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La grande menzogna del femminismo: seconda intervista con Santiago Gascó Altaba

Santiago Gascó Altaba, autore de La grande menzogna del femminismo, ci ha concesso una seconda intervista (qui il link alla prima). Abbiamo colto l’occasione per approfondire insieme a lui alcune questioni chiave: il potere informale, la libertà di movimento delle donne, il legame tra voto e leva, e infine la caccia alle streghe. Cominciamo!

Domanda #1: Nel tuo libro parli di come, nell’ambito religioso, “la religione del padre muore con il padre mentre quella della madre si trasmette nei figli e parenti”. Fai anche l’esempio di numerose mogli di re potenti che su questo fronte hanno promosso riforme religiose convincendo i mariti. Ti chiedo dunque: a tuo avviso esiste un potere informale femminile anche nelle decisioni politiche? Come si esplica? Era codificato, e se sì, come? Come funzionava e che tipi di potere femminili esistevano? Ovviamente escludiamo in questo discorso e per il momento le numerose monarche di sesso femminile.

Risposta: La comprensione del potere informale femminile è fondamentale per la comprensione del mondo, delle relazioni tra i sessi e del femminismo. Non soltanto sospettiamo tutti della sua esistenza, ma ne siamo convinti: tutti sappiamo che esiste un potere visibile, perlopiù maschile, e un potere meno visibile, informale, perlopiù femminile. Ci sono molti modi in cui le donne esercitano questo potere, e l’argomento difficilmente si lascia racchiudere nelle poche righe di questo colloquio. Nella mia opera ve ne sono numerosi esempi, anche se questo argomento viene trattato più approfonditamente nel secondo volume. L’arma degli uomini per imporre la propria volontà è principalmente una, esplicitamente dichiarata dalle femministe: la forza fisica. Invece le armi delle donne sono molteplici: la seduzione, la bugia, l’intrigo, l’amore, la bellezza,… ; armi più complesse e più difficili da codificare. L’esistenza di questo potere informale è pienamente ammessa persino dalle femministe, e soprattutto nel secondo volume ho inserito molte loro citazioni a riguardo. Faccio due esempi veloci sulle tipologie di donne che più rappresentano questo potere: la madre e la moglie (o compagna, o amante). Quante sono state le decisioni politiche prese nei saloni, e soprattutto nelle stanze da letto del palazzo reale? Simone de Beauvoir scrive ne Il secondo sesso: “Le grandi favorite attraverso i loro potenti amanti presero parte al governo del mondo”, e ancora “ardite, pronte a dar consigli, intriganti, le donne si assicurano sempre in modo obliquo, indiretto, la parte più efficace [del governo]“.
Oltre ad altre ammissioni del genere, la mia opera include (nel II Volume) una lunga lista di donne che, senza essere né regine né reggenti, hanno esercitato nella Storia un potere di governo incontrastato: erano madri, amanti, spose, sorelle, figlie…
Parlando di madri nello specifico, la loro influenza è immensa: non soltanto per quanto riguarda le religioni (ammessa nelle diverse fonti storiche riportate nelle citazioni del libro), ma anche per le lingue (la lingua materna), per le culture o per qualsiasi trasmissione di valori (anche quelli “patriarcali”). Qualche anno fa l’inno femminista dell’One Billion Rising, “Break The Chain”, recitava: “Noi siamo madri, noi siamo maestre” (“We are mothers, we are teachers”). Anche il proverbio «una mamma che educa un bambino educa un uomo, una mamma che educa una bambina educa un popolo» è stato di recente popolarizzato dalle femministe. In entrambi i casi l’ammissione femminista della decisiva influenza materna è esplicita. Come ulteriore esempio posso citare, poiché abbiamo iniziato parlando di religioni, quello del primo miracolo di Cristo durante le nozze di Cana. La madre ordina al figlio, Dio in terra, di compiere un miracolo che lui non vuole fare, perché non è ancora pronto. Lui obbedisce: comanda dunque gli uomini e diventa il potere visibile, mentre la madre, potere invisibile e unica volontà di questo miracolo, rimane nel retroscena (pag. 368).
Lo stesso femminismo col suo immenso potere immateriale nel mondo, dovuto al suo carattere prettamente femminile, è un perfetto esempio di questo modo di procedere. Il femminismo non possiede eserciti, partiti e sedi politiche; non possiede grandi templi materiali da dove diffonde la propria ideologia. Eppure, possiede un immenso potere immateriale.
Finisco con un ultimo esempio simpatico e con una citazione di un’altra femminista. Vi invito a tutti, poiché siamo in Italia, a riguardare un capolavoro comico del cinema italiano: Johnny Stecchino, di Roberto Benigni. Nel corso del film è una donna a controllare le azioni di tutti i personaggi, in un’ambiente mafioso fatto da uomini, burattini senza fili. Il film fu molto apprezzato dal pubblico, consapevole della sua verosimiglianza con la realtà.
Che conclusione possiamo trarne? Flora Tristan sostiene: «[…] la donna è tutto nella vita dell’operaio: come madre esercita un’influenza su di lui durante l’infanzia; è da lei, e unicamente da lei che lui attinge le prime nozioni di quella scienza così importante da acquisire, la scienza della vita, quella che ci insegna a vivere in modo conveniente per noi e per gli altri, secondo il posto che la sorte ci ha assegnato. Come amante, esercita un’influenza su di lui durante tutta la giovinezza, e che azione potrebbe esercitare una ragazza bella e amata. Come sposa, esercita un’influenza su di lui per tre quarti della vita. Infine come figlia esercita un’influenza su di lui nella vecchiaia» (pag. 400)

Domanda #2: Nel tuo libro parli di come, essenzialmente, uscire fosse sinonimo di avventurarsi in un mondo di pericoli, di violenza e soprusi, motivo per cui per le donne la società preferiva la sfera domestica a quella pubblica, dato che gli uomini erano considerati maggiormente sacrificabili. Al tempo stesso però fornisci numerosi esempi di come questo non significasse una reclusione totale, visto che mansioni come il lavare i panni e comprare da mangiare, nonché eventi pubblici ritenuti sicuri (celebrazioni pubbliche e religiose, mercatini, spettacoli di ogni tipo) richiedevano la presenza delle donne, anche solo per funzionare (se devi lavorare, qualcuno che esca a lavare i panni deve pur esserci). Mi chiedo però, pensando ad esempio a posti come l’Arabia Saudita o l’Afghanistan, dove la donna deve richiedere il permesso del guardiano per uscire, o ancora peggio deve essere da lui accompagnata, era a tuo avviso possibile che costui la recludesse? O sussisteva un meccanismo di qualche tipo che evitasse che i mariti più gelosi (anche a loro danno, visto che molte funzioni pubbliche richiedevano appunto l’uscire fuori di casa) potessero decidere di recludere le loro mogli in casa? L’uomo quindi, oltre che fare da scudo umano della donna quando l’accompagnava, aveva anche l’obbligo a farla uscire o ad accompagnarla? La società mediorientale e quella antica vedevano di cattivo occhio un simile marito geloso? Gli impedivano di recludere la moglie?

Risposta: La storiografia femminista ha effettuato una bipartizione concettuale dello spazio vissuto di uomini e donne, tanto da un punto di vista simbolico quanto fisico: lo spazio pubblico maschile e lo spazio privato femminile. Anche se esistono dei forti vincoli tra di loro, lo spazio simbolico e lo spazio fisico non coincidono pienamente. Questi spazi diversificati in linea di massima sono effettivamente esistiti, così come erano diversificati i ruoli sociali, i doveri, i compiti. Il mio dissenso con la storiografia femminista sorge all’ora di spiegarne il perché. Secondo l’ottica femminista il motivo è chiaramente la discriminazione e il patriarcato. Per rispondere all’oggetto della domanda, lo spazio fisico, dovrei prima fare un paio di precisazioni alla domanda stessa. Primo, “il mondo esterno è parco di donne solo quando è percepito come pericoloso” (pag. 440). Il libro include numerosi esempi, di ogni epoca e luogo, della libera mobilità delle donne. Risulta assurdo concepire i mercatini senza donne, qui o in qualsiasi altra parte del mondo. Se oggi le strade delle nostre città e dei nostri paesi sono piene di donne, anche di notte, il motivo principale è il fatto che esse si sentono sicure.
Dall’altra parte, il mondo una volta era molto più rischioso di ora. Non solo nelle foreste, dove raramente si vedevano donne da sole, ma anche all’interno delle città, soprattutto di notte. Il mondo esterno era un mondo pericoloso, lo spazio dei servi e degli sfortunati, al contrario dello spazio chiuso, che era il privilegio del ceto signorile. Il femminismo ha giudicato con parametri attuali, e capovolto, una percezione storica che era sempre stata quella opposta.

Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda, per correttezza bisogna dire che l’analisi di culture specifiche richiederebbe un approfondimento ulteriore. La mia opera è generica, e risponde alle centinaia di opere di storiografia femminista che sono a loro volta generiche. Bisognerebbe approfondire in ogni luogo ed epoca, perché ci possono essere grandi differenze. Tra i tuareg, ad esempio, le donne hanno molte prerogative: libere di muoversi, prima del matrimonio possono avere numerosi amanti, e in caso di separazione rimangono con tutta la proprietà. Se voi andate oggi in un qualunque bazar di un qualunque paese arabo, vedrete che ci sono tantissime donne, anche da sole.

Quello che però è logico pensare è che il controllo della mobilità delle donne si sia applicato (e continui ad applicarsi in alcuni paesi del Medio Oriente) solo per proteggerle da luoghi considerati poco sicuri. Una simile giustificazione non regge quindi quando questi posti vengono considerati sicuri, o quando vi sono le condizioni per attraversarli in sicurezza (ad esempio venendo accompagnate dal marito).
Un uomo che impedisce alla propria moglie di uscire non la sta proteggendo e dunque non ha una giustificazione accettabile per gli standard della società. Qualora recludesse la propria moglie in casa, la sua verrebbe sicuramente vista come un’azione ingiustificabile (letteralmente, perché non sussisterebbero giustificazioni valide come la protezione), come un’anomalia, e pertanto anche come una malefatta, come un sopruso da condannare. Questo ovviamente implica che nessuna società abbia mai permesso la “reclusione delle donne in casa”: anche quelle mediorientali o comunque islamiche spesso spingevano per l’accompagnamento della donna da parte dell’uomo, come suo “scudo umano personale” come giustamente evidenziato, ma che è cosa ben diversa dall’impedire alle donne di uscire di casa. E se vi erano dei casi in cui cuò avveniva, si trattava semplicemente di abusi domestici che si presentano ancora oggi indipendentemente dal tipo di società in cui si vive e dal sesso della persona che li compie, dato che dipendono esclusivamente dalle personalità dei due coniugi.

Prendo ora come esempio il caso più estremo. Non sono mai stato in Afghanistan e non ho mai approfondito nello specifico quella realtà, ma tutti abbiamo visto delle immagini, nei film e documentari, di contadini e pecorai in quegli agresti e spesso impervi paesaggi. E tutti abbiamo esperienze dirette o di studio di realtà simili, ad esempio il mondo contadino siciliano “patriarcale” del XIX secolo – inizio XX secolo. Un mondo in cui gli uomini andavano in campagna, talvolta restandoci per diversi giorni. Nei paesi rimanevano donne, anziani e bambini. Il controllo sociale sulle donne, era fatto dalle altre donne, dai bambini o dagli anziani? Quando nei documentari vediamo quei pecorai molto lontani da casa loro, o quei gruppi di mujaheddin, chi esercita il controllo sociale nei paesi spopolati di uomini?

Domanda #3: Che relazione c’è tra voto esclusivamente maschile e obbligo maschile alla leva? E tra voto maschile e pagamento delle tasse?

