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Perché il Principio di Reciprocità non si applica con le femministe

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In un mio precedente articolo ho affrontato il tema del Narcisismo Conversazionale. In questo stesso periodo, su un blog di questioni maschili (“Ragione Antisessista”), si affrontava il tema dei Social Justice Warrior.
Che cosa collega i due argomenti? Il fatto che, spesso, chi agisce per la giustizia sociale lo faccia, uno per accrescere la propria autostima (“vedete quanto sono buono?”), ma due soprattutto per via della credenza in un principio di reciprocità.
Infatti l’altruismo ha un valore pro-sociale. Come specie aiutarsi ha senso perché se io ti aiuto oggi che ne hai bisogno tu, allora tu mi aiuterai quando ne avrò bisogno io.
Questo principio è stato studiato nell’ambito della psicologia e si applica molto nel marketing. Presente le persone che vi “regalano” qualcosa e poi vi chiedono un’offerta? Se lo fanno, riuscite meno a dire di no.

Questo perché il principio di reciprocità funziona così:
1. Ogni favore crea un debito.
2. Ogni debito deve essere saldato.
3. Il favore che salda il debito può essere più grande del favore che l’ha creato.

Questo principio però si applica sempre? No. Si infrange quando si scontra con certi ruoli.
Molti ruoli infatti sono impostati perché la persona che li incarna aiuti gli altri ma non riceva aiuto.
Pensiamo al medico: chi ha mai pensato di aiutare un medico, di chiedergli “e lei dottore, come va con la gamba”?
O a uno psicologo: “lei come sta? Si sente ancora un po’ triste”?
Diremmo mai a una guida: “ti posso dare una mano a ritrovare il sentiero”?
Cercheremmo mai di aiutare con l’informatica un guru del settore, o con la meditazione un guru nel vero senso del termine?
Il principio di reciprocità si infrange davanti all’assurdità di pensare di insegnare all’insegnante.

E da qui, da questa inapplicabilità del principio di reciprocità, nasce il narcisismo conversazionale.
Il narcisismo conversazionale femminista infatti si basa su una simile assegnazione di ruoli complementari: vittima e privilegiato (a volte addirittura carnefice).
Vale a dire che fintanto che io sono la vittima, allora io non reciprocherò mai, perché tu sei quello che ha tutto e io quello che non ha niente.
Quindi non vedrò mai te in difficoltà, vedrò solo la mia difficoltà, anche quando tu mi crolli a terra.
E’ questo il motivo per cui le femministe rigirano sempre le questioni maschili per farle ruotare attorno alle donne: perché nella loro mente solo le donne sono vittime, gli uomini invece no.

Questo lo sapevamo, ciò che non sappiamo ancora però è che spesso, nell’attivismo per i diritti degli uomini, conserviamo un po’ di fiducia nel principio di reciprocità, anche quando non ha senso averne.
Chi si aspetta ad esempio che, se aiutiamo le femministe, loro ci aiuteranno, crede ancora nel principio di reciprocità.
Chi pensa “ah è che ci sono troppi misogini qui” (non esistono misandriche femministe? Eppure perché la società si interessa di questioni femminili nonostante la loro presenza?) o “è che non andiamo a combattere la battaglia X femminista, per questo non ci aiutano” (molti MRA, soprattutto all’inizio quando l’ingenuità è alle stelle, vanno proprio ai cortei femministi per le battaglie per il diritto all’aborto, eppure questo non spinge le femministe a organizzare qualcosa di analogo o di assisterci quando facciamo eventi), “quando aiuteremo loro loro aiuteranno noi” (quante volte la società le ha aiutate? Loro chi hanno aiutato perché gli altri le aiutassero?) è ancora impregnato di fiducia nel principio di reciprocità.

Affacciandoci però un secondo alla finestra della realtà, possiamo osservare al contrario che aiutare un narcisista non lo farà reciprocare.
Anzi, rafforzerà in lui l’idea che è soltanto lui la vittima. E tu lo stai aiutando non perché lui debba reciprocare, ma perché lui è la vittima. Lui pensa che questo sia il motivo per cui riceve aiuto, perché lui ha problemi.
Non crede di avere un debito e non lo salderà mai. Anzi, crede che tu debba continuare a pensare solo a lui perché tu non hai nessun problema, e il fatto di aiutarlo mostra che non hai problemi.
Ecco a voi, gente, il narcisismo.

E’ dunque necessario, per spezzare il narcisismo (in questo caso femminista), agire con un po’ di sano egoismo. Non parliamo di egoismo patologico, di narcisismo di ritorno, perché non vediamo solo gli uomini come uniche vittime.
Si tratta di un egoismo sano, quello che non dice “siamo *SOLO* noi le vittime”, ma quello che dice “siamo *ANCHE* noi le vittime”.

Non a caso parliamo di un bisessismo: riconosciamo che le donne avessero problemi nel sistema dei ruoli di genere tradizionali, non lo neghiamo. Neghiamo che SOLTANTO LORO avessero problemi o problemi più grandi.
E’ necessario un po’ di egoismo sano per contrastare il narcisismo.
Davanti a una persona (un movimento in questo caso) che pensa solo a se stesso, non si può pensare che assecondandolo reciprocherà.
Bisogna prendere spazio, bisogna essere un minimo egoisti.
Bisogna dire “guarda che io non sono un bancomat, non puoi prendere senza dare”.
Davanti a un narcisista non si può sperare nel suo buon cuore, si deve dire “io penso a me perché tu a me non ci pensi”.

Con questo non vogliamo dire che non dobbiamo appoggiare le questioni femminili, vogliamo solo ribadire che non è che le femministe non appoggiano le questioni maschili perché magari gli unici spazi che ne parlano non parlano anche al 50% delle questioni femminili (sì, ci hanno accusato di questo miliardi di volte).
Non è condividendo l’unico spazio disponibile con una propaganda anche giusta molte volte (quando parla di tematiche effettive come aborto, diritti riproduttivi, ecc., ovviamente non quando parla di patriarcato e privilegi maschili) che però arriva in TV, social media, radio, poster, cartelloni, libri e che viene appoggiata da molti governi (mentre la nostra non arriva nemmeno al vicino fuori casa) che le femministe capiranno che devono aiutarci.
Non è annullandoci che loro si annulleranno per noi.
Davanti a un narcisista annullarsi vuol dire perire. Vuol dire scomparire.
Non reciprocheranno manco per niente.
Davanti a un’eterna vittima, che ti guarda come a dire “beato te che non hai problemi”, non si può rispondere: “poverina, come stai male” sperando che ci aiuti.
Bisogna risponderle a tono e dirle “non hai problemi solo te, vedi come sto anch’io”.

E se si arrabbia?
Si arrabbierà sicuramente, perché un narcisista si arrabbia quando tutto non gira attorno a sé.
Immaginatevi se il medico ad un certo punto iniziasse a parlarvi dei suoi acciacchi. Rimarreste straniti.
Ma noi non abbiamo mai firmato nessun contratto per essere il medico di nessuno, e lo Stato, il vero medico, deve aiutare noi quanto loro.
E’ questo che dobbiamo far capire.

E’ quindi necessario abbandonare l’idea che il principio di reciprocità sia valido, perché non lo è.
Non funziona e non funzionerà mai.
Dovremo prima distruggere i ruoli di donna vittima e uomo privilegiato, di narcisismo conversazionale, di teoria del patriarcato, prima che il principio di reciprocità sia di nuovo valido.
Dopo 100 anni di continuo bombardamento sul fatto che entrambi i generi sono vittime, che non ce n’è uno più vittima dell’altro, quando non resterà più traccia del narcisismo femminista, allora potremo riprendere il mano il principio di reciprocità.
Prima di allora sarà mera illusione.

Femminismo come forma di Narcisismo Conversazionale

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Il femminismo è una forma di narcisismo.

Parleremo oggi infatti del cosiddetto “narcisismo conversazionale”, vale a dire il fenomeno per cui, anche quando si parla di questioni non-femminili, il femminismo faccia ruotare tutto comunque attorno alle donne.

Se diciamo, ad esempio: “Gli uomini sono gli unici ad essere obbligati ad andare in guerra tramite la leva, o se sospesa ad essere iscritti alle liste di leva in caso di grave crisi internazionale o attacco al paese”, le femministe sicuramente ci risponderanno:

“Eh ma è una discriminazione contro le donne, perché le donne vengono infantilizzate”.

E se oseremo dire che gli uomini che provano a uscire dai loro ruoli di genere vengono oppressi?

“E’ perché sono visti come femminili, cioè simili alle donne”.

E se parleremo di oppressione degli uomini?

“E’ un colpo di ritorno dell’oppressione delle donne”.

Ovviamente anche noi potremmo dire che l’oppressione delle donne è in realtà oppressione degli uomini perché gli uomini sono ritenuti sacrificabili (1° caso),

perché le donne che escono fuori dai ruoli di genere sono viste come maschili cioè simili agli uomini (2° caso)

o perché è un colpo di ritorno dell’oppressione degli uomini (3° caso),

ma non ci viene nemmeno in mente di farlo.

E perché non ci viene in mente?
Perché il nostro scopo non è volere che gli uomini e le loro questioni siano sempre al centro dell’attenzione (narcisismo) ma semplicemente l’equità.

Il punto è proprio qui, perché è su questo che si gioca tutto.
Il femminismo non è semplicemente lotta per i diritti delle donne, ma è mettere la donna al centro del dibattito di genere.
La donna deve essere sempre il centro dell’attenzione, per cui parlare di questioni maschili viene visto come qualcosa di sbagliato, di minaccioso, non perché la questione sia o meno lecita in sé, ma perché toglie le donne dai “riflettori”.

Infatti il femminismo, anche quando parla di questioni maschili, lo fa sempre in funzione delle donne. Il narcisismo conversazionale serve difatti a far tornare le donne al centro del dibattito.

Quando si parla di questioni maschili quindi il femminismo si sente minacciato perché, essenzialmente, si sente in competizione.
Non è la richiesta in sé che fa preoccupare le femministe, ma è il prendere i riflettori.
I riflettori, secondo il femminismo, devono essere sempre al servizio della donna.
Il femminismo agisce come una bambina viziata che, vedendo il fratellino che riceve le attenzioni dei genitori, urla e sbraita perché le rivuole e si inventa che il fratellino le abbia fatto male ogni volta che i genitori provano a interessarsi a lui.

Ogni forma di interessamento nei confronti dei bisogni maschili viene visto come una minaccia.

