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Perché un registro degli stupratori aumenterebbe gli stupri

Recentemente vi sono state associazioni (come “Preferenziale Rosa”) che, a seguito dello stupro della tassista a Roma, hanno richiesto di istituire un registro degli stupratori, adducendo la motivazione per cui chi compie simili atti non avrebbe più diritto alla riservatezza dei dati.
Questa proposta, sebbene comprensibile, è da rifiutare nettamente per motivazioni sia pratiche che etiche.
Partiamo con le prime:
Una persona che esce dal carcere dopo aver scontato la propria pena e che cerca di rifarsi una vita, come riuscirebbe a farlo laddove la sua persona fosse associata all’atto commesso? Quasi certamente ciò significherebbe l’assenza di un lavoro e quindi povertà. Si dà il caso che la povertà sia uno dei maggiori predittori di criminalità, quindi tale stigma spingerebbe a commettere ulteriormente atti antisociali e quale crimine più di quello che si è già commesso, vale a dire lo stupro? In sintesi tale mossa aumenterebbe ancora più la reiterazione del reato.
Passiamo adesso alle motivazioni etiche:
1) Il carcere ha – ufficialmente – funzione educativa, non punitiva, pertanto una persona uscita da esso dovrebbe essere migliorata e sapersi reintegrare nella società. Se non la si vuole reintegrare subito per questione di sicurezza, si richieda una pena aggiuntiva al reato perché abbia maggiori possibilità di essere rieducato, non si capovolga la funzione stessa dell’incarcerazione. Ma una persona ha il diritto a rifarsi una vita, non ha senso altrimenti toglierla dal carcere per non farla vivere da persona libera. La maggiore pena in caso di reiterazione del reato va ovviamente conservata al fine di scoraggiarne la ripetizione, ma l’informazione del reato commesso non deve essere di dominio pubblico, semmai solo delle autorità competenti.
2) Uno strumento di pubblica gogna aumenterebbe sicuramente le false accuse, in quanto diventerebbe un più allettante modo di vendicarsi di una persona per cui si prova astio. Ricordiamoci la storia e gli effetti che il sistema inquisitorio utilizzato nella caccia a streghe, eretici, ecc. ha avuto nell’eliminare personaggi sgraditi.
3) Aumento dei suicidi a seguito dell’impossibilità di rifarsi una vita: qualcuno dirà “chissene frega, è uno stupratore”. Benissimo, ma allora cosa distingue questo da una pena di morte diretta? Eppure tale sistema è stato ripudiato dall’Italia e dalla maggior parte dei Paesi civili, e moltissime organizzazioni per i diritti umani (pensiamo ad esempio ad Amnesty International) si prefiggono proprio l’abolizione della pena capitale nell’intero globo. Una simile misura, dunque, andrebbe in pieno contrasto con i Diritti Fondamentali Umani.
4) Assenza di un registro per chi compie false accuse: un registro simile che non includesse le persone che costruiscono false accuse di reati sessuali sarebbe sicuramente incompleto e discriminante verso le persone erroneamente inserite nel primo registro, dato che i loro calunniatori non potrebbero subire lo stesso trattamento riservato ad essi.
5) Aumento della giustizia fai-da-te. A seguito di false accuse di stupro vi sono stati casi di suicidi, aggressioni, omicidi e linciaggi pubblici, che non possiamo ignorare.
 
Ricordiamo tra i tanti: 
  • Stephen Lyne, 17 anni, pugnalato a morte nel 2009 a seguito di una falsa accusa di una ragazza diciottenne (che poi ha confessato di aver mentito):

    stephen

  • Luke Harwood, 18 anni, picchiato a morte da una gang, che gli ha tagliato le dita e tolto i denti dal corpo, a seguito di una falsa accusa di una ragazza di 21 anni. Anch’essa ha poi confessato la sua bugia:

    luke

  • Tom Acton, 16 anni, spinto al suicidio a seguito di bullismo dovuto a false accuse di stupro nei suoi confronti sparse dagli spacciatori del suo quartiere che aveva denunciato:

    tom

  • Syed Khan, 35 anni, accusato di stupro. Il 5 marzo 2015, una folla di 7000-8000 persone assalta la prigione di Dimapur e lo tira fuori. Viene spogliato, preso a calci, lapidato e poi impiccato mentre la gente lo riprende con il telefonino. Il 6 marzo le telecamere dell’hotel dove sarebbe avvenuto lo stupro vengono esaminate e viene visto che la donna accompagna l’uomo sia all’entrata che all’uscita senza timore, anzi. Il 7 marzo vengono esaminati i reperti medici, che dimostrano l’assenza di violenza. Delle migliaia di manifestanti, sono stati arrestati solo 22:

    linciaggio

  • Vi sarebbero anche molte altre false accuse di stupro che si sono risolte in tragedia, ma cambiamo argomento per un attimo e parliamo anche di casi come quello di Jeetu, 22 anni, di casta Dalit (cioè Paria), accusato di aver compiuto un approccio molesto in stato di ubriachezza verso una ragazza (non risulta l’abbia toccata, ma esclusivamente seguita). Per questo è stato picchiato a morte da una folla. Anche se fosse stato colpevole… davvero crediamo sia questa la giusta punizione?

    linciaggio2

  • O parliamo invece di casi come quello di Christian Adamek, un ragazzino che per giocare ha corso nudo in un campo di calcio. Uno scherzo, uno scherzo qualunque che però gli ha fatto rischiare l’inserimento nel Registro dei Sex Offenders. Per evitarlo si è suicidato. Aveva 15 anni:

    Christian-Adamek

La caccia alle streghe ha davvero avuto origine dalla misoginia?

streghe

E’ diffusa la credenza secondo cui la misoginia sarebbe stata alla base della caccia alle streghe tra il XV e il XVII secolo (con alcuni casi sporadici nel XIV e nel XVIII). Qui spiegherò su basi storiche come mai tale ipotesi sia inesatta.

Una delle fonti principali alla base di tale affermazione è sicuramente il Malleus Maleficarum, manuale inquisitorio scritto da due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer e pubblicato nel 1487.

D’altra parte questo documento è tardo, e la strega come figura principalmente femminile esisteva già da tempo. La sua associazione nel mondo cristiano con le donne è riscontrabile ad esempio nel Canon Episcopi, testo clericale di istruzione ai vescovi del 906, il quale afferma al suo interno:

“Né bisogna dimenticare che certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Erodiade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire ai suoi ordini come a loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio.” [1]

Nel XIII secolo l’arcivescovo Jacopo da Varagine racconta la storia di San Germano, che, dopo aver cenato da alcuni contadini, vede che dopo aver mangiato questi riapparecchiano la tavola per le buone donne che vengono di notte” [2].

Queste “buone donne che vengono di notte” corrispondono certamente alle figure siciliane delle donne di fuori” che si credeva vagassero durante la notte con il proprio spirito staccato dal corpo e che erano sottomesse a una figura, simile a una Dea, chiamata “Regina delle Fate”, “Maestra”, “Signora Greca”, “Signora Grazia”, “Sapiente Sibilla” o con molte altre varianti [3].

La strega come “donna per definizione”, dunque, ha radici più arcaiche della semplice misoginia e rimanda a credenze popolari che altro non erano che rimanenze, ricordi, di culti femminili.

