Archivi del mese: maggio 2019

Le donne ostacolano il diritto all’aborto tanto quanto gli uomini

A seguito della legge anti-abortista dell’Alabama che impedisce l’aborto anche nei casi di incesto e stupro, si è riaffermata la narrazione femminista su come sia “colpa degli uomini per tutte le leggi antiabortiste” e “se gli uomini avessero potuto abortire, l’aborto sarebbe stato legale da sempre” (frase assurda, anzi, vera e propria follia, considerando che avviene invece proprio l’opposto: i diritti riproduttivi femminili sono legali mentre quelli maschili, come la rinuncia di paternità, no). Vi sono addirittura foto come questa, che recita: “Il 77% dei leader anti-aborto è composto da uomini. Il 100% di loro non resterà mai incinta”:

La cifra non ha fonte, e sembra inventata, non sappiamo quindi se sia vera o meno. Eppure, anche se lo fosse, sappiamo che esistono, a causa dei ruoli di genere, differenze nella scelta dei lavori, e quello di politico, che sia politico parlamentare o leader di un movimento politico, è un lavoro a maggioranza maschile. Essendo perciò un fattore trasversale all’intera classe politica, è la maggiore presenza degli uomini in politica che renderebbe gli uomini il 77% dei leader anti-aborto (sempre se tale cifra risultasse vera), e non la maggiore o minore percentuale di antiabortisti tra gli uomini o tra le donne nella popolazione generale, come invece si lascia ingannevolmente intendere.
Andando a vedere infatti come si divide l’opinione della popolazione in generale, possiamo comprendere quanto le responsabilità per l’esistenza dell’antiabortismo siano divise tra i sessi.
In questo modo possiamo notare come le donne siano responsabili quanto gli uomini nella creazione e nella perpetuazione del sistema che ostacola il diritto all’aborto.

Prima di tutto, però, chiediamoci: perché questo tema ci interessa così tanto? Non è forse una questione marginale? Le femministe in fondo hanno sempre parlato contro certe donne che si oppongono all’aborto.
E’ vero, ne hanno parlato, ma ne hanno sempre parlato come di una minoranza. La fetta maggiore di responsabilità, la colpa, l’hanno sempre attribuita agli uomini.
Ovviamente dimostrare che le donne non siano solo una piccola minoranza ma abbiano la stessa identica responsabilità degli uomini nel creare il sistema antiabortista si inserisce nel dibattito tra la visione del mondo femminista, che poggia sulla Teoria del Patriarcato (la quale afferma che gli uomini siano oppressori del genere femminile), e la nostra visione del mondo, che si basa sulla Teoria del Bisessismo, secondo la quale il sistema di genere sarebbe sostenuto in maniera paritaria tra uomini e donne: uomini e donne sarebbero ugualmente co-carnefici e co-creatori del sistema dei ruoli di genere, che quindi non potrebbe più logicamente essere denominato “patriarcato”, perché gli uomini contribuirebbero ad esso nella stessa misura delle donne.

Ovviamente vi sono questioni specifiche in cui un’adesione paritaria non sussiste, ma si tratta solitamente di casi molto poco rilevanti nel dibattito pubblico: nelle questioni di genere risulta invece spesso presente una sostanziale adesione del genere femminile anche nella stessa negazione dei propri diritti, equivalente o addirittura maggiore rispetto alla percentuale maschile. Ad esempio, nel 1895, alle donne del Massachusetts fu chiesto dallo stato se desiderassero il suffragio. Delle 575.000 donne votanti nello stato, solo 22.204 si presero il disturbo di depositare in una scheda elettorale una risposta affermativa a questa domanda. Cioè meno del 4% desiderava il voto; mentre all’incirca il 96% delle donne era contrario al suffragio femminile o indifferente ad esso.

Ovviamente, considerato ciò, descrivere la percentuale di donne antiabortiste come “una piccola minoranza” risulta ingannevole e fuorviante, servendo semplicemente ad alimentare il sentimento di odio verso il genere maschile.