Proviamo a fare un esperimento. Prendiamo le forme di femminismo più “aperte” ai diritti degli uomini, quelle che condividono una o due questioni maschili.
Osserviamo i post in cui ne parlano.
Abbiamo forse mai visto uno in cui le donne non vengano citate?
O almeno uno in cui non si cerchi costantemente di riportare l’attenzione principale a loro?
Esiste forse un articolo femminista in cui, parlando di questioni maschili, non si parli anche delle donne?
Ahinoi no.
Perché è su questo fronte il vero scontro.

Lo scontro non è sulla singola questione. La singola questione può pure essere approvata, ma fintanto che si dica che lo si fa per aiutare le donne, per contrastare il patriarcato (avete notato quanto spendono le femministe a rimarcare che il sistema che opprime gli uomini sia lo stesso che opprime le donne, e che per questo vada chiamato patriarcato? Eppure con la stessa logica dovremmo spingerle a chiamarlo anche ginocentrismo, essendo il sistema che opprime le donne lo stesso sistema che opprime gli uomini, visto che A sta a B quanto B sta ad A), per combattere il maschilismo.

Tutto è maschilismo, anche se opprime gli uomini. Ma come può essere maschilismo (oppressione delle donne) se opprime gli uomini? Perché l’attenzione deve essere rivolta alle donne anche quando gli uomini sono colpiti.

Il femminismo vuole che le donne siano sempre al centro dell’attenzione, del dibattito pubblico.
Il fatto stesso che si chiami con il nome di un solo sesso ma dica di combattere per entrambi implica proprio questo.
Implicitamente dice: visto che non posso negare le questioni maschili, le posso almeno far ruotare intorno alle donne, di modo che le questioni femminili abbiano sempre e comunque la priorità.

Il femminismo infatti propone un messaggio contraddittorio, esprime un doppio legame: da un lato dice ‘noi ci occupiamo delle donne, non parlateci di uomini, what about the menzzz’, dall’altro afferma anche che ‘non c’è bisogno del movimento MRA, di parlare di questioni maschili, perché noi ci occupiamo di entrambi’.
Motivo per cui se non parli di femminismo le femministe vengono subito a dire ‘il femminismo parla anche di questo’, ma quando fai notare che le femministe non parlano di questo, rispondono ‘createvi il vostro movimento’.
Ma come, se quando volevamo crearlo ci dicevate che non c’era bisogno, che c’eravate già voi?

L’importanza poi di rimarcare l’essere femminista, l’etichetta di femminismo nel parlare di questioni maschili (“noi parliamo di questioni maschili, non vi servono gli MRA”) in un contesto in cui magari si parla di suicidi maschili, di vittime maschili di violenza, evidenzia ancora di più l’aspetto narcisistico del femminismo.
In quel momento quegli orrori assumono un’importanza secondaria rispetto al rimarcare che chi parla di quelle cose è una femminista.
Il punto del discorso quindi, il centro dell’attenzione, non è più il poveraccio vittima della moglie, è la femminista che “vedi quanto è brava e santa, si occupa anche di questioni maschili?”.
Il focus viene spostato. E con questo spostamento di focus, pericolo scampato. Minaccia sventata.
Il centro dell’attenzione è di nuovo nostro, del movimento per le questioni femminili.

Anche il modo di parlare della violenza è diverso: una madre che uccide i figli è espressione di una richiesta di aiuto, la donna è una poverina che va aiutata ed è la dimostrazione che lo stato se ne frega. Un padre nella stessa posizione invece è brutto sporco e cattivo ed ha agito in questo modo perché premiato dal sistema patriarcale che avalla questi orrori.

Il femminismo parla non di sacrificabilità maschile ma di mascolinità tossica. Non si interessa quindi del “male che la società fa agli uomini” ma del “male che gli uomini fanno alla società”.

Gli uomini non vanno aiutati, vanno rieducati. Questa posizione si può riassumere con la frase:
“Non hai bisogno di aiuto, hai bisogno di regole”.
Gli uomini non devono ricevere servizi di sostegno e assistenza, devono essere rieducati, riprogrammati. Sono tossici.

Sono sicuro che qualcuno dirà: “ma no, è la mascolinità che è tossica, non gli uomini. I loro ruoli di genere”.
Eppure anche qui le femministe parlano di ruoli imposti alle donne e di mascolinità tossica degli uomini.
Le donne sono “le vittime del sistema a cui viene affibiato dall’esterno il peso dei ruoli” e che loro “giammai avallano, ma da cui si vogliono liberare”, mentre per gli uomini i ruoli di genere sono la loro mascolinità, cioè la loro personalità. Non sono vittime del sistema, sono complici attivi che avallano questi ruoli.
Li vogliono, e li esprimono come parte di loro stessi.
Come possiamo ben capire, non è la stessa cosa.

Le femministe vogliono farci credere che un sesso avalli i ruoli e l’altro li rigetti e ne sia imprigionato.
Un sesso è imprigionato dai ruoli, i ruoli gli vengono imposti come catene. L’altro imprigiona gli altri, è “tossico” verso gli altri.

Tossicità infatti viene visto come sinonimo di violenza: gli uomini hanno la mascolinità tossica, quindi sono violenti verso gli altri, sono tossici, non subiscono la “sacrificabilità maschile” come dicono gli MRA, che invece parlano di come la società, di come tutti, sia uomini che donne, siano tossici e violenti verso di loro.

Le stesse femministe parlano di impossibilità di parlare di femminilità tossica perché le donne non sarebbero violente quanto gli uomini.
Secondo le femministe infatti i ruoli di genere renderebbero gli uomini più violenti, e con la violenza essi opprimerebbero le donne.
Secondo gli MRA, invece, i ruoli di genere creano soltanto l’illusione che gli uomini siano più violenti, quando in realtà non lo sono, il che li porta a essere arrestati più spesso, il che a sua volta rafforza nuovamente la falsa idea che gli uomini siano più violenti delle donne anche se non lo sono, in un circolo vizioso che si ripete all’infinito.

Come possiamo notare, quindi, mascolinità tossica e ruoli imposti alle donne sono due concetti completamente diversi tra loro.

Anche idee molto simili quindi lasciano sempre trasparire il narcisismo femminista, per cui le donne devono avere tutta l’attenzione del dibattito pubblico sulle questioni di genere, parlare delle questioni maschili è minaccioso perché leva le donne da questo podio, e pertanto quando non è possibile evitarlo l’attenzione deve tornare alle donne o, come nel caso della mascolinità tossica, si devono scegliere attentamente le parole affinché si lasci trasparire che, anche se entrambi sono vittime, alcune sono più vittime di altre, mentre gli altri sono conniventi e sostenitori del sistema.

Come vediamo, dunque, è questo il campo di battaglia su cui si svolge tutto.
Il punto pertanto non è farsi riconoscere l’una o l’altra questione maschile, perché fintanto che gli uomini non saranno riconosciuti come possibili vittime, fintanto che la condizione maschile non entrerà nel dibattito pubblico, ogni questione risolta sarà sempre controbilanciata da altre 1000 appena sfornate da qualche misandrica.
È come combattere contro l’Idra: se tagliamo una testa, ne spunteranno altre due.

Dobbiamo creare una coscienza di genere, far capire che gli uomini sono una categoria da proteggere.
È questo che permetterà all’Idra di non far ricrescere altre teste.
Io sto scrivendo un documento di oltre 55 pagine sulle varie questioni maschili da risolvere, ed ogni volta che leggo una nuova questione che emerge, io la aggiungo, ma via via che vado avanti, mi rendo conto che è uno sforzo inutile.

Il punto di tutto infatti è che queste questioni esistono non perché i legislatori siano stati sbadati e le abbiano inserite, ma perché gli uomini non sono una categoria che si abbia interesse a proteggere.

Il punto è che se ci focalizziamo sulla singola battaglia, andremo avanti all’infinito.
Il momento in cui, invece, creeremo un dibattito pubblico in cui sarà cosa normale parlare degli uomini come una categoria da proteggere, allora vi assicuro che le discriminazioni maschili andranno a scoppiare come se fossero bolle di sapone in un battito di ciglia.

Per fare questo, però, dobbiamo evitare che le questioni maschili vengano inglobate dal femminismo in una prospettiva narcisistica, perché il femminismo ha interesse che il dibattito pubblico resti incentrato solo sulle donne, pertanto lotterà con le unghie e con i denti per convincerci che anche di fronte a un uomo morto a terra davanti ai nostri occhi, la vera vittima sia una donna.

È questa prospettiva che dobbiamo distruggere. Distrutta questa e ottenuto un minimo di dibattito pubblico che ci permetta di considerare gli uomini come una categoria di interesse, allora avremo vinto.
Allora sarà soltanto questione di tempo prima di vedere la liberazione maschile totale.

Le donne zittite da s. Paolo e la questione del sacerdozio femminile

Gira da un po’ su Internet questa immagine, che abbiamo opportunamente deciso di correggere, su Paolo di Tarso (non sono cristiano e quindi per me non è santo) e le donne, che va a rafforzare, spacciandosi da informazione contro la Chiesa cattolica e il cristianesimo, la propaganda patriarchista femminista. Vediamola assieme:

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Questa è essenzialmente cultura pop che rafforza la teoria del patriarcato spacciandosi da critica anticlericale.

Chiariamo una cosa: il cristianesimo de facto non si distanza nella questione ruoli di genere dalla società in cui era inserito (giudaica da una parte e romana dall’altra).

In entrambi i casi infatti le donne erano escluse dal potere formale. Questo voleva dire che non avessero potere? Assolutamente no, l’avevano. Ma era informale. Oltre a quello dell’educazione dei figli (come vedremo tra poco), esisteva un potere esercitato dalla moglie verso il marito.

Ad esempio Catone il Censore ci rivela come spesso i bambini nell’antica Roma, quando i mariti tendevano a non rivelare i particolari della vita politica alle mogli, presenziassero agli incontri del Senato, dando poi notizia alle madri di tutto ciò che avevano appreso, e queste, venute a conoscenza dell’attività politica che si era appena svolta, cercavano di convincere il marito a intraprendere questa o quell’altra scelta nella successiva seduta, oppure si prestavano direttamente a proteste di vario tipo.

Questo tipo di potere informale (influenza della moglie sulle scelte politiche del marito) si aggiungeva ad altri tipi di poteri per procura femminili. Ricordiamo ad esempio, in altri periodi storici, il caso delle incitatrici nelle faide di sangue e nella mafia e quello delle donne della campagna delle Piume Bianche nella Prima Guerra Mondiale.