Risposta: C’è un legame logico, innegabile, tra voto e obbligo alla leva, sottolineato da numerosi pensatori in ogni epoca, dai greci fino ai nostri giorni, passando per i romani. Il libro contiene parecchi esempi, compreso quello di Olympe de Gouges. Il legame tra le due cose divenne infatti più evidente che mai durante la Rivoluzione francese. La Corte Suprema Americana lo rese esplicito, per gli uomini, nel 1918. Di fatto, fino a poco tempo fa, e ancora oggi in alcuni paesi occidentali, i renitenti alla leva perdevano il diritto di voto. Per le donne, invece, era tutto diverso. Credo che la svolta si possa trovare nella “guerra delle coccarde”, nell’ambito della Rivoluzione francese, dove al contrario di quanto aveva sostenuto Olympe de Gouges, la maggior parte delle rivoluzionarie non volevano partecipare alle operazioni belliche ma pretendevano diritti. Della stessa idea sono Condorcet o Wollstonecraft. Il voto femminile fu un diritto slegato dai doveri.
C’è anche un legame tra voto e pagamento delle tasse (o meglio corvée), ma storicamente non è stato così forte e ha acquisito importanza solo successivamente. Il voto censitario è stato per la maggior parte legato anche a questa logica e le suffragette invocavano proprio questo aspetto, ovvero il fatto che loro pagavano le tasse, e che dunque avrebbero dovuto poter votare.
Per lungo tempo, in un mondo dove la guerra era la preoccupazione assillante di regni e nazioni, il soldato risultava molto più importante del contribuente (basti pensare che danari e corvée potevano arrivare anche tramite la schiavitù). Per cui, nella logica di chiunque, chi voleva partecipare al potere doveva prender parte alle battaglie.

Domanda #4: Secondo te, perché la Caccia alle Streghe colpì maggiormente donne? C’entrano particolari dinamiche sociali o semplicemente, come affermano alcuni, le streghe venivano viste come donne per via del legame che la chiesa vedeva tra stregoneria e rimanenze pagane di culti femminili (ricordiamo che il Canon Episcopi parla di “donne scellerate che credono di andare di notte con Diana, dea dei pagani”)? Secondo te, oltre a questo aspetto meramente religioso/culturale, entrano in gioco altri motivi per questa maggioranza femminile?

Risposta: Prima di tutto credo sia necessario chiarire, contro la percezione della narrativa dominante, che il fenomeno della “caccia alle streghe” (in realtà, “caccia alla stregoneria”) non era rivolto nello specifico contro le donne. Per assurdo si potrebbe affermare il contrario, ovvero che la caccia veniva attuata per proteggere le donne. La Bolla papale di Innocenzo VIII (1484) afferma di voler proteggere le donne tormentate da questi esseri sciagurati, che impediscono loro di concepire e distruggono la loro prole.

In secondo luogo credo sia necessario contestualizzare la cosa. Tra i tanti eventi tragici e cruenti che hanno afflitto l’umanità, la caccia alla stregoneria è molto lontana dal rientrare tra i primi cento per numero di vittime. E tenendo conto solo dei massacri per motivi religiosi, la caccia alla stregoneria occupa solo il 29esimo posto. Del numero complessivo di persone giustiziate per criminalità nello stesso periodo, le vittime della caccia alla stregoneria non rappresentano che una frazione modesta.

Quindi la prima questione su cui bisognerebbe riflettere riguarda l’importanza attribuita a questo triste accadimento storico rispetto a tutti gli altri. Una delle possibili spiegazioni, tra le molte che mi vengono in mente, risiede nel fatto che un cane che morde un uomo non fa notizia, mentre un uomo che morde un cane sì. Effettivamente l’80% delle vittime furono donne, il 20% uomini. In una Storia lastricata di eventi orribili che colpiscono per la stragrande maggioranza uomini, trovarne uno che colpisca di più le donne fa notizia.
Il secondo quesito è: perché proprio questo evento storico colpì maggiormente le donne? Una domanda che è già viziata in partenza, e dice tanto su di noi, che diamo per scontato che siano gli uomini a dover morire o soffrire, sempre e comunque, al posto delle donne.
Infatti la domanda che ci poniamo non è quella più logica. Dovremmo chiederci, in realtà, perché la stragrande maggioranza degli eventi storici tragici colpiscono gli uomini. È curioso che non lo facciamo, sembra quasi che sorga in noi la necessità di proteggere le donne, di preoccuparci solo di loro e di capire i motivi che hanno provocato la loro sofferenza, la loro e quella di nessun altro. Una forma mentis (innata o culturale?) che guida continuamente le nostre azioni. Nel mio libro ho analizzato ad esempio lo sterminio nazista, denominato genocidio perché c’erano donne e bambini. Lo sterminio degli uomini invece è sempre esistito, e da sempre si è chiamato guerra.

Mi rendo conto di non aver risposto all’ultima domanda, ma l’obiettivo primario della mia opera è quello di cambiare il punto di vista con cui analizziamo il mondo, di trasformare un punto di vista perennemente femminile e femminista in un punto di vista anche maschile. Credo che saremo in grado di dire con più precisione perché nel fenomeno della caccia alla stregoneria le donne sono state maggiormente colpite quando ci saremo chiesti (tutti, anche le femministe) perché nella stragrande maggioranza delle altre tragedie umane verificatesi sono stati gli uomini i più colpiti, e perché nessuno se ne cura.

Ringraziamo ancora una volta Santiago per le sue preziose osservazioni e ne approfittiamo per invitarvi all’acquisto del suo interessantissimo libro (qui il link per ordinarlo su Amazon).

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Intervista a Santiago Gascó Altaba, autore del libro “La grande menzogna del femminismo”

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  1. “Un’opera titanica di contro-narrazione della Storia e dell’attualità” recita la retro copertina. Un’opera vasta?

Necessariamente. I protagonisti dell’opera sono il femminismo e, naturalmente, il suo antagonista, il patriarcato. Cos’è il patriarcato? Per esplicita ammissione, il patriarcato è ovunque ed “è tutto”: la Storia, la psiche, la politica, il sesso, l’amore, la famiglia… Chi vuole discutere di femminismo è dunque obbligato a discutere di “tutto”.

  1. C’è un punto di partenza?

Il punto di partenza è la definizione del termine femminismo. E non è un punto di poco conto. È un punto fondamentale. Solo una corretta comprensione e definizione del termine femminismo permette di addentrarsi oltre, di analizzare criticamente quel “tutto” appena accennato mediante una selezione accurata tra infiniti argomenti: Adamo ed Eva, la caccia alle streghe, il suffragio universale, le quote rosa, la violenza di genere, il sessismo nella lingua, l’eterno femminino, l’aspettativa di vita, le torture, i suicidi, il matrimonio, …

  1. Cos’è il femminismo?

Cosa non è il femminismo? È più facile iniziare al contrario.

Intanto il femminismo non è parità. Tutti i dizionari del mondo (tutti!) associano il termine femminismo al termine parità. La parola parità è presente in tutte le definizioni, parità di diritti (non di doveri!).

Il femminismo sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti delle donne ai diritti degli uomini.

Il femminismo non sarebbe il movimento che lotta per l’equiparazione dei diritti degli uomini ai diritti delle donne.

Trovate qualcosa di paritario nelle due premesse soprastanti? La parità si definisce per sé, senza bisogno di qualifiche. Quando è necessario specificare il “tipo di parità” – delle donne verso gli uomini, non degli uomini verso le donne –, allora non è più parità.

L’incontro di Seneca Falls negli Stati Uniti nel 1848 segna, per la maggior parte delle storiche femministe, la nascita del movimento femminista associativo. Da quella data fino ad oggi è trascorso più di un secolo e mezzo e centinaia di migliaia di iniziative, campagne, rivendicazioni, manifestazioni del movimento femminista a favore dei diritti delle donne. Dal 1848 fino ad oggi, quante sono state le iniziative, campagne, rivendicazioni o manifestazioni del movimento femminista a favore esclusivo di un qualsiasi diritto dell’uomo? Voi ne conoscete qualcuna? Allora, dove risiede la parità?

(Menzione a parte, in questi ultimi anni, meritano i permessi di paternità. Introdotti per richiesta anche da una parte delle associazioni femministe, ad esempio in Spagna, le loro intenzioni non erano quelle di parificare i diritti ma, per esplicita ammissione, si cerca di decostruire l’uomo patriarcale, s’incoraggiano le cure domestiche per favorire lo sviluppo professionale delle donne).

  1. Se ho capito bene, il femminismo sarebbe la dottrina che stabilisce che gli uomini non hanno bisogno di diritti perché li hanno già conquistati tutti?

Sì, ma manca ancora un altro pezzo nella comprensione del termine femminismo.

Oggi il femminismo, come il patriarcato, è “tutto”. Molte storiche femministe hanno augurato esplicitamente la distruzione delle religioni, oppressive e patriarcali, eppure esistono anche la teologia femminista e le femministe teologhe. Per la dignità del corpo delle donne manifestano a braccetto suore e prostitute, tutte femministe. Nella storia del femminismo e ancora oggi ci sono femministe regolamentariste e femministe abolizioniste della prostituzione, femministe con velo e femministe anti-velo, femministe abortiste e femministe anti-abortiste, pro-sufragio femminile e anti-sufragio femminile, comuniste e borghesi, nudiste e pudiche, socialiste e capitaliste, femministe dell’eguaglianza e femministe della differenza, … Al di là dell’esistenza di qualsiasi programma razionale e articolato, tutte si dichiarano femministe.

Di questa eterogeneità abbiamo tutti conferme, quando nelle interviste, le stesse femministe, per giustificare posizioni contrapposte o comportamenti non condivisi, affermano che esistono “molti femminismi”. Anche la stessa storiografia femminista è divisa in ondate diverse (tre o addirittura quattro, secondo le fonti che si adoperano), e, malgrado le proprie contraddizioni in alcuni casi anche interne, tutte si dichiarano femministe.

Questo permette a tutti di avvicinarsi al femminismo in maniera confortante, aderiamo a quello che ci compiace e scartiamo quello “sbagliato”. “Io sono femminista della prima ondata, io invece femminista della terza ondata, io sono femminista abolizionista, io invece femminista liberale…”. Tutti femministi e tutti contenti.

  1. Un femminismo alla carta?

In pratica sì. Siamo di fronte a un grossolano gioco ermeneutico, una semplice creazione di sistemi o gruppi di linguaggio ma anche di valori, che ci permette a tutti di poter scegliere tra un femminismo conveniente e uno sconveniente. All’interno di questo gioco esiste sempre un femminismo corretto, un “femminismo moderato” e un femminismo sbagliato, un “femminismo radicale” o violento.

In questa maniera il termine Femminismo è sempre in salvo, inattaccabile, perché ci sarà sempre un femminismo conveniente, un “femminismo buono”.

Questa è una grande sciocchezza.

Le ideologie non si giudicano per la loro applicazioni, ma per i loro pochi dogmi, fondamentali, intorno ai quali aderiscono tutti gli accoliti. Non esiste un nazismo buono e uno cattivo, un comunismo buono e uno cattivo, un suprematismo bianco buono e uno cattivo, … Sono le ideologie, in toto, con i suoi dogmi, che sono buone o cattive.

Dopo questa lunghissima premessa, ritorniamo alla domanda: « cosa accomuna Lagarde o la Clinton alle attiviste del festival antisistema “Femminismo grasso, postporno e punk”? »

  1. Infatti, cosa accomuna la femminista Christine Lagarde, Direttore del Fondo Monetario Internazionale, e le femministe antisistema?