Secondo Sabina Magliocco, professoressa di Antropologia e Folklore alla California State University, Northridge (CSUN), l’origine di queste figure femminili (che poi verranno demonizzate) a capo delle streghe deriverebbe dal culto di Ecate [4].

Che il culto di Ecate fosse associato alle donne e alla stregoneria lo riscontriamo già nelle Metamorfosi di Apuleio, dove si parla delle temutissime streghe tessaliche [5]. In Tessaglia sacrifici a questa Dea sono stati effettuati fino al medioevo [6]. Lo stesso Orazio nelle Satire, parlando di due streghe, Canidia e Sagana, narra di come avessero invocato Ecate e Tesifone [7].

Sulla base di questi dati possiamo affermare dunque che la figura della strega in quanto donna deriva da un suo collegamento a culti femminili precristiani, e non tanto alla misoginia.

Questo è verificabile comprendendo che, laddove figure analoghe alla strega sussistevano in territori con influenze culturali differenti, legate ad esempio a culti maschili o dove erano gli uomini a occuparsi della guarigione nei villaggi, anche le percentuali di persecuzione cambiavano.

La prevalenza di accuse contro individui di sesso maschile emerge in modo singolare in alcune zone periferiche d’Europa maggiormente pervase da elementi culturali sciamanici e coinvolte tardi dalla persecuzione della stregoneria. Ad esempio Heikkinen e Kervinen affermano:
“Nel XVI secolo in Finlandia, lo stereotipo del fattucchiere era un uomo. Questo è probabilmente dovuto alle tradizioni popolari finniche e all’antica religione finlandese, in cui i poteri soprannaturali non erano associati con le donne ma con gli uomini [8].

Kirsten Hastrup, professoressa di Antropologia all’Università di Copenhagen ha affermato:

La tipica strega islandese era maschile [9].

In Islanda, infatti, conoscenza e saggezza sciamaniche erano associate agli uomini, e in particolare a figure di uomini-cantori depositari della poesia scritta e orale. Gli sciamani si dicevano in grado di uscire dal corpo e di divinare.

Questi casi non sono isolati, se contiamo che, nonostante la maggioranza dell’Europa fosse influenzata dallo stereotipo della strega-donna derivante dai culti precristiani femminili che abbiano visto sopra, secondo Robin Briggs, nell’insieme dei condannati a morte per stregoneria, ben il 20-25% era di sesso maschile, e addirittura nella vicinissima Francia “poco più della metà erano uomini” [10].

Ma soprattutto se la caccia alle streghe fosse stata davvero conseguenza della misoginia, avremmo dovuto vedere una maggioranza di uomini tra gli accusatori delle presunte streghe.
Eppure lo studio di Deborah Willis sulle dinamiche delle accuse di stregoneria tramite un’analisi dei documenti legali, dei trattati religiosi, ecc. ha rilevato che fosse chiaro […] che le donne erano attivamente partecipi nel costruire accuse di stregoneria contro le loro vicini femminili:

“[Alan] Macfarlane ha trovato che tante donne quanti uomini informavano contro le streghe nei 291 casi dell’Essex che aveva studiato; circa il 55 per cento di coloro che credevano essere stati stregati era di sesso femminile. Il numero di liti di stregoneria che hanno avuto inizio tra le donne potrebbe in realtà essere stato superiore; in alcuni casi, sembra che il marito come “capo famiglia” si faceva avanti per fare dichiarazioni a nome di sua moglie, anche se la lite centrale aveva avuto luogo tra lei e un’altra donna. […] Può, quindi, essere fuorviante mettere sullo stesso piano “informatori” con “accusatori”: la persona che ha rilasciato una dichiarazione alle autorità non era necessariamente la persona che aveva litigato direttamente con la strega. Altri studi supportano una figura nella gamma del 60 per cento. Nell’esame di Peter Rushton dei casi di calunnia nei tribunali ecclesiastici di Durham, le donne hanno preso provvedimenti contro altre donne che le avevano etichettate come streghe nel 61 per cento dei casi. […] J.A. Sharpe rileva inoltre la prevalenza delle donne come accusatori nei casi Yorkshire seicenteschi, concludendo che “su un livello di villaggio la stregoneria sembra essere stata qualcosa di peculiarmente invischiata nei litigi tra donne”. In misura considerevole, quindi, a livello di villaggio la caccia alle streghe è stata un lavoro delle donne. [11]

Dorothy A. Mays, professoressa al Rollins Collage, in “Women in Early America” afferma, sulle accuse di stregoneria nel Nord America:

“Gli accusatori posseduti erano quelli che affermavano di soffrire dei tormenti afflitti dalla strega. L’ottantasei per cento degli accusatori posseduti era femmina.” [12]

Non a caso, nel famoso processo alle streghe di Salem, tutte le denuncianti “stregate” erano donne [13].

Gli uomini costituivano la maggioranza dei giudici e dei carcerieri, ma questo avveniva in tutto il sistema legale e non solo nelle accuse riguardanti la stregoneria o i crimini commessi da donne, pertanto non può essere preso come segno di origine misogina della caccia alle streghe.

 

Riferimenti Bibliografici:

[1] Decretum Gratiani, causa 26, quaestio 5, canon 12.

[2] Jacopo da Varazze, rec. Johann Georg Theodor Grässe. “Legenda aurea vulgo historia Lombardica dicta ad optimorum librorum fidem”, seconda ed., Lipsiae:1850, p. 449.

[3] G. Henningsen. Le ‘donne di fuori’: un modello arcaico del sabba. «Archivio Antropologico Mediterraneo», a. I, n.0, 1998.

[4] Sabina Magliocco. Who Was Aradia? The History and Development of a Legend. Pomegranate: The Journal of Pagan Studies, vol. 18, 2002.

[5] Apuleio. Metamorfosi. Garzanti, 2007.

[6] Éva Pócs. Fairies and Witches at the Boundary of South-Eastern and Central Europe. FF Communications No. 243. Suomalainen Tiedeakatemia, Helsinki, 1989, pag. 80.

[7] Orazio. Satire. Garzanti, 2007.

[8] Heikkinen, Antero & Kervinen, Timo. “Finland: The Male Domination”. In “Early Modern European Witchcraft. Centres and Peripheries”. Ed. by Bengt Ankarloo and Gustav Henningsen. Clarenton Press, Oxford, 1990, p. 322.

[9] Kirsten Hastrup. “Iceland: Sorcerers and Paganism”. In “Early Modern European Witchcraft. Centres and Peripheries”. Ed. by Bengt Ankarloo and Gustav Henningsen. Clarenton Press, Oxford, 1990, p. 388.

[10] Robin Briggs. Witches and Neighbors: The Social and Cultural Context of European Witchcraft. Penguin Books, 1998, pp. 260-261.

[11] Deborah Willis. Malevolent Nurture. Witch-hunting and Maternal Power in Early Modern England. Cornell University Press, 1995, pp. 35-36.

[12] Dorothy A. Mays. Women in Early America. Struggle, Survival, and Freedom in a New World. ABC-CLIO, 2004, p. 428.

[13] Ana Kocić. SALEM WITCHCRAFT TRIALS: THE PERCEPTION OF WOMEN IN HISTORY, LITERATURE AND CULTURE. FACTA UNIVERSITATIS Series: Linguistics and Literature Vol. 8, No 1, 2010, pp. 1 – 7.

