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Anche le donne stuprano. Ecco come

Molti tradizionalisti accusano il femminismo di aver “mascolinizzato le donne e femminilizzato gli uomini”. In realtà, vedendo gli articoli delle femministe, sembra proprio che non sia così, infatti l’uomo non è stato femminilizzato affatto: non è protetto né tutelato come le donne, non esistono campagne in difesa degli uomini vittime di violenza, e i ruoli di un tempo sono stati superati solo per le donne, ma non per gli uomini. Le donne possono scegliere tra lavorare e stare a casa, ma gli uomini ancora non possono stare a casa e sono ancora obbligati dalle norme sociali a lavorare. Similmente, nell’ambito della violenza, le donne possono essere considerate indipendenti, “strong and independent women” che non hanno bisogno dell’aiuto degli uomini, ma al tempo stesso nessuno nega loro l’aiuto in caso di violenza subita. Agli uomini, al contrario, viene negato ogni aiuto se vittime di violenza domestica o sessuale. E’ quindi evidente come l’uomo non sia mai stato femminilizzato, e anzi, l’avrei nettamente sperato. Au contraire, la donna può assumere ogni ruolo, maschile e femminile, mentre l’uomo non è stato liberato e ancora è limitato al suo ruolo di genere maschile (un esempio lampante è il numero quasi nullo di casalinghi e la preponderanza degli uomini tra i suicidi per motivi economici e senzatetto, fenomeni questi che non sarebbero a maggioranza maschile se gli uomini potessero rimanere a casa in caso di mancanza di lavoro).

L’articolo che vedremo oggi, nello specifico, è un articolo femminista che riprende proprio le classiche tesi tradizionaliste contro la possibilità degli uomini vittime di stupro: la forza fisica, la pericolosità del girare per strada (specialmente vicoletti bui) solo per le donne, e l’erezione.
Questo stesso modo di pensare è così identico al tradizionalismo (che il femminismo erroneamente chiama “maschilismo”, quando un sistema che opprime gli uomini quanto le donne non ha senso che venga chiamato così) che mostra quanto sia evidente che il femminismo è l’erede del tradizionalismo: ha liberato le donne dai loro ruoli ma mantenendo gli uomini nei loro. Ha tolto gli svantaggi per le donne, ma per gli uomini è semplicemente un’altra forma di tradizionalismo.

Il collegamento con il tradizionalismo è che non è nemmeno necessario parlare di patriarcato (tipico costrutto femminista) per far pensare il lettore che lo stupro sia a maggioranza maschile; addirittura il patriarcato sembra diventare una conseguenza della maggiore forza maschile, vista come quella che “sottomette le donne”. Il femminismo quindi costruisce il suo costrutto identitario (la teoria del patriarcato) sopra l’essenzialismo di genere, sopra al determinismo biologico di origine tradizionalista.

Leggiamo infatti in “Può esistere lo stupro di una donna su un uomo?” del blog femminista Abbatto i Muri:

“Prende di mira un uomo di un metro e ottanta (anche di un metro e settanta se volete) come minimo e poi cosa fa? Lo insegue? […] Lui dice no e lei che fa? Come lo immobilizza e lo trascina in un luogo non frequentato?”

Come è evidente, qui si fa riferimento alla forza fisica in maniera essenzialista, come se fosse l’elemento cardine per permettere una violenza. L’aspetto psicologico della persona non esiste. Eppure sappiamo tutti che esistono persone anche molto alte, molto forzute, che non farebbero del male a nessuno, e persone basse o con poca forza che possono fare molto, molto male.
Noi rifiutiamo l’idea che la forza fisica sia l’origine della violenza, anche perché noi umani come specie dominiamo il pianeta, e non siamo assolutamente la specie più forzuta del mondo. Esistono maniere tramite cui questa piccola creatura che è l’essere umano ha potuto sovrastare bestie feroci molto più grandi e forti di lui. In che modo? Tramite gli oggetti, tramite armi proprie ed improprie, e tramite la dominazione. La dominazione non è una questione di forza, ma di volontà di predominio.

Poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai rispondere in maniera immediata o se hai il “difetto” di considerare i tuoi aggressori come esseri umani nel momento in cui devi reagire.
Moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere.

Sebbene sia vero che le donne hanno più paura degli uomini delle aggressioni, questo riguarda il pericolo potenziale. Quando il pericolo diventa effettivo, la reazione, comune a entrambi, è di freezing.
Come fai a sapere se avrai o no una reazione di freezing nel momento in cui ti puntano contro una lama?
A maggior ragione considerando che il freezing non sembra essere un’eccezione, ma la norma: nei casi di stupro sugli uomini addirittura l’87% non resiste all’attacco perché congelato dalla paura e dallo shock. Persino l’aver svolto un qualsiasi tipo di allenamento al combattimento o alle arti marziali prima dell’attacco non influenza il risultato.
[ Walker J, Archer J, Davies M. Effects of rape on men: a descriptive analysis. Arch Sex Behav. 2005 Feb;34(1):69-80.]

Se quindi ti freezi, a cosa ti serve la maggiore forza fisica? Cosa ci fai?

A maggior ragione, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.
Infatti le donne impiegano maggiormente oggetti o armi proprie o improprie rispetto agli uomini per sopperire alla minore forza fisica nell’aggressione contro gli uomini in ambito domestico. Simili strategie possono logicamente essere estese nell’ambito della violenza sessuale, quando effettuata con modalità che implichino la forza fisica.
Citiamo ad esempio McLeod, che, esaminando un insieme di dati di 6200 casi di violenza contro il coniuge nell’area di Detroit nel 1978-79, scoprì che gli uomini usavano armi il 25% delle volte mentre le donne le usavano l’86% delle volte (ciò significa che le donne compensavano la propria minore forza fisica usando un’arma, solitamente un oggetto domestico); il 74% degli uomini aveva riportato ferite e, tra questi ultimi, l’84% aveva necessitato di cure mediche. [McLeod M. (1984). Women against men: An examination of domestic violence based on the analysis of official data and national victimization data. Justice Quarterly, 1(2), 171–193.].
Inoltre, uno studio del 2004 sul Journal of Family Violence che comparava la gravità delle lesioni nei casi maschili e femminili di violenza domestica, fece notare come le donne usino maggiormente armi ed oggetti negli episodi di abusi sul partner e che ciò conduca a procurare ferite al proprio compagno altrettanto gravi di quelle fatte da uomini violenti verso le loro compagne. Cito:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.
[Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]

Il discorso sulla forza si rivela quindi l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per giustificare e perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.
Ruoli apparentemente tradizionalisti ma che il femminismo ci tiene a mantenere.
Per carità, poi è possibile che ci si creda realmente, ma sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro sesso come tale, non gli conferisce alcun superpotere e porta invece ad esporlo al pericolo senza alcuna effettiva tutela o protezione.

Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

Ecco dunque evidenziato come:
– la violenza non dipende dalla forza fisica, ma dall’ambito psicologico;
le donne usano armi proprie e improprie per sopperire alla minore fiducia nella loro forza fisica, mentre gli uomini usano maggiormente il proprio corpo per via di una maggiore fiducia nella propria forza fisica, il che rende le conseguenze fisiche dell’aggressione da parte di una donna pari a quelle da parte di un uomo;
la reazione di freezing impedisce alla quasi totalità degli uomini, in caso di pericolo concreto e non solo potenziale, di usare la forza fisica per difendersi;
– l’empathy gap, il doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore” e la paura di passare per l’aggressore in caso di violenza subita, impediscono ancora di più un’eventuale reazione di un uomo alla violenza di una donna.

Torniamo adesso all’articolo e notiamo come lo scenario immaginato dall’autrice sia proprio il classico vicoletto buio e lo stupro effettuato da uno sconosciuto. Ma come? Non erano proprio le femministe a dire che gli stupri erano attuati in prevalenza da conoscenti? E adesso che fanno, visto che vogliono negare lo stupro sugli uomini fanno tornare in auge il mito dello stupro in mezzo alla strada?
Infatti è risaputo che le aggressioni in strada di solito, visto il rischio di essere scoperti o che qualcuno chiami la polizia, implicano un’azione rapida come una rapina veloce per poi fuggire via, un’uccisione o un’aggressione fisica il più breve possibile, e non qualcosa di facile da scoprire e che richiede molto tempo come lo stupro, che richiede la durata di un intero rapporto sessuale.
E anche in questo ambito, sono gli uomini che subiscono maggiori aggressioni (e omicidi) per strada.
[Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.]

Infatti secondo numerosi studi, 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.
[Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.]

Dunque chiedersi come faccia una donna ad “abbordare la vittima” se uomo, è una domanda assai ignorante, visto che di norma gli autori di stupro conoscono già le loro vittime, e non si capisce perché quando le vittime sono uomini ciò dovrebbe essere diverso. Inoltre ogni interazione sociale può rappresentare per una stupratrice un modo per conoscere le sue potenziali vittime.

Continuiamo adesso con un’altra uscita ignorantissima. Cito:

“Come vuoi convincere il pene ad una erezione? Perché senza erezione lei non può farsi penetrare. Dunque? Lo manipola e trova zone erogene segrete?”

Solitamente avrei citato il come e il perché dell’erezione, ma voglio chiarire una cosa: lo stupro sugli uomini non necessita di un’erezione. Per illustrare meglio questo concetto, porterò l’esempio dello stupro effettuato da Amy Schumer, che ha violentato un ragazzo a cui l’erezione non è arrivata, ma spero che nessuno consideri quello che ha subito come qualcosa di diverso da una violenza sessuale.

Amy Schumer ha tenuto questo discorso al Gloria Awards and Gala dell’associazione femminista “Ms. Foundation for Women”. Vorrei porre attenzione sulla parte in cui la Schumer ha affermato: “io stavo qui, e volevo essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto. Volevo stare con lui”.
Ecco, lei aveva capito che lui non era in grado di acconsentire davvero, non era in grado nemmeno di stare bene in piedi (infatti dice che cercava di guardarla “di lato, come uno squalo”) – al punto che successivamente, mentre lo fanno, lui si addormenta più e più volte e cade addirittura dal letto – ma lei se ne frega. Lei voleva “essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto”. E questo anche facendo sesso con una persona che evidentemente non era in grado di acconsentire.

Riporto qui le parti salienti del discorso che fanno riferimento allo stupro:

“Finalmente, la porta si apre. E’ Matt, ma non davvero. Lui è lì, ma non veramente. La sua faccia è una specie di distorta, e i suoi occhi sembrano come se non si potessero concentrare su di me. In realtà sta cercando di vedermi di lato, come uno squalo. “Hey” urla, troppo forte, e mi dà un abbraccio, troppo forte. E’ fottutamente andato. […] Ma io stavo qui, e volevo essere tenuta e toccata e sentita desiderata, nonostante tutto. Volevo stare con lui. Ci immaginavo sul campus insieme, tenendoci per mano, dimostrando, “Guarda! Sono adorabile! E piaccio a questo ragazzo figo e più grande di me!”. Non posso essere la bambolina a forma di troll che temevo fossi diventata. […] Le sue dita si infilarono dentro di me come se avessero perso le chiavi lì dentro. E poi venne il sesso, e uso quella parola molto vagamente. Il suo pene era così soffice, sembrava come uno di quei cosi antistress che scivolano dalla tua mano? […] Iniziò a scendere su di me. E’ ambizioso, credo. E’ ancora considerato azzeccarci se il ragazzo cade addormentato ogni tre secondi e muove la sua lingua come un anziano che mangia la sua ultima farina d’avena? […] Lo scuotei per svegliarlo. “Matt, cos’è questo? Il suoundtrack di Braveheart? Puoi mettere qualcosa di diverso, per favore?” Si sveglia scontroso, cade sul pavimento, e striscia. […] Strisciò indietro nel letto, e provò a schiacciare a questo punto la sua terza palla nella mia vagina. Al quarto colpo, si arrese e si addormentò sul mio seno.

