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Pay gap: cosa c’è di vero?

Il cosiddetto gender pay gap è tra i maggiori tormentoni femministi, ed è spesso usato come asso nella manica per poter dire che le donne sono più oppresse degli uomini (o, peggio ancora, per passare direttamente ai fatti attraverso misure di compensazione). Ma cos’è davvero il pay gap? Una donna guadagna veramente meno di un uomo a parità di lavoro?

In breve, no. Si tratta di un mito che nasce da un errore marchiano di fondo, ovvero l’aver confrontato lo stipendio medio complessivo maschile con il corrispettivo femminile. In parole povere, hanno sommato gli stipendi di tutti gli uomini da una parte e quelli di tutte le donne dall’altra parte, confrontando poi le due medie. Da qui la famigerata affermazione secondo cui una donna guadagnerebbe solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.
In realtà, l’unica cosa che il divario tra gli stipendi medi può dimostrare è che uomini e donne non fanno né gli stessi lavori né li fanno alle stesse condizioni, e che quindi c’è ancora strada da fare per superare i ruoli di genere che condizionano le loro scelte di vita. Ma NON può essere usato per affermare che le donne siano discriminate o pagate di meno, perché il gap NON è su base individuale. In altre parole, se una donna fa lo stesso lavoro di un uomo, ha le stesse esatte mansioni, lavora le stesse ore, ha la stessa anzianità e non prende congedi più lunghi, la sua paga sarà esattamente uguale a quella del collega di sesso maschile.

Approfondiamo ciascuno di questi fattori:

  • Lavori diversi. Le donne scelgono più spesso lavori a basso salario mentre gli uomini ad alto salario (vedasi la maggioranza di donne tra le maestre e la maggioranza di uomini tra gli ingegneri). Questo accade perché sugli uomini pesano ancora tante aspettative tradizionaliste (“l’uomo deve mantenere la famiglia”, “il valore di un uomo dipende dai soldi che riesce a portare a casa”, ecc.) che li portano a scartare, quando possibile, i lavori meno pagati. Gli uomini hanno una maggior pressione a guadagnare.
  • Mansioni diverse. Alcuni studi parlano di “stesso lavoro” ma ne adottano una definizione così ampia che finisce per inglobare tutti quelli che lavorano presso una data azienda senza distinguere tra le mansioni al suo interno. Eppure, non ha molto senso aspettarsi che il capo guadagni quanto la segretaria.
  • Ore lavorate. Le donne lavorano part-time più spesso degli uomini, e anche nel full-time tendono a lavorare meno ore dei loro colleghi di sesso maschile. Ad esempio, un recente studio [1] ha mostrato che tra coloro che lavorano a tempo pieno (più di 35 ore settimanali), le donne si concentrano nella fascia che va dalle 35 alle 41 ore. Oltre questo limite gli uomini cominciano a essere sovrarappresentati, e la forbice si allarga man mano che ci si avvicina agli estremi. Dei lavoratori (uomini) a tempo pieno il 25,1% lavora più di 41 ore settimanali e il 5,8% più di 60 ore, contro rispettivamente il 14,3% e il 2,5% delle lavoratrici.
    A riprova di quanto finora detto, un think-thank è giunto alla conclusione che per chiudere il pay gap gli uomini dovrebbero lavorare meno ore e le donne più ore. [2]
    Dal mancato riconoscimento di questa differenza nelle ore lavorate nasce tra l’altro anche l’idea, sbagliata e pericolosa, che le lavoratrici che svolgono anche mansioni da casalinga abbiano un carico complessivo di lavoro maggiore rispetto agli uomini (poiché “loro fanno due cose, gli uomini una sola!”), e che questi ultimi siano in qualche modo in difetto. Non è così.
  • Maternità. Gli uomini non hanno ancora diritto a un congedo di paternità della stessa lunghezza di quello delle donne, e questo contribuisce a un maggior numero di ore lavorate. Inoltre, per una serie di condizionamenti dovuti ai ruoli di genere, molte donne dopo la maternità diventano il caregiver primario e passano al part-time per conciliare le due attività. Questo, di riflesso, porta i loro compagni a compensare il mancato guadagno lavorando più ore.
  • Disponibilità a spostarsi. Secondo una nuova ricerca condotta dall’Economisch Bureau della banca statale olandese ABN AMRO, le donne in media cercano lavoro più vicino casa rispetto agli uomini, una preferenza che resta inalterata anche al variare di età e grado di istruzione. [3] Questo non può sorprenderci, alla luce di quanto abbiamo detto al punto precedente: la divisione tradizionale dei ruoli – che sia pura o edulcorata – crea per la donna un deterrente agli spostamenti, e per l’uomo un incentivo. Se la tua disponibilità a spostarti è minore, la tua scelta sarà più limitata e minori saranno anche le tue possibilità di guadagno.
  • Esperienza pregressa. Poiché gli uomini non hanno come possibilità socialmente accettata quella di fare i casalinghi, ci sono più uomini che lavorano che donne. Questo fa sì che anche mentre il progressivo ingresso delle donne nella forza lavoro riequilibra (lentamente) le cose, sui grandi numeri gli uomini abbiano più anzianità delle donne, e anche questo ha un suo peso sulla paga.
  • Negoziazioni salariali. Pare che in molte situazioni gli uomini tendano a negoziare maggiormente [4], e questo è in linea con le aspettative di provider dovute ai ruoli di genere (se è vero che i soldi piacciono a tutti, è anche vero che l’aspettativa di mantenere una famiglia da soli cade più sugli uomini che sulle donne). Cito: “[…] quando non viene specificato che gli stipendi sono negoziabili, è più frequente che siano gli uomini a negoziare, laddove le donne più di frequente segnalano la loro disponibilità a lavorare con stipendi più bassi.”

Sebbene i fattori da considerare siano molteplici, spesso le ricerche che aggiustano il tiro su uno di questi fattori poi ne ignorano un altro (chissà se deliberatamente), per cui bisogna prenderle sempre con molto scetticismo. Inoltre, poiché man mano che i principali fattori vengono presi in considerazione il gap si assottiglia sempre di più, questo rende più probabile che l’eventuale margine rimanente dell’1, 2 o 3% – qualora non sia già completamente spiegato dalle negoziazioni salariali – sia causato da una pluralità di fattori molto secondari e per questo difficili da individuare con precisione. La difficoltà insita nel trovare in questo grafico a torta anche tutte le fettine con spessore pari a quello di un foglio di carta non giustifica certo l’abuso dell’ipotesi “discriminazione” come tappabuchi. Quando si va per esclusione, uno deve prima avere la certezza assoluta di aver considerato tutte le ipotesi possibili, e per dinamiche così complesse non è possibile averla.

Abbiamo poi uno studio del Department of Labor statunitense, il quale è arrivato alla “conclusione inequivocabile che le differenze nella remunerazione tra uomini e donne sono il risultato di una moltitudine di fattori e che i dati grezzi sul wage gap non dovrebbero essere usati per giustificare un’azione correttiva. Infatti, potrebbe non esserci nulla da correggere. Le differenze che troviamo nei dati grezzi degli stipendi potrebbero essere quasi del tutto il risultato delle scelte individuali dei lavoratori e delle lavoratrici.” [5]

Come se non bastasse, ci sono altri due elementi che ci fanno capire come il pay gap sia impossibile.

1) È illegale. Questo vale per (almeno) la stragrande maggioranza dei paesi occidentali. In Italia la parità salariale è già da tempo esplicitamente prevista dall’articolo 37 della Carta Costituzionale e ribadita dalla legge n. 741 del 1956, nonché dalla n. 903 del 1977. Già sarebbe impensabile di suo che i sindacati inseriscano il pay gap nei CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro), se poi ci aggiungiamo che è incostituzionale…

2) Produrrebbe effetti che invece non osserviamo. Infatti, se davvero fosse possibile pagare di meno una donna a parità di lavoro svolto, alle aziende – specie quelle con difficoltà economiche – converrebbe assumere più donne che uomini. Risulta davvero difficile trovare ragionamenti che possano conciliare l’esistenza di un pay gap con il dato fattuale che, complessivamente, non ci sia una preferenza per le donne nelle assunzioni. Si sta parlando, insomma, di aria fritta.

Per rispondere alla domanda che fa da titolo a quest’articolo possiamo quindi dire che di vero, in tutta questa vicenda del pay gap, ci sono solo le conseguenze di questa assurda propaganda. Ad esempio, in Galles le femministe premono affinché le donne paghino meno tasse, chiamando questo privilegio “tassazione gender-positive”, in sostituzione di quella “gender-neutral”. [6] E questo nonostante il fatto che nel Regno Unito le donne come gruppo paghino circa 75 miliardi di sterline in meno di tasse ogni anno rispetto agli uomini. Una vera tassazione egualitaria porterebbe le donne a pagare più tasse rispetto ad ora, non meno.

A Berlino, qualche mese fa, c’è stata persino una giornata di “sensibilizzazione” sul pay gap nella quale gli uomini erano costretti a pagare più delle donne per un biglietto dei mezzi pubblici. [7]

Senza contare poi i vari esercizi commerciali che fanno un prezzo più alto agli uomini. Che poi falliscano ci fa piacere, ma non possiamo essere sicuri che questo avverrà sempre, e già il fatto che esistano non può esattamente farci dormire sonni tranquilli.

