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Risposta a “Guida ragionata all’universo MRA”

guida

Un articolo su Medium, “Guida ragionata all’universo MRA”, ci ha indirettamente citato. Andremo quindi a vedere cosa ha detto e riporteremo le nostre risposte alle loro conclusioni.

Ovviamente ci limiteremo solo al materiale che ci riguarda, perché come abbiamo già affermato in altri contesti, non sentiamo di essere parte di una “uomosfera”, “manosfera” o “maschiosfera”, in quanto quest’ultima include movimenti con cui non concordiamo né a livello teorico né tantomeno pratico.

Cominciamo:

Breve storia del Movimento MRA

“MRA è un acronimo che sta per Men’s Rights Activist (o Activism), cioè “attivista per i diritti maschili”. L’attivismo MRA nasce in risposta al femminismo della seconda ondata (quello degli anni Settanta), ma solo negli ultimi dieci anni ha assunto un’importanza cruciale nel dibattito culturale, specialmente negli Stati Uniti.”

Iniziamo subito dicendo che non è vero. Anche il movimento MRA ha avuto 3 diverse ondate, e se è vero che la seconda ondata è nata come costola del movimento femminista poi distaccatasi da esso per via della sua adesione alla Teoria del Patriarcato (ricordiamo infatti che Warren Farrell, il più importante teorico del movimento MRA di 2^-3^ ondata, è stato l’unico uomo a entrare nei consigli direttivi di una delle più grandi se non la più grande associazione femminista, la NOW, prima di uscire da essa per via della sua posizione anti-affido condiviso e misandrica in generale), il movimento MRA nasce con Ernest Belfort Bax, un socialista inglese del XIX-XX secolo, vissuto nel periodo delle lotte del primo femminismo e precedente la vittoria del voto alle donne, che ha riportato come anche all’epoca vi fossero gravissime discriminazioni contro gli uomini a livello legale, e ha quindi dimostrato che anche nella società industriale pre-femminista del 1896 (anno in cui appare il suo libro “The Legal Subjection of Men”), la discriminazione maschile fosse pari a quella femminile.

Possiamo dunque dire che il movimento MRA sia nato come separato da quello femminista, che abbia provato ad affiancarsi ad esso per lottare assieme, ma che, al fronte della misandria e della narrazione dominata dalla Teoria del Patriarcato di quest’ultimo, si sia poi nuovamente distaccato.

Della serie: “ci abbiamo provato, ma voi non volevate liberare anche noi”.

 

Warren Farrell e le fasi del Sistema dei Ruoli di Genere

Molti dei fondamenti teorici dell’attuale movimento MRA possono essere ricondotti al libro del 1993 The Myth of Male Power di Warren Farrell, in cui l’autore sostiene che gli uomini siano in realtà il genere oppresso e succube alle vere detentrici del potere, le donne attraenti (Poland 2016: 128).

Questa è una volontaria distorsione del pensiero di Warren Farrell.

Warren Farrell, nel suo libro “Il Mito del Potere Maschile”, distingue la storia del sistema dei ruoli di genere in due fasi:

Fase I:  Dominano le necessità base di sopravvivenza
In questo periodo nessuno aveva “il potere”. Per “potere” si intende un controllo sulla propria vita. Al contrario, tutti avevano un ruolo: lei doveva badare ai figli, lui doveva raccogliere il denaro sufficiente per mantenere figli e moglie.
Entrambi erano vittime del Bisessismo.

– Fase II: Superamento delle necessità base di sopravvivenza e raggiungimento di obiettivi di autorealizzazione
In questo periodo, il primo gruppo a essere liberato dalla preoccupazione per la sopravvivenza fu quello delle donne i cui mariti guadagnavano sufficiente denaro da permettere loro di porsi obiettivi di autorealizzazione.
In questo modo gli uomini, agendo conformemente al loro ruolo di genere (ovvero di coloro che mantengono e provvedono alle donne), hanno liberato le donne da gran parte dei ruoli a cui queste ultime erano obbligate, ma non hanno liberato loro stessi.
Nonostante fossero state liberate da numerose aspettative di genere, in alcune circostanze le limitazioni femminili sussistevano e sussistono ancora, quindi si tratta di una fase che è “quasi completa” ma non ancora interamente completata.
In virtù del loro ruolo di genere, le donne venivano viste come vittime da proteggere (e gli uomini confermavano tale ruolo in virtù del ruolo di genere imposto loro di protettori). Questo ha fatto sì che fosse più facile liberare per prime le donne: anche l’atto di liberazione dai ruoli di genere è stato, per le donne, facilitato dai ruoli che la società imponeva loro, mentre è stato ed ancora è, per gli uomini, ostacolato dai ruoli che la società imponeva e ancora impone loro.
Gli uomini dunque ancora non sono altrettanto liberi, dato che il ruolo di provvidente economico e di carne da cannone sacrificabile impedisce di vederli come vittime e quindi di permettere loro di ricevere un adeguato sostegno sociale che possa aiutarli a liberarsi dai ruoli che gli sono stati imposti.

