Risposte ai dubbi sull’attivismo (e sugli attivisti) per i diritti maschili

Perché Antisessismo supporta il Men’s Rights Activism senza se e senza ma? In quest’articolo tenteremo di dare una risposta esaustiva a questa domanda.

Come pagina abbiamo sempre cercato di giustificare le nostre posizioni andando al di là degli ad hominem, del cherry-picking, del no true scotsman ed altre fallacie logiche che non portano da nessuna parte. Per questo abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle basi ideologiche dei movimenti, ovvero il minimo comun denominatore che accomuna le diverse correnti al loro interno, che li differenzia dagli altri all’esterno, e che guida le loro azioni concrete.

Nell’MRM (Men’s Rights Movement, sinonimo di MRA) non possiamo parlare di una base teorica che sia davvero comune a tutti, ma ve ne è una molto diffusa e soprattutto distintiva. Essa parte da un bisessismo storico per contestare l’azione unilaterale del femminismo e sostenere la necessità di una compensazione focalizzata, stavolta, sui diritti maschili di cui ci si è dimenticati per così tanto tempo. Questo sistema teorico non presuppone una netta divisione tra oppressori e oppressi, e fornisce le giuste chiavi interpretative per comprendere che anche l’attuale fase ginocentrista non è conseguenza di un “dominio” delle donne, ma di una serie di circostanze storiche. Tutt’altra pasta rispetto a idee secondo le quali “l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone” e “la storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta“, e che troviamo nei due documenti più importanti ai quali viene ricondotta la nascita del femminismo, rispettivamente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) e la Convenzione di Seneca Falls (1848). Risulta quindi impossibile separare femminismo e misandria, poiché, come abbiamo accennato, il femminismo parte dal presupposto che gli uomini abbiano attuato dall’alba dei tempi una dominazione sulle donne, che si rifletterebbe oggi in fenomeni quali la “violenza di genere” e altre angherie volte a ri-sottomettere la donna o negarle in extremis la tanto sudata libertà dai ruoli tradizionali. Come fai a credere in un sistema del genere e al contempo non odiare quelli che consideri i tuoi oppressori? È molto difficile. E pure se riuscissi a non odiarli, cercheresti di risolvere i loro problemi o i tuoi? Riusciresti a vedere i loro problemi, quando hai già deciso che loro sono i tuoi carcerieri, i tuoi aguzzini, i custodi del patriarcato? Certo che no. Per riassumere: al contrario della misoginia in ambito MRA, che laddove presente può essere vista come accidente o contaminazione esterna poiché non affonda le radici in alcuna base teorica originale del movimento, una buona fetta della misandria in ambito femminista è diretta conseguenza della Teoria del Patriarcato, ideologia trasversale a tutte le sue correnti e che rappresenta l’essenza del movimento stesso.

Una volta chiarita la natura intrinsecamente progressista dell’attivismo per i diritti maschili, passiamo ad una problematica che spesso dà luogo ad ambiguità e obiezioni: l’abbondanza di contaminazioni tradizionaliste in ambienti MRA, specialmente americani o comunque internazionali.

Innanzitutto, perché queste contaminazioni esistono? Perché nella società coloro che aderiscono a una visione così ragionata come quella MRA sono nettamente in minoranza rispetto a femministi e antifemministi generici. Questi ultimi, concependo la difesa degli uomini come un semplice opporsi alla moderna misandria femminista e nulla più, sono inevitabilmente attratti da qualunque movimento abbia “men” o “uomini” nel nome. Ma pure se ronzano intorno agli MRA (o, nei casi peggiori, si appropriano dei loro spazi), costoro sempre tradizionalisti rimangono, e le differenze si vedono.