Uomini e faccende domestiche

lavoro

Traduzione e adattamento del post “Hombres y reparto de las tareas domésticas” di “¿Quién se beneficia de tu hombría?“:

“Una delle principali critiche per quanto riguarda i rapporti di genere è che, anche se le donne sono entrate nel mercato del lavoro, continuano a prendersi cura delle faccende domestiche. In questo post vorrei discutere quanto vi sia di vero in ciò e quali sono le possibili cause di questa situazione.

Non userò studi o report, ma farò affidamento sulla mia esperienza personale, così come sui commenti relativi alle relazioni di genere tra familiari, amici, conoscenti e altre persone con le quali ho cercato nei luoghi in cui ho vissuto. Questo perché gran parte di quello che dico può difficilmente essere trovato in qualsiasi documento.

Quello che sto per dire non è la situazione di tutto il mondo, ma nella mia esperienza sono casi abbastanza generalizzati.

Quali compiti fanno gli uomini:

Si ritiene generalmente che gli uomini non facciano lavori di casa, o che al massimo “aiutino”. Tuttavia, questo dipende dalla nostra definizione di lavori domestici, dal momento che gli uomini tendono a caricarsi più di quanto pensiamo (e ciò non viene contato normalmente negli studi che si occupano di registrare il tempo dedicato alle faccende domestiche da parte di ciascun genere, non essendo considerate queste faccende domestiche, n.d.T.).

Compiti routinari:

  • Guidare per altri membri della famiglia
  • Occuparsi del mantenimento dell’auto (riempire la benzina, riparazioni, pulirla, ecc.)
  • Installare, mantenere e gestire apparecchiature elettroniche (televisione, DVD, videogiochi, ecc.)
  • Alzarsi nel mezzo della notte quando vi sono rumori per assicurarsi che non ci siano intrusi
  • In alcuni Paesi, come gli USA, ccuparsi dell’esterno del domicilio (tagliare il prato, togliere le erbacce, ecc.)

Compiti non routinari:

  • Spostare mobili
  • Effettuare riparazioni in casa, come cambiare le lampadine, riparare il tetto, il rubinetto, ecc.
  • Pitturare le pareti
  • Ristrutturare casa (aggiungere un’altra stanza, etc.) e lavori in casa di elettricità, con il legno, ecc.
  • Montare mobili ed elettrodomestici che richiedono il montaggio

Negli ultimi decenni, gli uomini sono sempre più coinvolti in faccende tradizionalmente femminili, come la pulizia, lavare i piatti, lavanderia, stirare, cucinare o prendersi cura dei figli, così come ci sono donne che partecipano a lavori tradizionalmente maschili. Ora, perchè gli uomini (di solito) non contribuiscono, come richiesto spesso, al 50% nelle faccende tradizionalmente femminili?

Situazione lavorativa:

Dalle mie osservazioni sulle coppie che ho conosciuto posso dire due cose:

Ciò, ovviamente, va ad avere un impatto sulla quantità di ore e sullo sforzo che possono investire in lavori tradizionalmente femminili.

Altri motivi:

Spesso si crede che le ragioni per cui il maschio non partecipa di più nei lavori di casa è perché sfrutta i ruoli di genere tradizionali per eludere tali responsabilità. O in altre parole: perché gli uomini sono pigri, almeno quando si tratta di questo.

Certamente ci sono uomini che corrispondono al profilo descritto sopra, ma la realtà è molto più complessa di quella che taluni vorrebbero farci pensare. In seguito mi limiterò a descrivere alcuni dei motivi che spesso vengono trascurati e che non hanno nulla a che fare con la pigrizia.

  • Titolarità territoriale della casa. Quando la coppia acquista una casa o affitta un appartamento, la donna decide come vuole decorare e organizzare lo spazio. Per esempio mi ricordo di una donna che mi disse di essersi sentita infastidita perché il marito aveva insistito su una sorta di decorazione in particolare (moderna), mentre lei preferiva qualcosa di più tradizionale. Affermava che non avrebbe dovuto mettersi in mezzo in queste cose e doveva lasciarle a lei. Alla fine ottenne quello che voleva, perché la società e la tradizione sono state dalla sua parte. Di conseguenza, quando la donna definisce la casa come uno spazio sulla cui immagine e organizzazione detiene un diritto esclusivo, è logico che l’uomo perda interesse nel mantenerla perché forse non può servire le proprie necessità altrettanto bene di come se avesse avuto qualcosa da dire o avesse riflesso la propria personalità. A questo proposito è interessante notare il fenomeno che gli anglosassoni chiamano man caves, che si possono trovare anche nei luoghi del mondo ispanico con il nome di “caverne degli uomini”. Si tratta di luoghi della casa (una cantina o un garage) o all’esterno (un pagliaio) riabilitati e appropriati per l’uomo da utilizzare a suo piacimento, rispetto al resto della casa, organizzato e arredate secondo il gusto della donna. A volte sono anche costruiti direttamente dall’uomo se dispone di terreno per esso. In futuro ci occuperemo di questo fenomeno più in profondità, dato che ci fa capire che l’uomo può sentirsi alienato a casa propria e necessita di creare uno spazio per se stesso.

Man-Cave

“Caverna per uomini” in un garage

  • Diversi standard di pulizia. Anche se non è sempre il caso, a causa di fattori culturali, uomini e donne hanno spesso differenti standard di pulizia. Mi ricordo di un amico che ha vissuto nel proprio appartamento e spolverava una volta ogni tre settimane. Quando la sua ragazza si trasferì a vivere con lui, gli chiese che tale pulizia venisse effettuata una volta a settimana. Il mio amico, che non aveva problemi a farlo con il 100% di pulizia seguendo i propri criteri, finì facendone 1/3 perché la sua ragazza determinò che questa spolverata dovesse essere settimanale. Inoltre trovai sorprendente che, essendo lei quella che si spostava a casa del mio amico, non avesse tardato a imporre le proprie regole, il che la dice lunga sulla percezione che molte donne hanno della casa come un loro spazio esclusivo.
  • Complicazioni nello stile di vita. Collegandoci con il punto precedente, a causa della nostra socializzazione o delle aspettative culturali, molti uomini tendono ad adottare semplici abitudini come cucinare, lavare i vestiti, ecc. L’uomo pensa che i piatti, la roba da lavare, ecc. saranno semplicemente raddoppiati quando si sta in coppia, ma la verità è che questa seconda persona (la donna) riempie il lavello molto più frequentemente e con molte più pentole e padelle, oltre a inondare il cesto della biancheria, che comprende anche il bucato a mano (che molti uomini non fanno) che ha bisogno di essere trattato delicatamente, non si può nell’asciugatrice, ecc. Complicazioni che l’uomo non aveva quando lavava i suoi vestiti. Non è sorprendente che un uomo che spende più ore di lavoro di sua moglie (la norma nella mia esperienza) creda che sia giusto che chi ha la maggior parte delle pentole o vestiti sporchi e maggiori complicanze formate in queste aree sia chi principalmente si occupi di tali compiti.
  • Pressione ad avere figli. Ci sono molti uomini che sono messi sotto pressione dalle loro partner ad avere figli prima che si sentano pronti. L’argomento più ricorrente da parte della donna è che più passa il tempo più è difficile avere figli, spingendo l’uomo ad averne, sebbene lui non creda che sia la decisione migliore al momento o, come già detto, non è preparato a diventare padre. A volte questa persona non vuole avere bambini od occuparsi di loro, ma comunque è d’accordo, perché “è sempre stato così”. Per questi uomini, se la donna vuole avere un figlio che non desiderano in quel momento, sarà comunque lei che avrà a che fare con lui per la maggior parte del tempo, forse perché non è stata una decisione unilaterale della donna, ma in molti casi è la sensazione che ha lasciato loro, perché l’alternativa può essere quella di porre fine alla relazione.
  • Esclusione del padre nella crescita dei figli. Ci sono anche casi in cui l’uomo si è interessato ad avere figli e metter su famiglia. Di fatto vuole partecipare nella crescita il più possibile, ma a volte è la donna stessa che chiude la porta. In alcune culture, inclusa la nostra, il bambino è considerato della madre (e vagamente del padre), perchè lei lo ha partorito e si sente autorizzata a prendere tutte le decisioni in questo settore, dai vestiti alla scolarizzazione. Di fatto, a volte la dedizione al figlio serve per tagliare i rapporti personali con il padre, che si sposta e marginalizza in questa relazione madre-figlio/a. Ovviamente, per un uomo che si aliena in questo modo sarà molto difficile partecipare nella cura dei figli.
  • Perfezionismo. A volte l’uomo collabora nelle faccende domestiche come meglio può, ma o per mancanza di abitudine (istruzione conservatrice) o per differenza di standard, la donna non è soddisfatta del suo lavoro e lo critica costantemente fino a che non fa esattamente il lavoro domestico come vuole lei. Questo fa sì che spesso l’uomo si senta frustrato e concluda dicendo “fallo tu”.