Lo scopo del movimento MRA è dunque quello di far passare anche gli uomini dalla Fase I alla Fase II, ovvero di liberarli dai loro ruoli di genere esattamente come è successo per le donne.

 

Divorzio e padri separati: colpa del Tradizionalismo o della Dottrina degli Anni Teneri?

Uno dei temi su cui gli MRA hanno costruito la propria egemonia culturale è il tema del divorzio e della custodia dei figli. […] Si tratta infatti di un problema reale –come molti di quelli individuati, anche se spesso ingigantiti – che ha una radice sessista (l’idea che le donne siano naturalmente più adatte ad accudire e crescere i figli, e che quindi per il benessere dei figli sia sempre meglio affidare a loro la custodia in caso di divorzio), che però non viene riconosciuta perché si preferisce una narrazione che incolpa le donne anziché riferirsi al contesto culturale in cui tali decisioni vengono prodotte.

In realtà in passato erano gli uomini ad avere l’affido esclusivo dei figli. E’ stato l’intervento della Dottrina degli Anni Teneri di Caroline Norton (che, pur non essendo femminista, è stata sostenuta da numerose femministe) che ha spinto a cambiarlo. E anche la situazione pre-Dottrina degli Anni Teneri non era evidenza di un patriarcato (oppressione unilaterale delle donne) ma di un bisessismo (oppressione bidirezionale di uomini e donne). Cito infatti da un discorso di Karen Straughan:

Quando gli uomini ricevevano automaticamente l’affidamento dei figli dopo il divorzio, era perché erano i soli ad avere l’obbligo di mantenere i figli. Quando le prime femministe fecero approvare la TYD (“Tender Years Doctrine”, Dottrina degli Anni Teneri), quell’obbligo non passò alle donne: le madri ottennero l’affidamento ma i padri erano ancora obbligati a fornire il sostegno economico. Incidentalmente, quando questa dottrina fu introdotta, il tasso di divorzi, che era stato costante per secoli, crebbe di 15 volte in 50 anni.”

 

L’ostacolo del Femminismo alla Liberazione Maschile

Ma andiamo avanti:

Altri temi tipici delle rivendicazioni MRA sono le false accuse di stupro e la violenza sessuale e domestica contro gli uomini. Tutti problemi validi e degni di attenzione, ma spesso affrontati incolpando genericamente “le femministe” anziché la cultura patriarcale da cui effettivamente scaturiscono.

Sicuramente non è colpa delle femministe per l’esistenza del sistema tradizionalista/bisessista. Ma il femminismo, chiamando il sistema bisessista con il nome di “Patriarcato” e riconducendo tutte le questioni maschili a questioni femminili, de facto blocca gli aiuti agli uomini, affermando che anche quando sono questi a essere colpiti, siano le donne “le vere vittime della situazione”.

E’ questa distorsione, che l’articolista impropriamente chiama “vere cause dei problemi maschili”, che il movimento MRA combatte. Approfondiremo meglio in seguito questo tema, parlando di Narcisismo Conversazionale Femminista, quindi stay tuned.

Determinismo biologico: opprime anche gli uomini

Un orientamento che è convinto dell’inferiorità biologica della donna e che porta avanti discorsi misogini e violenti;

Pur non parlando di noi ma di gruppi non-MRA (che però l’autrice mette comunque nel calderone, per far credere che siano tutti MRA anche quando si tratta di realtà diverse e da cui ci teniamo ben lontani), è singolare notare come si classifichi come “affermazione dell’inferiorità biologica della donna” un discorso che invece parla di semplici complementarietà (a cui comunque noi ci opponiamo, ma che abbiamo l’onestà intellettuale di classificare come narrazione mutualmente dannosa sia per uomini che per donne, mentre l’autrice la vede come dannosa soltanto per le donne). Cito:

«la maschiosfera è quasi esclusivamente dominata dalla psicologia evolutiva, che si basa fortemente sul determinismo genetico per spiegare i comportamenti maschili e femminili in relazione alla selezione sessuale»

e poi:

I discorsi di determinismo biologico non si applicano solo alle donne, ma anche agli stessi membri della comunità che tendono a categorizzarsi come “beta”, in contrapposizione al concetto di “maschio alpha”.

