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Sul tempio induista di Sabarimala e l’esclusione delle donne

In molti templi in India gli uomini non possono entrare, perché allora fanno scalpore solo i templi dove non entrano le donne?

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Nell’immagine, alcune donne induiste che protestano contro la decisione della Corte Suprema di estendere l’entrata del tempio di Sabarimala alle donne tra i 10 e i 50 anni di età

Ringrazio Fabrizio per l’articolo che ha scritto sulla protesta delle donne in India relativa alla chiusura del tempio di Sabarimala nello stato indiano del Kerala alle donne di età compresa tra i 10 e i 50 anni.
Lo ringrazio perché rispecchia completamente l’intento antisessista che tutti noi che ci occupiamo di questioni maschili condividiamo. L’equiparazione dell’“attivismo per i diritti degli uomini” alla “misoginia” è infatti una bufala di dimensioni gigantesche: dare pari diritti agli uomini non vuol dire togliere diritti alle donne.

Questo, però, penso si possa applicare a un contesto laico, in cui si condividono servizi essenziali alle persone e tali servizi devono essere necessariamente estesi a tutti.
Da un punto di vista religioso, invece, ritengo possa esistere una differenziazione, ad esempio determinati spazi per uomini e altri per donne, l’importante secondo me è che ci sia un’equità.
Ad esempio se un tempio o determinati rituali sono preclusi agli uomini, devono esistere altri templi o altri rituali che siano preclusi alle donne, e viceversa.

Dato che solitamente chi è religioso crede che tali restrizioni abbiano senso, a differenza di altri ambiti, quelli laici, dove invece queste motivazioni sono pretestuose e ostacolano l’accesso a servizi destinati alla popolazione tutta (servizi che ovviamente non possono fare una distinzione in base al genere), non credo sia giusto rimuovere le limitazioni a templi o riti religiosi.

Perché mai? Molto semplicemente perché solitamente una persona che crede in una Divinità crede anche ai dogmi e ai miti che la circondano. Chi crede in un Dio o una Dea solitamente ha fede anche in tutte le credenze connesse a tale Dio o a tale Dea.
Quindi che senso ha estendere agli uomini o alle donne dati templi, se le credenze e i miti prevalenti in quei templi affermano che la presenza di uomini o donne offenda la Divinità locale?

Il fatto è che la religione non è un servizio laico, bensì lavora con forze che i devoti ritengono possano fare addirittura del male a chi non segue le regole ma si ostina a ritualizzare.

Inoltre, quando pensiamo all’Induismo tendiamo a vederlo dal punto di vista delle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), ma in realtà si tratta di un culto Indo-Europeo, che quindi è analogo a quello delle religioni europee pre-cristiane (Paganesimo Romano, Greco, Celtico, Germanico, Slavo, e così via).
In tutte le religioni Indo-Europee esistono riti o misteri maschili e riti o misteri femminili, e si crede che sia necessaria una simile differenziazione proprio perché alcune forze danneggerebbero gli uomini e altre danneggerebbero le donne.

Pensiamo ad esempio, nella Religione Romana, al tempio della Bona Dea che si trovava sotto l’Aventino: qui, in un Bosco Sacro vicino al tempio, solo le donne e le ragazze potevano partecipare alla celebrazione dei misteri della Bona Dea, che si teneva ogni anno nei primi di dicembre.
Il mito afferma che Ercole, escluso egli stesso, aveva istituito, per compensare tale esclusione maschile, presso il suo Altare, posto poco lontano da quello della Dea, cerimonie dove le donne non potevano partecipare.
(Fonti: Macrobio, Saturnalia, I,12,22-27; Sesto Properzio, Elegiae, IV,9).

Come vediamo, dunque, è normale che nei culti di origine Indo-Europea ci siano alcuni templi e alcuni rituali esclusi a un genere. Questo però non vuol dire che tale genere sia considerato “impuro”, semplicemente si pensa di lavorare con forze che beneficerebbero un sesso e danneggerebbero invece l’altro se esso vi si approcciasse.

L’importante quindi, in questi casi, è capire se effettivamente l’esclusione di un genere sia compensata dall’esclusione dell’altro genere in altri riti o in altri templi.
L’essenziale dunque non è estendere a tutti il singolo tempio o rituale, ma l’avere un corrispettivo.
Avere solo misteri femminili o solo misteri maschili è quindi sbagliato, ma non è sbagliato avere simili misteri maschili o femminili in sé, è però necessario che per ogni rito che esclude gli uomini ve ne sia uno che esclude le donne e viceversa.

Nel caso in questione si applica lo stesso principio. Ad esempio, Sadhguru, un mistico indiano molto famoso e popolare, afferma in proposito:

“Voglio che sappiate questo: diversi templi sono stati costruiti in modi diversi per scopi specifici […] (alcuni templi) possono seriamente impattare sulla loro vita, quindi dicono che le donne non dovrebbero andarci”.

Egli infatti afferma addirittura che alcuni templi, come quello del Dio Shani, sono stati costruiti per “scopi occulti”, per “magia nera”, per tale motivo le donne incinte e nel loro periodo di ciclo sarebbero particolarmente vulnerabili a tali energie, rischiando addirittura di trasmetterle al bambino che portano in grembo, quindi possono entrare nel tempio solo se non si trovano in queste due condizioni (ciclo o gravidanza); similmente, altri templi lavorano con altre energie che possono andare in contrasto con le energie di altre persone.
“Queste sono prescrizioni, non sono restrizioni”, afferma Sadhguru, “queste sono prescrizioni, non sono discriminazioni, sono fatte con uno specifico intento.”

Infatti, tali prescrizioni si applicano anche agli uomini, eppure nessuno protesta:
“Adesso che stai parlando dei diritti delle donne, perchè non lotti per i diritti degli uomini? Nel nostro tempio, nel tempio di Bhairav che abbiamo, gli uomini non sono ammessi all’interno del sanctum, perché non ti ribelli e combatti per quello? Perché non sono ammessi? Quel tempio è solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, perché? È una discriminazione? Non c’entra la discriminazione, è una certa dimensione della vita. Se segui questa cruda concezione dell’uguaglianza, farai immensamente del male alle donne.
Ci sono milioni di templi aperti a chiunque; improvvisamente perché mai la discriminazione dovrebbe arrivare in un unico tempio? Di che stai parlando? Questa non è una cultura che discrimina le donne. Ci sono più Divinità Femminili in questo Paese che Divinità Maschili. In qualunque villaggio tu vada, c’è il tempio di una Devi [“Dea” in sanscrito, N.d.T.], e pensi che sia discriminazione?”
(Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=HcmaAbI2_pg)

“Al Linga Bhairavi, agli uomini non è permesso di entrare nel sanctum sanctorum, ma non protestano mai. Sono sposati e addomesticati – sono stati allenati a non protestare contro niente (risate).
[…] Vi sono templi per Shani Deva, dove Saturno è personificato come un Dio. Attualmente, vi è una controversia riguardo al permettere alle donne di entrare in un certo tempio a Maharashtra, il tempio di Shani Shingnapur. Processi molto potenti avvengono in questo tempio. I templi di Shani sono principalmente usati per scopi occulti ed esorcismi. Le persone arrivano lì principalmente per respingere influenze occulte o perché sentono di essere possedute. A causa dei processi occulti che avvengono lì, le energie non sono favorevoli alle donne. Dato che a una donna è affidata l’importante responsabilità di fabbricare la prossima generazione, il suo corpo è molto più ricettivo e vulnerabile a certi tipi di energie – specialmente durante la gravidanza e i cicli mestruali.
Le donne non dovrebbero entrare affatto nel sanctum? Potrebbero entrarvi se fossero addestrate adeguatamente, ma sarebbe molto più difficile addestrare le donne rispetto agli uomini a questo scopo, semplicemente a causa di alcuni vantaggi biologici che gli uomini hanno in questo settore della vita. Nella natura stessa della biologia femminile, le forze occulte possono avere un impatto più profondo sul suo sistema.
Per rimuovere le influenze occulte ed eseguire degli esorcismi, vengono usate certe energie che non sono affatto belle per una donna. Shani non è gentile. Ma è parte delle nostre vite – dobbiamo fare i conti anche con lui. A causa di queste forze occulte, alle donne viene chiesto di non entrare nell’area in cui sono fatte tali cose. Non sarebbe buono per il loro benessere fisico.
Quando certe cose vanno male nella vita, devi affrontarle in un certo modo, il che potrebbe non essere piacevole. Questi templi sono stati creati per questo scopo. Oggi, alcune persone percepiscono come una discriminazione che le donne non dovrebbero entrare in questo spazio. Non è discriminazione ma discrezione.
Forse il modo in cui viene applicata è grezzo e sembra discriminatorio, ed è per questo che queste donne protestano. **Se un giorno, gli uomini protesteranno davanti al Linga Bhairavi e vorranno entrare nel sanctum, io lo chiuderò a chiave. Non li lascerò entrare nel sanctum perché non è progettato per gli uomini a meno che non siano adeguatamente addestrati per questo.** Questa non è discriminazione – è necessaria discrezione. Lo spazio di Dhyanalinga, per metà del ciclo lunare, è gestito da uomini; per l’altra metà, è gestito da donne – poiché questa è la natura di una consacrazione inclusiva, come quella di Dhyanalinga.
In certi templi, come il tempio della collina di Velliangiri, alle donne viene impedito di salire la montagna, poiché il sentiero attraversa una fitta foresta che in passato era ricca di fauna selvatica, ed era considerato pericoloso per le donne intraprendere questo viaggio. Ma oggi queste regole possono essere allentate.
In vista della richiesta di consentire alle donne di entrare nel tempio di Shani, abbiamo bisogno di educare le persone sulla scienza che sta dietro questi templi – di cosa si tratta e perché sono stati costruiti. Nel fervore democratico di oggi, vogliamo stabilire l’uguaglianza, ma in certi contesti, ciò andrebbe a svantaggio delle donne. **In tutti gli altri casi, siamo una specie e due generi. Tranne che per alcune aree come questa, gli unici posti in cui il sesso dovrebbe avere importanza sono i bagni e le camere da letto.**

(Fonte: https://isha.sadhguru.org/us/en/wisdom/sadhguru-spot/shani-shingnapur-controversy-discrimination-or-discretion)

Quindi, come vediamo, esistono templi che non accettano gli uomini esattamente come esistono templi che non accettano le donne. Lo stesso proprietario di uno dei templi che non accetta gli uomini all’interno del sanctum, ci dice apertamente che se gli uomini provassero ad accedervi lui lo chiuderebbe a chiave.

