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Nuovi MRA? 6 punti su cui dovete fare attenzione!

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Ho notato che chi si approccia alla questione maschile e al movimento MRA inizialmente lo fa ponendo dei paletti che, de facto, sono in contrasto con lo spirito MRA stesso.
Tra questi, i più “gettonati” sono:

1) Ignorare o minimizzare gli stupri sugli uomini da parte di donne (ovvero il “forzare a penetrare”).

2) Affermare che gli uomini siano uccisi meno spesso, che la violenza sugli uomini sia più psicologica o che, visto che gli uomini sono più forti, i danni della violenza siano maggiori sulle donne.

3) Affermare che il femminismo sia diventato un movimento dannoso verso gli uomini in questo periodo storico ma che in passato cercasse solo la parità.

4) Asserire che in passato o in medioriente vi fosse realmente il Patriarcato e/o che venissero oppresse solo le donne e non anche gli uomini con pari gravità.

5) Ritenere che il testosterone o altri fattori biologici rendano gli uomini più violenti delle donne.

6) Basarsi sulle statistiche sul numero di incarcerati (a stragrande maggioranza uomini) per asserire che gli uomini siano più violenti delle donne.

Risposte:

Partiamo quindi con il primo mito da debunkerare.

#1. L’idea che lo stupro sugli uomini non sia un tema rilevante o diffuso di solito si origina a causa dell’erronea applicazione dei principi di scarsità sessuale delle dinamiche del sesso consensuale allo stupro.
Il punto è che la scarsità sessuale non c’entra nulla con lo stupro.
Uno stupratore non cerca sesso, cerca di arrecare violenza tramite il sesso.
Quindi anche in popolazioni come quella maschile in cui, per motivi culturali, la maggioranza degli uomini ricerca il sesso, una stupratrice – volendo arrecare violenza tramite il sesso e non ricercando il sesso in sé – si orienta verso la minoranza non interessata al sesso.
Perché la stupratrice non sta cercando di fare sesso ma le piace vedere la sofferenza non consensuale dell’altro tramite il sesso.
Anche nel caso in cui la stupratrice fosse in una relazione stabile o non trovasse uomini non interessati al sesso, potrebbe benissimo attuare pratiche a cui gli uomini con cui va a letto non consentano, che li disgustino o che non vogliano fare; potrebbe insistere con la forza o con le minacce nei momenti in cui loro non vogliano (per priorità maggiori, contesto inadeguato, stanchezza, disinteresse, ecc.) e scegliere proprio quelle pratiche o proprio quei momenti.
Questo perché forzando in quei momenti o in quelle pratiche in maniera non consensuale, può umiliare l’altra persona e, all’interno di una immaginaria competizione con l’altro, porsi al di sopra di esso, vedendolo come essere inferiore da calpestare per mostrare a sé stessa la propria superiorità.

E’ evidente infatti che lo stupratore e la stupratrice, anche laddove non soddisfino tutti i criteri per poter effettuare una diagnosi, abbiano numerosi tratti di narcisismo patologico e psicopatia.
E’ infatti proprio una bassa empatia verso l’altro e una necessità di competizione, di sentirsi superiori e di “schiacciare l’altro” per dimostrarlo, che spingono lo stupratore e la stupratrice a fare violenza non consensuale tramite il sesso.

Considerato ciò, dunque, possiamo comprendere che le dinamiche dello stupro sono completamente diverse e indipendenti dalle dinamiche del sesso consensuale (come la scarsità sessuale) e infatti le statistiche riportano livelli analoghi di perpetrazione di stupro tra uomini e donne.

Visto che dobbiamo trattare anche altri punti, rimandiamo chi avesse ulteriori domande agli altri articoli sul tema, ovvero:
“Anche le donne stuprano. Ecco come”,
“Domande frequenti sullo stupro sugli uomini”,
“Uomini (e donne) vittime di violenza sessuale”,
“Stupri sugli uomini, Lara Stemple e il negazionismo dei suoi detrattori”.

 

#2. Il secondo punto è sull’idea che le donne abbiano – a seguito di violenza subita – le conseguenze fisiche peggiori, che la violenza subita dagli uomini sia più in senso psicologico, o anche se fisica abbiano conseguenze fisiche minori o addirittura vengano uccisi in numero minore, proprio a causa della maggiore forza fisica maschile.
Questa obiezione è riassumibile dunque nel classico “ma gli uomini sono più forti!1!1”.

Abbiamo già parlato di questa obiezione nei nostri articoli “No, la violenza sulle donne NON ha conseguenze più gravi di quella sugli uomini” e “Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?”, che potete leggere per avere un quadro più completo di obiezioni, controbiezioni, dati e statistiche.

In realtà, è evidente che come specie noi ci siamo imposti su animali molto più grandi di noi, proprio in virtù del nostro pollice opponibile e della nostra capacità di usare armi proprie od improprie, ovvero oggetti. Basandoci solo sulla nostra forza fisica, saremmo morti. Questo dimostra già da ora che l’impiego di oggetti od armi può sopperire egregiamente alla mera forza fisica, anche parlando di creature il cui rapporto di differenza di forza fisica con noi è molto maggiore rispetto a quello tra uomini e donne.