Non dobbiamo dimenticare poi i tanti disperati cui l’una o l’altra problematica maschile ha rovinato la vita. Spesso è gente comune, sprovvista di capacità di astrazione e che difficilmente ambisce a una comprensione completa delle questioni di genere, orientandosi così su spiegazioni più semplici e manichee. Sono da biasimare? Dobbiamo aiutare selettivamente solo chi segue le nostre teorie? Potremo dare una mano agli uomini che soffrono solo quando saranno spariti gli ignoranti (ergo, mai)? Il fatto che ci siano ignoranti che bazzicano i nostri luoghi è motivo sufficiente per soffocare sul nascere il movimento MRA e ogni aiuto che esso può offrire al sesso maschile?
Mi immagino già la scena:

– “La mia ragazza mi picchia, ho paura di restare qui. Come mai c’è un unico centro antiviolenza per uomini in tutta Italia e sta a Milano? Perché nessuno protesta per ‘sta cosa?”

– “Eh guardi, c’erano gli MRA ma poi hanno appeso momentaneamente le scarpe al chiodo in attesa che tutte le vittime maschili prendano un bel PhD in Teoria del Bisessismo Applicata. Così siamo sicuri che tutti capiscano che la colpa delle loro sventure non è delle donne, ma della società e delle circostanze.”

– “Sì ma fino ad allora?”

– “Fino ad allora continui a farsi picchiare, che le devo dire…”

La preoccupazione per l’immagine del movimento è legittima, ma dovrebbe portare a una ed una sola linea d’azione: fare quadrato intorno all’etichetta MRA e difenderla. In altre parole, chi è progressista e tiene ai nostri diritti dovrebbe a maggior ragione definirsi MRA, anziché titubare. Titubare significherebbe darla vinta ai tradizionalisti, costringendoci a un cambio di denominazione che sarebbe disastroso per i diritti maschili. Perché? Perché le etichette buone non crescono sugli alberi, ed “MRA” ha un paio di pregi di cui non possiamo fare a meno.
Il primo è la trasparenza. Se c’è qualcosa che ci descrive perfettamente, questa è proprio la definizione “attivisti per i diritti degli uomini”. Veicola il messaggio che esistano dei diritti maschili per cui lottare e a cui dedicare particolare attenzione. Le parole “attivismo” e “diritti”, inoltre, corrispondono a concetti positivi, non meramente oppositivi, e hanno una forte valenza progressista nell’immaginario collettivo. Il secondo è la popolarità. Il Movimento per i Diritti degli Uomini si è costruito una notorietà internazionale non così indifferente, sebbene manchi degli appoggi istituzionali di cui è dotato il femminismo. Un’etichetta nuova, specie una con tutte le sfumature e i distinguo necessari, creerebbe confusione e sarebbe difficile da popolarizzare. Tra una scissione e l’altra, condannerebbe le questioni maschili ad un perenne anonimato. E anche qualora quest’etichetta riuscisse miracolosamente a prendere piede, il problema del tenere fuori le contaminazioni tradcon si riproporrebbe non appena acquistata una certa visibilità. Non è umanamente possibile impedire che si verifichino prima o poi almeno dei tentativi, da parte di una maggioranza esterna di appropriarsi di un movimento. E a quel punto che si fa? Scappiamo all’infinito dai conservatori? Abbandoniamo il lavoro fatto e ricominciamo daccapo con un altro nome, frammentandoci sempre più e senza alcuna garanzia di ritornare forti e compatti come prima? Mi sembrano le fatiche di Sisifo. Invece di scappare dalla città appena i tradcon si presentano alle sue porte e fondarne ogni volta una nuova, perché non trincerarsi e difenderla?

In Europa (e ancor di più in Italia) ci stiamo riuscendo abbastanza bene, rivendicando l’esclusività progressista del concetto di MRA con un approccio top-down, e mantenendo puliti i nostri spazi di informazione e discussione. Qualcuno storce il naso, perché lo ritiene “artificiale”: beh, sì, è artificiale quanto degli argini che impediscono a un fiume di inondare una città, permettendo a quest’ultima di crescere florida e indipendente. Nella vita le cose buone non accadono da sole, serve qualcuno che le faccia accadere.