Siamo nel cuore della questione. Quale dogma comune spinge tutte queste donne a dichiararsi femministe e compagne di lotta? Io l’ho chiamato Principio Assiomatico Assoluto. Mi permetto di usare qualche frase del mio libro: « Tutto il movimento di liberazione è basato sull’assunto che la donna sia oppressa e che sia l’uomo a opprimerla. Su questo binomio, “donna-vittima/uomo-carnefice”, incisivo e chiaro, è stato eretto il più importante e influente edificio ideologico dell’ultimo mezzo secolo. Possiamo denominarlo “Principio Assiomatico Assoluto” »

Questo Principio Assiomatico Assoluto è una costante nella dottrina femminista, in ogni rivendicazione, in ogni manifestazione: donna vittima, uomo colpevole. Dunque, il femminismo si può definire molto più correttamente come “ideologia che promuove la liberazione delle donne dagli uomini” che come “ideologia che promuove la parità”.

Il mio lavoro vuole vagliare criticamente questo Principio che ci assegna il ruolo di vittima o di carnefice a seconda del sesso. Ma questo Principio è troppo generico per essere vagliato. A questo punto ho individuato quattro dogmi femministi più specifici e da questi è iniziata la mia disamina.

  1. Quali sono questi quattro dogmi?

« Primo dogma: Nel corso di tutta la Storia e in tutte le società la donna ha vissuto oppressa dall’uomo sotto una struttura sociale denominata patriarcato. La donna è la vittima della Storia, l’uomo il suo oppressore.

Secondo dogma: Attualmente la donna continua a subire discriminazione e oppressione, frutto di una eredità e di una struttura storica, che la colpisce in ogni ambito, in ogni attività e in ogni paese del mondo. Il dominio maschile è esercitato tanto nell’ambito sociale – la chiesa, la scuola, lo stato – come nell’unità domestica. Oggigiorno la donna è la vittima, la società maschilista il suo oppressore.

Terzo dogma: Femminismo dell’uguaglianza. Donna non si nasce, si diventa. Il sesso (il corpo) si eredita, il Genere (la psiche) si costruisce. Le strutture mentali femminili sono un prodotto dell’educazione storica (patriarcato) e sociale. È necessario destrutturare le “costruzioni sociali patriarcali” (famiglia, religione, scienza, linguaggio).

Quarto dogma: Femminismo della differenza. In molti ambiti è connaturata nella donna una superiorità intellettuale e comportamentale rispetto all’uomo, principalmente nell’ambito morale. Lo status di vittima storica dell’oppressione maschile attribuisce di fatto alla donna una superiorità morale ontologica. »

  1. Come possiamo essere certi che questi dogmi riescano a determinare con precisione l’essenza della dottrina femminista?

Tanto l’esistenza di questo Principio Assiomatico Assoluto quanto quella dei quattro dogmi è supportata da numerose citazioni esplicite femministe, molte delle quali provengono dal femminismo storico.

  1. Infatti, il libro contiene un numero impressionante di citazioni e riferimenti testuali.

Circa 6.000 nell’opera completa. L’opera è divisa in due volumi. Il primo volume tratta il Principio Assiomatico Assoluto e il Primo Dogma. Il secondo gli altri tre dogmi e le conclusioni. Tutta l’opera è approcciata da un punto di vista prevalentemente storico, ma non solo, dove si alternano di continuo prima il testo discorsivo e successivamente le citazioni e i riferimenti che lo riguardano.

Il motivo che mi ha spinto ad adoperare testualmente le citazioni è semplice.

Oggigiorno il femminismo è la dottrina dominante, nelle istituzioni, nei media, nelle scuole. La mia posizione è che il femminismo è un’ideologia deleteria, e questa è una posizione controcorrente e molto politicamente scorretta. Molte delle mie posizioni controverse si basano su citazioni femministe, perfettamente verificabili. Chi se la prende con me, se la deve prendere anche con Simone de Beauvoir, Kate Millett, Germaine Greer, Phyllis Chesler, Juliet Mitchell, Mary Wollstonecraft, Christine de Pizan, …

  1. In che modo si vagliano criticamente gli argomenti specifici? È possibile fornire un esempio? Ad esempio, la caccia alle streghe.

Sì, lo vediamo però un’altra volta. Credo sia importante metabolizzare quanto è stato detto. Anche se un po’ lungo, definire e capire cosa è e cosa non è il femminismo credo sia il primo passo, determinante, per poter affrontare il mondo “femminista” in maniera critica così come le femministe affrontano ogni giorno in maniera critica il loro mondo “patriarcale”. Grazie!

  1. Grazie per aver risposto al nostro invito.

Risposte ai dubbi sull’attivismo (e sugli attivisti) per i diritti maschili

Perché Antisessismo supporta il Men’s Rights Activism senza se e senza ma? In quest’articolo tenteremo di dare una risposta esaustiva a questa domanda.

Come pagina abbiamo sempre cercato di giustificare le nostre posizioni andando al di là degli ad hominem, del cherry-picking, del no true scotsman ed altre fallacie logiche che non portano da nessuna parte. Per questo abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle basi ideologiche dei movimenti, ovvero il minimo comun denominatore che accomuna le diverse correnti al loro interno, che li differenzia dagli altri all’esterno, e che guida le loro azioni concrete.

Nell’MRM (Men’s Rights Movement, sinonimo di MRA) non possiamo parlare di una base teorica che sia davvero comune a tutti, ma ve ne è una molto diffusa e soprattutto distintiva. Essa parte da un bisessismo storico per contestare l’azione unilaterale del femminismo e sostenere la necessità di una compensazione focalizzata, stavolta, sui diritti maschili di cui ci si è dimenticati per così tanto tempo. Questo sistema teorico non presuppone una netta divisione tra oppressori e oppressi, e fornisce le giuste chiavi interpretative per comprendere che anche l’attuale fase ginocentrista non è conseguenza di un “dominio” delle donne, ma di una serie di circostanze storiche. Tutt’altra pasta rispetto a idee secondo le quali “l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone” e “la storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta“, e che troviamo nei due documenti più importanti ai quali viene ricondotta la nascita del femminismo, rispettivamente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) e la Convenzione di Seneca Falls (1848). Risulta quindi impossibile separare femminismo e misandria, poiché, come abbiamo accennato, il femminismo parte dal presupposto che gli uomini abbiano attuato dall’alba dei tempi una dominazione sulle donne, che si rifletterebbe oggi in fenomeni quali la “violenza di genere” e altre angherie volte a ri-sottomettere la donna o negarle in extremis la tanto sudata libertà dai ruoli tradizionali. Come fai a credere in un sistema del genere e al contempo non odiare quelli che consideri i tuoi oppressori? È molto difficile. E pure se riuscissi a non odiarli, cercheresti di risolvere i loro problemi o i tuoi? Riusciresti a vedere i loro problemi, quando hai già deciso che loro sono i tuoi carcerieri, i tuoi aguzzini, i custodi del patriarcato? Certo che no. Per riassumere: al contrario della misoginia in ambito MRA, che laddove presente può essere vista come accidente o contaminazione esterna poiché non affonda le radici in alcuna base teorica originale del movimento, una buona fetta della misandria in ambito femminista è diretta conseguenza della Teoria del Patriarcato, ideologia trasversale a tutte le sue correnti e che rappresenta l’essenza del movimento stesso.

Una volta chiarita la natura intrinsecamente progressista dell’attivismo per i diritti maschili, passiamo ad una problematica che spesso dà luogo ad ambiguità e obiezioni: l’abbondanza di contaminazioni tradizionaliste in ambienti MRA, specialmente americani o comunque internazionali.

Innanzitutto, perché queste contaminazioni esistono? Perché nella società coloro che aderiscono a una visione così ragionata come quella MRA sono nettamente in minoranza rispetto a femministi e antifemministi generici. Questi ultimi, concependo la difesa degli uomini come un semplice opporsi alla moderna misandria femminista e nulla più, sono inevitabilmente attratti da qualunque movimento abbia “men” o “uomini” nel nome. Ma pure se ronzano intorno agli MRA (o, nei casi peggiori, si appropriano dei loro spazi), costoro sempre tradizionalisti rimangono, e le differenze si vedono.

Non dobbiamo dimenticare poi i tanti disperati cui l’una o l’altra problematica maschile ha rovinato la vita. Spesso è gente comune, sprovvista di capacità di astrazione e che difficilmente ambisce a una comprensione completa delle questioni di genere, orientandosi così su spiegazioni più semplici e manichee. Sono da biasimare? Dobbiamo aiutare selettivamente solo chi segue le nostre teorie? Potremo dare una mano agli uomini che soffrono solo quando saranno spariti gli ignoranti (ergo, mai)? Il fatto che ci siano ignoranti che bazzicano i nostri luoghi è motivo sufficiente per soffocare sul nascere il movimento MRA e ogni aiuto che esso può offrire al sesso maschile?
Mi immagino già la scena:

– “La mia ragazza mi picchia, ho paura di restare qui. Come mai c’è un unico centro antiviolenza per uomini in tutta Italia e sta a Milano? Perché nessuno protesta per ‘sta cosa?”

– “Eh guardi, c’erano gli MRA ma poi hanno appeso momentaneamente le scarpe al chiodo in attesa che tutte le vittime maschili prendano un bel PhD in Teoria del Bisessismo Applicata. Così siamo sicuri che tutti capiscano che la colpa delle loro sventure non è delle donne, ma della società e delle circostanze.”

– “Sì ma fino ad allora?”

– “Fino ad allora continui a farsi picchiare, che le devo dire…”

La preoccupazione per l’immagine del movimento è legittima, ma dovrebbe portare a una ed una sola linea d’azione: fare quadrato intorno all’etichetta MRA e difenderla. In altre parole, chi è progressista e tiene ai nostri diritti dovrebbe a maggior ragione definirsi MRA, anziché titubare. Titubare significherebbe darla vinta ai tradizionalisti, costringendoci a un cambio di denominazione che sarebbe disastroso per i diritti maschili. Perché? Perché le etichette buone non crescono sugli alberi, ed “MRA” ha un paio di pregi di cui non possiamo fare a meno.
Il primo è la trasparenza. Se c’è qualcosa che ci descrive perfettamente, questa è proprio la definizione “attivisti per i diritti degli uomini”. Veicola il messaggio che esistano dei diritti maschili per cui lottare e a cui dedicare particolare attenzione. Le parole “attivismo” e “diritti”, inoltre, corrispondono a concetti positivi, non meramente oppositivi, e hanno una forte valenza progressista nell’immaginario collettivo. Il secondo è la popolarità. Il Movimento per i Diritti degli Uomini si è costruito una notorietà internazionale non così indifferente, sebbene manchi degli appoggi istituzionali di cui è dotato il femminismo. Un’etichetta nuova, specie una con tutte le sfumature e i distinguo necessari, creerebbe confusione e sarebbe difficile da popolarizzare. Tra una scissione e l’altra, condannerebbe le questioni maschili ad un perenne anonimato. E anche qualora quest’etichetta riuscisse miracolosamente a prendere piede, il problema del tenere fuori le contaminazioni tradcon si riproporrebbe non appena acquistata una certa visibilità. Non è umanamente possibile impedire che si verifichino prima o poi almeno dei tentativi, da parte di una maggioranza esterna di appropriarsi di un movimento. E a quel punto che si fa? Scappiamo all’infinito dai conservatori? Abbandoniamo il lavoro fatto e ricominciamo daccapo con un altro nome, frammentandoci sempre più e senza alcuna garanzia di ritornare forti e compatti come prima? Mi sembrano le fatiche di Sisifo. Invece di scappare dalla città appena i tradcon si presentano alle sue porte e fondarne ogni volta una nuova, perché non trincerarsi e difenderla?