Probabilmente mi mancano altri motivi, ma al momento spero che questo articolo ampli la nostra prospettiva sulla partecipazione e la non partecipazione dell’uomo nei lavori domestici.

Quelli che negano il dramma dei padri separati

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Oggi risponderò a un’obiezione che circola su internet riguardante i divorzi e i padri separati:

“L’affido dei bambini sarebbe attribuito nell’80% dei casi alle madri – notano – ma senza specificare che nella maggioranza dei casi questa decisione è il frutto della richiesta di entrambi i genitori. Solo il 18,8% dei padri reclamerebbero la concessione della residenza alternata e la otterrebbero nel 17,3% dei casi, secondo i dati del Ministero della Giustizia (2013). Solo il 2% dei divorzi e il 6% delle separazioni darebbe luogo ad un disaccordo sulla residenza del bambino. Inoltre “il 93% dei padri e il 96% delle madri – percentuale analoga – vedrebbe accolta la propria richiesta dal Tribunale””

Winston Churchill avvertiva sugli inganni di certe statistiche quando scherzando diceva “credo solo alle statistiche che manipolo io stesso”.

In primis, dicendo “nella maggioranza dei casi questa decisione è il frutto della richiesta di entrambi i genitori” si sta cadendo nella fallacia dell’uomo di paglia. Infatti le statistiche parlano sì di un accordo, ma tale accordo, secondo gli stessi dati statunitensi, è solo nella più piccola parte informale, mentre per ben 7,3 milioni di casi si parla di “accordi legali”, il che significa che si ha già sentito un avvocato e si è già capito cosa si può ottenere e cosa invece si perderebbe in una causa: sapendo che i tribunali discriminano contro gli uomini, molti uomini rinunciano a chiedere giustizia in un tribunale. La situazione reale è stata ben descritta da quell’avvocata che tentò di far assolvere Clara Harris, che aveva ucciso il marito investendolo, sostenendo che non poteva essere colpevole perché in quanto donna aveva altri modi di distruggere il marito:

«L‘uomo ti tradisce? Gli fai quel che ogni moglie fa in questo paese: lo ripulisci e lo lasci al verde; gli prendi la casa, l’auto, i bambini… gli fai desiderare di essere morto» [1]

Formalmente sono conteggiati come accordi, ma nella sostanza sono bandiere bianche. Addirittura, alcuni uomini vengono falsamente accusati, e accettano le condizioni capestro pretese dalla ex mogli in cambio del ritiro delle denunce [2].
Formalmente sono conteggiati come accordi, ma nella sostanza sono estorsioni.

Inoltre, i dati statunitensi ci dicono che senza accordo vanno in causa 5,5 milioni di famiglie e solo 0,6 milioni si presentano a seguito di un accordo informale [3].

D’altra parte cosa potrà mai dire un legale, sapendo che anche nel caso di disaccordo le percentuali danno una maggioranza di affidamenti alla madre? Infatti, i dati francesi ci dicono che in caso di disaccordo il giudice fissa al 63% la residenza presso la madre e solo nel 24% dei casi presso il padre [4].

In questo senso, i dati che riportano una percentuale di richieste accolte come molto alta significano poco o nulla, dato che si riferiscono nella maggior parte dei casi a queste richieste “mediate” da discussioni con avvocati, e in molti altri – dati i lunghi tempi della giustizia – a quelle poche lotte legali intraprese che possono sì portare al risultato, ma molto spesso dopo svariati anni, quasi sempre quando ormai ne mancano uno o due alla maggiore età del figlio.

Inoltre, il pensiero che sembra voler emergere dalle affermazioni che stiamo contestando è quello del vedere la maggior parte dei padri come disinteressati ai figli o peggio ancora abusanti.  In questo senso, però, i dati sostengono un’altra opinione. Infatti, secondo il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Statunitense, il 46% dei maltrattamenti infantili sono imputati alle madri e solo il 18,6% al padre [5].

Abbiamo notato, dunque, come ancora una volta, tali critiche non abbiano alcun sostegno.

Note:

[1] Barbara Kay. Ideology trumps equality. National Post, Wednesday, June 21, 2006.
[2] Annamaria Bernardini de Pace. Divorzi difficili e menzogne. Quei papà-mostri costruiti a tavolino. Il Giornale, 27 giugno 2011.
[3] Timothy S. Grall. Custodial Mothers and Fathers and Their Child Support: 2001. U.S. Dept. of Commerce, Economics and Statistics Administration, U.S. Census Bureau (2003).
[4] Maud Guillonneau, Caroline Moreau. La résidence des enfants de parents séparés. De la demande des parents à la décision du juge. Exploitation des décisions définitives rendues par les juges aux affaires familiales au cours de la période comprise entre le 4 juin et le 15 juin 2012. MINISTERE DE LA JUSTICE, DIRECTION DES AFFAIRES CIVILES ET DU SCEAU, PÔLE D’EVALUATION DE LA JUSTICE CIVILE, Novembre 2013.
[5] U.S. Department of Health and Human Services, Administration on Children, Youth and Families. Child Maltreatment 2006 (Washington, DC: U.S. Government Printing Oice, 2008).

Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!

50 shades

Recentemente svariate femministe sono partite in quinta con la campagna contro quella che chiamano “Difesa 50 Sfumature” (dal film “Cinquanta Sfumature di Grigio”).
Secondo loro, infatti, la difesa nel caso delle morti di donne a seguito di “giochi erotici finiti male” potrebbe essere pericolosa e permettere anche a colpevoli effettivi di omicidio volontario di farla franca, inventandosi di aver avuto il permesso da parte della partner uccisa e fingendo un incidente che non ci sarebbe mai stato.