Vox ci ha mostrato che numerosi sondaggi hanno infatti evidenziato come le opinioni sull’aborto tra uomini e donne non cambino di molto tra loro.
Un sondaggio di PerryUndem e Vox che ha provato a catturare le diverse idee americane sull’aborto ha sottolineato che gli statunitensi tendono a non usare i termini “pro-vita” e “pro-scelta” in maniera rigida: certe volte non li vedono neanche in maniera mutualmente esclusiva (ritroviamo infatti le opzioni “entrambi” e “nessuno dei due”). Inoltre ha mostrato che uomini e donne hanno la stessa probabilità di descriversi come “pro-scelta”, mentre le donne hanno leggermente più possibilità degli uomini di descriversi come “pro-vita”:

Altri sondaggi che hanno fatto domande diverse hanno raggiunto conclusioni sostanzialmente simili. Nei dati, divisi per anni e serie temporali, condotti dall’agenzia di analisi Gallup, le donne hanno leggermente più probabilità di dire che l’aborto dovrebbe essere legale in tutte le circostanze, ma anche leggermente più probabilità di affermare che l’aborto non dovrebbe essere legale in nessuna circostanza.

E questo non è solo un capriccio della politica americana. Pew ha effettuato una grande comparazione internazionale che mostra quante persone, in tutti i Paesi, ritengono che l’aborto dovrebbe essere legale “in tutti o nella maggior parte dei casi”. Ha trovato divari di genere (e neanche qui così enormi; senza contare poi che non ha valutato il divario di genere su chi pensa che l’aborto dovrebbe essere sempre o quasi sempre illegale, aspetto che nel precedente sondaggio dava anch’esso una maggioranza femminile) solo in una manciata di Paesi come l’Armenia e il Portogallo, ma la situazione dei restanti Stati è che le differenze tra uomini e donne nel sostegno all’aborto in ogni caso o in quasi ogni caso non siano significative.

Eppure, nonostante questi dati, vi sono articoli come “Every Senate Vote for Alabama’s Abortion Ban Was From a White Man” di HuffPost, che mirano a identificare il nemico non nel sentire comune di donne e uomini antiabortisti, con una responsabilità condivisa di entrambi i generi, ma solo ed esclusivamente negli uomini.

Cito in proposito un’osservazione che gli amministratori di Hombres, género y debate crítico hanno fatto a queste asserzioni:

“Questo articolo offre l’impressione che la legge anti-abortista dell’Alabama sia una cospirazione maschile per controllare i corpi delle donne. “Tutti i voti al Senato per la legge erano di uomini bianchi.” Ma è così? Vediamo i dettagli.

Come indica lo stesso articolo, vi sono 27 senatori repubblicani. 25 hanno votato a favore, le restanti due, donne, si sono astenute. Coloro che hanno votato contro erano tutti democratici. L’allineamento politico ci dice più del sesso nel votare?

Il promotore della legge, che ha avuto inizio nella Camera dei rappresentanti, è Terri Collins, donna e repubblicana. La governatrice che ha firmato la legge (avrebbe potuto porre il veto o lasciarla passare senza la sua firma), anche, Kay Ivey.

Se analizziamo i voti nella Camera dei Rappresentanti, vedremo che sette donne hanno votato a favore della legge, mentre una donna ha votato contro. Ancora una volta, gli allineamenti politici sono più importanti del sesso. Ripeto, 7 a 1.

E possiamo anche vedere nel link precedente per notare che quelli che hanno votato “no” alla legge erano due uomini e una donna.

Al contrario, coloro che hanno affermato che le leggi statali che proibivano l’aborto erano incostituzionali nel caso Roe v. Wade erano tutti maschi. Sì, era il 1973, quindi anche questo è molto sorprendente per la narrativa femminista delle donne che al tempo avrebbero “lottato contro il sistema maschile”. Sistema che invece, come notiamo, non era responsabilità unicamente maschile.

Quello che intendo concludere è che non si tratta di uomini contro donne, ma di opposte posizioni ideologiche. Niente di nuovo sotto il sole.


La votazione nella camera dei rappresentanti:

https://legiscan.com/AL/rollcall/HB314/id/855346

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Fingere l’auto-difesa per non finire in carcere: come le donne violente riescono a farla franca

“Mentire è un mezzo elementare di auto-difesa”

Purtroppo sembra che non si possa parlare dell’atteggiamento generale che le persone hanno verso determinate notizie senza dover parlare anche delle notizie in sé. Invece io vorrei parlare proprio di questo, della *reazione* alla notizia sulla (presunta) legittima difesa da parte della figlia patricida, non tanto del caso di cronaca in sé. La riflessione che sto per fare avrebbe quindi senso anche se si trattasse effettivamente di legittima difesa, perché riguarda quello che la gente pensa dell’evento e i meccanismi con cui si formano le loro opinioni a caldo, piuttosto che l’evento stesso.

