La Grande Menzogna del Femminismo: il 2° volume!

Intervista a Santiago Gascó Altaba, l’autore dell’opera “La grande menzogna del femminismo”. In uscita a dicembre il II Volume (e ultimo)
https://www.persianieditore.com/lingannevole-realta-del-femminismo/

1. Nella nostra prima e seconda intervista di qualche mese fa, in concomitanza con l’uscita del I Volume dell’opera “La grande menzogna del femminismo” (visionabili qui e qui), sono stati chiariti i due punti portanti della struttura di questo lavoro: la definizione del termine femminismo, punto di partenza dell’analisi, e i quattro dogmi fondamentali femministi che sono vagliati lungo tutta l’opera. Cosa aggiunge questo II Volume?

Effettivamente, come era già stato detto, soltanto l’individuamento del significato esatto delle parole permette un dialogo, e nelle dispute tra femministi e non femministi trovo spesso che questo sia, ancor prima d’iniziare, l’ostacolo insormontabile. È pressoché impossibile avviare un dialogo se l’interlocutore continua a definire femminismo con la parola “parità”, malgrado la caparbia realtà dimostri quotidianamente il contrario. Dunque, prima di tutto era necessario trovare una definizione precisa e più ampiamente condivisa. Stabilito questo punto di partenza, sono stati enunciati i quattro dogmi femministi, sottoposti a disamina lungo tutta l’opera.
Se nel I Volume sono state gettate le fondamenta, nel II Volume è stato edificato il tetto, sono state espresse le conclusioni. La struttura di mezzo tra le fondamenta e il tetto sono i quattro dogmi vagliati, il primo nel I Volume, il secondo, il terzo e il quarto nel II Volume.

2. Il vaglio dei dogmi avrebbe portato alle conclusioni. Possiamo essere indiscreti e chiedere, iniziando dalla fine, quali sono le conclusioni?

La tesi dell’opera era stata accennata nell’introduzione: “il femminismo è razzismo applicato al sesso”. Il vaglio dei dogmi e le conclusioni hanno confermato la tesi.
Il mio giudizio è molto duro, definisco il femminismo senza mezzi termini “un’ideologia criminale”, una posizione simile a quella dello slogan “feminism is cancer”, che però non tutti si disturbano di argomentare.

3. Potrebbe sembrare un giudizio troppo severo, forse esagerato…

Di sicuro è un giudizio minoritario, non condiviso dalla maggior parte dei contestatori dell’attuale femminismo, alcuni ex-femministi. Penso a Warren Farrell, Christina Hoff-Sommers, Agustín Laje, Élisabeth Badinter, ecc. Anche molti youtuber che contestano il femminismo (in spagnolo e in inglese) tendono a fare una netta distinzione tra l’attuale femminismo e quello delle suffragette. Secondo loro sarebbe esistito un femminismo buono e giusto, quello della prima ondata, mentre quello attuale, cattivo, sarebbe il risultato di una deviazione infelice. In altre parole, la dottrina femminista in sé sarebbe equa e rispettabile, la sua applicazione durante la seconda e terza ondata scorretta.
Non sono d’accordo. Il mio giudizio, come quello di Karen Straughan, è negativo e riguarda tutta l’ideologia e il movimento femminista complessivamente. Non è esistito un femminismo buono della prima ondata e le obiezioni che mi vengono in mente sono due:

a) Durante ogni epoca (od ondata femminista) è esistita un’opposizione al femminismo, e molti uomini e associazioni maschili hanno lamentato nei confronti del femminismo le stesse identiche problematiche; valgano come semplice esempio durante la prima ondata femminista gli scritti del socialista Ernest Belfort Bax. Risulta dunque incoerente (o ipocrita) arrogarsi la ragione della propria obiezione nel periodo nel quale si vive, ora nella terza ondata, e disprezzare le simili obiezioni sollevate in tempi passati. In pratica oggi l’opposizione al femminismo non ci renderebbe maschilisti perché avremmo ragione, mentre invece l’opposizione dei nostri antenati, uomini e donne, con argomenti e problematiche simili, avrebbe reso loro dei maschilisti che avevano torto.

b) I dogmi del femminismo (uomo-carnefice, donna-vittima) sono rimasti inalterati nel tempo, è inalterata è rimasta l’applicazione di questi dogmi. Dalla dichiarazione di Seneca Falls (1848) in poi è sempre prevalso lo stesso spirito suprematista femminista, il rimprovero e la discriminazione all’uomo, la visione di conflitto e guerra tra i sessi. Valga come esempio, durante le campagne contro lo sfruttamento sessuale dei minori alla fine dell’Ottocento, il rifiuto delle associazioni femministe ad accogliere tra le vittime da tutelare anche i minori di sesso maschile (qualche somiglianza rispetto a quanto avviene attualmente per le vittime di violenza di genere?)