Possiamo dire che in passato esistessero due poteri, uno formale e uno informale. Quello formale è appunto quello politico di autorità, come quello di parlare alle assemblee (questo caso), o vere e proprie scelte politiche (monarchi, governatori, personaggi politici eletti, voto).

Ricordiamo infatti che i romani stessi non includevano le donne in questo tipo di politica. Quindi Paolo non è che dicesse qualcosa di diverso.

Semplicemente il suo culto (il cristianesimo) è una derivazione di quello ebraico in cui, come molti altri culti del passato, il potere sacerdotale e quello politico venivano a confondersi, motivo per il quale le sacerdotesse non ci sono.

Non per altro ma perché appunto potere religioso = potere politico.

Solitamente vediamo infatti il sacerdozio femminile quando il potere religioso è distinto da quello politico, mentre quando sono assieme di solito il sacerdozio è a maggioranza (o esclusiva) maschile.

Perché il potere politico veniva assegnato solo agli uomini nell’antichità?

Parlando solo dell’antica Grecia, Aristotele ci spiega che il potere di decidere delle questioni della polis deve essere bilanciato dall’obbligo di difendere la polis.

Evidentemente dove anche il sacerdote non andasse effettivamente in guerra a difendere la comunità, ovviamente, era comunque scelto che il sacerdote fosse rappresentato dal sesso che doveva difendere la comunità.

Questo perché si credeva che, se le donne erano esentate dal rischiare di morire per difendere la comunità, ovviamente non avevano esperienza sul difendere la comunità e quindi non conoscessero necessariamente le strategia adeguate per far fronte ai pericoli.

E’ una questione di ruoli: se il ruolo dell’uomo viene percepito come colui che difende e della donna come colei che è difesa, non si può pensare che si dia il potere formale alle donne se esso viene visto come ciò che può difendere le donne stesse, perché equivarrebbe a dire loro “difendetevi da sole”. Se le donne sono viste come da difendere, non possono essere viste anche come difensori.

O si vuole un trattamento di favore nell’essere esentati dal morire per gli altri, o si vuole decidere come difendere chi è esentato. Non è possibile avere entrambe le cose.

D’altra parte questo potere formale solo maschile era controbilanciato da un potere informale solo femminile, quello dell’educazione dei figli.

Avere il potere di educare i figli vuol dire avere il potere di plasmare le loro decisioni, i loro valori, e così via.

Ergo vuol dire implicitamente decidere che cosa, riprendendo il caso di Paolo, “diranno gli uomini nelle riunioni di comunità”, perché ovviamente gli uomini esprimeranno i valori con cui sono cresciuti, valori impressi e decisi dalla madre.

Che le madri abbiano questo grande potere informale è evidente dal fatto che la chiesa stessa ha cercato di appropriarsene senza riuscirci, vedasi i vari gesuiti e le loro scuole.

Nei vari paesi colonizzati i gesuiti cercavano di “rieducare le popolazioni pagane al cristianesimo” tramite l’educazione delle nuove generazioni, in una modalità che essenzialmente era conflittuale e competitiva con il potere delle madri.

Il punto è che non ci sono riusciti perché l’analfabetismo è sempre stato enorme, e il periodo in cui la gente ha iniziato ad andare a scuola è stato il periodo in cui via via la scuola è diventata “affare femminile”.

Adesso le insegnanti dell’infanzia, periodo in cui i bambini sono più malleabili e “porosi”, assorbendo come spugne i valori delle insegnanti, sono a maggioranza femminile, quasi totalità. Parliamo appunto “delle insegnanti” e non “degli insegnanti”.

Quindi così come va esteso il potere formale politico, del voto, dell’esprimere la propria opinione durante le riunioni, così va esteso il potere informale dell’educazione dei figli anche per i padri, permettendo loro che passino lo stesso tempo delle madri con loro, ad esempio estendendo il congedo di paternità, sdoganando l’uomo casalingo e impostando l’affido condiviso dopo il divorzio con residenza alternata; e ovviamente anche per quanto riguarda la scuola, incentivando l’assunzione di personale maschile tra gli insegnanti a contatto con l’infanzia.

Altrimenti un sesso avrà più potere dell’altro.

Altrimenti le donne avranno sì il potere formale di esprimersi con il voto, nelle riunioni delle comunità/parlamento/altro potere politico formale in maniera diretta (cosa giustissima e ormai ottentua).

Ma avranno anche (a mio avviso ingiustamente, dovendo questo potere essere ridistribuito) il potere di decidere cosa, nelle riunioni delle comunità/parlamento/altro potere politico formale, viene detto perché loro avranno plasmato le menti degli uomini che parleranno in quelle stesse riunioni, in quello stesso parlamento, e in generale in quella stessa comunità, tramite l’educazione degli stessi in età infantile.

Per sconfiggere il sessismo bisogna prima capirlo

“Se conosci il tuo nemico e te stesso, non hai bisogno di temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non il tuo nemico, per ogni vittoria guadagnata soffrirai anche una sconfitta. Se non conosci il tuo nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.” – Sun Tzu, L’Arte della Guerra

Ho notato che molti utenti spesso travisano i nostri post e articoli pensando che giustifichino il sistema tradizionalista, o addirittura credono che siamo islamici o cristiani fondamentalisti perché analizziamo sistemi estremi come quelli dell’Arabia Saudita e dell’Afghanistan, i versi di Paolo di Tarso, la questione delle donne sacerdotesse in queste religioni e molti altri temi “tabù” visti come “esempi lampanti del maschilismo”. Niente di più lontano dalla realtà.
Il punto è che esistono una serie di idee, di principi (come la Teoria del Patriarcato), che ci fanno credere che i sistemi che hanno escluso le donne da alcune mansioni abbiano avuto origine da una concezione di dominazione maschile. Anche quando si riesce a scardinare questo concetto per gli ambiti più diffusi, persiste comunque l’idea che certe cose, certe società “estreme” come quelle mediorientali o del passato, certe concezioni islamiche e cristiane fondamentaliste, ecc. siano comunque eccezioni. Che almeno queste siano improntate sull’idea dell’uomo che domina la donna.

Ecco dunque che il motivo per cui andiamo di sistema estremo in sistema estremo ad analizzarli e vederne i perché non è per giustificarli, anzi!

Non è un dire “sì questo sistema ha ragione”, ma un dire “questo sistema funziona così perché ha una X logica e non per via di una volontà maschile di dominare le donne”.

Poi ovviamente molti motivi al giorno d’oggi non hanno più senso di esistere e li vediamo giustamente come assurdi. Ma pensare che siano assurdi non perché la nostra società sia cambiata ma perché siano una maschera per occultare la volontà di opprimere le donne equivale al proiettare i nostri valori moderni, individualisti e secolari in società del passato che avevano valori tradizionalisti, collettivisti e religiosi.

Il nostro scopo non è dunque quello di giustificare i sistemi del passato, ma di comprenderli. Perché se li comprendiamo possiamo capire su cosa si reggevano, come erano impostati i ruoli di genere nel passato e come superarli efficacemente con un’analisi più seria delle chiacchiere da bar del tipo “buh è colpa della misoginia”.

Citando Karen Straughan:

“Ho chiesto se potesse pensare a qualche ragione, oltre a “gli uomini sono privilegiati” o “per via del pene”, che spiegasse questo uso”.

Ecco quello che stiamo facendo. Stiamo cercando di capire quale altra ragione, oltre a “gli uomini sono privilegiati” o “per via del pene”, spieghi gli usi che la società moderna ha così frettolosamente voluto categorizzare come espressioni estreme di maschilismo.

“Quali erano i motivi e i bisogni collettivi che reggevano questi sistemi? Quali erano i vantaggi che davano alle donne? Quanto erano diversi i bisogni dell’epoca rispetto a quelli di adesso? Questi vantaggi che oggi ci sembrano secondari quanto erano primari in passato?”.
Questo è ciò che ci chiediamo.

E cerchiamo anche di vedere la prospettiva da un punto di vista cross-culturale, trans-culturale. Perché magari un aspetto apparentemente misogino nella nostra cultura si ritrova anche in altre a parti invertite e non ci crea il medesimo scandalo, oppure in altre culture il suo significato originario è più esplicito ed altrettanto esplicita è la comprensione di quale sia il vantaggio che le donne ricavano da un simile sistema.

Solo capendo tutto questo, comprendendo il sessismo, potremo distruggere veramente il sessismo. Se non comprendiamo un sistema come possiamo attaccarlo efficacemente? Sferreremmo soltanto colpi al buio, con tutti i rischi che ne conseguono.

L’unico Anti-Femminismo che conta è l’Anti-Ginocentrismo

Gli MRA spesso guardano con divertimento ai nuovi arrivati che si presentano dichiarando il loro sostegno agli uomini portando un curriculum che dice solo una cosa: “Sono anti-femminista”, come se fosse tutto ciò che dovremmo sapere.

Perché l’antifemminismo e l’attivismo per i diritti degli uomini (MRM o attivismo MRA) sono sinonimi, giusto? Questo è ciò che presumono… erroneamente.

Molti di coloro che presentano un simile curriculum, spesso infatti si muovono rapidamente per promuovere una tradizione ginocentrica che promuove immagini di maschi che salvino le donne da inondazioni, incendi, proiettili o le risparmino da piccoli inconvenienti nella vita – come sforzi, sporcizia, critiche o addirittura lavorare.
Le donne femminili, dicono, sono meglio preservate dai pericoli se sono casalinghe; ogni donna viene vista come un essere prezioso, come se fosse le dita di un pianista, e non deve mai essere messa a dura prova.
Gli uomini, dicono, sono eroi, nati su questa terra per sollevare cose pesanti, come direbbe Jordan Peterson, e sollevarle specificatamente per le donne fragili, e naturalmente, sempre incinte (24h su 24, 7 giorni su 7, a ogni ora del giorno e della notte per tutti gli anni a venire in saecula saeculorum).

“La vita del passato era il più vicino possibile alla perfezione”, schiumano, “era una disposizione in cui le donne femminili facevano complimenti agli uomini per i loro continui sacrifici – una disposizione di molto superiore all’approccio femminista che fa di tutto per denigrare gli uomini aspettandosi che continuino a portare avanti quegli stessi sacrifici”.

È superiore perché massaggiare l’ego di un uomo in cambio del sacrificio atteso è in qualche modo meno denigrante che dire, come fanno le femministe, “ti odiamo”. Ma questa gratitudine è davvero migliore quando entrambe le donne femministe e tradizionaliste continuano ad aspettarsi una servitù maschile? Quando entrambi riducono gli uomini al ruolo di “fai le cose per me”?

