“Solo per donne”? Allora quello “per tutti” rendiamolo “solo per uomini”!

men take their space

Qualche anno fa ricordo di aver sentito una femminista lamentarsi di essere stata reindirizzata a un servizio per l’imprenditoria femminile da un altro servizio che invece tecnicamente era aperto a tutti.
Aveva reputato questo rinvio come un atto di sessismo contro le donne.
Ripensandoci adesso, mi rendo conto di come in realtà fosse invece l’esempio più lampante dell’anti-sessismo.
Non notiamo difatti che il servizio per l’imprenditoria femminile, che dunque esclude esplicitamente gli uomini, sia sessista?

E’ evidente quindi che, se si accetta l’esistenza di un servizio solo per donne, l’unico modo per tornare alla parità è che il servizio precedentemente aperto a tutti diventi solo per uomini, ovvero scoraggi le donne dal partecipare.

In fondo, la mutua esclusione non è più sessismo: dividere il bagno per gli uomini e quello per le donne non è sessismo, è segregazione, ma non segregazione sessista.
Dividere vagoni per uomini e vagoni per donne non è sessista, è segregazionista. Ma creare invece vagoni solo per donne senza corrispettivi vagoni solo per uomini è sia segregazionista che sessista, perché dà alle donne un servizio in più che agli uomini è invece negato.
Sicuramente il segregazionismo è un male da sconfiggere, ma è preferibile al segregazionismo sessista, che è un male ancora peggiore.

E’ quindi necessario, in presenza di uno spazio o di un servizio solo per donne, reclamare gli spazi o i servizi precedentemente aperti a tutti e renderli esclusi alle donne.

Aprono una palestra solo per donne e tu ne gestisci una? Rindirizza le donne a quella e accetta solo gli uomini.

Creano un vagone solo per donne e scacciano gli uomini che vi accedono? Riempi il vagone accanto di adesivi dove espliciti che è vietato/sconsigliato l’accesso alle donne e invita, quando ti è possibile, le donne che vi sostano a spostarsi nel “loro” vagone.

Non permettere che le donne entrino nel bagno o nello spogliatoio solo per uomini, se noti che loro non permettono che gli uomini entrino nel loro bagno o nel loro spogliatoio (ad esempio un padre per cambiare una bambina, come talvolta accade che una madre accompagni un bambino in quello degli uomini).

Per ridurre le file al bagno delle donne estendono quello degli uomini alle donne ma non viceversa? Entra anche tu in quello delle donne o in alternativa non permettere che entrino se loro non te lo permettono a parti invertite.

Creano servizi solo per donne e gestisci un servizio aperto a tutti? Invita le donne ad andare a quello specificatamente per loro e accetta solo uomini.

Potrei andare avanti all’infinito, ma non ha senso. Se il tuo caso non è in questo elenco, comprendi il principio e applicalo adattandolo alla tua situazione.

Il punto è sempre quello: reciprocità.
Se vicino a te creano un servizio che esclude gli uomini, hai tutto il diritto di rendere il precedente servizio aperto a tutti de facto escluso alle donne.

Questa piccola azione è in grado, da sola, di fare molto più di mille lamentele.
Vedere che creare un’esclusione nei confronti degli uomini porta a creare una corrispettiva esclusione nei confronti delle donne riequilibrierà in maniera più paritaria gli spazi e i servizi disponibili per ciascun genere, e scoraggerà ulteriori tentativi di creare servizi o spazi solo per donne fatti con l’intenzione di non sacrificare l’accesso a precedenti servizi o spazi sia per uomini che per donne.
Già sento le obiezioni: “eh ma in alcuni ambiti (come l’imprenditoria) le donne sono la minoranza!”

In altrettanto numerosi ambiti lavorativi gli uomini sono la minoranza: pensiamo ad esempio ai maestri di scuola.
Eppure non esistono servizi per i soli uomini.
Ed è giusto che non esistano, perché se vuoi cambiare le cose vai nelle scuole e cambi gli stereotipi tramite programmi che incidano le coscienze delle nuove generazioni, in modo che possano intraprendere carriere che hanno visto gli uomini o le donne in minoranza.
Escludere invece una persona che ha studiato e lavorato per arrivare lì solo in base al sesso sacrifica l’individuo, lo crocifigge e gli nega l’accesso a un’area per cui ha studiato e lavorato solo in base a ciò che ha in mezzo alle gambe.
E’ sessismo.
Non escluderemmo mai le donne da agevolazioni nell’assunzione a scuola come insegnanti solo perché gli uomini sono la minoranza. Quindi a parti invertite non deve avvenire.

Ulteriore obiezione: “Eh ma in certi ambiti le donne sono la maggioranza e quindi ne hanno più bisogno!”