De facto, l’autrice sancisce un doppio standard: se il determinismo biologico viene usato per opprimere le donne, è misoginia, se viene usato per opprimere gli uomini… è comunque misoginia!
Anche quando gli uomini sono oppressi (sì da altri uomini, ma per misandria interiorizzata, visto che comunque questi uomini se la prendono con altri uomini e non con donne), il discorso ruota sempre e comunque attorno alle donne!

Nemmeno una riga su come il determinismo biologico opprima anche gli uomini, sebbene la stessa autrice riconosca una stereotipizzazione nella differenziazione operata da questi gruppi tra uomini “alfa” e “beta” nei discorsi che fanno (che devo pensare che evidentemente avalla, non avendola criticata?).

 

Cancellare le vittime maschili: il caso di Elliot Rodger

Da questa cultura sono nati gravi episodi come l’attentato perpetrato da Elliot Rodger all’ University della California Santa Barbara, in cui 6 persone hanno perso la vita e altre 14 sono state ferite

E’ evidente che questo individuo fosse misandrico, oltre che misogino. Come poteva dunque essere MRA? L’invisibilizzazione della misandria di Elliot Rodger è evidente nell’erasing fatto nei confronti delle sue vittime maschili; Rodger infatti uccise, oltre a 2 ragazze, anche 4 ragazzi: George Chen, di 19 anni; Cheng Yuan “James” Hong, di 20 anni; Weihan “David” Wang, di 20 anni e Christopher Michaels-Martinez, anche lui di 20.
Nonostante il numero di vittime maschili risulti maggiore di quelle femminili, la misandria del gesto non viene mai messa in evidenza.

rodger

 

Bisessismo e Agency Femminile

Ed ora parliamo di noi. L’autrice afferma, sul nostro conto:

Come invece 300 anni di elaborazione filosofica e teorica femminista (e non solo) ci hanno ampiamente dimostrato, il sessismo opera grazie a un sistema socio-economico ben radicato, il patriarcato, che opprime donne e uomini. Il bisessismo invece rifiuta l’esistenza del patriarcato, opponendo l’idea che anche le donne hanno atteggiamenti e comportamenti sessisti che hanno per vittima gli uomini. In realtà, tali comportamenti possono benissimo essere inquadrati in un’ottica di interiorizzazione patriarcale (ad es., l’idea che gli uomini debbano rispondere a certi standard di mascolinità, e quelli che non lo fanno meritano la derisione o la violenza, ecc.).

De facto, un simile discorso potrebbe essere tranquillamente rivoltato per dire che, se è vero che “quando le donne hanno atteggiamenti e comportamenti sessisti che hanno per vittima gli uomini, hanno interiorizzato il patriarcato, allora è anche vero che “quando gli uomini hanno atteggiamenti e comportamenti sessisti che hanno per vittima le donne, hanno interiorizzato il ginocentrismo.

In realtà ginocentrismo e patriarcato sono due facce della stessa medaglia, il bisessismo.
E così come è sbagliato ricondurre le questioni femminili a quelle maschili (dicendo che sono “sottoprodotti del ginocentrismo”), è altrettanto sbagliato ricondurre le questioni maschili a quelle femminili (dicendo che sono “sottoprodotti del patriarcato”).

Inoltre, un patriarcato agito sia da uomini che da donne che ha come vittime sia uomini che donne, come fa a essere chiamato patriarcato?
L’autrice stessa dimostra che è un bisessismo, in quanto non uni-direzionale ma bi-direzionale.

Infine, passiamo al discorso di quanto sia deresponsabilizzante dire che “le donne non fanno le cose, è il patriarcato che agisce attraverso di loro”.
Questa narrazione nega la loro agency, de facto nega che siano esseri responsabili e le infantilizza, le riduce a meri esseri agiti e non agenti attivi del loro destino.
E questa, sì, questa è misoginia.

