Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!

50 shades

Recentemente svariate femministe sono partite in quinta con la campagna contro quella che chiamano “Difesa 50 Sfumature” (dal film “Cinquanta Sfumature di Grigio”).
Secondo loro, infatti, la difesa nel caso delle morti di donne a seguito di “giochi erotici finiti male” potrebbe essere pericolosa e permettere anche a colpevoli effettivi di omicidio volontario di farla franca, inventandosi di aver avuto il permesso da parte della partner uccisa e fingendo un incidente che non ci sarebbe mai stato.

Questa polemica è ovviamente campata in aria, perché per dimostrare che una morte sia effettivamente un incidente dovuto a un gioco erotico finito male bisogna provare che l’altra persona abbia richiesto di attuare quella pratica con il proprio partner.
E’ dunque necessario dimostrare che la persona fosse interessata all’ambito, che fosse interessata alla pratica specifica, che avesse richiesto quella pratica, che l’avesse richiesta alla persona accusata, che l’avessero attuata in quella precisa occasione e che la persona accusata avesse preso precauzioni (safe word, gesti specifici, particolari accorgimenti, ecc.) che però poi non hanno funzionato a dovere.
Il tutto deve essere dimostrato con prove fisiche, messaggi, mail, comunicazioni scritte e così via. Non si viene creduti sulla parola.

Quando si fa notare tutto questo – ovvero che sia molto improbabile riuscire a usare con successo questa scusa per camuffare un omicidio da parte di un partner violento – emerge che in realtà la polemica è di facciata, e che il vero oggetto è un altro. Le femministe in questione, infatti, ripiegano sull’affermare che anche un rapporto sessuale BDSM ad alto rischio non possa essere considerato un “semplice incidente”, e che l’autore dell’uccisione involontaria – anche quando il partner defunto fosse stato precedentemente consenziente – non debba quindi finire accusato di “omicidio colposo” (manslaughter), ma di “omicidio volontario” (murder), data l’alta pericolosità della pratica.

Si è quindi pensato di creare un reato ad hoc, quello di strangolamento, essendo proprio lo strangolamento e l’asfissia erotica (“breath play”) i casi principali in cui i giochi erotici sono finiti con la morte del partner.

Per cui non importa se è lei che te lo ha chiesto e non importa nemmeno se lo hai fatto controvoglia, con poco entusiasmo o semplicemente per farle un piacere: sbagli di pochi minuti e, anche se non lo volevi fare, anche se non ti andava di farlo e anche se non era nemmeno per soddisfare te ma per soddisfare lei, ti becchi un’aggravante che in altre circostanze identiche non esiste.

Qualcuno ha obiettato: “eh ma ci vogliono alcuni minuti per svenire! E se continui anche se l’altra persona è svenuta allora lo volevi!”

In primis, esiste la possibilità di usare artifizi (ad esempio fili attorno alla gola tirati o a volte su cui si sospende la persona per il collo prima che vengano tagliati o rimossi, gas, solventi, buste di plastica che non si rompono facilmente, ecc.) che si è in grado di azionare ma non si riesce più a disattivare o a rompere: questo incide con la tempistica di salvataggio.

In secondo luogo, non riesci sempre a capire se l’altra persona è svenuta, soprattutto se il gioco erotico consiste nel mettere sopra la faccia della persona un oggetto (cuscino, coperta, pellicole varie poco o per nulla trasparenti, ecc.) o una parte del corpo (sedere, genitali, addome, braccia, tutto il corpo, piedi, ecc.) che coprono il viso svenuto del partner, non riuscendo a capire bene se sia o meno ancora cosciente.

A volte può succedere che, senza volerlo, si lesioni o fratturi una parte importante del collo (l’osso ioide per esempio), delle ossa o degli organi interni (pensiamo alla pressione sul torace per uno schiacciamento) indispensabili per la respirazione, per cui anche rimuovendo l’oggetto che impediva la respirazione stessa, la lesione potrebbe comunque non permettere più al partner di respirare correttamente, portando così alla morte dell’individuo.

Infine, esiste la possibilità che la persona voglia provare proprio “il brivido” dello svenimento. In quei casi, la pratica erotica consiste proprio nello svenire. E lo richiede la persona stessa che sviene. A quel punto è una questione di secondi che può separare la vita dalla morte.