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Le donne infatti utilizzano maggiormente armi proprie o improprie come oggetti nel fare violenza rispetto agli uomini, proprio perché non si sentono sicure quanto gli uomini della loro forza fisica. Pensiamo al lancio di piatti, togliersi le scarpe e usare i tacchi per darli addosso all’altro, afferrare oggetti e darli contro, utilizzare spray di vario tipo (usabile non solo per difendersi ma anche per l’attacco) e così via.
Questi oggetti e molti, molti altri non necessitano di maggiore forza o maggiore coordinazione, perché sono accessibili ovunque, non richiedono sforzi eccessivi e possono provocare molte lesioni e conseguenze gravi, comparabili all’impiego della forza fisica maschile.

Difatti gli uomini tendono a usare di meno oggetti nel fare violenza fisica, proprio perché si sentono più sicuri.
Quindi minor uso maschile e maggior uso femminile di oggetti, sommato assieme a maggiore forza fisica maschile e a minore forza fisica femminile, portano le conseguenze della violenza maschile a essere pari alle conseguenze della violenza femminile.

Infatti gli studi ci dimostrano che, quando le donne infliggono lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usano un’arma o un oggetto.
Al contrario, gli uomini che infliggono questo stesso grado di lesione sono più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime.

Difatti alcuni studi mostrano che non ci sia differenza nella percentuale di donne e uomini che infliggono livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner – lesioni, queste, che richiedono attenzione medica e/o che includono contusioni, ossa rotte e ferite da coltello e così via – mentre anche le ricerche che affermano che le donne subiscano più ferite mostrano che anche quando tali ferite sono subite a maggioranza da donne, le ferite causate a partner femminili tendono a essere più lievi e meno gravi di quelle causate a partner maschili.
Quindi secondo questi stessi studi, le donne subiscono più ferite ma lievi, mentre gli uomini subiscono meno ferite ma quelle che subiscono sono gravi. Le donne hanno più probabilità di subire danni fisici lievi mentre gli uomini hanno più probabilità di subirne di gravi.
I ricercatori infatti hanno mostrato che l’evidenza di queste ricerche contraddice l’idea che la violenza compiuta da partner maschili sia generalmente più grave.

Ovviamente, se la violenza più grave è subita dagli uomini, l’idea che le donne siano maggiormente vittime di omicidio da parte del partner rispetto agli uomini, a causa della differenza di forza e di conseguenze subite, non sta in piedi.

Infine, per rispondere all’idea secondo cui la violenza sugli uomini – a differenza di quella sulle donne – sarebbe più psicologica che fisica, faccio notare che le ricerche mostrano che la probabilità di attuare violenza fisica sia la stessa per uomini e donne.

Tutti i riferimenti bibliografici per queste ricerche sono disponibili negli articoli appena citati sulla forza fisica e sulle conseguenze della violenza, oltre che nei seguenti:
“Violenza domestica verso gli uomini (e le donne)”,
“Approfondimenti su violenza domestica, CTS e terrorismo intimo”,
“Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Vero! – Prevalenza nel lifetime e nei 12 mesi”,
“Maschicidi: quanti sono?”.

Prima di andare avanti con il prossimo punto, è interessante vedere come l’idea che la violenza delle donne sia meno grave impatti sulla percezione stessa della violenza. Numerosi studi hanno mostrato infatti che si tende a sottovalutare la gravità di una violenza, fisica o sessuale, se tale azione viene compiuta da una donna, e che tale percezione di minore gravità aumenti via via che il tempo passa.

E’ stato dimostrato infatti che, quando si diviene testimoni o vittime di violenza da parte di un uomo o di una donna ugualmente violenti, la forza che la donna ha usato viene percepita e via via ricordata come minore rispetto a quella dell’uomo, anche se con parametri esterni è possibile stabilire che fosse la medesima.

Quindi è evidente che la gravità della violenza sugli uomini riportata nelle interviste, nelle ricerche, nelle statistiche, nei report e dagli studiosi sia in realtà sotto-riportata, perché questo effetto impatta anche sulla percezione degli psicologi e degli psichiatri, dei ricercatori, degli assistenti sociali, delle forze dell’ordine, dei giudici e così via.

Dunque anche gli studi sulla violenza devono essere analizzati e controllati perché tengano conto di questo possibile bias e lo contrastino, al fine di non sottostimare la gravità della violenza subita dagli uomini.

distorsione forza

 

#3. Il Femminismo non “nasce buono” e “diventa cattivo”. Già parlare di buono e cattivo è semplicistico.
Il Femminismo agisce in base a una weltanschauung, ovvero una visione del mondo, quella della Teoria del Patriarcato, e sulla base di questa produce delle richieste che hanno conseguenze sulla vita sociale, legale, politica e pubblica delle persone.
Quello che ci dobbiamo chiedere è se questa visione del mondo sia corretta e se tale visione del mondo sia cambiata nel corso del movimento.