Questa polemica è ovviamente campata in aria, perché per dimostrare che una morte sia effettivamente un incidente dovuto a un gioco erotico finito male bisogna provare che l’altra persona abbia richiesto di attuare quella pratica con il proprio partner.
E’ dunque necessario dimostrare che la persona fosse interessata all’ambito, che fosse interessata alla pratica specifica, che avesse richiesto quella pratica, che l’avesse richiesta alla persona accusata, che l’avessero attuata in quella precisa occasione e che la persona accusata avesse preso precauzioni (safe word, gesti specifici, particolari accorgimenti, ecc.) che però poi non hanno funzionato a dovere.
Il tutto deve essere dimostrato con prove fisiche, messaggi, mail, comunicazioni scritte e così via. Non si viene creduti sulla parola.

Quando si fa notare tutto questo – ovvero che sia molto improbabile riuscire a usare con successo questa scusa per camuffare un omicidio da parte di un partner violento – emerge che in realtà la polemica è di facciata, e che il vero oggetto è un altro. Le femministe in questione, infatti, ripiegano sull’affermare che anche un rapporto sessuale BDSM ad alto rischio non possa essere considerato un “semplice incidente”, e che l’autore dell’uccisione involontaria – anche quando il partner defunto fosse stato precedentemente consenziente – non debba quindi finire accusato di “omicidio colposo” (manslaughter), ma di “omicidio volontario” (murder), data l’alta pericolosità della pratica.

Si è quindi pensato di creare un reato ad hoc, quello di strangolamento, essendo proprio lo strangolamento e l’asfissia erotica (“breath play”) i casi principali in cui i giochi erotici sono finiti con la morte del partner.

Per cui non importa se è lei che te lo ha chiesto e non importa nemmeno se lo hai fatto controvoglia, con poco entusiasmo o semplicemente per farle un piacere: sbagli di pochi minuti e, anche se non lo volevi fare, anche se non ti andava di farlo e anche se non era nemmeno per soddisfare te ma per soddisfare lei, ti becchi un’aggravante che in altre circostanze identiche non esiste.

Qualcuno ha obiettato: “eh ma ci vogliono alcuni minuti per svenire! E se continui anche se l’altra persona è svenuta allora lo volevi!”

In primis, esiste la possibilità di usare artifizi (ad esempio fili attorno alla gola tirati o a volte su cui si sospende la persona per il collo prima che vengano tagliati o rimossi, gas, solventi, buste di plastica che non si rompono facilmente, ecc.) che si è in grado di azionare ma non si riesce più a disattivare o a rompere: questo incide con la tempistica di salvataggio.

In secondo luogo, non riesci sempre a capire se l’altra persona è svenuta, soprattutto se il gioco erotico consiste nel mettere sopra la faccia della persona un oggetto (cuscino, coperta, pellicole varie poco o per nulla trasparenti, ecc.) o una parte del corpo (sedere, genitali, addome, braccia, tutto il corpo, piedi, ecc.) che coprono il viso svenuto del partner, non riuscendo a capire bene se sia o meno ancora cosciente.

A volte può succedere che, senza volerlo, si lesioni o fratturi una parte importante del collo (l’osso ioide per esempio), delle ossa o degli organi interni (pensiamo alla pressione sul torace per uno schiacciamento) indispensabili per la respirazione, per cui anche rimuovendo l’oggetto che impediva la respirazione stessa, la lesione potrebbe comunque non permettere più al partner di respirare correttamente, portando così alla morte dell’individuo.

Infine, esiste la possibilità che la persona voglia provare proprio “il brivido” dello svenimento. In quei casi, la pratica erotica consiste proprio nello svenire. E lo richiede la persona stessa che sviene. A quel punto è una questione di secondi che può separare la vita dalla morte.

Con questo non vogliamo giustificare la mancanza di precauzioni che dà luogo a queste tragedie, ma affermare che non ha senso attribuire in blocco l’intenzionalità a questo tipo di morti, perché non la si può desumere in automatico, e pertanto è arbitrario decidere di punirli più gravemente di quanto la legislatura attuale già preveda.

Infatti la creazione di una nuova classe di reati per questo tipo di decessi causerebbe una differenza di trattamento tra i “morti per incidenti di serie A” e i “morti per incidenti di serie B”.

Perché chi muore per un infortunio dovuto a una disattenzione del collega o sempre del partner ma in ambito domestico o extradomestico dovrebbe ricevere una giustizia minore di chi muore per un gioco erotico finito male?

“Beh, per l’omicidio stradale è stato fatto!”, obietterà qualcuno.

Ma è diverso. Nel caso dell’omicidio stradale si dice: “tu non devi bere e assumere droghe, leggere o pesanti, e poi guidare: quindi visto che con questo sbaglio che compi volontariamente causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Ma nel caso del BDSM, che è un atto consensuale e perfettamente legale, esso può essere ritenuto uno sbaglio?
Non possiamo definire un atto consensuale uno sbaglio. Fintanto che un atto è consensuale non può esserlo per sua stessa definizione.
Creare una legge ad hoc vorrebbe invece implicare che il BDSM sia qualcosa di sbagliato.

Applicando le logiche dell’omicidio stradale al BDSM si dice: “tu non devi fare BDSM: quindi, visto che è uno sbaglio che compi volontariamente e mentre compi questo sbaglio causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Questo però implica appunto una visione del BDSM come qualcosa di sbagliato.
Perché se non è qualcosa di sbagliato, allora deve essere trattato come un incidente come tutti gli altri.

Perché altrimenti dovremmo avere il “reato di caduta dalla scala”, il “reato di lavare il pavimento facendo cadere una persona” e così via.
Ma perché non ce li abbiamo? Perché non li reputiamo sbagli.
La morte per “errore da BDSM” può diventare reato solo nel caso in cui pensiamo che il BDSM sia un atto più sbagliato dei precedenti. E questo significa togliere ogni libertà di scelta, agency, ai partner che lo praticano consensualmente, e infilarsi nei loro affari di letto, tra le loro coperte.

A me sembra che qui si voglia negare l’agency sessuale femminile seguendo quel vecchio schema secondo cui “sì vabbè ma tanto lo sappiamo che sono i maschi che insistono per il sesso e per le perversioni – perché così le considera il popolino scandalizzato di fronte a queste notizie – kinky” e quindi dire “l’hai voluto tu, quindi se la pratica va a finire male ti becchi l’aggravante”.

Ma il punto è che, anche se l’avesse proposto l’uomo, se è consensuale è stato approvato da entrambi. E’ dunque responsabilità di tutti e due l’attuazione di quella pratica, e quindi la conseguente morte per disattenzione non può essere vista come una forma di stupro.

Questa retorica negazionista dell’agency sessuale femminile si vede anche proprio per la narrazione che se ne fa.
Infatti esistono tantissime mistress che liberamente raccontano di “incidenti” in cui hanno ucciso per sbaglio un proprio cliente, un proprio compagno o un proprio amante, proprio durante questi giochi.

Perché farne quindi una questione di genere, quando vi sono donne che espressamente confessano di aver ucciso uomini in questa esatta maniera?