Questa è l’essenza dell’accordo: un piccolo accarezzamento dell’ego in cambio di un uomo che si auto-distrugge.
Lei gonfia il suo ego come un pallone ad elio, almeno nell’area del salvataggio, del servirla e del porla su un piedistallo, e lui firma per impegnarsi in un’abbuffata di sacrifici autodistruttivi e in una morte precoce.

Potremmo immaginare il complimento eseguito dalla donna tradizionalista in cambio del sacrificio maschile come il discorso di una candidata a Miss Mondo che parla di portare la pace nel mondo mentre osserva cadaveri e cadaveri che si accumulano attorno a lei.

Questa sembra essere la tradizione ginocentrica che la maggior parte degli anti-femministi spacciano, quella che sostituiranno al posto dei modelli femministi.

Alcuni lettori potrebbero protestare che dovremmo essere grati nei confronti di coloro che si affrettano a distruggere il ginocentrismo progressista (femminismo) per sostituirlo con il ginocentrismo tradizionalista.
Ma in realtà, se ci pensiamo, questa sostituzione equivale al passare dalla padella alla brace.
Tutto deve cambiare perché nulla cambi, direbbe il Gattopardo.

Il punto è che l’anti-ginocentrismo è l’unico anti-femminismo che conta.
Dal punto di vista anti-ginocentrico, uomini e donne tradizionalisti non sono liberatori degli uomini, sono ginocentristi non-femministi.

Confrontiamo adesso il ginocentrismo tradizionalista come descritto sopra con il pensiero di quelle donne che non sono né femministe né ginecentriche tradizionaliste; donne come Janice Fiamengo, Suzanne McCarley, Elizabeth Hobson, Alison Tieman, Hanna Wallen e innumerevoli altre persone che mettono in discussione i privilegi sbilanciati delle donne tradizionali quanto i privilegi delle femministe. La differenza di prospettiva tra questi due tipi di donne non potrebbe essere più netta.

Il resto purtroppo sono truffe, si tratta di donne tradizionaliste che si mascherano come alleate mentre invitano gli uomini ad adottare una truffa al servizio delle donne con l’esca di un camice degli anni ’50 e uno sguardo pudico.
Si tratta di donne che ancora non sono disposte a rispondere con gesti o sforzi reciproci a quelli degli uomini.
Le donne tradizionaliste non vogliono addossarsi gli stress della vita, che delegano tranquillamente agli uomini.

Quando le donne ginocentriche tradizionaliste vengono intervistate dai media, elogiano sempre l’utilità della “mascolinità” e degli “uomini veri”, che salvano le donne dagli incendi domestici.
In questi casi non si può fare a meno di notare l’assenza di discussioni su cosa diano in cambio agli uomini, come se ciò non fosse un problema rilevante.

Forse ringraziare, lodare, apprezzare, è una forma di rispetto per gli uomini, ma rispetto per cosa?
Sembra il rispetto di un narcisista, ovvero di quel tipo di persona che “rispetta” gli altri come cibo per soddisfare la propria ghiottoneria impersonale ad avere un trattamento preferenziale.

Forse potrei essere più generoso e dire che, piuttosto che cercare di schiavizzare gli uomini, i ginocentristi non-femministi sono semplicemente indietro con i tempi, credendo che stiano sostenendo il minore degli unici due mali offerti. Lo vedono come il minore dei due mali perché, sotto il ginocentrismo tradizionalista, gli uomini ricevevano almeno dei complimenti per il loro lavoro e ricevevano medaglie dopo la loro morte – una cosa negata sotto la visione femminista che vede uomini e donne come concorrenti per il territorio narcisisticico in cui solo le donne ricevono complimenti.
Non gli uomini, ma solo le donne sono le “stupende e coraggiose”.

Purtroppo (o per fortuna?), il contratto sociale tradizionalista in base al quale quella situazione funzionava, quello che limitava le opzioni di uomini e donne a favore di ruoli ristretti, non può più funzionare in una cultura che rifiuta di incoraggiare e sostenere lo stesso contratto sociale. Un’ondata dopo l’altra di attività femminista ha completamente spremuto il dentifricio dal tubo.
Le donne non torneranno mai più al “ruolo” delle mogli sforna-bambini che cucinano una torta di mele, perché ogni tentativo di ridurre la vita “multi-opzione” delle donne verrà accolto con risentimento, se non interpretato come un abuso. Pertanto, qualsiasi tentativo di attuare quel ruolo tradizionale oggi equivarrà a poco più di un cosplay.

Scambiare il ginocentrismo progressista con il ginocentrismo tradizionalista non ci sta portando da nessuna parte.
Non solo non possiamo più riportare indietro le lancette dell’orologio sulla “Liberazione delle Donne”, ma dovremmo anche smettere di ignorare il fatto che la Liberazione degli Uomini dovrà avere luogo: gli uomini non hanno più bisogno di essere legati al ruolo tradizionalista di salvatori delle donne, di He-for-She, di Lui-per-Lei.

Prima di concludere questo articolo, voglio tornare alla domanda su quale sia, in ogni caso, il valore dell’anti-femminismo per il Movimento per i Diritti degli Uomini.
In merito a ciò, mi vengono in mente due delle risposte più ovvie.

In primo luogo, il lavoro antifemminista si oppone agli sforzi per creare più richieste He-For-She (Lui-Per-Lei), ad es. la presunta responsabilità degli uomini di fermare la violenza domestica; la responsabilità degli uomini di affrontare il “divario salariale”; la pressione nei confronti degli uomini di aiutare a promuovere politiche di azione affermativa; di fare più lavori domestici (senza corrispettivo femminile a mantenere maggiormente a livello economico); relativamente all’occupare troppo spazio femminile sui trasporti pubblici o al non aver impostato l’aria condizionata dell’ufficio alla temperatura desiderata dalle donne. Queste e molte altre liste “il patrarcato fa” equivalgono a poco più di un fastidio collettivo femminile, che gli anti-femministi stanno aiutando a controbattere nell’ambito pubblico.

In secondo luogo, gli anti-femministi combattono la diffusa censura delle questioni maschili da parte delle femministe. Il problema della de-formattazione e della censura guidate dalle femminista fu persino evidente ai tempi di Ernest Belfort Bax, che descrisse nell’anno 1913:
“[Le femministe] cercano di fermare la diffusione della spiacevole verità così pericolosa per la loro causa. La pressione esercitata sugli editori e sui redattori dall’influente sorellanza femminista è ben nota.”
In risposta vi sono sempre state persone interne al movimento MRA che si sono opposte e continuano ad opporsi alla censura guidata dalle femministe sulle questioni maschili, e ad ogni altro tipo di censura delle stesse anche da parte di altre parti, e questo tipo di azione deve continuare con tutta forza.

D’altra parte, mettendo queste due preoccupazioni nel contesto, respingere le rivendicazioni femministe sugli uomini e la censura femminista non sono mai stati gli unici obiettivi del movimento MRA, nonostante le femministe se la raccontino dicendo che l’MRM sia sinonimo di “backlash antifemminista”.
Suggerire l’equivalenza è confondere i movimenti puramente antifemministi con il ventaglio molto più ampio del Movimento per i Diritti Umani degli Uomini.

Un sondaggio degli ultimi 100 anni rivela che l’MRM si preoccupa più direttamente di problemi che incidono su uomini e ragazzi come alimenti, mutilazioni genitali di neonati maschi, senzatetto, malattie mentali, false accuse, pregiudizi dei tribunali familiari, suicidio, custodia dei figli, basso finanziamento per problemi di salute maschile, discriminazione legale, rendimento scolastico e misandria nella cultura mainstream solo per citarne alcuni.

E altrettanto importante, un problema urgente oggi è la promozione di più scelte di vita per gli uomini: è tempo che gli uomini abbraccino qualsiasi opzione esista al di là del ruolo strettamente prescritto di servire le donne – proprio come le donne da tempo hanno rigettato ruoli ristretti e responsabilità nei confronti degli uomini.

Il tempo dell’uomo multi-opzione è giunto.

Tradotto e adattato da:
https://gynocentrism.com/2019/12/01/anti-gynocentrism-is-the-only-anti-feminism-that-matters/?fbclid=IwAR0MafMKj1j5gVfjM2rMrnahOOHPCbrGBhKZ5PvgJo7Dh8PTtLcdPd-N1tc

Vagoni per sole donne: la misandria come il razzismo?

Scena del film “Il buio oltre la siepe”, dove Tom Robinson, un bracciante di colore, viene trascinato in tribunale per via di una falsa accusa di stupro. Quest’opera evidenzia come il razzismo si reggesse sul pregiudizio sulla pericolosità dei neri, al pari di come la misandria si regge e si è sempre retta sul pregiudizio sulla pericolosità degli uomini.

Ho letto recentemente una (banale) argomentazione del perché i vagoni per sole donne sarebbero giusti. In sintesi parlava del fatto che certi uomini “lo appoggiano”, chiedendo all’interlocutore: “come ti sentiresti se te lo appoggiassero su una spalla o sulla schiena?”

Esatto, come mi sentirei? E perché devo cambiare genere per parlarne? Perché io, da uomo, come mi sentirei? E quali sono a questo punto le tutele che tu, promotore della segregazione solo da una parte (vagoni solo per donne senza corrispettivi solo per uomini) proponi per tutelare me da simili eventi?
Perché anche a me può capitare, e anche a me darebbe fastidio, quindi chi protegge me?
Presupponendo che siano solo uomini a farlo (e non è così, ma poi ci arriviamo), io da uomo come faccio a essere tutelato da una simile evenienza?
Anzi, se fosse solo maschile, un vagone solo per donne senza uno solo per uomini farebbe diminuire a me, uomo, lo spazio totale disponibile dove scappare da una simile evenienza. Perché mettiamo che abbiamo 2 vagoni, uno per tutti e uno solo per donne: se il molestatore mi colpisce nel vagone per tutti, non posso scappare in quello per donne, e così io resto lì a subire la molestia.
Se invece ho 3 parti, una per tutti, una per uomini e una per donne, se il molestatore mi colpisce in quello per uomini scappo in quello per tutti e viceversa.
Ho quindi una via di uscita al pari delle donne.
Senza non ho alcuna via di uscita mentre le donne sì.
E’ questa la giustizia?