Questo spiega perché ci teniamo tanto a negare il pay gap invece di fare spallucce e soprassedere. Perché le idee errate, se molto diffuse, portano a conseguenze reali. Se tutti credono nel divario salariale, inevitabilmente nasceranno iniziative volte a compensare uno squilibrio che non c’è. Per questo è importante far capire alla gente che quel problema non esiste, perché altrimenti la società ne creerà uno vero, la discriminazione economica, e lo metterà sul groppone agli uomini. Che già ne hanno tanti.

[H.]

Riferimenti

[1] https://fee.org/articles/a-new-labor-dept-report-reveals-the-bulk-of-the-gender-earnings-gap-can-be-explained-by-age-hours-worked-and-marital-status/

[2] https://www.theguardian.com/world/2018/may/10/help-men-work-less-to-close-gender-pay-gap-says-thinktank

[3] https://insights.abnamro.nl/2019/07/arbeidsmarkt-voor-mannen-groter-dan-voor-vrouwen/

[4] https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/mnsc.2014.1994

[5] http://templatelab.com/gender-wage-gap-final-report/

[6] https://www.bbc.co.uk/news/uk-wales-47909700

[7] https://www.nytimes.com/2019/03/15/world/europe/germany-pay-gap-berlin-transit.html

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Maschicidio e femminicidio a confronto

Prima di tutto, diamo una definizione ragionevole del fenomeno di cui si sente tanto parlare. Andiamo per esclusione: il femminicidio non è l’uccisione generica di una donna, né l’uccisione di una donna “in quanto tale” (a meno che non ci troviamo di fronte a un serial killer che prende di mira le donne). La definizione più corretta sarebbe “l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di gelosia o possesso”. Tuttavia, dati sui moventi sono difficili da reperire. Quindi per semplicità diamo per scontato, anche se non lo è, che siano femminicidi tutte le uccisioni di donne da parte del compagno o ex, escludendo però la categoria “altri parenti” (perché questi parenti non è detto che siano uomini: prenderli in considerazione sovradimensionerebbe il dato).

I dati ISTAT affermano che in Italia il femminicidio (come inteso sopra) sia più frequente del maschicidio. Questo fa sì che in tanti scalpitino e si accalchino per trarne affrettate considerazioni sociologiche: gli uomini sono più violenti, viviamo in una cultura del possesso, bisogna rieducare gli uomini, gli uomini devono chiedere scusa, pene più elevate per femminicidio… Tutto questo a partire dalle azioni di un centinaio di pazzi l’anno, su una popolazione maschile di 30 milioni. Sarebbe ridicolo pure se i dati fossero indiscutibilmente quelli. Ma in realtà su di essi c’è tanto da dire.

Nello specifico, che il numero dei maschicidi è parecchio sottoriportato. I dati disponibili infatti si basano sulle incarcerazioni, perché per poter dire con certezza che un uomo o una donna è stato/a ucciso/a dal/la partner, è necessario che un giudice emetta un verdetto di colpevolezza e come è ovvio che sia quasi ogni condanna, trattandosi di omicidio e non di quisquilie, equivale a un’incarcerazione. Tuttavia, c’è un forte bias giuridico che riguarda la scelta degli indiziati, gli arresti, e le incarcerazioni, queste ultime soprattutto attraverso l’uso asimmetrico della scusante dell’autodifesa e l’enorme asimmetria nelle assoluzioni che ne deriva. Di tutto questo non possiamo non tener conto.

Partiamo proprio dal bias nelle incarcerazioni e vediamo un po’ di statistiche.

Per cominciare, Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che, a parità di reato, di precedenti e di altre variabili, “le arrestate femmine hanno […] due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate” e “significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto”.

[Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]

Weiss e Young (1996) ci mostrano, poi, che le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale.

[Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]

Le donne vengono assolte quasi dieci volte più spesso degli uomini. Ecco come si spiega questa sproporzione: spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per difendersi anche quando non è così, il che porta in molti casi a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito solo per difendersi dal partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi.

[Sarantakos, S. (2004). Deconstructing self defense in wife-to-husband violence. The Journal of Men’s Studies, 12(3), 277-296.]

Che le donne non agiscano veramente per legittima difesa più degli uomini è confermato da studi più ampi, come [Dutton DG, Nicholls TL. The gender paradigm in domestic violence research and theory: Part 1—The conflict of theory and data. Aggress Violent Behav. 2005;10:680–714.] e [Carrado M, George M, Loxam E, Jones L, Templar D. Aggression in British heterosexual relationships: a descriptive analysis. Aggress Behav. 1996;22:410–415.].

Il frequente abuso della scusante della legittima difesa da parte delle imputate porta spesso a un risvolto davvero drammatico: quello di rimettere in libertà un’assassina, talvolta acclamandola come se fosse una vittima.

Come già menzionato, ci sono poi bias anche negli arresti e nella scelta dei sospettati. Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto”.

[Felson, R. B., & Pare, P. (2007). Does the criminal justice system treat domestic violence and sexual offenders leniently? Justice Quarterly, 24, 435-459.]

Le cause di questi mancati arresti, proprio come quelle di tutti gli altri bias giuridici a sfavore degli uomini, sono da rintracciare nell’idea preconcetta che le donne siano più innocenti e meno in grado di esercitare violenza (figuriamoci di uccidere), che può influenzare gli stessi investigatori ed evitare a molte assassine di essere seriamente sospettate.

Inoltre, c’è ancora un altro fattore che aiuta le assassine donne ad evitare sospetti e accuse: l’arma del delitto. E’ più facile che una donna avveleni un uomo, invece di sparargli, e l’avvelenamento viene spesso registrato come infarto o incidente.

Infatti, solo il 5% degli assassini di sesso maschile usa il veleno per uccidere, mentre le assassine ne fanno uso nel 35% dei casi come unico metodo e in un altro 45% accompagnandolo con altre strategie di uccisione.

[Ronald Hinch and Crystal Hepburn. ‘Researching Serial Murder: Methodological and Definitional Problems. Electronic Journal of Sociology (1998), 3, 1-11.]

Nonostante sembri un metodo poco usato, in realtà nel 2002 sono morte 26.435 persone di intossicamento negli USA [Violence and Injury Prevention Program (Utah). Complete indicator profile of poisoning incidents (updated on 10/27/09, published on 10/29/09). Utah’s Indicator-Based Information System for Public Health (IBIS-PH); Utah. Center for Health Data.], di cui 3.336 con “intento indeterminato”, vale a dire morti sospette.

[https://web.archive.org/web/20050831214544/http://www.nsc.org/lrs/statinfo/odds.htm]

Per riassumere, i dati ufficiali di femminicidio e maschicidio, che mostrano un’asimmetria di genere, si basano sulle incarcerazioni e quindi non sono affidabili per fare paragoni.
Infatti lo stereotipo della donna innocente (infantilizzazione) e l’uso di strategie di assassinio più discrete fanno sì che una donna assassina abbia

  • meno possibilità di essere sospettata o accusata
  • se sospettata, meno possibilità di essere arrestata
  • se arrestata, meno possibilità di essere condannata (perché i giudici si bevono la scusa dell’autodifesa anche nei tanti casi in cui non è vero)
  • se condannata, meno possibilità di essere incarcerata (e, se incarcerata, condannata a pene del 63% più brevi).

Considerato questo, e visto che per le altre forme di violenza tra i sessi c’è simmetria di genere, pur non potendo in questo caso fare delle stime precise a causa dei numerosi fattori che concorrono nel creare voragini nel dato ufficiale ISTAT e nelle rilevazioni statistiche dei maschicidi in generale, la conclusione più logica è che il dato reale dei maschicidi sia paragonabile in tutto e per tutto al numero dei femminicidi.

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L’articolo è un collage ordinato fatto di spezzoni di altri nostri articoli. Un sentito grazie a M. per averlo compilato in larga parte.

Breve nota su stupri e omicidi

È opinione diffusa che le pene detentive per stupro siano sempre troppo poco severe. Se si chiede alle persone quale debba essere la loro durata, si ricava l’impressione che esse debbano essere aumentate indefinitamente, fino ad eguagliare o addirittura superare quelle per omicidio. Quest’idea non deriva in realtà dal fatto che la gente ritenga lo stupro, di per sé, come paragonabile in gravità all’omicidio, ma dal fatto che lo stupro è visto erroneamente come un crimine di cui solo le donne sono vittime. A causa di un famigerato bias, questo aumenta esponenzialmente la sua gravità agli occhi della gente, arrivando a far percepire lo stupro su una donna come più grave non solo dello stupro su un uomo, ma anche dell’uccisione di quell’uomo stesso.
Quando la vittima di stupro è un uomo, infatti, nessuno scende in piazza a chiedere un inasprimento delle pene per la stupratrice; e addirittura le proteste per gli sconti di pena agli assassini sono di intensità inferiore rispetto alle manifestazioni femministe e all’indignazione che corre sui social nel caso dello stupro.

Anche se si volesse proporre l’equiparazione delle pene per i due reati in base a un ragionamento meramente filosofico (“con la morte smetti di soffrire mentre con forti traumi, mutilazioni ecc. continui a soffrire per molto tempo”), questo non reggerebbe poi tantissimo: la morte è irreversibile, mentre la sofferenza per il trauma dello stupro può (e deve!) essere superata, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Esistono sofferenze, come quelle per la perdita di un arto e conseguente disabilità, che sono effettivamente irreversibili (un arto non ricresce). Ma come si fa a dire la stessa cosa, a priori, per lo stupro? Ritornare alla normalità è possibile, così come è possibile ritornare alla normalità dopo aver perso tragicamente uno dei propri cari ed aver elaborato il lutto. Altrimenti che facciamo, proponiamo l’eutanasia per chiunque abbia subito gravi traumi psicologici? Non bisogna prendere troppo alla lettera la frase “avrei preferito morire”, spesso pronunciata in queste tragiche situazioni. Sebbene la percentuale di suicidi e tentativi di suicidio tra chi soffre molto sia relativamente alta, essa (per fortuna) non arriva ad essere la maggioranza, e questo ci suggerisce che la morte non è davvero considerata preferibile a queste sofferenze.

