In Arabia Saudita gli uomini sono usati come scudi umani, ma nessuno protesta contro la sacrificabilità maschile

guardianato

L’art. 28 della Convenzione di Ginevra recita:
“Nessuna persona protetta potrà essere utilizzata per mettere, con la sua presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari.”
Quello che l’articolo della Convenzione sta proibendo, con queste parole, è l’impiego di scudi umani.
Scudo umano, per estensione anche in ambiti non militari, è l’utilizzo di una persona a protezione di possibili obiettivi al fine di dissuadere il nemico ad attaccarli.
Un uomo quindi che viene usato per “mettere, con la sua presenza, una donna al sicuro da aggressioni”, semicitando il testo di cui sopra, sta dunque facendo da scudo umano per quella donna.

Veniamo adesso a noi: è in corso una polemica sul fatto che la Supercoppa italiana venga giocata in Arabia Saudita. Il ministro Salvini ha dichiarato, indignato:
“Che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate da un uomo è una tristezza, una schifezza, da milanista io la partita non la guarderò. Io un futuro simile in Italia per le nostre figlie non lo voglio”.
Gli ha fatto eco anche Giorgia Meloni: “Abbiamo venduto secoli di civiltà europea e di battaglie per i diritti delle donne ai soldi dei sauditi? La Federcalcio blocchi subito questa vergogna assoluta e porti la Supercoppa in una nazione che non discrimina le nostre donne e i nostri valori”.
Laura Boldrini tuona: “Le donne alla #SuperCoppaItaliana vanno allo stadio solo se accompagnate dagli uomini. Ma stiamo scherzando? I signori del calcio vendano pure i diritti delle partite ma non si permettano di barattare i diritti delle donne!”.

Tutti questi commenti di protesta sono leciti, ma sembrano criticare il sistema del guardianato saudita (per cui una donna può uscire di casa solo se accompagnata o con il permesso del suo guardiano, detto Walī, che solitamente è un Mahram, cioè si tratta di suo marito, suo padre, suo fratello o di uno dei parenti maschi a lei più prossimi) solo per la limitazione posta alle donne, e non anche per il ruolo di scudo umano che impone agli uomini.

Per capire meglio il guardianato saudita, andiamo a vedere da dove proviene quest’usanza. Prendiamo quindi in esame il Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī (in arabo: صحيح البخاري‎), cioè la più importante delle sei maggiori raccolte di ḥadīth (racconti sulla vita del profeta Maometto) dell’Islam sunnita, considerata dai musulmani sunniti come la più fedele raccolta di ḥadīth e l’opera musulmana più importante dopo il Corano.
Leggiamo nell’ḥadīth 1862:

“Il Profeta (PBSL) disse: “Una donna non dovrebbe viaggiare se non con un Dhu-Mahram (suo marito o un uomo con cui quella donna non può sposarsi affatto secondo la giurisprudenza islamica), e nessun uomo può visitarla se non alla presenza di un Dhu-Mahram.” Un uomo si alzò e disse: “O Messaggero di Allah (PBSL)! Ho intenzione di andare in un tale e tale esercito e mia moglie vuole eseguire l’Hajj” (pellegrinaggio a La Mecca, N.d.T.). Il Profeta (PBSL) (gli) disse, “Vai con lei (all’Hajj)””.

Leggendo letteralmente questo ḥadīth sembra proprio che sia l’uomo a dover accompagnare la donna quando lei vuole (“Vai con lei”, gli dice Maometto), e non il contrario (lei che esce quando vuole lui); ma anche senza essere così letterali (in fondo non possiamo sapere chi ha più potere decisionale all’interno della coppia, e forza l’altro a uscire o non uscire), capiamo che essenzialmente la limitazione alla libertà di movimento, l’uscire e andare in giro solo con il permesso o l’accompagnamento dell’uomo, deriva dalla limitazione a viaggiare.
In certe ḥadīth si parla di giorni di viaggio, in altre di un solo giorno e di una sola notte, e alcuni studiosi islamici hanno interpretato questi come giorni effettivi, mentre altri hanno ritenuto che si trattasse di numeri simbolici, e che ogni viaggio, per quanto breve, necessitasse della presenza di un mahram o comunque di un guardiano per proteggere la donna. Questa interpretazione ha trasformato quindi l’obbligo a viaggiare accompagnati nell’obbligo ad uscire accompagnati o con il permesso del proprio guardiano.