Esistendo quindi tanti templi (alcuni sempre in Kerala, lo Stato in cui si trova il tempio della protesta) che escludono gli uomini, il problema non dovrebbe porsi. Diverso sarebbe stato se non fossero esistiti.
Ma anche in quel caso, essendo forze che danneggiano chi vi si approccia in maniera disarmonica, secondo la credenza dei fedeli, forse sarebbe stato meglio creare riti o templi solo femminili (analogamente a quanto fatto da Ercole nella leggenda romana per quelli dedicati agli uomini) che estendere riti o templi solo maschili danneggiando le stesse donne che vi si avvicinano.

Elenchiamo quindi adesso, a titolo esemplificativo, alcuni dei templi induisti in India dove agli uomini non è concesso di entrare per tutto o in alcune giornate:

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– Tempio di Attukal – Thiruvananthapuram, Kerala

E’ chiamato anche “il Sabarimala delle donne” (e Sabarimala, lo ricordo, è il nome del tempio oggetto della polemica), il tempio di Attukal Bhagavathy è situato in Kerala (lo stesso Stato del tempio di Sabarimala), è dedicato alla Dea Bhadrakali, una forma di Mahakali.
E’ stato inserito nel Libro dei Guinness dei Primati per aver rappresentato, con la festa di Pongala, un festival della durata di 10 giorni che cade tra febbraio e marzo, il più grande raduno di donne al mondo, con ben 3 milioni di donne che vi hanno partecipato.
Durante questa festività, agli uomini è negato l’accesso al tempio.

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– Tempio di Brahma – Pushkar, Rajasthan

Esistono pochissimi templi del Dio Brahma nel mondo, uno di essi è il famoso tempio di Brahma a Pushkar, nel Rajasthan, costruito nel 14° secolo.
I Purana (alcune delle principali scritture sacre induiste assieme ai Veda, alle Upanishad e ai Brahmasutra) riportano il mito per cui il Signore Brahma avrebbe eseguito uno yajna (sacrificio rituale con il fuoco) al lago di Pushkar, ma sua moglie, Saraswati, occupata a prepararsi per la cerimonia, non sarebbe riuscita a presentarsi in tempo. Senza una moglie, Brahma non poteva eseguire lo yajna al momento giusto, così dovette trovare un’altra consorte rapidamente e sposò quindi la Dea Gayatri per completare il rituale. Quando Saraswati finalmente arrivò, era furiosa che Brahma avesse sposato un’altra e lo maledisse, e da quel momento in poi a nessun uomo sposato fu permesso di entrare nel tempio di Brahma, e se lo avesse fatto un evento nefasto sarebbe capitato nella sua vita matrimoniale.

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– Tempio di Devi Kanya Kumari – Kanyakumari, Tamil Nadu

Gli uomini non sono ammessi nel tempio salvo se eremiti (samnyasin), e anch’essi solo alle porte, perché la Dea in questione è la Devi “Kanya Kumari” (Dea del “sanyasa”), ovvero la Signora Bhagavathy in forma di ragazza adolescente. Il tempio è un Shakti Peeth, ovvero uno dei più importanti santuari e destinazione di pellegrinaggio dello Shaktismo, la tradizione induista secondo la quale l’Assoluto supremo coincide con il Principio Femminile, la Dea, Shakti.
Il mito su cui si poggia l’esclusione maschile è quello per cui la Dea avrebbe cercato quest’area per praticare la tapasya (una forma di austerità eremitica) in modo da poter ottenere che il Signore Shiva diventasse suo sposo, e per questo motivo gli uomini (specialmente se sposati, che non possono accedere nemmeno alle porte del tempio) vengono esclusi.

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– Tempio di Chakkulathukavu – Alappuzha, Kerala

Questo tempio, collocato in Kerala (lo stesso Stato del famoso tempio di Sabarimala), venera la Dea Bhagavathi. Il tempio osserva un rito annuale, chiamato “Naari Puja”, che si svolge durante il Dhanu, a dicembre. Durante questo periodo, soltanto alle donne viene permesso di entrare nel tempio, e il sacerdote maschio lava i piedi di migliaia di donne devote che hanno digiunato per 10 giorni. Si sceglie inoltre un’ospite speciale, anch’essa donna, che viene fatta sedere su di un particolare trono (peetam), le si lavano i piedi, le si offrono fiori e ghirlande e si esegue in suo onore il rito dell'”aarti”, come se fosse una Divinità.

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– Tempio di Durga Mata – Muzaffarpur, Bihar

Durante un particolare periodo, agli uomini è severamente proibito entrare in questo tempio che si trova a Muzaffarpur, in Bihar, al punto tale che addirittura il Pujari (sacerdote che esegue l’offerta, detta “puja”) del tempio non può entrare nell’edificio.
Le regole per la restrizione degli uomini nel resto dell’anno sono anch’esse molto strette.

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– Tempio di Kamrup Kamakhya – Assam

Questo tempio è uno dei più antichi Shakti Peeth e si crede che qui siano cadute l’utero e la vagina della Dea Sati. Per questo la Divinità del tempio, la Dea Madre Kamakhya, si crede che passi attraverso un ciclo mestruale. Durante questo periodo, il tempio è permesso solo alle donne.
Solo le sacerdotesse o i sanyasi servono il tempio, e il tessuto mestruale di Maa Sati è considerato molto propizio, al punto che viene distribuito alle devote. Esiste un tempio simile, con una leggenda anch’essa molto somigliante, a Chengannur, sempre in Kerala, dove una Dea che passa attraverso un ciclo mestruale viene venerata solo da donne.

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– Tempio di Linga Bhairavi – Coimbatore, Tamil Nadu

Il tempio di Linga Bhairavi è il tempio a cui accennava Sadhguru, essendo stato consacrato da lui.
Questo tempio non permette agli uomini di partecipare in alcuni rituali e agli uomini non è permesso di entrare nel sanctum sanctorum.

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– Tempio di Santoshi Maa – Chhindwara, Madhya Pradesh

Le donne o le ragazze non sposate eseguono il “Vrata” per la Dea Santoshi Maa in questo tempio e solo le donne e le ragazze possono eseguire questo digiuno. Non possono mangiare frutta acida o sottaceti durante questo periodo.
Agli uomini non è permesso entrare nel tempio il venerdì.

(Fonti: http://www.fireflydaily.com/men-not-allowed/
https://www.ibtimes.co.in/heres-list-8-temples-india-where-men-are-not-allowed-enter-706187
https://www.freepressjournal.in/weekend/6-temples-rituals-in-india-where-men-are-not-allowed/834414)

Come abbiamo visto, esistono tantissimi templi che non accettano gli uomini, in toto o con piccole eccezioni ad esempio per gli asceti, similmente al tempio di Sabarimala che non accetta le donne, salvo oltre i 50 anni o le bambine di età inferiore ai 10.
Perché questi templi escludono gli uomini? Per motivi mitologici, spesso. Esattamente come il tempio di Sabarimala.
Alcuni di questi templi si trovano nello stesso Stato indiano in cui si è tenuta la protesta contro il tempio di Sabarimala e in cui è situato il tempio stesso. E allora perché in un caso vi sono proteste e negli altri no?
Il doppio standard è evidente.

L’idea stessa che è stata fatta passare, cioè che solo le donne venissero escluse da alcuni templi, è nient’altro che una bugia, una menzogna pericolosamente propagandata senza fact-checking da numerosi giornalisti che evidentemente dovrebbero cambiare lavoro.
Quello che sembra passare, tacendo dei numerosi templi per sole donne, è l’idea che sia giusto rimuovere le limitazioni femminili ma non rimuovere le limitazioni maschili.

Si vuole far passare come discriminazione qualcosa che non lo è. Se ci sono servizi per sole donne, allora i servizi per soli uomini smettono di essere discriminatori. Se ci sono templi che non accettano gli uomini, i templi che non accettano le donne smettono di essere discriminatori. Se esiste un corrispettivo non è discriminazione, altrimenti sarebbero discriminatori anche i bagni e gli spogliatoi.

Quello che si nota è il gap emotivo nella reazione tra esclusione degli uomini ed esclusione delle donne. Escludere le donne da un tempio è cosa inaudita; escludere gli uomini, invece, beh, per quello ogni giustificazione è valida. Come al solito, il femminismo si mette all’opera solo quando alle donne è impedito di fare qualcosa, a prescindere, senza pensare a null’altro. Che anche agli uomini sia impedito di fare la stessa cosa a pochi kilometri di distanza non importa. Gli uomini mica sono persone, in fondo!

Diciamo “preferisco fare il signore e lasciare che entrino” quando lo chiedono le donne, mentre diciamo “che bambino che sei a chiedere di entrare” quando lo chiedono gli uomini. È un doppio standard.
Non è lecito infatti valutare la superficialità o la profondità di una reazione, ma è lecito farlo solo di un problema. Se diciamo infatti che è stupido fare barricata per tenere chiusi certi templi, beh è stupido sia farlo nel caso di quelli per soli uomini, sia nel caso di quelli per sole donne.
Quello invece a cui assistiamo è un giudizio sulla reazione e non sul problema. È la reazione maschile a essere giudicata: se vuole estendere i templi delle donne perché “sii uomo e non comportarti da bambino”, e se vuole evitare di estendere i templi degli uomini perché “fai il signore, lascia fare, non alzare una barricata”.
Quello che vediamo dunque non è un giudizio sulla questione: nessuno giudica la reazione delle donne che tengono chiusi i templi femminili né giudichiamo come inutile e infantile la richiesta di estendere quelli maschili. Non giudichiamo la cosa in sé. Giudichiamo *chi* intraprende questa o quella lotta, questa o quella battaglia.