Dobbiamo inoltre pensare al fatto che, in caso contrario, un tale approccio promortalista rappresenterebbe una rivoluzione copernicana, un sovvertire tutto un sistema di valori – quello della vita come bene supremo – profondamente radicato in tutte le società umane. La diffusione su larga scala di una tale filosofia è da considerarsi improbabile se non impossibile: di conseguenza, più o meno qualunque equiparazione tra omicidio e stupro avverrebbe per un’altra motivazione, ossia quella ginocentrica di cui abbiamo parlato due paragrafi fa. Sarebbe quindi da interpretare come un grave sintomo dell’empathy gap.

Ricapitolando:

Lo stupro non è di genere. La sua gravità è simile a quella del pestaggio, e il crimine peggiore di tutti resta l’omicidio. Se la vostra sensazione “di pancia” è diversa, è perché inconsciamente vedete lo stupro come un crimine che ha le donne per vittime, e l’empathy gap fa il resto. Questo è verificabile nel momento in cui vi accorgete di provare maggiore indignazione per uno stupro che per un omicidio, e al contempo maggiore indignazione per un omicidio che per un pestaggio.

Detto questo, avere dei bias è normalissimo e non c’è nulla da vergognarsi. Saggio non è chi dice di non averne (lì mi verrebbe da sospettare l’effetto Dunning-Kruger), ma chi li riconosce e attivamente li combatte.

[H.]

L’immagine che accompagna l’articolo è una (utile) semplificazione e non va intesa come classificazione esaustiva di tutte le forme di violenza.

Femminismo è Teoria del Patriarcato, ecco le prove

Sebbene buona parte di coloro che contestano il femminismo siano effettivamente tradizionalisti, ossia gente che vorrebbe tornare ai vecchi ruoli, una critica progressista al femminismo può e deve esistere. Questa critica non è rivolta ai diritti femminili, ma ad un aspetto fondamentale della teoria (e della pratica) femminista: l’idea di Patriarcato. Parliamo di una teoria secondo la quale, nel corso della storia, gli uomini avrebbero sempre dominato le donne, opprimendole e relegandole nei ruoli peggiori. Come abbiamo spiegato in molti altri nostri articoli, le società umane sono nate invece come bisessismi, ossia sistemi di ruoli di genere che conferivano vantaggi e svantaggi ad entrambi i sessi. Tali ruoli opprimevano uomini e donne in modi diversi ma con la stessa intensità, come prezzo da pagare per la sopravvivenza in epoche molto più difficili di quella attuale.

La visione del mondo su cui si basa il femminismo, quella patriarchista, è quindi completamente sbagliata, basandosi essa su mere apparenze e interpretazioni distorte. Le conseguenze di questo enorme fraintendimento? Il femminismo, vedendo solo metà del sistema di genere, ha pensato che gli uomini avessero già tutti i diritti di questo mondo, e che per raggiungere la parità dei sessi bisognasse agire solo per le donne. Ed è questo ciò che ha fatto, ignorando completamente le problematiche maschili. O meglio, prima non si è accorto della loro esistenza, e oggi che gli MRA gliele fanno notare, continua a negarle o sminuirle. Il motivo è semplice: dare il dovuto spazio a tali questioni vuol dire ammettere di aver sbagliato tutto. Vaglielo a dire a chi si è identificato tutta una vita col femminismo, dedicandogli anni di militanza.
La Teoria del Patriarcato non è quindi solo un’analisi storicamente sbagliata, ma anche, per dirne una tra tante, una porta sprangata che chiude i centri antiviolenza agli uomini, e più in generale un lucchetto per tenere questi ultimi rinchiusi nella gabbia del loro ruolo di genere. Che avvenga consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, con cattiveria o con un sorriso sulle labbra, questa credenza porta inevitabilmente a un grave immobilismo nei confronti delle questioni maschili.

“Questo lo dite voi! Dove sono le prove che il femminismo sia legato a una specifica teoria?”

Dopo aver riassunto brevemente le puntate precedenti, con questa domanda giungiamo al vero e proprio fulcro dell’articolo.
Il femminismo è indissolubilmente legato al patriarchismo fin dalla sua nascita. Di per sé, questo sarebbe già ampiamente intuibile dal nome del movimento e dal suo aver agito solo per le donne. Che senso avrebbe avuto concentrarsi sulle battaglie di un solo sesso se si fossero ritenuti entrambi uomini e donne ugualmente oppressi? Nessuno. Il movimento femminista non avrebbe avuto alcun senso senza il presupposto patriarchista. Non sarebbe mai nato, o al limite sarebbe nato assieme a un movimento per i diritti maschili, cosa che non avvenne.
Ma se questo non dovesse bastare a convincervi, andiamo a vedere direttamente le fonti storiche.

Del patriarchismo intrinseco al femminismo troviamo testimonianza già in quello che viene ritenuto da molti il documento di nascita di questo movimento, la Convenzione di Seneca Falls (1848). Nel testo, infatti, si legge: “La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta”.

Altri invece retrodatano la nascita del femminismo al 1791, anno della pubblicazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, di Olympe de Gouges. Anche questo documento, però, è apertamente patriarchista. Questo è ciò che si legge nel preambolo (il grassetto è mio, come per tutte le citazioni da qui in avanti): “Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illluminato e di sagacia, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.”

E ancora:

“Articolo IV. La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.”

L’errore fondamentale del femminismo, quello di considerare gli uomini come oppressori e non come soggetti da liberare dai loro ruoli di genere al pari delle donne, era quindi presente già dalla nascita del movimento. Come era ovvio, d’altronde.

Prendiamo ora in considerazione l’ipotesi che, nonostante il femminismo sia nato patriarchista, ora esistano correnti femministe libere da questo presupposto tossico e che continuano ad usare questo nome solo per motivi di continuità storica. Vediamo cosa hanno da dire vari studiosi in merito ai principi fondamentali che accomunano queste correnti tanto variegate.

Kenneth Clatterbaugh, professore di filosofia all’Università di Washington, scrive: “L’Anti-femminismo nelle sue varie forme nega uno o più dei tre principi generali che sono alla base della teoria femminista. Tutte le forme di femminismo accettano come abbastanza evidenti i seguenti principi. Primo, le disposizioni sociali tra uomini e donne non sono né naturalmente né divinamente determinate. Secondo, le disposizioni sociali tra uomini e donne favoriscono gli uomini. E terzo, esistono azioni collettive che possono e devono essere adottate per trasformare queste disposizioni in disposizioni più giuste o eque”. [1]

La filosofa politica Susan James scrive nella Routledge Encyclopedia of Philosophy che il femminismo è “fondato sulla credenza che le donne siano [ingiustamente] oppresse o svantaggiate rispetto agli uomini” (sebbene le femministe abbiano “molte interpretazioni delle donne e della loro oppressione”). [2]

L’autore e accademico femminista Michael Kaufman afferma in un articolo del 1999 che “l’idea di fondo del femminismo è l’ovvio fatto che quasi tutti gli esseri umani attualmente vivono in sistemi di potere patriarcale che privilegiano gli uomini e stigmatizzano, penalizzano e opprimono le donne”. Sebbene egli poi affermi che il “potere” degli uomini danneggi anche loro stessi, la sua posizione in merito è chiara: “Con questo non intendo equiparare il dolore degli uomini con le forme sistemiche e sistematiche dell’oppressione delle donne”. [3]

Nella Stanford Encyclopedia of Philosophy si legge che “l’affermazione che le donne siano sistematicamente in una posizione di subordinazione e che quest’ultima abbia un grave impatto sulla vita delle donne è il filo conduttore del femminismo”. [4]

Infine, citiamo i geopolitici Joe Painter e Alex Jeffrey: “Il femminismo è un movimento molto variegato, ma in generale si concentra sulla posizione diseguale delle donne e del femminile nei confronti degli uomini e del maschile”. [5]

In sintesi, sebbene il femminismo sia pieno di disaccordi interni, questi riguardano la natura del sistema che – sempre secondo il femminismo – porrebbe le donne in una situazione di svantaggio/oppressione, e non vertono sull’essere d’accordo o meno sul fatto che le donne se la passino peggio degli uomini.

Abbiamo quindi appurato che il femminismo non solo è nato patriarchista, ma lo è ancora oggi. E per quanto riguarda il futuro? Potrebbe smettere di esserlo e restare allo stesso tempo femminismo?
Essendo ormai definito da quella stessa teoria, un femminismo non patriarchista susciterebbe le stesse perplessità di un qualunque ossimoro. Semplicemente, non sarebbe femminismo. Ciononostante, una manciata di persone che per i motivi più disparati si definiscono così può esistere. Questa scelta è altamente personale e va rispettata; da rigettare, invece, la pretesa che si smetta di associare il femminismo alla Teoria del Patriarcato. Così come non si può smettere di associare le religioni abramitiche alla fede in un solo Dio, il tradizionalismo alla conservazione di norme sociali immutabili, o qualsiasi altra filosofia o ideologia alle rispettive idee cardine.


[H.]