E’ evidente quindi che già si presuppone un’applicazione “a macchia di leopardo”: un uomo morto a seguito di un “gioco erotico finito male” con la propria partner stabile, con una partner occasionale o con una mistress professionista sarà meno vittima, con questi presupposti, di una donna morta a seguito del medesimo gioco erotico finito male con il proprio partner stabile, con un partner occasionale o con un master professionista.

Ed effettivamente un’applicazione simile è da presagire, esistendo infatti un’ampia letteratura che dimostra già l’esistenza di un sessismo giuridico contro gli uomini, che a parità di reato e circostanze vengono maggiormente sospettati, denunciati, arrestati, condannati se colpevoli, incarcerati e per più tempo rispetto alle donne per il medesimo crimine svolto nelle medesime condizioni e situazioni.

Questo sessismo giuridico si basa proprio sul considerare meno colpevoli le donne autrici di violenza: un simile bias dimostra infatti che la calunnia che gli uomini siano più violenti delle donne sia falsa, e che semplicemente le donne la facciano franca più spesso degli uomini.

E come fanno a farsi scagionare, queste donne? Semplicemente con la “finta legittima difesa”.
L’abbiamo vista agire anche nei casi recenti: l’autrice di violenza, donna, si finge vittima della vera vittima, uomo, e dichiara di aver agito per legittima difesa, anche se in realtà è lei la perpetratrice. 
La società offuscata dagli stereotipi di genere reagisce o non sospettandola proprio, o se riesce ad essere accusata formalmente, scagionandola credendo alle sue bugie.
Questo meccanismo funziona ancora meglio con gli omicidi: nel caso dei maschicidi, infatti, vale il principio che un uomo morto non parla. Perciò come fa a difendersi da simili accuse?

Come vedremo adesso, infatti, nonostante sia uomini che donne abbiano la stessa probabilità di sferrare il primo colpo in caso di violenza, quasi sempre la violenza femminile viene scartata come “autodifesa”, soprattutto nei casi in cui la vittima è morta e quindi non può replicare.

Infatti, secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità rispetto agli uomini di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [1].
Ma si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere in considerazione studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [2] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [3] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [1] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere le donne immuni alla legge, per via delle lenti di lettura distorte a causa degli stereotipi di genere e del conseguente sessismo giuridico.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [4].

E’ quindi evidente che la vera difesa che permette a persone violente di farla franca per via del proprio genere, anche dopo aver commesso omicidi e violenze, sia la “finta legittima difesa” e non la “difesa 50 sfumature”:

1)
perché della seconda sono potenzialmente affetti anche gli uomini vittime di donne che possono voler coprire il loro assassinio;

2)
perché nel caso di uomini vittime, la perpetratrice donna ha una scelta più ampia di potenziali giustificazioni per il suo omicidio (entrambe le difese vs solo una per gli uomini);

3) perché la “Difesa 50 Sfumature” non è applicabile in maniera tanto estesa quanto la “Finta Legittima Difesa”: difatti esiste un sessismo giuridico contro gli uomini e non contro le donne, non a caso la maggioranza degli incarcerati è uomo e non donna. Sono infatti più le donne a farla franca e a scampare l’arresto e la conseguente incarcerazione che gli uomini: non sarebbe possibile se le due difese fossero equivalenti;

4) perché la “Difesa 50 Sfumature”, come abbiamo visto sopra, non è in automatico sbagliata. Se alla partner si lesiona una parte del corpo indispensabile per la respirazione durante un gioco erotico, puoi intervenire anche il prima possibile e rimuovere l’oggetto che ha causato la lesione, ma la lesione resta e dopo qualche minuto ormai il danno è fatto e salvare l’altra persona in tempo diventa quasi impossibile.

Al contrario, quando si vanno a confrontare le affermazioni di queste donne che avrebbero agito contro i mariti “per legittima difesa” con i resoconti dei loro figli e delle loro madri, “la credibilità dei racconti di violenza delle mogli risulta altamente discutibile e una giustificazione di auto-difesa per la violenza donna-su-uomo risulta infondata nella maggioranza dei casi” [5].

Note:
1. [Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]
2. [Hines, D. A., & Saudino, K. J. (2002). Intergenerational transmission of intimate partner violence: A behavioral genetic perspective. Trauma, Violence, and Abuse, 3, 210−225.]
3. [Shorey RC, Meltzer C, Cornelius TL. Motivations for self-defensive aggression in dating relationships. Violence Vict. 2010;25(5):662-76.]
4. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
5. [Sarantakos S. Deconstructing self-defense in wife-to-husband violence. J Mens Stud. 2004;12:277–296.]

Gli uomini casalinghi spaventano ancora molte donne

casalingo

Replichiamo oggi al post di Abbatto i Muri sui casalinghi, che a sua volta è una replica al nostro post “Il maschicidio esiste: una risposta ad Abbatto i Muri”.

1. In realtà il post di Abbatto i Muri non è una risposta a noi, è il proseguimento di un dibattito sui casalinghi (che ha soltanto preso spunto dall’articolo sul maschicidio, senza affrontarlo direttamente né quindi smentirlo) e che essenzialmente diceva: “ah ma io conosco tanti casalinghi, se la passano benissimo, le donne sono disponibilissime a mantenere gli uomini, sono gli uomini a non voler essere mantenuti. I ruoli di genere tradizionali su chi fa il/la casalingo/a sono voluti solo dagli uomini e non dalle donne!”.

2. Nell’articolo di Abbatto i Muri, si afferma ora che i casalinghi siano visti male sul posto di lavoro, che soffrano il giudizio sociale e che suscitino l’invidia degli amici che direbbero “sei fortunato ad aver trovato una donna che ti mantenga” (ma come, non si è appena detto che gli uomini non vogliono fare i casalinghi? Perchè ne invidierebbero uno, se non desiderassero diventarlo?), ora invece che siano “privilegiati rispetto alle donne”, le quali verrebbero viste al contrario in maniera accondiscendente come se fossero state costrette a quel ruolo (ma come, le femministe si lamentano di questa reazione quando sono le stesse che l’hanno creata? Quando sono loro che hanno sostenuto da sempre la narrativa per cui le donne sarebbero oppresse in quanto casalinghe? Mentre gli uomini – costretti a lavorare e a mantenere le dette casalinghe – loro no, non sarebbero oppressi!).

Insomma, le femministe prima creano la visione vittimistica patriarchista (cioè aderente alla teoria del patriarcato) per cui le donne sarebbero state oppresse più degli uomini, e poi quando la gente guarda effettivamente come vittime più le donne che gli uomini, se ne lamentano!
Ok, smettete di lamentarvene e dite che effettivamente le donne casalinghe erano oppresse TANTO quanto gli uomini costretti a lavorare! Ah no, non sia mai! “Teoria del Patriarcato sempre e comunque!”.
Allora, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

casalingo abbatto

3. Come è possibile vedere dallo screen, sembra che l’uomo la cui testimonianza compone la totalità dell’articolo di Abbatto i Muri non sia reale, infatti impiega una desinenza femminile plurale. Potrebbe essere una rivendicazione politica, della serie “sono una casalinga anche se sono un uomo”? Tendo a escluderlo perchè solitamente le rivendicazioni politiche vengono espresse, vengono esplicitate per essere messe in risalto. Questo sembra più un errore di distrazione, fatto da una donna che cerca di spacciarsi per uomo e per casalingo.