Questo non è stupro, forse? Anche se non c’è stata un’erezione? Sfido chiunque ad affermarlo. Questo è uno stupro. Su un uomo. E non è stata necessaria un’erezione per affermarlo.
E la sua stupratrice lo ha deriso pubblicamente per un’erezione che non è riuscito a sostenere, pur essendo cosciente che non era in grado di acconsentire per via del suo stato.

Per spiegare poi come sia possibile stuprare un uomo e quali meccanismi, oltre all’erezione, le stupratrici usano, ho stilato questo schemino, che cito:

“A chi dice che non è possibile che una donna stupri un uomo, spieghiamo noi in che modo è possibile:
1) ricatto o minaccia
2) alcol (ad esempio inducendo o approfittando di uno stato di alterazione alcolica tale che la persona non è in grado di dare il consenso)
3) droghe o farmaci
4) forza (sia fisica nel caso di maggiore massa che usando armi proprie o improprie nel caso di minore massa)
5) non rispettare il “no” dell’individuo e questi è freezato o per attitudine non reagisce (ma nemmeno dà il consenso) quando l’altra parte insiste e fa come le pare
6) come il #5 ma durante un rapporto già avvenuto, quando ad esempio si contratta di cambiare posizione e la vittima non consente ma l’altra parte va avanti comunque.

Se chiede invece in cosa consista, può essere:
1) stimolazione (orale, manuale o coadiuvata da sex toys) dei capezzoli
2) sesso orale (sia con sia senza erezione, sia di sé che dell’altra parte)
3) sesso manuale (mast..bazione all’altro e/o ricevuta, sia con sia senza erezione)
4) penetrazione vaginale con erezione spontanea
5) tentata penetrazione vaginale senza erezione spontanea
6) penetrazione anale con erezione spontanea
7) tentata penetrazione anale senza erezione spontanea
8) anilingus (sia ricevuto sia eseguito)
9) penetrazione ricevuta tramite dita, strapon, dildo, sex toys o altri oggetti
10) probabilmente molto altro, visto che il sesso è un argomento molto vasto, e quindi altrettanto vaste sono le possibilità di impiegarlo come strumento per fare violenza
.

Premesso dunque che non è necessaria l’erezione per parlare di stupro dato che è stupro anche il solo provare/maneggiare i genitali altrui senza il consenso dell’altro, numerosi studi hanno riscontrato che l’erezione è riflessogenica e che può avvenire anche in caso di rabbia, paura, terrore e altre emozioni sicuramente non positive.
In più c’è sempre la possibilità di far ingerire all’altro del viagra o farmaci simili.”

Anche altri femministi, rispondendo all’articolo originario, hanno evidenziato come gigolò e trans mtf nel giro della prostituzione riescano a fare sesso e ad ottenere erezioni anche con persone da cui non sono attratti e attratte. Cito:

Stefano scrive: “Certi maschi anche in caso di sottomissione e paura, con la stimolazione ripetuta possono ottenere un’erezione, le erezioni non sono semplici e uguali a tutti come sembra dire l’articolo.
Anche obbligarlo al sesso orale o inserendogli cose nell’ano è stupro, drogarlo o minacciarlo per sesso idem.
Non è detto che lei debba sottometterlo tutto il tempo con le sue mani, potrebbe anche riuscire legarlo o minacciarlo con tipo un coltello.
Ricordiamoci che gigolò e trans mtf nel giro della prostituzione la maggior parte delle volte fan sesso con gente che non gli attrae manco un po’ e riescono ad avere erezioni.”

E:

A chi dice che solo chi ha un pene può stuprare risponde Clare che dice: “//Solo chi ha un pene può stuprare// allora castrare gli stupratori funzionerebbe benissimo, mentre l’obiezione classica è che un violento castrato troverà altri modi per esercitare il suo desiderio di sopraffazione (oggetti, per dirne una?). Il nemico non è l’uccello, è il disprezzo per il consenso.”

Questo è un punto importante, il fatto che lo stupro non sia sinonimo di eccesso di desiderio sessuale, ma di sopraffazione dell’altro impiegando il sesso come mezzo. L’autrice invece cede proprio alla narrazione che lo stupro derivi da un approccio sessuale “standard”. Cito dal suo articolo:

“Prende di mira un uomo di un metro e ottanta (anche di un metro e settanta se volete) come minimo e poi cosa fa? Lo insegue? Gli dice “quanto sei bono, vieni con me che ti faccio vedere le stelle?”.”

E questa è una delle obiezioni principali alla simmetria di genere tra stupri uomo-su-donna e donna-su-uomo: l’idea che lo stupro segua il classico modo di funzionare del sesso normale. Molti si chiedono: “se gli uomini sono socializzati (o biologicamente portati, a seconda delle idee) a essere “cacciatori”, a fare più sesso, ad essere meno selettivi delle donne (la questione ipo/ipergamia), ad accettare di più un invito al sesso rispetto alle donne, come può esserci parità di violenza?”.

Questa idea però parte da un presupposto sbagliato: lo stupratore o la stupratrice come colui/colei che vuole sesso dalla sua vittima. In realtà se volesse solo sesso, non sarebbe uno stupratore: gli uomini che fanno molto sesso sono libertini, e l’essere libertini non porta a diventare automaticamente stupratori o a essere più propensi a diventarlo. Lo stupratore non cerca solo sesso: cerca sesso + voglia di controllare, dominare, umiliare o danneggiare l’altro. Quindi le volte in cui è in grado di appagare il bisogno di sesso sono meno “invitanti” ai suoi occhi rispetto alle volte in cui è in grado di appagare il bisogno di controllo e umiliazione dell’altro. Questo perché di fatto lo stupratore è un narcisista: non sceglie semplicemente in base all’attrazione fisica o psicologica, lo stupratore o la stupratrice scelgono in primo luogo in base alla possibilità di poter avere un dominio totale sull’altro, dominio questo espresso mediante la violenza. Mediante la violenza lo stupratore esalta sè stesso, vede sè stesso come potente, rafforza il suo narcisismo.

Che lo stupro sia correlato con il narcisismo è evidente da diversi studi. Ad esempio, secondo una ricerca del 2003, il narcisismo correlava positivamente con le credenze supportive dello stupro e negativamente con l’empatia verso le vittime di stupro, i narcisisti presentavano maggiore gradimento verso film che presentavano scene di stupro a seguito di scene di sesso consensuale ed erano maggiormente punitivi verso persone del sesso opposto che si rifiutavano di leggere loro ad alta voce passaggi testuali sessualmente eccitanti [Bushman, Brad J.; Bonacci, Angelica M.; van Dijk, Mirjam; Baumeister, Roy F. Narcissism, sexual refusal, and aggression: Testing a narcissistic reactance model of sexual coercion. Journal of Personality and Social Psychology, Vol 84(5), May 2003, 1027-1040.].

Un’ulteriore prova che mostra il collegamento tra volontà di nuocere mediante il sesso e stupro, e che non relega quest’ultimo a semplice “eccesso di desiderio sessuale” riguarda la castrazione. Difatti una review di diversi studi mostra che tra lo 0 e il 10% degli stupratori castrati reitera una violenza anche in questo stato, violenza che dunque non può essere più collegata a semplice desiderio sessuale [Weinberger LE, Sreenivasan S, Garrick T, Osran H. The impact of surgical castration on sexual recidivism risk among sexually violent predatory offenders. J Am Acad Psychiatry Law. 2005;33(1):16-36.]. Ci si aspetterebbe, se l’ipotesi “stupro come eccesso di desiderio” fosse vera, che il range di reiterazione dei soggetti non castrati fosse superiore al 10%, ma non è così: infatti il numero di stupratori NON castrati negli USA che reiterano è il 5,3%, perfettamente nella media di quelli castrati [Langan, P.A., Schmitt, E.L., & Durose, M.R. (2003). Recidivism of sex offenders released from prison in 1994. Bureau of Justice Statistics Special Report, November 2003, NCJ 198281. Washington, DC: U.S. Department of Justice.].

In aggiunta, uno studio che ha preso in considerazione i resoconti di 133 stupratori e 92 vittime riguardanti la motivazione dominante per gli stupri, ha trovato che tali crimini potevano essere distinti in “stupro di potere” (sessualità usata primariamente per esprimere potere) e “stupro di collera” (uso della sessualità per esprimere collera): non vi erano stupri in cui il sesso era la motivazione dominante, ma la sessualità era sempre a servizio di altri bisogni non sessuali [Groth AN, Burgess W, Holmstrom LL. Rape: power, anger, and sexuality. Am J Psychiatry. 1977 Nov;134(11):1239-43.].

Un’altra evidenza delle differenze tra stupro – ovvero una violenza consapevole – e un rapporto sessuale normale, è il fatto che esista una maggiore possibilità di essere nuovamente vittime (fenomeno chiamato “rivittimizzazione sessuale”) o di diventare autori di stupro (sebbene la maggioranza delle vittime non lo diventi) in caso di violenza sessuale subita, il che ci suggerisce che essa sia un pattern di interazione sessuale violenta, e non una semplice questione di “opportunità” , e che dunque i criminali, uomini e donne, cerchino una vittima, piuttosto che una persona disponibile al sesso, che probabilmente non troveranno altrettanto interessante ai loro occhi.

Quindi, come abbiamo visto, la questione domanda-offerta sessuale non si pone nel caso dello stupro, in quanto pattern di interazione sessuale violenta e non semplice sesso.

Per questo motivo una stupratrice, al pari di uno stupratore, troverà più attraente ai propri occhi:
– persone che non provano attrazione per lui/lei;
– pratiche sessuali a cui anche le persone che provano attrazione per lui/lei non aconsentono;
– fare sesso nei momenti in cui l’altro non ne ha voglia (momenti che – obiettivamente – esistono per tutti).

Il tutto al fine di aumentare il proprio narcisismo: forzare l’altra persona alimenta l’idea di potenza e di controllo che lo stupratore associa o vuole associare a sè, in maniera assolutamente narcisistica.
La vittima diviene riflesso della sua potenza e ciò rafforza il suo ego.

Tornando alle tre variabili, l’unione di esse fa sì che la differenza tra domanda e offerta che normalmente è presente nelle relazioni sessuali consenzienti appaia in questo caso insignificante.

D’altra parte, la memoria di questa differenza tra domanda sessuale e offerta nelle relazioni consensuali fa sì che anche nei casi in cui non si applica, come quello dello stupro, vengano valutati alla luce di tale modello. Per questo motivo gli uomini stuprati da donne vengono giudicati maggiormente delle donne stuprate da uomini.

Adesso che abbiamo approfondito il tema stupro-come-violenza e quello della castrazione, torniamo all’erezione.

Come affermato in precedenza, infatti, anche se non è in erezione, cercare di avvolgere il pene di un uomo con la propria vulva senza che lui dia il consenso è stupro.
In fondo una persona che “lavora” con i genitali di un’altra nel mezzo di un’attività sessuale sta già compiendo una violenza, che poi tale atto porti o meno ad un’erezione o ad un orgasmo non lo rende meno violenza.

In realtà però l’erezione è molto facile da mantenere in caso di violenza o di stato di intossicazione. Partiamo da questo, infatti molte persone erroneamente credono che non si possa ottenere un’erezione se l’uomo è ubriaco.