In Europa (e ancor di più in Italia) ci stiamo riuscendo abbastanza bene, rivendicando l’esclusività progressista del concetto di MRA con un approccio top-down, e mantenendo puliti i nostri spazi di informazione e discussione. Qualcuno storce il naso, perché lo ritiene “artificiale”: beh, sì, è artificiale quanto degli argini che impediscono a un fiume di inondare una città, permettendo a quest’ultima di crescere florida e indipendente. Nella vita le cose buone non accadono da sole, serve qualcuno che le faccia accadere.

Oltreoceano c’è invece più eterogeneità. Da un lato abbiamo le infiltrazioni tradizionaliste, qualche esponente controverso e così via, dall’altro abbiamo il fronte progressista, in seno al quale è nato tutto l’impianto teorico che usiamo. Quale delle due fazioni è più forte? Non si può tentare di rispondere a questa domanda facendo valutazioni meramente numeriche. Se nel documentario MRA per eccellenza (The Red Pill) vengono dette cose progressiste persino intervistando gente che su altre cose è conservatrice, probabilmente esiste una diffusa consapevolezza che l’attivismo per i diritti maschili sia qualcosa di ben distinto dal tradizionalismo e dall’antifemminismo generico.

La teoria del bisessismo-che-poi-diventa-ginocentrismo, dopotutto, non la trovate da nessun altra parte. È nata lì ed è caratteristica distintiva dell’MRM. E si dà il caso che quella teoria sia l’unica teoria davvero giusta nell’ambito delle questioni di genere, l’unica che può permettere un’azione che porti alla vera parità dei sessi.
Un movimento infatti va giudicato anche per contrasto con quelli già esistenti, evidenziando ciò che di nuovo viene detto e quanto di speciale o diverso viene teorizzato. Pensiamoci un attimo: noi apprezziamo le menti geniali del passato per le loro idee acute e innovative, non certo per quelle normali e spesso anche retrograde che costituivano la maggior parte del loro sistema di pensiero. Ad esempio, più o meno quasi tutti i grandi filosofi del passato esprimevano idee tradizionaliste quando si cimentavano in questioni di genere, ma li si scusa dicendo che quella parte “non progressista” del loro pensiero era figlia del loro periodo storico, e li si ricorda invece per le loro grandi intuizioni in altri ambiti. Se sappiamo riconoscere e filtrare le contaminazioni nel pensiero dei singoli intellettuali, allora perché non fare lo stesso con i movimenti sociali?

E vi dirò di più: ammesso e non concesso che l’MRM sia un guazzabuglio al cui interno solo “casualmente” troviamo l’unica teoria giusta nell’ambito delle questioni di genere, supportarlo sarebbe comunque la scelta giusta da fare in questo periodo storico, perché è gente che bene o male qualcosa per gli uomini effettivamente la fa, a differenza di tutti gli altri. Anche se una causa giusta fosse sostenuta dai più per motivi sbagliati, ciò non la renderebbe meno giusta. Come vediamo, l’imperativo logico-etico di dover agire per gli uomini resiste anche alle ipotesi più pessimistiche sulla composizione sociale e sulle intenzioni dei gruppi che si impegnano in questo senso.

Tutto questo non è facile, lo sappiamo. Siamo animali sociali e prima di sostenere l’una o l’altra causa ci facciamo sempre quattro conti in tasca. Ma nessuno ci calerà dal cielo un movimento MRA puramente progressista, fatto e buono, al quale aderire comodamente senza rischi di essere associati a personaggio discutibile X e personaggio discutibile Y. Chi vuole questo movimento deve contribuire a formarlo, non può lavarsene le mani e dire “lo sosterrò dal momento in cui quelli come me saranno la maggioranza”. È come non votare per il tuo partito alle elezioni perché credi che gli altri partiti abbiano più sostegno. A maggior ragione il tuo partito non vince se non lo voti, no?

PS. Etichette e nomenclature sono meno importanti dei fatti concreti, vero, ma non sono neanche irrilevanti o marginali: è più facile lottare per un set di idee se le si associa a una parola o sigla che le tenga unite tra di loro, come un portachiavi, e che aiuti a richiamarle in maniera veloce e sintetica senza dover spiegare sempre tutto daccapo. Questo non significa che dobbiamo qualificarci come MRA ogni volta che intraprendiamo una discussione su una tematica maschile: esistono effettivamente situazioni in cui vale la pena essere più indiretti, ma l’importante è che quando il movimento è oggetto di dibattito pubblico ci si mostri supportivi nei suoi confronti, anziché ostili.

[H.]

Si ringrazia M. per l’aiuto offerto nella stesura dell’articolo.

Vedi anche:

Chi sono gli MRA?
No, gli MRA non sono tradizionalisti e non rivogliono i ruoli di genere
Risposte ai mille tentativi di accomunarci ad altre correnti della manosphere
Se difendi le vittime di violenza… sei complice di un pluriomicida?! L’assurda logica degli anti-MRA

Circoncisione neonatale routinaria: i motivi del NO

Noi europei siamo abituati a pensare alla circoncisione come ad una pratica medica cui si ricorre solo quando è effettivamente necessario, per esempio nei casi di fimosi grave. Purtroppo questa percezione è lontana dalla realtà. Il grosso delle circoncisioni, anche nel contesto occidentale, non viene effettuato per emergenze del genere. Spesso si circoncide direttamente alla nascita, per motivi che possono essere religiosi o legati semplicemente alla tradizione (sebbene vengano spesso nascosti, come vedremo, dietro dubbie giustificazioni di carattere “preventivo”). Un esempio prominente è quello degli Stati Uniti, dove ancora oggi a subire la circoncisione è più della metà dei nuovi nati maschi [1].

Ancor prima di soppesare rischi e benefici di tale pratica, dovremmo porci una domanda di carattere puramente etico: è giusto prendere, in assenza di necessità mediche, decisioni irreversibili sul corpo di chi non può dare il consenso?
Per intenderci, accetteremmo mai la tatuazione religiosa di un neonato? Saremmo mai a favore dell’amputazione dei suoi lobi delle orecchie “perché tanto sono inutile tessuto aggiuntivo che aumenta (dello 0,0..1%) il rischio di cancro”? Giustificheremmo mai un’appendicectomia preventiva? Dopotutto, si tratta di una parte del corpo inutile e che porta solo problemi!
Se la risposta a tutte queste domande è no, congratulazioni, abbiamo ancora una bussola etica funzionante. La religione dei genitori, le loro tradizioni, o le loro paranoie mediche se è per questo, non possono prevaricare sul diritto dei figli alla propria integrità fisica. Anche se il prepuzio fosse davvero un pezzo di pelle privo di funzione (e più avanti vedremo perché invece non lo è), rimarrebbe comunque inaccettabile privare una persona non consenziente di una parte del suo corpo in assenza di urgenti motivi medici. In una società laica e progressista, religione e tradizione non possono essere valide giustificazioni: dev’essere l’individuo a poter scegliere su ciò che lo riguarda, specie se è qualcosa di irreversibile.
Inoltre, spesso le religioni contemplano al loro interno scuole di pensiero [2] e pratiche alternative [3], meno conosciute ma che sarebbe possibile provare a diffondere anche dall’interno, per incoraggiare una maggior compatibilità tra fede e diritto all’autodeterminazione.

Chiarito questo, dovrebbe essere evidente che ogni argomentazione che faccia perno su eventuali “vantaggi” della circoncisione dovrà per forza di cose scontrarsi col diritto del bambino all’integrità fisica; prevalere su di esso richiederà quindi che siano mostrati vantaggi incredibilmente significativi, o alternativamente che si mostri la presenza di rischi reali e tangibili che solo la circoncisione possa drasticamente ridurre. Risultati della magnitudo necessaria sono francamente improbabili, per non dire impossibili.

Nella parte restante di questo articolo passeremo in rassegna le giustificazioni più comuni e spiegheremo perché, come prevedibile, non si avvicinano neanche lontanamente a poter legittimare la circoncisione rituale infantile.

1) “Il prepuzio è inutile”

Falso. Il prepuzio gioca un ruolo importante nella sessualità maschile, trattandosi di un’area densamente innervata, particolarmente sensibile al tatto e quindi altamente erogena, utile altresì per una corretta interazione meccanica tra tutte le parti anatomiche coinvolte nell’atto sessuale [4-7].
Un’altra sua funzione è quella di agire come una mucosa, proteggendo e mantenendo alta la sensibilità del glande [8]. Quando quest’ultimo non è protetto da tale lembo di pelle, infatti, il suo epitelio si ispessisce per ridurre le continue sollecitazioni dovute al contatto con stoffe e tessuti. Questo cambiamento sarebbe irreversibile in caso di circoncisione, proprio perché non potendo più ricoprire il glande col prepuzio, anche l’epitelio non potrebbe più tornare alla sua condizione precedente.

Infine, in uno studio che affermava che la circoncisione non diminuisse la sensibilità del pene è stato trovato un errore metodologico molto grave, ossia il fatto che non venisse misurata la sensibilità del prepuzio stesso; uno studio più recente ha mostrato che è proprio il prepuzio la parte del pene più sensibile al tocco, e non il glande [9].
Su questi ultimi findings qualcuno potrebbe obiettare che i ricercatori in questione sono intattivisti, ma il punto è che difficilmente chi sceglie di dedicare tempo ed energie alla ricerca in questi ambiti è motivato da pura e neutrale curiosità. Spesso la motivazione nasce dall’essere schierati, ma questo non significa che chi è schierato sia per forza disonesto. Essendo la circoncisione una questione etica ancor prima che scientifica, è legittimo che un ricercatore la ritenga sbagliata fin da subito. Poi magari ti capita di leggere uno studio di medici pro-circ, vedi che è stato fatto in modo sbagliatissimo, e allora decidi di replicarlo con maggior rigore scientifico per vedere cosa ne esce. Non neghiamo la potenziale presenza di un bias, ma se consideriamo che per i medici statunitensi le circoncisioni sono operazioni semplici da eseguire e abbastanza remunerative sui grandi numeri, c’è da chiedersi se un conflitto d’interessi economico non sia di gran lunga peggiore di uno meramente intellettuale.

2) “Un mio amico è stato circonciso e dice che ora le sue prestazioni sessuali lo appagano di più”

Perché sente di meno. Se soffri di eiaculazione precoce questo può aiutarti a ritardare l’orgasmo e godertelo, ma sempre in funzione del fatto che non hai le stesse sensazioni.
Se invece una persona è lenta già di suo ad arrivare al culmine, con la circoncisione non ci arriva mai e diventa uno sforzo.
E una persona che ci arriva in tempi normali ne risulta danneggiata perché non aveva necessità di aumentare i tempi, e in più non si gode il sesso al massimo delle sue potenzialità.
Il mondo è pieno di testimonianze di uomini che lamentano minori sensazioni dopo la circoncisione, nonché più frequenti difficoltà nel raggiungere l’orgasmo, come ha mostrato uno studio [10]. Non sapendo se il proprio figlio apparterrà alla prima categoria o alle ultime due, facendolo circoncidere si rischia deliberatamente di danneggiare la sua capacità di provare piacere sessuale da adulto.

3) “La circoncisione riduce le possibilità di contrarre infezioni causate dall’accumulo di smegma”

Lavarsi basta e avanza a questo scopo. Se non vivi nel terzo mondo, l’acqua ci sta.
Per quanto riguarda invece quei paesi dove l’acqua e l’igiene scarseggiano e dove la sanità è sottosviluppata, lì è anche più probabile che la circoncisione venga effettuata con strumenti non sterilizzati, magari usati più volte, quindi il rimedio potrebbe essere peggiore del problema.