Quest’obbligo però per quali motivi è in vigore? Alcuni musulmani hanno risposto su internet a questa domanda posta da numerosi occidentali. Uno di essi afferma:

“Ciò (succede) perché il viaggio di solito causa stanchezza e difficoltà”, spiega, e le donne “hanno bisogno di qualcuno che le accudisca e rimanga con loro, e (certe) cose possono accadere in assenza del loro mahram che non sono in grado di affrontare. Queste sono cose che sono ben note e si vedono di frequente al giorno d’oggi a causa del gran numero di incidenti che coinvolgono auto e altri mezzi di trasporto.”
“È perfettamente saggio che la donna debba essere accompagnata dal suo mahram quando viaggia”, aggiunge, “perché lo scopo di avere il suo mahram presente è proteggerla e prendersi cura di lei. Viaggiare è una situazione nella quale delle emergenze possono sorgere, non importa quale sia la lunghezza del viaggio.”

Sul “Safa Center for Research and Education”, un sito di contenuti educativi relativi alle questioni islamiche e dei musulmani in America, si afferma:

“Questa regola non è dovuta alla diffidenza nei confronti della donna da parte della shari’a come qualcuno potrebbe desiderare. Al contrario, questa è una precauzione per il bene della sua reputazione e dignità. La shari’a cerca di proteggerla nel caso in cui i malati di mente dovessero cercare di farle del male. È per proteggerla dai trasgressori, dai briganti, specialmente in un ambiente in cui un viaggiatore attraversava deserti mortali in un periodo in cui sicurezza e civiltà dovevano ancora prevalere”.

Come vediamo, dunque, lo scopo della presenza del mahram, del wali, del guardiano, è proprio quello di proteggere la donna, o al massimo di cambiarle la ruota se viaggia, assisterla negli incidenti e così via.
È quindi essenzialmente un tuttofare pronto all’uso e uno scudo umano.

Questo vuol dire che le limitazioni poste alla libertà di movimento delle donne saudite sono derivanti dalla degradazione dell’uomo a semplice scudo umano della donna.
Il maschio, avendo l’obbligo a proteggere la femmina in caso di aggressione, qualora aderisca a tale obbligo rischia di morire, qualora invece si sottragga al suo dovere subisce una stigmatizzazione maggiore.
Infatti è indubbio che vi sia una condanna enormemente maggiore nel caso in cui, durante un’aggressione, fugga lui e la moglie si faccia male o muoia, rispetto al caso in cui sia lei a fuggire e lui a farsi male o morire.

Naturalmente se si assegna agli uomini un tale obbligo a proteggere le donne, un obbligo in cui la protezione femminile permea ogni momento in cui le donne escono di casa, allora è ovvio che non sia concepibile farle uscire senza un uomo-scudo umano o senza il permesso di tale scudo umano (permesso che consiste nel valutare che il luogo dove le mogli andranno sia privo di pericoli), perché qualora succeda qualcosa alla moglie, è il marito a essere considerato responsabile. È il marito a essere colpevolizzato per non averla protetta. È il marito a essere stigmatizzato perché “l’ha lasciata andare da sola con tutti i pericoli che ci sono”. È il marito che ha valutato che quel luogo fosse privo di pericoli e l’ha lasciata andare da sola, e invece c’era un aggressore. Se il marito dunque è responsabile 24 ore su 24 della protezione della moglie, se il marito viene giudicato e biasimato qualora non protegga a sufficienza sua moglie, o qualora fugga dal suo obbligo a proteggerla, allora come possiamo pretendere che non eserciti un controllo su dove sua moglie vada?
Perché se lui stesso non sa dove si trova la moglie, come può proteggerla?
E’ quindi giusto giudicare un uomo per non aver protetto la moglie se non diamo a lui al contempo la possibilità di essere presente e intervenire per fermare l’aggressione?
Come possiamo urlargli contro “ah come hai potuto lasciare che andasse da sola in quel luogo malfamato” se poi lei non deve chiedere il permesso a lui per uscire? Di grazia, come fa a essere responsabile per qualcosa su cui non ha il controllo?

Dunque, le limitazioni alla libertà di movimento delle donne sono dovute al nostro aver assegnato agli uomini il ruolo di capro espiatorio nel caso in cui le donne si facciano male e loro non le abbiano adeguatamente protette, e quello di scudo umano nel caso invece in cui le proteggano adeguatamente ma non siano così fortunati da restare vivi per raccontarlo, essendosi sacrificati per loro in caso di aggressione o attacco di altro tipo.