Cito ad esempio da un articolo del 2004:

“Reported American cases have, to some extent, acknowledged that a man is able to sustain an erection during unwanted sexual contact. For example, in State v. Karlen, 166 the Supreme Court of South Dakota interpreted a sexual encounter as non-consensual when a man performed fellatio upon another man to the point of ejaculation when the victim had been asleep and/or passed out. The Massachusetts court of appeals held similarly in Commonwealth v. Tatro, 167 where the victim dozed off and/or passed out and subsequently awoke to find the defendant performing fellatio on him.
[…] these cases […] recognize that a victim can sustain an erection during unwanted sexual touching, […] the alleged consent was induced by fraud, drugs, or alcohol.
[Siegmund Fred Fuchs. Male sexual assault: issues of arousal and consent. Cleveland State Law Review 51:93–121, 2004.]

Un altro articolo, del 2011, afferma: “This review supports the idea that men often experience involuntary erections or ejaculations during a sexual assault and that these responses do not signify consent by the victim.”
Voglio sottolineare l’often, spesso. Non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno diffuso.
Cito ancora dallo stesso paper:
Many male victims, either because of physiological effects of […] direct stimulation by their assailants, have an erection, ejaculate, or both during the assault. This is incorrectly understood by assailant, victim, the justice system, and the medical community as signifying consent by the victim. Studies of male sexual physiology suggest that involuntary erections or ejaculations can occur in the context of nonconsensual […] sex. Erections and ejaculations are only partially under voluntary control and are known to occur during times of extreme duress in the absence of sexual pleasure. Particularly within the criminal justice system, this misconception, in addition to other unfounded beliefs, has made the courts unwilling to provide legal remedy to male victims of sexual assault, especially when the victim experienced an erection or an ejaculation during the assault.”
[Clayton M. Bullock and Mace Beckson. Male Victims of Sexual Assault: Phenomenology, Psychology, Physiology. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law Online April 2011, 39 (2) 197-205.]

E i casi dove l’uomo è ansioso? Può un uomo ansioso (e si presuppone che uno stupro crei ansia) avere un’erezione? Un paper del 2011 conferma di sì. Cito:

“Studies have show that increased anxiety is associated with premature or spontaneous ejaculation, and there is a notable body of literature, going back to Freud, on the association of anxiety-provoking situations with erections and ejaculation. Men and boys have been described as having spontaneous ejaculations in response to several exciting or anxiety-provoking stimuli, including during examinations and public performances or when experiencing fear of being punished or fear of not being able to finish tasks. Several case reports describe individuals who have spontaneous ejaculations during times of extreme anxiety or even during panic attacks. Premature ejaculation is a common sexual dysfunction in male socially phobic patients, and one study found that 9 of 19 patients studied retrospectively had this complaint. Anxiety seems to facilitate erections in men. For example, a 1983 study of male volunteers found that the threat of contingent shock while the volunteers watched an explicitly erotic video produced the highest penile tumescence. “If anything, anxiety stimulates sexual arousal” (Ref. 55, p 242). In an excellent collection of case reports, Sarrel and Masters describe several cases of men forcibly sexually assaulted, who nevertheless maintained erections and ejaculated during the assault. This includes one case of a 27-year-old who was drugged, taken to a motel room, tied to a bed, and gagged. He was forced to perform coitus with four different women repeatedly over the course of more than 24 hours. At one point between coital episodes, he was threatened with castration and a knife applied to his scrotum when he experienced difficulty having an erection. He was able to have a full erection after rest periods. Kinsey concluded, “The record suggests that the physiologic mechanism of any emotional response (e.g., anger, fright, and pain) may be the mechanism of sexual response.”
[Clayton M. Bullock and Mace Beckson. Male Victims of Sexual Assault: Phenomenology, Psychology, Physiology. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law Online April 2011, 39 (2) 197-205.]

Proprio questo caso è esemplare. Sarrel e Masters parlano di un 27enne che è stato drogato, portato in una stanza di un motel, forzato a fare sesso con 4 diverse donne ripetutamente nel corso di più di 24 ore, con minacce di castrazione e con un coltello puntato al suo scroto quando aveva difficoltà ad avere un’erezione. Eppure, nonostante questo, è stato in grado di avere erezioni dopo dei periodi di riposo tra un rapporto e l’altro.

Lo studio di Sarrel e Masters afferma categoricamente, quindi che “la convinzione che sia impossibile per i maschi rispondere sessualmente quando sottoposti a molestie sessuali da parte di donne è contraddetta. L’erezione può verificarsi in una varietà di stati emotivi, tra cui la rabbia e il terrore [Sarrel PM, Masters WH. Sexual molestation of men by women. Arch Sex Behav. 1982 Apr;11(2):117-31.].
Similmente, un articolo del 2004 sul Journal of Clinical Forensic Medicine afferma che: “La review esamina se la stimolazione sessuale non richiesta o non consensuale sia di femmine che di maschi possa portare ad eccitazione sessuale indesiderata o addirittura a raggiungere l’orgasmo. La conclusione è che tali scenari possono verificarsi e che l’induzione di eccitazione e l’orgasmo non indicano che i soggetti abbiano acconsentito alla stimolazione. La difesa dei perpetratori costruita semplicemente sul fatto che la prova di un’eccitazione genitale o dell’orgasmo dimostri il consenso non ha validità intrinseca e deve essere ignorata[Levin RJ, van Berlo W. Sexual arousal and orgasm in subjects who experience forced or non-consensual sexual stimulation — a review. J Clin Forensic Med. 2004 Apr;11(2):82-8.].

Riassumendo, quindi:
– l’erezione non è necessaria perché un uomo possa essere stuprato, anche solo provare a forzarlo a penetrare è uno stupro;
– l’erezione si verifica anche in caso di paura, rabbia e terrore (studio di Sarrel e Masters);
– l’erezione si verifica anche in caso di ubriachezza o intossicazione da alcol o sostanze (studio di Siegmund Fred Fuchs);
– l’erezione si verifica anche in caso di ansia (studio di Bullock e Beckson);
– l’erezione si verifica SPESSO in caso di violenza (anche qui Bullock e Beckson);
– l’erezione si verifica anche nell’eventualità dell’impiego di forza e minaccia di violenza grave, come il caso del 27enne forzato a fare sesso con 4 diverse donne ripetutamente nel corso di più di 24 ore con minacce di castrazione e con un coltello puntato al suo scroto.

Un aspetto spesso taciuto della questione stupro-sugli-uomini ed evidenziato in un articolo del 2018, è l’interazione tra violenza sessuale e violenza sui minori. Il paper riporta la testimonianza di un uomo che, vittima di violenza sessuale da parte della moglie, doveva sottostare ai suoi abusi perché lei lo minacciava di fare del male ai figli. Cito:
“One man disclosed that threats were made by his partner toward his children; “[she] threatened to abandon [the] children or hurt them…when I refused sex.”

Lo stesso studio, dimostra un ampio uso da parte delle stupratrici della forza fisica, e, secondo l’autrice: “the findings highlight that more effort needs to be put into dispelling the stereotype that women cannot and do not use force when compelling men into penetration and, more broadly, the myth that women do not “have the size, strength, or ability to physically force a man to have sexual contact” (Struckman-Johnson & Anderson, 1998, p. 11). This is a damaging stereotype that is likely to negatively impact upon reporting rates and criminal justice and societal responses to this form of sexual violence.”
Questo paper, oltre ad evidenziare i classici tipi di violenza sessuale (coercizione verbale con minacce e ricatti, intossicazione con alcol e sostanze, uso della forza fisica, ecc.), rivela che esistono alcune strategie “di genere” che le donne stupratrici usano. Si tratta di “strategies where women are aware of, and take advantage of, their gendered roles and experiences, qua women.”
Queste strategie prendevano due forme diverse: minacce riguardanti false accuse di stupro, e lo sfruttamento del ruolo di madri per interferire nella relazione padre-figlio.
Per quanto riguarda il primo tipo, l’autrice ci tiene a far capire che esso è indipendente dall’ambito giudiziario e dalla prevalenza nei tribunali di false accuse, e che riguarda più un ambito sociale, dunque l’effettiva prevalenza delle false accuse che arrivano in tribunale non va a intaccare l’esistenza di questa strategia di violenza. Cito:

“it is suggested that a strategy involving the threat of a false allegation is one that is likely to have maximum impact when used by a woman because of existing legal and social definitions and understandings of sexual violence, i.e., men as perpetrators and women as victims. Therefore, while the same threats of a false rape allegation could be made by a man in respect of a woman, the woman concerned may not believe there would be real consequences for her as a result. For men, however, the potential for such a threat to become a reality may be particularly coercive because of the damaging consequences that could occur. It is true that there are undoubtedly still issues around women who report sexual violence being believed (see, e.g., Bahadur, 2016; Jordan, 2004). However, a report of rape is (quite rightly) expected to at least involve a police investigation and, depending on the available evidence, potentially a criminal trial. There is also likely to be a substantial amount of emotional distress experienced by a man under investigation in the context of a false allegation due to the potential stigma and reputational ruin associated with being considered a “rapist” (Levitt & Crown Prosecution Service Equality and Diversity Unit, 2013; Wells, 2015). Societal perceptions around sexual violence perpetrators are only likely to enhance this further, with recognition of men as perpetrators and women as victims much more common than any other victim–perpetrator paradigm (Weare, 2018).”

Per quanto riguarda la seconda strategia, invece: “men reported women exploiting their roles as mothers or mothers-to-be, for example by threatening to negatively interfere in the men’s relationships with their children, harming the fetus while pregnant, or terminating the pregnancy. Seven men reported this strategy being used against them; for example: “[s]aid that she would stop all access to see my children” and “said she’d get an abortion if I didn’t have sex with her. […] In the context of the findings presented here, there is evidence that some women use their roles as mothers as a coercive strategy in relation to compelled penetration. In doing so, it appears that they are creating and exploiting a power hierarchy where they use their gendered role as mothers to solidify control over men’s behavior and coerce them into intercourse. ”

[Weare S. From Coercion to Physical Force: Aggressive Strategies Used by Women Against Men in “Forced-to-Penetrate” Cases in the UK. Arch Sex Behav. 2018 Nov;47(8):2191-2205.]

A proposito della prevalenza, nonostante abbiamo già riportato moltissimi studi in numerose situazioni, aggiungiamo un recente studio del 2018, che mostra come la violenza sessuale delle donne sugli uomini sia un fenomeno con differenze di genere non significative, e che riporta come tale risultato sia in linea con le precedenti ricerche:

“The overall rates of victimization did not differ significantly between men and women. Perpetration rates […] did not differ significantly in the 12 months between T1 and T2. […] Overall, the two gender groups showed more similarities than differences in the extent to which they reported victimization and perpetration, similar to previous studies (D’Abreu, Krahe ́, & Bazon, 2013; Hines, Armstrong, Reed, & Cameron, 2012; Krahe ́et al., 2015).”

[Tomaszewska P, Krahé B. Predictors of Sexual Aggression Victimization and Perpetration Among Polish University Students: A Longitudinal Study. Arch Sex Behav. 2018 Feb;47(2):493-505.]

Abbiamo quindi visto come la violenza fisica sia effettivamente impiegata anche dalle donne, come la prevalenza dello stupro sugli uomini sia pari a quella dello stupro sulle donne, e infine come alle strategie classiche si aggiungano specifiche strategie “di genere” per costringere gli uomini a fare sesso contro la loro volontà, incluse minacce di violenza nei confronti dei figli, di impedire il contatto con il loro padre e minacce di false accuse di stupro.

Sperando di aver risposto a chi chiedeva “come è possibile stuprare un uomo?”, concludo qui l’articolo e ringrazio tutti per avermi seguito fino a qui nella lettura.

Un caro saluto,
[A.]