4) “Riduce il rischio di contrarre l’HIV”

Altra questione controversa: se fosse vero, o se questo effetto fosse rilevante, come mai allora l’incidenza del virus in Europa è più bassa che negli Stati Uniti? Non dovrebbe essere il contrario?
Ma, per comodità, diamo per buoni gli studi che mostrano tale riduzione (anche se ne sono stati evidenziati caterve di errori metodologici, oltre al semplice fatto che i risultati di ricerche condotte su adulti in Africa difficilmente rispecchiano la realtà dei bambini occidentali circoncisi alla nascita: bisogna tener conto dei fattori ambientali). La circoncisione ridurrebbe il rischio del 60%, mentre l’uso del preservativo lo riduce dell’80%. Ergo, se contrarre HIV tramite sesso penetrativo non protetto con partner infetta è già di suo molto improbabile (4 casi su 10000, ovvero lo 0,04% per atto sessuale), l’uso del solo preservativo fa scendere questa percentuale allo 0,008% [11]. Certo, combinare l’uso del preservativo alla circoncisione potrebbe farla scendere allo 0,0032%. Ma stiamo parlando di un contagio su 12500 atti sessuali penetrativi con partner infetta. Se consideriamo poi che la partner infetta non è poi frequentissima, e che almeno in Occidente chi ha l’HIV tende ad esserne consapevole e a seguire adeguate terapie anti-retrovirali (le quali, in combinazione col preservativo, riducono le chance di contagio del 99,2% [12])…
È evidente che per ogni persona che riusciresti a proteggere con la circoncisione ci sarebbero decine di migliaia di uomini che avresti mutilato inutilmente, perché non avrebbero mai contratto il virus. E tutto questo solo ammettendo come vero un presupposto che è persino dubbio. Che senso ha?

In più, una meta-analisi ha mostrato che la circoncisione non diminuisce il rischio HIV nel caso dei rapporti sessuali tra uomini [13]. Proprio in questo gruppo le chance di contagio sono più alte rispetto al resto della popolazione, e sono riducibili solo attraverso l’uso del preservativo.

A questo proposito c’è da aggiungere che tra i circoncisi, specie se in età adulta, tende a circolare l’idea che la rimozione del prepuzio renda immuni a questa malattia, il che spesso porta ad un mancato utilizzo del preservativo [14, 15] e quindi a maggiori chance di contagio rispetto a chi non è circonciso e si protegge adeguatamente. E a questo punto non è meglio informare anziché amputare?

5) “La circoncisione riduce il rischio di cancro al pene”

Qualsivoglia rimozione di tessuto riduce il rischio di cancro nella relativa parte del corpo. Il cancro al pene si sviluppa in meno di un uomo su 100.000 ogni anno [16, 17], e nella maggior parte dei casi sul glande. È vero che la circoncisione riduce drasticamente il rischio di fimosi, e che la fimosi (patologica) aumenta il rischio di carcinoma penile, ma come abbiamo appena visto si tratta di percentuali talmente infinitesimali che tali restano anche raddoppiandole o triplicandole. Dopotutto, il doppio di 0,001% è 0,002%. Statistiche ad effetto come “aumento del 100/200/300%”, su fenomeni tanto rari già in partenza, nel concreto non significano praticamente nulla.
Inoltre, solo lo 0,6% degli uomini sarà affetto da fimosi patologica nel corso della sua vita [18]. E per concludere, persino l’American Cancer Society concorda sul fatto che la circoncisione non è indicata come strategia di prevenzione.

6) “Delle importanti organizzazioni mediche hanno detto che la circoncisione è ok!”

Sbagliando, come altre organizzazioni – meno intrise di bias culturale americaneggiante – hanno giustamente fatto notare. Gli appelli all’autorità li ho già decostruiti in un altro articolo, perciò su questo punto non mi dilungherò oltre.

7) “Se le proibisci, le circoncisioni le faranno comunque e fuori dagli ospedali, il che è peggio!”

Anche le FGM in certi paesi continuano a farle illegalmente fuori dagli ospedali, ma per fortuna nessuno ha intenzione di legalizzarle di nuovo per questo. La società si è resa conto che non è accettabile che il diritto delle bambine all’integrità fisica sia tenuto in scacco: queste pratiche aberranti vanno combattute e basta, non solo attraverso campagne di sensibilizzazione ma anche col pugno duro della legge. Sui diritti umani non si transige, e non si può certo aspettare con le mani in mano che la gente scelga autonomamente di rispettarli.

8) “Ma la circoncisione non può essere paragonata all’infibulazione!”

All’infibulazione non si può paragonare, ma ad alcune forme meno invasive e più diffuse di FGM sì. Nello specifico, alla circoncisione del prepuzio del clitoride. Le somiglianze con la circoncisione maschile non si esauriscono nella semplice corrispondenza tra le due parti anatomiche: le stesse preoccupazioni (nettamente esagerate) su igiene e rischio HIV sono infatti annoverate come punto a favore della circoncisione femminile da parte delle culture che le praticano, e il rischio è che qualche suo sostenitore possa addirittura trovare un appiglio nei pochi studi esistenti a riguardo [19, 20].
Studi più approfonditi non riceverebbero mai l’approvazione di un comitato etico, ma a dirla tutta è plausibile, pure probabile, che la naturale conformazione dei genitali femminili fornisca un’ambiente più favorevole a batteri e virus rispetto a un tessuto più liscio.
Tuttavia le FGM, circoncisione femminile inclusa, sono illegali in quasi tutti i paesi dove vengono praticate [21]; questo perché giustamente, sul piatto della bilancia, il diritto di una bambina a non subire mutilazioni genitali pesa molto di più rispetto a qualsiasi forzata analisi rischi-benefici. Tutto ciò che chiediamo è che venga applicato lo stesso sacrosanto principio anche ai bambini di sesso maschile.

[H.]

Riferimenti

[1] CDC/NCHS, National Hospital Discharge Survey, 1979-2010.
Nel 2010, ultimo anno in cui è stata condotta la ricerca, la percentuale di circoncisioni effettuate alla nascita negli ospedali americani si attestava sul 58%. Parliamo quindi di più di un milione di bambini all’anno che subiscono circoncisione per motivi di tradizione o disinformazione, e questo contando solo gli Stati Uniti.

[2] Per quanto riguarda il mondo musulmano, non mancano dispute teologiche sull’interpretazione di alcuni versetti del Corano in materia di integrità corporea. Esistono già, dunque, correnti di pensiero che si oppongono alla circoncisione.

http://www.quranicpath.com/misconceptions/circumcision.html

[3] In ambito ebraico, ad esempio, esiste il Brit Shalom. Si tratta di un rito effettuato da molti rabbini in alternativa alla circoncisione (Brit Milah), e che sostituisce il rituale sanguinoso con uno simbolico.
https://en.wikipedia.org/wiki/Brit_shalom_(naming_ceremony)

[4] Cold CJ, Taylor JR. The prepuce. BJU Int. 1999;83 Suppl 1:34-44.

[5] Taylor JR, Lockwood AP, Taylor AJ. The prepuce: specialized mucosa of the penis and its loss to circumcision. Br J Urol (1996) 77(2):291– 5.10.1046/j.1464-410X.1996.85023.x

[6] Earp BD, Darby RJ. Does science support infant circumcision? A skeptical reply to Brian Morris. The Skeptic. (2014). Available from: https://www.academia.edu/9872471/Does_science_support_infant_circumcision

[7] Werker PM, Terng AS, Kon M. The prepuce free flap: dissection feasibility study and clinical application of a super-thin new flap. Plast Reconstr Surg (1998) 102(4):1075–82.10.1097/00006534-199809040-00024.

[8] Cfr nota 4.

[9] Sorrells ML, Snyder JL, Reiss MD, et al. Fine-touch pressure thresholds in the adult penis. BJU Int. 2007;99(4):864-9.

[10] Frisch M, Lindholm M, Grønbæk M. Male circumcision and sexual function in men and women: a survey-based, cross-sectional study in Denmark. Int J Epidemiol. 2011;40(5):1367-81.

[11] Patel P, Borkowf CB, Brooks JT, Lasry A, Lansky A, Mermin J. Estimating per-act HIV transmission risk: a systematic review. AIDS. 2014;28(10):1509-19.

[12] Ibid.

[13] Millett GA, Flores SA, Marks G, Reed JB, Herbst JH. Circumcision status and risk of HIV and sexually transmitted infections among men who have sex with men: a meta-analysis. JAMA. 2008;300(14):1674-84.

[14] Kalichman S., Eaton L., Pinkerton S. Circumcision for HIV prevention: failure to account for behavioral risk compensation. PloS Med. 2007;4(3):e137-138.

[15] Myers A., Myers J. Male circumcision – the new hope? S Afr Med J. 2007;97(5):338-341.

[16] https://www.cancer.org/cancer/penile-cancer/about/key-statistics.html

[17] http://www.ncin.org.uk/publications/data_briefings/penile_cancer_incidence_by_age

[18] Shahid SK. Phimosis in children. ISRN Urol. 2012;2012:707329.

[19] Stallings RY, Karugendo E. Female circumcision and HIV infection in Tanzania: for better or for worse. Third International AIDS Society Conference on HIV Pathogenesis and Treatment Rio de Janeiro. 2005:25–27.

[20] Kinuthia, Rosemary G., The Association between Female Genital Mutilation (FGM) and the Risk of HIV/AIDS in Kenyan Girls and Women (15-49 Years). Thesis, Georgia State University, 2010.

[21] Paesi in cui le FGM vengono praticate: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/27/Composite_FGM_world_map.svg
Paesi in cui le FGM sono vietate per legge: https://infographic.statista.com/normal/chartoftheday_4952_which_countries_ban_fgm_by_law_n.jpg

L’appello all’autorità: perché l’ipse dixit non può sostituire il pensiero critico

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Abbiamo scritto fior di articoli, noi di Antisessismo. Abbiamo passato centinaia se non migliaia di ore ad informarci, raccogliere dati e fonti, fare brainstorming, sviluppare idee e tradurle in parole che evitassero ogni possibile fraintendimento, muovendoci su un campo che chiamare minato è dire poco. Ci siamo preoccupati di rispondere a tutte le obiezioni, spesso prevedendole in anticipo e tirandocele addosso da soli come test di validità per ciò che scrivevamo.
Ma state certi che se un domani qualche autorità di rango superiore a quelle attuali se ne uscisse nuovamente con una qualsiasi delle menate misandriche che abbiamo debunkerato grazie alla logica, tantissime persone direbbero “ok Antisessismo, però uno col PhD in gender studies / il sociologo / l’antropologo / l’ONU / il Padreterno ha detto X, chi sono io per dire che non è vero?”. Poco importa che spesso la presunta autorità in materia non fornisca nemmeno un’argomentazione, o fornisca argomentazioni stupide alle quali avevamo già risposto, o ancora dati calcolati male: persino una frase figlia di infiltrazione ideologica, magari buttata lì da un social media manager che manco si è consultato con gli altri, assurge automaticamente a verità incontestabile e spazza via tutto ciò che c’è dall’altra parte, ivi inclusi i nostri articoli basati su fatti e logica rigorosa. Cose, queste ultime, che dovrebbero essere invece le uniche ad importare davvero.

Prima di credere a qualcuno solo in quanto famoso e autorevole dovremmo infatti, e qui citiamo da un altro nostro articolo, “domandarci perché viene considerato autorevole e se ne è davvero degno, poi dovremmo chiederci su quali dati si è basato e con che metodo li ha ottenuti. Fatto ciò, dovremmo passare alle argomentazioni a supporto della tesi: hanno rigore logico ed epistemologico o sono un cumulo di forzature e fallacie logiche? È stato forse tratto in inganno dalla propria ideologia? Ha messo in luce verità oggettive o ha solo dato un’interpretazione soggettiva della realtà? Anche perché ci sono vari studiosi che la pensano come noi e che quindi il patriarcato lo negano. E no, il numero non è in sé importante (ad numerum), così come in sé non è importante chi afferma (ad hominem) o la sua origine (fallacia genetica): vanno considerate le argomentazioni nude e crude e la veridicità dei dati a supporto”.