Partiamo dal fatto che la nostra società ormai è una società la cui percezione è governata dai media. Non andiamo a vedere le statistiche degli eventi, ma prendiamo quei due-tre casi di cui il TG può parlare e li estendiamo per analogia e bias di conferma alle altre migliaia di casi simili. Questo fa sì che anche l’opinione della gente si modifichi in base a cosa vada di moda in quel momento tra i TG, per cui in passato il pericolo sembravano essere gli albanesi e tutti giù a dar contro agli albanesi, poi sono apparse le notizie sui romeni e tutti giù a dar contro ai romeni e così via. Per carità, può capitare che una maggiore attenzione del TG a un tema piuttosto che a un altro sia specchio della sua maggiore presenza, ma non è automatico. Ad esempio per un certo periodo i TG si erano focalizzati sulle morti per parto, quando le statistiche ci dimostrano che rappresentano lo 0,qualcosa% del totale. Eppure, a sentire loro, sembrava di essere tornati all’Ottocento.

Il problema quindi è anche come una notizia viene presentata, e a cosa venga data maggiore enfasi. Nel caso in cui i TG diano enfasi all’autodifesa, quello che mi viene spontaneo chiedere è: “perché nessuno testa questa ipotesi? Perché nessuno dice ‘hey ma come facciamo a fidarci delle parole dell’assassina? È evidente che abbia conflitti d’interesse'”. Perché nessuno si chiede: “cosa dice l’autopsia? Conferma o disconferma questa versione?”. Perché, nel caso in esame, gli esami autoptici non vengono esaminati prima delle dichiarazioni delle assassine? Perché le dichiarazioni delle assassine vengono viste in automatico come vere? Perché non parliamo di lui come vittima (essendo morto per mano della donna, che ha ammesso l’atto), ponendo enfasi sul dato che tutti confermano (ovvero che sia stato ucciso da lei) e solo nel caso, qualora l’autodifesa venisse a galla (dato non ancora confermato né analizzato), rovesciare questa descrizione? Perché la dichiarazione della persona con maggior conflitto d’interessi deve valere quanto il dato fattuale dell’uccisione, prima ancora che tale dichiarazione sia stata valutata? Perché il fatto che una persona sia stata violenta in passato rappresenta, nel caso delle donne che uccidono gli uomini, la prova che lei si sia solo difesa, mentre nel caso degli uomini che uccidono le donne, la prova che lui non fosse veramente vittima e che fosse anzi lui il vero abusante?Tornando al caso in esame, perché non si pensa a quanto le dichiarazioni di autodifesa coincidano o meno con i danni ritorvati sul corpo del padre e su quello della figlia? Perché nessuno pensa “ah ma come mai la coltellata è avvenuta in quel punto piuttosto che in quest’altro? Questo punto, nella dinamica del litigio, è più probabile che venga preso nei casi di autodifesa o si sposa più con la ricostruzione di un atto deliberato di violenza di lei verso lui?”

Non c’è nessuna riflessione di questo tipo nel dibattito pubblico. Non viene proprio in mente. La potenza dell’enfasi posta dai TG sull’autodifesa, del suo DARE PER SCONTATO che sia così, è più forte dell’evidenza dei fatti. La portata della narrazione corrente ha un peso maggiore rispetto alla meticolosità e alla giusta analisi delle prove.

Eppure, se mezza Italia ha paura che una legge permissiva sulla legittima difesa contro chi ti entra in casa possa portare a omicidi per vendetta camuffati da autodifesa, come mai nessuno pensa che ciò possa avvenire, che anzi ciò sicuramente avvenga, in molti casi di donne che ammazzano uomini?

Considerato tutto ciò, è evidente come il modo in cui tutti i media riportano questa e altre notizie di uccisioni di uomini da parte di donne, i commenti dei giornalisti e quelli della gente, rappresentino un esercizio spaventevole di bias ginocentrico. Quella ragazza potrebbe tranquillamente essere un’assassina e per la gente è diventata una santa, solo per via dell’enfasi data dai TG, e non certo per esiti dell’autopsia che confermassero o meno la versione della donna.

E questo è possibile dirlo indipendentemente dalla vicenda in sé. Perché non parliamo del caso ma della reazione da parte della popolazione, del doppio standard nella valutazione. Non importa se sia o meno realmente autodifesa, ma PERCHÉ e IN BASE A COSA la gente pensi in automatico che lo sia.Questo, questo è spaventoso. Questo è terribile. Questo è da cambiare.