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Le donne ostacolano il diritto all’aborto tanto quanto gli uomini

A seguito della legge anti-abortista dell’Alabama che impedisce l’aborto anche nei casi di incesto e stupro, si è riaffermata la narrazione femminista su come sia “colpa degli uomini per tutte le leggi antiabortiste” e “se gli uomini avessero potuto abortire, l’aborto sarebbe stato legale da sempre” (frase assurda, anzi, vera e propria follia, considerando che avviene invece proprio l’opposto: i diritti riproduttivi femminili sono legali mentre quelli maschili, come la rinuncia di paternità, no). Vi sono addirittura foto come questa, che recita: “Il 77% dei leader anti-aborto è composto da uomini. Il 100% di loro non resterà mai incinta”:

La cifra non ha fonte, e sembra inventata, non sappiamo quindi se sia vera o meno. Eppure, anche se lo fosse, sappiamo che esistono, a causa dei ruoli di genere, differenze nella scelta dei lavori, e quello di politico, che sia politico parlamentare o leader di un movimento politico, è un lavoro a maggioranza maschile. Essendo perciò un fattore trasversale all’intera classe politica, è la maggiore presenza degli uomini in politica che renderebbe gli uomini il 77% dei leader anti-aborto (sempre se tale cifra risultasse vera), e non la maggiore o minore percentuale di antiabortisti tra gli uomini o tra le donne nella popolazione generale, come invece si lascia ingannevolmente intendere.
Andando a vedere infatti come si divide l’opinione della popolazione in generale, possiamo comprendere quanto le responsabilità per l’esistenza dell’antiabortismo siano divise tra i sessi.
In questo modo possiamo notare come le donne siano responsabili quanto gli uomini nella creazione e nella perpetuazione del sistema che ostacola il diritto all’aborto.

Prima di tutto, però, chiediamoci: perché questo tema ci interessa così tanto? Non è forse una questione marginale? Le femministe in fondo hanno sempre parlato contro certe donne che si oppongono all’aborto.
E’ vero, ne hanno parlato, ma ne hanno sempre parlato come di una minoranza. La fetta maggiore di responsabilità, la colpa, l’hanno sempre attribuita agli uomini.
Ovviamente dimostrare che le donne non siano solo una piccola minoranza ma abbiano la stessa identica responsabilità degli uomini nel creare il sistema antiabortista si inserisce nel dibattito tra la visione del mondo femminista, che poggia sulla Teoria del Patriarcato (la quale afferma che gli uomini siano oppressori del genere femminile), e la nostra visione del mondo, che si basa sulla Teoria del Bisessismo, secondo la quale il sistema di genere sarebbe sostenuto in maniera paritaria tra uomini e donne: uomini e donne sarebbero ugualmente co-carnefici e co-creatori del sistema dei ruoli di genere, che quindi non potrebbe più logicamente essere denominato “patriarcato”, perché gli uomini contribuirebbero ad esso nella stessa misura delle donne.

Ovviamente vi sono questioni specifiche in cui un’adesione paritaria non sussiste, ma si tratta solitamente di casi molto poco rilevanti nel dibattito pubblico: nelle questioni di genere risulta invece spesso presente una sostanziale adesione del genere femminile anche nella stessa negazione dei propri diritti, equivalente o addirittura maggiore rispetto alla percentuale maschile. Ad esempio, nel 1895, alle donne del Massachusetts fu chiesto dallo stato se desiderassero il suffragio. Delle 575.000 donne votanti nello stato, solo 22.204 si presero il disturbo di depositare in una scheda elettorale una risposta affermativa a questa domanda. Cioè meno del 4% desiderava il voto; mentre all’incirca il 96% delle donne era contrario al suffragio femminile o indifferente ad esso.

Ovviamente, considerato ciò, descrivere la percentuale di donne antiabortiste come “una piccola minoranza” risulta ingannevole e fuorviante, servendo semplicemente ad alimentare il sentimento di odio verso il genere maschile.

Vox ci ha mostrato che numerosi sondaggi hanno infatti evidenziato come le opinioni sull’aborto tra uomini e donne non cambino di molto tra loro.
Un sondaggio di PerryUndem e Vox che ha provato a catturare le diverse idee americane sull’aborto ha sottolineato che gli statunitensi tendono a non usare i termini “pro-vita” e “pro-scelta” in maniera rigida: certe volte non li vedono neanche in maniera mutualmente esclusiva (ritroviamo infatti le opzioni “entrambi” e “nessuno dei due”). Inoltre ha mostrato che uomini e donne hanno la stessa probabilità di descriversi come “pro-scelta”, mentre le donne hanno leggermente più possibilità degli uomini di descriversi come “pro-vita”:

Altri sondaggi che hanno fatto domande diverse hanno raggiunto conclusioni sostanzialmente simili. Nei dati, divisi per anni e serie temporali, condotti dall’agenzia di analisi Gallup, le donne hanno leggermente più probabilità di dire che l’aborto dovrebbe essere legale in tutte le circostanze, ma anche leggermente più probabilità di affermare che l’aborto non dovrebbe essere legale in nessuna circostanza.

E questo non è solo un capriccio della politica americana. Pew ha effettuato una grande comparazione internazionale che mostra quante persone, in tutti i Paesi, ritengono che l’aborto dovrebbe essere legale “in tutti o nella maggior parte dei casi”. Ha trovato divari di genere (e neanche qui così enormi; senza contare poi che non ha valutato il divario di genere su chi pensa che l’aborto dovrebbe essere sempre o quasi sempre illegale, aspetto che nel precedente sondaggio dava anch’esso una maggioranza femminile) solo in una manciata di Paesi come l’Armenia e il Portogallo, ma la situazione dei restanti Stati è che le differenze tra uomini e donne nel sostegno all’aborto in ogni caso o in quasi ogni caso non siano significative.

Eppure, nonostante questi dati, vi sono articoli come “Every Senate Vote for Alabama’s Abortion Ban Was From a White Man” di HuffPost, che mirano a identificare il nemico non nel sentire comune di donne e uomini antiabortisti, con una responsabilità condivisa di entrambi i generi, ma solo ed esclusivamente negli uomini.

Cito in proposito un’osservazione che gli amministratori di Hombres, género y debate crítico hanno fatto a queste asserzioni:

“Questo articolo offre l’impressione che la legge anti-abortista dell’Alabama sia una cospirazione maschile per controllare i corpi delle donne. “Tutti i voti al Senato per la legge erano di uomini bianchi.” Ma è così? Vediamo i dettagli.

Come indica lo stesso articolo, vi sono 27 senatori repubblicani. 25 hanno votato a favore, le restanti due, donne, si sono astenute. Coloro che hanno votato contro erano tutti democratici. L’allineamento politico ci dice più del sesso nel votare?

Il promotore della legge, che ha avuto inizio nella Camera dei rappresentanti, è Terri Collins, donna e repubblicana. La governatrice che ha firmato la legge (avrebbe potuto porre il veto o lasciarla passare senza la sua firma), anche, Kay Ivey.

Se analizziamo i voti nella Camera dei Rappresentanti, vedremo che sette donne hanno votato a favore della legge, mentre una donna ha votato contro. Ancora una volta, gli allineamenti politici sono più importanti del sesso. Ripeto, 7 a 1.

E possiamo anche vedere nel link precedente per notare che quelli che hanno votato “no” alla legge erano due uomini e una donna.

Al contrario, coloro che hanno affermato che le leggi statali che proibivano l’aborto erano incostituzionali nel caso Roe v. Wade erano tutti maschi. Sì, era il 1973, quindi anche questo è molto sorprendente per la narrativa femminista delle donne che al tempo avrebbero “lottato contro il sistema maschile”. Sistema che invece, come notiamo, non era responsabilità unicamente maschile.

Quello che intendo concludere è che non si tratta di uomini contro donne, ma di opposte posizioni ideologiche. Niente di nuovo sotto il sole.


La votazione nella camera dei rappresentanti:

https://legiscan.com/AL/rollcall/HB314/id/855346

Fingere l’auto-difesa per non finire in carcere: come le donne violente riescono a farla franca

“Mentire è un mezzo elementare di auto-difesa”

Purtroppo sembra che non si possa parlare dell’atteggiamento generale che le persone hanno verso determinate notizie senza dover parlare anche delle notizie in sé. Invece io vorrei parlare proprio di questo, della *reazione* alla notizia sulla (presunta) legittima difesa da parte della figlia patricida, non tanto del caso di cronaca in sé. La riflessione che sto per fare avrebbe quindi senso anche se si trattasse effettivamente di legittima difesa, perché riguarda quello che la gente pensa dell’evento e i meccanismi con cui si formano le loro opinioni a caldo, piuttosto che l’evento stesso.

Partiamo dal fatto che la nostra società ormai è una società la cui percezione è governata dai media. Non andiamo a vedere le statistiche degli eventi, ma prendiamo quei due-tre casi di cui il TG può parlare e li estendiamo per analogia e bias di conferma alle altre migliaia di casi simili. Questo fa sì che anche l’opinione della gente si modifichi in base a cosa vada di moda in quel momento tra i TG, per cui in passato il pericolo sembravano essere gli albanesi e tutti giù a dar contro agli albanesi, poi sono apparse le notizie sui romeni e tutti giù a dar contro ai romeni e così via. Per carità, può capitare che una maggiore attenzione del TG a un tema piuttosto che a un altro sia specchio della sua maggiore presenza, ma non è automatico. Ad esempio per un certo periodo i TG si erano focalizzati sulle morti per parto, quando le statistiche ci dimostrano che rappresentano lo 0,qualcosa% del totale. Eppure, a sentire loro, sembrava di essere tornati all’Ottocento.

Il problema quindi è anche come una notizia viene presentata, e a cosa venga data maggiore enfasi. Nel caso in cui i TG diano enfasi all’autodifesa, quello che mi viene spontaneo chiedere è: “perché nessuno testa questa ipotesi? Perché nessuno dice ‘hey ma come facciamo a fidarci delle parole dell’assassina? È evidente che abbia conflitti d’interesse'”. Perché nessuno si chiede: “cosa dice l’autopsia? Conferma o disconferma questa versione?”. Perché, nel caso in esame, gli esami autoptici non vengono esaminati prima delle dichiarazioni delle assassine? Perché le dichiarazioni delle assassine vengono viste in automatico come vere? Perché non parliamo di lui come vittima (essendo morto per mano della donna, che ha ammesso l’atto), ponendo enfasi sul dato che tutti confermano (ovvero che sia stato ucciso da lei) e solo nel caso, qualora l’autodifesa venisse a galla (dato non ancora confermato né analizzato), rovesciare questa descrizione? Perché la dichiarazione della persona con maggior conflitto d’interessi deve valere quanto il dato fattuale dell’uccisione, prima ancora che tale dichiarazione sia stata valutata? Perché il fatto che una persona sia stata violenta in passato rappresenta, nel caso delle donne che uccidono gli uomini, la prova che lei si sia solo difesa, mentre nel caso degli uomini che uccidono le donne, la prova che lui non fosse veramente vittima e che fosse anzi lui il vero abusante?Tornando al caso in esame, perché non si pensa a quanto le dichiarazioni di autodifesa coincidano o meno con i danni ritorvati sul corpo del padre e su quello della figlia? Perché nessuno pensa “ah ma come mai la coltellata è avvenuta in quel punto piuttosto che in quest’altro? Questo punto, nella dinamica del litigio, è più probabile che venga preso nei casi di autodifesa o si sposa più con la ricostruzione di un atto deliberato di violenza di lei verso lui?”