Ma poi io, se non ho fatto niente, perché mi devo vedere lo spazio ristretto ogni volta? Perché nelle ore di punta devo stare stretto e le donne no?
Perché ok che ci sono “situazioni di emergenza” come quella della molestia, ma sono rare, e anche se fossero frequenti, vogliamo forse negare che per molestare qualcuno un minimo di tempo ci voglia, e che le fermate in cui nessuno viene molestato da nessuno superino di molto quelle in cui qualcuno viene molestato?
E se in queste situazioni di emergenza il restringimento dello spazio può essere accettato, come mai mi si deve restringere lo spazio in situazioni non di emergenza?
Allora che cosa mi si dà in cambio di questa restrizione unidirezionale?
Dato che io pago per uno spazio, e pago quanto le donne, pretendo allora di pagare un biglietto o abbonamento con prezzo minore, o di avere almeno un servizio in più.
Stesso servizio stesso prezzo, servizio minore prezzo minore.

Inoltre, questa è una forma di criminalizzazione del genere maschile, perché le colpe di una persona ricadono sugli individui appartenenti alla stessa categoria.
E’ una forma di pensiero collettivista, dove l’individuo non esiste.
Non siamo quindi individui che hanno tot caratteristiche, no. Siamo categorie, manifestazioni della categoria.
Che io e una persona che ha commesso un crimine possiamo essere individui diversi e quindi trattati diversamente è fuori discussione, è fuori dalla grazia divina, perché apparteniamo alla stessa categoria.
Anche se io non ho commesso alcun crimine, vengo giudicato per qualcosa che potrei fare. E perché non anche una donna?
Perché io condivido il medesimo sesso dell’uomo sconosciuto che ha molestato in passato una donna sconosciuta.
Quindi non sono un individuo, no? Sono “il maschio”, mente collettiva che si manifesta in forma individuale. L’individualità è quindi illusoria.
La costituzione e la legge dicono che la colpa è individuale e che non si può condannare qualcuno “in anticipo”, prima che abbia commesso il fatto, ma è esattamente ciò che sta accadendo.
Non ho fatto niente ma vengo trattato da criminale.
Come si può allora negare che questa sia una criminalizzazione, se mi si tratta da criminale?

In aggiunta, se vogliamo fare il gioco delle categorie, allora facciamolo. Perché non facciamo uno spazio “solo per bianchi”? “Ah ma quello è un altro discorso”, dirà qualcuno, “era per il colore della pelle, qui è per la sicurezza”.
Questa obiezione è pura ignoranza. Basta leggere (o vedere il film de) “Il buio oltre la siepe”, che descrive il PERCHE’ i neri erano trattati come cittadini di seconda classe.
Perché visti come PERICOLOSI a prescindere, per la loro pelle.
Esattamente come pericolosi a prescindere, per il loro sesso, sono visti gli uomini.
Nella storia Tom Robinson, un bracciante nero, viene ingiustamente accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza bianca.
Esatto, QUESTO è il motivo per cui i neri venivano esclusi, segregati, ed è LO STESSO IDENTICO MOTIVO per cui vogliamo fare la stessa cosa agli uomini.
Cosa li differenzia? Nulla.
Perché non lo facciamo più? Perché è diventato scomodo farlo, ma se non fosse redarguito socialmente lo faremmo ancora, statene sicuri.
Perché ancora distinguiamo per categorie le persone “sicure” e quelle “pericolose”.
Non distinguiamo gli individui – per carità, quello è più che legittimo – ma le categorie, i gruppi, le classi di individui, e non gli individui stessi.
Nuovamente, pensiero collettivista vs pensiero individualista.

Ma non è neanche un pensiero solo collettivista, perché esistono tanti ambiti dove le donne sono a maggioranza autrici di crimini, pensiamo al fatto che sono il 90% delle “sexual misconduct” nei carceri minorili.

[Beck AJ, Cantor D, Hartge J, Smith T. Sexual victimization in juvenile facilities reported by youth. Bureau of Justice Statistics, 2012.]

E sono la maggioranza degli autori di violenza fisica sui bambini.
Perciò perché, per coerenza, non escludiamo le donne dal contatto con i bambini e con gli adolescenti in carcere?
Un bel cartellone con una donna sbarrata e scritto sotto “non fare la pervertita con gli adolescenti e tieni le mani a posto con i bambini, vai via!”?
Ovviamente non lo faremmo mai. Non ci passa nemmeno per la testa.
Però per gli uomini questo va benissimo, eh.
Certo, perché si sposa benissimo con la sacrificabilità maschile e con il “women are wonderful effect” (effetto “le donne sono meravigliose”), oltre che con la narrazione dell’uomo sempre carnefice e della donna sempre vittima.

Infine, tornando ai vagoni, se creiamo un vagone solo per donne mandiamo il messaggio che un uomo vittima di molestia da una donna non verrà creduto. Non gli creiamo sicurezza, non passiamo il messaggio che possa esprimere il suo disagio, comunicarlo e denunciarlo.
Questo a sua volta diminuisce il numero di denunce totale e crea un sommerso enorme di underreporting maschile.
Questa maggioranza femminile nelle denunce spinge a fare ulteriori azioni solo per donne e non anche per uomini (in primis un vagone solo per donne e zero vagoni solo per uomini, ma anche zero incoraggiamenti a denunciare e zero sensibilizzazione), il che peggiora l’under-reporting.
E’ un cane che si morde la coda.
Quindi mi chiedo, quali misure si intraprendono per incentivare la denuncia maschile e creare un clima di sicurezza per le vittime maschili di molestia, se l’ambiente invece è permeato di criminalizzazione dell’uomo?
E quanto attendibile può essere un dato tratto da un ambiente simile? Quanto può essere una prova e quanto invece carta straccia?
Un uomo vittima di molestia da parte di una donna come può essere creduto se basta che lei, in un simile clima antiuomo, dica che è stato lui a molestarla anche quando è viceversa?
Che passi si stanno facendo per avere un ambiente privo di bias che incentivi la denuncia anche maschile, per poter prendere i dati delle denunce come prova dell’effettiva percentuale maschile rispetto a quella femminile?
Perché sappiamo che esiste una cosa detta euristica della disponibilità che ci spinge a vedere come più frequente qualcosa che ci viene ripetuto più spesso, che ci torna più facilmente alla memoria.
Quanto il ripetere incessantemente il mantra della sensibilizzazione sulla violenza solo da una parte ci porta a falsare le vere percentuali dall’altra parte, degli uomini?
E se si pensa che “non sia possibile” a priori, perché si adduce a motivi biologici più che sociali una percentuale maggiormente maschile (nonostante gli studi la smentiscano a più riprese, ad esempio https://www.scientificamerican.com/article/sexual-victimization-by-women-is-more-common-than-previously-known/ ), perché limitarsi a proporre una soluzione momentanea? Se si pensa che le percentuali saranno a prescindere sempre maggiormente uomo-su-donna che donna-su-uomo, allora perché non sterminarci direttamente? Se siamo un problema, e questo problema non può essere risolto, allora andiamo distrutti.
O forse, magari, sei solo te che supporti questi pensieri che sei un/a pezzo di me**a che fomenti odio.

No ai vagoni solo per donne, no ai posti solo per donne, no ai “safe space” solo per donne, salvo in presenza anche di vagoni solo per uomini, posti solo per uomini e “safe space” solo per uomini.
I diritti che non sono di tutti non sono diritti, sono privilegi.

Perchè “What about the Menz” è un’obiezione sensata

Si può discutere dei modi più o meno tranchant, ma gli MRA hanno ragione quando dicono “what about the men?”, ci sta poco da prendere in giro.

Se a Firenze addobbano un albero di Natale con scarpe rosse contro la violenza sulle donne, l’osservazione che andrebbe fatto lo stesso per la violenza sugli uomini è più che legittima. Oppure che bisognerebbe fare iniziative contro la violenza e basta.

Dire “eh ma qui certi commenti sono inappropriati, createvi i vostri spazi” è disonesto e ipocrita, primo perché le chance di visibilità sono limitate e quindi non c’è nulla di male a sfruttare quelle che ci sono, e secondo, perché i nostri spazi li volete solo per poi ghettizzarli, mica per accettarne le idee. Se davvero ci teneste alle nostre questioni, se davvero il problema fosse solo che “qui ed ora è inappropriato“, allora in un secondo momento passereste a sostenerci e ci dareste una mano per fare informazione e sensibilizzazione, cosa che non avviene.

Perché l’overlap tra chi fa questi discorsi e chi ha veramente a cuore le questioni maschili è ZERO. Quindi chi volete fare fessi? Le vostre sono tutte scuse per evitare che si diffonda consapevolezza.

In realtà voi gongolate per il fatto che gli unici spazi di cui alla gente freghi qualcosa siano i vostri, e sapete benissimo che il vostro “non qui” si traduce, nei fatti, in un “nel vostro angolino in penombra”.
Anzi, proprio in un “da nessuna parte”. Perché neanche in un ghetto si sta tranquilli, perché pure là volete che ci occupiamo di tematiche vostre.

Pretendete che Antisessismo faccia 50 e 50 nel parlare di questioni maschili e femminili, quando voi che avete molta più reach siete i primi a rifiutarvi di farlo. Sono 170 anni che vi rifiutate di farlo. E addirittura ci cacciate quando nei vostri spazi l’altro 50% proviamo a mettercelo noi.

Perciò non lamentatevi se su questa pagina abbiamo deciso di trattare solo di, cito testualmente, “argomenti minoritari, fuori dal mainstream, che la gente ignora, odia o di cui non vuole sentire parlare”. Non lamentatevi se esistono gli MRA. Non lamentatevi se sempre più persone si definiscono antisessiste anziché femministe. Abbiate la decenza di tacere.

[H.]

La Grande Menzogna del Femminismo: il 2° volume!

Intervista a Santiago Gascó Altaba, l’autore dell’opera “La grande menzogna del femminismo”. In uscita a dicembre il II Volume (e ultimo)
https://www.persianieditore.com/lingannevole-realta-del-femminismo/

1. Nella nostra prima e seconda intervista di qualche mese fa, in concomitanza con l’uscita del I Volume dell’opera “La grande menzogna del femminismo” (visionabili qui e qui), sono stati chiariti i due punti portanti della struttura di questo lavoro: la definizione del termine femminismo, punto di partenza dell’analisi, e i quattro dogmi fondamentali femministi che sono vagliati lungo tutta l’opera. Cosa aggiunge questo II Volume?