[A.]

PS: Chi commenterà “fate attenzione, secondo me è stata legittima difesa perché…” riceverà in omaggio un bello zero spaccato in comprensione del testo.

Breve nota su stupri e omicidi

È opinione diffusa che le pene detentive per stupro siano sempre troppo poco severe. Se si chiede alle persone quale debba essere la loro durata, si ricava l’impressione che esse debbano essere aumentate indefinitamente, fino ad eguagliare o addirittura superare quelle per omicidio. Quest’idea non deriva in realtà dal fatto che la gente ritenga lo stupro, di per sé, come paragonabile in gravità all’omicidio, ma dal fatto che lo stupro è visto erroneamente come un crimine di cui solo le donne sono vittime. A causa di un famigerato bias, questo aumenta esponenzialmente la sua gravità agli occhi della gente, arrivando a far percepire lo stupro su una donna come più grave non solo dello stupro su un uomo, ma anche dell’uccisione di quell’uomo stesso.
Quando la vittima di stupro è un uomo, infatti, nessuno scende in piazza a chiedere un inasprimento delle pene per la stupratrice; e addirittura le proteste per gli sconti di pena agli assassini sono di intensità inferiore rispetto alle manifestazioni femministe e all’indignazione che corre sui social nel caso dello stupro.

Anche se si volesse proporre l’equiparazione delle pene per i due reati in base a un ragionamento meramente filosofico (“con la morte smetti di soffrire mentre con forti traumi, mutilazioni ecc. continui a soffrire per molto tempo”), questo non reggerebbe poi tantissimo: la morte è irreversibile, mentre la sofferenza per il trauma dello stupro può (e deve!) essere superata, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Esistono sofferenze, come quelle per la perdita di un arto e conseguente disabilità, che sono effettivamente irreversibili (un arto non ricresce). Ma come si fa a dire la stessa cosa, a priori, per lo stupro? Ritornare alla normalità è possibile, così come è possibile ritornare alla normalità dopo aver perso tragicamente uno dei propri cari ed aver elaborato il lutto. Altrimenti che facciamo, proponiamo l’eutanasia per chiunque abbia subito gravi traumi psicologici? Non bisogna prendere troppo alla lettera la frase “avrei preferito morire”, spesso pronunciata in queste tragiche situazioni. Sebbene la percentuale di suicidi e tentativi di suicidio tra chi soffre molto sia relativamente alta, essa (per fortuna) non arriva ad essere la maggioranza, e questo ci suggerisce che la morte non è davvero considerata preferibile a queste sofferenze.

Dobbiamo inoltre pensare al fatto che, in caso contrario, un tale approccio promortalista rappresenterebbe una rivoluzione copernicana, un sovvertire tutto un sistema di valori – quello della vita come bene supremo – profondamente radicato in tutte le società umane. La diffusione su larga scala di una tale filosofia è da considerarsi improbabile se non impossibile: di conseguenza, più o meno qualunque equiparazione tra omicidio e stupro avverrebbe per un’altra motivazione, ossia quella ginocentrica di cui abbiamo parlato due paragrafi fa. Sarebbe quindi da interpretare come un grave sintomo dell’empathy gap.

Ricapitolando:

Lo stupro non è di genere. La sua gravità è simile a quella del pestaggio, e il crimine peggiore di tutti resta l’omicidio. Se la vostra sensazione “di pancia” è diversa, è perché inconsciamente vedete lo stupro come un crimine che ha le donne per vittime, e l’empathy gap fa il resto. Questo è verificabile nel momento in cui vi accorgete di provare maggiore indignazione per uno stupro che per un omicidio, e al contempo maggiore indignazione per un omicidio che per un pestaggio.

Detto questo, avere dei bias è normalissimo e non c’è nulla da vergognarsi. Saggio non è chi dice di non averne (lì mi verrebbe da sospettare l’effetto Dunning-Kruger), ma chi li riconosce e attivamente li combatte.

[H.]

L’immagine che accompagna l’articolo è una (utile) semplificazione e non va intesa come classificazione esaustiva di tutte le forme di violenza.

