi. Il primo volume tratta il Principio Assiomatico Assoluto e il Primo Dogma. Il secondo gli altri tre dogmi e le conclusioni. Tutta l’opera è approcciata da un punto di vista prevalentemente storico, ma non solo, dove si alternano di continuo prima il testo discorsivo e successivamente le citazioni e i riferimenti che lo riguardano.

Il motivo che mi ha spinto ad adoperare testualmente le citazioni è semplice.

Oggigiorno il femminismo è la dottrina dominante, nelle istituzioni, nei media, nelle scuole. La mia posizione è che il femminismo è un’ideologia deleteria, e questa è una posizione controcorrente e molto politicamente scorretta. Molte delle mie posizioni controverse si basano su citazioni femministe, perfettamente verificabili. Chi se la prende con me, se la deve prendere anche con Simone de Beauvoir, Kate Millett, Germaine Greer, Phyllis Chesler, Juliet Mitchell, Mary Wollstonecraft, Christine de Pizan, …

  1. In che modo si vagliano criticamente gli argomenti specifici? È possibile fornire un esempio? Ad esempio, la caccia alle streghe.

Sì, lo vediamo però un’altra volta. Credo sia importante metabolizzare quanto è stato detto. Anche se un po’ lungo, definire e capire cosa è e cosa non è il femminismo credo sia il primo passo, determinante, per poter affrontare il mondo “femminista” in maniera critica così come le femministe affrontano ogni giorno in maniera critica il loro mondo “patriarcale”. Grazie!

  1. Grazie per aver risposto al nostro invito.

Risposte ai dubbi sull’attivismo (e sugli attivisti) per i diritti maschili

Perché Antisessismo supporta il Men’s Rights Activism senza se e senza ma? In quest’articolo tenteremo di dare una risposta esaustiva a questa domanda.

Come pagina abbiamo sempre cercato di giustificare le nostre posizioni andando al di là degli ad hominem, del cherry-picking, del no true scotsman ed altre fallacie logiche che non portano da nessuna parte. Per questo abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle basi ideologiche dei movimenti, ovvero il minimo comun denominatore che accomuna le diverse correnti al loro interno, che li differenzia dagli altri all’esterno, e che guida le loro azioni concrete.

Nell’MRM (Men’s Rights Movement, sinonimo di MRA) non possiamo parlare di una base teorica che sia davvero comune a tutti, ma ve ne è una molto diffusa e soprattutto distintiva. Essa parte da un bisessismo storico per contestare l’azione unilaterale del femminismo e sostenere la necessità di una compensazione focalizzata, stavolta, sui diritti maschili di cui ci si è dimenticati per così tanto tempo. Questo sistema teorico non presuppone una netta divisione tra oppressori e oppressi, e fornisce le giuste chiavi interpretative per comprendere che anche l’attuale fase ginocentrista non è conseguenza di un “dominio” delle donne, ma di una serie di circostanze storiche. Tutt’altra pasta rispetto a idee secondo le quali “l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone” e “la storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta“, e che troviamo nei due documenti più importanti ai quali viene ricondotta la nascita del femminismo, rispettivamente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) e la Convenzione di Seneca Falls (1848). Risulta quindi impossibile separare femminismo e misandria, poiché, come abbiamo accennato, il femminismo parte dal presupposto che gli uomini abbiano attuato dall’alba dei tempi una dominazione sulle donne, che si rifletterebbe oggi in fenomeni quali la “violenza di genere” e altre angherie volte a ri-sottomettere la donna o negarle in extremis la tanto sudata libertà dai ruoli tradizionali. Come fai a credere in un sistema del genere e al contempo non odiare quelli che consideri i tuoi oppressori? È molto difficile. E pure se riuscissi a non odiarli, cercheresti di risolvere i loro problemi o i tuoi? Riusciresti a vedere i loro problemi, quando hai già deciso che loro sono i tuoi carcerieri, i tuoi aguzzini, i custodi del patriarcato? Certo che no. Per riassumere: al contrario della misoginia in ambito MRA, che laddove presente può essere vista come accidente o contaminazione esterna poiché non affonda le radici in alcuna base teorica originale del movimento, una buona fetta della misandria in ambito femminista è diretta conseguenza della Teoria del Patriarcato, ideologia trasversale a tutte le sue correnti e che rappresenta l’essenza del movimento stesso.