Il gap si vede anche e soprattutto nella nonchalance con cui molte persone vorrebbero risolvere la questione. “Facciamo i signori”, dicono, “e lasciamo che vadano nei templi per soli uomini, poi ai templi per sole donne ci penseremo in seguito o comunque non è così importante e possiamo anche lasciarli così”.
Alcuni potrebbero obiettare infatti che, in fondo, estendere solo alle donne i templi e mantenere la restrizione agli uomini non rappresenti un problema così grande, se lo vediamo da un punto di vista laico.
In realtà però anche dal punto di vista non-religioso la cosa è terribile, perché una simile decisione sdogana l’idea che gli spazi maschili possano essere invasi, mentre quelli femminili no.
E una volta che tale idea è stata sdoganata, beh, non la togli più via.

Se vuoi uno spazio femminile devi essere disposta ad avere anche uno spazio maschile. Lasciar fare – lasciare cioè che si estenda alle donne senza richiedere lo stesso per gli uomini – perpetua invece l’idea che sia giusto invadere gli spazi maschili ma non quelli femminili. E una volta che l’idea si è propagata, investe tutto.
Una simile idea parte da uno e poi procede con tutti gli altri spazi maschili, e alla fine ci si ritrova soltanto con spazi femminili e spazi per tutti.
Gli uomini dunque alla fine della fiera si trovano così a vedersi diminuito il totale degli spazi a loro disposizione.

“Ah se le donne vogliono entrare in uno spazio maschile che entrino, che vuoi che succeda?”
Succede che poi dopo qualche tempo gli uomini continuano a non poter entrare negli spazi femminili mentre le donne possono entrare in quelli maschili.
Quindi lasciare che si estenda solo da una parte fa sì che tu abbia uno spazio in cui possono entrare tutti e uno spazio in cui può entrare solo un genere.

È necessario dunque difendere il diritto dei templi a escludere le donne fintanto che vi saranno templi che escludono gli uomini: fare barricata è vitale per poter permettere di agire in maniera equa, perchè o capisci che l’uguaglianza è a due vie, o non ti permetto di farla solo a una via. Perché se la fai a una via adesso, la farai a una via anche per cose molto più importanti ed essenziali.
Lasciar stare va bene solo se anche l’altra parte “lascia stare”. Se lasci stare solo tu perdi il tuo spazio e l’altro ce ne ha 2 al posto di uno: quello che aveva prima e il tuo che adesso è aperto anche a lui.
Dobbiamo rimarcare che voler rimuovere una limitazione per le donne senza rimuovere la corrispettiva o analoghe per gli uomini è sbagliato.

La portata di una simile azione, quella cioè di estendere alle donne un tempio maschile senza pretendere che si estenda al contempo anche agli uomini un tempio femminile, è enorme: perpetra l’asimmetria nella reazione all’esclusione di un sesso rispetto all’altro, non è roba da poco!
Quello che passa è che escludere gli uomini da un servizio o da uno spazio non sia grave quanto escludere le donne!
Quale servizio o quale spazio verrà inglobato nella prossima mossa del femminismo ancora non lo sappiamo: iniziamo con i templi, e poi si va a scalare.
Le idee non sono a compartimenti stagni. Un’idea sbagliata è molto pericolosa, perché anche presentandosi in ambiti “leggeri” (per quanto gli Dei, per un fedele, sono tutt’altro che leggeri), penetra e si diffonde ovunque.
Non si può pretendere di estendere solo da una parte. Estendere solo da una parte vuol dire creare una discriminazione.
E creare discriminazioni è sbagliato.

Un ulteriore punto da approfondire sulla questione è che, sebbene molte donne abbiano protestato per chiedere l’estensione di tale tempio, in primis questa protesta è stata organizzata dal Partito Comunista d’India (che, per quanto si possa apprezzare per altri versi, in questo ambito è ben noto che il comunismo sia fortemente anti-religioso e ateo), che governa il Kerala, e non si può ignorare la cospicua presenza di donne musulmane in questo evento, che ovviamente non rappresentano il sentire delle donne induiste, visto che le musulmane nei templi induisti non entrano perché non è la loro religione.
Anche le donne che hanno richiesto alla Corte Suprema di far aprire il tempio alle donne sembrerebbero non essere induiste.

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Ora, la protesta di un partito ateo appoggiata dai musulmani sembra quanto di più lontano possibile dall’azione spontanea delle fedeli, che anzi risultano molto spesso contrarie, visto che ai templi per sole donne non vorrebbero veder spuntare qualche uomo.
Infatti a seguito della decisione della Corte Suprema, numerosissime donne induiste hanno protestato contro questa estensione.

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La protesta anti-estensione si è effettuata simultaneamente in 200 locazioni diverse all’interno dello stato del Kerala, e in più vi è stata un marcia più grande che si è svolta a Pandalam (sempre in Kerala).

(Fonte: https://www.indiatoday.in/india/story/sabarimala-protests-put-kerala-on-hold-200-locations-blocked-1360237-2018-10-10)

Ad esempio, qui possiamo vedere un mare di donne (tra l’altro indigene) protestare *contro* l’estensione del tempio di Sabarimala alle donne nella sola città di Kannur: https://www.hinduhumanrights.info/video-a-sea-of-indigenous-hindu-women-defending-the-traditions-of-sabarimala/

Perché una donna dovrebbe appoggiare l’esclusione femminile? Perché, come fanno gli uomini con le esclusioni maschili, rispetta il mito che ne sta dietro. Secondo la leggenda del tempio di Sabarimala, infatti, il Dio locale, Ayyappa, sarebbe celibe.
Secondo il racconto locale, Ayyappa sarebbe nato dall’unione tra il Dio Shiva e il Dio Vishnu (nella sua incarnazione femminile, Mohini) per distruggere la demonessa Mahishi, che si voleva vendicare contro gli Dei per la morte di suo fratello, il demone Mahishasura.
Dopo averla uccisa, Ayyappa la benedì perché raggiungesse l’altro mondo in pace. Ma con quest’atto Mahishi si liberò della maledizione che la rendeva una demonessa e divenne una splendida donna, che gli chiese di sposarla. Lui a quel punto dovette rifiutare, dovendo vivere come brahmachari (cioè in celibato) fino a che l’ultimo fedele avesse smesso di andare al tempio di Sabarimala in suo onore.
Solo quando ciò sarebbe accaduto lui avrebbe potuto sposarla.
Per rispetto quindi nei confronti del giuramento tra i due, alle donne di età fertile (e non dunque a *tutte* le donne, come si è invece falsamente propagandato sui media occidentali) è vietato entrare nel tempio.
Ecco quindi che esiste un mito specifico per questa particolarità, e non è dunque vero che lo si faccia perché le donne sono viste come impure e cattive: come potrebbero esserlo ed esistere al tempo stesso numerosissimi templi dedicati a Dee e templi soprattutto dove gli uomini non possono entrare?

Dopo aver analizzato attentamente la questione, notiamo come le femministe, che si riempiono sempre la bocca di “parità”, non riescano a concepire che la parità è anche nell’esclusione: se vi sono Dee che non vogliono uomini nei loro templi, perché non dovrebbero esservi Dei che non vogliono donne nei loro?
Non si può chiedere di rimuovere spazi solo maschili se non si rimuovono contemporaneamente spazi solo femminili: questa non è parità, è invasione. La parità è rimuovere tutti e due i tipi di spazi o averceli entrambi; rimuoverne solo uno è oppressione.

Dato che non chiediamo e non vogliamo invadere i templi delle Dee, si smetta di cercare di invadere quelli degli Dei.
Il Signore Ayyappa non vuole donne attorno a lui. No significa no. Quanto è difficile rispettare il consenso?
Con che faccia una persona si definisce devota del Dio Ayyappa se non rispetta nemmeno il suo amore, il suo giuramento, il suo voto di brahmacharya?

Che Sri Ayyappa illumini le menti di chi concepisce la parità solo in una direzione.
La parità non è delle donne: la parità è di tutti.

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Tratto da “l’Interferenza”: http://www.linterferenza.info/attpol/sul-tempio-induista-sabarimala-lesclusione-delle-donne

Bufale sugli MRA

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Demoliremo oggi una critica fatta dai nostri oppositori riguardante il Movimento per i Diritti degli Uomini (MRM).
Per farlo citeremo stralci dell’articolo rappresentativi delle argomentazioni contro gli attivisti per i diritti degli uomini (MRA).
Iniziamo subito:

Il MRM ha scatenato anche la reazione di altri attivisti per i diritti degli uomini dopo la strage in California, quando è venuto alla luce che l’omicida Elliot Roger era legato movimento e aveva postato su numerosi blog e forum misogini. In rispostale organizzazioni in difesa delle vittime di sesso maschile hanno cominciato a prendere le distanze dal movimento e non desiderano essere pubblicamente associate ad esso.

In primis, Elliot Rodger non era in alcun modo legato con il MRM, non si è mai definito tale e difatti, oltre a 2 ragazze, ha ucciso anche 4 giovani: George Chen, di 19 anni; Cheng Yuan “James” Hong, di 20 anni; Weihan “David” Wang, di 20 anni e Christopher Michaels-Martinez, anche lui di 20. Per quale assurdo motivo un attivista per i diritti degli uomini se la sarebbe presa con degli uomini?
Rodger era invece legato al movimento dei “pick-up artists”, che non ha alcun collegamento con il MRM, ma è costituito invece da persone dedite a descrivere modi con cui sedurre le donne (talvolta utilizzando anche tecniche pseudoscientifiche come la PNL).

quando protesti contro le “false accuse di stupro” come se tutte le accuse di di stupro fossero falsenecessariamente invalidi tutto ciò che si potrebbe cercare di realizzare.”