Effettivamente, come era già stato detto, soltanto l’individuamento del significato esatto delle parole permette un dialogo, e nelle dispute tra femministi e non femministi trovo spesso che questo sia, ancor prima d’iniziare, l’ostacolo insormontabile. È pressoché impossibile avviare un dialogo se l’interlocutore continua a definire femminismo con la parola “parità”, malgrado la caparbia realtà dimostri quotidianamente il contrario. Dunque, prima di tutto era necessario trovare una definizione precisa e più ampiamente condivisa. Stabilito questo punto di partenza, sono stati enunciati i quattro dogmi femministi, sottoposti a disamina lungo tutta l’opera.
Se nel I Volume sono state gettate le fondamenta, nel II Volume è stato edificato il tetto, sono state espresse le conclusioni. La struttura di mezzo tra le fondamenta e il tetto sono i quattro dogmi vagliati, il primo nel I Volume, il secondo, il terzo e il quarto nel II Volume.

2. Il vaglio dei dogmi avrebbe portato alle conclusioni. Possiamo essere indiscreti e chiedere, iniziando dalla fine, quali sono le conclusioni?

La tesi dell’opera era stata accennata nell’introduzione: “il femminismo è razzismo applicato al sesso”. Il vaglio dei dogmi e le conclusioni hanno confermato la tesi.
Il mio giudizio è molto duro, definisco il femminismo senza mezzi termini “un’ideologia criminale”, una posizione simile a quella dello slogan “feminism is cancer”, che però non tutti si disturbano di argomentare.

3. Potrebbe sembrare un giudizio troppo severo, forse esagerato…

Di sicuro è un giudizio minoritario, non condiviso dalla maggior parte dei contestatori dell’attuale femminismo, alcuni ex-femministi. Penso a Warren Farrell, Christina Hoff-Sommers, Agustín Laje, Élisabeth Badinter, ecc. Anche molti youtuber che contestano il femminismo (in spagnolo e in inglese) tendono a fare una netta distinzione tra l’attuale femminismo e quello delle suffragette. Secondo loro sarebbe esistito un femminismo buono e giusto, quello della prima ondata, mentre quello attuale, cattivo, sarebbe il risultato di una deviazione infelice. In altre parole, la dottrina femminista in sé sarebbe equa e rispettabile, la sua applicazione durante la seconda e terza ondata scorretta.
Non sono d’accordo. Il mio giudizio, come quello di Karen Straughan, è negativo e riguarda tutta l’ideologia e il movimento femminista complessivamente. Non è esistito un femminismo buono della prima ondata e le obiezioni che mi vengono in mente sono due:

a) Durante ogni epoca (od ondata femminista) è esistita un’opposizione al femminismo, e molti uomini e associazioni maschili hanno lamentato nei confronti del femminismo le stesse identiche problematiche; valgano come semplice esempio durante la prima ondata femminista gli scritti del socialista Ernest Belfort Bax. Risulta dunque incoerente (o ipocrita) arrogarsi la ragione della propria obiezione nel periodo nel quale si vive, ora nella terza ondata, e disprezzare le simili obiezioni sollevate in tempi passati. In pratica oggi l’opposizione al femminismo non ci renderebbe maschilisti perché avremmo ragione, mentre invece l’opposizione dei nostri antenati, uomini e donne, con argomenti e problematiche simili, avrebbe reso loro dei maschilisti che avevano torto.

b) I dogmi del femminismo (uomo-carnefice, donna-vittima) sono rimasti inalterati nel tempo, è inalterata è rimasta l’applicazione di questi dogmi. Dalla dichiarazione di Seneca Falls (1848) in poi è sempre prevalso lo stesso spirito suprematista femminista, il rimprovero e la discriminazione all’uomo, la visione di conflitto e guerra tra i sessi. Valga come esempio, durante le campagne contro lo sfruttamento sessuale dei minori alla fine dell’Ottocento, il rifiuto delle associazioni femministe ad accogliere tra le vittime da tutelare anche i minori di sesso maschile (qualche somiglianza rispetto a quanto avviene attualmente per le vittime di violenza di genere?)

4. Comunque il giudizio rimane intransigente: come abbozzeresti una difesa dell’affermazione “feminism is cancer”?

“Feminism is cancer” è uno slogan d’effetto, preferisco definire il femminismo come un’ideologia criminale. Per giustificare il mio giudizio così tranchant ci sono due strade. In modo semplice e molto scorrettamente, i due argomenti potrebbero essere associati per analogia ai due procedimenti che ci permettono di arrivare alla conoscenza, il metodo deduttivo, dall’universale al particolare, e il metodo induttivo, dal particolare all’universale. Il primo argomento è molto semplice, quasi infantile, il secondo è più complesso e richiede molto più tempo.

5. D’accordo, iniziamo per quello più semplice. Come si sostiene un giudizio così tranchant sul femminismo?

Noi formiamo parte dell’Umanità. Di fatto i diritti fondamentali sono stati definiti “diritti umani”. Tutte le ideologie che spezzano questo concetto di Umanità, che dividono l’umanità in categorie o gruppi, e distribuiscono diritti e doveri differenziati in base a giudizi collettivi che stabiliscono status di privilegiati o di vittime per questi gruppi o categorie, sono ideologie criminali. L’ideologia femminista spezza questo concetto di universalità.
Non esistono i “diritti delle donne”, i “diritti degli ariani” o i “diritti dei bianchi”, esistono solo i “diritti umani”. Se si concedono diritti specifici, che non si concedono agli altri gruppi, non sono diritti, sono privilegi: i “privilegi delle donne”. Ad esempio, il diritto di disconoscere un figlio o di non essere coscritta in tempo di guerra, diritti che possono vantare tutte le donne, non sono diritti, sono privilegi. Se ci sono collettivi discriminati, non necessitano diritti specifici, a loro mancano diritti umani.
Nell’art. 21 la Carta dei diritti dell’UE elenca 16 diversi connotati sui quali non si può fondare la discriminazione, uno di loro è il sesso. Non si capisce perché questo connotato debba prevalere sul resto, e possano esistere specifici “diritti per le donne” e non specifici diritti per gli idraulici, per gli indoeuropei, per i rom, per gli socialisti, per gli italoparlanti, per la promozione del 1975, per gli interisti, e così via.
I diritti e i doveri non possono essere spezzettati a seconda delle categorie sociali, ogni essere umano merita lo stesso identico trattamento, concetto basilare, limpido e semplice. Ci è voluta una micidiale Guerra Mondiale per espellere più o meno definitivamente il concetto del diverso trattamento se riferito al connotato di etnia o razza, perché è così difficile applicare lo stesso ragionamento se riferito al connotato di sesso?

6. Sembra un argomento impeccabile, tranne forse per quanto riguarda la maternità, cioè gravidanze e parti.

Effettivamente, ci sono certe differenze anatomiche da valutare, e poi ci sono le gravidanze. L’argomento è complesso, deve essere certamente approfondito e rimanda a studi sociologici, filosofici, storici… se le donne sono diverse, e meritano un trattamento differenziato, era giusto allora il cosiddetto “patriarcato” (come lo chiamano le femministe, ma in realtà meglio definito con il nome di “tradizionalismo”) che trattava diversamente le donne in base a queste differenze? Senza voler aprire un dibattito, impossibile in questa sede, segnalo che il femminismo ha esplicitamente sostenuto che le gravidanze non impediscono le donne di fare qualsiasi cosa, qualsiasi mestiere, alla pari dell’uomo. Gravidanze e mestruazioni sarebbero solo argomenti usati dagli uomini maschilisti contro le donne. In base a questa corrente di pensiero femminista l’argomento sarebbe già chiuso: uomini e donne devono essere trattati parimenti. Punto finale.

7. Come si giustifica secondo l’argomentazione più lunga?

Si va dal particolare all’universale. Bisogna vagliare la fondatezza di ogni asserzione femminista. Si parte dalle più specifiche, risalendo progressivamente fino ad arrivare ai quattro dogmi fondamentali femministi previamente segnalati. Se questi dogmi si dimostrano falsi e, in più, recano danno, vuol dire che siamo di fronte ad un’ideologia criminale. L’intera opera si dedica a vagliare molte di queste asserzioni specifiche, di ogni sorta e tipo: Adamo ed Eva, Pandora, morti sul lavoro, i morti della violenza, l’iconografia, il sessismo del linguaggio, le fiabe sessiste, la cinematografia sessista, la discriminazione negli studi, il ruolo del cosiddetto “patriarcato” nelle invenzioni dell’umanità… Gli argomenti sono svariati perché, come era stato spiegato nella nostra prima intervista, il Patriarcato è “tutto”, le asserzioni femministe riguardano “tutto”, dunque sono stato costretto a confrontarmi con “tutto”.

8. Possiamo avere un paio di esempi del vaglio di asserzioni specifiche?

Certo. Sono piccole verità ormai radicate in molti di noi, che raramente vengono contestate.

Sessismo del linguaggio. Una delle denunce femministe è l’esistenza di termini denigratori del femminile, parolacce ad hoc che esisterebbero solo a danno di loro.
Controargomento: elencare parole e parolacce esclusive a danno del maschile.

Storia. Le donne non proclamano né combattono le guerre. Le guerre sono combattute e proclamate solo dagli uomini. Pensiero molto diffuso. C’è una trasmissione TV in Youtube dove il celebre cineasta Michael Moore afferma questo pensiero e nessuno tra tutti gli ospiti (nemmeno Christina Hoff-Sommers che era presente tra gli invitati) lo contraddisse. Qualche anno fa sono andato a una conferenza sul femminismo dove la relatrice ha espresso pacificamente lo stesso pensiero.
Controargomento: un lungo elenco di guerre combattute dalle donne (regnanti) e persino di quelle solo e soltanto tra donne (regnanti).

9. In che modo queste asserzioni specifiche contribuiscono a rendere il femminismo “un’ideologia criminale”?

Innanzitutto queste asserzioni sono false. In entrambi i casi dipingono falsamente un intero collettivo, le donne, come vittima.
Inoltre, nel primo esempio sul sessismo del linguaggio si nega all’uomo la possibilità di essere anche lui vittima. È evidente che se tutti sono vittime, non è una questione di genere.
In aggiunta, nel secondo esempio sulle guerre l’asserzione femminista nasconde un pensiero terrificante suprematista: le donne sono esseri di luce, non combattono le guerre, non fanno del male, in altre parole, solo gli uomini sono esseri sciagurati che provocano guerre e distruzione (qualche similitudine tra questo pensiero e pensieri simili di altre ideologie che hanno diviso l’umanità in collettivi?).

10. Infine, possiamo aver un esempio del modo nel quale sono stati vagliati i quattro dogmi?

Primo dogma, in breve: la donna è la vittima della Storia.