Non c’è nessuna riflessione di questo tipo nel dibattito pubblico. Non viene proprio in mente. La potenza dell’enfasi posta dai TG sull’autodifesa, del suo DARE PER SCONTATO che sia così, è più forte dell’evidenza dei fatti. La portata della narrazione corrente ha un peso maggiore rispetto alla meticolosità e alla giusta analisi delle prove.

Eppure, se mezza Italia ha paura che una legge permissiva sulla legittima difesa contro chi ti entra in casa possa portare a omicidi per vendetta camuffati da autodifesa, come mai nessuno pensa che ciò possa avvenire, che anzi ciò sicuramente avvenga, in molti casi di donne che ammazzano uomini?

Considerato tutto ciò, è evidente come il modo in cui tutti i media riportano questa e altre notizie di uccisioni di uomini da parte di donne, i commenti dei giornalisti e quelli della gente, rappresentino un esercizio spaventevole di bias ginocentrico. Quella ragazza potrebbe tranquillamente essere un’assassina e per la gente è diventata una santa, solo per via dell’enfasi data dai TG, e non certo per esiti dell’autopsia che confermassero o meno la versione della donna.

E questo è possibile dirlo indipendentemente dalla vicenda in sé. Perché non parliamo del caso ma della reazione da parte della popolazione, del doppio standard nella valutazione. Non importa se sia o meno realmente autodifesa, ma PERCHÉ e IN BASE A COSA la gente pensi in automatico che lo sia.Questo, questo è spaventoso. Questo è terribile. Questo è da cambiare.

[A.]

PS: Chi commenterà “fate attenzione, secondo me è stata legittima difesa perché…” riceverà in omaggio un bello zero spaccato in comprensione del testo.

Intervista a Santiago Gascó Altaba, autore del libro “La grande menzogna del femminismo”

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  1. “Un’opera titanica di contro-narrazione della Storia e dell’attualità” recita la retro copertina. Un’opera vasta?

Necessariamente. I protagonisti dell’opera sono il femminismo e, naturalmente, il suo antagonista, il patriarcato. Cos’è il patriarcato? Per esplicita ammissione, il patriarcato è ovunque ed “è tutto”: la Storia, la psiche, la politica, il sesso, l’amore, la famiglia… Chi vuole discutere di femminismo è dunque obbligato a discutere di “tutto”.

  1. C’è un punto di partenza?

Il punto di partenza è la definizione del termine femminismo. E non è un punto di poco conto. È un punto fondamentale. Solo una corretta comprensione e definizione del termine femminismo permette di addentrarsi oltre, di analizzare criticamente quel “tutto” appena accennato mediante una selezione accurata tra infiniti argomenti: Adamo ed Eva, la caccia alle streghe, il suffragio universale, le quote rosa, la violenza di genere, il sessismo nella lingua, l’eterno femminino, l’aspettativa di vita, le torture, i suicidi, il matrimonio, …

  1. Cos’è il femminismo?

Cosa non è il femminismo? È più facile iniziare al contrario.

Intanto il femminismo non è parità. Tutti i dizionari del mondo (tutti!) associano il termine femminismo al termine parità. La parola parità è presente in tutte le definizioni, parità di diritti (non di doveri!).

Il femminismo sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti delle donne ai diritti degli uomini.

Il femminismo non sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti degli uomini ai diritti delle donne.

Trovate qualcosa di paritario nelle due premesse soprastanti? La parità si definisce per sé, senza bisogno di qualifiche. Quando è necessario specificare il “tipo di parità” – delle donne verso gli uomini, non degli uomini verso le donne –, allora non è più parità.

L’incontro di Seneca Falls negli Stati Uniti nel 1848 segna, per la maggior parte delle storiche femministe, la nascita del movimento femminista associativo. Da quella data fino ad oggi è trascorso più di un secolo e mezzo e centinaia di migliaia di iniziative, campagne, rivendicazioni, manifestazioni del movimento femminista a favore dei diritti delle donne. Dal 1848 fino ad oggi, quante sono state le iniziative, campagne, rivendicazioni o manifestazioni del movimento femminista a favore esclusivo di un qualsiasi diritto dell’uomo? Voi ne conoscete qualcuna? Allora, dove risiede la parità?

(Menzione a parte, in questi ultimi anni, meritano i permessi di paternità. Introdotti per richiesta anche da una parte delle associazioni femministe, ad esempio in Spagna, le loro intenzioni non erano quelle di parificare i diritti ma, per esplicita ammissione, si cerca di decostruire l’uomo patriarcale, s’incoraggiano le cure domestiche per favorire lo sviluppo professionale delle donne).

  1. Se ho capito bene, il femminismo sarebbe la dottrina che stabilisce che gli uomini non hanno bisogno di diritti perché li hanno già conquistati tutti?

Sì, ma manca ancora un altro pezzo nella comprensione del termine femminismo.

Oggi il femminismo, come il patriarcato, è “tutto”. Molte storiche femministe hanno augurato esplicitamente la distruzione delle religioni, oppressive e patriarcali, eppure esistono anche la teologia femminista e le femministe teologhe. Per la dignità del corpo delle donne manifestano a braccetto suore e prostitute, tutte femministe. Nella storia del femminismo e ancora oggi ci sono femministe regolamentariste e femministe abolizioniste della prostituzione, femministe con velo e femministe anti-velo, femministe abortiste e femministe anti-abortiste, pro-sufragio femminile e anti-sufragio femminile, comuniste e borghesi, nudiste e pudiche, socialiste e capitaliste, femministe dell’eguaglianza e femministe della differenza, … Al di là dell’esistenza di qualsiasi programma razionale e articolato, tutte si dichiarano femministe.

Di questa eterogeneità abbiamo tutti conferme, quando nelle interviste, le stesse femministe, per giustificare posizioni contrapposte o comportamenti non condivisi, affermano che esistono “molti femminismi”. Anche la stessa storiografia femminista è divisa in ondate diverse (tre o addirittura quattro, secondo le fonti che si adoperano), e, malgrado le proprie contraddizioni in alcuni casi anche interne, tutte si dichiarano femministe.

Questo permette a tutti di avvicinarsi al femminismo in maniera confortante, aderiamo a quello che ci compiace e scartiamo quello “sbagliato”. “Io sono femminista della prima ondata, io invece femminista della terza ondata, io sono femminista abolizionista, io invece femminista liberale…”. Tutti femministi e tutti contenti.

  1. Un femminismo alla carta?

In pratica sì. Siamo di fronte a un grossolano gioco ermeneutico, una semplice creazione di sistemi o gruppi di linguaggio ma anche di valori, che ci permette a tutti di poter scegliere tra un femminismo conveniente e uno sconveniente. All’interno di questo gioco esiste sempre un femminismo corretto, un “femminismo moderato” e un femminismo sbagliato, un “femminismo radicale” o violento.

In questa maniera il termine Femminismo è sempre in salvo, inattaccabile, perché ci sarà sempre un femminismo conveniente, un “femminismo buono”.

Questa è una grande sciocchezza.

Le ideologie non si giudicano per la loro applicazioni, ma per i loro pochi dogmi, fondamentali, intorno ai quali aderiscono tutti gli accoliti. Non esiste un nazismo buono e uno cattivo, un comunismo buono e uno cattivo, un suprematismo bianco buono e uno cattivo, … Sono le ideologie, in toto, con i suoi dogmi, che sono buone o cattive.

Dopo questa lunghissima premessa, ritorniamo alla domanda: « cosa accomuna Lagarde o la Clinton alle attiviste del festival antisistema “Femminismo grasso, postporno e punk”? »

  1. Infatti, cosa accomuna la femminista Christine Lagarde, Direttore del Fondo Monetario Internazionale, e le femministe antisistema?

Siamo nel cuore della questione. Quale dogma comune spinge tutte queste donne a dichiararsi femministe e compagne di lotta? Io l’ho chiamato Principio Assiomatico Assoluto. Mi permetto di usare qualche frase del mio libro: « Tutto il movimento di liberazione è basato sull’assunto che la donna sia oppressa e che sia l’uomo a opprimerla. Su questo binomio, “donna-vittima/uomo-carnefice”, incisivo e chiaro, è stato eretto il più importante e influente edificio ideologico dell’ultimo mezzo secolo. Possiamo denominarlo “Principio Assiomatico Assoluto” »

Questo Principio Assiomatico Assoluto è una costante nella dottrina femminista, in ogni rivendicazione, in ogni manifestazione: donna vittima, uomo colpevole. Dunque, il femminismo si può definire molto più correttamente come “ideologia che promuove la liberazione delle donne dagli uomini” che come “ideologia che promuove la parità”.

Il mio lavoro vuole vagliare criticamente questo Principio che ci assegna il ruolo di vittima o di carnefice a seconda del sesso. Ma questo Principio è troppo generico per essere vagliato. A questo punto ho individuato quattro dogmi femministi più specifici e da questi è iniziata la mia disamina.

  1. Quali sono questi quattro dogmi?

« Primo dogma: Nel corso di tutta la Storia e in tutte le società la donna ha vissuto oppressa dall’uomo sotto una struttura sociale denominata patriarcato. La donna è la vittima della Storia, l’uomo il suo oppressore.

Secondo dogma: Attualmente la donna continua a subire discriminazione e oppressione, frutto di una eredità e di una struttura storica, che la colpisce in ogni ambito, in ogni attività e in ogni paese del mondo. Il dominio maschile è esercitato tanto nell’ambito sociale – la chiesa, la scuola, lo stato – come nell’unità domestica. Oggigiorno la donna è la vittima, la società maschilista il suo oppressore.

Terzo dogma: Femminismo dell’uguaglianza. Donna non si nasce, si diventa. Il sesso (il corpo) si eredita, il Genere (la psiche) si costruisce. Le strutture mentali femminili sono un prodotto dell’educazione storica (patriarcato) e sociale. È necessario destrutturare le “costruzioni sociali patriarcali” (famiglia, religione, scienza, linguaggio).

Quarto dogma: Femminismo della differenza. In molti ambiti è connaturata nella donna una superiorità intellettuale e comportamentale rispetto all’uomo, principalmente nell’ambito morale. Lo status di vittima storica dell’oppressione maschile attribuisce di fatto alla donna una superiorità morale ontologica. »

  1. Come possiamo essere certi che questi dogmi riescano a determinare con precisione l’essenza della dottrina femminista?

Tanto l’esistenza di questo Principio Assiomatico Assoluto quanto quella dei quattro dogmi è supportata da numerose citazioni esplicite femministe, molte delle quali provengono dal femminismo storico.

  1. Infatti, il libro contiene un numero impressionante di citazioni e riferimenti testuali.

Circa 6.000 nell’opera completa. L’opera è divisa in due volumi. Il primo volume tratta il Principio Assiomatico Assoluto e il Primo Dogma. Il secondo gli altri tre dogmi e le conclusioni. Tutta l’opera è approcciata da un punto di vista prevalentemente storico, ma non solo, dove si alternano di continuo prima il testo discorsivo e successivamente le citazioni e i riferimenti che lo riguardano.

Il motivo che mi ha spinto ad adoperare testualmente le citazioni è semplice.

Oggigiorno il femminismo è la dottrina dominante, nelle istituzioni, nei media, nelle scuole. La mia posizione è che il femminismo è un’ideologia deleteria, e questa è una posizione controcorrente e molto politicamente scorretta. Molte delle mie posizioni controverse si basano su citazioni femministe, perfettamente verificabili. Chi se la prende con me, se la deve prendere anche con Simone de Beauvoir, Kate Millett, Germaine Greer, Phyllis Chesler, Juliet Mitchell, Mary Wollstonecraft, Christine de Pizan, …

  1. In che modo si vagliano criticamente gli argomenti specifici? È possibile fornire un esempio? Ad esempio, la caccia alle streghe.