Attendere la condanna definitiva di un giudice e agire in virtù del principio di presunzione di innocenza è un atteggiamento che lo stesso sistema legale supporta, è forse anch’esso misogino nel farlo?
Non diciamo che ogni accusa sia falsa, diciamo semplicemente che andrebbero contrastate le false accuse al pari degli atti di violenza.
Agire contro la violenza sessuale e agire contro le false accuse in che modo andrebbe in contraddizione?
Siamo totalmente solidali con le vere vittime di violenza, e proprio per questa ragione non possiamo sopportare chi se ne prende gioco strumentalizzando questa terribile esperienza per i propri disonesti fini.

 tendono a soffocare le voci di uomini più moderati e filo-femministi che lottano per quelle importanti questioni sociali che colpiscono gli uomini,come l’abuso sessuale nelle carceri, i diritti di custodia dei figli

Qui vi è una contraddizione assai forte: se si è a favore dei diritti di custodia dei figli, perchè la stesa autrice nella quasi totalità degli articoli della sua pagina si schiera apertamente contro l’affido condiviso, con arrampicate sugli specchi che fanno rigirare nella tomba Bowlby, e che non tengono assolutamente conto degli effetti deleteri sui bambini del distacco dai propri caregiver?
Se si dice di essere a favore di tali diritti da una parte, perchè poi li si ostacola dall’altra?

Nel frattempo, altri uomini moderati hanno iniziato a creare comunità in rete, concentrandola loro attenzione sull’evoluzione del ruolo degli uomini nella società contemporaneaAdesempioThe Good Men Project (GMP) è un canale che permette agli uomini di raccontarestorie sui momenti salienti della loro vita nella speranza di sollecitare una conversazionenazionale su cosa significhi essere un uomo buono nel 21° secolo”.

GMP lascia pochissimo spazio alle rivendicazioni dei diritti maschili, vi è solo qualche accenno in tutto il sito. Parlare degli uomini non significa automaticamente parlare dei diritti degli uomini, così come parlare delle donne non coincide con l’organizzare manifestazioni per il diritto all’aborto.
D’altra parte anche associazioni che non attaccano direttamente il femminismo, come la Canadian Association For Equality (CAFE), hanno ricevuto da attiviste femministe varie contestazioni – anche intimidatorie e di minaccia – sebbene sul loro sito è visibile che l’unico obiettivo che si prefigge tale associazione – che si occupa, tra l’altro, anche di contrasto all’omofobia e di diritti GLBT – sia l’uguaglianza di genere.
Sembra dunque che dia fastidio qualsiasi movimento che prenda in considerazione le istanze maschili, e non solo quelli antifemministi.

Men Can Stop Rape”ad esempiosi propone di porre fine alla violenza sia contro le donne che contro gli uomini organizzando laboratori sulle molestie sessuali e offrendo consulenza ai maschi perpetratori di violenza.

In primis il nome: “gli uomini possono fermare lo stupro”. Da movimento umanista ed egualitarista lo riteniamo altamente discriminatorio, e chiederci di accettarlo sarebbe come chiedere ad associazioni antirazziste di approvare una fondazione denominata “gli immigrati possono fermare il furto”. Razzismo, sessismo, cambia forse qualcosa?
In secondo luogo, perchè non offre consulenze anche alle donne perpetratrici di violenza, dato che colpisce in egual misura sia uomini che donne?

Mentre i “What Men Can Do” sono attivisti antiporno di sesso maschile, i quali ritengono che la rappresentazione del sesso nel porno sia fallocentrica” e danneggi sia gli uomini che le donne, riducendo le ragazze a oggetti sessuali e contribuendo ad aumentare la violenza sessuale e la misoginia.

Ma queste sono rivendicazioni femminili. Non vedo come potrebbero tali associazioni sostituire organizzazioni per l’uguaglianza di genere e il contrasto al sessismo verso gli uomini. O forse vanno bene soltanto associazioni maschili che combattano per i diritti delle donne?
Sarebbe come approvare solo associazioni femminili che si dedichino a problematiche maschili: una follia.

 “gravi attacchi misogini dedicati a demolire le femministe in particolare e le donnesoprattutto le donne americanein generale

Il MRM certamente ha criticato le femministe, ma mai le donne.
Tra l’altro non tutti i femministi sono donne, ci sono molti uomini femministi, e sono stati criticati anche loro.
Far coincidere femminista e donna è un po’ come far coincidere ambientalisti e ambiente: si possono criticare le politiche degli ambientalisti senza per questo essere a favore dell’inquinamento dell’ambiente.
Semplicemente il movimento femminista agisce solo per i diritti delle donne e parte da una prospettiva ginocentrica, ignorando la situazione corrispettiva degli uomini o addirittura peggiorandola, introducendo leggi non-neutre per il genere. Si potrà obiettare che questo tipo di femminismo non rappresenti la totalità delle femministe, ma di sicuro rappresenta quello espresso dalle principali associazioni e dalla letteratura femminista, ad esempio la NOW è apertamente in contrasto con l’affido condiviso e ogni autrice femminista parla apertamente di Patriarcato (e non anche di Ginocentrismo o almeno Bisessismo).

Gli anti-femministi sono stati collegati al neoconservatorismo

In realtà il tradizionalismo è in contrasto con l’Attivismo per i Diritti degli Uomini, perché il nostro fine è proprio liberare gli uomini dai loro ruoli di genere, non rimarcarli, quindi questa obiezione non ha senso.

Il gruppo antifemminista più noto e influente in questo momento è “A Voice For Men”(AV4M) che vanta mezzomilione di visite al mese, grazie alla sua retorica che rasenta l’apologia dello stupro

Essere scettici prima di mettere una persona alla gogna pubblica è diverso da essere apologeti dello stupro.
Soprattutto se ci sono dei precedenti, come in questo caso. Lo stigma sociale ha portato al suicidio Tom Acton, 16enne falsamente accusato di aver stuprato una ragazza per aver raccontato alla polizia degli spacciatori di droga nella sua città.
Un altro caso è quello di Luke Harwood, 18enne, che è stato picchiato a morte da una gang per una falsa accusa di stupro e un’altra vicenda simile è quella di Stephen Lyne, 17enne, ucciso a seguito di un’accusa di stupro che si rivelerà poi falsa.
Casi di false accuse non succedono solo per questo ambito, Casey Anthony, ad esempio, è stata falsamente accusata di aver ucciso la figlia, e nessuno le ridarà quella dignità tolta nel momento più triste della sua vita.
Gente uccisa, spinta al suicidio, parenti che nel pieno della disperazione per la perdita dei loro cari sono al contempo accusati di esserne gli autori… tutta questa è gente vera, reale. Non si parla di ideologie, ma di persone vere, vive, a cui viene rovinata la vita, mentre ancora qualcuno si sta chiedendo se sia giusto parlarne o sia meglio ignorare il tutto, far finta che non esista per non andare contro il politically correct.
Ma sono persone, esseri umani con lo stesso diritto a vivere una vita decente come me e i nostri oppositori. Gente che ha bisogno di qualcuno che li difenda: se non noi, chi? Chi lotterà per loro? Coloro che innalzano un’idea più delle reali necessità delle persone? Non credo proprio.

Questo non sorprende, considerato quanto questo sia attualmente caratterizzato dall’odio verso le donne.

Noi non possiamo odiare le donne, dato che tra i nostri aderenti abbiamo donne come:
Erin Pizzey, Alison Tieman, Janet Bloomfield, Dr. Tara Palmatier, Dr. Helen Smith, Suzanne Venker, Karen Straughan, Janice Fiamengo, la sen. Anne Cools, Suzanne McCarley, Barbara Kay, Dianna Thompson e Hannah Wallen.
Invito tutti a cercare informazioni su queste donne. A leggere cosa scrivono e a chiedersi:
Queste donne sembrano essere altro che persone intelligenti, autonome, che hanno avuto successo? Sembrano essere ossequiose verso gli uomini?
O fieramente indipendenti e competenti? Non sono proprio quello che le femministe promettevano che le donne sarebbero state libere di diventare?
Fra di loro c’è la donna che ha fondato il primo centro anti-violenza; c’è la prima senatrice nera nell’America del Nord…
Sarebbe mai possibile che questo gruppo di donne attive nella società ed indipendenti avrebbe motivi di collaborare con uomini che le odiano e che vogliono levar loro diritti?
La donna che ha fondato il primo centro anti-violenza vorrebbe ora sostenere la violenza?
In secondo luogo, nessuno attacca le femministe in quanto attiviste per i diritti delle donne, ma perchè a capo delle organizzazioni femministe vi è gente che impedisce di parlare dei diritti degli uomini, e la letteratura femminista considera l’agire per i diritti degli uomini quasi un anatema.
La NOW, ad esempio, si è apertamente schierata contro l’affido condiviso, molte associazioni a capo del femminismo in India hanno protestato contro l’estensione della legge contro la violenza sessuale anche agli uomini vittime di violenze, vi sono state contestazioni contro eventi di prevenzione del suicidio maschile (cosa avranno mai di tanto misogino tali eventi?), alcune figure di spicco del movimento hanno deriso apertamente le vittime maschili di suicidio, ad Erin Pizzey sono arrivate ad ucciderle il cane e a minacciarle di morte i figli piccoli, tanto da costringerla ad andare in America.
Non si può pretendere che un simile comportamento venga accettato passivamente. Non si possono compiere certi atti e poi pretendere che non si scateni una risposta.

C’è da chiedersi inoltre perchè ci attacchi un sito che ci cita solo gruppi maschili per le questioni femminili come “alternativa” al MRM e che è contro l’affido condiviso? Perchè noi siamo per l’uguaglianza.
Quando le grandi associazioni femministe verranno in piazza con noi a chiedere uguali diritti anche per gli uomini (gli stessi diritti che – dice l’articolo a cui rispondiamo – a parole sostengono), saremo lieti di averle come alleate.
Cosa aspettano? Perchè non lo fanno? Perchè non richiedono che le leggi diventino neutre per il genere, non lottano per l’affidamento condiviso e per l’apertura di centri antiviolenza per uomini (o almeno inclusivi delle vittime di entrambi i generi)?
Non siamo dunque noi che escludiamo loro, ma loro che escludono noi.

Perché un registro degli stupratori aumenterebbe gli stupri

Recentemente vi sono state associazioni (come “Preferenziale Rosa”) che, a seguito dello stupro della tassista a Roma, hanno richiesto di istituire un registro degli stupratori, adducendo la motivazione per cui chi compie simili atti non avrebbe più diritto alla riservatezza dei dati.
Questa proposta, sebbene comprensibile, è da rifiutare nettamente per motivazioni sia pratiche che etiche.
Partiamo con le prime:
Una persona che esce dal carcere dopo aver scontato la propria pena e che cerca di rifarsi una vita, come riuscirebbe a farlo laddove la sua persona fosse associata all’atto commesso? Quasi certamente ciò significherebbe l’assenza di un lavoro e quindi povertà. Si dà il caso che la povertà sia uno dei maggiori predittori di criminalità, quindi tale stigma spingerebbe a commettere ulteriormente atti antisociali e quale crimine più di quello che si è già commesso, vale a dire lo stupro? In sintesi tale mossa aumenterebbe ancora più la reiterazione del reato.
Passiamo adesso alle motivazioni etiche:
1) Il carcere ha – ufficialmente – funzione educativa, non punitiva, pertanto una persona uscita da esso dovrebbe essere migliorata e sapersi reintegrare nella società. Se non la si vuole reintegrare subito per questione di sicurezza, si richieda una pena aggiuntiva al reato perché abbia maggiori possibilità di essere rieducato, non si capovolga la funzione stessa dell’incarcerazione. Ma una persona ha il diritto a rifarsi una vita, non ha senso altrimenti toglierla dal carcere per non farla vivere da persona libera. La maggiore pena in caso di reiterazione del reato va ovviamente conservata al fine di scoraggiarne la ripetizione, ma l’informazione del reato commesso non deve essere di dominio pubblico, semmai solo delle autorità competenti.
2) Uno strumento di pubblica gogna aumenterebbe sicuramente le false accuse, in quanto diventerebbe un più allettante modo di vendicarsi di una persona per cui si prova astio. Ricordiamoci la storia e gli effetti che il sistema inquisitorio utilizzato nella caccia a streghe, eretici, ecc. ha avuto nell’eliminare personaggi sgraditi.
3) Aumento dei suicidi a seguito dell’impossibilità di rifarsi una vita: qualcuno dirà “chissene frega, è uno stupratore”. Benissimo, ma allora cosa distingue questo da una pena di morte diretta? Eppure tale sistema è stato ripudiato dall’Italia e dalla maggior parte dei Paesi civili, e moltissime organizzazioni per i diritti umani (pensiamo ad esempio ad Amnesty International) si prefiggono proprio l’abolizione della pena capitale nell’intero globo. Una simile misura, dunque, andrebbe in pieno contrasto con i Diritti Fondamentali Umani.
4) Assenza di un registro per chi compie false accuse: un registro simile che non includesse le persone che costruiscono false accuse di reati sessuali sarebbe sicuramente incompleto e discriminante verso le persone erroneamente inserite nel primo registro, dato che i loro calunniatori non potrebbero subire lo stesso trattamento riservato ad essi.
5) Aumento della giustizia fai-da-te. A seguito di false accuse di stupro vi sono stati casi di suicidi, aggressioni, omicidi e linciaggi pubblici, che non possiamo ignorare.
 
Ricordiamo tra i tanti: 
  • Stephen Lyne, 17 anni, pugnalato a morte nel 2009 a seguito di una falsa accusa di una ragazza diciottenne (che poi ha confessato di aver mentito):

    stephen

  • Luke Harwood, 18 anni, picchiato a morte da una gang, che gli ha tagliato le dita e tolto i denti dal corpo, a seguito di una falsa accusa di una ragazza di 21 anni. Anch’essa ha poi confessato la sua bugia:

    luke

  • Tom Acton, 16 anni, spinto al suicidio a seguito di bullismo dovuto a false accuse di stupro nei suoi confronti sparse dagli spacciatori del suo quartiere che aveva denunciato:

    tom

  • Syed Khan, 35 anni, accusato di stupro. Il 5 marzo 2015, una folla di 7000-8000 persone assalta la prigione di Dimapur e lo tira fuori. Viene spogliato, preso a calci, lapidato e poi impiccato mentre la gente lo riprende con il telefonino. Il 6 marzo le telecamere dell’hotel dove sarebbe avvenuto lo stupro vengono esaminate e viene visto che la donna accompagna l’uomo sia all’entrata che all’uscita senza timore, anzi. Il 7 marzo vengono esaminati i reperti medici, che dimostrano l’assenza di violenza. Delle migliaia di manifestanti, sono stati arrestati solo 22:

    linciaggio

  • Vi sarebbero anche molte altre false accuse di stupro che si sono risolte in tragedia, ma cambiamo argomento per un attimo e parliamo anche di casi come quello di Jeetu, 22 anni, di casta Dalit (cioè Paria), accusato di aver compiuto un approccio molesto in stato di ubriachezza verso una ragazza (non risulta l’abbia toccata, ma esclusivamente seguita). Per questo è stato picchiato a morte da una folla. Anche se fosse stato colpevole… davvero crediamo sia questa la giusta punizione?

    linciaggio2

  • O parliamo invece di casi come quello di Christian Adamek, un ragazzino che per giocare ha corso nudo in un campo di calcio. Uno scherzo, uno scherzo qualunque che però gli ha fatto rischiare l’inserimento nel Registro dei Sex Offenders. Per evitarlo si è suicidato. Aveva 15 anni:

    Christian-Adamek

La caccia alle streghe ha davvero avuto origine dalla misoginia?

streghe

E’ diffusa la credenza secondo cui la misoginia sarebbe stata alla base della caccia alle streghe tra il XV e il XVII secolo (con alcuni casi sporadici nel XIV e nel XVIII). Qui spiegherò su basi storiche come mai tale ipotesi sia inesatta.

Una delle fonti principali alla base di tale affermazione è sicuramente il Malleus Maleficarum, manuale inquisitorio scritto da due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer e pubblicato nel 1487.

D’altra parte questo documento è tardo, e la strega come figura principalmente femminile esisteva già da tempo. La sua associazione nel mondo cristiano con le donne è riscontrabile ad esempio nel Canon Episcopi, testo clericale di istruzione ai vescovi del 906, il quale afferma al suo interno:

“Né bisogna dimenticare che certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Erodiade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire ai suoi ordini come a loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio.” [1]

Nel XIII secolo l’arcivescovo Jacopo da Varagine racconta la storia di San Germano, che, dopo aver cenato da alcuni contadini, vede che dopo aver mangiato questi riapparecchiano la tavola per le buone donne che vengono di notte” [2].

Queste “buone donne che vengono di notte” corrispondono certamente alle figure siciliane delle donne di fuori” che si credeva vagassero durante la notte con il proprio spirito staccato dal corpo e che erano sottomesse a una figura, simile a una Dea, chiamata “Regina delle Fate”, “Maestra”, “Signora Greca”, “Signora Grazia”, “Sapiente Sibilla” o con molte altre varianti [3].

La strega come “donna per definizione”, dunque, ha radici più arcaiche della semplice misoginia e rimanda a credenze popolari che altro non erano che rimanenze, ricordi, di culti femminili.

Secondo Sabina Magliocco, professoressa di Antropologia e Folklore alla California State University, Northridge (CSUN), l’origine di queste figure femminili (che poi verranno demonizzate) a capo delle streghe deriverebbe dal culto di Ecate [4].

Che il culto di Ecate fosse associato alle donne e alla stregoneria lo riscontriamo già nelle Metamorfosi di Apuleio, dove si parla delle temutissime streghe tessaliche [5]. In Tessaglia sacrifici a questa Dea sono stati effettuati fino al medioevo [6]. Lo stesso Orazio nelle Satire, parlando di due streghe, Canidia e Sagana, narra di come avessero invocato Ecate e Tesifone [7].

Sulla base di questi dati possiamo affermare dunque che la figura della strega in quanto donna deriva da un suo collegamento a culti femminili precristiani, e non tanto alla misoginia.

Questo è verificabile comprendendo che, laddove figure analoghe alla strega sussistevano in territori con influenze culturali differenti, legate ad esempio a culti maschili o dove erano gli uomini a occuparsi della guarigione nei villaggi, anche le percentuali di persecuzione cambiavano.

La prevalenza di accuse contro individui di sesso maschile emerge in modo singolare in alcune zone periferiche d’Europa maggiormente pervase da elementi culturali sciamanici e coinvolte tardi dalla persecuzione della stregoneria. Ad esempio Heikkinen e Kervinen affermano:
“Nel XVI secolo in Finlandia, lo stereotipo del fattucchiere era un uomo. Questo è probabilmente dovuto alle tradizioni popolari finniche e all’antica religione finlandese, in cui i poteri soprannaturali non erano associati con le donne ma con gli uomini [8].

Kirsten Hastrup, professoressa di Antropologia all’Università di Copenhagen ha affermato:

La tipica strega islandese era maschile [9].

In Islanda, infatti, conoscenza e saggezza sciamaniche erano associate agli uomini, e in particolare a figure di uomini-cantori depositari della poesia scritta e orale. Gli sciamani si dicevano in grado di uscire dal corpo e di divinare.

Questi casi non sono isolati, se contiamo che, nonostante la maggioranza dell’Europa fosse influenzata dallo stereotipo della strega-donna derivante dai culti precristiani femminili che abbiano visto sopra, secondo Robin Briggs, nell’insieme dei condannati a morte per stregoneria, ben il 20-25% era di sesso maschile, e addirittura nella vicinissima Francia “poco più della metà erano uomini” [10].

Ma soprattutto se la caccia alle streghe fosse stata davvero conseguenza della misoginia, avremmo dovuto vedere una maggioranza di uomini tra gli accusatori delle presunte streghe.
Eppure lo studio di Deborah Willis sulle dinamiche delle accuse di stregoneria tramite un’analisi dei documenti legali, dei trattati religiosi, ecc. ha rilevato che fosse chiaro […] che le donne erano attivamente partecipi nel costruire accuse di stregoneria contro le loro vicini femminili:

“[Alan] Macfarlane ha trovato che tante donne quanti uomini informavano contro le streghe nei 291 casi dell’Essex che aveva studiato; circa il 55 per cento di coloro che credevano essere stati stregati era di sesso femminile. Il numero di liti di stregoneria che hanno avuto inizio tra le donne potrebbe in realtà essere stato superiore; in alcuni casi, sembra che il marito come “capo famiglia” si faceva avanti per fare dichiarazioni a nome di sua moglie, anche se la lite centrale aveva avuto luogo tra lei e un’altra donna. […] Può, quindi, essere fuorviante mettere sullo stesso piano “informatori” con “accusatori”: la persona che ha rilasciato una dichiarazione alle autorità non era necessariamente la persona che aveva litigato direttamente con la strega. Altri studi supportano una figura nella gamma del 60 per cento. Nell’esame di Peter Rushton dei casi di calunnia nei tribunali ecclesiastici di Durham, le donne hanno preso provvedimenti contro altre donne che le avevano etichettate come streghe nel 61 per cento dei casi. […] J.A. Sharpe rileva inoltre la prevalenza delle donne come accusatori nei casi Yorkshire seicenteschi, concludendo che “su un livello di villaggio la stregoneria sembra essere stata qualcosa di peculiarmente invischiata nei litigi tra donne”. In misura considerevole, quindi, a livello di villaggio la caccia alle streghe è stata un lavoro delle donne. [11]

Dorothy A. Mays, professoressa al Rollins Collage, in “Women in Early America” afferma, sulle accuse di stregoneria nel Nord America:

“Gli accusatori posseduti erano quelli che affermavano di soffrire dei tormenti afflitti dalla strega. L’ottantasei per cento degli accusatori posseduti era femmina.” [12]

Non a caso, nel famoso processo alle streghe di Salem, tutte le denuncianti “stregate” erano donne [13].

Gli uomini costituivano la maggioranza dei giudici e dei carcerieri, ma questo avveniva in tutto il sistema legale e non solo nelle accuse riguardanti la stregoneria o i crimini commessi da donne, pertanto non può essere preso come segno di origine misogina della caccia alle streghe.

 

Riferimenti Bibliografici:

[1] Decretum Gratiani, causa 26, quaestio 5, canon 12.

[2] Jacopo da Varazze, rec. Johann Georg Theodor Grässe. “Legenda aurea vulgo historia Lombardica dicta ad optimorum librorum fidem”, seconda ed., Lipsiae:1850, p. 449.

[3] G. Henningsen. Le ‘donne di fuori’: un modello arcaico del sabba. «Archivio Antropologico Mediterraneo», a. I, n.0, 1998.

[4] Sabina Magliocco. Who Was Aradia? The History and Development of a Legend. Pomegranate: The Journal of Pagan Studies, vol. 18, 2002.

[5] Apuleio. Metamorfosi. Garzanti, 2007.

[6] Éva Pócs. Fairies and Witches at the Boundary of South-Eastern and Central Europe. FF Communications No. 243. Suomalainen Tiedeakatemia, Helsinki, 1989, pag. 80.

[7] Orazio. Satire. Garzanti, 2007.

[8] Heikkinen, Antero & Kervinen, Timo. “Finland: The Male Domination”. In “Early Modern European Witchcraft. Centres and Peripheries”. Ed. by Bengt Ankarloo and Gustav Henningsen. Clarenton Press, Oxford, 1990, p. 322.

[9] Kirsten Hastrup. “Iceland: Sorcerers and Paganism”. In “Early Modern European Witchcraft. Centres and Peripheries”. Ed. by Bengt Ankarloo and Gustav Henningsen. Clarenton Press, Oxford, 1990, p. 388.

[10] Robin Briggs. Witches and Neighbors: The Social and Cultural Context of European Witchcraft. Penguin Books, 1998, pp. 260-261.

[11] Deborah Willis. Malevolent Nurture. Witch-hunting and Maternal Power in Early Modern England. Cornell University Press, 1995, pp. 35-36.

[12] Dorothy A. Mays. Women in Early America. Struggle, Survival, and Freedom in a New World. ABC-CLIO, 2004, p. 428.

[13] Ana Kocić. SALEM WITCHCRAFT TRIALS: THE PERCEPTION OF WOMEN IN HISTORY, LITERATURE AND CULTURE. FACTA UNIVERSITATIS Series: Linguistics and Literature Vol. 8, No 1, 2010, pp. 1 – 7.

Uomini e faccende domestiche

lavoro

Traduzione e adattamento del post “Hombres y reparto de las tareas domésticas” di “¿Quién se beneficia de tu hombría?“:

“Una delle principali critiche per quanto riguarda i rapporti di genere è che, anche se le donne sono entrate nel mercato del lavoro, continuano a prendersi cura delle faccende domestiche. In questo post vorrei discutere quanto vi sia di vero in ciò e quali sono le possibili cause di questa situazione.

Non userò studi o report, ma farò affidamento sulla mia esperienza personale, così come sui commenti relativi alle relazioni di genere tra familiari, amici, conoscenti e altre persone con le quali ho cercato nei luoghi in cui ho vissuto. Questo perché gran parte di quello che dico può difficilmente essere trovato in qualsiasi documento.

Quello che sto per dire non è la situazione di tutto il mondo, ma nella mia esperienza sono casi abbastanza generalizzati.

Quali compiti fanno gli uomini:

Si ritiene generalmente che gli uomini non facciano lavori di casa, o che al massimo “aiutino”. Tuttavia, questo dipende dalla nostra definizione di lavori domestici, dal momento che gli uomini tendono a caricarsi più di quanto pensiamo (e ciò non viene contato normalmente negli studi che si occupano di registrare il tempo dedicato alle faccende domestiche da parte di ciascun genere, non essendo considerate queste faccende domestiche, n.d.T.).

Compiti routinari:

  • Guidare per altri membri della famiglia
  • Occuparsi del mantenimento dell’auto (riempire la benzina, riparazioni, pulirla, ecc.)
  • Installare, mantenere e gestire apparecchiature elettroniche (televisione, DVD, videogiochi, ecc.)
  • Alzarsi nel mezzo della notte quando vi sono rumori per assicurarsi che non ci siano intrusi
  • In alcuni Paesi, come gli USA, ccuparsi dell’esterno del domicilio (tagliare il prato, togliere le erbacce, ecc.)

Compiti non routinari:

  • Spostare mobili
  • Effettuare riparazioni in casa, come cambiare le lampadine, riparare il tetto, il rubinetto, ecc.
  • Pitturare le pareti
  • Ristrutturare casa (aggiungere un’altra stanza, etc.) e lavori in casa di elettricità, con il legno, ecc.
  • Montare mobili ed elettrodomestici che richiedono il montaggio

Negli ultimi decenni, gli uomini sono sempre più coinvolti in faccende tradizionalmente femminili, come la pulizia, lavare i piatti, lavanderia, stirare, cucinare o prendersi cura dei figli, così come ci sono donne che partecipano a lavori tradizionalmente maschili. Ora, perchè gli uomini (di solito) non contribuiscono, come richiesto spesso, al 50% nelle faccende tradizionalmente femminili?

Situazione lavorativa:

Dalle mie osservazioni sulle coppie che ho conosciuto posso dire due cose:

Ciò, ovviamente, va ad avere un impatto sulla quantità di ore e sullo sforzo che possono investire in lavori tradizionalmente femminili.

Altri motivi:

Spesso si crede che le ragioni per cui il maschio non partecipa di più nei lavori di casa è perché sfrutta i ruoli di genere tradizionali per eludere tali responsabilità. O in altre parole: perché gli uomini sono pigri, almeno quando si tratta di questo.

Certamente ci sono uomini che corrispondono al profilo descritto sopra, ma la realtà è molto più complessa di quella che taluni vorrebbero farci pensare. In seguito mi limiterò a descrivere alcuni dei motivi che spesso vengono trascurati e che non hanno nulla a che fare con la pigrizia.

  • Titolarità territoriale della casa. Quando la coppia acquista una casa o affitta un appartamento, la donna decide come vuole decorare e organizzare lo spazio. Per esempio mi ricordo di una donna che mi disse di essersi sentita infastidita perché il marito aveva insistito su una sorta di decorazione in particolare (moderna), mentre lei preferiva qualcosa di più tradizionale. Affermava che non avrebbe dovuto mettersi in mezzo in queste cose e doveva lasciarle a lei. Alla fine ottenne quello che voleva, perché la società e la tradizione sono state dalla sua parte. Di conseguenza, quando la donna definisce la casa come uno spazio sulla cui immagine e organizzazione detiene un diritto esclusivo, è logico che l’uomo perda interesse nel mantenerla perché forse non può servire le proprie necessità altrettanto bene di come se avesse avuto qualcosa da dire o avesse riflesso la propria personalità. A questo proposito è interessante notare il fenomeno che gli anglosassoni chiamano man caves, che si possono trovare anche nei luoghi del mondo ispanico con il nome di “caverne degli uomini”. Si tratta di luoghi della casa (una cantina o un garage) o all’esterno (un pagliaio) riabilitati e appropriati per l’uomo da utilizzare a suo piacimento, rispetto al resto della casa, organizzato e arredate secondo il gusto della donna. A volte sono anche costruiti direttamente dall’uomo se dispone di terreno per esso. In futuro ci occuperemo di questo fenomeno più in profondità, dato che ci fa capire che l’uomo può sentirsi alienato a casa propria e necessita di creare uno spazio per se stesso.

Man-Cave

“Caverna per uomini” in un garage

  • Diversi standard di pulizia. Anche se non è sempre il caso, a causa di fattori culturali, uomini e donne hanno spesso differenti standard di pulizia. Mi ricordo di un amico che ha vissuto nel proprio appartamento e spolverava una volta ogni tre settimane. Quando la sua ragazza si trasferì a vivere con lui, gli chiese che tale pulizia venisse effettuata una volta a settimana. Il mio amico, che non aveva problemi a farlo con il 100% di pulizia seguendo i propri criteri, finì facendone 1/3 perché la sua ragazza determinò che questa spolverata dovesse essere settimanale. Inoltre trovai sorprendente che, essendo lei quella che si spostava a casa del mio amico, non avesse tardato a imporre le proprie regole, il che la dice lunga sulla percezione che molte donne hanno della casa come un loro spazio esclusivo.
  • Complicazioni nello stile di vita. Collegandoci con il punto precedente, a causa della nostra socializzazione o delle aspettative culturali, molti uomini tendono ad adottare semplici abitudini come cucinare, lavare i vestiti, ecc. L’uomo pensa che i piatti, la roba da lavare, ecc. saranno semplicemente raddoppiati quando si sta in coppia, ma la verità è che questa seconda persona (la donna) riempie il lavello molto più frequentemente e con molte più pentole e padelle, oltre a inondare il cesto della biancheria, che comprende anche il bucato a mano (che molti uomini non fanno) che ha bisogno di essere trattato delicatamente, non si può nell’asciugatrice, ecc. Complicazioni che l’uomo non aveva quando lavava i suoi vestiti. Non è sorprendente che un uomo che spende più ore di lavoro di sua moglie (la norma nella mia esperienza) creda che sia giusto che chi ha la maggior parte delle pentole o vestiti sporchi e maggiori complicanze formate in queste aree sia chi principalmente si occupi di tali compiti.
  • Pressione ad avere figli. Ci sono molti uomini che sono messi sotto pressione dalle loro partner ad avere figli prima che si sentano pronti. L’argomento più ricorrente da parte della donna è che più passa il tempo più è difficile avere figli, spingendo l’uomo ad averne, sebbene lui non creda che sia la decisione migliore al momento o, come già detto, non è preparato a diventare padre. A volte questa persona non vuole avere bambini od occuparsi di loro, ma comunque è d’accordo, perché “è sempre stato così”. Per questi uomini, se la donna vuole avere un figlio che non desiderano in quel momento, sarà comunque lei che avrà a che fare con lui per la maggior parte del tempo, forse perché non è stata una decisione unilaterale della donna, ma in molti casi è la sensazione che ha lasciato loro, perché l’alternativa può essere quella di porre fine alla relazione.
  • Esclusione del padre nella crescita dei figli. Ci sono anche casi in cui l’uomo si è interessato ad avere figli e metter su famiglia. Di fatto vuole partecipare nella crescita il più possibile, ma a volte è la donna stessa che chiude la porta. In alcune culture, inclusa la nostra, il bambino è considerato della madre (e vagamente del padre), perchè lei lo ha partorito e si sente autorizzata a prendere tutte le decisioni in questo settore, dai vestiti alla scolarizzazione. Di fatto, a volte la dedizione al figlio serve per tagliare i rapporti personali con il padre, che si sposta e marginalizza in questa relazione madre-figlio/a. Ovviamente, per un uomo che si aliena in questo modo sarà molto difficile partecipare nella cura dei figli.
  • Perfezionismo. A volte l’uomo collabora nelle faccende domestiche come meglio può, ma o per mancanza di abitudine (istruzione conservatrice) o per differenza di standard, la donna non è soddisfatta del suo lavoro e lo critica costantemente fino a che non fa esattamente il lavoro domestico come vuole lei. Questo fa sì che spesso l’uomo si senta frustrato e concluda dicendo “fallo tu”.

Probabilmente mi mancano altri motivi, ma al momento spero che questo articolo ampli la nostra prospettiva sulla partecipazione e la non partecipazione dell’uomo nei lavori domestici.

Quelli che negano il dramma dei padri separati

drammapadri

Oggi risponderò a un’obiezione che circola su internet riguardante i divorzi e i padri separati:

“L’affido dei bambini sarebbe attribuito nell’80% dei casi alle madri – notano – ma senza specificare che nella maggioranza dei casi questa decisione è il frutto della richiesta di entrambi i genitori. Solo il 18,8% dei padri reclamerebbero la concessione della residenza alternata e la otterrebbero nel 17,3% dei casi, secondo i dati del Ministero della Giustizia (2013). Solo il 2% dei divorzi e il 6% delle separazioni darebbe luogo ad un disaccordo sulla residenza del bambino. Inoltre “il 93% dei padri e il 96% delle madri – percentuale analoga – vedrebbe accolta la propria richiesta dal Tribunale””

Winston Churchill avvertiva sugli inganni di certe statistiche quando scherzando diceva “credo solo alle statistiche che manipolo io stesso”.

In primis, dicendo “nella maggioranza dei casi questa decisione è il frutto della richiesta di entrambi i genitori” si sta cadendo nella fallacia dell’uomo di paglia. Infatti le statistiche parlano sì di un accordo, ma tale accordo, secondo gli stessi dati statunitensi, è solo nella più piccola parte informale, mentre per ben 7,3 milioni di casi si parla di “accordi legali”, il che significa che si ha già sentito un avvocato e si è già capito cosa si può ottenere e cosa invece si perderebbe in una causa: sapendo che i tribunali discriminano contro gli uomini, molti uomini rinunciano a chiedere giustizia in un tribunale. La situazione reale è stata ben descritta da quell’avvocata che tentò di far assolvere Clara Harris, che aveva ucciso il marito investendolo, sostenendo che non poteva essere colpevole perché in quanto donna aveva altri modi di distruggere il marito:

«L‘uomo ti tradisce? Gli fai quel che ogni moglie fa in questo paese: lo ripulisci e lo lasci al verde; gli prendi la casa, l’auto, i bambini… gli fai desiderare di essere morto» [1]

Formalmente sono conteggiati come accordi, ma nella sostanza sono bandiere bianche. Addirittura, alcuni uomini vengono falsamente accusati, e accettano le condizioni capestro pretese dalla ex mogli in cambio del ritiro delle denunce [2].
Formalmente sono conteggiati come accordi, ma nella sostanza sono estorsioni.

Inoltre, i dati statunitensi ci dicono che senza accordo vanno in causa 5,5 milioni di famiglie e solo 0,6 milioni si presentano a seguito di un accordo informale [3].

D’altra parte cosa potrà mai dire un legale, sapendo che anche nel caso di disaccordo le percentuali danno una maggioranza di affidamenti alla madre? Infatti, i dati francesi ci dicono che in caso di disaccordo il giudice fissa al 63% la residenza presso la madre e solo nel 24% dei casi presso il padre [4].

In questo senso, i dati che riportano una percentuale di richieste accolte come molto alta significano poco o nulla, dato che si riferiscono nella maggior parte dei casi a queste richieste “mediate” da discussioni con avvocati, e in molti altri – dati i lunghi tempi della giustizia – a quelle poche lotte legali intraprese che possono sì portare al risultato, ma molto spesso dopo svariati anni, quasi sempre quando ormai ne mancano uno o due alla maggiore età del figlio.

Inoltre, il pensiero che sembra voler emergere dalle affermazioni che stiamo contestando è quello del vedere la maggior parte dei padri come disinteressati ai figli o peggio ancora abusanti.  In questo senso, però, i dati sostengono un’altra opinione. Infatti, secondo il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Statunitense, il 46% dei maltrattamenti infantili sono imputati alle madri e solo il 18,6% al padre [5].

Abbiamo notato, dunque, come ancora una volta, tali critiche non abbiano alcun sostegno.

Note:

[1] Barbara Kay. Ideology trumps equality. National Post, Wednesday, June 21, 2006.
[2] Annamaria Bernardini de Pace. Divorzi difficili e menzogne. Quei papà-mostri costruiti a tavolino. Il Giornale, 27 giugno 2011.
[3] Timothy S. Grall. Custodial Mothers and Fathers and Their Child Support: 2001. U.S. Dept. of Commerce, Economics and Statistics Administration, U.S. Census Bureau (2003).
[4] Maud Guillonneau, Caroline Moreau. La résidence des enfants de parents séparés. De la demande des parents à la décision du juge. Exploitation des décisions définitives rendues par les juges aux affaires familiales au cours de la période comprise entre le 4 juin et le 15 juin 2012. MINISTERE DE LA JUSTICE, DIRECTION DES AFFAIRES CIVILES ET DU SCEAU, PÔLE D’EVALUATION DE LA JUSTICE CIVILE, Novembre 2013.
[5] U.S. Department of Health and Human Services, Administration on Children, Youth and Families. Child Maltreatment 2006 (Washington, DC: U.S. Government Printing Oice, 2008).

Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!

50 shades

Recentemente svariate femministe sono partite in quinta con la campagna contro quella che chiamano “Difesa 50 Sfumature” (dal film “Cinquanta Sfumature di Grigio”).
Secondo loro, infatti, la difesa nel caso delle morti di donne a seguito di “giochi erotici finiti male” potrebbe essere pericolosa e permettere anche a colpevoli effettivi di omicidio volontario di farla franca, inventandosi di aver avuto il permesso da parte della partner uccisa e fingendo un incidente che non ci sarebbe mai stato.

Questa polemica è ovviamente campata in aria, perché per dimostrare che una morte sia effettivamente un incidente dovuto a un gioco erotico finito male bisogna provare che l’altra persona abbia richiesto di attuare quella pratica con il proprio partner.
E’ dunque necessario dimostrare che la persona fosse interessata all’ambito, che fosse interessata alla pratica specifica, che avesse richiesto quella pratica, che l’avesse richiesta alla persona accusata, che l’avessero attuata in quella precisa occasione e che la persona accusata avesse preso precauzioni (safe word, gesti specifici, particolari accorgimenti, ecc.) che però poi non hanno funzionato a dovere.
Il tutto deve essere dimostrato con prove fisiche, messaggi, mail, comunicazioni scritte e così via. Non si viene creduti sulla parola.

Quando si fa notare tutto questo – ovvero che sia molto improbabile riuscire a usare con successo questa scusa per camuffare un omicidio da parte di un partner violento – emerge che in realtà la polemica è di facciata, e che il vero oggetto è un altro. Le femministe in questione, infatti, ripiegano sull’affermare che anche un rapporto sessuale BDSM ad alto rischio non possa essere considerato un “semplice incidente”, e che l’autore dell’uccisione involontaria – anche quando il partner defunto fosse stato precedentemente consenziente – non debba quindi finire accusato di “omicidio colposo” (manslaughter), ma di “omicidio volontario” (murder), data l’alta pericolosità della pratica.

Si è quindi pensato di creare un reato ad hoc, quello di strangolamento, essendo proprio lo strangolamento e l’asfissia erotica (“breath play”) i casi principali in cui i giochi erotici sono finiti con la morte del partner.

Per cui non importa se è lei che te lo ha chiesto e non importa nemmeno se lo hai fatto controvoglia, con poco entusiasmo o semplicemente per farle un piacere: sbagli di pochi minuti e, anche se non lo volevi fare, anche se non ti andava di farlo e anche se non era nemmeno per soddisfare te ma per soddisfare lei, ti becchi un’aggravante che in altre circostanze identiche non esiste.

Qualcuno ha obiettato: “eh ma ci vogliono alcuni minuti per svenire! E se continui anche se l’altra persona è svenuta allora lo volevi!”

In primis, esiste la possibilità di usare artifizi (ad esempio fili attorno alla gola tirati o a volte su cui si sospende la persona per il collo prima che vengano tagliati o rimossi, gas, solventi, buste di plastica che non si rompono facilmente, ecc.) che si è in grado di azionare ma non si riesce più a disattivare o a rompere: questo incide con la tempistica di salvataggio.

In secondo luogo, non riesci sempre a capire se l’altra persona è svenuta, soprattutto se il gioco erotico consiste nel mettere sopra la faccia della persona un oggetto (cuscino, coperta, pellicole varie poco o per nulla trasparenti, ecc.) o una parte del corpo (sedere, genitali, addome, braccia, tutto il corpo, piedi, ecc.) che coprono il viso svenuto del partner, non riuscendo a capire bene se sia o meno ancora cosciente.

A volte può succedere che, senza volerlo, si lesioni o fratturi una parte importante del collo (l’osso ioide per esempio), delle ossa o degli organi interni (pensiamo alla pressione sul torace per uno schiacciamento) indispensabili per la respirazione, per cui anche rimuovendo l’oggetto che impediva la respirazione stessa, la lesione potrebbe comunque non permettere più al partner di respirare correttamente, portando così alla morte dell’individuo.

Infine, esiste la possibilità che la persona voglia provare proprio “il brivido” dello svenimento. In quei casi, la pratica erotica consiste proprio nello svenire. E lo richiede la persona stessa che sviene. A quel punto è una questione di secondi che può separare la vita dalla morte.

Con questo non vogliamo giustificare la mancanza di precauzioni che dà luogo a queste tragedie, ma affermare che non ha senso attribuire in blocco l’intenzionalità a questo tipo di morti, perché non la si può desumere in automatico, e pertanto è arbitrario decidere di punirli più gravemente di quanto la legislatura attuale già preveda.

Infatti la creazione di una nuova classe di reati per questo tipo di decessi causerebbe una differenza di trattamento tra i “morti per incidenti di serie A” e i “morti per incidenti di serie B”.

Perché chi muore per un infortunio dovuto a una disattenzione del collega o sempre del partner ma in ambito domestico o extradomestico dovrebbe ricevere una giustizia minore di chi muore per un gioco erotico finito male?

“Beh, per l’omicidio stradale è stato fatto!”, obietterà qualcuno.

Ma è diverso. Nel caso dell’omicidio stradale si dice: “tu non devi bere e assumere droghe, leggere o pesanti, e poi guidare: quindi visto che con questo sbaglio che compi volontariamente causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Ma nel caso del BDSM, che è un atto consensuale e perfettamente legale, esso può essere ritenuto uno sbaglio?
Non possiamo definire un atto consensuale uno sbaglio. Fintanto che un atto è consensuale non può esserlo per sua stessa definizione.
Creare una legge ad hoc vorrebbe invece implicare che il BDSM sia qualcosa di sbagliato.

Applicando le logiche dell’omicidio stradale al BDSM si dice: “tu non devi fare BDSM: quindi, visto che è uno sbaglio che compi volontariamente e mentre compi questo sbaglio causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Questo però implica appunto una visione del BDSM come qualcosa di sbagliato.
Perché se non è qualcosa di sbagliato, allora deve essere trattato come un incidente come tutti gli altri.

Perché altrimenti dovremmo avere il “reato di caduta dalla scala”, il “reato di lavare il pavimento facendo cadere una persona” e così via.
Ma perché non ce li abbiamo? Perché non li reputiamo sbagli.
La morte per “errore da BDSM” può diventare reato solo nel caso in cui pensiamo che il BDSM sia un atto più sbagliato dei precedenti. E questo significa togliere ogni libertà di scelta, agency, ai partner che lo praticano consensualmente, e infilarsi nei loro affari di letto, tra le loro coperte.

A me sembra che qui si voglia negare l’agency sessuale femminile seguendo quel vecchio schema secondo cui “sì vabbè ma tanto lo sappiamo che sono i maschi che insistono per il sesso e per le perversioni – perché così le considera il popolino scandalizzato di fronte a queste notizie – kinky” e quindi dire “l’hai voluto tu, quindi se la pratica va a finire male ti becchi l’aggravante”.

Ma il punto è che, anche se l’avesse proposto l’uomo, se è consensuale è stato approvato da entrambi. E’ dunque responsabilità di tutti e due l’attuazione di quella pratica, e quindi la conseguente morte per disattenzione non può essere vista come una forma di stupro.

Questa retorica negazionista dell’agency sessuale femminile si vede anche proprio per la narrazione che se ne fa.
Infatti esistono tantissime mistress che liberamente raccontano di “incidenti” in cui hanno ucciso per sbaglio un proprio cliente, un proprio compagno o un proprio amante, proprio durante questi giochi.

Perché farne quindi una questione di genere, quando vi sono donne che espressamente confessano di aver ucciso uomini in questa esatta maniera?

E’ evidente quindi che già si presuppone un’applicazione “a macchia di leopardo”: un uomo morto a seguito di un “gioco erotico finito male” con la propria partner stabile, con una partner occasionale o con una mistress professionista sarà meno vittima, con questi presupposti, di una donna morta a seguito del medesimo gioco erotico finito male con il proprio partner stabile, con un partner occasionale o con un master professionista.

Ed effettivamente un’applicazione simile è da presagire, esistendo infatti un’ampia letteratura che dimostra già l’esistenza di un sessismo giuridico contro gli uomini, che a parità di reato e circostanze vengono maggiormente sospettati, denunciati, arrestati, condannati se colpevoli, incarcerati e per più tempo rispetto alle donne per il medesimo crimine svolto nelle medesime condizioni e situazioni.

Questo sessismo giuridico si basa proprio sul considerare meno colpevoli le donne autrici di violenza: un simile bias dimostra infatti che la calunnia che gli uomini siano più violenti delle donne sia falsa, e che semplicemente le donne la facciano franca più spesso degli uomini.

E come fanno a farsi scagionare, queste donne? Semplicemente con la “finta legittima difesa”.
L’abbiamo vista agire anche nei casi recenti: l’autrice di violenza, donna, si finge vittima della vera vittima, uomo, e dichiara di aver agito per legittima difesa, anche se in realtà è lei la perpetratrice. 
La società offuscata dagli stereotipi di genere reagisce o non sospettandola proprio, o se riesce ad essere accusata formalmente, scagionandola credendo alle sue bugie.
Questo meccanismo funziona ancora meglio con gli omicidi: nel caso dei maschicidi, infatti, vale il principio che un uomo morto non parla. Perciò come fa a difendersi da simili accuse?

Come vedremo adesso, infatti, nonostante sia uomini che donne abbiano la stessa probabilità di sferrare il primo colpo in caso di violenza, quasi sempre la violenza femminile viene scartata come “autodifesa”, soprattutto nei casi in cui la vittima è morta e quindi non può replicare.

Infatti, secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità rispetto agli uomini di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [1].
Ma si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere in considerazione studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [2] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [3] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [1] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere le donne immuni alla legge, per via delle lenti di lettura distorte a causa degli stereotipi di genere e del conseguente sessismo giuridico.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [4].

E’ quindi evidente che la vera difesa che permette a persone violente di farla franca per via del proprio genere, anche dopo aver commesso omicidi e violenze, sia la “finta legittima difesa” e non la “difesa 50 sfumature”:

1)
perché della seconda sono potenzialmente affetti anche gli uomini vittime di donne che possono voler coprire il loro assassinio;

2)
perché nel caso di uomini vittime, la perpetratrice donna ha una scelta più ampia di potenziali giustificazioni per il suo omicidio (entrambe le difese vs solo una per gli uomini);

3) perché la “Difesa 50 Sfumature” non è applicabile in maniera tanto estesa quanto la “Finta Legittima Difesa”: difatti esiste un sessismo giuridico contro gli uomini e non contro le donne, non a caso la maggioranza degli incarcerati è uomo e non donna. Sono infatti più le donne a farla franca e a scampare l’arresto e la conseguente incarcerazione che gli uomini: non sarebbe possibile se le due difese fossero equivalenti;

4) perché la “Difesa 50 Sfumature”, come abbiamo visto sopra, non è in automatico sbagliata. Se alla partner si lesiona una parte del corpo indispensabile per la respirazione durante un gioco erotico, puoi intervenire anche il prima possibile e rimuovere l’oggetto che ha causato la lesione, ma la lesione resta e dopo qualche minuto ormai il danno è fatto e salvare l’altra persona in tempo diventa quasi impossibile.

Al contrario, quando si vanno a confrontare le affermazioni di queste donne che avrebbero agito contro i mariti “per legittima difesa” con i resoconti dei loro figli e delle loro madri, “la credibilità dei racconti di violenza delle mogli risulta altamente discutibile e una giustificazione di auto-difesa per la violenza donna-su-uomo risulta infondata nella maggioranza dei casi” [5].

Note:
1. [Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]
2. [Hines, D. A., & Saudino, K. J. (2002). Intergenerational transmission of intimate partner violence: A behavioral genetic perspective. Trauma, Violence, and Abuse, 3, 210−225.]
3. [Shorey RC, Meltzer C, Cornelius TL. Motivations for self-defensive aggression in dating relationships. Violence Vict. 2010;25(5):662-76.]
4. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
5. [Sarantakos S. Deconstructing self-defense in wife-to-husband violence. J Mens Stud. 2004;12:277–296.]