“Però aspettate un attimo, noi non possiamo fare i tuttologi, le nostre giornate durano 24 ore e non 100, per forza di cose in àmbiti che non sono di nostra specializzazione dobbiamo affidarci alle autorità del settore…”

Allora vi veniamo incontro con un ragionamento più specifico. Piuttosto che non affidarsi a nessuna autorità in nessun campo, facciamo che bisogna almeno valutare, soprattutto nelle scienze soft, l’affidabilità delle autorità di settore e l’assenza di influenze ideologiche. Gli eventuali errori infatti non risiedono sempre nella verità epistemologica degli argomenti, ma altrettanto spesso nella loro validità logica. In altre parole, anche senza approfondite conoscenze settoriali è possibile individuare, semplicemente ragionando, degli errori nel modo in cui le conclusioni vengono fatte seguire dalle premesse. Non bisogna quindi farsi intimorire dalla retorica accademica, dal linguaggio tecnico e quanto altro: una fallacia logica rimane tale a prescindere dal livello di specializzazione di chi la commette. D’altronde, non sono rari i casi di “esperti” privi di qualsivoglia senso critico e che sono diventati tali attraverso il semplice apprendimento nozionistico di pensieri altrui.

Non è quindi necessario saperne di antropologia per accorgersi, ad esempio, di quanto sia ridicola una teoria secondo la quale gli uomini si sarebbero svegliati storti una mattina di decine di migliaia di anni fa e avrebbero deciso di prendere e sottomettere il restante 50% della popolazione, tra cui le loro madri, sorelle e figlie, anziché collaborare con loro per la sopravvivenza in tempi dove essa già di suo era molto difficile. Semplicemente non ha alcun senso, non è funzionale, e probabilmente la specie umana non sarebbe arrivata fino ad oggi se le cose fossero andate davvero così. Non serve essere dei geni per orientarsi verso una spiegazione storica delle relazioni tra i sessi basata sulla cooperazione tra uomini e donne, invece che su ipotetici conflitti. A maggior ragione se ogni singolo elemento che la Teoria del Patriarcato spiega fallacemente come oppressione si spiega, e meglio, come collaborazione.

Ora, capiamo il vostro smarrimento: normalmente ci troviamo abbastanza bene con la nostra euristica di affidarci ciecamente alla linea che risulta maggioritaria tra gli esperti, poiché normalmente o ci azzeccano o comunque fanno uno dei migliori tentativi possibili di comprensione della realtà sulla base delle informazioni (talvolta incomplete) in loro possesso. Anche quando una di queste posizioni si rivela poi sbagliata, chi si era affidato ad essa può dire di essersi basato semplicemente su quello che si sapeva all’epoca.

Ma cosa accade se a dominare in un determinato settore non è una visione del mondo “plausibile” ma una vera e propria teoria del complotto che, quando esaminata razionalmente, fa acqua da tutte le parti? Sì, parliamo ancora della Teoria del Patriarcato, credenza invisibile e che tutto pervade, e che come tale nessuno sente il bisogno di dover giustificare. Essa si è imposta non attraverso un processo dialettico, ma proponendosi direttamente come unico frame interpretativo possibile.

Risulta davvero difficile individuare altre aree dove succeda qualcosa di paragonabile. Le questioni di genere sono un àmbito sui generis, avvelenato da infiltrazioni ideologiche, egemonie cognitive [vedi nota] e interessi particolaristici, spesso anche economici.

Il fatto che in tutti questi anni quasi nessuno studioso abbia mai provato a confutare la suddetta teoria egemone è motivo sufficiente per affermare che costoro hanno fallito nell’emanciparsi da un presupposto fallace, poiché in mezzo a tante seghe mentali non sono mai riusciti a farsi due domande e identificarlo come tale. O non hanno mai voluto, visto che di voci controcorrente ce ne sono state, ma non è mai stata concessa loro la visibilità necessaria per avviare un dibattito nella società. Si è preferito invece continuare a far partire le proprie analisi da un dogma indimostrato e indimostrabile. Chi agisce così non merita la nostra fiducia, e non merita di essere considerato autorevole.

Il problema sta nel fatto che si è abituati ad àmbiti dove gli influssi ideologici sono minori, o almeno riconoscibili come tali, e così si finisce per applicare anche alle questioni di genere uno schema che qui non può assolutamente funzionare. Qui le shortcut di autorità sono più fuorvianti che altrove, per cui tutti i passaggi logici vanno fatti in prima persona, e non delegati ad altri. Altrimenti non ci mettono nulla a dire la qualunque per rendervi inoffensivi.

Quando la gente che ragiona per appelli all’autorità incontra autorità ideologizzate, l’antisessista è un uomo morto. Fate un regalo a voi stessi e al mondo: pensate quanto più possibile con la vostra testa e diffidate dagli ipse dixit.

[H.]


Nota: Il concetto di egemonia cognitiva è stato descritto nei seguenti termini dal sociologo Lorenzo De Cani, in un suo articolo del 2014:

“Se in una società prevale un particolare modo di interpretare la realtà, possiamo affermare di essere in presenza di una forma di pensiero unico che si esercita grazie ad un’egemonia cognitiva: non vi è infatti un controllo diretto dei comportamenti delle persone, bensì una direzione delle conoscenze e, attraverso queste, delle coscienze. Caratteristica distintiva dell’egemonia cognitiva è di esulare dalla consapevolezza, in quanto è essa stessa a costruire il quadro entro cui si produce la consapevolezza della realtà sociale. In questo senso si distingue dall’ideologia per differenze sottili ma determinanti: infatti, se l’ideologia cerca di imporsi come unica forma di pensiero accettabile, l’egemonia cognitiva mira a porsi inavvertitamente come unica forma di pensiero possibile; se la prima si manifesta apertamente in ogni ambito che riesce a raggiungere, la seconda pervade silenziosamente lo spazio sociale: la sua invisibilità è condizione per la sua efficacia.”

De Cani applica questo suo discorso al neoliberismo in economia, ma ciò che notiamo noi è che di un fenomeno definito in tal modo, la Teoria del Patriarcato ne rappresenta la quintessenza.

Bisessismo oggi o bisessismo ieri? Ecco perché siamo diretti verso un ginocentrismo

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Chiudete gli occhi e immaginate di vivere in un mondo in cui la leva maschile è stata abolita per sempre, gli uomini possono rinunciare agli oneri della paternità dopo il concepimento, i centri antiviolenza accolgono tranquillamente le vittime maschili, il sessismo giuridico è stato eradicato, il mantenimento all’ex moglie non è più un vitalizio e il padre vede i figli tanto quanto la madre dopo una separazione.

Bellissimo, nevvero? Ora immaginate che in questo stesso mondo le donne non possano votare, l’aborto sia illegale, i centri antiviolenza non accolgano le vittime femminili, le testimonianze femminili di eventi terzi valgano meno di quelle maschili in tribunale, e le donne non possano lavorare né studiare. Cioè che le questioni maschili siano state risolte tutte* mentre le loro omologhe femminili no. Non vi farebbe schifo un mondo del genere? Quanti nanosecondi ci mettereste per affermare, senza timore o esitazione, che questo ipotetico mondo privilegia gli uomini?

Ebbene, se non si fosse già capito dove andiamo a parare, vi diamo una notizia sconvolgente: il mondo in questione è proprio il nostro, ma a sessi invertiti.

Viviamo infatti in una società dove la leva non è stata abolita, ma le donne votano; dove gli uomini non possono rinunciare agli obblighi economici della paternità, ma le donne possono abortire; dove le vittime maschili sono escluse da quasi tutti i centri antiviolenza (in Italia, ad esempio, un CAV che decida di accogliere anche uomini si condanna ad essere escluso dai beneficiari dei fondi pubblici); dove il sistema giuridico ha accettato al suo interno le donne, ma continua a punire gli uomini più severamente; dove le donne possono studiare e lavorare ma gli uomini dopo il divorzio finiscono troppo spesso per doverle comunque mantenere, per poi non riuscire neanche a vedere regolarmente i propri figli.

E sia chiaro che questi paragoni diretti tra una questione maschile e una femminile non sono casuali, ma dovuti al fatto che storicamente l’una era l’equivalente dell’altra all’interno del sistema tradizionalista (o bisessista, che dir si voglia).

Sappiamo bene che oggi l’interazione sociale, specialmente lontano dalle grandi città, ha ancora un carattere pienamente bisessista: ad ogni stereotipo o discriminazione contro gli uomini ne corrisponde una contro le donne e viceversa. Tuttavia, a livello istituzionale troviamo un chiaro sbilanciamento a svantaggio degli uomini, come testimoniano tutte le problematiche irrisolte che abbiamo citato. E se è vero che è bruttissimo subire delle pressioni dalle persone che si hanno intorno in termini di conformità al proprio ruolo di genere, va comunque riconosciuto che vedersele imposte dal governo tramite leggi è ancora peggio. In altre parole: una cosa è avere sulla carta tutti i diritti ma continuare, in certi contesti, ad essere fortemente limitato dall’ignoranza delle persone che ti circondano; un’altra cosa è non avere questi diritti neanche sulla carta e quindi non poterne usufruire in nessun contesto (fosse anche quello più progressista).

Anche a livello psicologico, poi, c’è una bella differenza in termini di coscienza di genere. Una donna a cui vengono (socialmente) negati dei diritti sa che quelli sono effettivamente suoi diritti, che le spettano; invece i diritti maschili non esistono ancora su carta, pertanto l’uomo a cui vengono negati non sa neanche che gli spettano e continua a soffrire in silenzio senza poter alzare la testa e rivendicarli.

Come si è arrivati a questo punto? Come si è passati da un sistema in cui istituzionalmente tutti erano privi di diritti in egual misura a uno in cui i diritti femminili sono stati conquistati ma quelli maschili no? Attraverso il femminismo, che ha interpretato erroneamente il Bisessismo come Patriarcato (cioè come sistema che avvantaggiava gli uomini) e ha lottato solo per le donne nella convinzione che gli uomini avessero già tutti i diritti.

Come mai il femminismo abbia frainteso in modo così clamoroso il sistema tradizionalista, senza che nessuno fondamentalmente si accorgesse del fraintendimento, è una questione complessa. Per far luce su di essa, bisogna prima ragionare su un’altra domanda: perché il femminismo ha aspettato il 1848 (Convenzione di Seneca Falls) per nascere? Dopotutto, il sistema di genere era quello non da secoli, ma da millenni. Perché allora solo nel ‘700 appaiono i primi scritti protofemministi, fino all’effettiva nascita del movimento nell’800?

L’ipotesi più plausibile è che abbiano influito diversi fattori, tra cui:

  • il lento passaggio, in quei secoli e in quelli immediatamente precedenti, da un’economia di sussistenza quale era quella feudale a un primo abbozzo di capitalismo, basato invece sull’accumulo di risorse;
  • il progressivo dominio dell’essere umano sulla natura, che in quei secoli diventava man mano meno selvaggia e più domabile;
  • la rivoluzione industriale;
  • gli ideali illuministici e in particolare l’idea di libertà come diritto fondamentale ed inalienabile, al centro della Rivoluzione Americana prima e di quella Francese poi.

Senza entrare nel merito di quali di queste siano le cause e quali di queste le conseguenze, ciò che traspare è che a partire dai secoli precedenti – e poi soprattutto tra ‘800 e ‘900 – la società occidentale ha progressivamente mutato esigenze e modi di vivere, allontanandosi da un modello in cui la sopravvivenza andava strappata alla natura con una lotta all’ultimo sangue e avvicinandosi invece alla società contemporanea, meno pericolosa e più agiata.