In primis voglio far notare come per giustificare questi servizi si dica, dove conviene, che le donne siano la minoranza, e dove conviene diversamente, che le donne siano la maggioranza.
E’ evidente dunque che la questione minoranza o maggioranza non sia un criterio in sé, altrimenti dovremmo vedere servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto minoranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto maggioranza” e servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto maggioranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto minoranza”, ma ciò non avviene.
Esistono invece solo servizi per tutti (sia uomini che donne) e servizi solo per donne, e questi ultimi vengono giustificati a seconda del caso con l’essere maggioranza o minoranza. Maggioranza e minoranza in sé dunque non sono criteri applicati oggettivamente. Sono semplicemente maschere sotto cui inserire il criterio dell’essere donna.

Detto ciò, rispondo all’obiezione:
1) Molti dei casi in cui le donne sarebbero la maggioranza (es. “le donne sono la maggioranza delle vittime di stupro e di violenza domestica”) in realtà sono falsi.
Semplicemente questi dati vengono estratti dalle statistiche sulle incarcerazioni, che però sono falsate da numerosi bias.
Gli uomini vengono infatti sospettati di più rispetto alle donne, vengono denunciati di più rispetto alle donne, vengono arrestati di più rispetto alle donne, vengono condannati più spesso rispetto a donne altrettanto colpevoli, vengono incarcerati più spesso e scontano pene più lunghe delle donne (e questo è importante perché, facendo una “fotografia” di quanti carcerati ci sono in un certo momento, se un carcerato ha una pena di cinque mesi e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di altri cinque mesi, la “fotografia” segnerà un solo carcerato; se un carcerato ha una pena di un anno e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di un altro anno, la “fotografia” segnerà due carcerati).
Se rimuoviamo quindi i bias legati al sospetto, alla denuncia, all’arresto, alla condanna, all’incarcerazione e alla lunghezza della pena, gli uomini che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro donne sono in numero pari delle donne che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro uomini.
Quindi, di conseguenza, le donne smettono di essere la maggioranza delle vittime di tali crimini.

2) Gli uomini sono la maggioranza di un sacco di problemi, ma nessuno si sognerebbe di vietare (ad esempio) l’accesso alle donne per i servizi anti-suicidio solo per la maggioranza maschile in questo problema. Eppure la presunta (come abbiamo visto poco fa) maggioranza femminile sul tema violenza domestica autorizza a creare centri e servizi anti-violenza che escludono gli uomini.
“Perché allora non contrastare direttamente i servizi e gli spazi ‘solo per donne’?”, chiederà qualcuno. “Perché ricadere nello stesso errore della controparte, creando servizi ‘solo per uomini’?”.

Il problema è che lottare affinché i servizi “solo per donne” scompaiano è lottare contro i mulini a vento. Come movimento non abbiamo la stessa potenza di lobbying del movimento femminista: non abbiamo magistrati apertamente MRA ma abbiamo magistrati apertamente femministi; non abbiamo politici apertamente MRA ma abbiamo politici e addirittura partiti apertamente femministi; non abbiamo media o canali che parlino a favore del movimento MRA ma li abbiamo in ambito femminista.

Abbiamo sì politici, magistrati, media e canali tradizionalisti, ma, come vedremo più sotto, anch’essi sono favorevoli al “proteggere le donne” dando loro uno spazio o un servizio che agli uomini non sarà mai concesso.
Il tradizionalista non demonizzerà il marito, ma demonizzerà facilmente il nero (ma non la nera), l’immigrato (ma non l’immigrata) e altri uomini (ma non altre donne) in posizioni svantaggiate o semplicemente estranei al nucleo familiare, visto invece come luogo di protezione della donna.
Dato quindi che l’argomento di cui stiamo parlando è quello dei servizi esclusi agli uomini in ambito pubblico, la distinzione tra la posizione femminista e quella tradizionalista è molto sfumata.

Il/la femminista criminalizzerà anche il marito, ma non risparmierà di certo l’uomo estraneo, anch’egli visto come pericoloso, come “stupratore di Schrödinger”; il/la tradizionalista non criminalizzerà il marito, ma criminalizzerà qualunque altro uomo, da cui il marito dovrà proteggere la moglie.
Per l’uomo che viene escluso, in ambito pubblico, dal pari accesso a servizi come i vagoni di un treno e quindi il pari spazio in esso (che si può ottenere solo se vi sono pari vagoni per uomini e per donne), un tradizionalista è un nemico tanto quanto un femminista.

E’ evidente dunque che cercare di estirpare i luoghi “solo per donne” sia un’impresa che richiede risorse che al momento non abbiamo. In un clima di costante demonizzazione e criminalizzazione maschile, in cui viene insegnato alle donne ad avere paura degli uomini ma non viceversa, nonostante uomini e donne siano equamente violenti sia fisicamente che sessualmente, pensare che si possa evitare che le donne abbiano paura degli uomini (e quindi reclamino spazi in cui questi ultimi siano esclusi) è impensabile.