In realtà la visione del mondo non è cambiata proprio per niente. La Teoria del Patriarcato non è qualcosa che fosse assente nella prima ondata.
Vediamo ad esempio la Convenzione di Seneca Falls del 1848, documento di nascita ufficiale del Femminismo, che afferma:
“La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta”.

Anche se vogliamo retrodatare il Femminismo al 1791 con la pubblicazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges, leggiamo anche qui frasi evidentemente patriarchiste come: “Uomo, sei capace d’essere giusto?”, “Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso?”, l’uomo viene visto come colui che ha un “tirannico potere” sulla donna e che “vuole comandare da despota”.

“Sì ma che c’entra con le politiche solo per donne che fanno le femministe?”

C’entra, perché se pensi che solo le donne siano oppresse, ritieni che gli uomini non siano oppressi e che anche mettendo le più inique condizioni contro gli uomini esse saranno sempre compensate dall’innato e infinitamente più grande privilegio maschile, e dunque tali inique condizioni non impatteranno minimamente sulla vita degli uomini. Quindi, avendo tutto il privilegio, tutto il potere ed esercitando questi diritti con la violenza, gli uomini anche se discriminati dal femminismo riusciranno benissimo a non subirne conseguenze negative.

Ecco dunque che la visione del mondo è direttamente legata alle riforme che vengono chieste al mondo.

Perché ammettiamolo, se fosse così avrebbero ragione.
Se il mondo fosse davvero un Patriarcato che dà solo privilegi agli uomini, agire solo per le donne avrebbe senso.

Quando non ha senso? Quando la visione del mondo portata avanti da questo movimento risulta essere sbagliata. Ovvero quando c’è ignoranza su come sia realmente il mondo.
Perché questa ignoranza ti spinge a fare riforme che nella tua idea di mondo avrebbero senso, ma che nella realtà impattano in modi diversi e dannosi.
Sappiamo quindi che il mondo, se fosse un Patriarcato, ricaverebbe un beneficio dal femminismo, ma se non fosse un Patriarcato?

Se non fosse mai stato un Patriarcato ma, come dicono gli MRA, un Bisessismo?
Allora la femminista di prima ondata che chiede il diritto di voto con ignoranza, senza sapere del collegamento tra leva (o, nel sistema censitario, pagamento delle tasse) e voto, fa un danno agli uomini, perché invisibilizza la loro sofferenza dovuta alla leva o al pagamento delle tasse, sofferenza esattamente tanto grave quanto quella dovuta alla mancanza di voto femminile.

Similmente, sempre la femminista di prima ondata fa lo stesso errore con l’obbligo di mantenimento maschile e l’abrogazione dell’autorizzazione maritale nella compravendita femminile.
E ancora, la femminista di seconda ondata lo fa ad esempio con la rinuncia alla paternità legale e l’aborto.

Ecco quindi che, quando diciamo che il Femminismo delle prime ondate non fosse “buono”, non vogliamo dire che non abbia combattuto per diritti buoni (come il voto, l’abrogazione dell’autorizzazione maritale e l’aborto), ma che semplicemente abbia agito per ignoranza e abbia così contribuito alla narrazione per cui temi maschili tanto importanti quanto quelli del femminismo di prima ondata non solo non sono stati risolti, ma non sono stati nemmeno riconosciuti come problemi tanto importanti quanto quelli femminili già risolti.

Se nessuno parla della leva (rimasta al giorno d’oggi come liste di leva) o dell’obbligo di mantenimento (rimasto come pressione sociale e non più legale) o della rinuncia di paternità come si parla del diritto di voto alle donne, del diritto alla compravendita senza l’autorizzazione del marito e del diritto all’aborto e alla rinuncia di maternità… beh la colpa è del Femminismo delle prime due ondate, non solo di quest’ultimo di terza ondata.

Se dunque il substrato teorico è lo stesso e gli effetti negativi sono gli stessi, non si può affermare che il Femminismo si sia “guastato” nel tempo.
Il Femminismo è sempre stato ignoranza e azione guidata dall’ignoranza.

Il Femminismo si è sempre basato sulla Teoria del Privilegio Maschile (gli uomini sono/sono stati privilegiati), sulla Teoria della Dominazione Violenta (gli uomini sono più violenti/hanno imposto questo sistema alle donne con la violenza) e sulla Teoria del Patriarcato (in senso stretto, ovvero solo gli uomini avevano il potere ed erano responsabili di questo sistema).