EDIT: Abbatto i Muri ha fatto una correzione, ma sbagliando nuovamente anche qui, scordandosi il verbo al femminile!
Mi pare sempre più evidente che l’uomo casalingo dell’articolo non esista.

sbagliato

4. Anche se fosse reale, si tratterebbe comunque di evidenza aneddotica. Non è statistica. Dire “ah mio nonno ha vissuto 105 anni e ha fumato dalla mattina alla sera” non è statistica, è raccontarsela.

Non è uno studio, è un aneddoto.

L’evidenza appunto aneddotica è una fallacia logica. Una raccolta di singoli casi non è una statistica.

La statistica necessita di un campione che sia rappresentativo, di un’assegnazione casuale del campione a un gruppo sperimentale e un gruppo di controllo, e una manipolazione della variabile indipendente per osservare come e se varia di conseguenza la variabile dipendente. Questo per inferire una causalità. Si può anche eseguire uno studio correlazionale per vedere la correlazione tra due variabili senza poter dire che una sia la causa dell’altra.

In ogni caso, come è evidente, non è possibile fare ciò prendendo 10 persone che conosciamo e inferendo qualcosa. Il campione non è rappresentativo e manca tutta la randomizzazione.

In più, non siamo osservatori imparziali, quindi l’assenza di un doppio cieco non ci permette di analizzare i dati senza vederli con le nostre lenti pregresse, cadendo così in un confirmation bias.

Quindi dire “ho conosciuto X persone, casalinghi, e stavano una meraviglia” non è scienza.

E se questa è la risposta che le femministe ci danno, vuol dire che non sanno come controbattere, se non con della vuota retorica.

5. Andiamo quindi ad analizzare i veri dati, che non sono “mio cugino è casalingo”, ma un’analisi statistica seria.
Prendiamo ad esempio uno studio del 2005, con un campione di diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture: “Per identificare le dimensioni universali delle preferenze di acoppiamento a lungo termine, abbiamo utilizzato un database archivistico di valutazioni delle preferenze fornito da diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture [Buss, D. M. (1989)]. I partecipanti di ciascuna cultura hanno risposto alla stessa misura di 18 item.”.
I risultati quindi di questo studio ci mostrano una tendenza globale, universale della specie umana.
Leggiamo nel testo. In primis la ricerca precedente effettuata fino a quel momento: cosa ci dice? Leggiamo leggiamo:
“Una grande quantità di ricerche ha esaminato le caratteristiche che uomini e donne desiderano in un compagno a lungo termine (per review, vedasi Buss, 1998, 2003; Gangestad & Simpson, 2000; Okami & Shackelford, 2001). Queste ricerche mostrano abitualmente che uomini e donne si differenziano in diverse preferenze relative al loro compagno. Ad esempio, sulla base di diversi decenni di valutazioni, usando diverse metodologie e prendendo in considerazione le culture più disparate, emerge che gli uomini più delle donne apprezzano l’attrattività fisica in una compagna a lungo termine, mentre le donne più degli uomini valutano buone prospettive finanziarie in un compagno a lungo termine (Buss, 1989; Buss, Shackelford, Kirkpatrick, & Larsen, 2001; Hill, 1945; Hoyt & Hudson, 1981; Hudson & Henze, 1969; Kenrick, Groth, Trost, & Sadalla, 1993; McGinnis, 1958; Wiederman & Allgeier, 1992).”
Questa è la ricerca precedente. Cosa ci dice invece lo studio in esame? Rispondiamo subito:
“Gli uomini hanno ottenuto punteggi più alti rispetto alle donne su Amore vs. Status/Risorse, indicando che le donne più degli uomini valutano lo status sociale e le risorse finanziarie in un compagno a lungo termine, coerentemente con il lavoro precedente (reviewed in Buss, 2003; Okami & Shackelford, 2001).”
Fonte:
[Shackelford, T. K., Schmitt, D. P., & Buss, D. M. (2005). Universal dimensions of human mate preferences. Personality and Individual Differences, 39(2), 447-458.]

6. Come possiamo vedere, quindi, gli studi su diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture ci mostrano che le donne tendono a preferire gli uomini con maggiori risorse finanziarie.
Ora, quante risorse finanziarie ha un casalingo? ZERO.
E avendone zero, una donna solitamente non è attratta da un uomo casalingo.
Quindi l’idea che “le donne sono disponibilissime a mantenere gli uomini, sono loro che non lo vogliono” è contraddetta da un’evidenza enorme. Poi ovviamente esistono i casi contrari, FORTUNATAMENTE, e noi cerchiamo di spingere affinché diventi invece normale che una donna sia attratta da un uomo casalingo, perchè riteniamo che sia necessario che un uomo possa diventare casalingo con la stessa facilità di una donna.
Ma riusciamo anche a vedere che attualmente non è così.
Se crediamo invece che le donne non abbiano alcun problema a mantenere gli uomini, ci inganniamo.
E ci inganniamo anche quando prendiamo 3 casi in croce di nostra conoscenza che ci dicono il contrario, perchè non costituiscono un’evidenza scientifica. Sono evidenza aneddotica, e non valgono una ceppa.

7. “Ma io so che tra gli ultraortodossi le donne lavorano e gli uomini stanno a casa! Quindi non è sempre così!”

Rispondiamo anche a questa obiezione.
In primis, è scorretto prendere un unico caso su millemila che evidenziano il contrario.
In secondo luogo il caso degli ebrei Haredim (“ultraortodossi” da alcuni di loro è visto come un insulto) rappresenta una realtà molto recente. Si tratta di un cambiamento avvenuto a seguito dell’olocausto. In sintesi, dato che si rischiava che la cultura haredim fosse spazzata via, allora hanno deciso di impegnare la loro intera vita nello studio della Torah, al fine di preservare il loro stile di vita. Lo stato di Israele paga agli uomini haredim che studiano nelle yeshivah (istituzioni educative ebraiche incentrate sullo studio dei testi religiosi tradizionali) un vero e proprio stipendio, in più figliando molto, le donne haredim prendono ulteriori soldi dagli incentivi economici per le nascite. Quando però il governo israeliano ha iniziato a diminuire il contributo economico per le nascite, le donne haredim hanno iniziato a lavorare e a mantenere gli uomini.
Le donne hanno iniziato anche a minacciare di divorzio gli uomini haredim se avessero iniziato a lavorare e non si fossero impegnati nello studio della Torah.
Questo però ha creato una pressione simile a quella lavorativa negli uomini haredim, legata sempre al conseguimento di un elevato status sociale, ma ottenuto in questo caso studiando anziché lavorando.
Come infatti ci segnala uno studio di Yaffe e colleghi del 2018, anche in questo caso le donne preferiscono gli uomini con uno status alto, sebbene questo status non sia legato alla capacità economica, bensì alla bravura nello studio della Torah e alla devozione religiosa.
Un meccanismo molto simile si nota nell’ammirazione-infatuazione che molte donne hanno verso guru e santoni o maestri, di status elevato sebbene siano nullatenenti.
Lo studio di Yaffe et al del 2018 nasce per “fornire informazioni su un contesto culturale unico, la comunità ebraica ultra-ortodossa in Israele, dove i ruoli sociali sono invertiti, in modo tale che le donne sono i principali breadwinner della famiglia”. Leggiamo quello che hanno riscontrato:
“Nella maggior parte delle società moderne […] [è] l’accumulo della ricchezza, ma nella comunità ultraortodossa è la devozione religiosa e la pietà che determinano lo status degli uomini. Un esame delle preferenze di accoppiamento nella comunità ultra-ortodossa conferma molte previsioni della prospettiva evolutiva e si discosta solo nel fatto che le donne non mostrano una preferenza per i compagni con buone prospettive finanziarie, ma piuttosto, a causa della particolare definizione socioculturale di status, le donne mostrano una preferenza per gli uomini di forte devozione religiosa (Studio 2). Ciò contrasta con la comunità ebraica secolare in cui le donne mostrano la preferenza tipica per gli uomini ricchi (Studio 3). Questi risultati sono coerenti con l’idea che gli uomini possano avere evoluto delle preferenze nel raggiungimento dello status, dati i vantaggi di accoppiamento che conferisce con le donne, ma come lo status viene raggiunto può essere culturalmente specifico.”
Probabilmente *OGGI* lo status può essere cultura-specifico (anche se nel 99% dei casi ha sempre a che fare coi soldi), inizialmente però doveva essere per forza strettamente legato alla sopravvivenza e quindi alla capacità di mantenere. Poi magari nei millenni a forza di usare lo status come variabile proxy per quello, è stato possibile in alcuni rari casi “ingannare” le preferenze femminili dando arbitrariamente status agli uomini per attività che non migliorano le prospettive di sopravvivenza.
Nel senso che la società decide che un comportamento è da ammirare e quindi attribuisce uno status elevato agli uomini che lo mettono in atto, risvegliando istintivamente l’originaria associazione tra status e capacità di mantenere.
Fonti:
[Nechumi Malovicki Yaffe, Melissa McDonald, Eran Halperin, Tamar Saguy. God, sex, and money among the ultra-Orthodox in Israel: An integrated sociocultural and evolutionary perspective. Evolution and Human Behavior, Volume 39, Issue 6, November 2018, Pages 622-631.]