Che è anche il motivo per cui parliamo di patriarcato e non di bisessismo, perché il termine patriarcato ha come implicito l’idea che gli uomini abbiano *voluto* il sistema, mentre le donne l’abbiano *subito*.
In realtà nessuno dei due l’ha voluto, o meglio entrambi l’hanno voluto.
Il sistema è co-creato da uomini e donne e i ruoli opprimono entrambi. Se non crediamo che opprima gli uomini, ma che questi l’abbiano scelto volontariamente, dovremmo essere coerenti e affermare allo stesso modo che anche le donne l’abbiano scelto volontariamente (pensiamo infatti alla percentuale risibile di donne che volevano il voto nell’epoca pre-suffragio femminile).
O l’una o l’altra. O è stato imposto a tutti o tutti l’hanno voluto.
Non si può trattare la responsabilità dei ruoli a macchia di leopardo.

 

Essenzialismo di Genere: un nemico della lotta alla Sacrificabilità Maschile

Un ultimo elemento che accomuna tutti e tre gli orientamenti, ma che a mio parere è davvero assurdo nel contesto del bisessimo, è una visione estremamente binaria del mondo. Gli antisessisti infatti contestano l’idea che il genere sia un costrutto sociale, ritenendo che sia importante affermare un’idea naturale di “mascolinità” e “femminilità”. Ma è proprio l’assunto che esistano una mascolinità e una femminilità definite a creare l’oppressione.

In realtà basta leggere la nostra definizione su cosa siano MRA e WRA (sì, esiste anche un modo per lottare per le questioni femminili senza dover dare dei privilegiati agli uomini, che strano!), per vedere come siamo in contrasto con l’essenzialismo di genere o determinismo biologico. Cito:

“MRA e WRA concordano ovviamente con la necessità di superare i ruoli di genere, e quindi si oppongono al tradizionalismo. I tradizionalisti (o “tradcon”, ovvero tradizionalisti-conservatori) non vogliono liberare gli uomini, ma tornare alla situazione bisessista del passato, ripristinando i ruoli di genere femminili e mantenendo in piedi quelli maschili.
Per un tradizionalista, la sacrificabilità maschile va bene, finché la società dice “grazie”, celebra la “mascolinità eroica” e non insulta gli uomini.
Anche gli MRA credono che gli uomini non debbano subire male-bashing, ma credono che non debbano essere nemmeno sacrificabili.

 

Mascolinità e Femminilità Egemoniche, Tossiche e Ibride

Altra questione che l’articolo riporta è il termine “mascolinità egemonica”.

R.W. Connell (ideatrice di questo termine) sostiene che gli uomini che si adeguano ai ruoli (mascolinità egemonica) opprimano sia gli uomini che non si adeguano ai ruoli (mascolinità non egemoniche) sia donne che non si adeguano che donne che si adeguano (tutte le femminilità).
L’analisi della Connell però non riconosce il potere informale femminile e disconosce i vantaggi della donna che si adegua ai ruoli, ovvero ignora la femminilità egemonica e de facto fa victim blaming sugli uomini tutti.

Nella realtà dunque non avviene una lotta del tipo “mascolinità egemonica contro tutti”, ma bensì:

Mascolinità Egemonica + Femminilità Egemonica

opprimono

Mascolinità non-egemoniche + Femminilità non-egemoniche.

Inoltre il termine mascolinità tossica o egemonica viene usato solo nel caso maschile, mentre a parti inverse si impiega “ruoli imposti alle donne” o semplicemente “misoginia”.

E’ necessario dunque chiamarla misandria e non mascolinità tossica, perché a parti invertite la chiamiamo misoginia, non femminilità tossica.

Questo perché mascolinità/femminilità sembrano mescolarsi con l’identità personale, come a dire che gli uomini non l’avrebbero subito, questo ruolo: non sarebbe stato imposto loro, ma l’avrebbero voluto.

Quando in realtà sia uomini che donne subiscono dei ruoli imposti dalle aspettative della società.

Usare un termine che mescola le aspettative della società (ruoli di genere) e l’identità (identità di genere) fa sembrare che gli uomini non siano vittime di questa misandria del sistema tradizionalista, ma che siano autori intenzionali, quando invece il disconforto di tutti quegli uomini (e ragazzi e bambini maschi) che non si adeguano a questi ruoli, che li vedono come limitanti e che vengono oppressi nel caso in cui provino a sfuggire da essi, dimostra che non è così.