Una volta chiarita la natura intrinsecamente progressista dell’attivismo per i diritti maschili, passiamo ad una problematica che spesso dà luogo ad ambiguità e obiezioni: l’abbondanza di contaminazioni tradizionaliste in ambienti MRA, specialmente americani o comunque internazionali.

Innanzitutto, perché queste contaminazioni esistono? Perché nella società coloro che aderiscono a una visione così ragionata come quella MRA sono nettamente in minoranza rispetto a femministi e antifemministi generici. Questi ultimi, concependo la difesa degli uomini come un semplice opporsi alla moderna misandria femminista e nulla più, sono inevitabilmente attratti da qualunque movimento abbia “men” o “uomini” nel nome. Ma pure se ronzano intorno agli MRA (o, nei casi peggiori, si appropriano dei loro spazi), costoro sempre tradizionalisti rimangono, e le differenze si vedono.

Non dobbiamo dimenticare poi i tanti disperati cui l’una o l’altra problematica maschile ha rovinato la vita. Spesso è gente comune, sprovvista di capacità di astrazione e che difficilmente ambisce a una comprensione completa delle questioni di genere, orientandosi così su spiegazioni più semplici e manichee. Sono da biasimare? Dobbiamo aiutare selettivamente solo chi segue le nostre teorie? Potremo dare una mano agli uomini che soffrono solo quando saranno spariti gli ignoranti (ergo, mai)? Il fatto che ci siano ignoranti che bazzicano i nostri luoghi è motivo sufficiente per soffocare sul nascere il movimento MRA e ogni aiuto che esso può offrire al sesso maschile?
Mi immagino già la scena:

– “La mia ragazza mi picchia, ho paura di restare qui. Come mai c’è un unico centro antiviolenza per uomini in tutta Italia e sta a Milano? Perché nessuno protesta per ‘sta cosa?”

– “Eh guardi, c’erano gli MRA ma poi hanno appeso momentaneamente le scarpe al chiodo in attesa che tutte le vittime maschili prendano un bel PhD in Teoria del Bisessismo Applicata. Così siamo sicuri che tutti capiscano che la colpa delle loro sventure non è delle donne, ma della società e delle circostanze.”

– “Sì ma fino ad allora?”

– “Fino ad allora continui a farsi picchiare, che le devo dire…”

La preoccupazione per l’immagine del movimento è legittima, ma dovrebbe portare a una ed una sola linea d’azione: fare quadrato intorno all’etichetta MRA e difenderla. In altre parole, chi è progressista e tiene ai nostri diritti dovrebbe a maggior ragione definirsi MRA, anziché titubare. Titubare significherebbe darla vinta ai tradizionalisti, costringendoci a un cambio di denominazione che sarebbe disastroso per i diritti maschili. Perché? Perché le etichette buone non crescono sugli alberi, ed “MRA” ha un paio di pregi di cui non possiamo fare a meno.
Il primo è la trasparenza. Se c’è qualcosa che ci descrive perfettamente, questa è proprio la definizione “attivisti per i diritti degli uomini”. Veicola il messaggio che esistano dei diritti maschili per cui lottare e a cui dedicare particolare attenzione. Le parole “attivismo” e “diritti”, inoltre, corrispondono a concetti positivi, non meramente oppositivi, e hanno una forte valenza progressista nell’immaginario collettivo. Il secondo è la popolarità. Il Movimento per i Diritti degli Uomini si è costruito una notorietà internazionale non così indifferente, sebbene manchi degli appoggi istituzionali di cui è dotato il femminismo. Un’etichetta nuova, specie una con tutte le sfumature e i distinguo necessari, creerebbe confusione e sarebbe difficile da popolarizzare. Tra una scissione e l’altra, condannerebbe le questioni maschili ad un perenne anonimato. E anche qualora quest’etichetta riuscisse miracolosamente a prendere piede, il problema del tenere fuori le contaminazioni tradcon si riproporrebbe non appena acquistata una certa visibilità. Non è umanamente possibile impedire che si verifichino prima o poi almeno dei tentativi, da parte di una maggioranza esterna di appropriarsi di un movimento. E a quel punto che si fa? Scappiamo all’infinito dai conservatori? Abbandoniamo il lavoro fatto e ricominciamo daccapo con un altro nome, frammentandoci sempre più e senza alcuna garanzia di ritornare forti e compatti come prima? Mi sembrano le fatiche di Sisifo. Invece di scappare dalla città appena i tradcon si presentano alle sue porte e fondarne ogni volta una nuova, perché non trincerarsi e difenderla?