Ora, chi di voi ci ha letti attentamente saprà che il pericolo esterno era, nel sistema bisessista, il motivo per cui le donne accettavano la protezione e la limitazione della loro libertà (che erano due facce della stessa medaglia, ricordiamolo). Ma in un mondo dove i pericoli sembrano non esserci quasi più, la protezione comincia a perdere il suo lato positivo e ad assomigliare sempre più a un’oppressione. Se le donne di civiltà più antiche avevano ben presente, a livello inconscio perlomeno, che la limitazione della libertà fosse funzionale alla tutela, tra ‘800 e ‘900 era in aumento il numero di donne che invece in questo sistema non vedevano altro che una zavorra imposta loro con la scusa della protezione. Da qui il successo della Teoria del Patriarcato.

La necessità di compensare

È chiaro quindi che il nostro concentrarci su tematiche maschili trova la sua giustificazione in tutto il discorso precedente. Se c’è uno squilibrio, è giusto compensarlo. Certo, se parti da un presupposto sbagliato, come hanno fatto i femministi che volevano compensare inesistenti vantaggi maschili di stampo patriarcale, ottieni disparità piuttosto che parità. Ma a differenza di un fantasioso e indimostrabile Patriarcato, il femminismo e le sue lotte sono esistiti davvero, e hanno davvero prodotto disuguaglianze di genere. Quindi l’errore non è l’atto del compensare in sé e per sé, ma l’interpretazione errata che porta a voler compensare laddove non c’è nulla da compensare. Se il femminismo non fosse mai esistito e il tradizionalismo bisessista si fosse prolungato fino ad oggi, allora a quel punto la miglior cosa da fare sarebbe stata concentrarsi in egual misura sulle problematiche di ciascun sesso.

Tuttavia, il femminismo è esistito e ha cambiato gli equilibri, per cui noi oggi riteniamo più giusto che ci si concentri sulle questioni maschili. È proprio in questo ragionamento, pertanto, che il movimento MRA trova la sua ragion d’essere.

Questo significa che chi fa 50 e 50 è cattivo? Assolutamente no. Anche perché come dovremmo chiamare poi i tradizionalisti, che non si occupano né di diritti maschili né di quelli femminili, oppure i femministi, che fanno 100 per le donne e 0 per gli uomini? Semplicemente riteniamo che esista uno standard etico ancora più elevato del 50 e 50, e per questo lo promuoviamo.

Pur non concordando, rispettiamo chi, per qualunque motivo, non se la sente di agire per compensazione… a patto però che si rispetti anche noi e il nostro diritto ad esprimere, promuovere e difendere la nostra posizione.

[H.]


* Quella presentata non va intesa come lista esaustiva delle problematiche maschili.

Tra biologia e sacrificabilità: l’uomo è più forte, quindi tutto è lecito?

forza

Troppo spesso la differenza di forza fisica viene tirata in ballo per giustificare la sacrificabilità maschile in vari contesti e situazioni. Così si finisce per affermare che, siccome l’uomo è più forte, allora spetta a lui proteggere la sua donna e mai viceversa, spettano a lui le guerre, spettano a lui i lavori rischiosi, spetta a lui l’eroismo e spetta a lui essere salvato per ultimo dalle navi che affondano. Parafrasando Warren Farrell, può la biologia maschile diventare anche il destino maschile, caricando l’uomo di onerosi doveri morali aggiuntivi che lui non ha scelto e ai quali non può sottrarsi?

Fosse per me, l’articolo potrebbe anche finire direttamente qui. A differenza dei vigili del fuoco, il cui dovere morale di correre rischi ed eventualmente sacrificarsi deriva da una loro scelta professionale, libera e consapevole, io non ho scelto di nascere uomo. Perciò non ho nessun dovere di rischiare la mia vita in certe situazioni, pure se fosse vero che le donne corrano un rischio maggiore (e più avanti vedremo perché non è così).

Tuttavia l’esperienza mi insegna che, se avessi l’ardire di puntare tutto su questa argomentazione, molti la liquiderebbero con una risposta del tipo “e invece io penso che il dovere etico sussista”; il dibattito diventerebbe così una sorta di “pantano filosofico” dove ognuno si appella alla propria etica soggettiva rivendicandone l’indipendenza dalla logica, e alla fine non si concluderebbe nulla.
Perciò in quest’articolo andremo molto più a fondo, offrendo solide argomentazioni per decostruire non tanto il “dover essere” che intercorre tra biologia e sacrificabilità, bensì il concetto di “vantaggio situazionale” che farebbe scattare quel dovere morale a partire dalla biologia.

Prima, però, bisogna fare una premessa: la differenza di forza fisica tra uomo e donna è meno ampia di quanto comunemente si creda, ed è presente solo in media, non per tutti gli individui. Esistono quindi uomini con una forza nella media, uomini più forti della media, e infine uomini la cui forza è solo marginalmente superiore, pari o anche inferiore a quella di una donna. Inoltre il divario, già di suo non così largo, diventa davvero minimo per quanto riguarda la forza nelle gambe [1], le quali tra l’altro sono più usate delle braccia per colpire determinati punti deboli che gli uomini hanno e le donne no.

Chiarito quindi che, in barba all’immaginario collettivo, gli uomini non sono rocciosi energumeni e le donne non sono principessine anemiche, passiamo al vero fulcro della nostra argomentazione: la forza fisica è sopravvalutata. Essa ha infatti un’importanza marginale in praticamente tutte le situazioni di pericolo che con questa scusa si vorrebbero appioppare al sesso maschile. Vedremo qui di seguito quali sono e spiegheremo, per ogni caso specifico, perché la scusa non regge.

 

Accompagnamento, aggressioni e (auto)difesa

Ancora oggi per molte coppie eterosessuali il gesto dell’accompagnare a casa è una cortesia unilaterale, che l’uomo fa alla donna, ma non viceversa. In parte questa mancanza di reciprocità è inconscia, dovuta ad un’interiorizzazione dei ruoli di genere. Nel momento in cui si fa notare la disparità, però, molti la giustificano affermando che l’uomo è più alto e forte, e perciò “tornerebbe più utile” in caso di aggressioni, stupri o rapine da parte di malintenzionati. Alcuni ipotizzano addirittura che la sola presenza di un accompagnatore di sesso maschile, per il suo essere percepito come una vittima più “ostica”, ridurrebbe il rischio che tali episodi si verifichino. Smentiamo subito quest’ultima affermazione: come hanno mostrato studi tedeschi [2], canadesi [3], e statunitensi [4], sono gli uomini coloro che subiscono più aggressioni per strada. Se da un lato è vero che anche i criminali stessi possono vedere erroneamente le donne come vittime più indifese e quindi più facili da attaccare, dall’altro lato è anche vero che la cavalleria non è mai morta. A quanto pare, quest’ultima esercita un’influenza molto più forte e di segno contrario.

L’idea che i delinquenti siano del tutto estranei al sistema di valori dell’ambiente sociale in cui sono nati e cresciuti, d’altronde, risulta davvero poco credibile: esistono ambienti culturali, come quello dei criminali appunto, dove la violenza è sdoganata e la vita altrui ha poco valore, ma sarebbe ingenuo e irrazionale credere che questi ambienti sfuggano alle logiche ancestrali della sacrificabilità maschile e dell’empathy gap [5], che tutte le società si sono portate dietro dalla preistoria fino ai giorni nostri.

Quindi non è vero che una donna che cammina da sola di notte rischi maggiormente di essere aggredita rispetto a un uomo. E, aggiungiamo, non è neanche vero che quest’ultimo corra meno pericoli nel caso in cui l’aggressione effettivamente si verifichi. Infatti basta riflettere un attimo per capire che la dinamica delle aggressioni è leggermente diversa da quella di una sfida a braccio di ferro, dove chi ha più muscoli necessariamente la spunta. Se un uomo non è allenato, se non è reattivo, se si blocca e va nel panico, o se gli vengono puntate contro armi proprie o improprie, le sue probabilità di uscire illeso da un’aggressione sono più o meno le stesse di quelle della donna media. Non conta tanto la forza fisica (tranne quando ci sono divari estremi), ma volerla e saperla usare.

Inoltre, anche il fatto che lei spesso abbia più paura di lui nel camminare da sola la notte non è un buon motivo per attuare una sistematica svalutazione della vita maschile. La maggior paura femminile in certe situazioni, come abbiamo avuto modo di vedere, non trova riscontro in un maggior rischio effettivo di essere aggredite, ma è frutto di un condizionamento culturale vecchio come il mondo.

Viceversa, la minor paura maschile riguarda il pericolo potenziale, ma non ci dice nulla su come si comporterebbe l’uomo se questo pericolo si materializzasse. Al pericolo potenziale, ovvero al concetto che “a girare tardi da solo potresti imbatterti in qualche malintenzionato” puoi anche abituarti. È un tipo di paura che man mano puoi anestetizzare fino a non sentire più. Ma al pericolo concreto molto difficilmente ci si abitua, perché essere aggredito, rapinato o stuprato in un vicolo buio potrebbe anche non accaderti mai in tutta la vita. Non per nulla la reazione di freezing, in casi del genere, risulta essere la norma [6].

E se pure in virtù di un suo ruolo socialmente costruito l’uomo di turno riuscisse a buttarsi nella mischia, egli rischierà di rimanerci secco molto di più di chi sta fermo o scappa. Hai voglia di piangere lacrime di coccodrillo dopo.

La pretesa che l’accompagnamento a casa sia unilaterale, dunque, e non reciproco, è fondata solo qualora l’accompagnatore abbia ricevuto qualche sorta di training militare ai limiti del fantascientifico, che gli consenta di evitare il freezing e di avere la meglio a mani nude su avversari spesso armati, senza correre particolari rischi per la propria incolumità.

Sentirsi arbitrariamente Superman, o percepire l’altro come tale, non conferisce invece alcun superpotere.

Lo stesso discorso di cui sopra vale per gli uomini vittime di violenza domestica estupri. Anche queste sono infatti forme di aggressione, con la differenza che – sempre per la violenza domestica e spesso per gli stupri [7] – non sono estranei a metterle in atto, ma la partner. Oltre ai soliti svantaggi che possono derivare dall’uso di armi, oggetti e attacchi a sorpresa, la normale reazione di freezing che è possibile avere in una colluttazione è in questo caso pesantemente aggravata dal doppio standard per cui “una donna non si tocca nemmeno con un fiore”. Questo può portare l’uomo a difendersi in modo blando ed inefficace, per paura di far male alla partner violenta, e anche per timore di subire conseguenze sociali e penali (molti studi hanno mostrato infatti che quando la violenza è reciproca, è lui ad avere le maggiori possibilità di essere arrestato [8], e le sue affermazioni di aver agito per legittima difesa – qualora egli riesca ad ammetterlo – difficilmente vengono prese sul serio).

 

Precedenza alle donne nelle emergenze

Un’altra area di interesse per la tematica di quest’articolo sono le navi e la famigerata procedura che ha portato a salvare “prima le donne e i bambini” in svariate situazioni di emergenza. Anche questa procedura viene talvolta giustificata, infatti, con la nozione che gli uomini in virtù della loro maggior massa muscolare (o della loro maggior altezza) possano rimanere più a lungo in acqua senza rischiare l’ipotermia. Tale ragionamento, però, è basato su pregiudizi non provati scientificamente. Se da un lato è vero che in media gli uomini sono più “grossi”, dall’altro lato è anche vero che le donne in media hanno più massa grassa [9]. Questi due fattori hanno eguale importanza nel fornire resistenza all’ipotermia [10], pertanto non risulta una differenza di genere in quest’ultima.