Femminismo è Teoria del Patriarcato, ecco le prove

Sebbene buona parte di coloro che contestano il femminismo siano effettivamente tradizionalisti, ossia gente che vorrebbe tornare ai vecchi ruoli, una critica progressista al femminismo può e deve esistere. Questa critica non è rivolta ai diritti femminili, ma ad un aspetto fondamentale della teoria (e della pratica) femminista: l’idea di Patriarcato. Parliamo di una teoria secondo la quale, nel corso della storia, gli uomini avrebbero sempre dominato le donne, opprimendole e relegandole nei ruoli peggiori. Come abbiamo spiegato in molti altri nostri articoli, le società umane sono nate invece come bisessismi, ossia sistemi di ruoli di genere che conferivano vantaggi e svantaggi ad entrambi i sessi. Tali ruoli opprimevano uomini e donne in modi diversi ma con la stessa intensità, come prezzo da pagare per la sopravvivenza in epoche molto più difficili di quella attuale.

La visione del mondo su cui si basa il femminismo, quella patriarchista, è quindi completamente sbagliata, basandosi essa su mere apparenze e interpretazioni distorte. Le conseguenze di questo enorme fraintendimento? Il femminismo, vedendo solo metà del sistema di genere, ha pensato che gli uomini avessero già tutti i diritti di questo mondo, e che per raggiungere la parità dei sessi bisognasse agire solo per le donne. Ed è questo ciò che ha fatto, ignorando completamente le problematiche maschili. O meglio, prima non si è accorto della loro esistenza, e oggi che gli MRA gliele fanno notare, continua a negarle o sminuirle. Il motivo è semplice: dare il dovuto spazio a tali questioni vuol dire ammettere di aver sbagliato tutto. Vaglielo a dire a chi si è identificato tutta una vita col femminismo, dedicandogli anni di militanza.
La Teoria del Patriarcato non è quindi solo un’analisi storicamente sbagliata, ma anche, per dirne una tra tante, una porta sprangata che chiude i centri antiviolenza agli uomini, e più in generale un lucchetto per tenere questi ultimi rinchiusi nella gabbia del loro ruolo di genere. Che avvenga consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, con cattiveria o con un sorriso sulle labbra, questa credenza porta inevitabilmente a un grave immobilismo nei confronti delle questioni maschili.

“Questo lo dite voi! Dove sono le prove che il femminismo sia legato a una specifica teoria?”

Dopo aver riassunto brevemente le puntate precedenti, con questa domanda giungiamo al vero e proprio fulcro dell’articolo.
Il femminismo è indissolubilmente legato al patriarchismo fin dalla sua nascita. Di per sé, questo sarebbe già ampiamente intuibile dal nome del movimento e dal suo aver agito solo per le donne. Che senso avrebbe avuto concentrarsi sulle battaglie di un solo sesso se si fossero ritenuti entrambi uomini e donne ugualmente oppressi? Nessuno. Il movimento femminista non avrebbe avuto alcun senso senza il presupposto patriarchista. Non sarebbe mai nato, o al limite sarebbe nato assieme a un movimento per i diritti maschili, cosa che non avvenne.
Ma se questo non dovesse bastare a convincervi, andiamo a vedere direttamente le fonti storiche.

Del patriarchismo intrinseco al femminismo troviamo testimonianza già in quello che viene ritenuto da molti il documento di nascita di questo movimento, la Convenzione di Seneca Falls (1848). Nel testo, infatti, si legge: “La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta”.

Altri invece retrodatano la nascita del femminismo al 1791, anno della pubblicazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, di Olympe de Gouges. Anche questo documento, però, è apertamente patriarchista. Questo è ciò che si legge nel preambolo (il grassetto è mio, come per tutte le citazioni da qui in avanti): “Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illluminato e di sagacia, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.”

E ancora:

“Articolo IV. La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.”

L’errore fondamentale del femminismo, quello di considerare gli uomini come oppressori e non come soggetti da liberare dai loro ruoli di genere al pari delle donne, era quindi presente già dalla nascita del movimento. Come era ovvio, d’altronde.

Prendiamo ora in considerazione l’ipotesi che, nonostante il femminismo sia nato patriarchista, ora esistano correnti femministe libere da questo presupposto tossico e che continuano ad usare questo nome solo per motivi di continuità storica. Vediamo cosa hanno da dire vari studiosi in merito ai principi fondamentali che accomunano queste correnti tanto variegate.