In Europa (e ancor di più in Italia) ci stiamo riuscendo abbastanza bene, rivendicando l’esclusività progressista del concetto di MRA con un approccio top-down, e mantenendo puliti i nostri spazi di informazione e discussione. Qualcuno storce il naso, perché lo ritiene “artificiale”: beh, sì, è artificiale quanto degli argini che impediscono a un fiume di inondare una città, permettendo a quest’ultima di crescere florida e indipendente. Nella vita le cose buone non accadono da sole, serve qualcuno che le faccia accadere.

Oltreoceano c’è invece più eterogeneità. Da un lato abbiamo le infiltrazioni tradizionaliste, qualche esponente controverso e così via, dall’altro abbiamo il fronte progressista, in seno al quale è nato tutto l’impianto teorico che usiamo. Quale delle due fazioni è più forte? Non si può tentare di rispondere a questa domanda facendo valutazioni meramente numeriche. Se nel documentario MRA per eccellenza (The Red Pill) vengono dette cose progressiste persino intervistando gente che su altre cose è conservatrice, probabilmente esiste una diffusa consapevolezza che l’attivismo per i diritti maschili sia qualcosa di ben distinto dal tradizionalismo e dall’antifemminismo generico.

La teoria del bisessismo-che-poi-diventa-ginocentrismo, dopotutto, non la trovate da nessun altra parte. È nata lì ed è caratteristica distintiva dell’MRM. E si dà il caso che quella teoria sia l’unica teoria davvero giusta nell’ambito delle questioni di genere, l’unica che può permettere un’azione che porti alla vera parità dei sessi.
Un movimento infatti va giudicato anche per contrasto con quelli già esistenti, evidenziando ciò che di nuovo viene detto e quanto di speciale o diverso viene teorizzato. Pensiamoci un attimo: noi apprezziamo le menti geniali del passato per le loro idee acute e innovative, non certo per quelle normali e spesso anche retrograde che costituivano la maggior parte del loro sistema di pensiero. Ad esempio, più o meno quasi tutti i grandi filosofi del passato esprimevano idee tradizionaliste quando si cimentavano in questioni di genere, ma li si scusa dicendo che quella parte “non progressista” del loro pensiero era figlia del loro periodo storico, e li si ricorda invece per le loro grandi intuizioni in altri ambiti. Se sappiamo riconoscere e filtrare le contaminazioni nel pensiero dei singoli intellettuali, allora perché non fare lo stesso con i movimenti sociali?

E vi dirò di più: ammesso e non concesso che l’MRM sia un guazzabuglio al cui interno solo “casualmente” troviamo l’unica teoria giusta nell’ambito delle questioni di genere, supportarlo sarebbe comunque la scelta giusta da fare in questo periodo storico, perché è gente che bene o male qualcosa per gli uomini effettivamente la fa, a differenza di tutti gli altri. Anche se una causa giusta fosse sostenuta dai più per motivi sbagliati, ciò non la renderebbe meno giusta. Come vediamo, l’imperativo logico-etico di dover agire per gli uomini resiste anche alle ipotesi più pessimistiche sulla composizione sociale e sulle intenzioni dei gruppi che si impegnano in questo senso.

Tutto questo non è facile, lo sappiamo. Siamo animali sociali e prima di sostenere l’una o l’altra causa ci facciamo sempre quattro conti in tasca. Ma nessuno ci calerà dal cielo un movimento MRA puramente progressista, fatto e buono, al quale aderire comodamente senza rischi di essere associati a personaggio discutibile X e personaggio discutibile Y. Chi vuole questo movimento deve contribuire a formarlo, non può lavarsene le mani e dire “lo sosterrò dal momento in cui quelli come me saranno la maggioranza”. È come non votare per il tuo partito alle elezioni perché credi che gli altri partiti abbiano più sostegno. A maggior ragione il tuo partito non vince se non lo voti, no?

PS. Etichette e nomenclature sono meno importanti dei fatti concreti, vero, ma non sono neanche irrilevanti o marginali: è più facile lottare per un set di idee se le si associa a una parola o sigla che le tenga unite tra di loro, come un portachiavi, e che aiuti a richiamarle in maniera veloce e sintetica senza dover spiegare sempre tutto daccapo. Questo non significa che dobbiamo qualificarci come MRA ogni volta che intraprendiamo una discussione su una tematica maschile: esistono effettivamente situazioni in cui vale la pena essere più indiretti, ma l’importante è che quando il movimento è oggetto di dibattito pubblico ci si mostri supportivi nei suoi confronti, anziché ostili.