Riferimenti

[1] Clatterbaugh, K. (2007). Anti-Feminism. In M. Flood, J. K. Gardiner, B. Pease, & K. Pringle (Eds.), International Encyclopedia of Men and Masculinities (pp. 21-22). New York, NY: Routledge. – https://books.google.it/books?id=T54J3Q_VwnIC&printsec=frontcover&dq=International+Encyclopedia+of+Men+and+Masculinities&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjLxdex9OLaAhUNPsAKHS_TCD0Q6AEIKzAA#v=onepage&q=anti-feminism&f=false

[2] James, S. (1998). Feminism. In E. Craig (Ed.), Routledge Encyclopedia of Philosophy. London, UK: Routledge. Retrieved from https://www.rep.routledge.com/articles/thematic/feminism/v-1

[3] Kaufman, M. (1999). Men, Feminism, and Men’s Contradictory Experiences of Power (pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications. – http://www.michaelkaufman.com/wp-content/uploads/2009/01/men_feminism.pdf

[4] Willett, C., Anderson, E. & Meyers, D. (1999). Feminist Perspectives on the Self. In E. N. Zalta (Ed.), The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2016 Edition). Retrieved from https://plato.stanford.edu/archives/win2016/entries/feminism-self/
[ https://archive.fo/gjw1K#selection-533.92-533.235 ]
[5] Painter, J. & Jeffrey, A. (2009). Political Geography: An Introduction to Space and Power (2nd ed., pp. 59-60). London, UK: SAGE Publications.

La grande menzogna del femminismo: seconda intervista con Santiago Gascó Altaba

Santiago Gascó Altaba, autore de La grande menzogna del femminismo, ci ha concesso una seconda intervista (qui il link alla prima). Abbiamo colto l’occasione per approfondire insieme a lui alcune questioni chiave: il potere informale, la libertà di movimento delle donne, il legame tra voto e leva, e infine la caccia alle streghe. Cominciamo!

Domanda #1: Nel tuo libro parli di come, nell’ambito religioso, “la religione del padre muore con il padre mentre quella della madre si trasmette nei figli e parenti”. Fai anche l’esempio di numerose mogli di re potenti che su questo fronte hanno promosso riforme religiose convincendo i mariti. Ti chiedo dunque: a tuo avviso esiste un potere informale femminile anche nelle decisioni politiche? Come si esplica? Era codificato, e se sì, come? Come funzionava e che tipi di potere femminili esistevano? Ovviamente escludiamo in questo discorso e per il momento le numerose monarche di sesso femminile.

Risposta: La comprensione del potere informale femminile è fondamentale per la comprensione del mondo, delle relazioni tra i sessi e del femminismo. Non soltanto sospettiamo tutti della sua esistenza, ma ne siamo convinti: tutti sappiamo che esiste un potere visibile, perlopiù maschile, e un potere meno visibile, informale, perlopiù femminile. Ci sono molti modi in cui le donne esercitano questo potere, e l’argomento difficilmente si lascia racchiudere nelle poche righe di questo colloquio. Nella mia opera ve ne sono numerosi esempi, anche se questo argomento viene trattato più approfonditamente nel secondo volume. L’arma degli uomini per imporre la propria volontà è principalmente una, esplicitamente dichiarata dalle femministe: la forza fisica. Invece le armi delle donne sono molteplici: la seduzione, la bugia, l’intrigo, l’amore, la bellezza,… ; armi più complesse e più difficili da codificare. L’esistenza di questo potere informale è pienamente ammessa persino dalle femministe, e soprattutto nel secondo volume ho inserito molte loro citazioni a riguardo. Faccio due esempi veloci sulle tipologie di donne che più rappresentano questo potere: la madre e la moglie (o compagna, o amante). Quante sono state le decisioni politiche prese nei saloni, e soprattutto nelle stanze da letto del palazzo reale? Simone de Beauvoir scrive ne Il secondo sesso: “Le grandi favorite attraverso i loro potenti amanti presero parte al governo del mondo”, e ancora “ardite, pronte a dar consigli, intriganti, le donne si assicurano sempre in modo obliquo, indiretto, la parte più efficace [del governo]“.
Oltre ad altre ammissioni del genere, la mia opera include (nel II Volume) una lunga lista di donne che, senza essere né regine né reggenti, hanno esercitato nella Storia un potere di governo incontrastato: erano madri, amanti, spose, sorelle, figlie…
Parlando di madri nello specifico, la loro influenza è immensa: non soltanto per quanto riguarda le religioni (ammessa nelle diverse fonti storiche riportate nelle citazioni del libro), ma anche per le lingue (la lingua materna), per le culture o per qualsiasi trasmissione di valori (anche quelli “patriarcali”). Qualche anno fa l’inno femminista dell’One Billion Rising, “Break The Chain”, recitava: “Noi siamo madri, noi siamo maestre” (“We are mothers, we are teachers”). Anche il proverbio «una mamma che educa un bambino educa un uomo, una mamma che educa una bambina educa un popolo» è stato di recente popolarizzato dalle femministe. In entrambi i casi l’ammissione femminista della decisiva influenza materna è esplicita. Come ulteriore esempio posso citare, poiché abbiamo iniziato parlando di religioni, quello del primo miracolo di Cristo durante le nozze di Cana. La madre ordina al figlio, Dio in terra, di compiere un miracolo che lui non vuole fare, perché non è ancora pronto. Lui obbedisce: comanda dunque gli uomini e diventa il potere visibile, mentre la madre, potere invisibile e unica volontà di questo miracolo, rimane nel retroscena (pag. 368).
Lo stesso femminismo col suo immenso potere immateriale nel mondo, dovuto al suo carattere prettamente femminile, è un perfetto esempio di questo modo di procedere. Il femminismo non possiede eserciti, partiti e sedi politiche; non possiede grandi templi materiali da dove diffonde la propria ideologia. Eppure, possiede un immenso potere immateriale.
Finisco con un ultimo esempio simpatico e con una citazione di un’altra femminista. Vi invito a tutti, poiché siamo in Italia, a riguardare un capolavoro comico del cinema italiano: Johnny Stecchino, di Roberto Benigni. Nel corso del film è una donna a controllare le azioni di tutti i personaggi, in un’ambiente mafioso fatto da uomini, burattini senza fili. Il film fu molto apprezzato dal pubblico, consapevole della sua verosimiglianza con la realtà.
Che conclusione possiamo trarne? Flora Tristan sostiene: «[…] la donna è tutto nella vita dell’operaio: come madre esercita un’influenza su di lui durante l’infanzia; è da lei, e unicamente da lei che lui attinge le prime nozioni di quella scienza così importante da acquisire, la scienza della vita, quella che ci insegna a vivere in modo conveniente per noi e per gli altri, secondo il posto che la sorte ci ha assegnato. Come amante, esercita un’influenza su di lui durante tutta la giovinezza, e che azione potrebbe esercitare una ragazza bella e amata. Come sposa, esercita un’influenza su di lui per tre quarti della vita. Infine come figlia esercita un’influenza su di lui nella vecchiaia» (pag. 400)

Domanda #2: Nel tuo libro parli di come, essenzialmente, uscire fosse sinonimo di avventurarsi in un mondo di pericoli, di violenza e soprusi, motivo per cui per le donne la società preferiva la sfera domestica a quella pubblica, dato che gli uomini erano considerati maggiormente sacrificabili. Al tempo stesso però fornisci numerosi esempi di come questo non significasse una reclusione totale, visto che mansioni come il lavare i panni e comprare da mangiare, nonché eventi pubblici ritenuti sicuri (celebrazioni pubbliche e religiose, mercatini, spettacoli di ogni tipo) richiedevano la presenza delle donne, anche solo per funzionare (se devi lavorare, qualcuno che esca a lavare i panni deve pur esserci). Mi chiedo però, pensando ad esempio a posti come l’Arabia Saudita o l’Afghanistan, dove la donna deve richiedere il permesso del guardiano per uscire, o ancora peggio deve essere da lui accompagnata, era a tuo avviso possibile che costui la recludesse? O sussisteva un meccanismo di qualche tipo che evitasse che i mariti più gelosi (anche a loro danno, visto che molte funzioni pubbliche richiedevano appunto l’uscire fuori di casa) potessero decidere di recludere le loro mogli in casa? L’uomo quindi, oltre che fare da scudo umano della donna quando l’accompagnava, aveva anche l’obbligo a farla uscire o ad accompagnarla? La società mediorientale e quella antica vedevano di cattivo occhio un simile marito geloso? Gli impedivano di recludere la moglie?

Risposta: La storiografia femminista ha effettuato una bipartizione concettuale dello spazio vissuto di uomini e donne, tanto da un punto di vista simbolico quanto fisico: lo spazio pubblico maschile e lo spazio privato femminile. Anche se esistono dei forti vincoli tra di loro, lo spazio simbolico e lo spazio fisico non coincidono pienamente. Questi spazi diversificati in linea di massima sono effettivamente esistiti, così come erano diversificati i ruoli sociali, i doveri, i compiti. Il mio dissenso con la storiografia femminista sorge all’ora di spiegarne il perché. Secondo l’ottica femminista il motivo è chiaramente la discriminazione e il patriarcato. Per rispondere all’oggetto della domanda, lo spazio fisico, dovrei prima fare un paio di precisazioni alla domanda stessa. Primo, “il mondo esterno è parco di donne solo quando è percepito come pericoloso” (pag. 440). Il libro include numerosi esempi, di ogni epoca e luogo, della libera mobilità delle donne. Risulta assurdo concepire i mercatini senza donne, qui o in qualsiasi altra parte del mondo. Se oggi le strade delle nostre città e dei nostri paesi sono piene di donne, anche di notte, il motivo principale è il fatto che esse si sentono sicure.
Dall’altra parte, il mondo una volta era molto più rischioso di ora. Non solo nelle foreste, dove raramente si vedevano donne da sole, ma anche all’interno delle città, soprattutto di notte. Il mondo esterno era un mondo pericoloso, lo spazio dei servi e degli sfortunati, al contrario dello spazio chiuso, che era il privilegio del ceto signorile. Il femminismo ha giudicato con parametri attuali, e capovolto, una percezione storica che era sempre stata quella opposta.

Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda, per correttezza bisogna dire che l’analisi di culture specifiche richiederebbe un approfondimento ulteriore. La mia opera è generica, e risponde alle centinaia di opere di storiografia femminista che sono a loro volta generiche. Bisognerebbe approfondire in ogni luogo ed epoca, perché ci possono essere grandi differenze. Tra i tuareg, ad esempio, le donne hanno molte prerogative: libere di muoversi, prima del matrimonio possono avere numerosi amanti, e in caso di separazione rimangono con tutta la proprietà. Se voi andate oggi in un qualunque bazar di un qualunque paese arabo, vedrete che ci sono tantissime donne, anche da sole.

Quello che però è logico pensare è che il controllo della mobilità delle donne si sia applicato (e continui ad applicarsi in alcuni paesi del Medio Oriente) solo per proteggerle da luoghi considerati poco sicuri. Una simile giustificazione non regge quindi quando questi posti vengono considerati sicuri, o quando vi sono le condizioni per attraversarli in sicurezza (ad esempio venendo accompagnate dal marito).
Un uomo che impedisce alla propria moglie di uscire non la sta proteggendo e dunque non ha una giustificazione accettabile per gli standard della società. Qualora recludesse la propria moglie in casa, la sua verrebbe sicuramente vista come un’azione ingiustificabile (letteralmente, perché non sussisterebbero giustificazioni valide come la protezione), come un’anomalia, e pertanto anche come una malefatta, come un sopruso da condannare. Questo ovviamente implica che nessuna società abbia mai permesso la “reclusione delle donne in casa”: anche quelle mediorientali o comunque islamiche spesso spingevano per l’accompagnamento della donna da parte dell’uomo, come suo “scudo umano personale” come giustamente evidenziato, ma che è cosa ben diversa dall’impedire alle donne di uscire di casa. E se vi erano dei casi in cui cuò avveniva, si trattava semplicemente di abusi domestici che si presentano ancora oggi indipendentemente dal tipo di società in cui si vive e dal sesso della persona che li compie, dato che dipendono esclusivamente dalle personalità dei due coniugi.

Prendo ora come esempio il caso più estremo. Non sono mai stato in Afghanistan e non ho mai approfondito nello specifico quella realtà, ma tutti abbiamo visto delle immagini, nei film e documentari, di contadini e pecorai in quegli agresti e spesso impervi paesaggi. E tutti abbiamo esperienze dirette o di studio di realtà simili, ad esempio il mondo contadino siciliano “patriarcale” del XIX secolo – inizio XX secolo. Un mondo in cui gli uomini andavano in campagna, talvolta restandoci per diversi giorni. Nei paesi rimanevano donne, anziani e bambini. Il controllo sociale sulle donne, era fatto dalle altre donne, dai bambini o dagli anziani? Quando nei documentari vediamo quei pecorai molto lontani da casa loro, o quei gruppi di mujaheddin, chi esercita il controllo sociale nei paesi spopolati di uomini?

Domanda #3: Che relazione c’è tra voto esclusivamente maschile e obbligo maschile alla leva? E tra voto maschile e pagamento delle tasse?

Risposta: C’è un legame logico, innegabile, tra voto e obbligo alla leva, sottolineato da numerosi pensatori in ogni epoca, dai greci fino ai nostri giorni, passando per i romani. Il libro contiene parecchi esempi, compreso quello di Olympe de Gouges. Il legame tra le due cose divenne infatti più evidente che mai durante la Rivoluzione francese. La Corte Suprema Americana lo rese esplicito, per gli uomini, nel 1918. Di fatto, fino a poco tempo fa, e ancora oggi in alcuni paesi occidentali, i renitenti alla leva perdevano il diritto di voto. Per le donne, invece, era tutto diverso. Credo che la svolta si possa trovare nella “guerra delle coccarde”, nell’ambito della Rivoluzione francese, dove al contrario di quanto aveva sostenuto Olympe de Gouges, la maggior parte delle rivoluzionarie non volevano partecipare alle operazioni belliche ma pretendevano diritti. Della stessa idea sono Condorcet o Wollstonecraft. Il voto femminile fu un diritto slegato dai doveri.
C’è anche un legame tra voto e pagamento delle tasse (o meglio corvée), ma storicamente non è stato così forte e ha acquisito importanza solo successivamente. Il voto censitario è stato per la maggior parte legato anche a questa logica e le suffragette invocavano proprio questo aspetto, ovvero il fatto che loro pagavano le tasse, e che dunque avrebbero dovuto poter votare.
Per lungo tempo, in un mondo dove la guerra era la preoccupazione assillante di regni e nazioni, il soldato risultava molto più importante del contribuente (basti pensare che danari e corvée potevano arrivare anche tramite la schiavitù). Per cui, nella logica di chiunque, chi voleva partecipare al potere doveva prender parte alle battaglie.

Domanda #4: Secondo te, perché la Caccia alle Streghe colpì maggiormente donne? C’entrano particolari dinamiche sociali o semplicemente, come affermano alcuni, le streghe venivano viste come donne per via del legame che la chiesa vedeva tra stregoneria e rimanenze pagane di culti femminili (ricordiamo che il Canon Episcopi parla di “donne scellerate che credono di andare di notte con Diana, dea dei pagani”)? Secondo te, oltre a questo aspetto meramente religioso/culturale, entrano in gioco altri motivi per questa maggioranza femminile?

Risposta: Prima di tutto credo sia necessario chiarire, contro la percezione della narrativa dominante, che il fenomeno della “caccia alle streghe” (in realtà, “caccia alla stregoneria”) non era rivolto nello specifico contro le donne. Per assurdo si potrebbe affermare il contrario, ovvero che la caccia veniva attuata per proteggere le donne. La Bolla papale di Innocenzo VIII (1484) afferma di voler proteggere le donne tormentate da questi esseri sciagurati, che impediscono loro di concepire e distruggono la loro prole.

In secondo luogo credo sia necessario contestualizzare la cosa. Tra i tanti eventi tragici e cruenti che hanno afflitto l’umanità, la caccia alla stregoneria è molto lontana dal rientrare tra i primi cento per numero di vittime. E tenendo conto solo dei massacri per motivi religiosi, la caccia alla stregoneria occupa solo il 29esimo posto. Del numero complessivo di persone giustiziate per criminalità nello stesso periodo, le vittime della caccia alla stregoneria non rappresentano che una frazione modesta.

Quindi la prima questione su cui bisognerebbe riflettere riguarda l’importanza attribuita a questo triste accadimento storico rispetto a tutti gli altri. Una delle possibili spiegazioni, tra le molte che mi vengono in mente, risiede nel fatto che un cane che morde un uomo non fa notizia, mentre un uomo che morde un cane sì. Effettivamente l’80% delle vittime furono donne, il 20% uomini. In una Storia lastricata di eventi orribili che colpiscono per la stragrande maggioranza uomini, trovarne uno che colpisca di più le donne fa notizia.
Il secondo quesito è: perché proprio questo evento storico colpì maggiormente le donne? Una domanda che è già viziata in partenza, e dice tanto su di noi, che diamo per scontato che siano gli uomini a dover morire o soffrire, sempre e comunque, al posto delle donne.
Infatti la domanda che ci poniamo non è quella più logica. Dovremmo chiederci, in realtà, perché la stragrande maggioranza degli eventi storici tragici colpiscono gli uomini. È curioso che non lo facciamo, sembra quasi che sorga in noi la necessità di proteggere le donne, di preoccuparci solo di loro e di capire i motivi che hanno provocato la loro sofferenza, la loro e quella di nessun altro. Una forma mentis (innata o culturale?) che guida continuamente le nostre azioni. Nel mio libro ho analizzato ad esempio lo sterminio nazista, denominato genocidio perché c’erano donne e bambini. Lo sterminio degli uomini invece è sempre esistito, e da sempre si è chiamato guerra.

Mi rendo conto di non aver risposto all’ultima domanda, ma l’obiettivo primario della mia opera è quello di cambiare il punto di vista con cui analizziamo il mondo, di trasformare un punto di vista perennemente femminile e femminista in un punto di vista anche maschile. Credo che saremo in grado di dire con più precisione perché nel fenomeno della caccia alla stregoneria le donne sono state maggiormente colpite quando ci saremo chiesti (tutti, anche le femministe) perché nella stragrande maggioranza delle altre tragedie umane verificatesi sono stati gli uomini i più colpiti, e perché nessuno se ne cura.

Ringraziamo ancora una volta Santiago per le sue preziose osservazioni e ne approfittiamo per invitarvi all’acquisto del suo interessantissimo libro (qui il link per ordinarlo su Amazon).

Risposte ai dubbi sull’attivismo (e sugli attivisti) per i diritti maschili

Perché Antisessismo supporta il Men’s Rights Activism senza se e senza ma? In quest’articolo tenteremo di dare una risposta esaustiva a questa domanda.