Ecco quindi che l’unica risposta possibile del movimento MRA è quella di contrapporre a queste teorie fallaci, visioni del mondo più razionali ed empiricamente basate, ovvero sostituire:

  • La Teoria del Privilegio Maschile con la Teoria del Bisessismo (in senso stretto, per ogni problema femminile c’è sempre stato un problema maschile corrispondente);
  • La Teoria della Dominazione Violenta o della Violenza di Genere con la Teoria della Simmetria di Genere (le donne sono violente quanto gli uomini);
  • La Teoria del Patriarcato (in senso stretto) con la Teoria dell’Autorità Maschile e del Potere Informale Femminile (le donne avevano un potere grande quanto quello maschile, solo che era informale, dunque sia uomini che donne erano co-responsabili di questo sistema e nessuno dei due sessi l’ha mai imposto all’altro).

 

#4. Il Bisessismo è la base di partenza, quindi dire che in passato le donne fossero più oppresse degli uomini o dire che lo siano ancora in medioriente (considerato più vicino al nostro passato che al nostro presente) significa che non si sta più parlando di Teoria del Bisessismo, ma di una variante della Teoria del Patriarcato. Il Patriarcato non esisterebbe più, come dicono invece le femministe, ma sarebbe esistito.

In realtà anche questa posizione di Teoria del “Patriarcato superato” è basata, come ogni Teoria del Patriarcato, sull’ignoranza delle corrispondenze tra questioni maschili e femminili.

Infatti, anche quando le donne erano più discriminate di oggi, gli uomini lo erano ugualmente ma in maniera complementare: i problemi degli uomini non sono nati oggi, esistono da sempre.

– Quando le donne lottavano per il voto, gli uomini morivano in guerra perché il voto era connesso alla leva (e ancora oggi che la leva vera e propria è stata sospesa, gli uomini sono gli unici che continuano ad essere inseriti nelle liste di leva).

Il voto era connesso alla leva proprio perché sarebbe stato molto scorretto dare il voto a qualcuno, e quindi la possibilità di decidere di mandare milioni di persone in guerra, se chi decideva non aveva l’obbligo a partire anch’egli, come nel caso delle donne.

– Quando le donne non potevano lavorare fuori casa (o potevano lavorare fuori casa con una paga minore), gli uomini non potevano lavorare in casa (salvo lavori ad alto rischio come riparazioni, manutenzioni et similia che tra l’altro aumentano la mortalità maschile), né fare i casalinghi.
Ancora oggi gli uomini casalinghi vengono derisi e disprezzati, mentre le donne lavoratrici sono la norma.

– Quando le donne non avevano il diritto alla compravendita senza l’autorizzazione del marito, il marito era obbligato a mantenerle (e se ci pensiamo era proprio per assicurarsi di poter adempiere a quest’obbligo che lui doveva avere il controllo su ciò che lei spendeva, perché se lei avesse speso tutto, lui come avrebbe fatto a mantenerla?), e ancora oggi la pressione sociale al mantenimento (che prima era obbligo legale) porta gli uomini ad essere la quasi totalità dei suicidi per cause economiche.

– Allo stesso modo, quando le donne non potevano studiare, quegli uomini che potevano farlo dovevano usare la loro istruzione per mantenerle. Questo proprio perché a differenza degli uomini, le donne non erano tenute a mantenere chicchessia, bensì ad essere mantenute dal marito, per cui il loro grado di istruzione era ininfluente nel loro diritto a essere mantenute, mentre invece era necessario agli uomini affinché potessero assicurare un maggiore benessere alle proprie donne.
Infatti se una ragazza avesse preso uno dei pochi posti disponibili a scuola, a un ragazzo sarebbe stata negata l’istruzione, il che lo avrebbe costretto ad un lavoro meno remunerativo che avrebbe abbassato non solo la qualità della sua vita, ma anche e soprattutto la qualità di vita delle persone che avevano il diritto ad essere mantenute da lui, ovvero sua moglie e i suoi eventuali figli.
Inoltre l’obbligo a mantenere spingeva (e ancora spinge, attraverso la pressione sociale) gli uomini a intraprendere lavori ad alto rischio, pericolosi o massacranti, che ancora oggi sono purtroppo a maggioranza maschile, e che portano gli uomini ad essere ancora oggi la quasi totalità delle morti sul lavoro.

– Proprio per l’obbligo al mantenere, anche quando le donne non potevano ereditare a differenza dei loro fratelli, esse avevano comunque diritto all’eredità che il marito aveva ricevuto dai suoi parenti: se anche le mogli avessero potuto ereditare, infatti, avrebbero avuto sia l’eredità propria che quella del marito, poiché egli aveva l’obbligo a condividerla con la moglie per provvedere al suo mantenimento.

– Quando c’erano leggi poco severe contro la violenza sulle donne, quella sugli uomini non aveva proprio leggi e anzi veniva pubblicamente derisa.

– Quando la legge a tutela delle donne stuprate era molto permissiva, gli uomini vittime di stupro da parte di donne non erano proprio considerati vittime.

– Quando le testimonianze femminili di eventi terzi valevano meno di quelle maschili in tribunale e/o le donne non potevano diventare giudici o parte della giuria, gli uomini venivano condannati e puniti più duramente a parità di crimine commesso, e in alcuni Paesi addirittura erano i mariti ad andare in carcere per i reati delle mogli (vedasi la dottrina legale della Coverture). Ancora oggi, a parità di reato e di circostanze, gli uomini ricevono pene il 63% più lunghe ed hanno il doppio di possibilità di essere incarcerati se condannati.