Con questo non vogliamo giustificare la mancanza di precauzioni che dà luogo a queste tragedie, ma affermare che non ha senso attribuire in blocco l’intenzionalità a questo tipo di morti, perché non la si può desumere in automatico, e pertanto è arbitrario decidere di punirli più gravemente di quanto la legislatura attuale già preveda.

Infatti la creazione di una nuova classe di reati per questo tipo di decessi causerebbe una differenza di trattamento tra i “morti per incidenti di serie A” e i “morti per incidenti di serie B”.

Perché chi muore per un infortunio dovuto a una disattenzione del collega o sempre del partner ma in ambito domestico o extradomestico dovrebbe ricevere una giustizia minore di chi muore per un gioco erotico finito male?

“Beh, per l’omicidio stradale è stato fatto!”, obietterà qualcuno.

Ma è diverso. Nel caso dell’omicidio stradale si dice: “tu non devi bere e assumere droghe, leggere o pesanti, e poi guidare: quindi visto che con questo sbaglio che compi volontariamente causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Ma nel caso del BDSM, che è un atto consensuale e perfettamente legale, esso può essere ritenuto uno sbaglio?
Non possiamo definire un atto consensuale uno sbaglio. Fintanto che un atto è consensuale non può esserlo per sua stessa definizione.
Creare una legge ad hoc vorrebbe invece implicare che il BDSM sia qualcosa di sbagliato.

Applicando le logiche dell’omicidio stradale al BDSM si dice: “tu non devi fare BDSM: quindi, visto che è uno sbaglio che compi volontariamente e mentre compi questo sbaglio causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Questo però implica appunto una visione del BDSM come qualcosa di sbagliato.
Perché se non è qualcosa di sbagliato, allora deve essere trattato come un incidente come tutti gli altri.

Perché altrimenti dovremmo avere il “reato di caduta dalla scala”, il “reato di lavare il pavimento facendo cadere una persona” e così via.
Ma perché non ce li abbiamo? Perché non li reputiamo sbagli.
La morte per “errore da BDSM” può diventare reato solo nel caso in cui pensiamo che il BDSM sia un atto più sbagliato dei precedenti. E questo significa togliere ogni libertà di scelta, agency, ai partner che lo praticano consensualmente, e infilarsi nei loro affari di letto, tra le loro coperte.

A me sembra che qui si voglia negare l’agency sessuale femminile seguendo quel vecchio schema secondo cui “sì vabbè ma tanto lo sappiamo che sono i maschi che insistono per il sesso e per le perversioni – perché così le considera il popolino scandalizzato di fronte a queste notizie – kinky” e quindi dire “l’hai voluto tu, quindi se la pratica va a finire male ti becchi l’aggravante”.

Ma il punto è che, anche se l’avesse proposto l’uomo, se è consensuale è stato approvato da entrambi. E’ dunque responsabilità di tutti e due l’attuazione di quella pratica, e quindi la conseguente morte per disattenzione non può essere vista come una forma di stupro.

Questa retorica negazionista dell’agency sessuale femminile si vede anche proprio per la narrazione che se ne fa.
Infatti esistono tantissime mistress che liberamente raccontano di “incidenti” in cui hanno ucciso per sbaglio un proprio cliente, un proprio compagno o un proprio amante, proprio durante questi giochi.

Perché farne quindi una questione di genere, quando vi sono donne che espressamente confessano di aver ucciso uomini in questa esatta maniera?

E’ evidente quindi che già si presuppone un’applicazione “a macchia di leopardo”: un uomo morto a seguito di un “gioco erotico finito male” con la propria partner stabile, con una partner occasionale o con una mistress professionista sarà meno vittima, con questi presupposti, di una donna morta a seguito del medesimo gioco erotico finito male con il proprio partner stabile, con un partner occasionale o con un master professionista.

Ed effettivamente un’applicazione simile è da presagire, esistendo infatti un’ampia letteratura che dimostra già l’esistenza di un sessismo giuridico contro gli uomini, che a parità di reato e circostanze vengono maggiormente sospettati, denunciati, arrestati, condannati se colpevoli, incarcerati e per più tempo rispetto alle donne per il medesimo crimine svolto nelle medesime condizioni e situazioni.