Come pagina abbiamo sempre cercato di giustificare le nostre posizioni andando al di là degli ad hominem, del cherry-picking, del no true scotsman ed altre fallacie logiche che non portano da nessuna parte. Per questo abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle basi ideologiche dei movimenti, ovvero il minimo comun denominatore che accomuna le diverse correnti al loro interno, che li differenzia dagli altri all’esterno, e che guida le loro azioni concrete.

Nell’MRM (Men’s Rights Movement, sinonimo di MRA) non possiamo parlare di una base teorica che sia davvero comune a tutti, ma ve ne è una molto diffusa e soprattutto distintiva. Essa parte da un bisessismo storico per contestare l’azione unilaterale del femminismo e sostenere la necessità di una compensazione focalizzata, stavolta, sui diritti maschili di cui ci si è dimenticati per così tanto tempo. Questo sistema teorico non presuppone una netta divisione tra oppressori e oppressi, e fornisce le giuste chiavi interpretative per comprendere che anche l’attuale fase ginocentrista non è conseguenza di un “dominio” delle donne, ma di una serie di circostanze storiche. Tutt’altra pasta rispetto a idee secondo le quali “l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone” e “la storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta“, e che troviamo nei due documenti più importanti ai quali viene ricondotta la nascita del femminismo, rispettivamente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) e la Convenzione di Seneca Falls (1848). Risulta quindi impossibile separare femminismo e misandria, poiché, come abbiamo accennato, il femminismo parte dal presupposto che gli uomini abbiano attuato dall’alba dei tempi una dominazione sulle donne, che si rifletterebbe oggi in fenomeni quali la “violenza di genere” e altre angherie volte a ri-sottomettere la donna o negarle in extremis la tanto sudata libertà dai ruoli tradizionali. Come fai a credere in un sistema del genere e al contempo non odiare quelli che consideri i tuoi oppressori? È molto difficile. E pure se riuscissi a non odiarli, cercheresti di risolvere i loro problemi o i tuoi? Riusciresti a vedere i loro problemi, quando hai già deciso che loro sono i tuoi carcerieri, i tuoi aguzzini, i custodi del patriarcato? Certo che no. Per riassumere: al contrario della misoginia in ambito MRA, che laddove presente può essere vista come accidente o contaminazione esterna poiché non affonda le radici in alcuna base teorica originale del movimento, una buona fetta della misandria in ambito femminista è diretta conseguenza della Teoria del Patriarcato, ideologia trasversale a tutte le sue correnti e che rappresenta l’essenza del movimento stesso.

Una volta chiarita la natura intrinsecamente progressista dell’attivismo per i diritti maschili, passiamo ad una problematica che spesso dà luogo ad ambiguità e obiezioni: l’abbondanza di contaminazioni tradizionaliste in ambienti MRA, specialmente americani o comunque internazionali.

Innanzitutto, perché queste contaminazioni esistono? Perché nella società coloro che aderiscono a una visione così ragionata come quella MRA sono nettamente in minoranza rispetto a femministi e antifemministi generici. Questi ultimi, concependo la difesa degli uomini come un semplice opporsi alla moderna misandria femminista e nulla più, sono inevitabilmente attratti da qualunque movimento abbia “men” o “uomini” nel nome. Ma pure se ronzano intorno agli MRA (o, nei casi peggiori, si appropriano dei loro spazi), costoro sempre tradizionalisti rimangono, e le differenze si vedono.

Non dobbiamo dimenticare poi i tanti disperati cui l’una o l’altra problematica maschile ha rovinato la vita. Spesso è gente comune, sprovvista di capacità di astrazione e che difficilmente ambisce a una comprensione completa delle questioni di genere, orientandosi così su spiegazioni più semplici e manichee. Sono da biasimare? Dobbiamo aiutare selettivamente solo chi segue le nostre teorie? Potremo dare una mano agli uomini che soffrono solo quando saranno spariti gli ignoranti (ergo, mai)? Il fatto che ci siano ignoranti che bazzicano i nostri luoghi è motivo sufficiente per soffocare sul nascere il movimento MRA e ogni aiuto che esso può offrire al sesso maschile?
Mi immagino già la scena:

– “La mia ragazza mi picchia, ho paura di restare qui. Come mai c’è un unico centro antiviolenza per uomini in tutta Italia e sta a Milano? Perché nessuno protesta per ‘sta cosa?”

– “Eh guardi, c’erano gli MRA ma poi hanno appeso momentaneamente le scarpe al chiodo in attesa che tutte le vittime maschili prendano un bel PhD in Teoria del Bisessismo Applicata. Così siamo sicuri che tutti capiscano che la colpa delle loro sventure non è delle donne, ma della società e delle circostanze.”

– “Sì ma fino ad allora?”

– “Fino ad allora continui a farsi picchiare, che le devo dire…”

La preoccupazione per l’immagine del movimento è legittima, ma dovrebbe portare a una ed una sola linea d’azione: fare quadrato intorno all’etichetta MRA e difenderla. In altre parole, chi è progressista e tiene ai nostri diritti dovrebbe a maggior ragione definirsi MRA, anziché titubare. Titubare significherebbe darla vinta ai tradizionalisti, costringendoci a un cambio di denominazione che sarebbe disastroso per i diritti maschili. Perché? Perché le etichette buone non crescono sugli alberi, ed “MRA” ha un paio di pregi di cui non possiamo fare a meno.
Il primo è la trasparenza. Se c’è qualcosa che ci descrive perfettamente, questa è proprio la definizione “attivisti per i diritti degli uomini”. Veicola il messaggio che esistano dei diritti maschili per cui lottare e a cui dedicare particolare attenzione. Le parole “attivismo” e “diritti”, inoltre, corrispondono a concetti positivi, non meramente oppositivi, e hanno una forte valenza progressista nell’immaginario collettivo. Il secondo è la popolarità. Il Movimento per i Diritti degli Uomini si è costruito una notorietà internazionale non così indifferente, sebbene manchi degli appoggi istituzionali di cui è dotato il femminismo. Un’etichetta nuova, specie una con tutte le sfumature e i distinguo necessari, creerebbe confusione e sarebbe difficile da popolarizzare. Tra una scissione e l’altra, condannerebbe le questioni maschili ad un perenne anonimato. E anche qualora quest’etichetta riuscisse miracolosamente a prendere piede, il problema del tenere fuori le contaminazioni tradcon si riproporrebbe non appena acquistata una certa visibilità. Non è umanamente possibile impedire che si verifichino prima o poi almeno dei tentativi, da parte di una maggioranza esterna di appropriarsi di un movimento. E a quel punto che si fa? Scappiamo all’infinito dai conservatori? Abbandoniamo il lavoro fatto e ricominciamo daccapo con un altro nome, frammentandoci sempre più e senza alcuna garanzia di ritornare forti e compatti come prima? Mi sembrano le fatiche di Sisifo. Invece di scappare dalla città appena i tradcon si presentano alle sue porte e fondarne ogni volta una nuova, perché non trincerarsi e difenderla?

In Europa (e ancor di più in Italia) ci stiamo riuscendo abbastanza bene, rivendicando l’esclusività progressista del concetto di MRA con un approccio top-down, e mantenendo puliti i nostri spazi di informazione e discussione. Qualcuno storce il naso, perché lo ritiene “artificiale”: beh, sì, è artificiale quanto degli argini che impediscono a un fiume di inondare una città, permettendo a quest’ultima di crescere florida e indipendente. Nella vita le cose buone non accadono da sole, serve qualcuno che le faccia accadere.

Oltreoceano c’è invece più eterogeneità. Da un lato abbiamo le infiltrazioni tradizionaliste, qualche esponente controverso e così via, dall’altro abbiamo il fronte progressista, in seno al quale è nato tutto l’impianto teorico che usiamo. Quale delle due fazioni è più forte? Non si può tentare di rispondere a questa domanda facendo valutazioni meramente numeriche. Se nel documentario MRA per eccellenza (The Red Pill) vengono dette cose progressiste persino intervistando gente che su altre cose è conservatrice, probabilmente esiste una diffusa consapevolezza che l’attivismo per i diritti maschili sia qualcosa di ben distinto dal tradizionalismo e dall’antifemminismo generico.

La teoria del bisessismo-che-poi-diventa-ginocentrismo, dopotutto, non la trovate da nessun altra parte. È nata lì ed è caratteristica distintiva dell’MRM. E si dà il caso che quella teoria sia l’unica teoria davvero giusta nell’ambito delle questioni di genere, l’unica che può permettere un’azione che porti alla vera parità dei sessi.
Un movimento infatti va giudicato anche per contrasto con quelli già esistenti, evidenziando ciò che di nuovo viene detto e quanto di speciale o diverso viene teorizzato. Pensiamoci un attimo: noi apprezziamo le menti geniali del passato per le loro idee acute e innovative, non certo per quelle normali e spesso anche retrograde che costituivano la maggior parte del loro sistema di pensiero. Ad esempio, più o meno quasi tutti i grandi filosofi del passato esprimevano idee tradizionaliste quando si cimentavano in questioni di genere, ma li si scusa dicendo che quella parte “non progressista” del loro pensiero era figlia del loro periodo storico, e li si ricorda invece per le loro grandi intuizioni in altri ambiti. Se sappiamo riconoscere e filtrare le contaminazioni nel pensiero dei singoli intellettuali, allora perché non fare lo stesso con i movimenti sociali?