Oltreoceano c’è invece più eterogeneità. Da un lato abbiamo le infiltrazioni tradizionaliste, qualche esponente controverso e così via, dall’altro abbiamo il fronte progressista, in seno al quale è nato tutto l’impianto teorico che usiamo. Quale delle due fazioni è più forte? Non si può tentare di rispondere a questa domanda facendo valutazioni meramente numeriche. Se nel documentario MRA per eccellenza (The Red Pill) vengono dette cose progressiste persino intervistando gente che su altre cose è conservatrice, probabilmente esiste una diffusa consapevolezza che l’attivismo per i diritti maschili sia qualcosa di ben distinto dal tradizionalismo e dall’antifemminismo generico.

La teoria del bisessismo-che-poi-diventa-ginocentrismo, dopotutto, non la trovate da nessun altra parte. È nata lì ed è caratteristica distintiva dell’MRM. E si dà il caso che quella teoria sia l’unica teoria davvero giusta nell’ambito delle questioni di genere, l’unica che può permettere un’azione che porti alla vera parità dei sessi.
Un movimento infatti va giudicato anche per contrasto con quelli già esistenti, evidenziando ciò che di nuovo viene detto e quanto di speciale o diverso viene teorizzato. Pensiamoci un attimo: noi apprezziamo le menti geniali del passato per le loro idee acute e innovative, non certo per quelle normali e spesso anche retrograde che costituivano la maggior parte del loro sistema di pensiero. Ad esempio, più o meno quasi tutti i grandi filosofi del passato esprimevano idee tradizionaliste quando si cimentavano in questioni di genere, ma li si scusa dicendo che quella parte “non progressista” del loro pensiero era figlia del loro periodo storico, e li si ricorda invece per le loro grandi intuizioni in altri ambiti. Se sappiamo riconoscere e filtrare le contaminazioni nel pensiero dei singoli intellettuali, allora perché non fare lo stesso con i movimenti sociali?

E vi dirò di più: ammesso e non concesso che l’MRM sia un guazzabuglio al cui interno solo “casualmente” troviamo l’unica teoria giusta nell’ambito delle questioni di genere, supportarlo sarebbe comunque la scelta giusta da fare in questo periodo storico, perché è gente che bene o male qualcosa per gli uomini effettivamente la fa, a differenza di tutti gli altri. Anche se una causa giusta fosse sostenuta dai più per motivi sbagliati, ciò non la renderebbe meno giusta. Come vediamo, l’imperativo logico-etico di dover agire per gli uomini resiste anche alle ipotesi più pessimistiche sulla composizione sociale e sulle intenzioni dei gruppi che si impegnano in questo senso.

Tutto questo non è facile, lo sappiamo. Siamo animali sociali e prima di sostenere l’una o l’altra causa ci facciamo sempre quattro conti in tasca. Ma nessuno ci calerà dal cielo un movimento MRA puramente progressista, fatto e buono, al quale aderire comodamente senza rischi di essere associati a personaggio discutibile X e personaggio discutibile Y. Chi vuole questo movimento deve contribuire a formarlo, non può lavarsene le mani e dire “lo sosterrò dal momento in cui quelli come me saranno la maggioranza”. È come non votare per il tuo partito alle elezioni perché credi che gli altri partiti abbiano più sostegno. A maggior ragione il tuo partito non vince se non lo voti, no?

PS. Etichette e nomenclature sono meno importanti dei fatti concreti, vero, ma non sono neanche irrilevanti o marginali: è più facile lottare per un set di idee se le si associa a una parola o sigla che le tenga unite tra di loro, come un portachiavi, e che aiuti a richiamarle in maniera veloce e sintetica senza dover spiegare sempre tutto daccapo. Questo non significa che dobbiamo qualificarci come MRA ogni volta che intraprendiamo una discussione su una tematica maschile: esistono effettivamente situazioni in cui vale la pena essere più indiretti, ma l’importante è che quando il movimento è oggetto di dibattito pubblico ci si mostri supportivi nei suoi confronti, anziché ostili.

[H.]

Si ringrazia M. per l’aiuto offerto nella stesura dell’articolo.

Vedi anche:

Chi sono gli MRA?
No, gli MRA non sono tradizionalisti e non rivogliono i ruoli di genere
Risposte ai mille tentativi di accomunarci ad altre correnti della manosphere
Se difendi le vittime di violenza… sei complice di un pluriomicida?! L’assurda logica degli anti-MRA

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