Nonostante infatti le donne siano molto meno vittimizzate degli uomini (dato, questo, che si estende non solo all’area occidentale ma praticamente a ogni angolo del mondo, incluse le società islamiche, mediorientali, e altre civiltà non-occidentali come quella indiana), hanno più paura di questi ultimi di poter essere vittime di crimini violenti, specialmente di matrice sessuale.

Citando un articolo del 2011 del British Journal of Criminology [Cops, D. and Pleysier, S. (2011). “Doing gender” in fear of crime: The impact of gender identity on reported levels of fear of crime in adolescents and young adults. British Journal of Criminology, 51, 58–74.]:

“Dall’origine della tradizione di ricerca […] questi differenti livelli di paura apparentemente contraddicono il rischio obiettivo di vittimizzazione (Lee 2007). Questa comparazione si è tradotta nella scoperta del cosiddetto “paradosso della paura del crimine” [“fear of crime paradox”, altrove chiamato anche genderfear paradox, cioè “paradosso genere-paura”; “victimisation paradox”, cioè “paradosso della vittimizzazione” e “fear of victimization-paradox”, cioè “paradosso della paura della vittimizzazione”; N.d.T.]: quei gruppi che riportavano i più alti livelli di paura (più in particolare le donne e gli anziani) ‘in realtà’ avevano un minore rischio di essere effettivamente vittimizzati: ‘…le donne – o gli anziani – si è visto che hanno oggettivamente un tassso comparativamente minore di vittimizzazione e soggettivamente un’alta paura del crimine’ e ‘gli uomini giovani, in contrasto, hanno un tasso di rischio molto alto e una paura minore’ (Young 1988: 171-2).”

La paura del crimine non è legata all’effettiva probabilità che un crimine realmente avvenga, ma è connessa all’identità di genere.
Sempre secondo gli stessi ricercatori, infatti:

“Indipendentemente dal sesso dei rispondenti, i giovani che hanno ottenuto un punteggio più alto sulla scala dell’identità di genere (e quindi riportano un pattern di attività e atteggiamenti maschili più pronunciato) hanno riportato livelli significativamente più bassi di paura del crimine rispetto agli intervistati con un modello più femminile. Ciò può servire da indicazione del fatto che la paura del crimine può (almeno in parte) essere vista come un’emozione o un’attitudine femminile. Più in particolare, le ragazze che hanno un punteggio basso sulla scala dell’identità di genere – e quindi un atteggiamento femminile pronunciato – sembrano riportare i più alti livelli di paura.”

E’ quindi proprio connaturato all’identità, al ruolo di donna quello di sentir paura.
Le società, sia quella tradizionalista con l’infantilizzazione della donna che quella femminista con la criminalizzazione maschile, incitano le donne a sentire più paura rispetto agli uomini.

E’ quindi impossibile pensare che una comunità che nasce tradizionalista, e quindi che già dai suoi albori instilla nelle donne l’idea che sia necessario per loro provare paura, e che ha come unica influenza degna di nota quella femminista, possa accettare di rimuovere i “solo per donne”.
La segregazione dovuta alla paura è incitata sia dal passato che dal futuro della società.
Non ci sarà mai un momento in cui le donne smetteranno di avere paura, perché anche se i livelli di rischio delle donne arrivassero a zero, e quelli maschili triplicassero, fintanto che la percezione resterà che siano le donne ad essere in pericolo, i dati del pericolo effettivo saranno sommersi dal pensiero emotivo e irrazionale della paura percepita.

Chiedere quindi di rimuovere i servizi e gli spazi “solo per donne” è come chiedere a un pesce di smettere di nuotare: come possiamo pensare che sia possibile, se è immerso nell’acqua? Come possiamo chiedere che gli spazi per donne spariscano, se la nostra società è immersa nel pensiero tradizionalista e femminista?

Finché non ci sarà una vera influenza a 360° del movimento MRA negli ingranaggi della società, l’unica alternativa sarà quindi quella di affiancare gli spazi solo per donne con spazi solo per uomini. Fino ad allora non avremo alcuna chance di fermare gli spazi solo per donne.

Detto questo, finisco il mio discorso ribadendo il punto dell’articolo.

Il punto è che, se vedi uno spazio o un servizio solo per donne, hai tutto il diritto di modificare il precedente spazio o servizio per tutti e renderlo solo per uomini.

Riequilibrare spazi e servizi è un tuo diritto. Non è sessista riequilibrare e reclamare spazi anche per gli uomini. E’ sessista pensare che siano leciti gli spazi di genere esclusivamente se sono indirizzati alle sole donne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...