E vi dirò di più: ammesso e non concesso che l’MRM sia un guazzabuglio al cui interno solo “casualmente” troviamo l’unica teoria giusta nell’ambito delle questioni di genere, supportarlo sarebbe comunque la scelta giusta da fare in questo periodo storico, perché è gente che bene o male qualcosa per gli uomini effettivamente la fa, a differenza di tutti gli altri. Anche se una causa giusta fosse sostenuta dai più per motivi sbagliati, ciò non la renderebbe meno giusta. Come vediamo, l’imperativo logico-etico di dover agire per gli uomini resiste anche alle ipotesi più pessimistiche sulla composizione sociale e sulle intenzioni dei gruppi che si impegnano in questo senso.

Tutto questo non è facile, lo sappiamo. Siamo animali sociali e prima di sostenere l’una o l’altra causa ci facciamo sempre quattro conti in tasca. Ma nessuno ci calerà dal cielo un movimento MRA puramente progressista, fatto e buono, al quale aderire comodamente senza rischi di essere associati a personaggio discutibile X e personaggio discutibile Y. Chi vuole questo movimento deve contribuire a formarlo, non può lavarsene le mani e dire “lo sosterrò dal momento in cui quelli come me saranno la maggioranza”. È come non votare per il tuo partito alle elezioni perché credi che gli altri partiti abbiano più sostegno. A maggior ragione il tuo partito non vince se non lo voti, no?

PS. Etichette e nomenclature sono meno importanti dei fatti concreti, vero, ma non sono neanche irrilevanti o marginali: è più facile lottare per un set di idee se le si associa a una parola o sigla che le tenga unite tra di loro, come un portachiavi, e che aiuti a richiamarle in maniera veloce e sintetica senza dover spiegare sempre tutto daccapo. Questo non significa che dobbiamo qualificarci come MRA ogni volta che intraprendiamo una discussione su una tematica maschile: esistono effettivamente situazioni in cui vale la pena essere più indiretti, ma l’importante è che quando il movimento è oggetto di dibattito pubblico ci si mostri supportivi nei suoi confronti, anziché ostili.

[H.]

Si ringrazia M. per l’aiuto offerto nella stesura dell’articolo.

Vedi anche:

Chi sono gli MRA?
No, gli MRA non sono tradizionalisti e non rivogliono i ruoli di genere
Risposte ai mille tentativi di accomunarci ad altre correnti della manosphere
Se difendi le vittime di violenza… sei complice di un pluriomicida?! L’assurda logica degli anti-MRA

Circoncisione neonatale routinaria: i motivi del NO

Noi europei siamo abituati a pensare alla circoncisione come ad una pratica medica cui si ricorre solo quando è effettivamente necessario, per esempio nei casi di fimosi grave. Purtroppo questa percezione è lontana dalla realtà. Il grosso delle circoncisioni, anche nel contesto occidentale, non viene effettuato per emergenze del genere. Spesso si circoncide direttamente alla nascita, per motivi che possono essere religiosi o legati semplicemente alla tradizione (sebbene vengano spesso nascosti, come vedremo, dietro dubbie giustificazioni di carattere “preventivo”). Un esempio prominente è quello degli Stati Uniti, dove ancora oggi a subire la circoncisione è più della metà dei nuovi nati maschi [1].

Ancor prima di soppesare rischi e benefici di tale pratica, dovremmo porci una domanda di carattere puramente etico: è giusto prendere, in assenza di necessità mediche, decisioni irreversibili sul corpo di chi non può dare il consenso?
Per intenderci, accetteremmo mai la tatuazione religiosa di un neonato? Saremmo mai a favore dell’amputazione dei suoi lobi delle orecchie “perché tanto sono inutile tessuto aggiuntivo che aumenta (dello 0,0..1%) il rischio di cancro”? Giustificheremmo mai un’appendicectomia preventiva? Dopotutto, si tratta di una parte del corpo inutile e che porta solo problemi!
Se la risposta a tutte queste domande è no, congratulazioni, abbiamo ancora una bussola etica funzionante. La religione dei genitori, le loro tradizioni, o le loro paranoie mediche se è per questo, non possono prevaricare sul diritto dei figli alla propria integrità fisica. Anche se il prepuzio fosse davvero un pezzo di pelle privo di funzione (e più avanti vedremo perché invece non lo è), rimarrebbe comunque inaccettabile privare una persona non consenziente di una parte del suo corpo in assenza di urgenti motivi medici. In una società laica e progressista, religione e tradizione non possono essere valide giustificazioni: dev’essere l’individuo a poter scegliere su ciò che lo riguarda, specie se è qualcosa di irreversibile.
Inoltre, spesso le religioni contemplano al loro interno scuole di pensiero [2] e pratiche alternative [3], meno conosciute ma che sarebbe possibile provare a diffondere anche dall’interno, per incoraggiare una maggior compatibilità tra fede e diritto all’autodeterminazione.

Chiarito questo, dovrebbe essere evidente che ogni argomentazione che faccia perno su eventuali “vantaggi” della circoncisione dovrà per forza di cose scontrarsi col diritto del bambino all’integrità fisica; prevalere su di esso richiederà quindi che siano mostrati vantaggi incredibilmente significativi, o alternativamente che si mostri la presenza di rischi reali e tangibili che solo la circoncisione possa drasticamente ridurre. Risultati della magnitudo necessaria sono francamente improbabili, per non dire impossibili.

Nella parte restante di questo articolo passeremo in rassegna le giustificazioni più comuni e spiegheremo perché, come prevedibile, non si avvicinano neanche lontanamente a poter legittimare la circoncisione rituale infantile.

1) “Il prepuzio è inutile”

Falso. Il prepuzio gioca un ruolo importante nella sessualità maschile, trattandosi di un’area densamente innervata, particolarmente sensibile al tatto e quindi altamente erogena, utile altresì per una corretta interazione meccanica tra tutte le parti anatomiche coinvolte nell’atto sessuale [4-7].
Un’altra sua funzione è quella di agire come una mucosa, proteggendo e mantenendo alta la sensibilità del glande [8]. Quando quest’ultimo non è protetto da tale lembo di pelle, infatti, il suo epitelio si ispessisce per ridurre le continue sollecitazioni dovute al contatto con stoffe e tessuti. Questo cambiamento sarebbe irreversibile in caso di circoncisione, proprio perché non potendo più ricoprire il glande col prepuzio, anche l’epitelio non potrebbe più tornare alla sua condizione precedente.

Infine, in uno studio che affermava che la circoncisione non diminuisse la sensibilità del pene è stato trovato un errore metodologico molto grave, ossia il fatto che non venisse misurata la sensibilità del prepuzio stesso; uno studio più recente ha mostrato che è proprio il prepuzio la parte del pene più sensibile al tocco, e non il glande [9].
Su questi ultimi findings qualcuno potrebbe obiettare che i ricercatori in questione sono intattivisti, ma il punto è che difficilmente chi sceglie di dedicare tempo ed energie alla ricerca in questi ambiti è motivato da pura e neutrale curiosità. Spesso la motivazione nasce dall’essere schierati, ma questo non significa che chi è schierato sia per forza disonesto. Essendo la circoncisione una questione etica ancor prima che scientifica, è legittimo che un ricercatore la ritenga sbagliata fin da subito. Poi magari ti capita di leggere uno studio di medici pro-circ, vedi che è stato fatto in modo sbagliatissimo, e allora decidi di replicarlo con maggior rigore scientifico per vedere cosa ne esce. Non neghiamo la potenziale presenza di un bias, ma se consideriamo che per i medici statunitensi le circoncisioni sono operazioni semplici da eseguire e abbastanza remunerative sui grandi numeri, c’è da chiedersi se un conflitto d’interessi economico non sia di gran lunga peggiore di uno meramente intellettuale.

2) “Un mio amico è stato circonciso e dice che ora le sue prestazioni sessuali lo appagano di più”

Perché sente di meno. Se soffri di eiaculazione precoce questo può aiutarti a ritardare l’orgasmo e godertelo, ma sempre in funzione del fatto che non hai le stesse sensazioni.
Se invece una persona è lenta già di suo ad arrivare al culmine, con la circoncisione non ci arriva mai e diventa uno sforzo.
E una persona che ci arriva in tempi normali ne risulta danneggiata perché non aveva necessità di aumentare i tempi, e in più non si gode il sesso al massimo delle sue potenzialità.
Il mondo è pieno di testimonianze di uomini che lamentano minori sensazioni dopo la circoncisione, nonché più frequenti difficoltà nel raggiungere l’orgasmo, come ha mostrato uno studio [10]. Non sapendo se il proprio figlio apparterrà alla prima categoria o alle ultime due, facendolo circoncidere si rischia deliberatamente di danneggiare la sua capacità di provare piacere sessuale da adulto.

3) “La circoncisione riduce le possibilità di contrarre infezioni causate dall’accumulo di smegma”

Lavarsi basta e avanza a questo scopo. Se non vivi nel terzo mondo, l’acqua ci sta.
Per quanto riguarda invece quei paesi dove l’acqua e l’igiene scarseggiano e dove la sanità è sottosviluppata, lì è anche più probabile che la circoncisione venga effettuata con strumenti non sterilizzati, magari usati più volte, quindi il rimedio potrebbe essere peggiore del problema.