[H.]

Si ringrazia M. per l’aiuto offerto nella stesura dell’articolo.

Vedi anche:

Chi sono gli MRA?
No, gli MRA non sono tradizionalisti e non rivogliono i ruoli di genere
Risposte ai mille tentativi di accomunarci ad altre correnti della manosphere
Se difendi le vittime di violenza… sei complice di un pluriomicida?! L’assurda logica degli anti-MRA

Circoncisione neonatale routinaria: i motivi del NO

Noi europei siamo abituati a pensare alla circoncisione come ad una pratica medica cui si ricorre solo quando è effettivamente necessario, per esempio nei casi di fimosi grave. Purtroppo questa percezione è lontana dalla realtà. Il grosso delle circoncisioni, anche nel contesto occidentale, non viene effettuato per emergenze del genere. Spesso si circoncide direttamente alla nascita, per motivi che possono essere religiosi o legati semplicemente alla tradizione (sebbene vengano spesso nascosti, come vedremo, dietro dubbie giustificazioni di carattere “preventivo”). Un esempio prominente è quello degli Stati Uniti, dove ancora oggi a subire la circoncisione è più della metà dei nuovi nati maschi [1].

Ancor prima di soppesare rischi e benefici di tale pratica, dovremmo porci una domanda di carattere puramente etico: è giusto prendere, in assenza di necessità mediche, decisioni irreversibili sul corpo di chi non può dare il consenso?
Per intenderci, accetteremmo mai la tatuazione religiosa di un neonato? Saremmo mai a favore dell’amputazione dei suoi lobi delle orecchie “perché tanto sono inutile tessuto aggiuntivo che aumenta (dello 0,0..1%) il rischio di cancro”? Giustificheremmo mai un’appendicectomia preventiva? Dopotutto, si tratta di una parte del corpo inutile e che porta solo problemi!
Se la risposta a tutte queste domande è no, congratulazioni, abbiamo ancora una bussola etica funzionante. La religione dei genitori, le loro tradizioni, o le loro paranoie mediche se è per questo, non possono prevaricare sul diritto dei figli alla propria integrità fisica. Anche se il prepuzio fosse davvero un pezzo di pelle privo di funzione (e più avanti vedremo perché invece non lo è), rimarrebbe comunque inaccettabile privare una persona non consenziente di una parte del suo corpo in assenza di urgenti motivi medici. In una società laica e progressista, religione e tradizione non possono essere valide giustificazioni: dev’essere l’individuo a poter scegliere su ciò che lo riguarda, specie se è qualcosa di irreversibile.
Inoltre, spesso le religioni contemplano al loro interno scuole di pensiero [2] e pratiche alternative [3], meno conosciute ma che sarebbe possibile provare a diffondere anche dall’interno, per incoraggiare una maggior compatibilità tra fede e diritto all’autodeterminazione.

Chiarito questo, dovrebbe essere evidente che ogni argomentazione che faccia perno su eventuali “vantaggi” della circoncisione dovrà per forza di cose scontrarsi col diritto del bambino all’integrità fisica; prevalere su di esso richiederà quindi che siano mostrati vantaggi incredibilmente significativi, o alternativamente che si mostri la presenza di rischi reali e tangibili che solo la circoncisione possa drasticamente ridurre. Risultati della magnitudo necessaria sono francamente improbabili, per non dire impossibili.

Nella parte restante di questo articolo passeremo in rassegna le giustificazioni più comuni e spiegheremo perché, come prevedibile, non si avvicinano neanche lontanamente a poter legittimare la circoncisione rituale infantile.

1) “Il prepuzio è inutile”

Falso. Il prepuzio gioca un ruolo importante nella sessualità maschile, trattandosi di un’area densamente innervata, particolarmente sensibile al tatto e quindi altamente erogena, utile altresì per una corretta interazione meccanica tra tutte le parti anatomiche coinvolte nell’atto sessuale [4-7].
Un’altra sua funzione è quella di agire come una mucosa, proteggendo e mantenendo alta la sensibilità del glande [8]. Quando quest’ultimo non è protetto da tale lembo di pelle, infatti, il suo epitelio si ispessisce per ridurre le continue sollecitazioni dovute al contatto con stoffe e tessuti. Questo cambiamento sarebbe irreversibile in caso di circoncisione, proprio perché non potendo più ricoprire il glande col prepuzio, anche l’epitelio non potrebbe più tornare alla sua condizione precedente.