Sì, lo vediamo però un’altra volta. Credo sia importante metabolizzare quanto è stato detto. Anche se un po’ lungo, definire e capire cosa è e cosa non è il femminismo credo sia il primo passo, determinante, per poter affrontare il mondo “femminista” in maniera critica così come le femministe affrontano ogni giorno in maniera critica il loro mondo “patriarcale”. Grazie!

  1. Grazie per aver risposto al nostro invito.

L’appello all’autorità: perché l’ipse dixit non può sostituire il pensiero critico

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Abbiamo scritto fior di articoli, noi di Antisessismo. Abbiamo passato centinaia se non migliaia di ore ad informarci, raccogliere dati e fonti, fare brainstorming, sviluppare idee e tradurle in parole che evitassero ogni possibile fraintendimento, muovendoci su un campo che chiamare minato è dire poco. Ci siamo preoccupati di rispondere a tutte le obiezioni, spesso prevedendole in anticipo e tirandocele addosso da soli come test di validità per ciò che scrivevamo.
Ma state certi che se un domani qualche autorità di rango superiore a quelle attuali se ne uscisse nuovamente con una qualsiasi delle menate misandriche che abbiamo debunkerato grazie alla logica, tantissime persone direbbero “ok Antisessismo, però uno col PhD in gender studies / il sociologo / l’antropologo / l’ONU / il Padreterno ha detto X, chi sono io per dire che non è vero?”. Poco importa che spesso la presunta autorità in materia non fornisca nemmeno un’argomentazione, o fornisca argomentazioni stupide alle quali avevamo già risposto, o ancora dati calcolati male: persino una frase figlia di infiltrazione ideologica, magari buttata lì da un social media manager che manco si è consultato con gli altri, assurge automaticamente a verità incontestabile e spazza via tutto ciò che c’è dall’altra parte, ivi inclusi i nostri articoli basati su fatti e logica rigorosa. Cose, queste ultime, che dovrebbero essere invece le uniche ad importare davvero.

Prima di credere a qualcuno solo in quanto famoso e autorevole dovremmo infatti, e qui citiamo da un altro nostro articolo, “domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto”.

“Però aspettate un attimo, noi non possiamo fare i tuttologi, le nostre giornate durano 24 ore e non 100, per forza di cose in àmbiti che non sono di nostra specializzazione dobbiamo affidarci alle autorità del settore…”

Allora vi veniamo incontro con un ragionamento più specifico. Piuttosto che non affidarsi a nessuna autorità in nessun campo, facciamo che bisogna almeno valutare, soprattutto nelle scienze soft, l’affidabilità delle autorità di settore e l’assenza di influenze ideologiche. Gli eventuali errori infatti non risiedono sempre nella verità epistemologica degli argomenti, ma altrettanto spesso nella loro validità logica. In altre parole, anche senza approfondite conoscenze settoriali è possibile individuare, semplicemente ragionando, degli errori nel modo in cui le conclusioni vengono fatte seguire dalle premesse. Non bisogna quindi farsi intimorire dalla retorica accademica, dal linguaggio tecnico e quanto altro: una fallacia logica rimane tale a prescindere dal livello di specializzazione di chi la commette. D’altronde, non sono rari i casi di “esperti” privi di qualsivoglia senso critico e che sono diventati tali attraverso il semplice apprendimento nozionistico di pensieri altrui.

Non è quindi necessario saperne di antropologia per accorgersi, ad esempio, di quanto sia ridicola una teoria secondo la quale gli uomini si sarebbero svegliati storti una mattina di decine di migliaia di anni fa e avrebbero deciso di prendere e sottomettere il restante 50% della popolazione, tra cui le loro madri, sorelle e figlie, anziché collaborare con loro per la sopravvivenza in tempi dove essa già di suo era molto difficile. Semplicemente non ha alcun senso, non è funzionale, e probabilmente la specie umana non sarebbe arrivata fino ad oggi se le cose fossero andate davvero così. Non serve essere dei geni per orientarsi verso una spiegazione storica delle relazioni tra i sessi basata sulla cooperazione tra uomini e donne, invece che su ipotetici conflitti. A maggior ragione se ogni singolo elemento che la Teoria del Patriarcato spiega fallacemente come oppressione si spiega, e meglio, come collaborazione.

Ora, capiamo il vostro smarrimento: normalmente ci troviamo abbastanza bene con la nostra euristica di affidarci ciecamente alla linea che risulta maggioritaria tra gli esperti, poiché normalmente o ci azzeccano o comunque fanno uno dei migliori tentativi possibili di comprensione della realtà sulla base delle informazioni (talvolta incomplete) in loro possesso. Anche quando una di queste posizioni si rivela poi sbagliata, chi si era affidato ad essa può dire di essersi basato semplicemente su quello che si sapeva all’epoca.

Ma cosa accade se a dominare in un determinato settore non è una visione del mondo “plausibile” ma una vera e propria teoria del complotto che, quando esaminata razionalmente, fa acqua da tutte le parti? Sì, parliamo ancora della Teoria del Patriarcato, credenza invisibile e che tutto pervade, e che come tale nessuno sente il bisogno di dover giustificare. Essa si è imposta non attraverso un processo dialettico, ma proponendosi direttamente come unico frame interpretativo possibile.

Risulta davvero difficile individuare altre aree dove succeda qualcosa di paragonabile. Le questioni di genere sono un àmbito sui generis, avvelenato da infiltrazioni ideologiche, egemonie cognitive [vedi nota] e interessi particolaristici, spesso anche economici.

Il fatto che in tutti questi anni quasi nessuno studioso abbia mai provato a confutare la suddetta teoria egemone è motivo sufficiente per affermare che costoro hanno fallito nell’emanciparsi da un presupposto fallace, poiché in mezzo a tante seghe mentali non sono mai riusciti a farsi due domande e identificarlo come tale. O non hanno mai voluto, visto che di voci controcorrente ce ne sono state, ma non è mai stata concessa loro la visibilità necessaria per avviare un dibattito nella società. Si è preferito invece continuare a far partire le proprie analisi da un dogma indimostrato e indimostrabile. Chi agisce così non merita la nostra fiducia, e non merita di essere considerato autorevole.

Il problema sta nel fatto che si è abituati ad àmbiti dove gli influssi ideologici sono minori, o almeno riconoscibili come tali, e così si finisce per applicare anche alle questioni di genere uno schema che qui non può assolutamente funzionare. Qui le shortcut di autorità sono più fuorvianti che altrove, per cui tutti i passaggi logici vanno fatti in prima persona, e non delegati ad altri. Altrimenti non ci mettono nulla a dire la qualunque per rendervi inoffensivi.

Quando la gente che ragiona per appelli all’autorità incontra autorità ideologizzate, l’antisessista è un uomo morto. Fate un regalo a voi stessi e al mondo: pensate quanto più possibile con la vostra testa e diffidate dagli ipse dixit.

[H.]


Nota: Il concetto di egemonia cognitiva è stato descritto nei seguenti termini dal sociologo Lorenzo De Cani, in un suo articolo del 2014:

“Se in una società prevale un particolare modo di interpretare la realtà, possiamo affermare di essere in presenza di una forma di pensiero unico che si esercita grazie ad un’egemonia cognitiva: non vi è infatti un controllo diretto dei comportamenti delle persone, bensì una direzione delle conoscenze e, attraverso queste, delle coscienze. Caratteristica distintiva dell’egemonia cognitiva è di esulare dalla consapevolezza, in quanto è essa stessa a costruire il quadro entro cui si produce la consapevolezza della realtà sociale. In questo senso si distingue dall’ideologia per differenze sottili ma determinanti: infatti, se l’ideologia cerca di imporsi come unica forma di pensiero accettabile, l’egemonia cognitiva mira a porsi inavvertitamente come unica forma di pensiero possibile; se la prima si manifesta apertamente in ogni ambito che riesce a raggiungere, la seconda pervade silenziosamente lo spazio sociale: la sua invisibilità è condizione per la sua efficacia.”

De Cani applica questo suo discorso al neoliberismo in economia, ma ciò che notiamo noi è che di un fenomeno definito in tal modo, la Teoria del Patriarcato ne rappresenta la quintessenza.

Bisessismo oggi o bisessismo ieri? Ecco perché siamo diretti verso un ginocentrismo

copertina

Chiudete gli occhi e immaginate di vivere in un mondo in cui la leva maschile è stata abolita per sempre, gli uomini possono rinunciare agli oneri della paternità dopo il concepimento, i centri antiviolenza accolgono tranquillamente le vittime maschili, il sessismo giuridico è stato eradicato, il mantenimento all’ex moglie non è più un vitalizio e il padre vede i figli tanto quanto la madre dopo una separazione.

Bellissimo, nevvero? Ora immaginate che in questo stesso mondo le donne non possano votare, l’aborto sia illegale, i centri antiviolenza non accolgano le vittime femminili, le testimonianze femminili di eventi terzi valgano meno di quelle maschili in tribunale, e le donne non possano lavorare né studiare. Cioè che le questioni maschili siano state risolte tutte* mentre le loro omologhe femminili no. Non vi farebbe schifo un mondo del genere? Quanti nanosecondi ci mettereste per affermare, senza timore o esitazione, che questo ipotetico mondo privilegia gli uomini?

Ebbene, se non si fosse già capito dove andiamo a parare, vi diamo una notizia sconvolgente: il mondo in questione è proprio il nostro, ma a sessi invertiti.

Viviamo infatti in una società dove la leva non è stata abolita, ma le donne votano; dove gli uomini non possono rinunciare agli obblighi economici della paternità, ma le donne possono abortire; dove le vittime maschili sono escluse da quasi tutti i centri antiviolenza (in Italia, ad esempio, un CAV che decida di accogliere anche uomini si condanna ad essere escluso dai beneficiari dei fondi pubblici); dove il sistema giuridico ha accettato al suo interno le donne, ma continua a punire gli uomini più severamente; dove le donne possono studiare e lavorare ma gli uomini dopo il divorzio finiscono troppo spesso per doverle comunque mantenere, per poi non riuscire neanche a vedere regolarmente i propri figli.

E sia chiaro che questi paragoni diretti tra una questione maschile e una femminile non sono casuali, ma dovuti al fatto che storicamente l’una era l’equivalente dell’altra all’interno del sistema tradizionalista (o bisessista, che dir si voglia).

Sappiamo bene che oggi l’interazione sociale, specialmente lontano dalle grandi città, ha ancora un carattere pienamente bisessista: ad ogni stereotipo o discriminazione contro gli uomini ne corrisponde una contro le donne e viceversa. Tuttavia, a livello istituzionale troviamo un chiaro sbilanciamento a svantaggio degli uomini, come testimoniano tutte le problematiche irrisolte che abbiamo citato. E se è vero che è bruttissimo subire delle pressioni dalle persone che si hanno intorno in termini di conformità al proprio ruolo di genere, va comunque riconosciuto che vedersele imposte dal governo tramite leggi è ancora peggio. In altre parole: una cosa è avere sulla carta tutti i diritti ma continuare, in certi contesti, ad essere fortemente limitato dall’ignoranza delle persone che ti circondano; un’altra cosa è non avere questi diritti neanche sulla carta e quindi non poterne usufruire in nessun contesto (fosse anche quello più progressista).

Anche a livello psicologico, poi, c’è una bella differenza in termini di coscienza di genere. Una donna a cui vengono (socialmente) negati dei diritti sa che quelli sono effettivamente suoi diritti, che le spettano; invece i diritti maschili non esistono ancora su carta, pertanto l’uomo a cui vengono negati non sa neanche che gli spettano e continua a soffrire in silenzio senza poter alzare la testa e rivendicarli.