Inoltre, anche nella nostra cultura esiste un analogo di questa mentalità: quante volte sentiamo dire “il mio ragazzo mi ha riaccompagnata a casa”? E come reagiamo alla notizia di un ragazzo che dice alla sua fidanzata “no, non ti riaccompagno a casa perché ho paura, perché poi chi riaccompagna a casa me? E se ci aggrediscono tu mi difendi? E se ti accompagno oggi, la prossima volta sarai tu a riaccompagnare me a casa mia?”? Proviamo a immaginarci una scena del genere. Ovviamente un uomo che vuole essere riaccompagnato a casa dalla sua ragazza ci fa un effetto diverso, ci viene da deriderlo.
Ma è davvero così ridicolo per un uomo essere riaccompagnato? Perché ci fa così strano? Perché accompagnare una persona a casa vuol dire fare da scudo umano in caso di attacco da parte di malintenzionati, e intrinsecamente consideriamo gli uomini sacrificabili mentre le donne no.
Quindi ci sembra assurdo anche solo pensare che un uomo possa essere riaccompagnato a casa, perché ci sembra assurdo pensare che una donna possa essere sacrificabile e fare da scudo umano.

Quindi è ovvio che se anche nella nostra stessa cultura l’uomo è uno scudo umano, non percepiamo quella saudita come una discriminazione. Ma se andiamo a vedere si tratta della stessa dinamica.
Ciò che cambia è solo l’aspetto temporale: nella cultura saudita l’uomo è responsabile della donna 24 ore su 24 e funge da scudo umano per tutta la vita di lei; nella nostra cultura l’uomo è responsabile della donna solo durante le uscite romantiche, e solitamente solo al ritorno la sera e non all’andata.

Questa è l’unica differenza tra la cultura saudita e la nostra. È solo una questione di ammontare di ore. Niente di più.
Essendo l’uomo responsabile per un minor tempo, qui non esercitiamo una limitazione del movimento delle donne così estesa, mentre lì, essendo l’uomo responsabile per tutto il tempo, per tutta la vita della donna, la limitazione del movimento è necessaria all’obbligo maschile di protezione.

La differenza quindi è tutta qui. Siamo un’Arabia Saudita part-time e notturna, potremmo dire.
Quindi è naturale che essendo noi stessi immersi nella normalizzazione della sacrificabilità maschile, non andiamo di certo a contestarla ai Paesi Islamici, ma vediamo subito, ci balza immediatamente all’occhio, la minore libertà di movimento delle donne. Dobbiamo però renderci conto che tale minore libertà di movimento femminile poggia sulla maggiore aspettativa di protezione maschile.

Come scardinare quindi sia il sistema saudito che il nostro simil-saudito part-time? Demolendo la cultura dell’uomo come scudo umano della donna.

– Pensando alla protezione come a un atteggiamento reciproco, e non unicamente maschile.
– Pretendendo che in caso di pericolo (aggressioni, furti, risse, ecc.) dunque un uomo debba essere protetto, difeso e soccorso dalla propria partner quanto lei da lui, senza sacrifici unidirezionali.
– Fissando come norma che un uomo venga riaccompagnato a casa dalla propria partner tanto spesso quanto lui riaccompagna lei.
– Rimuovendo la feticizzazione della protezione e della sicurezza che ispira l’uomo o estendendola alle donne, perché se le femmine devono proteggere e difendere i maschi quanto loro proteggono e difendono le femmine, protezione e sicurezza devono diventare un criterio di attrattività anche della donna e non solo dell’uomo.
– Rimuovendo le accuse di codardia verso gli uomini che non difendono le donne o estendendola a queste ultime qualora non difendano gli uomini. Vale a dire che, nel caso in cui avvengano risse, furti, aggressioni, la donna che scappa dovrebbe essere stigmatizzata tanto quanto un uomo che lo fa, e lei dovrebbe “sacrificarsi” per lui, difenderlo e soccorrerlo nella stessa maniera in cui attualmente ci si aspetta che lui lo faccia per lei.
– Pretendendo che gli uomini vengano salvati in caso di emergenza con la stessa priorità data alle donne (abolendo così definitivamente la mentalità del “prima donne e bambini”).

In un mondo di questo tipo, in un mondo post-saudita anche da noi, frasi come “mi sento protetto quando sto con te” o “mi piace sentirmi così vicino a te, mi sento come se mi proteggessi” le troveremmo normalissime pronunciate da un ragazzo tanto quanto le riteniamo normali se pronunciate da una ragazza.
Perché questo si sta chiedendo, si sta chiedendo una cosa normalissima: essere trattati come esseri umani e non come scudi umani. È chi non lo fa che ha un problema. È chi considera gli uomini pedine sacrificabili per salvare la propria pellaccia, che ha un problema.

Ha un problema perché tutti ci teniamo alla pelle, e quindi se tutti ci teniamo alla pelle, perché mai non è la donna a proteggere l’uomo? Perché mai non è lei a rischiare la vita per proteggere quella del suo compagno in caso di aggressione? Perché mai non è lei ad accompagnare lui a casa?