In questa fase della nostra società abbiamo dei ruoli “ibridi”, da qui il termine “mascolinità ibrida” che usa l’autrice.
Però se è vero che i ruoli di genere si sono ibridati, ossia uomini e donne tendono ad avere una maggiore libertà di scelta, tali ruoli sono più ibridati nelle donne che negli uomini.
Pensiamo al fatto che le donne possono votare ma gli uomini ancora sono iscritti alle liste di leva; le donne possono avere aborti ma gli uomini ancora non possono rinunciare alla paternità; le donne possono lavorare (hanno una doppia scelta, sia di lavorare che di non lavorare, che di lavorare solo part-time facendosi mantenere per il resto) mentre gli uomini casalinghi sono ancora meno dell’1% del totale dei casalinghi (non potendo essere mantenuti, in caso di povertà finiscono più spesso suicidi – la quasi totalità dei suicidi per motivi economici è maschile -, senzatetto – stesso discorso – o a fare lavori faticosi, usuranti e/o rischiosi – morti sul lavoro quasi totalmente uomini) e molto altro ancora.

È quindi evidente che questa ibridazione sia maggiormente femminile che maschile, il che mostra la necessità di un movimento MRA, ovvero di un movimento che liberi gli uomini e li renda più “ibridi”, come ibridi sono le donne nella loro interiorizzazione dei ruoli.

 

Patriarcato, Misoginia che opprime gli uomini e Narcisismo Conversazionale Femminista

Infine, notiamo come l’enfasi sul chiamare il sistema che opprime entrambi i generi (e la stessa autrice lo conferma) con il nome di uno solo dei generi (“patriarcato” da “padre”) sia una forma di narcisismo conversazionale.
Ovvero il fenomeno per cui, anche quando si parla di questioni non-femminili, il femminismo faccia ruotare tutto comunque attorno alle donne.

Se diciamo, ad esempio: “Gli uomini sono gli unici ad essere obbligati ad andare in guerra tramite la leva, o se sospesa ad essere iscritti alle liste di leva in caso di grave crisi internazionale o attacco al paese”, le femministe sicuramente ci risponderanno:

“Eh ma è una discriminazione contro le donne, perché le donne vengono infantilizzate”.

E se oseremo dire che gli uomini che provano a uscire dai loro ruoli di genere vengono oppressi?

“E’ perché sono visti come femminili, cioè simili alle donne”.

E se parleremo di oppressione degli uomini?

“E’ un colpo di ritorno dell’oppressione delle donne”.

Ovviamente anche noi potremmo dire che l’oppressione delle donne è in realtà oppressione degli uomini perché gli uomini sono ritenuti sacrificabili (1° caso),

perché le donne che escono fuori dai ruoli di genere sono viste come maschili cioè simili agli uomini (2° caso)

o perché è un colpo di ritorno dell’oppressione degli uomini (3° caso),

ma non ci viene nemmeno in mente di farlo.

E perché non ci viene in mente?
Perché il nostro scopo non è volere che gli uomini e le loro questioni siano sempre al centro dell’attenzione (narcisismo) ma semplicemente l’equità.

Il punto è proprio qui, perché è su questo che si gioca tutto.
Il femminismo non è semplicemente lotta per i diritti delle donne, ma è mettere la donna al centro del dibattito di genere.
La donna deve essere sempre il centro dell’attenzione, per cui parlare di questioni maschili viene visto come qualcosa di sbagliato, di minaccioso, non perché la questione sia o meno lecita in sé, ma perché toglie le donne dai “riflettori”.

Infatti il femminismo, anche quando parla di questioni maschili, lo fa sempre in funzione delle donne. Il narcisismo conversazionale serve difatti a far tornare le donne al centro del dibattito.

Accusarci quindi di “incolpare genericamente ‘il femminismo’ anziché la cultura patriarcale da cui i ruoli di genere effettivamente scaturiscono” non ha senso, perché il femminismo de facto è un ostacolo proprio al riconoscimento di tali ruoli e alla lotta contro di essi.
Proprio perché riconduce ogni questione, anche quando non affligge le donne, ad esse.
Impedisce dunque di vedere gli uomini come degni di liberazione e vittime del sistema.
Vengono invece visti come individui casualmente colpiti da proiettili vaganti in realtà destinati alle donne.

Non possiamo avere nessuna liberazione maschile dai ruoli di genere se non riconosciamo che quei proiettili erano invece indirizzati proprio contro gli uomini.

Non possiamo quindi avere nessuna liberazione maschile senza disconoscere il femminismo, fintanto che il femminismo non smetterà di essere narcisismo conversazionale che nega l’oppressione subita dagli uomini.

[A.]