– Quando le donne avevano minor libertà di movimento, come succede ad esempio ancora oggi in alcuni Paesi Islamici, dove la moglie può uscire solo se accompagnata o con il permesso del marito, l’uomo le faceva da scudo umano, avendo l’obbligo a proteggerla in caso di aggressione.
Infatti vi era una condanna sociale maggiore se in caso di aggressione fuggiva lui e la moglie si faceva male o moriva rispetto a quando invece era lei a fuggire e lui a farsi male o morire.
Ovviamente se si assegna agli uomini l’obbligo a proteggere le donne, non possono farle uscire senza di loro o senza il loro permesso (ovvero senza che abbiano valutato che il luogo dove le mogli andranno è privo di pericoli), perché se non so dove vai, come posso assolvere all’obbligo di proteggerti?
L’unico modo per dare alle donne libertà di movimento è liberare prima gli uomini dall’obbligo di proteggerle e di sacrificarsi per loro in caso di aggressione o attacco di altro tipo.

– Quando l’adulterio era punito più pesantemente per le donne, gli uomini erano obbligati a mantenere un figlio non loro se il tradimento della moglie non veniva scoperto (a volte addirittura anche se veniva scoperto). Al contrario, quando erano gli uomini a tradire, i figli erano mantenuti o dai mariti ignari delle amanti o dagli stessi mariti traditori, quindi non pesavano sui soldi della moglie.
Il tradimento della moglie dunque pesava economicamente sul marito ma era trattato con maggiore severità, mentre il tradimento del marito non pesava economicamente sulla moglie ma era trattato con minore severità.
In più, questa differenza di trattamento è spiegabile dal fatto che, in un’epoca in cui i test del DNA non esistevano, il tradimento della moglie era più difficile da scoprire perché “mater semper certa est, pater numquam” (“la madre è sempre certa, il padre mai”).
L’uomo, inoltre, doveva calcolare quanti figli avere perché, se fossero stati in numero maggiore rispetto alle sue risorse economiche, non avrebbe potuto mantenere né loro né sua moglie.
L’uomo che tradiva, dunque, si prendeva la responsabilità di assicurare che le risorse rimaste sarebbero bastate a mantenere anche gli altri figli e la moglie (visto che le mogli potevano andare dai giudici per ottenere provvedimenti contro i mariti inadempienti da questo punto di vista), mentre la moglie che tradiva, non gestendo lei i soldi (ma non avendo al contempo nemmeno l’obbligo al mantenimento), aumentando le bocche da sfamare, avrebbe rischiato di aggiungere spese eccessive rispetto alle risorse economiche del marito, e perciò di abbassare la qualità di vita dell’intero nucleo familiare (lei stessa inclusa) che dipendeva economicamente da lui.

– Quando le donne non avevano diritto all’aborto, gli uomini non avevano alcun diritto alla rinuncia di paternità, e ancora oggi, mentre le donne hanno ottenuto sia il diritto all’aborto che alla rinuncia di maternità lasciando il figlio anonimamente in ospedale al momento del parto (“parto in anonimato”) o abbandonandolo successivamente in una “culla per la vita” (una moderna versione della “ruota degli esposti”), la legge ancora non riconosce agli uomini il diritto riproduttivo a rinunciare alla paternità legale di un figlio non voluto. Quindi il consenso al sesso da parte di una donna non è consenso alla riproduzione, mentre invece il consenso al sesso da parte di un uomo ancora comporta legalmente un consenso alla riproduzione.

– Quando le donne non avevano congedi di maternità, gli uomini non avevano congedi di paternità e ancora adesso questi ultimi sono minuscoli rispetto ai primi.

– Le donne morivano maggiormente per parto e la scienza ha fatto diminuire drasticamente tali decessi grazie a uno sforzo mirato, mentre gli uomini morivano in età più giovane e questo divario al posto di diminuire si è allargato nel corso degli anni.

– Durante le emergenze la vita delle donne, proprio in virtù della loro capacità di partorire, era considerata più importante e da salvare prima.

– Quando le lesbiche erano invisibilizzate dalla società, l’omosessualità maschile era punita molto più di quella femminile, e ancora oggi molti Stati che condannano l’omosessualità lo fanno solo con quella maschile o questa riceve le pene peggiori, come la morte.

– Quando le donne hanno iniziato a lavorare, gli uomini hanno comunque dovuto fare più anni di lavoro prima di arrivare alla pensione e solo adesso si sta ponendo rimedio.