Infine, in uno studio che affermava che la circoncisione non diminuisse la sensibilità del pene è stato trovato un errore metodologico molto grave, ossia il fatto che non venisse misurata la sensibilità del prepuzio stesso; uno studio più recente ha mostrato che è proprio il prepuzio la parte del pene più sensibile al tocco, e non il glande [9].
Su questi ultimi findings qualcuno potrebbe obiettare che i ricercatori in questione sono intattivisti, ma il punto è che difficilmente chi sceglie di dedicare tempo ed energie alla ricerca in questi ambiti è motivato da pura e neutrale curiosità. Spesso la motivazione nasce dall’essere schierati, ma questo non significa che chi è schierato sia per forza disonesto. Essendo la circoncisione una questione etica ancor prima che scientifica, è legittimo che un ricercatore la ritenga sbagliata fin da subito. Poi magari ti capita di leggere uno studio di medici pro-circ, vedi che è stato fatto in modo sbagliatissimo, e allora decidi di replicarlo con maggior rigore scientifico per vedere cosa ne esce. Non neghiamo la potenziale presenza di un bias, ma se consideriamo che per i medici statunitensi le circoncisioni sono operazioni semplici da eseguire e abbastanza remunerative sui grandi numeri, c’è da chiedersi se un conflitto d’interessi economico non sia di gran lunga peggiore di uno meramente intellettuale.

2) “Un mio amico è stato circonciso e dice che ora le sue prestazioni sessuali lo appagano di più”

Perché sente di meno. Se soffri di eiaculazione precoce questo può aiutarti a ritardare l’orgasmo e godertelo, ma sempre in funzione del fatto che non hai le stesse sensazioni.
Se invece una persona è lenta già di suo ad arrivare al culmine, con la circoncisione non ci arriva mai e diventa uno sforzo.
E una persona che ci arriva in tempi normali ne risulta danneggiata perché non aveva necessità di aumentare i tempi, e in più non si gode il sesso al massimo delle sue potenzialità.
Il mondo è pieno di testimonianze di uomini che lamentano minori sensazioni dopo la circoncisione, nonché più frequenti difficoltà nel raggiungere l’orgasmo, come ha mostrato uno studio [10]. Non sapendo se il proprio figlio apparterrà alla prima categoria o alle ultime due, facendolo circoncidere si rischia deliberatamente di danneggiare la sua capacità di provare piacere sessuale da adulto.

3) “La circoncisione riduce le possibilità di contrarre infezioni causate dall’accumulo di smegma”

Lavarsi basta e avanza a questo scopo. Se non vivi nel terzo mondo, l’acqua ci sta.
Per quanto riguarda invece quei paesi dove l’acqua e l’igiene scarseggiano e dove la sanità è sottosviluppata, lì è anche più probabile che la circoncisione venga effettuata con strumenti non sterilizzati, magari usati più volte, quindi il rimedio potrebbe essere peggiore del problema.

4) “Riduce il rischio di contrarre l’HIV”

Altra questione controversa: se fosse vero, o se questo effetto fosse rilevante, come mai allora l’incidenza del virus in Europa è più bassa che negli Stati Uniti? Non dovrebbe essere il contrario?
Ma, per comodità, diamo per buoni gli studi che mostrano tale riduzione (anche se ne sono stati evidenziati caterve di errori metodologici, oltre al semplice fatto che i risultati di ricerche condotte su adulti in Africa difficilmente rispecchiano la realtà dei bambini occidentali circoncisi alla nascita: bisogna tener conto dei fattori ambientali). La circoncisione ridurrebbe il rischio del 60%, mentre l’uso del preservativo lo riduce dell’80%. Ergo, se contrarre HIV tramite sesso penetrativo non protetto con partner infetta è già di suo molto improbabile (4 casi su 10000, ovvero lo 0,04% per atto sessuale), l’uso del solo preservativo fa scendere questa percentuale allo 0,008% [11]. Certo, combinare l’uso del preservativo alla circoncisione potrebbe farla scendere allo 0,0032%. Ma stiamo parlando di un contagio su 12500 atti sessuali penetrativi con partner infetta. Se consideriamo poi che la partner infetta non è poi frequentissima, e che almeno in Occidente chi ha l’HIV tende ad esserne consapevole e a seguire adeguate terapie anti-retrovirali (le quali, in combinazione col preservativo, riducono le chance di contagio del 99,2% [12])…
È evidente che per ogni persona che riusciresti a proteggere con la circoncisione ci sarebbero decine di migliaia di uomini che avresti mutilato inutilmente, perché non avrebbero mai contratto il virus. E tutto questo solo ammettendo come vero un presupposto che è persino dubbio. Che senso ha?