4. Comunque il giudizio rimane intransigente: come abbozzeresti una difesa dell’affermazione “feminism is cancer”?

“Feminism is cancer” è uno slogan d’effetto, preferisco definire il femminismo come un’ideologia criminale. Per giustificare il mio giudizio così tranchant ci sono due strade. In modo semplice e molto scorrettamente, i due argomenti potrebbero essere associati per analogia ai due procedimenti che ci permettono di arrivare alla conoscenza, il metodo deduttivo, dall’universale al particolare, e il metodo induttivo, dal particolare all’universale. Il primo argomento è molto semplice, quasi infantile, il secondo è più complesso e richiede molto più tempo.

5. D’accordo, iniziamo per quello più semplice. Come si sostiene un giudizio così tranchant sul femminismo?

Noi formiamo parte dell’Umanità. Di fatto i diritti fondamentali sono stati definiti “diritti umani”. Tutte le ideologie che spezzano questo concetto di Umanità, che dividono l’umanità in categorie o gruppi, e distribuiscono diritti e doveri differenziati in base a giudizi collettivi che stabiliscono status di privilegiati o di vittime per questi gruppi o categorie, sono ideologie criminali. L’ideologia femminista spezza questo concetto di universalità.
Non esistono i “diritti delle donne”, i “diritti degli ariani” o i “diritti dei bianchi”, esistono solo i “diritti umani”. Se si concedono diritti specifici, che non si concedono agli altri gruppi, non sono diritti, sono privilegi: i “privilegi delle donne”. Ad esempio, il diritto di disconoscere un figlio o di non essere coscritta in tempo di guerra, diritti che possono vantare tutte le donne, non sono diritti, sono privilegi. Se ci sono collettivi discriminati, non necessitano diritti specifici, a loro mancano diritti umani.
Nell’art. 21 la Carta dei diritti dell’UE elenca 16 diversi connotati sui quali non si può fondare la discriminazione, uno di loro è il sesso. Non si capisce perché questo connotato debba prevalere sul resto, e possano esistere specifici “diritti per le donne” e non specifici diritti per gli idraulici, per gli indoeuropei, per i rom, per gli socialisti, per gli italoparlanti, per la promozione del 1975, per gli interisti, e così via.
I diritti e i doveri non possono essere spezzettati a seconda delle categorie sociali, ogni essere umano merita lo stesso identico trattamento, concetto basilare, limpido e semplice. Ci è voluta una micidiale Guerra Mondiale per espellere più o meno definitivamente il concetto del diverso trattamento se riferito al connotato di etnia o razza, perché è così difficile applicare lo stesso ragionamento se riferito al connotato di sesso?

6. Sembra un argomento impeccabile, tranne forse per quanto riguarda la maternità, cioè gravidanze e parti.

Effettivamente, ci sono certe differenze anatomiche da valutare, e poi ci sono le gravidanze. L’argomento è complesso, deve essere certamente approfondito e rimanda a studi sociologici, filosofici, storici… se le donne sono diverse, e meritano un trattamento differenziato, era giusto allora il cosiddetto “patriarcato” (come lo chiamano le femministe, ma in realtà meglio definito con il nome di “tradizionalismo”) che trattava diversamente le donne in base a queste differenze? Senza voler aprire un dibattito, impossibile in questa sede, segnalo che il femminismo ha esplicitamente sostenuto che le gravidanze non impediscono le donne di fare qualsiasi cosa, qualsiasi mestiere, alla pari dell’uomo. Gravidanze e mestruazioni sarebbero solo argomenti usati dagli uomini maschilisti contro le donne. In base a questa corrente di pensiero femminista l’argomento sarebbe già chiuso: uomini e donne devono essere trattati parimenti. Punto finale.

7. Come si giustifica secondo l’argomentazione più lunga?

Si va dal particolare all’universale. Bisogna vagliare la fondatezza di ogni asserzione femminista. Si parte dalle più specifiche, risalendo progressivamente fino ad arrivare ai quattro dogmi fondamentali femministi previamente segnalati. Se questi dogmi si dimostrano falsi e, in più, recano danno, vuol dire che siamo di fronte ad un’ideologia criminale. L’intera opera si dedica a vagliare molte di queste asserzioni specifiche, di ogni sorta e tipo: Adamo ed Eva, Pandora, morti sul lavoro, i morti della violenza, l’iconografia, il sessismo del linguaggio, le fiabe sessiste, la cinematografia sessista, la discriminazione negli studi, il ruolo del cosiddetto “patriarcato” nelle invenzioni dell’umanità… Gli argomenti sono svariati perché, come era stato spiegato nella nostra prima intervista, il Patriarcato è “tutto”, le asserzioni femministe riguardano “tutto”, dunque sono stato costretto a confrontarmi con “tutto”.

8. Possiamo avere un paio di esempi del vaglio di asserzioni specifiche?

Certo. Sono piccole verità ormai radicate in molti di noi, che raramente vengono contestate.

Sessismo del linguaggio. Una delle denunce femministe è l’esistenza di termini denigratori del femminile, parolacce ad hoc che esisterebbero solo a danno di loro.
Controargomento: elencare parole e parolacce esclusive a danno del maschile.