Per vagliare questa affermazione ho deciso di indagare sulle tre attività umane che provocano maggiore sofferenza e morte, cioè le guerre, il lavoro (forzato) e il mondo della giustizia (nel suo aspetto punitivo). A questi ho aggiunto i riti di iniziazione, una riproduzione in miniatura del mondo degli adulti. I dati, i numeri, le cifre sono inappellabili, c’è una netta asimmetria a danno degli uomini. La vittima fisica della Storia è senza possibilità di controversia l’uomo. Dopodiché ho voluto vagliare la vittima psicologica della Storia. In questo caso le cose sono più complicate perché non esistono dati obiettivi, tutto dipende dalla soggettività tanto del soggetto quanto dell’osservatore. In qualsiasi caso ho vagliato le principali segnalazioni femministe e le ho capovolte, a dimostrazione che ogni lettura in questo campo può essere capovolta.
Esempio: il femminismo ha denunciato l’iconografia religiosa “patriarcale” che, mediante la visione maschile, determina il carattere delle donne. Ma queste studiose si dimenticano sorprendentemente di segnalare che l’immagine iconografica più rappresentata nella storia di Occidente e del Cristianesimo è un uomo crocifisso, cioè brutalmente torturato a morte.

Finisco con una riflessione. Quando decisi di vagliare questo dogma cercando di individuare la vittima della Storia, i primi libri che scelsi da leggere furono quelli sulla Storia della Tortura. Ai miei occhi, la tortura è l’attività umana più intollerabile, portatrice di una sofferenza inumana e inenarrabile. Naturalmente da questi libri si desumeva una netta asimmetria a danno dell’uomo, tanto per la quantità come per la qualità delle torture. Perché menziono questo aneddoto? Quando lessi “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, la “Bibbia del femminismo”, 800 pagine di denuncia sulla sofferenza storica delle donne, fui altamente sorpreso dal fatto che alla tortura non fosse dedicata alcuna attenzione (e per estensione a tutta la sofferenza fisica, tranne che per le automortificazioni corporali religiose alle quali Simone de Beauvoir, sbagliando, assegnava una preponderanza femminile). Sono 800 pagine di eterno femminino, di violenza non fisica, di violenza psicologica, cioè soggettiva. L’opera di Simone de Beauvoir fu pubblicata nel 1949. Quest’opera nasce durante e subito dopo un conflitto armato che produsse milioni di vittime perlopiù maschili, sacrificati al posto di lei e di tutte le donne, bambini e altri civili. Nessun commento. 800 pagine di rimproveri all’universo maschile. Simone de Beauvoir visse sana e salva a casa sua due Guerre Mondiali che annientarono milioni di giovani maschi sacrificati. Nessun commento. 800 pagine di accuse al “patriarcato”.

La tortura, accertata l’evidente asimmetria a danno degli uomini, non è un problema femminile. Nessun commento.
Questo è il modo di ragionare di Simone de Beauvoir e di qualsiasi femminista media. Questo è il modo di “fotografare” la realtà, di costruire la narrazione storica femminista. Una visione del mondo pericolosa, tendenziosa, parziale, falsa. Un’ideologia criminale.

11. Grazie per aver risposto al nostro invito.

Pay gap: cosa c’è di vero?

Il cosiddetto gender pay gap è tra i maggiori tormentoni femministi, ed è spesso usato come asso nella manica per poter dire che le donne sono più oppresse degli uomini (o, peggio ancora, per passare direttamente ai fatti attraverso misure di compensazione). Ma cos’è davvero il pay gap? Una donna guadagna veramente meno di un uomo a parità di lavoro?

In breve, no. Si tratta di un mito che nasce da un errore marchiano di fondo, ovvero l’aver confrontato lo stipendio medio complessivo maschile con il corrispettivo femminile. In parole povere, hanno sommato gli stipendi di tutti gli uomini da una parte e quelli di tutte le donne dall’altra parte, confrontando poi le due medie. Da qui la famigerata affermazione secondo cui una donna guadagnerebbe solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.
In realtà, l’unica cosa che il divario tra gli stipendi medi può dimostrare è che uomini e donne non fanno né gli stessi lavori né li fanno alle stesse condizioni, e che quindi c’è ancora strada da fare per superare i ruoli di genere che condizionano le loro scelte di vita. Ma NON può essere usato per affermare che le donne siano discriminate o pagate di meno, perché il gap NON è su base individuale. In altre parole, se una donna fa lo stesso lavoro di un uomo, ha le stesse esatte mansioni, lavora le stesse ore, ha la stessa anzianità e non prende congedi più lunghi, la sua paga sarà esattamente uguale a quella del collega di sesso maschile.

Approfondiamo ciascuno di questi fattori:

  • Lavori diversi. Le donne scelgono più spesso lavori a basso salario mentre gli uomini ad alto salario (vedasi la maggioranza di donne tra le maestre e la maggioranza di uomini tra gli ingegneri). Questo accade perché sugli uomini pesano ancora tante aspettative tradizionaliste (“l’uomo deve mantenere la famiglia”, “il valore di un uomo dipende dai soldi che riesce a portare a casa”, ecc.) che li portano a scartare, quando possibile, i lavori meno pagati. Gli uomini hanno una maggior pressione a guadagnare.
  • Mansioni diverse. Alcuni studi parlano di “stesso lavoro” ma ne adottano una definizione così ampia che finisce per inglobare tutti quelli che lavorano presso una data azienda senza distinguere tra le mansioni al suo interno. Eppure, non ha molto senso aspettarsi che il capo guadagni quanto la segretaria.
  • Ore lavorate. Le donne lavorano part-time più spesso degli uomini, e anche nel full-time tendono a lavorare meno ore dei loro colleghi di sesso maschile. Ad esempio, un recente studio [1] ha mostrato che tra coloro che lavorano a tempo pieno (più di 35 ore settimanali), le donne si concentrano nella fascia che va dalle 35 alle 41 ore. Oltre questo limite gli uomini cominciano a essere sovrarappresentati, e la forbice si allarga man mano che ci si avvicina agli estremi. Dei lavoratori (uomini) a tempo pieno il 25,1% lavora più di 41 ore settimanali e il 5,8% più di 60 ore, contro rispettivamente il 14,3% e il 2,5% delle lavoratrici.
    A riprova di quanto finora detto, un think-thank è giunto alla conclusione che per chiudere il pay gap gli uomini dovrebbero lavorare meno ore e le donne più ore. [2]
    Dal mancato riconoscimento di questa differenza nelle ore lavorate nasce tra l’altro anche l’idea, sbagliata e pericolosa, che le lavoratrici che svolgono anche mansioni da casalinga abbiano un carico complessivo di lavoro maggiore rispetto agli uomini (poiché “loro fanno due cose, gli uomini una sola!”), e che questi ultimi siano in qualche modo in difetto. Non è così.
  • Maternità. Gli uomini non hanno ancora diritto a un congedo di paternità della stessa lunghezza di quello delle donne, e questo contribuisce a un maggior numero di ore lavorate. Inoltre, per una serie di condizionamenti dovuti ai ruoli di genere, molte donne dopo la maternità diventano il caregiver primario e passano al part-time per conciliare le due attività. Questo, di riflesso, porta i loro compagni a compensare il mancato guadagno lavorando più ore.
  • Disponibilità a spostarsi. Secondo una nuova ricerca condotta dall’Economisch Bureau della banca statale olandese ABN AMRO, le donne in media cercano lavoro più vicino casa rispetto agli uomini, una preferenza che resta inalterata anche al variare di età e grado di istruzione. [3] Questo non può sorprenderci, alla luce di quanto abbiamo detto al punto precedente: la divisione tradizionale dei ruoli – che sia pura o edulcorata – crea per la donna un deterrente agli spostamenti, e per l’uomo un incentivo. Se la tua disponibilità a spostarti è minore, la tua scelta sarà più limitata e minori saranno anche le tue possibilità di guadagno.
  • Esperienza pregressa. Poiché gli uomini non hanno come possibilità socialmente accettata quella di fare i casalinghi, ci sono più uomini che lavorano che donne. Questo fa sì che anche mentre il progressivo ingresso delle donne nella forza lavoro riequilibra (lentamente) le cose, sui grandi numeri gli uomini abbiano più anzianità delle donne, e anche questo ha un suo peso sulla paga.
  • Negoziazioni salariali. Pare che in molte situazioni gli uomini tendano a negoziare maggiormente [4], e questo è in linea con le aspettative di provider dovute ai ruoli di genere (se è vero che i soldi piacciono a tutti, è anche vero che l’aspettativa di mantenere una famiglia da soli cade più sugli uomini che sulle donne). Cito: “[…] quando non viene specificato che gli stipendi sono negoziabili, è più frequente che siano gli uomini a negoziare, laddove le donne più di frequente segnalano la loro disponibilità a lavorare con stipendi più bassi.”

Sebbene i fattori da considerare siano molteplici, spesso le ricerche che aggiustano il tiro su uno di questi fattori poi ne ignorano un altro (chissà se deliberatamente), per cui bisogna prenderle sempre con molto scetticismo. Inoltre, poiché man mano che i principali fattori vengono presi in considerazione il gap si assottiglia sempre di più, questo rende più probabile che l’eventuale margine rimanente dell’1, 2 o 3% – qualora non sia già completamente spiegato dalle negoziazioni salariali – sia causato da una pluralità di fattori molto secondari e per questo difficili da individuare con precisione. La difficoltà insita nel trovare in questo grafico a torta anche tutte le fettine con spessore pari a quello di un foglio di carta non giustifica certo l’abuso dell’ipotesi “discriminazione” come tappabuchi. Quando si va per esclusione, uno deve prima avere la certezza assoluta di aver considerato tutte le ipotesi possibili, e per dinamiche così complesse non è possibile averla.

Abbiamo poi uno studio del Department of Labor statunitense, il quale è arrivato alla “conclusione inequivocabile che le differenze nella remunerazione tra uomini e donne sono il risultato di una moltitudine di fattori e che i dati grezzi sul wage gap non dovrebbero essere usati per giustificare un’azione correttiva. Infatti, potrebbe non esserci nulla da correggere. Le differenze che troviamo nei dati grezzi degli stipendi potrebbero essere quasi del tutto il risultato delle scelte individuali dei lavoratori e delle lavoratrici.” [5]

Come se non bastasse, ci sono altri due elementi che ci fanno capire come il pay gap sia impossibile.