Kenneth Clatterbaugh, professore di filosofia all’Università di Washington, scrive: “L’Anti-femminismo nelle sue varie forme nega uno o più dei tre principi generali che sono alla base della teoria femminista. Tutte le forme di femminismo accettano come abbastanza evidenti i seguenti principi. Primo, le disposizioni sociali tra uomini e donne non sono né naturalmente né divinamente determinate. Secondo, le disposizioni sociali tra uomini e donne favoriscono gli uomini. E terzo, esistono azioni collettive che possono e devono essere adottate per trasformare queste disposizioni in disposizioni più giuste o eque”. [1]

La filosofa politica Susan James scrive nella Routledge Encyclopedia of Philosophy che il femminismo è “fondato sulla credenza che le donne siano [ingiustamente] oppresse o svantaggiate rispetto agli uomini” (sebbene le femministe abbiano “molte interpretazioni delle donne e della loro oppressione”). [2]

L’autore e accademico femminista Michael Kaufman afferma in un articolo del 1999 che “l’idea di fondo del femminismo è l’ovvio fatto che quasi tutti gli esseri umani attualmente vivono in sistemi di potere patriarcale che privilegiano gli uomini e stigmatizzano, penalizzano e opprimono le donne”. Sebbene egli poi affermi che il “potere” degli uomini danneggi anche loro stessi, la sua posizione in merito è chiara: “Con questo non intendo equiparare il dolore degli uomini con le forme sistemiche e sistematiche dell’oppressione delle donne”. [3]

Nella Stanford Encyclopedia of Philosophy si legge che “l’affermazione che le donne siano sistematicamente in una posizione di subordinazione e che quest’ultima abbia un grave impatto sulla vita delle donne è il filo conduttore del femminismo”. [4]

Infine, citiamo i geopolitici Joe Painter e Alex Jeffrey: “Il femminismo è un movimento molto variegato, ma in generale si concentra sulla posizione diseguale delle donne e del femminile nei confronti degli uomini e del maschile”. [5]

In sintesi, sebbene il femminismo sia pieno di disaccordi interni, questi riguardano la natura del sistema che – sempre secondo il femminismo – porrebbe le donne in una situazione di svantaggio/oppressione, e non vertono sull’essere d’accordo o meno sul fatto che le donne se la passino peggio degli uomini.

Abbiamo quindi appurato che il femminismo non solo è nato patriarchista, ma lo è ancora oggi. E per quanto riguarda il futuro? Potrebbe smettere di esserlo e restare allo stesso tempo femminismo?
Essendo ormai definito da quella stessa teoria, un femminismo non patriarchista susciterebbe le stesse perplessità di un qualunque ossimoro. Semplicemente, non sarebbe femminismo. Ciononostante, una manciata di persone che per i motivi più disparati si definiscono così può esistere. Questa scelta è altamente personale e va rispettata; da rigettare, invece, la pretesa che si smetta di associare il femminismo alla Teoria del Patriarcato. Così come non si può smettere di associare le religioni abramitiche alla fede in un solo Dio, il tradizionalismo alla conservazione di norme sociali immutabili, o qualsiasi altra filosofia o ideologia alle rispettive idee cardine.


[H.]

Riferimenti

[1] Clatterbaugh, K. (2007). Anti-Feminism. In M. Flood, J. K. Gardiner, B. Pease, & K. Pringle (Eds.), International Encyclopedia of Men and Masculinities (pp. 21-22). New York, NY: Routledge. – https://books.google.it/books?id=T54J3Q_VwnIC&printsec=frontcover&dq=International+Encyclopedia+of+Men+and+Masculinities&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjLxdex9OLaAhUNPsAKHS_TCD0Q6AEIKzAA#v=onepage&q=anti-feminism&f=false

[2] James, S. (1998). Feminism. In E. Craig (Ed.), Routledge Encyclopedia of Philosophy. London, UK: Routledge. Retrieved from https://www.rep.routledge.com/articles/thematic/feminism/v-1

[3] Kaufman, M. (1999). Men, Feminism, and Men’s Contradictory Experiences of Power (pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications. – http://www.michaelkaufman.com/wp-content/uploads/2009/01/men_feminism.pdf

[4] Willett, C., Anderson, E. & Meyers, D. (1999). Feminist Perspectives on the Self. In E. N. Zalta (Ed.), The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2016 Edition). Retrieved from https://plato.stanford.edu/archives/win2016/entries/feminism-self/
[ https://archive.fo/gjw1K#selection-533.92-533.235 ]
[5] Painter, J. & Jeffrey, A. (2009). Political Geography: An Introduction to Space and Power (2nd ed., pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications.