Il maschicidio esiste: una risposta ad Abbatto i Muri

stopdomesticviolence

Rispondiamo oggi a un articolo di Abbatto i Muri che cerca di fare negazionismo sulle vittime maschili di violenza e omicidio domestici. Il titolo già dice tutto: “Il maschicidio non esiste”.

Oltre a questa assai discutibile asserzione, l’autrice condisce il tutto con numerose affermazioni malevoli, false e fuorvianti.
Esaminiamo allora quanto scritto nel testo e commentiamolo per verificarne la veridicità. Iniziamo!

“Ogni volta che si parla di femminicidio puntualmente arriva il maschilista o la maschilista di turno a parlare di m@schicidio. Il fatto è che non esiste. Vi spiego perché.”

1) Giusto, se uno parla di persone che soffrono è sicuramente un maschilista, eh! Se uno parla di persone che vengono uccise, magari dopo anni e anni di abusi subiti, sicuramente è una persona orribile e senza cuore… non è che forse si stanno proiettando sugli altri degli aspetti oscuri di sé? Nonono, i femministi sono tutti persone splendide che combattono per i diritti di tutti, veramente antisessisti, mica scrivono articoli negando la violenza su persone appartenenti a un dato genere! *sarcasmo*.

2) Ma… il motivo della chiocciola nella parola maschicidio?

“I maschi non sono vittime in quanto maschi. Nessuno li uccide perché maschi, diversamente dai delitti che riguardano gay, lesbiche, trans, donne.”

1) Se si usa il termine “maschi” si deve far corrispondere il termine “femmine”. Se si usa il termine “donne” si deve far corrispondere il termine “uomini”.

2) In realtà invece sì, gli uomini vengono scelti più spesso come vittime di omicidio proprio per via del loro genere. Numerosi studi psicologici hanno infatti riscontrato che le persone siano più propense a sacrificare un uomo che una donna quando si tratta di salvare la vita degli altri e nel perseguire i propri interessi personali. Questo si riflette nella percentuale delle vittime di omicidio, infatti sia uomini omicidi che donne omicide tendono a uccidere una percentuale maggiore di uomini che di donne.

Fonte:
[O. FeldmanHall, T. Dalgleish, D. Evans, L. Navrady, E. Tedeschi, D. Mobbs. Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 2016; DOI: 10.1177/1948550616647448.]

3) L’assimilazione tra donne e minoranze come persone gay, bisessuali e transgender, da uomo gay, posso dire che mi fa davvero orrore?
Stiamo comparando il 5% della popolazione, che ovviamente subisce tutti gli svantaggi delle minoranze, con il 50% della popolazione (le donne). Che senso ha?
Le donne non sono una minoranza. Le donne etero cisgender non fanno parte della comunità LGBT+, mi dispiace dare questa “brutta notizia” ma è ora di svegliarsi e osservare la realtà.
Le. Donne. Non. Sono. Minoranze.
Pertanto l’assimilazione tra donne e persone LGBT+ è illogica.

“Non esiste in ambito sociale una teoria che punta alla sottomissione dei maschi. E’ il maschilismo che punta alla sottomissione di donne, gay, lesbiche, trans e uomini che non corrispondono al modello di mascolinità voluto dalla cultura maschilista.”

Il tradizionalismo bisessista (che voi chiamate erroneamente “maschilismo”) opprime sia uomini che donne.
Quindi sì, esiste una teoria che punta alla sottomissione dei maschi, è il sistema tradizionalista, che vede le donne come soggetti infantilizzati (- libertà e + tutela) e tratta gli uomini come oggetti sacrificabili (+ libertà e – tutela).
La sottomissione totale deriva da una mancanza sia di libertà che di tutela, pertanto sia uomini che donne sono stati sottomessi parzialmente e in maniera complementare dal sistema tradizionalista/bisessista: le donne che non corrispondevano al modello di femminilità egemonica, e gli uomini che non corrispondevano al modello di mascolinità voluto dalla cultura tradizionalista (e non maschilista), sono entrambi stati oppressi con pari gravità.

Il femminismo, negando l’aspetto del bisessismo che opprime gli uomini (ginocentrismo) ma riconoscendo solo quello che opprime le donne (maschilismo), al punto da chiamare TUTTO il sistema bisessista solo come questa metà, ha de facto appoggiato il sistema tradizionalista-bisessista nel suo aspetto ginocentrico.
Rappresenta quindi un tradizionalismo 2.0 spurgato dal maschilismo, un ginocentrismo più puro rispetto al ginocentrismo “bilanciato” dal maschilismo del bisessismo originario.

Quindi non solo esiste un sistema che punta a opprimere gli uomini. Ne esistono 2. Uno originario (tradizionalismo bisessista) e uno successivo (femminismo) che appoggia la metà misandrica del primo.

“Non esistono leggi né esiste una cultura che giustifica i delitti contro i maschi. Esistono invece leggi e culture che colpevolizzano le donne quando esse subiscono uno stupro o sono vittime di femminicidio.”

Ma stiamo scherzando, che ancora in moltissimi Paesi il reato di stupro sugli uomini non esiste?!
Stiamo scherzando, che ogni volta che un uomo è vittima di violenza da parte di una donna o viene deriso o subisce i vari “ah ma chissà cosa avrà fatto”, “evidentemente lei si sarà difesa”, “gli uomini non possono essere stuprati”, e così via?!

Questi pregiudizi contro gli uomini si esplicitano in un sessismo giuridico, per cui una donna che uccide il marito ha molta più possibilità di essere rilasciata rispetto a un uomo che uccide la moglie (il che a sua volta va a sballare tutte le statistiche farlocche che pongono il femminicidio come più frequente rispetto al maschicidio, visto che si basano sulle stime delle incarcerazioni le quali, come stiamo vedendo, sono piene zeppe di bias).

Questo sessismo giuridico è dimostrato da numerosi studi. Ad esempio, Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato”.

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni).

Fonti:

[Theodore R. Curry, Gang Lee, S. Fernando Rodriguez (2004). Does Victim Gender Increase Sentence Severity? Further Explorations of Gender Dynamics and Sentencing Outcomes. Crime & Delinquency 50:319–43.]

[Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]

“Nessuno ha mai detto di un uomo che – se stuprato – se l’è cercata.”

Dire che se l’è cercata vuol dire “l’atto è grave ma lui ha provocato”.
Il problema è che l’atto, nel caso della vittima maschile di stupro, non è considerato grave.
Viene deriso. Viene considerato impossibile (nonostante numerosi studi mostrino che l’erezione possa essere ottenuta anche con emozioni intense come rabbia e terrore, tipiche dello stupro, e nonostante non sia necessaria l’erezione per stuprare qualcuno perchè uno stupro non si calcola in base al soddisfacimento dello stupratore – o della stupratrice in questo caso – relativamente alle “performance” della vittima). Viene considerato “non grave”.

Il doppio standard avviene non solo per gli adulti, ma addirittura per i bambini! Per capire, non si dice solo “ah non è grave quanto uno stupro di una donna” a un uomo stuprato, lo si afferma anche quando a essere stuprato da una donna è un bambino (“non è grave quanto uno stupro effettuato da un uomo”, pensano numerosi professionisti, anche a parità di abuso e intensità). Questo è testimoniato da numerosi studi. Ne cito solo uno per evitare di appesantire il testo, sebbene ce ne siano a bizzeffe:

“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi”.

Fonte:
[Hetherton J, Beardsall L. Decisions and attitudes concerning child sexual abuse: does the gender of the perpetrator make a difference to child protection professionals? Child Abuse Negl. 1998 Dec;22(12):1265-83.]

Lo stupro sugli uomini viene considerato un argomento di cui ridere addirittura in numerosi film. Film che a parti invertite avrebbero suscitato scandalo:

male rape

“Nessuno ha mai detto di un uomo che – se ucciso – se l’è cercata.”

Questa è cecità volontaria, non c’è altra spiegazione.
L’under-reporting della violenza sugli uomini è moooolto più alto di quello della violenza sulle donne, proprio perchè la gente pensa che gli uomini se la siano cercata, o peggio ancora, che siano loro i carnefici anche quando in realtà sono le vittime.
Moltissimi giudici sono pronti a credere a una donna che ha appena assassinato il marito, in pieno conflitto di interessi (sapendo che tanto “dead men tell no tales”, i morti non parlano), sono pronti a credere che sia stata lei la vittima… e devo leggere gente che afferma che “nessuno ha mai detto di un uomo ucciso che se l’è cercata”?! L’hanno detto numerosi giudici, ecco chi l’ha detto detto! Per via del loro pregiudizio, della propaganda e dei loro paraocchi.

assolta

“I delitti che coinvolgono gli uomini non sono commessi per addomesticare il genere maschile. Hanno a che fare con altro. Casomai ci sono delitti contro uomini che non vogliono interpretare il ruolo di maschio così come i maschilisti vogliono.”

1) Anche le donne sono tradizionaliste (o “maschiliste”, come dite erroneamente voi), quindi uomini e donne sono parimenti responsabili di questi ruoli che la società ha affibiato ai maschi.

2) Nemmeno i delitti che coinvolgono le donne sono commessi per addomesticare il genere femminile.
Pensare che un delitto che coinvolge persone che si conoscono sia rappresentativo delle dinamiche di genere è la cosa più antiscientifica che abbia mai sentito.
Una correlazione, per essere valida, deve evitare gli errori sistematici, e tra questi errori vi è anche lo scambiare una variabile confondente per quella che si vuole controllare; farlo porterebbe a un’associazione spuria.
Se vogliamo valutare la variabile “genere” allora dobbiamo evitare che si confonda con questioni personali di gente che si conosce. Dobbiamo quindi farlo tra estranei (ma hey, tra estranei sono gli uomini a essere uccisi maggiormente, come detto prima, perciò non vi farebbe molto comodo…), non in situazioni dove il ruolo di donna viene a confondersi con il ruolo di persona conosciuta, parte della famiglia, con un carattere di un certo tipo, e così via.
Come si può distinguere il fattore “genere” da altri fattori che si intersecano e che possono interferire nell’analizzare la correlazione? E’ scientificamente assurdo! A “metodologia della ricerca” prendereste 0 spaccato, care mie femministe!

In più, la violenza domestica non è correlata ai ruoli di genere o al tipo di società. L’idea che lo sia, detta “paradigma di genere”, è considerata una pseudoscienza, o, impiegando le parole del dottor Dutton, “un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta”. Leggiamo assieme dallo studio di questo ricercatore:

“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”

Fonte:
[D.G. Dutton (2010). The Gender Paradigm and the Architecture of Anti-science. Partner Abuse, 1(1), 5-25.]

“Se i maschi potessero abortire la legge l’avrebbe già consentito secoli fa.”

In realtà anche quando le donne non avevano il diritto all’aborto, avevano le ruote degli esposti prima e l’adozione anonima in ospedale poi.
Gli uomini non avevano e ancora oggi non hanno il diritto alla rinuncia di paternità durante il periodo in cui – da quando è stato reso legale – la donna può abortire, e la donna può lasciare il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare il padre, ovvero senza lasciargli la possibilità di crescere il proprio figlio già nato da solo come genitore unico.
La stessa Cassazione si è pronunciata: il provvedimento è il numero 13880/17 del 1.06.2017, emanato in seguito ad un ricorso di un padre che lamentava proprio questa indegna disparità di trattamento.
La Cassazione ha stabilito, in palese violazione con l’art. 3 della Costituzione, che tale discriminazione non è una discriminazione, e che il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio; la madre invece, oltre a poter esercitare l’aborto, ha il diritto al parto anonimo e a non far conoscere le proprie generalità sino alla morte.

Quindi questo punto non è solo errato, è esattamente il contrario.
Per una donna il consenso al sesso non è consenso alla riproduzione, mentre per un uomo il consenso al sesso è anche consenso alla riproduzione.
Doppio standard e palese violazione dei diritti riproduttivi maschili, che non vengono riconosciuti, altro che “la legge l’avrebbe già consentito secoli fa”.

“Se i maschi subissero stupri usati come armi da guerra ci sarebbe stato subito un processo internazionale per condannare questa pratica.”

In realtà numerose ricerche mostrano che gli uomini sono la maggioranza delle vittime di stupri in guerra.

In più, secondo uno studio della ricercatrice Lara Stemple dell’Università della California, su 4.076 OGN che trattano di violenza sessuale nei conflitti armati, solo il 3% menziona l’esperienza degli uomini e “normalmente”, dice la Stemple, “come riferimento passeggero”.

Inoltre le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli uomini come vittime di violenza sessuale nei conflitti armati solamente nel 2013, dedicando loro meno di una riga.

Fonti:

La violación del varón: el secreto más oscuro de la guerra

La discriminación masculina en 51 memes (con fuentes)

“Se ai maschi fosse stato sempre impedito di poter esigere soddisfazione per il proprio desiderio sessuale lo stupro sarebbe legale.”

Qui si va proprio nella fantasia più totale…

“Nessuno ha mai negato l’esistenza del piacere maschile. Il piacere delle donne invece è sempre stato considerato come dipendente da quello maschile o del tutto inesistente.”

Il piacere maschile è stato considerato di più e in generale l’adulterio è stato considerato meno lieve per gli uomini (ma neanche sempre, perchè per la Chiesa era parimenti grave, e nei Paesi Islamici più uomini che donne sono lapidati per adulterio) perchè gli uomini avevano l’obbligo a mantenere il bambino nato dall’adulterio se scoperti e al contempo dovevano continuare a mantenere la moglie e i figli legittimi. La moglie invece non aveva l’obbligo a mantenere nessuno e ciò creava non pochi casini a livello economico in caso di adulterio.
Il piacere viene o non viene enfatizzato a seconda di quanto tale piacere sia o non sia incasellabile all’interno di un sistema in cui economicamente la famiglia abbia una qualità di vita accettabile e quindi non rischi di non sopravvivere.
Prima del piacere sessuale esiste la necessità di vivere, di campare, di mangiare e di bere. Prima del sesso, serve il pane.

“Se i maschi fossero obbligati a restare a casa a badare ai figli e alla moglie tutti marcerebbero per la loro liberazione.”

Essere obbligati a lavorare per mantenere sé stessi, figli, moglie, affitto o mutuo, e così via, passando le giornate anche in condizioni inumane e rischiando di morire (la stragrande maggioranza dei morti sul lavoro è uomo), è ugualmente oppressivo.

Attualmente, gli uomini *non* possono diventare casalinghi. Gli uomini non hanno questa scelta, perchè le donne hanno potuto lavorare ma non hanno ricevuto la pressione a mantenere che hanno gli uomini, e che li porta a essere la quasi totalità dei suicidi per motivi economici.

Gli uomini casalinghi vengono stigmatizzati molto più delle donne che lavorano.

Gli uomini hanno solo una scelta, lavorare, lavorare, lavorare, perchè nessuna donna li manterrebbe permettendo loro di pesare economicamente su di lei.
Infatti la stragrande maggioranza dei senzatetto è uomo proprio per questo.
Le donne possono scegliere di lavorare, di lavorare part time e farsi mantenere in parte, o di farsi mantenere interamente.
Gli uomini, al contrario, non possono scegliere. Se la moglie lavora mantengono solo sé stessi, se non lavora mantengono sia loro stessi che la moglie, e se lavora part time mantengono sia loro stessi che in parte la moglie.
Non hanno davvero scelte come invece ce le hanno le donne.

“Se i maschi fossero uccisi al ritmo di uno ogni tre giorni, perché lei non è in grado di accettare che lui dica di no e la lasci, ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione legislativa per salvaguardarne le libertà.”

In realtà i maschi sono uccisi quanto le femmine in ambito di violenza domestica, non a caso gli studi sulla violenza grave segnano parità di conseguenze e un pari numero di vittime tra uomini e donne.

Questa percentuale non la ritroviamo invece solo nei numeri degli arresti e delle incarcerazioni, ma è ovvio: come abbiamo visto prima, le donne a parità di reato sono incarcerate e arrestate di meno degli uomini, quindi è evidente che numerose assassine vaghino a piede libero proprio per colpa dei bias sui maschi dipinti come unici violenti.
Basta dire “mi sono solo difesa!”, il morto in quanto morto non risponde, e via…

Grazie femministe, grazie, che rendete la vita di tutti più sicura lasciando delle assassine a piede libero! *sarcasmo*

“Di fatto quando lui lascia lei è più facile che l’altra uccida la partner con la quale lui ha scelto di restare. Non lui ma l’altra.”

Vorrei proprio sapere quale sia la fonte di questa affermazione. Immagino: la mente creativa dell’autrice.

“Quando lui ha un problema con un altro uomo è la donna di turno che viene stuprata o uccisa per punire lui. Stuprare lei è il modo in cui certi uomini si puniscono a vicenda perché la donna non è vista in altro modo se non come oggetto appartenente a qualcuno.”

Propongo a questa signora di darsi al fantasy, perchè ha idee niente male!

“Se un uomo abbandona un figlio nessuno lo stigmatizza. Se una donna fa lo stesso invece lo fanno, eccome.”

Stiamo scherzando?!? Ma se esiste addirittura UNA LEGGE che permette l’abbandono del figlio al momento del parto (il “parto in anonimato”), e che non ha equivalenti maschili?
Ma di che stiamo parlando, su… evitiamo di scadere nel ridicolo…

“Se un uomo uccide i figli si dice che era fortemente depresso perché lei voleva lasciarlo.”

Ma per piacere, che appena una madre compie un infanticidio, anche senza valutazione psichiatrica, scatta in automatico lo sconto di pena perchè “sicuramente avrà depressione post-parto”?
Ripeto, anche senza valutazione psichiatrica. E’ una cosa gravissima. E ovviamente per il padre un equivalente legale non c’è.
Questo nonostante la depressione post-partum affligga circa il 10% dei padri tra i 3 e i 6 mesi seguenti al parto e i padri sperimentino normalmente dolore e perdita in caso di morte del bambino in gravidanza.

Fonti:

Paulson, J. F. (2006). Individual and combined effects of postpartum depression in mothers and fathers on parenting behavior. Pediatrics, 118 (2), 658–668.

Paulson, J. F. (2010). Prenatal and postpartum depression in fathers and its association with material depression: A meta-analysis. Journal of the American Medical Association, 303 (19), 1961–1969.

Rinehart, M., & Kiselica, M. S. (2010). Helping men with the trauma of miscarriage. Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, 47(3), 288–295.

Nonostante questo, ripeto, si prende solo in considerazione il malessere della madre.
La nostra legge sull’infanticidio (Art. 578 del Codice Penale), ad esempio, dà pene minori alla madre (reclusione da 4 a 12 anni) rispetto al padre e agli sconosciuti (reclusione non inferiore ad anni 21).

Cito da [Susan Hatters Friedman, Phillip J. Resnick. Child murder by mothers: patterns and prevention. World Psychiatry. 2007 Oct; 6(3): 137–141.]:

“Le leggi sull’infanticidio spesso riducono la pena per le madri che uccidono i loro bambini fino a un anno di età, in base al principio che una donna che commette infanticidio lo fa perché “l’equilibrio della sua mente è disturbato a causa del suo non essersi pienamente recuperata dall’effetto di dare alla luce il bambino” (41). Il British Infanticide Act del 1922 (emendato nel 1938) permette alle madri di essere accusate di omicidio colposo e non di omicidio volontario se soffrono di un disturbo mentale. La legge è stata originariamente basata sul concetto obsoleto di follia dell’allattamento [lactational insanity, n.d.t.], ma il desiderio del pubblico di giustificare le donne sulla base della simpatia ha causato una riluttanza a modificare la legge dopo che la teoria della follia dell’allattamento è stata screditata. Le donne colpevoli di infanticidio spesso ricevono libertà vigilata e rinvio verso trattamenti per la salute mentale, piuttosto che il carcere (41).
Approssimativamente due dozzine di paesi hanno attualmente leggi sull’infanticidio (Australia, Austria, Brasile, Canada, Colombia, Finlandia, Germania, Grecia, Hong Kong, India, Italia [sì, il nostro Paese, n.d.t.], Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Norvegia, Filippine, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito (12,19,21,41,63)). La maggioranza delle nazioni che hanno leggi sull’infanticidio ha seguito il precedente britannico e ha diminuito la pena per le madri che uccidono figli sotto un anno di età. Tuttavia, la definizione legale di infanticidio varia tra i Paesi. L’uccisione di bambini fino a dieci anni è inclusa in Nuova Zelanda (21).
In pratica, però, le donne condannate per infanticidio in Inghilterra molte volte non hanno una significativa malattia mentale come tecnicamente richiesto dalla legge (64). Gli oppositori della leggi sull’infanticidio sottolineano che ai padri viene concessa molto meno clemenza. Un padre che è altrettanto psicoticamente depresso come una madre, che uccide il suo bambino di 10 mesi in una credenza psicotica altruistica con un associato tentativo di suicidio, non dovrebbe essere trattato in modo diverso rispetto ad una madre che si trova in una situazione simile. Alcune femministe criticano le leggi sull’infanticidio per star “patologizzando il parto”. Ritengono che creando tale eccezione si nega loro la stessa capacità di auto-governo attribuito agli uomini (65). Inoltre, è illogico che una madre che in preda alla psicosi post-partum abbia ucciso il suo neonato e il suo figlio di due anni debba essere accusata di infanticidio/omicidio colposo per l’omicidio del neonato e di omicidio volontario per l’omicidio del figlio di due anni. Se gli Stati Uniti avessero avuto una legge dell’infanticidio, Andrea Yates non si sarebbe qualificata, perché oltre al suo infante uccise i suoi quattro bambini più grandi. Una madre psicotica acuta che ha ucciso il suo bambino di 13 mesi non si qualificherebbe per la legge sull’infanticidio in Inghilterra, mentre una madre che ha martoriato il suo bambino di 11 mesi potrebbe farlo.

Tutta questa orrenda situazione parte dall’idea che il figlio sia di proprietà della madre.
Oltre a un cambiamento legislativo, quindi, è necessaria anche una svolta nella mentalità della società. E’ tempo per la società di smettere di dire “donne e bambini” come se questi ultimi fossero di proprietà della madre, perchè i padri amano i loro bambini tanto quanto le madri.

“Se un uomo fosse discriminato nel mondo del lavoro e le donne fossero scelte di più, pagate meglio, ci sarebbe già una legge che vieterebbe queste discriminazioni.
La società è costruita attorno ad un modello elaborato affinché gli uomini godano di privilegi e continuino a sottomettere donne, gay, lesbiche, trans. Non c’è in atto uno sterminio di uomini per mano delle donne.”

1) Nel passato le donne erano pagate di meno perchè, visto che gli uomini erano gli unici ad avere l’obbligo a mantenere le mogli, pagare le donne quanto gli uomini voleva dire rischiare di togliere il posto a un uomo, fare concorrenza a lui. E quando fai concorrenza a una persona da cui altre persone dipendono economicamente, fai un danno non solo a lui, ma anche a sua moglie e ai suoi figli.
Questo è il motivo per cui in passato le donne venivano pagate meno. Perchè *in quel sistema* danneggiavano la moglie altrui.

Ma adesso quel periodo è passato, infatti la parità salariale è obbligatoria dal 1977 con la legge 9 dicembre 1977, n. 903 “Parità di trattamento tra donne ed uomini in materia di lavoro” voluta da Tina Anselmi.

Cito:
“Art. 2. La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne.”

Affermare che tale divario salariale persista attualmente, vuol dire affermare che i sindacati facciano i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro inserendovi il gender pay gap all’interno, il che è assurdo ed è facilmente smentibile.

2) Ripeto, non c’è alcun collegamento tra donne e persone LGBT+. Lo riaffermo da persona LGBT+. Cara autrice donna cisgender etero, cara ragazza cishet… non sei una minoranza.
Sii felice, perchè la vita per le persone LGBT+ è dura.
Associare le donne a una minoranza vuol dire sfruttare l’oppressione effettiva delle persone LGBT+ per propagandare la teoria dell’esistenza di un fantomatico patriarcato che invece non è mai esistito.

Ciò che è esistito, semmai, è stato un Bisessismo (che adesso rischia di trasformarsi in un Ginocentrismo, visto che si sta agendo solo per liberare le donne ma non si sta facendo nulla per liberare gli uomini).

3) Per rispondere al tuo “La società è costruita attorno ad un modello elaborato affinché gli uomini godano di privilegi e continuino a sottomettere donne”, ti faccio capire come mai non sia così comparando un effettivo esempio di ipotetica società maschilista (mai attuato, perché nessuna società è mai stata “solo maschilista”) con uno maschilista+ginocentrico, ovvero bisessista.

Ecco a te:

1. IL VOTO
CON IL MASCHILISMO:
Con il suffragio universale, gli uomini avrebbero potuto votare e le donne sarebbero state obbligate alla leva militare;
con il suffragio censitario, le donne avrebbero pagato delle tasse sulle ricchezze, sui terreni e/o una tassa di voto, ma avrebbero votato gli uomini.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Con il suffragio universale maschile, le donne non votavano ma in cambio gli uomini erano obbligati alla leva militare;
con il suffragio censitario maschile, le donne non votavano ma in cambio gli uomini erano obbligati al pagamento delle tasse sulle loro ricchezze, sui terreni e/o a una tassa di voto.

2. LAVORO E CASALINGHE
CON IL MASCHILISMO:
Le donne avrebbero avuto l’obbligo a mantenere gli uomini e a lavorare, avrebbero avuto anche l’obbligo ad eseguire i lavori domestici e di cura dei figli, avrebbero consegnato agli uomini i loro guadagni, e loro avrebbero potuto controllarli autorizzando ogni compravendita della moglie.
Gli uomini avrebbero potuto lavorare, farsi mantenere o un po’ e un po’, a loro discrezione.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne non potevano lavorare ma gli uomini non potevano fare i casalinghi, gli uomini avevano l’obbligo a eseguire i lavori fuori casa e le donne a eseguire quelli domestici, l’uomo doveva controllare la compravendita della moglie non per una sua tirannia ma per evitare che spendesse i soldi deputati al suo mantenimento, che era un obbligo che il marito aveva nei confronti della moglie. Gli uomini, al contrario, non potevano essere mantenuti.

3. STUDIO
CON IL MASCHILISMO:
Gli uomini avrebbero potuto studiare quello che volevano, e avrebbero avuto un vantaggio sulle donne, che avrebbero comunque avuto l’obbligo a mantenerli anche se gli uomini avessero scelto lavori non-manuali, non-rischiosi, e a maggior reddito di quelli delle donne.
Questo avrebbe reso le donne la maggioranza dei morti sul lavoro.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Gli uomini potevano studiare perché lo studio poteva aumentare la qualità del lavoro che avrebbero svolto, ciò avrebbe aumentato il loro guadagno e quindi la qualità di vita della donna mantenuta dal lavoro dell’uomo.
Le donne non venivano fatte studiare con la stessa frequenza perché un lavoro dato a una persona senza obbligo a mantenere toglieva un posto di lavoro a una persona obbligata a mantenerne un’altra (la propria moglie).
Nonostante ciò, la maggioranza della popolazione maschile nel passato non poteva accedere a un percorso di studi, e quindi doveva scegliere lavori manuali e rischiosi, e allora come ancora oggi la quasi totalità dei morti sul lavoro è di sesso maschile.

4. EREDITA’
CON IL MASCHILISMO:
Solo gli uomini avrebbero potuto ricevere l’eredità ma le donne avrebbero dovuto comunque mantenerli.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Solo gli uomini ricevevano l’eredità, ma quest’ultima veniva spartita con la moglie.
Se anche le mogli avessero potuto ereditare, infatti, avrebbero avuto sia l’eredità propria che quella del marito, poiché egli aveva l’obbligo a condividerla con la moglie per provvedere al suo mantenimento.

5. VIOLENZA
CON IL MASCHILISMO:
La violenza sugli uomini sarebbe stata considerata molto più grave e reato di genere, mentre quella sulle donne sarebbe stata invisibilizzata.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
La violenza sulle donne in passato era punita talvolta meno severamente rispetto ad oggi, ma quella sugli uomini era ed ancora oggi è completamente invisibilizzata e derisa.
In alcuni sistemi tradizionalisti, come quello fascista Franchista, esisteva un sistema legale chiamato “desprecio de sexo” per cui si attuava un’aggravante se l’autore di un crimine violento era un uomo e la vittima era una donna.

6. STUPRO
CON IL MASCHILISMO:
Lo stupro sulle donne non sarebbe stato considerato reato, sarebbe stato deriso, mentre lo stupro sugli uomini sarebbe stato considerato in primis attuabile (cosa che effettivamente è, sebbene molte persone ignoranti credano il contrario) e soprattutto reato di genere peggiore dell’omicidio.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Lo stupro sulle donne era considerato tale non per il consenso ma per la violenza fisica, ma lo stupro di questo tipo era riconosciuto solo alle donne.
Gli uomini stuprati da donne, invece, non possono ancora denunciare in numerosi Paesi, dove tale atto non è considerato reato, e veniva/ancora viene invisibilizzato e ridicolizzato.