1) È illegale. Questo vale per (almeno) la stragrande maggioranza dei paesi occidentali. In Italia la parità salariale è già da tempo esplicitamente prevista dall’articolo 37 della Carta Costituzionale e ribadita dalla legge n. 741 del 1956, nonché dalla n. 903 del 1977. Già sarebbe impensabile di suo che i sindacati inseriscano il pay gap nei CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro), se poi ci aggiungiamo che è incostituzionale…

2) Produrrebbe effetti che invece non osserviamo. Infatti, se davvero fosse possibile pagare di meno una donna a parità di lavoro svolto, alle aziende – specie quelle con difficoltà economiche – converrebbe assumere più donne che uomini. Risulta davvero difficile trovare ragionamenti che possano conciliare l’esistenza di un pay gap con il dato fattuale che, complessivamente, non ci sia una preferenza per le donne nelle assunzioni. Si sta parlando, insomma, di aria fritta.

Per rispondere alla domanda che fa da titolo a quest’articolo possiamo quindi dire che di vero, in tutta questa vicenda del pay gap, ci sono solo le conseguenze di questa assurda propaganda. Ad esempio, in Galles le femministe premono affinché le donne paghino meno tasse, chiamando questo privilegio “tassazione gender-positive”, in sostituzione di quella “gender-neutral”. [6] E questo nonostante il fatto che nel Regno Unito le donne come gruppo paghino circa 75 miliardi di sterline in meno di tasse ogni anno rispetto agli uomini. Una vera tassazione egualitaria porterebbe le donne a pagare più tasse rispetto ad ora, non meno.

A Berlino, qualche mese fa, c’è stata persino una giornata di “sensibilizzazione” sul pay gap nella quale gli uomini erano costretti a pagare più delle donne per un biglietto dei mezzi pubblici. [7]

Senza contare poi i vari esercizi commerciali che fanno un prezzo più alto agli uomini. Che poi falliscano ci fa piacere, ma non possiamo essere sicuri che questo avverrà sempre, e già il fatto che esistano non può esattamente farci dormire sonni tranquilli.

Questo spiega perché ci teniamo tanto a negare il pay gap invece di fare spallucce e soprassedere. Perché le idee errate, se molto diffuse, portano a conseguenze reali. Se tutti credono nel divario salariale, inevitabilmente nasceranno iniziative volte a compensare uno squilibrio che non c’è. Per questo è importante far capire alla gente che quel problema non esiste, perché altrimenti la società ne creerà uno vero, la discriminazione economica, e lo metterà sul groppone agli uomini. Che già ne hanno tanti.

[H.]

Riferimenti

[1] https://fee.org/articles/a-new-labor-dept-report-reveals-the-bulk-of-the-gender-earnings-gap-can-be-explained-by-age-hours-worked-and-marital-status/

[2] https://www.theguardian.com/world/2018/may/10/help-men-work-less-to-close-gender-pay-gap-says-thinktank

[3] https://insights.abnamro.nl/2019/07/arbeidsmarkt-voor-mannen-groter-dan-voor-vrouwen/

[4] https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/mnsc.2014.1994

[5] http://templatelab.com/gender-wage-gap-final-report/

[6] https://www.bbc.co.uk/news/uk-wales-47909700

[7] https://www.nytimes.com/2019/03/15/world/europe/germany-pay-gap-berlin-transit.html

Maschicidio e femminicidio a confronto

Prima di tutto, diamo una definizione ragionevole del fenomeno di cui si sente tanto parlare. Andiamo per esclusione: il femminicidio non è l’uccisione generica di una donna, né l’uccisione di una donna “in quanto tale” (a meno che non ci troviamo di fronte a un serial killer che prende di mira le donne). La definizione più corretta sarebbe “l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di gelosia o possesso”. Tuttavia, dati sui moventi sono difficili da reperire. Quindi per semplicità diamo per scontato, anche se non lo è, che siano femminicidi tutte le uccisioni di donne da parte del compagno o ex, escludendo però la categoria “altri parenti” (perché questi parenti non è detto che siano uomini: prenderli in considerazione sovradimensionerebbe il dato).

I dati ISTAT affermano che in Italia il femminicidio (come inteso sopra) sia più frequente del maschicidio. Questo fa sì che in tanti scalpitino e si accalchino per trarne affrettate considerazioni sociologiche: gli uomini sono più violenti, viviamo in una cultura del possesso, bisogna rieducare gli uomini, gli uomini devono chiedere scusa, pene più elevate per femminicidio… Tutto questo a partire dalle azioni di un centinaio di pazzi l’anno, su una popolazione maschile di 30 milioni. Sarebbe ridicolo pure se i dati fossero indiscutibilmente quelli. Ma in realtà su di essi c’è tanto da dire.

Nello specifico, che il numero dei maschicidi è parecchio sottoriportato. I dati disponibili infatti si basano sulle incarcerazioni, perché per poter dire con certezza che un uomo o una donna è stato/a ucciso/a dal/la partner, è necessario che un giudice emetta un verdetto di colpevolezza e come è ovvio che sia quasi ogni condanna, trattandosi di omicidio e non di quisquilie, equivale a un’incarcerazione. Tuttavia, c’è un forte bias giuridico che riguarda la scelta degli indiziati, gli arresti, e le incarcerazioni, queste ultime soprattutto attraverso l’uso asimmetrico della scusante dell’autodifesa e l’enorme asimmetria nelle assoluzioni che ne deriva. Di tutto questo non possiamo non tener conto.

Partiamo proprio dal bias nelle incarcerazioni e vediamo un po’ di statistiche.

Per cominciare, Sonja B. Starr dell’Università del Michigan ha riscontrato che, a parità di reato, di precedenti e di altre variabili, “le arrestate femmine hanno […] due volte più probabilità di evitare il carcere se condannate” e “significativamente più probabilità di evitare accuse e condanne del tutto”.

[Starr, Sonja B., Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases (August 29, 2012). University of Michigan Law and Economics Research Paper, No. 12-018.]

Weiss e Young (1996) ci mostrano, poi, che le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale.

[Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]

Le donne vengono assolte quasi dieci volte più spesso degli uomini. Ecco come si spiega questa sproporzione: spesso le donne violente utilizzano la scusante di aver agito per difendersi anche quando non è così, il che porta in molti casi a un’assoluzione anche per donne non innocenti, che dunque non verranno contate nelle statistiche degli omicidi. Infatti quando i ricercatori hanno incrociato personalmente le affermazioni delle donne violente che affermavano di aver agito solo per difendersi dal partner con i resoconti dei figli e delle madri di tali donne, la giustificazione della legittima difesa decadeva e risultava infondata nella maggior parte dei casi.

[Sarantakos, S. (2004). Deconstructing self defense in wife-to-husband violence. The Journal of Men’s Studies, 12(3), 277-296.]

Che le donne non agiscano veramente per legittima difesa più degli uomini è confermato da studi più ampi, come [Dutton DG, Nicholls TL. The gender paradigm in domestic violence research and theory: Part 1—The conflict of theory and data. Aggress Violent Behav. 2005;10:680–714.] e [Carrado M, George M, Loxam E, Jones L, Templar D. Aggression in British heterosexual relationships: a descriptive analysis. Aggress Behav. 1996;22:410–415.].

Il frequente abuso della scusante della legittima difesa da parte delle imputate porta spesso a un risvolto davvero drammatico: quello di rimettere in libertà un’assassina, talvolta acclamandola come se fosse una vittima.

Come già menzionato, ci sono poi bias anche negli arresti e nella scelta dei sospettati. Gli uomini hanno maggiore possibilità di essere arrestati a seguito di incidenti di violenza domestica, quindi presumibilmente anche in caso di omicidio. Ad esempio uno studio del 2007, analizzando i dati del National Violence Against Women Survey, è arrivato alla conclusione che “le donne che aggrediscono i loro partner uomini hanno una particolare probabilità di evitare l’arresto”.

[Felson, R. B., & Pare, P. (2007). Does the criminal justice system treat domestic violence and sexual offenders leniently? Justice Quarterly, 24, 435-459.]

Le cause di questi mancati arresti, proprio come quelle di tutti gli altri bias giuridici a sfavore degli uomini, sono da rintracciare nell’idea preconcetta che le donne siano più innocenti e meno in grado di esercitare violenza (figuriamoci di uccidere), che può influenzare gli stessi investigatori ed evitare a molte assassine di essere seriamente sospettate.

Inoltre, c’è ancora un altro fattore che aiuta le assassine donne ad evitare sospetti e accuse: l’arma del delitto. E’ più facile che una donna avveleni un uomo, invece di sparargli, e l’avvelenamento viene spesso registrato come infarto o incidente.

Infatti, solo il 5% degli assassini di sesso maschile usa il veleno per uccidere, mentre le assassine ne fanno uso nel 35% dei casi come unico metodo e in un altro 45% accompagnandolo con altre strategie di uccisione.

[Ronald Hinch and Crystal Hepburn. ‘Researching Serial Murder: Methodological and Definitional Problems. Electronic Journal of Sociology (1998), 3, 1-11.]

Nonostante sembri un metodo poco usato, in realtà nel 2002 sono morte 26.435 persone di intossicamento negli USA [Violence and Injury Prevention Program (Utah). Complete indicator profile of poisoning incidents (updated on 10/27/09, published on 10/29/09). Utah’s Indicator-Based Information System for Public Health (IBIS-PH); Utah. Center for Health Data.], di cui 3.336 con “intento indeterminato”, vale a dire morti sospette.

[https://web.archive.org/web/20050831214544/http://www.nsc.org/lrs/statinfo/odds.htm]

Per riassumere, i dati ufficiali di femminicidio e maschicidio, che mostrano un’asimmetria di genere, si basano sulle incarcerazioni e quindi non sono affidabili per fare paragoni.
Infatti lo stereotipo della donna innocente (infantilizzazione) e l’uso di strategie di assassinio più discrete fanno sì che una donna assassina abbia

  • meno possibilità di essere sospettata o accusata
  • se sospettata, meno possibilità di essere arrestata
  • se arrestata, meno possibilità di essere condannata (perché i giudici si bevono la scusa dell’autodifesa anche nei tanti casi in cui non è vero)
  • se condannata, meno possibilità di essere incarcerata (e, se incarcerata, condannata a pene del 63% più brevi).

Considerato questo, e visto che per le altre forme di violenza tra i sessi c’è simmetria di genere, pur non potendo in questo caso fare delle stime precise a causa dei numerosi fattori che concorrono nel creare voragini nel dato ufficiale ISTAT e nelle rilevazioni statistiche dei maschicidi in generale, la conclusione più logica è che il dato reale dei maschicidi sia paragonabile in tutto e per tutto al numero dei femminicidi.

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L’articolo è un collage ordinato fatto di spezzoni di altri nostri articoli. Un sentito grazie a M. per averlo compilato in larga parte.