8. Come abbiamo visto, quindi, è universalmente condiviso il fatto che le donne cerchino uomini con status elevato e/o con maggiori risorse finanziarie.
Noi non siamo deterministi biologici, quindi crediamo che queste preferenze si possano cambiare con un cambiamento della società.
Ma il cambiamento richiede sempre una consapevolezza. In questo caso la consapevolezza è che le donne siano responsabili almeno tanto quanto gli uomini nella situazione in cui ci troviamo oggi, ovvero dove gli uomini casalinghi non sono la norma.
Perché lo diventino dobbiamo operare un cambiamento anche nelle donne. Dobbiamo spingere culturalmente le donne a mantenere gli uomini, dobbiamo assegnare a entrambi i sessi la stessa pressione sociale a mantenere l’altro, pressione che attualmente le donne non hanno per nulla.
Questa è l’unica via. Il resto è raccontarsela, è prendere in giro sé stessi e gli altri.

La Cassazione conferma: gli uomini non possono rinunciare alla paternità legale dei figli non voluti

Cassazione

(Da AVfM Italia, Autore: Giulio Tandiod)

È tempo che gli uomini comincino a prendere coscienza della loro condizione e inizino a considerare seriamente di agire, perché altrimenti, nei prossimi anni nessuno sarà in grado di garantire loro il principio di uguaglianza davanti alla legge. Già oggi, in maniera velata, questo viene violato dai giudici e dalle corti italiane, a danno degli uomini e dei padri, ma nel prossimo futuro, se non ci sarà una presa di coscienza seria e un attivismo forte, il principio di discriminazione sarà ufficializzato a tutti gli effetti. Non è propaganda, nè finto allarmismo, ma ciò che è accaduto in questi giorni è di una gravità inaudita, e tra poco chiariremo il perché.

Qualche tempo fa pubblicammo un articolo che potete leggere qui: La paternità imposta. Lo scherzo a Moreno de Le Iene, su cui c’è poco da ridere e molto da riflettere.

Lo scopo era di mettere in evidenza la palese disparità di trattamento riservata agli uomini in ambito riproduttivo. Mentre alla donna, infatti, la legge garantisce il diritto all’ aborto e al parto in totale anonimato, lasciando in adozione il proprio figlio senza nemmeno l’obbligo di avvisare il padre naturale, all’uomo non viene riconosciuto nessun diritto analogo che gli consenta di rifiutare la paternità naturale. Perfino quando è stato ingannato, l’uomo può essere chiamato in giudizio e con un provvedimento del giudice, costretto a sostenere le spese per un figlio che non ha mai voluto.

Come già scrivevamo altrove, l’uomo:

non avrà quindi nessuna tutela che gli consentirà di scegliere in modo consapevole se essere padre o meno, ma la sua volontà sarà subordinata a quella della donna. La paternità viene allora considerata un diritto soltanto se la volontà di essere padre coincide con quella della donna di essere madre. In alternativa, o si trasforma in un obbligo o viene totalmente calpestata. Ecco la parità dei diritti secondo la moderna società femminista.

Oggi questa palese discriminazione, alla quale il legislatore potrebbe mettere fine con una legge ad hoc, viene confermata dalla Corte di Cassazione con una sentenza che definire vergognosa è un complimento. Il provvedimento è il numero 13880/17 del 1.06.2017, emanato in seguito ad un ricorso di un padre che lamentava proprio questa indegna disparità di trattamento.

La Cassazione ha stabilito, in palese violazione con l’art. 3 della Costituzione, che tale discriminazione non è una discriminazione, e che il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio; la madre invece, oltre a poter esercitare l’aborto, ha il diritto al parto anonimo e a non far conoscere le proprie generalità sino alla morte.

La logica è semplice: è lecito e legittimo che la legge tratti diversamente uomini e donne. Ma sono le ragioni di questa decisione che dovrebbero spaventare perché abbracciano totalmente quella dottrina femminista che sostiene la superiorità morale dell’agire e delle scelte femminili rispetto a quelli maschili.

Afferma la Corte infatti che:

[…] le situazioni della madre e del padre non sono paragonabili, perché l’interesse della donna a interrompere la gravidanza o a rimanere anonima non può essere assimilato all’interesse di chi, negando la volontà diretta alla procreazione, pretenda di sottrarsi alla dichiarazione di paternità naturale

In queste poche righe si afferma che la volontà dell’uomo di rifiutare la paternità, moralmente non ha lo stesso valore di quella della donna.

Detto in altri termini la Corte entra nelle scelte personali di ciascuno, con la pretesa di stabilire a priori le ragioni che spingono uomini e donne a rifiutare lo status di genitore, e stabilisce che mentre la donna è spinta da ragioni nobili, di indigenza o relazionali, l’uomo è sempre spinto da ragioni egoistiche legate alla volontà di sottrarsi agli obblighi economici e alle responsabilità che derivano dalla filiazione.

Si tratta di una sentenza storica per la portata di quello che afferma. Essa statuisce la sottomissione morale dell’uomo alla donna che apre, di conseguenza, a quella giuridica, di diritto. Sulla base di questo principio qualsiasi comportamento, lo stesso comportamento, compiuto da un uomo e da una donna potrebbe essere valutato diversamente, anche davanti alla legge. Siamo vicini ad una sorta di diritto speciale, che sebbene già applicato di nascosto, potrebbe venire ufficializzato. C’è da avere paura, e non poco.