7. DISPARITA’ GIURIDICHE
CON IL MASCHILISMO:
Le testimonianze femminili avrebbero avuto un peso minore rispetto a quelle maschili, e in più le donne avrebbero patito un sessismo giuridico subendo pene più severe e maggiori possibilità di incarcerazione.
Le donne sarebbero state viste come il sesso violento e molte persone avrebbero negato la disparità nelle sentenze affermando che “le donne non sono discriminate, sono semplicemente più inclini a compiere atti violenti”.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le testimonianze femminili avevano un peso minore rispetto a quelle maschili, ma gli uomini pativano e ancora patiscono un sessismo giuridico subendo pene più severe e maggiori possibilità di incarcerazione.
Gli uomini sono ancora visti come il sesso violento e molte persone negano la disparità nelle sentenze affermando che “gli uomini non sono discriminati, sono semplicemente più inclini a compiere atti violenti”.

8. LIBERTA’ DI MOVIMENTO E PROTEZIONE IN CASO DI AGGRESSIONE
CON IL MASCHILISMO:
La donna sarebbe potuta uscire solo se accompagnata o con il permesso del marito, ma durante l’uscita a lei sarebbe toccato il compito di proteggere il suo uomo da eventuali aggressioni, agendo da scudo umano. In caso di mancata protezione, solo su di lei sarebbe si sarebbe scatenato il biasimo della gente per non averlo fatto.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne, in Arabia Saudita e altri Stati soprattutto nel passato, potevano uscire solo se accompagnate o con il permesso del marito, ma durante l’uscita a lui toccava il compito di proteggere la sua donna da eventuali aggressioni, agendo da scudo umano. In caso di mancata protezione, solo su di lui si scatenava il biasimo della gente per non averlo fatto.

9. DIRITTI RIPRODUTTIVI
CON IL MASCHILISMO:
Gli uomini avrebbero potuto rinunciare alla paternità, sia durante la gravidanza (paternità legale) che dopo la nascita, lasciando il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare la madre.
Le madri invece non avrebbero avuto il diritto all’aborto né alla rinuncia di maternità.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne non avevano il diritto all’aborto, ma avevano le ruote degli esposti prima e l’adozione anonima in ospedale poi.
Gli uomini non avevano e ancora oggi non hanno il diritto alla rinuncia di paternità durante il periodo in cui – da quando è stato reso legale – la donna può abortire, e la donna può lasciare il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare il padre, ovvero senza lasciargli la possibilità di crescere il proprio figlio già nato da solo come genitore unico.

10. SLUTSHAMING E VIRGINSHAMING
CON IL MASCHILISMO:
Un uomo vergine sarebbe stato osannato per la sua determinazione e purezza, un uomo libertino sarebbe stato osannato per la sua bravura con le donne.
Una donna vergine sarebbe stata disprezzata per la sua sfigataggine (anzi, scazzataggine), e una donna libertina sarebbe stata disprezzata per la sua promiscuità.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Un uomo vergine viene disprezzato per la sua sfigataggine (virginshaming), mentre una donna vergine viene osannata per la sua purezza. Un uomo libertino viene osannato per la sua bravura con le donne, mentre una donna libertina viene disprezzata per la sua promiscuità (slutshaming).
Forme di slutshaming/pigshaming contro gli uomini e virginshaming contro le donne esistono, ma in misura nettamente minore.

In generale:

– CON IL MASCHILISMO: Le donne, dovendo fare sia lavoro riproduttivo che essere provider sacrificabili, sarebbero morte in numeri maggiori degli uomini, limitando fortemente la capacità riproduttiva della specie. Questa divisione iniqua delle mansioni avrebbe probabilmente causato una ribellione già dalla preistoria (e non solo nel 1800). In caso contrario, in periodi di forte crisi demografica essa avrebbe causato l’estinzione della specie umana.

– CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA: Uomini e donne si dividevano le mansioni a partire dall’ovvia considerazione che il lavoro riproduttivo (parto e gravidanza) potesse essere svolto solo dalla donna. Ciò ha dato vita ai ruoli di genere, che pur comportando molti sacrifici per entrambi i sessi hanno permesso una collaborazione efficiente e la sopravvivenza in tempi difficili (ovvero, il 99,9% della durata della storia umana).
Oggi i ruoli di genere sono invece un retaggio obsoleto, poiché possiamo farne a meno.

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