Se entrambi i sessi ci tengono alla pelle, non è giusto che la vita degli uomini venga vista come sacrificabile e non è giusto che solo gli uomini subiscano le angherie della gente per non aver protetto la partner in caso di attacco.

Perché se vuoi che io mi prenda la responsabilità di tutto ciò che ti succede quando esci, beh allora esci quando decido io, in seguito al mio permesso dopo aver controllato che non ti succeda niente.
Ovviamente è un’iperbole: non vogliamo questo. C’è già stato questo sistema, c’è in Arabia Saudita, ma non ha liberato gli uomini, anzi! Li ha resi ancora più sacrificabili.

Il fatto è che del privare le donne della loro libertà, gli uomini non se ne fanno niente.
Gli uomini non hanno bisogno di questo, questo serve loro per evitare di essere stigmatizzati per cose che non possono controllare, ma il problema è alla base.
Il problema è proprio nello stigmatizzare e nell’assegnare agli uomini il ruolo di protettore e scudo umano.

È questo che va scalfito, è questo che va rimosso, è questo che va estirpato, perché nessun essere umano è uno scudo, nessuna vita umana è sacrificabile.

Ogni essere umano, anche di sesso maschile, deve sentirsi libero di tenere alla propria pellaccia quanto ci tiene una donna senza essere colpevolizzato per questo.
Anche un uomo ha il diritto a essere protetto, riaccompagnato a casa, difeso in caso di aggressione, da parte di una donna tanto quanto lei si aspetta dall’uomo.

Tornando quindi al caso della Supercoppa in Arabia Saudita, è ridicolo che la stessa gente che urla, sbraita e si dispera esclamando indignata: “Ah lo sai che in Arabia Saudita le donne non possono andare per strada se non accompagnate da un uomo?” sia la stessa che due secondi dopo dice: “Ah quello screanzato del mio fidanzato non mi ha riaccompagnato a casa a fine uscita! Che modi! Cosa?! Io riaccompagnare il mio ragazzo a casa la sera? Ma sei impazzito?”

Care signore: se per voi riaccompagnare un uomo a casa è cosa inaudita, allora andate pure in Arabia Saudita!

Infine, sempre per quanto riguarda la questione della Supercoppa, un’ulteriore cosa che ha fatto storcere il naso a molti occidentali è stato il fatto che le donne potessero accedere, nello stadio, soltanto ai posti riservati alle famiglie e non potessero invece andare nei settori per soli uomini.

La polemica non è solo sul fatto che le donne non possano entrare nei settori maschili, riguarda anche il fatto che non vi sia una comune distinzione tra posti per uomini e posti per donne ma una separazione tra posti per uomini e posti “misti” per famiglie, ovvero per uomini e donne.

Questa indignazione, però, non tiene conto che, ovviamente, se le donne in Arabia Saudita possono uscire soltanto se protette da un uomo, è inimmaginabile che ci sia una distinzione binaria tra “posti per donne” e “posti per uomini”, perché l’uomo ha l’obbligo a proteggere la donna da eventuali ultrà violenti e altre persone malintenzionate anche durante tutta la partita. Lasciare le femmine in uno spazio “per donne” all’interno di uno stadio significherebbe che durante tutta la durata della partita gli uomini non possano fare loro da scudo umano, ma in caso di aggressione sarebbero comunque responsabili degli eventuali danni subiti dalle donne. Ancora una volta la logica ci dice che non è giusto né sensato che un uomo sia responsabile per l’incolumità di una donna se non può difenderla. Quindi anche nella separazione, secondo il sistema saudita l’uomo deve essere presente assieme alla donna per soccorrerla in caso di pericolo, mentre lui, non avendo il diritto a essere protetto, non può ricevere nel settore maschile una donna, perché l’esporrebbe a rischi (in una società dove ogni sconosciuto è considerato un possibile pericolo, un uomo che non accompagna una donna viene percepito maggiormente come tale) e nessuno si aspetta che lei difenda o protegga lui.

Quindi ancora una volta comprendiamo che in Arabia Saudita vi è il settore “per famiglie” solo perché si richiede la protezione unidirezionale per le donne e non la si estende anche agli uomini.
L’unico modo per rimuovere queste limitazioni verso le donne consiste dunque nel rimuovere l’aspettativa di fare da scudi umani che riversiamo sugli uomini.

Solo in un mondo in cui la protezione sarà bidirezionale potremo indignarci.
Fino ad allora, queste polemiche rifletteranno soltanto un narcisismo conversazionale, dove i problemi degli uomini vengono costantemente invisibilizzati e derisi mentre quelli delle donne sono gli unici che la massa reputa degni di attenzione.

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