– Quando il linguaggio era più orientato al maschile non facendo sentire rappresentate le donne, gli uomini venivano automaticamente invisibilizzati proprio da tale linguaggio: se morivano 5 uomini e 2 donne si diceva che vi erano stati “7 morti, tra cui 2 donne“; se un problema attaccava principalmente gli uomini era un problema “della gente”, se attaccava principalmente donne era un “problema delle donne” o peggio “un problema di genere”.
Questo problema persiste anche laddove si sia risolto quello del linguaggio orientato al maschile, ad esempio si sente spesso dire “sono morte 7 persone, di cui 2 donne”: in questo caso il linguaggio è neutro (“persone”) e non più maschile (“morti”) ma il numero di donne continua ad essere specificato.

– Quando le donne non potevano aspirare a entrare al governo di un Paese o a governare come monarca (negli stati pre-democratici… tra l’altro, ciao regina Vittoria!), gli strati più bassi della società come i senzatetto erano a maggioranza maschile e tuttora lo sono.
Inoltre le donne esercitavano forme di potere indiretto come ad esempio nell’educazione (una forma innegabile di potere, al punto che veniva utilizzata per indottrinare le future generazioni anche nei periodi di colonizzazione, vedasi l’impegno dei missionari gesuiti a costruire scuole cattoliche per imporre la loro religione alla popolazione), che spettava alle madri (pensiamo al potere che aveva la madre di un regnante, ad esempio, nel controllare le sue strategie). Altri esempi di potere informale femminile, oltre a quello delle madri nell’influenza sui figli e sulle future generazioni, sono quelli delle reggenti, delle mogli dei governanti, delle incitatrici nelle faide di sangue, delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale, delle coniugi che inviavano il marito ad accusare di stregoneria una compaesana a loro particolarmente sgradita, e molti altri ancora.

– Quando le donne venivano considerate emotive, agli uomini veniva (e ancora viene) negata la possibilità di esprimere emozioni e li si induceva a reprimerle, portando ad un minor tasso di denunce quando erano vittime di abusi, ad un maggior under-reporting, a una minore attenzione alla propria salute sia fisica che mentale, all’impossibilità di esprimere normali sentimenti di tristezza, paura o insicurezza e quindi ad un’assenza di aiuti, attenzioni, servizi e tutele per gli uomini offerti dalla società. Tutto questo a sua volta si è manifestato nelle percentuali di suicidi, che già in passato erano e ancora oggi restano a maggioranza maschile, e si è tradotto anche in un ampio divario nell’aspettativa di vita tra uomini e donne a danno dei primi.

– Quando i figli erano affidati in automatico al padre, ciò succedeva perché era il padre che aveva l’obbligo a mantenerli. Quando questo paradigma è cambiato e i figli hanno iniziato ad essere affidati in automatico alla madre, era sempre il padre a dover dare il mantenimento: nel periodo in cui venivano affidati in automatico al padre invece non esisteva nessun mantenimento economico della madre verso i figli affidati al padre. Quindi si è passato da un equilibrio (mantenimento economico in cambio dell’affido) a uno squilibrio (affido ma mantenimento economico a carico dell’altro genitore).

– A questi problemi si sono aggiunti altri, come quello della dispersione scolastica maggiormente maschile. Problemi moderni, questi, ma tutti gli altri molto più antichi.

 

#5. Gli uomini non sono più violenti delle donne, e dunque non lo sono per via di motivi biologici come il testosterone.

A questa obiezione abbiamo già risposto nel nostro articolo “Negli stereotipi di genere l’origine della violenza… o dei bias di giudizio?”, da cui riporto adesso alcuni estratti (i riferimenti bibliografici li trovate nell’articolo originale):

“In primis, l’idea per cui “gli uomini compiono maggiori atti di abuso” è messa in dubbio, sempre più documenti nella letteratura scientifica mondiale infatti mostrano parità sia nell’ambito della violenza domestica [1] [2] che di quella sessuale [3] [4], e infine anche di quella generale [5].

Per quanto riguarda il legame tra l’aspetto biologico maschile e l’aggressività, esso è stato confutato in diversi articoli della prestigiosa rivista scientifica “Nature”: in uno di questi, del 2009, si è mostrato come addirittura donne a cui venivano somministrate dosi di testosterone agissero più onestamente rispetto a quelle a cui non veniva somministrata [6]; un paper del 2010 ha mostrato che solo coloro che credevano di aver ricevuto una dose di testosterone erano più aggressivi, mentre chi lo riceveva e non ne era consapevole mostrava un comportamento più onesto [7], e infine un articolo del 2011 su un blog che fa capo a “Nature”, Scitable, dopo aver analizzato diversi studi pubblicati sulla stessa Nature, conclude così:

“Il testosterone può infatti essere la chiave per il comportamento aggressivo dei mammiferi. Può anche essere la fonte della vita. Chi lo sa. Ma il più forte (e forse l’unico) collegamento corrente tra il testosterone e l’aggressività umana è un implicito assunto culturale. E ciò che è implicito e non esplicito è troppo spesso sbagliato.” [8]

Se ciò non bastasse, la teoria per cui gli ormoni – o meglio, l’esposizione prenatale agli ormoni – influenzerebbe il cervello al punto da renderlo “maschile” o “femminile” e differenziare così i comportamenti e le tendenze tra uomini e donne, sembra non essere confermata.