4) “Riduce il rischio di contrarre l’HIV”

Altra questione controversa: se fosse vero, o se questo effetto fosse rilevante, come mai allora l’incidenza del virus in Europa è più bassa che negli Stati Uniti? Non dovrebbe essere il contrario?
Ma, per comodità, diamo per buoni gli studi che mostrano tale riduzione (anche se ne sono stati evidenziati caterve di errori metodologici, oltre al semplice fatto che i risultati di ricerche condotte su adulti in Africa difficilmente rispecchiano la realtà dei bambini occidentali circoncisi alla nascita: bisogna tener conto dei fattori ambientali). La circoncisione ridurrebbe il rischio del 60%, mentre l’uso del preservativo lo riduce dell’80%. Ergo, se contrarre HIV tramite sesso penetrativo non protetto con partner infetta è già di suo molto improbabile (4 casi su 10000, ovvero lo 0,04% per atto sessuale), l’uso del solo preservativo fa scendere questa percentuale allo 0,008% [11]. Certo, combinare l’uso del preservativo alla circoncisione potrebbe farla scendere allo 0,0032%. Ma stiamo parlando di un contagio su 12500 atti sessuali penetrativi con partner infetta. Se consideriamo poi che la partner infetta non è poi frequentissima, e che almeno in Occidente chi ha l’HIV tende ad esserne consapevole e a seguire adeguate terapie anti-retrovirali (le quali, in combinazione col preservativo, riducono le chance di contagio del 99,2% [12])…
È evidente che per ogni persona che riusciresti a proteggere con la circoncisione ci sarebbero decine di migliaia di uomini che avresti mutilato inutilmente, perché non avrebbero mai contratto il virus. E tutto questo solo ammettendo come vero un presupposto che è persino dubbio. Che senso ha?

In più, una meta-analisi ha mostrato che la circoncisione non diminuisce il rischio HIV nel caso dei rapporti sessuali tra uomini [13]. Proprio in questo gruppo le chance di contagio sono più alte rispetto al resto della popolazione, e sono riducibili solo attraverso l’uso del preservativo.

A questo proposito c’è da aggiungere che tra i circoncisi, specie se in età adulta, tende a circolare l’idea che la rimozione del prepuzio renda immuni a questa malattia, il che spesso porta ad un mancato utilizzo del preservativo [14, 15] e quindi a maggiori chance di contagio rispetto a chi non è circonciso e si protegge adeguatamente. E a questo punto non è meglio informare anziché amputare?

5) “La circoncisione riduce il rischio di cancro al pene”

Qualsivoglia rimozione di tessuto riduce il rischio di cancro nella relativa parte del corpo. Il cancro al pene si sviluppa in meno di un uomo su 100.000 ogni anno [16, 17], e nella maggior parte dei casi sul glande. È vero che la circoncisione riduce drasticamente il rischio di fimosi, e che la fimosi (patologica) aumenta il rischio di carcinoma penile, ma come abbiamo appena visto si tratta di percentuali talmente infinitesimali che tali restano anche raddoppiandole o triplicandole. Dopotutto, il doppio di 0,001% è 0,002%. Statistiche ad effetto come “aumento del 100/200/300%”, su fenomeni tanto rari già in partenza, nel concreto non significano praticamente nulla.
Inoltre, solo lo 0,6% degli uomini sarà affetto da fimosi patologica nel corso della sua vita [18]. E per concludere, persino l’American Cancer Society concorda sul fatto che la circoncisione non è indicata come strategia di prevenzione.

6) “Delle importanti organizzazioni mediche hanno detto che la circoncisione è ok!”

Sbagliando, come altre organizzazioni – meno intrise di bias culturale americaneggiante – hanno giustamente fatto notare. Gli appelli all’autorità li ho già decostruiti in un altro articolo, perciò su questo punto non mi dilungherò oltre.

7) “Se le proibisci, le circoncisioni le faranno comunque e fuori dagli ospedali, il che è peggio!”

Anche le FGM in certi paesi continuano a farle illegalmente fuori dagli ospedali, ma per fortuna nessuno ha intenzione di legalizzarle di nuovo per questo. La società si è resa conto che non è accettabile che il diritto delle bambine all’integrità fisica sia tenuto in scacco: queste pratiche aberranti vanno combattute e basta, non solo attraverso campagne di sensibilizzazione ma anche col pugno duro della legge. Sui diritti umani non si transige, e non si può certo aspettare con le mani in mano che la gente scelga autonomamente di rispettarli.

8) “Ma la circoncisione non può essere paragonata all’infibulazione!”

All’infibulazione non si può paragonare, ma ad alcune forme meno invasive e più diffuse di FGM sì. Nello specifico, alla circoncisione del prepuzio del clitoride. Le somiglianze con la circoncisione maschile non si esauriscono nella semplice corrispondenza tra le due parti anatomiche: le stesse preoccupazioni (nettamente esagerate) su igiene e rischio HIV sono infatti annoverate come punto a favore della circoncisione femminile da parte delle culture che le praticano, e il rischio è che qualche suo sostenitore possa addirittura trovare un appiglio nei pochi studi esistenti a riguardo [19, 20].
Studi più approfonditi non riceverebbero mai l’approvazione di un comitato etico, ma a dirla tutta è plausibile, pure probabile, che la naturale conformazione dei genitali femminili fornisca un’ambiente più favorevole a batteri e virus rispetto a un tessuto più liscio.
Tuttavia le FGM, circoncisione femminile inclusa, sono illegali in quasi tutti i paesi dove vengono praticate [21]; questo perché giustamente, sul piatto della bilancia, il diritto di una bambina a non subire mutilazioni genitali pesa molto di più rispetto a qualsiasi forzata analisi rischi-benefici. Tutto ciò che chiediamo è che venga applicato lo stesso sacrosanto principio anche ai bambini di sesso maschile.

[H.]

Riferimenti

[1] CDC/NCHS, National Hospital Discharge Survey, 1979-2010.
Nel 2010, ultimo anno in cui è stata condotta la ricerca, la percentuale di circoncisioni effettuate alla nascita negli ospedali americani si attestava sul 58%. Parliamo quindi di più di un milione di bambini all’anno che subiscono circoncisione per motivi di tradizione o disinformazione, e questo contando solo gli Stati Uniti.

[2] Per quanto riguarda il mondo musulmano, non mancano dispute teologiche sull’interpretazione di alcuni versetti del Corano in materia di integrità corporea. Esistono già, dunque, correnti di pensiero che si oppongono alla circoncisione.

http://www.quranicpath.com/misconceptions/circumcision.html

[3] In ambito ebraico, ad esempio, esiste il Brit Shalom. Si tratta di un rito effettuato da molti rabbini in alternativa alla circoncisione (Brit Milah), e che sostituisce il rituale sanguinoso con uno simbolico.
https://en.wikipedia.org/wiki/Brit_shalom_(naming_ceremony)

[4] Cold CJ, Taylor JR. The prepuce. BJU Int. 1999;83 Suppl 1:34-44.

[5] Taylor JR, Lockwood AP, Taylor AJ. The prepuce: specialized mucosa of the penis and its loss to circumcision. Br J Urol (1996) 77(2):291– 5.10.1046/j.1464-410X.1996.85023.x

[6] Earp BD, Darby RJ. Does science support infant circumcision? A skeptical reply to Brian Morris. The Skeptic. (2014). Available from: https://www.academia.edu/9872471/Does_science_support_infant_circumcision

[7] Werker PM, Terng AS, Kon M. The prepuce free flap: dissection feasibility study and clinical application of a super-thin new flap. Plast Reconstr Surg (1998) 102(4):1075–82.10.1097/00006534-199809040-00024.

[8] Cfr nota 4.

[9] Sorrells ML, Snyder JL, Reiss MD, et al. Fine-touch pressure thresholds in the adult penis. BJU Int. 2007;99(4):864-9.

[10] Frisch M, Lindholm M, Grønbæk M. Male circumcision and sexual function in men and women: a survey-based, cross-sectional study in Denmark. Int J Epidemiol. 2011;40(5):1367-81.

[11] Patel P, Borkowf CB, Brooks JT, Lasry A, Lansky A, Mermin J. Estimating per-act HIV transmission risk: a systematic review. AIDS. 2014;28(10):1509-19.

[12] Ibid.

[13] Millett GA, Flores SA, Marks G, Reed JB, Herbst JH. Circumcision status and risk of HIV and sexually transmitted infections among men who have sex with men: a meta-analysis. JAMA. 2008;300(14):1674-84.

[14] Kalichman S., Eaton L., Pinkerton S. Circumcision for HIV prevention: failure to account for behavioral risk compensation. PloS Med. 2007;4(3):e137-138.

[15] Myers A., Myers J. Male circumcision – the new hope? S Afr Med J. 2007;97(5):338-341.

[16] https://www.cancer.org/cancer/penile-cancer/about/key-statistics.html

[17] http://www.ncin.org.uk/publications/data_briefings/penile_cancer_incidence_by_age

[18] Shahid SK. Phimosis in children. ISRN Urol. 2012;2012:707329.

[19] Stallings RY, Karugendo E. Female circumcision and HIV infection in Tanzania: for better or for worse. Third International AIDS Society Conference on HIV Pathogenesis and Treatment Rio de Janeiro. 2005:25–27.

[20] Kinuthia, Rosemary G., The Association between Female Genital Mutilation (FGM) and the Risk of HIV/AIDS in Kenyan Girls and Women (15-49 Years). Thesis, Georgia State University, 2010.

[21] Paesi in cui le FGM vengono praticate: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/27/Composite_FGM_world_map.svg
Paesi in cui le FGM sono vietate per legge: https://infographic.statista.com/normal/chartoftheday_4952_which_countries_ban_fgm_by_law_n.jpg