Questo sessismo giuridico si basa proprio sul considerare meno colpevoli le donne autrici di violenza: un simile bias dimostra infatti che la calunnia che gli uomini siano più violenti delle donne sia falsa, e che semplicemente le donne la facciano franca più spesso degli uomini.

E come fanno a farsi scagionare, queste donne? Semplicemente con la “finta legittima difesa”.
L’abbiamo vista agire anche nei casi recenti: l’autrice di violenza, donna, si finge vittima della vera vittima, uomo, e dichiara di aver agito per legittima difesa, anche se in realtà è lei la perpetratrice. 
La società offuscata dagli stereotipi di genere reagisce o non sospettandola proprio, o se riesce ad essere accusata formalmente, scagionandola credendo alle sue bugie.
Questo meccanismo funziona ancora meglio con gli omicidi: nel caso dei maschicidi, infatti, vale il principio che un uomo morto non parla. Perciò come fa a difendersi da simili accuse?

Come vedremo adesso, infatti, nonostante sia uomini che donne abbiano la stessa probabilità di sferrare il primo colpo in caso di violenza, quasi sempre la violenza femminile viene scartata come “autodifesa”, soprattutto nei casi in cui la vittima è morta e quindi non può replicare.

Infatti, secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità rispetto agli uomini di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [1].
Ma si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere in considerazione studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [2] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [3] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [1] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere le donne immuni alla legge, per via delle lenti di lettura distorte a causa degli stereotipi di genere e del conseguente sessismo giuridico.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [4].

E’ quindi evidente che la vera difesa che permette a persone violente di farla franca per via del proprio genere, anche dopo aver commesso omicidi e violenze, sia la “finta legittima difesa” e non la “difesa 50 sfumature”:

1)
perché della seconda sono potenzialmente affetti anche gli uomini vittime di donne che possono voler coprire il loro assassinio;

2)
perché nel caso di uomini vittime, la perpetratrice donna ha una scelta più ampia di potenziali giustificazioni per il suo omicidio (entrambe le difese vs solo una per gli uomini);

3) perché la “Difesa 50 Sfumature” non è applicabile in maniera tanto estesa quanto la “Finta Legittima Difesa”: difatti esiste un sessismo giuridico contro gli uomini e non contro le donne, non a caso la maggioranza degli incarcerati è uomo e non donna. Sono infatti più le donne a farla franca e a scampare l’arresto e la conseguente incarcerazione che gli uomini: non sarebbe possibile se le due difese fossero equivalenti;

4) perché la “Difesa 50 Sfumature”, come abbiamo visto sopra, non è in automatico sbagliata. Se alla partner si lesiona una parte del corpo indispensabile per la respirazione durante un gioco erotico, puoi intervenire anche il prima possibile e rimuovere l’oggetto che ha causato la lesione, ma la lesione resta e dopo qualche minuto ormai il danno è fatto e salvare l’altra persona in tempo diventa quasi impossibile.

Al contrario, quando si vanno a confrontare le affermazioni di queste donne che avrebbero agito contro i mariti “per legittima difesa” con i resoconti dei loro figli e delle loro madri, “la credibilità dei racconti di violenza delle mogli risulta altamente discutibile e una giustificazione di auto-difesa per la violenza donna-su-uomo risulta infondata nella maggioranza dei casi” [5].

Note:
1. [Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]
2. [Hines, D. A., & Saudino, K. J. (2002). Intergenerational transmission of intimate partner violence: A behavioral genetic perspective. Trauma, Violence, and Abuse, 3, 210−225.]
3. [Shorey RC, Meltzer C, Cornelius TL. Motivations for self-defensive aggression in dating relationships. Violence Vict. 2010;25(5):662-76.]
4. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
5. [Sarantakos S. Deconstructing self-defense in wife-to-husband violence. J Mens Stud. 2004;12:277–296.]

Una risposta a “Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!

  1. Ormai quando leggo qualcosa che vogliono le femministe, so già che è un abominio umano.

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