Adesso so già cosa starete pensando: “E allora perché esiste lo stereotipo che le donne sono tutte freddolose e dai piedi gelidi? Ce l’avrà pure un fondo di verità, no?”. Sì, il fondo di verità c’è. Nelle donne, le estremità (piedi e mani) tendono a perdere calore più velocemente [11], causando anche la percezione di un freddo più pungente. Però la percezione è una cosa, mentre l’ipotermia ne è un’altra. Quest’ultima è pericolosa quando sopraggiunge a livello degli organi interni e, secondo alcuni studi, questo avviene addirittura prima negli uomini che nelle donne [12].

Oltre al discorso ipotermia, non regge neanche l’ipotesi che in una situazione di emergenza gli uomini possano sfruttare la loro forza per raggiungere più facilmente le scialuppe di salvataggio. Al di là delle considerazioni già espresse in apertura, dobbiamo immaginarci dei corridoi del tutto congestionati da masse di persone che corrono tutte nella stessa direzione. Certamente non c’è lo spazio per far valere questo tipo di caratteristiche. E se proprio vogliamo insistere col considerare rilevanti cose situazionalmente irrilevanti, allora perché non si dice anche che le donne, essendo in media più basse, hanno migliori possibilità di svincolarsi e infilarsi in spazi stretti fino a giungere alle scialuppe?

Un’ulteriore obiezione frequente è quella secondo cui “gli uomini possono nuotare più a lungo”. Ma se una nave affonda in mare aperto, è assurdo pensare che gli uomini possano salvarsi nuotando fino a riva. Stiamo parlando di centinaia (se non migliaia) di km dalle coste più vicine. Neanche Veljko Rogošić, detentore del primato mondiale per la distanza più lunga percorsa nuotando non-stop, può andare oltre i 225 km (distanza in linea d’aria tra Venezia e Rimini) percorsi in 50 ore e senza dormire [13]. In molte situazioni, quindi, neanche lui si salverebbe. Figuriamoci l’uomo medio, il quale, ammesso che sappia nuotare, non può realisticamente andare oltre i 2-3 km. Quest’ultimo non si salverebbe neanche se la nave affondasse in mezzo allo stretto di Gibilterra.

In sintesi, chi viene lasciato in mezzo al mare senza soccorsi muore, a prescindere dal genere. Pertanto accampare scuse per far salire in primis tutte le donne e i bambini sulle scialuppe di salvataggio e poi, se rimangono posti, qualche uomo, significa ordinare l’importanza delle vite umane in base ad un mero dato biologico. Significa auspicare casi come quello del Titanic, dove dei passeggeri si salvò il 73,8% delle donne e solo il 16,5% degli uomini [14]. Significa considerare quelle femminili le uniche vite realmente preziose, e quelle maschili come sacrificabili, prive di valore intrinseco.

 

Leva obbligatoria, liste di leva e reclutamento coatto

C’è chi sostiene che la leva obbligatoria, nei paesi dove è ancora attiva, debba continuare ad essere solo maschile per via delle peculiarità fisiche intrinseche degli uomini, che li renderebbero “naturalmente più adatti” a queste situazioni.

Nel dire questo si inverte però la causa con l’effetto. È infatti il training militare stesso, che arbitrariamente si decide di far fare solo agli uomini, a rendere questi ultimi più prestanti fisicamente e quindi adatti alla guerra. Senza training, uomini e donne sono uguali: poco ci puoi fare con la forza fisica se non sai usarla, se non hai sangue freddo, se sei scoordinato, se non sai maneggiare le armi o se hai il “difetto” di considerare i tuoi nemici come esseri umani nel momento in cui devi premere il grilletto. Nelle sezioni precedenti abbiamo sottolineato che non necessariamente la donna è svantaggiata in un corpo a corpo con un uomo, ma che moltissimo dipende dalla forza psicologica, che è una caratteristica individuale e non di genere. A maggior ragione, quindi, l’importanza della forza fisica diventa risibile quando vengono usate le armi.

Di conseguenza, il reclutamento coatto in caso di guerre mondiali non ha senso farlo pescando solo dal genere maschile, così come non ha senso che la leva (o le liste di leva, come in Italia [15]) sia solo maschile e non anche femminile.

Anche qui, il discorso sulla forza si rivela l’ennesima razionalizzazione che inconsciamente siamo portati a fare per paura dei cambiamenti e dell’ignoto, senza renderci conto però che così si finisce per perpetuare gli atavici schemi dell’uomo sacrificabile e della donna da proteggere.

 

Lavori rischiosi e lavori pesanti

In Italia gli uomini sono il 90% dei morti sul lavoro [16], riflesso di una netta preponderanza maschile tra coloro che per portare il pane a casa si vedono costretti ad accettare lavori rischiosi.
A volte, quando facciamo notare ciò, salta fuori chi giustifica (non spiega, giustifica proprio) l’idea che a fare questi lavori debbano essere gli uomini. Indovinate con quale scusa? La sempreverde forza fisica.
Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve prestanza muscolare; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.

È chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica; ha più senso ricondurre ciò al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.
Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi: lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile.
Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

 

Galanteria o sacrificabilità?

Alcune più, alcune meno, sta di fatto che certe argomentazioni alle quali abbiamo risposto erano abbastanza assurde già di loro. Poco male, perché avere delle controargomentazioni esposte ordinatamente è sempre utile per il futuro.

La fiera delle assurdità, comunque, non finisce qui. Un’immagine che girava su Facebook di recente [17] ha riportato sotto i riflettori una vecchia norma di cavalleria, la quale prevede che sia l’uomo a camminare sul lato esterno del marciapiede. Molti non riuscivano a dare una spiegazione del perché di questa “regola”; altri, messi sotto torchio, se ne sono usciti col solito jolly della forza fisica. L’uomo è più forte e deve proteggere la donna da eventuali pericoli derivanti dal traffico. Ma la domanda è: al netto dell’ampia variabilità individuale, la sua forza fisica ha un’influenza sufficientemente rilevante nel minimizzare i danni causatigli, ad esempio, da un’auto in corsa? Chiaramente no. Quindi come si chiama questa? Sacrificabilità maschile.

 

Conclusione

Alla luce dell’irrilevanza del fattore “forza fisica” in tutte queste situazioni, non esiste alcuna giustificazione per conservare leggi non scritte che espongono al rischio sempre lo stesso sesso e mai l’altro. Con questo nostro articolo speriamo di smuovere le coscienze sopite di quei tantissimi uomini che, in quanto tali, si sono ormai rassegnati ad una serie di trattamenti di sfavore che non devono esistere. Speriamo altresì che le nostre argomentazioni e i nostri dati possano essere utilizzati nel dibattito pubblico, contro il giustificazionismo della sacrificabilità maschile e all’insegna di una nuova coscienza di genere.

[H.]

 

Note:

[1] Heyward, V. H., Johannes-Ellis, S. M. & Romer, J. F. (1986). Gender Differences in Strength. Research Quarterly for Exercise and Sport, 57(2), 154-159.

“Upper body strength is relatively more important than lower body strength in characterizing the gender difference in strength.”

[2] Schlack, R., Rüdel, J., Karger, A. & Hölling H. (2013). Physical and psychological violence perpetration and violent victimisation in the German adult population: results of the German Health Interview and Examination Survey for Adults (DEGS1). Bundesgesundheitsblatt Gesundheitsforschung Gesundheitsschutz, 56(5-6), 755-64.

Lo studio afferma che gli uomini risultano essere le principali vittime di violenza “al lavoro e nello spazio pubblico”.

[3] Vaillancourt, R. (2010). Gender Differences in Police-Reported Violent Crime in Canada, 2008. Ottawa: Canadian Center for Justice Statistics.

Dalla tabella 6 si evince, infatti, che gli uomini hanno rappresentato il 78% delle vittime di aggressioni da parte di sconosciuti avvenute in Canada, nel 2008.

[4] Harrell, E. (2012). Violent victimization committed by strangers, 1993–2010. Washington, DC: US Department of Justice.

A pagina 2 si legge, infatti, che nel 2010 negli USA gli uomini hanno subito quasi il doppio di vittimizzazione violenta da parte di sconosciuti, quindi una percentuale di poco inferiore al 66% del totale. Si noti che la definizione di “vittimizzazione violenta” include anche le aggressioni a sfondo sessuale.

[5] FeldmanHall, O., Dalgleish, T., Evans, D., Navrady, L., Tedeschi, E., Mobbs, D. (2016). Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 7(6), 542-551.

Si legga anche il nostro articolo: “La ricerca mostra che ancora oggi quello maschile è il genere sacrificabile”

[6] Walker, J., Archer, J. & Davies, M. (2005). Effects of rape on men: a descriptive analysis. Archives of Sexual Behavior, 34(1), 69-80.

Nei casi di stupro sugli uomini, l’87% non oppone resistenza perché paralizzato dalla paura o dallo shock.

[7] Planty, M., Langton, L., Krebs, C., Berzofsky, M. & Smiley-McDonald, H. (2013). Female Victims of Sexual Violence, 1994-2010. Bureau of Justice Statistics.

Dallo studio emerge che 2/3 degli stupri avvengono in spazi non pubblici, e più di 3/4 sono commessi da persone che la vittima conosce.

[8] Koller, J. (2013). “The ecological fallacy” (Dutton 1994) revised. Journal of Aggression, Conflict and Peace Research, 5(3), 156-166.

“In termini di politiche di arresto, Felson e Pare (2007) hanno dimostrato che è particolarmente improbabile che la polizia arresti donne che aggrediscono i loro partner maschili. Gli stessi risultati sono stati precedentemente riportati da Brown (2004).”

Se quando lui è la vittima, la polizia arriva e comunque non arresta lei, ne deduciamo che quando invece la violenza è reciproca, a maggior ragione, sarà lui ad avere più possibilità di essere arrestato.

Questo è confermato anche da una testimonianza di un ex poliziotto:

http://www.huffingtonpost.co.uk/bob-morgan/male-domestic-violence_b_3962958.html

[9] Tikuisis P., Jacobs, I., Moroz, D., Vallerand, A. L. & Martineau, L. (2000). Comparison of thermoregulatory responses between men and women immersed in cold water. Journal of Applied Physiology, 89(4), 1403-1411.

[10] Ibidem.

[11] Kim H., Richardson C., Roberts J., Gren J. & Lyon J. L. (1998). Cold hands, warm heart. The Lancet, 351(9114), 1492.

[12] Ibidem.

[13] http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/longest-ocean-swim

[14] Henderson, J. R. (2011, January 20). Demographics of the Titanic Passengers: Deaths, Survivals, and Lifeboat Occupancy. Retrieved from http://www.icyousee.org/titanic.html

[15] L’attuale disciplina, contenuta nel Decreto del Presidente della Repubblica n.90/2010 e nel decreto legislativo n. 66/2010 (cosiddetto “codice dell’ordinamento militare”), prevede che ogni comune italiano registri, al compimento del diciasettesimo anno di età, ciascun cittadino maschio nelle liste di coscrizione obbligatoria.

Maggiori informazioni qui: ​http://it.avoiceformen.com/mega-evidenza/servizio-militare

[16] Inail. (2018, 30 aprile). Analisi della numerosità degli infortuni. Tabelle nazionali con cadenza semestrale. Tabella B2.4 – Denunce d’infortunio con esito mortale per genere dell’infortunato, modalità di accadimento e anno di accadimento. Retrieved from https://dati.inail.it/opendata_files/downloads/daticoncadenzasemestraleinfortuni/Tabelle_nazion ali_cadenza_semestrale.pdf

Si noti che, escludendo gli incidenti in itinere e considerando quindi solo quelli in occasione di lavoro, il dato delle vittime maschili aumenta. Per il 2017, ad esempio, passa dal 90% al 93%.

[17] Ne parliamo nella seconda parte dell’articolo “Cavalleria e rimanenze di tradizionalismo nelle relazioni etero”.