In più, una meta-analisi ha mostrato che la circoncisione non diminuisce il rischio HIV nel caso dei rapporti sessuali tra uomini [13]. Proprio in questo gruppo le chance di contagio sono più alte rispetto al resto della popolazione, e sono riducibili solo attraverso l’uso del preservativo.

A questo proposito c’è da aggiungere che tra i circoncisi, specie se in età adulta, tende a circolare l’idea che la rimozione del prepuzio renda immuni a questa malattia, il che spesso porta ad un mancato utilizzo del preservativo [14, 15] e quindi a maggiori chance di contagio rispetto a chi non è circonciso e si protegge adeguatamente. E a questo punto non è meglio informare anziché amputare?

5) “La circoncisione riduce il rischio di cancro al pene”

Qualsivoglia rimozione di tessuto riduce il rischio di cancro nella relativa parte del corpo. Il cancro al pene si sviluppa in meno di un uomo su 100.000 ogni anno [16, 17], e nella maggior parte dei casi sul glande. È vero che la circoncisione riduce drasticamente il rischio di fimosi, e che la fimosi (patologica) aumenta il rischio di carcinoma penile, ma come abbiamo appena visto si tratta di percentuali talmente infinitesimali che tali restano anche raddoppiandole o triplicandole. Dopotutto, il doppio di 0,001% è 0,002%. Statistiche ad effetto come “aumento del 100/200/300%”, su fenomeni tanto rari già in partenza, nel concreto non significano praticamente nulla.
Inoltre, solo lo 0,6% degli uomini sarà affetto da fimosi patologica nel corso della sua vita [18]. E per concludere, persino l’American Cancer Society concorda sul fatto che la circoncisione non è indicata come strategia di prevenzione.

6) “Delle importanti organizzazioni mediche hanno detto che la circoncisione è ok!”

Sbagliando, come altre organizzazioni – meno intrise di bias culturale americaneggiante – hanno giustamente fatto notare. Gli appelli all’autorità li ho già decostruiti in un altro articolo, perciò su questo punto non mi dilungherò oltre.

7) “Se le proibisci, le circoncisioni le faranno comunque e fuori dagli ospedali, il che è peggio!”

Anche le FGM in certi paesi continuano a farle illegalmente fuori dagli ospedali, ma per fortuna nessuno ha intenzione di legalizzarle di nuovo per questo. La società si è resa conto che non è accettabile che il diritto delle bambine all’integrità fisica sia tenuto in scacco: queste pratiche aberranti vanno combattute e basta, non solo attraverso campagne di sensibilizzazione ma anche col pugno duro della legge. Sui diritti umani non si transige, e non si può certo aspettare con le mani in mano che la gente scelga autonomamente di rispettarli.

8) “Ma la circoncisione non può essere paragonata all’infibulazione!”

All’infibulazione non si può paragonare, ma ad alcune forme meno invasive e più diffuse di FGM sì. Nello specifico, alla circoncisione del prepuzio del clitoride. Le somiglianze con la circoncisione maschile non si esauriscono nella semplice corrispondenza tra le due parti anatomiche: le stesse preoccupazioni (nettamente esagerate) su igiene e rischio HIV sono infatti annoverate come punto a favore della circoncisione femminile da parte delle culture che le praticano, e il rischio è che qualche suo sostenitore possa addirittura trovare un appiglio nei pochi studi esistenti a riguardo [19, 20].
Studi più approfonditi non riceverebbero mai l’approvazione di un comitato etico, ma a dirla tutta è plausibile, pure probabile, che la naturale conformazione dei genitali femminili fornisca un’ambiente più favorevole a batteri e virus rispetto a un tessuto più liscio.
Tuttavia le FGM, circoncisione femminile inclusa, sono illegali in quasi tutti i paesi dove vengono praticate [21]; questo perché giustamente, sul piatto della bilancia, il diritto di una bambina a non subire mutilazioni genitali pesa molto di più rispetto a qualsiasi forzata analisi rischi-benefici. Tutto ciò che chiediamo è che venga applicato lo stesso sacrosanto principio anche ai bambini di sesso maschile.