Vi sono stati, infatti, diversi tentativi di collegare i livelli di testosterone prenatale e comportamento mascolino, ma sono falliti miseramente.

Ad esempio, la psicologa Melissa Hines ha misurato i livelli di testosterone nel sangue delle donne incinte e ha collegato i livelli più elevati dell’ormone ad un comportamento più maschile nei bambini di 3 anni e mezzo nati da quelle donne, definendo il comportamento maggiormente maschile come “un coinvolgimento con giocattoli, giochi e attività tipici del sesso del bambino”. Nel frattempo, lo psicologo Simon Baron-Cohen ha misurato il testosterone nel liquido amniotico e ha collegato più alti livelli dell’ormone a tendenze che ha ritenuto tipiche dei maschi (minor contatto visivo a 1 anno, relazioni sociali più povere e interessi più ristretti a 4 anni).
Il problema è stato che Hines ha trovato un collegamento per le femmine ma non per i maschi [9], mentre Baron-Cohen su alcune misure ha trovato una relazione solo per i maschi e su altre misure per maschi e femmine presi assieme [10]. Per i comportamenti di gioco, non riporta alcun collegamento con i livelli di testosterone per nessun genere [11].
Insomma, è difficile mettere insieme questi progetti e tirarne fuori una storia coerente. Invece, è un guazzabuglio.

Ulteriori ricerche sono state quelle su persone con disturbi di intersessualità, ad esempio un gran numero di studi ha riguardato le donne e le ragazze con iperplasia surrenalica congenita (CAH), una malattia genetica che coinvolge la sovrapproduzione di androgeni come il testosterone. Poiché queste femmine hanno esposizioni ormonali più vicine a quelle dei maschi, la teoria vorrebbe che i loro comportamenti e interessi dovrebbero tendere anch’essi verso il “maschile”. Ed in effetti, alcuni dati suggeriscono che le femmine CAH possono avere più probabilità rispetto alle loro sorelle di giocare con veicoli e giocattoli legati alla costruzione, come i bambini. Esse possono essere meno propense a dare priorità al matrimonio e alla maternità a discapito della carriera. Inoltre, possono essere più inclini ad esprimere interesse in una carriera a prevalenza maschile, come ingegneria o conduzione di aerei di linea. Questa prova ha giocato un ruolo da protagonista nel dibattito sulla possibilità che un minor numero di donne occupasse posizioni di ruolo in questi campi in quanto intrinsecamente meno interessate alla materia.
D’altra parte, è stato messo in luce che questa differenza è da attribuire non a differenze biologiche rispetto alle altre ragazze, ma al fatto che molte pazienti CAH sono nate con genitali mascolinizzati, e questo può averle fatte sentire più libere di esprimere preferenze che sono meno comuni o accettabili per le ragazze, come desiderare di pilotare aeroplani per vivere. Le ragazze CAH, inoltre, passano attraverso un monitoraggio medico e una terapia estensivi, i quali possono, anch’essi, fare la differenza.
Infatti, a metà degli anni ’80, quando le ragazze CAH sono state comparate con altre ragazze non-CAH, divise a loro volta in ragazze con diabete e ragazze senza nessuna condizione di questo tipo, la ricercatrice che ha condotto l’esperimento – Froukje Slijper – ha trovato che “entrambi i gruppi di ragazze con malattie croniche hanno segnato punteggi maggiori nella gamma più maschile” rispetto alle normali ragazze sane [12]. Insomma, le ragazze CAH risultavano simili a ragazze con malattie non collegate al testosterone [13].
Il collegamento tra comportamento mascolino e testosterone, ancora una volta è sfumato.
Ma perché la differenza ormonale non influenzerebbe il cervello? In primis, l’esposizione agli effetti dell’ormone avviene nel periodo prenatale, quindi ci concentriamo, per analizzare tali influenze ormonali, sul momento dell’esposizione fetale.
Ebbene, diversi studi mostrano che già pochissime ore dopo l’esposizione fetale all’ormone, le differenze che quest’esposizione provoca scompaiono.
Insomma quest’effetto ormonale sarebbe tutt’altro che permanente, e basterebbero semplici interazioni con l’ambiente per azzerarne completamente l’influenza [14].”

 

#6. Come mai le statistiche sugli autori di violenza non sono affidabili per stabilire la percentuale di uomini e donne violenti?

Semplice: perché, come dimostra un’ampia letteratura scientifica, esiste un Sessismo Giuridico contro gli uomini.