Storia. Le donne non proclamano né combattono le guerre. Le guerre sono combattute e proclamate solo dagli uomini. Pensiero molto diffuso. C’è una trasmissione TV in Youtube dove il celebre cineasta Michael Moore afferma questo pensiero e nessuno tra tutti gli ospiti (nemmeno Christina Hoff-Sommers che era presente tra gli invitati) lo contraddisse. Qualche anno fa sono andato a una conferenza sul femminismo dove la relatrice ha espresso pacificamente lo stesso pensiero.
Controargomento: un lungo elenco di guerre combattute dalle donne (regnanti) e persino di quelle solo e soltanto tra donne (regnanti).

9. In che modo queste asserzioni specifiche contribuiscono a rendere il femminismo “un’ideologia criminale”?

Innanzitutto queste asserzioni sono false. In entrambi i casi dipingono falsamente un intero collettivo, le donne, come vittima.
Inoltre, nel primo esempio sul sessismo del linguaggio si nega all’uomo la possibilità di essere anche lui vittima. È evidente che se tutti sono vittime, non è una questione di genere.
In aggiunta, nel secondo esempio sulle guerre l’asserzione femminista nasconde un pensiero terrificante suprematista: le donne sono esseri di luce, non combattono le guerre, non fanno del male, in altre parole, solo gli uomini sono esseri sciagurati che provocano guerre e distruzione (qualche similitudine tra questo pensiero e pensieri simili di altre ideologie che hanno diviso l’umanità in collettivi?).

10. Infine, possiamo aver un esempio del modo nel quale sono stati vagliati i quattro dogmi?

Primo dogma, in breve: la donna è la vittima della Storia.

Per vagliare questa affermazione ho deciso di indagare sulle tre attività umane che provocano maggiore sofferenza e morte, cioè le guerre, il lavoro (forzato) e il mondo della giustizia (nel suo aspetto punitivo). A questi ho aggiunto i riti di iniziazione, una riproduzione in miniatura del mondo degli adulti. I dati, i numeri, le cifre sono inappellabili, c’è una netta asimmetria a danno degli uomini. La vittima fisica della Storia è senza possibilità di controversia l’uomo. Dopodiché ho voluto vagliare la vittima psicologica della Storia. In questo caso le cose sono più complicate perché non esistono dati obiettivi, tutto dipende dalla soggettività tanto del soggetto quanto dell’osservatore. In qualsiasi caso ho vagliato le principali segnalazioni femministe e le ho capovolte, a dimostrazione che ogni lettura in questo campo può essere capovolta.
Esempio: il femminismo ha denunciato l’iconografia religiosa “patriarcale” che, mediante la visione maschile, determina il carattere delle donne. Ma queste studiose si dimenticano sorprendentemente di segnalare che l’immagine iconografica più rappresentata nella storia di Occidente e del Cristianesimo è un uomo crocifisso, cioè brutalmente torturato a morte.

Finisco con una riflessione. Quando decisi di vagliare questo dogma cercando di individuare la vittima della Storia, i primi libri che scelsi da leggere furono quelli sulla Storia della Tortura. Ai miei occhi, la tortura è l’attività umana più intollerabile, portatrice di una sofferenza inumana e inenarrabile. Naturalmente da questi libri si desumeva una netta asimmetria a danno dell’uomo, tanto per la quantità come per la qualità delle torture. Perché menziono questo aneddoto? Quando lessi “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, la “Bibbia del femminismo”, 800 pagine di denuncia sulla sofferenza storica delle donne, fui altamente sorpreso dal fatto che alla tortura non fosse dedicata alcuna attenzione (e per estensione a tutta la sofferenza fisica, tranne che per le automortificazioni corporali religiose alle quali Simone de Beauvoir, sbagliando, assegnava una preponderanza femminile). Sono 800 pagine di eterno femminino, di violenza non fisica, di violenza psicologica, cioè soggettiva. L’opera di Simone de Beauvoir fu pubblicata nel 1949. Quest’opera nasce durante e subito dopo un conflitto armato che produsse milioni di vittime perlopiù maschili, sacrificati al posto di lei e di tutte le donne, bambini e altri civili. Nessun commento. 800 pagine di rimproveri all’universo maschile. Simone de Beauvoir visse sana e salva a casa sua due Guerre Mondiali che annientarono milioni di giovani maschi sacrificati. Nessun commento. 800 pagine di accuse al “patriarcato”.

La tortura, accertata l’evidente asimmetria a danno degli uomini, non è un problema femminile. Nessun commento.
Questo è il modo di ragionare di Simone de Beauvoir e di qualsiasi femminista media. Questo è il modo di “fotografare” la realtà, di costruire la narrazione storica femminista. Una visione del mondo pericolosa, tendenziosa, parziale, falsa. Un’ideologia criminale.

11. Grazie per aver risposto al nostro invito.

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