[H.]

Riferimenti

[1] CDC/NCHS, National Hospital Discharge Survey, 1979-2010.
Nel 2010, ultimo anno in cui è stata condotta la ricerca, la percentuale di circoncisioni effettuate alla nascita negli ospedali americani si attestava sul 58%. Parliamo quindi di più di un milione di bambini all’anno che subiscono circoncisione per motivi di tradizione o disinformazione, e questo contando solo gli Stati Uniti.

[2] Per quanto riguarda il mondo musulmano, non mancano dispute teologiche sull’interpretazione di alcuni versetti del Corano in materia di integrità corporea. Esistono già, dunque, correnti di pensiero che si oppongono alla circoncisione.

http://www.quranicpath.com/misconceptions/circumcision.html

[3] In ambito ebraico, ad esempio, esiste il Brit Shalom. Si tratta di un rito effettuato da molti rabbini in alternativa alla circoncisione (Brit Milah), e che sostituisce il rituale sanguinoso con uno simbolico.
https://en.wikipedia.org/wiki/Brit_shalom_(naming_ceremony)

[4] Cold CJ, Taylor JR. The prepuce. BJU Int. 1999;83 Suppl 1:34-44.

[5] Taylor JR, Lockwood AP, Taylor AJ. The prepuce: specialized mucosa of the penis and its loss to circumcision. Br J Urol (1996) 77(2):291– 5.10.1046/j.1464-410X.1996.85023.x

[6] Earp BD, Darby RJ. Does science support infant circumcision? A skeptical reply to Brian Morris. The Skeptic. (2014). Available from: https://www.academia.edu/9872471/Does_science_support_infant_circumcision

[7] Werker PM, Terng AS, Kon M. The prepuce free flap: dissection feasibility study and clinical application of a super-thin new flap. Plast Reconstr Surg (1998) 102(4):1075–82.10.1097/00006534-199809040-00024.

[8] Cfr nota 4.

[9] Sorrells ML, Snyder JL, Reiss MD, et al. Fine-touch pressure thresholds in the adult penis. BJU Int. 2007;99(4):864-9.

[10] Frisch M, Lindholm M, Grønbæk M. Male circumcision and sexual function in men and women: a survey-based, cross-sectional study in Denmark. Int J Epidemiol. 2011;40(5):1367-81.

[11] Patel P, Borkowf CB, Brooks JT, Lasry A, Lansky A, Mermin J. Estimating per-act HIV transmission risk: a systematic review. AIDS. 2014;28(10):1509-19.

[12] Ibid.

[13] Millett GA, Flores SA, Marks G, Reed JB, Herbst JH. Circumcision status and risk of HIV and sexually transmitted infections among men who have sex with men: a meta-analysis. JAMA. 2008;300(14):1674-84.

[14] Kalichman S., Eaton L., Pinkerton S. Circumcision for HIV prevention: failure to account for behavioral risk compensation. PloS Med. 2007;4(3):e137-138.

[15] Myers A., Myers J. Male circumcision – the new hope? S Afr Med J. 2007;97(5):338-341.

[16] https://www.cancer.org/cancer/penile-cancer/about/key-statistics.html

[17] http://www.ncin.org.uk/publications/data_briefings/penile_cancer_incidence_by_age

[18] Shahid SK. Phimosis in children. ISRN Urol. 2012;2012:707329.

[19] Stallings RY, Karugendo E. Female circumcision and HIV infection in Tanzania: for better or for worse. Third International AIDS Society Conference on HIV Pathogenesis and Treatment Rio de Janeiro. 2005:25–27.

[20] Kinuthia, Rosemary G., The Association between Female Genital Mutilation (FGM) and the Risk of HIV/AIDS in Kenyan Girls and Women (15-49 Years). Thesis, Georgia State University, 2010.

[21] Paesi in cui le FGM vengono praticate: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/27/Composite_FGM_world_map.svg
Paesi in cui le FGM sono vietate per legge: https://infographic.statista.com/normal/chartoftheday_4952_which_countries_ban_fgm_by_law_n.jpg