Molti dei casi in cui gli uomini sarebbero la maggioranza (es. “gli uomini sono la maggioranza degli autori di stupro, violenza fisica generale e violenza domestica sulla partner”) in realtà sono falsi.
Semplicemente questi dati vengono estratti dalle statistiche sulle incarcerazioni, che però sono falsate da numerosi bias.
Gli uomini vengono infatti sospettati di più rispetto alle donne, vengono denunciati di più rispetto alle donne, vengono arrestati di più rispetto alle donne, vengono condannati più spesso rispetto a donne altrettanto colpevoli, vengono incarcerati più spesso e scontano pene più lunghe delle donne (e questo è importante perché, facendo una “fotografia” di quanti carcerati ci sono in un certo momento, se un carcerato ha una pena di cinque mesi e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di altri cinque mesi, la “fotografia” segnerà un solo carcerato; se un carcerato ha una pena di un anno e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di un altro anno, la “fotografia” segnerà due carcerati).

Se rimuoviamo quindi i bias legati al sospetto, alla denuncia, all’arresto, alla condanna, all’incarcerazione e alla lunghezza della pena, gli uomini che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro donne sono in numero pari delle donne che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro uomini.

Ecco dunque che la realtà è che gli uomini non sono più violenti delle donne, sono le donne a farla franca più spesso degli uomini.

E come fanno a farla franca, a farsi scagionare, queste donne? Molte volte con la “finta legittima difesa”.

L’abbiamo vista agire anche nei casi recenti: l’autrice di violenza, donna, si finge vittima della vera vittima, uomo, e dichiara di aver agito per legittima difesa, anche se in realtà è lei la perpetratrice. 
La società offuscata dagli stereotipi di genere reagisce o non sospettandola proprio, o se riesce ad essere accusata formalmente, scagionandola credendo alle sue bugie.
Questo meccanismo funziona ancora meglio con gli omicidi: nel caso dei maschicidi, infatti, vale il principio che un uomo morto non parla.

Per maggiori informazioni in proposito, si leggano gli articoli:
No, gli uomini non sono più violenti delle donne, parte 1: il sessismo giuridico,
No, gli uomini non sono più violenti delle donne, parte 2: la biologia e gli stereotipi di genere,
No, gli uomini non sono più violenti delle donne, parte 3: non gli stereotipi di genere ma l’attaccamento insicuro è alla base della violenza!,
“Maschicidio e femminicidio a confronto”,
“Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!”.

Finisco ringraziando tutti per l’attenzione e per aver letto fino a qui.

 

MRA/WRA che si occupano delle donne e Femministi/e che si occupano degli uomini

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La visione del mondo dei due movimenti è completamente diversa

Si può agire per i diritti delle donne ed essere MRA/WRA e si può agire per i diritti degli uomini ed essere femministi/e.

Una persona che lotta per i diritti delle donne, magari anche parlando SOLO dei diritti delle donne, ma riconoscendo (e ovviamente esprimendo tale riconoscimento) che:

  • il sistema tradizionalista è co-responsabilità di entrambi i sessi (uomini – tramite autorità formale -, donne – tramite potere informale come l’educazione dei figli, l’appello alla mascolinità e l’incitazione – ed entrambi – tramite influenza sociale, influenza sul marito/moglie, sulla famiglia e sulla propria nicchia di conoscenti);
  • il sistema opprimeva entrambi i sessi allo stesso modo PRIMA del femminismo (Bisessismo) e adesso, con 200 anni di focus solo sulle donne, opprime in misura maggiore gli uomini (essendo rimaste le corrispettive maschili non ancora risolte delle problematiche femminili già risolte + le corrispettive maschili ancora da risolvere delle problematiche femminili ancora da risolvere)
  • la violenza fisica, domestica e sessuale (nell’ambito maschile nel senso di “forzare a penetrare”, corrispettivo della “penetrazione subita forzata” femminile) sia effettuata in maniera paritetica tra uomini e donne (capendo che le statistiche ufficiali si basano su un dato biased, quello degli incarcerati, che non tiene conto del sessismo giuridico che porta gli uomini a essere più sospettati, arrestati, condannati, incarcerati se condannati, e ad avere pene più lunghe a parità di reato e circostanze)

… non è femminista! È WRA.
Anche se agisse solo per i diritti delle donne resterebbe WRA/MRA e non femminista, in quanto condividerebbe i presupposti teorici (Teoria del Bisessismo) del movimento MRA/WRA, totalmente in opposizione a quelli della Teoria del Patriarcato femminista.

Allo stesso modo una persona può occuparsi di diritti maschili come il congedo di paternità ma essere femminista anti-MRA.
Perché anche se magari vuoi il congedo di paternità, se lo chiedi per “aiutare le donne a essere assunte”, comunque contribuisci all’ambiente che vede l’uomo come mezzo e non come fine, che non lo identifica come vittima, alimenti il narcisismo conversazionale femminista e rafforzi l’idea che le questioni maschili siano “proiettili vaganti” che hanno colpito gli uomini solo per sbaglio ma che erano indirizzati originariamente alle donne.
Quindi anche se agisci per un diritto maschile, crei un ambiente che va a inficiare le successive lotte perché decostruisci una coscienza di genere maschile, declassando gli uomini dal ruolo di vittime del sistema dei ruoli a quello di carnefici o di beneficiari anche nei casi in cui sono loro a soffrirne.

[A.]