Breve nota su stupri e omicidi

È opinione diffusa che le pene detentive per stupro siano sempre troppo poco severe. Se si chiede alle persone quale debba essere la loro durata, si ricava l’impressione che esse debbano essere aumentate indefinitamente, fino ad eguagliare o addirittura superare quelle per omicidio. Quest’idea non deriva in realtà dal fatto che la gente ritenga lo stupro, di per sé, come paragonabile in gravità all’omicidio, ma dal fatto che lo stupro è visto erroneamente come un crimine di cui solo le donne sono vittime. A causa di un famigerato bias, questo aumenta esponenzialmente la sua gravità agli occhi della gente, arrivando a far percepire lo stupro su una donna come più grave non solo dello stupro su un uomo, ma anche dell’uccisione di quell’uomo stesso.
Quando la vittima di stupro è un uomo, infatti, nessuno scende in piazza a chiedere un inasprimento delle pene per la stupratrice; e addirittura le proteste per gli sconti di pena agli assassini sono di intensità inferiore rispetto alle manifestazioni femministe e all’indignazione che corre sui social nel caso dello stupro.

Anche se si volesse proporre l’equiparazione delle pene per i due reati in base a un ragionamento meramente filosofico (“con la morte smetti di soffrire mentre con forti traumi, mutilazioni ecc. continui a soffrire per molto tempo”), questo non reggerebbe poi tantissimo: la morte è irreversibile, mentre la sofferenza per il trauma dello stupro può (e deve!) essere superata, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Esistono sofferenze, come quelle per la perdita di un arto e conseguente disabilità, che sono effettivamente irreversibili (un arto non ricresce). Ma come si fa a dire la stessa cosa, a priori, per lo stupro? Ritornare alla normalità è possibile, così come è possibile ritornare alla normalità dopo aver perso tragicamente uno dei propri cari ed aver elaborato il lutto. Altrimenti che facciamo, proponiamo l’eutanasia per chiunque abbia subito gravi traumi psicologici? Non bisogna prendere troppo alla lettera la frase “avrei preferito morire”, spesso pronunciata in queste tragiche situazioni. Sebbene la percentuale di suicidi e tentativi di suicidio tra chi soffre molto sia relativamente alta, essa (per fortuna) non arriva ad essere la maggioranza, e questo ci suggerisce che la morte non è davvero considerata preferibile a queste sofferenze.

Dobbiamo inoltre pensare al fatto che, in caso contrario, un tale approccio promortalista rappresenterebbe una rivoluzione copernicana, un sovvertire tutto un sistema di valori – quello della vita come bene supremo – profondamente radicato in tutte le società umane. La diffusione su larga scala di una tale filosofia è da considerarsi improbabile se non impossibile: di conseguenza, più o meno qualunque equiparazione tra omicidio e stupro avverrebbe per un’altra motivazione, ossia quella ginocentrica di cui abbiamo parlato due paragrafi fa. Sarebbe quindi da interpretare come un grave sintomo dell’empathy gap.

Ricapitolando:

Lo stupro non è di genere. La sua gravità è simile a quella del pestaggio, e il crimine peggiore di tutti resta l’omicidio. Se la vostra sensazione “di pancia” è diversa, è perché inconsciamente vedete lo stupro come un crimine che ha le donne per vittime, e l’empathy gap fa il resto. Questo è verificabile nel momento in cui vi accorgete di provare maggiore indignazione per uno stupro che per un omicidio, e al contempo maggiore indignazione per un omicidio che per un pestaggio.

Detto questo, avere dei bias è normalissimo e non c’è nulla da vergognarsi. Saggio non è chi dice di non averne (lì mi verrebbe da sospettare l’effetto Dunning-Kruger), ma chi li riconosce e attivamente li combatte.

[H.]

L’immagine che accompagna l’articolo è una (utile) semplificazione e non va intesa come classificazione esaustiva di tutte le forme di violenza.

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