Come si è arrivati a questo punto? Come si è passati da un sistema in cui istituzionalmente tutti erano privi di diritti in egual misura a uno in cui i diritti femminili sono stati conquistati ma quelli maschili no? Attraverso il femminismo, che ha interpretato erroneamente il Bisessismo come Patriarcato (cioè come sistema che avvantaggiava gli uomini) e ha lottato solo per le donne nella convinzione che gli uomini avessero già tutti i diritti.

Come mai il femminismo abbia frainteso in modo così clamoroso il sistema tradizionalista, senza che nessuno fondamentalmente si accorgesse del fraintendimento, è una questione complessa. Per far luce su di essa, bisogna prima ragionare su un’altra domanda: perché il femminismo ha aspettato il 1848 (Convenzione di Seneca Falls) per nascere? Dopotutto, il sistema di genere era quello non da secoli, ma da millenni. Perché allora solo nel ‘700 appaiono i primi scritti protofemministi, fino all’effettiva nascita del movimento nell’800?

L’ipotesi più plausibile è che abbiano influito diversi fattori, tra cui:

  • il lento passaggio, in quei secoli e in quelli immediatamente precedenti, da un’economia di sussistenza quale era quella feudale a un primo abbozzo di capitalismo, basato invece sull’accumulo di risorse;
  • il progressivo dominio dell’essere umano sulla natura, che in quei secoli diventava man mano meno selvaggia e più domabile;
  • la rivoluzione industriale;
  • gli ideali illuministici e in particolare l’idea di libertà come diritto fondamentale ed inalienabile, al centro della Rivoluzione Americana prima e di quella Francese poi.

Senza entrare nel merito di quali di queste siano le cause e quali di queste le conseguenze, ciò che traspare è che a partire dai secoli precedenti – e poi soprattutto tra ‘800 e ‘900 – la società occidentale ha progressivamente mutato esigenze e modi di vivere, allontanandosi da un modello in cui la sopravvivenza andava strappata alla natura con una lotta all’ultimo sangue e avvicinandosi invece alla società contemporanea, meno pericolosa e più agiata.

Ora, chi di voi ci ha letti attentamente saprà che il pericolo esterno era, nel sistema bisessista, il motivo per cui le donne accettavano la protezione e la limitazione della loro libertà (che erano due facce della stessa medaglia, ricordiamolo). Ma in un mondo dove i pericoli sembrano non esserci quasi più, la protezione comincia a perdere il suo lato positivo e ad assomigliare sempre più a un’oppressione. Se le donne di civiltà più antiche avevano ben presente, a livello inconscio perlomeno, che la limitazione della libertà fosse funzionale alla tutela, tra ‘800 e ‘900 era in aumento il numero di donne che invece in questo sistema non vedevano altro che una zavorra imposta loro con la scusa della protezione. Da qui il successo della Teoria del Patriarcato.

La necessità di compensare

È chiaro quindi che il nostro concentrarci su tematiche maschili trova la sua giustificazione in tutto il discorso precedente. Se c’è uno squilibrio, è giusto compensarlo. Certo, se parti da un presupposto sbagliato, come hanno fatto i femministi che volevano compensare inesistenti vantaggi maschili di stampo patriarcale, ottieni disparità piuttosto che parità. Ma a differenza di un fantasioso e indimostrabile Patriarcato, il femminismo e le sue lotte sono esistiti davvero, e hanno davvero prodotto disuguaglianze di genere. Quindi l’errore non è l’atto del compensare in sé e per sé, ma l’interpretazione errata che porta a voler compensare laddove non c’è nulla da compensare. Se il femminismo non fosse mai esistito e il tradizionalismo bisessista si fosse prolungato fino ad oggi, allora a quel punto la miglior cosa da fare sarebbe stata concentrarsi in egual misura sulle problematiche di ciascun sesso.

Tuttavia, il femminismo è esistito e ha cambiato gli equilibri, per cui noi oggi riteniamo più giusto che ci si concentri sulle questioni maschili. È proprio in questo ragionamento, pertanto, che il movimento MRA trova la sua ragion d’essere.

Questo significa che chi fa 50 e 50 è cattivo? Assolutamente no. Anche perché come dovremmo chiamare poi i tradizionalisti, che non si occupano né di diritti maschili né di quelli femminili, oppure i femministi, che fanno 100 per le donne e 0 per gli uomini? Semplicemente riteniamo che esista uno standard etico ancora più elevato del 50 e 50, e per questo lo promuoviamo.

Pur non concordando, rispettiamo chi, per qualunque motivo, non se la sente di agire per compensazione… a patto però che si rispetti anche noi e il nostro diritto ad esprimere, promuovere e difendere la nostra posizione.

[H.]


* Quella presentata non va intesa come lista esaustiva delle problematiche maschili.

Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?

forza

Troppo spesso la differenza di forza fisica viene tirata in ballo per giustificare la sacrificabilità maschile in vari contesti e situazioni. Così si finisce per affermare che, siccome l’uomo è più forte, allora spetta a lui proteggere la sua donna e mai viceversa, spettano a lui le guerre, spettano a lui i lavori rischiosi, spetta a lui l’eroismo e spetta a lui essere salvato per ultimo dalle navi che affondano. Parafrasando Warren Farrell, può la biologia maschile diventare anche il destino maschile, caricando l’uomo di onerosi doveri morali aggiuntivi che lui non ha scelto e ai quali non può sottrarsi?

Fosse per me, l’articolo potrebbe anche finire direttamente qui. A differenza dei vigili del fuoco, il cui dovere morale di correre rischi ed eventualmente sacrificarsi deriva da una loro scelta professionale, libera e consapevole, io non ho scelto di nascere uomo. Perciò non ho nessun dovere di rischiare la mia vita in certe situazioni, pure se fosse vero che le donne corrano un rischio maggiore (e più avanti vedremo perché non è così).

Tuttavia l’esperienza mi insegna che, se avessi l’ardire di puntare tutto su questa argomentazione, molti la liquiderebbero con una risposta del tipo “e invece io penso che il dovere etico sussista”; il dibattito diventerebbe così una sorta di “pantano filosofico” dove ognuno si appella alla propria etica soggettiva rivendicandone l’indipendenza dalla logica, e alla fine non si concluderebbe nulla.
Perciò in quest’articolo andremo molto più a fondo, offrendo solide argomentazioni per decostruire non tanto il “dover essere” che intercorre tra biologia e sacrificabilità, bensì il concetto di “vantaggio situazionale” che farebbe scattare quel dovere morale a partire dalla biologia.

Prima, però, bisogna fare una premessa: la differenza di forza fisica tra uomo e donna è meno ampia di quanto comunemente si creda, ed è presente solo in media, non per tutti gli individui. Esistono quindi uomini con una forza nella media, uomini più forti della media, e infine uomini la cui forza è solo marginalmente superiore, pari o anche inferiore a quella di una donna. Inoltre il divario, già di suo non così largo, diventa davvero minimo per quanto riguarda la forza nelle gambe [1], le quali tra l’altro sono più usate delle braccia per colpire determinati punti deboli che gli uomini hanno e le donne no.

Chiarito quindi che, in barba all’immaginario collettivo, gli uomini non sono rocciosi energumeni e le donne non sono principessine anemiche, passiamo al vero fulcro della nostra argomentazione: la forza fisica è sopravvalutata. Essa ha infatti un’importanza marginale in praticamente tutte le situazioni di pericolo che con questa scusa si vorrebbero appioppare al sesso maschile. Vedremo qui di seguito quali sono e spiegheremo, per ogni caso specifico, perché la scusa non regge.

 

Accompagnamento, aggressioni e (auto)difesa

Ancora oggi per molte coppie eterosessuali il gesto dell’accompagnare a casa è una cortesia unilaterale, che l’uomo fa alla donna, ma non viceversa. In parte questa mancanza di reciprocità è inconscia, dovuta ad un’interiorizzazione dei ruoli di genere. Nel momento in cui si fa notare la disparità, però, molti la giustificano affermando che l’uomo è più alto e forte, e perciò “tornerebbe più utile” in caso di aggressioni, stupri o rapine da parte di malintenzionati. Alcuni ipotizzano addirittura che la sola presenza di un accompagnatore di sesso maschile, per il suo essere percepito come una vittima più “ostica”, ridurrebbe il rischio che tali episodi si verifichino. Smentiamo subito quest’ultima affermazione: come hanno mostrato studi tedeschi [2], canadesi [3], e statunitensi [4], sono gli uomini coloro che subiscono più aggressioni per strada. Se da un lato è vero che anche i criminali stessi possono vedere erroneamente le donne come vittime più indifese e quindi più facili da attaccare, dall’altro lato è anche vero che la cavalleria non è mai morta. A quanto pare, quest’ultima esercita un’influenza molto più forte e di segno contrario.

L’idea che i delinquenti siano del tutto estranei al sistema di valori dell’ambiente sociale in cui sono nati e cresciuti, d’altronde, risulta davvero poco credibile: esistono ambienti culturali, come quello dei criminali appunto, dove la violenza è sdoganata e la vita altrui ha poco valore, ma sarebbe ingenuo e irrazionale credere che questi ambienti sfuggano alle logiche ancestrali della sacrificabilità maschile e dell’empathy gap [5], che tutte le società si sono portate dietro dalla preistoria fino ai giorni nostri.

Quindi non è vero che una donna che cammina da sola di notte rischi maggiormente di essere aggredita rispetto a un uomo. E, aggiungiamo, non è neanche vero che quest’ultimo corra meno pericoli nel caso in cui l’aggressione effettivamente si verifichi. Infatti basta riflettere un attimo per capire che la dinamica delle aggressioni è leggermente diversa da quella di una sfida a braccio di ferro, dove chi ha più muscoli necessariamente la spunta. Se un uomo non è allenato, se non è reattivo, se si blocca e va nel panico, o se gli vengono puntate contro armi proprie o improprie, le sue probabilità di uscire illeso da un’aggressione sono più o meno le stesse di quelle della donna media. Non conta tanto la forza fisica (tranne quando ci sono divari estremi), ma volerla e saperla usare.

Inoltre, anche il fatto che lei spesso abbia più paura di lui nel camminare da sola la notte non è un buon motivo per attuare una sistematica svalutazione della vita maschile. La maggior paura femminile in certe situazioni, come abbiamo avuto modo di vedere, non trova riscontro in un maggior rischio effettivo di essere aggredite, ma è frutto di un condizionamento culturale vecchio come il mondo.

Viceversa, la minor paura maschile riguarda il pericolo potenziale, ma non ci dice nulla su come si comporterebbe l’uomo se questo pericolo si materializzasse. Al pericolo potenziale, ovvero al concetto che “a girare tardi da solo potresti imbatterti in qualche malintenzionato” puoi anche abituarti. È un tipo di paura che man mano puoi anestetizzare fino a non sentire più. Ma al pericolo concreto molto difficilmente ci si abitua, perché essere aggredito, rapinato o stuprato in un vicolo buio potrebbe anche non accaderti mai in tutta la vita. Non per nulla la reazione di freezing, in casi del genere, risulta essere la norma [6].

E se pure in virtù di un suo ruolo socialmente costruito l’uomo di turno riuscisse a buttarsi nella mischia, egli rischierà di rimanerci secco molto di più di chi sta fermo o scappa. Hai voglia di piangere lacrime di coccodrillo dopo.

La pretesa che l’accompagnamento a casa sia unilaterale, dunque, e non reciproco, è fondata solo qualora l’accompagnatore abbia ricevuto qualche sorta di training militare ai limiti del fantascientifico, che gli consenta di evitare il freezing e di avere la meglio a mani nude su avversari spesso armati, senza correre particolari rischi per la propria incolumità.

Sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro come tale, non conferisce invece alcun superpotere.

Lo stesso discorso di cui sopra vale per gli uomini vittime di violenza domestica estupri. Anche queste sono infatti forme di aggressione, con la differenza che – sempre per la violenza domestica e spesso per gli stupri [7] – non sono estranei a metterle in atto, ma la partner. Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [8], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

 

Precedenza alle donne nelle emergenze

Un’altra area di interesse per la tematica di quest’articolo sono le navi e la famigerata procedura che ha portato a salvare “prima le donne e i bambini” in svariate situazioni di emergenza. Anche questa procedura viene talvolta giustificata, infatti, con la nozione che gli uomini in virtù della loro maggior massa muscolare (o della loro maggior altezza) possano rimanere più a lungo in acqua senza rischiare l’ipotermia. Tale ragionamento, però, è basato su pregiudizi non provati scientificamente. Se da un lato è vero che in media gli uomini sono più “grossi”, dall’altro lato è anche vero che le donne in media hanno più massa grassa [9]. Questi due fattori hanno eguale importanza nel fornire resistenza all’ipotermia [10], pertanto non risulta una differenza di genere in quest’ultima.

Adesso so già cosa starete pensando: “E allora perché esiste lo stereotipo che le donne sono tutte freddolose e dai piedi gelidi? Ce l’avrà pure un fondo di verità, no?”. Sì, il fondo di verità c’è. Nelle donne, le estremità (piedi e mani) tendono a perdere calore più velocemente [11], causando anche la percezione di un freddo più pungente. Però la percezione è una cosa, mentre l’ipotermia ne è un’altra. Quest’ultima è pericolosa quando sopraggiunge a livello degli organi interni e, secondo alcuni studi, questo avviene addirittura prima negli uomini che nelle donne [12].

Oltre al discorso ipotermia, non regge neanche l’ipotesi che in una situazione di emergenza gli uomini possano sfruttare la loro forza per raggiungere più facilmente le scialuppe di salvataggio. Al di là delle considerazioni già espresse in apertura, dobbiamo immaginarci dei corridoi del tutto congestionati da masse di persone che corrono tutte nella stessa direzione. Certamente non c’è lo spazio per far valere questo tipo di caratteristiche. E se proprio vogliamo insistere col considerare rilevanti cose situazionalmente irrilevanti, allora perché non si dice anche che le donne, essendo in media più basse, hanno migliori possibilità di svincolarsi e infilarsi in spazi stretti fino a giungere alle scialuppe?

Un’ulteriore obiezione frequente è quella secondo cui “gli uomini possono nuotare più a lungo”. Ma se una nave affonda in mare aperto, è assurdo pensare che gli uomini possano salvarsi nuotando fino a riva. Stiamo parlando di centinaia (se non migliaia) di km dalle coste più vicine. Neanche Veljko Rogošić, detentore del primato mondiale per la distanza più lunga percorsa nuotando non-stop, può andare oltre i 225 km (distanza in linea d’aria tra Venezia e Rimini) percorsi in 50 ore e senza dormire [13]. In molte situazioni, quindi, neanche lui si salverebbe. Figuriamoci l’uomo medio, il quale, ammesso che sappia nuotare, non può realisticamente andare oltre i 2-3 km. Quest’ultimo non si salverebbe neanche se la nave affondasse in mezzo allo stretto di Gibilterra.

In sintesi, chi viene lasciato in mezzo al mare senza soccorsi muore, a prescindere dal genere. Pertanto accampare scuse per far salire in primis tutte le donne e i bambini sulle scialuppe di salvataggio e poi, se rimangono posti, qualche uomo, significa ordinare l’importanza delle vite umane in base ad un mero dato biologico. Significa auspicare casi come quello del Titanic, dove dei passeggeri si salvò il 73,8% delle donne e solo il 16,5% degli uomini [14]. Significa considerare quelle femminili le uniche vite realmente preziose, e quelle maschili come sacrificabili, prive di valore intrinseco.

 

Leva obbligatoria, liste di leva e reclutamento coatto

C’è chi sostiene che la leva obbligatoria, nei paesi dove è ancora attiva, debba continuare ad essere solo maschile per via delle peculiarità fisiche intrinseche degli uomini, che li renderebbero “naturalmente più adatti” a queste situazioni.

Nel dire questo si inverte però la causa con l’effetto. È infatti il training militare stesso, che arbitrariamente si decide di far fare solo agli uomini, a rendere questi ultimi più prestanti fisicamente e quindi adatti alla guerra. Senza training, uomini e donne sono uguali: poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai maneggiare le armi o se hai il “difetto” di considerare i tuoi nemici come esseri umani nel momento in cui devi premere il grilletto. Nelle sezioni precedenti abbiamo sottolineato che non necessariamente la donna è svantaggiata in un corpo a corpo con un uomo, ma che moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere. A maggior ragione, quindi, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.

Di conseguenza, il reclutamento coatto in caso di guerre mondiali non ha senso farlo pescando solo dal genere maschile, così come non ha senso che la leva (o le liste di leva, come in Italia [15]) sia solo maschile e non anche femminile.

Anche qui, il discorso sulla forza si rivela l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per paura dei cambiamenti e dell’ignoto, senza renderci conto però che così si finisce per perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.

 

Lavori rischiosi e lavori pesanti

In Italia gli uomini sono il 90% dei morti sul lavoro [16], riflesso di una netta preponderanza maschile tra coloro che per portare il pane a casa si vedono costretti ad accettare lavori rischiosi.
A volte, quando facciamo notare ciò, salta fuori chi giustifica (non spiega, giustifica proprio) l’idea che a fare questi lavori debbano essere gli uomini. Indovinate con quale scusa? La sempreverde forza fisica.
Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve prestanza muscolare; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.

È chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica; ha più senso ricondurre ciò al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.
Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi: lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile.
Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

 

Galanteria o sacrificabilità?

Alcune più, alcune meno, sta di fatto che certe argomentazioni alle quali abbiamo risposto erano abbastanza assurde già di loro. Poco male, perché avere delle controargomentazioni esposte ordinatamente è sempre utile per il futuro.

La fiera delle assurdità, comunque, non finisce qui. Un’immagine che girava su Facebook di recente [17] ha riportato sotto i riflettori una vecchia norma di cavalleria, la quale prevede che sia l’uomo a camminare sul lato esterno del marciapiede. Molti non riuscivano a dare una spiegazione del perché di questa “regola”; altri, messi sotto torchio, se ne sono usciti col solito jolly della forza fisica. L’uomo è più forte e deve proteggere la donna da eventuali pericoli derivanti dal traffico. Ma la domanda è: al netto dell’ampia variabilità individuale, la sua forza fisica ha un’influenza sufficientemente rilevante nel minimizzare i danni causatigli, ad esempio, da un’auto in corsa? Chiaramente no. Quindi come si chiama questa? Sacrificabilità maschile.

 

Conclusione

Alla luce dell’irrilevanza del fattore “forza fisica” in tutte queste situazioni, non esiste alcuna giustificazione per conservare leggi non scritte che espongono al rischio sempre lo stesso sesso e mai l’altro. Con questo nostro articolo speriamo di smuovere le coscienze sopite di quei tantissimi uomini che, in quanto tali, si sono ormai rassegnati ad una serie di trattamenti di sfavore che non devono esistere. Speriamo altresì che le nostre argomentazioni e i nostri dati possano essere utilizzati nel dibattito pubblico, contro il giustificazionismo della sacrificabilità maschile e all’insegna di una nuova coscienza di genere.

[H.]

 

Note:

[1] Heyward, V. H., Johannes-Ellis, S. M. & Romer, J. F. (1986). Gender Differences in Strength. Research Quarterly for Exercise and Sport, 57(2), 154-159.

“Upper body strength is relatively more important than lower body strength in characterizing the gender difference in strength.”

[2] Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.

Lo studio afferma che gli uomini risultano essere le principali vittime di violenza “al lavoro e nello spazio pubblico”.

[3] Vaillancourt, R. (2010). Gender Differences in Police-Reported Violent Crime in Canada, 2008. Ottawa: Canadian Center for Justice Statistics.

Dalla tabella 6 si evince, infatti, che gli uomini hanno rappresentato il 78% delle vittime di aggressioni da parte di sconosciuti avvenute in Canada, nel 2008.

[4] Harrell, E. (2012). Violent victimization committed by strangers, 1993–2010. Washington, DC: US Department of Justice.

A pagina 2 si legge, infatti, che nel 2010 negli USA gli uomini hanno subito quasi il doppio di vittimizzazione violenta da parte di sconosciuti, quindi una percentuale di poco inferiore al 66% del totale. Si noti che la definizione di “vittimizzazione violenta” include anche le aggressioni a sfondo sessuale.

[5] FeldmanHall, O., Dalgleish, T., Evans, D., Navrady, L., Tedeschi, E., Mobbs, D. (2016). Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 7(6), 542-551.

Si legga anche il nostro articolo: “La ricerca mostra che ancora oggi quello maschile è il genere sacrificabile”

[6] Walker, J., Archer, J. & Davies, M. (2005). Effects of rape on men: a descriptive analysis. Archives of Sexual Behavior, 34(1), 69-80.

Nei casi di stupro sugli uomini, l’87% non oppone resistenza perché paralizzato dalla paura o dallo shock.

[7] Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.

Dallo studio emerge che 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.

[8] Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.

“In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).”

Se quando lui è la vittima, la polizia arriva e comunque non arresta lei, ne deduciamo che quando invece la violenza è reciproca, a maggior ragione, sarà lui ad avere più possibilità di essere arrestato.

Questo è confermato anche da una testimonianza di un ex poliziotto:

http://www.huffingtonpost.co.uk/bob-morgan/male-domestic-violence_b_3962958.html

[9] Tikuisis P., Jacobs, I., Moroz, D., Vallerand, A. L. & Martineau, L. (2000). Comparison of thermoregulatory responses between men and women immersed in cold water. Journal of Applied Physiology, 89(4), 1403-1411.

[10] Ibidem.

[11] Kim H., Richardson C., Roberts J., Gren J. & Lyon J. L. (1998). Cold hands, warm heart. The Lancet, 351(9114), 1492.

[12] Ibidem.

[13] http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/longest-ocean-swim

[14] Henderson, J. R. (2011, January 20). Demographics of the Titanic Passengers: Deaths, Survivals, and Lifeboat Occupancy. Retrieved from http://www.icyousee.org/titanic.html

[15] L’attuale disciplina, contenuta nel Decreto del Presidente della Repubblica n.90/2010 e nel decreto legislativo n. 66/2010 (cosiddetto “codice dell’ordinamento militare”), prevede che ogni comune italiano registri, al compimento del diciasettesimo anno di età, ciascun cittadino maschio nelle liste di coscrizione obbligatoria.

Maggiori informazioni qui: ​http://it.avoiceformen.com/mega-evidenza/servizio-militare

[16] Inail. (2018, 30 aprile). Analisi della numerosità degli infortuni. Tabelle nazionali con cadenza semestrale. Tabella B2.4 – Denunce d’infortunio con esito mortale per genere dell’infortunato, modalità di accadimento e anno di accadimento. Retrieved from https://dati.inail.it/opendata_files/downloads/daticoncadenzasemestraleinfortuni/Tabelle_nazion ali_cadenza_semestrale.pdf

Si noti che, escludendo gli incidenti in itinere e considerando quindi solo quelli in occasione di lavoro, il dato delle vittime maschili aumenta. Per il 2017, ad esempio, passa dal 90% al 93%.

[17] Ne parliamo nella seconda parte dell’articolo “Cavalleria e rimanenze di tradizionalismo nelle relazioni etero”.