Difesa del gioco erotico e finta legittima difesa: ancora doppi standard femministi!

50 shades

Recentemente svariate femministe sono partite in quinta con la campagna contro quella che chiamano “Difesa 50 Sfumature” (dal film “Cinquanta Sfumature di Grigio”).
Secondo loro, infatti, la difesa nel caso delle morti di donne a seguito di “giochi erotici finiti male” potrebbe essere pericolosa e permettere anche a colpevoli effettivi di omicidio volontario di farla franca, inventandosi di aver avuto il permesso da parte della partner uccisa e fingendo un incidente che non ci sarebbe mai stato.

Questa polemica è ovviamente campata in aria, perché per dimostrare che una morte sia effettivamente un incidente dovuto a un gioco erotico finito male bisogna provare che l’altra persona abbia richiesto di attuare quella pratica con il proprio partner.
E’ dunque necessario dimostrare che la persona fosse interessata all’ambito, che fosse interessata alla pratica specifica, che avesse richiesto quella pratica, che l’avesse richiesta alla persona accusata, che l’avessero attuata in quella precisa occasione e che la persona accusata avesse preso precauzioni (safe word, gesti specifici, particolari accorgimenti, ecc.) che però poi non hanno funzionato a dovere.
Il tutto deve essere dimostrato con prove fisiche, messaggi, mail, comunicazioni scritte e così via. Non si viene creduti sulla parola.

Quando si fa notare tutto questo – ovvero che sia molto improbabile riuscire a usare con successo questa scusa per camuffare un omicidio da parte di un partner violento – emerge che in realtà la polemica è di facciata, e che il vero oggetto è un altro. Le femministe in questione, infatti, ripiegano sull’affermare che anche un rapporto sessuale BDSM ad alto rischio non possa essere considerato un “semplice incidente”, e che l’autore dell’uccisione involontaria – anche quando il partner defunto fosse stato precedentemente consenziente – non debba quindi finire accusato di “omicidio colposo” (manslaughter), ma di “omicidio volontario” (murder), data l’alta pericolosità della pratica.

Si è quindi pensato di creare un reato ad hoc, quello di strangolamento, essendo proprio lo strangolamento e l’asfissia erotica (“breath play”) i casi principali in cui i giochi erotici sono finiti con la morte del partner.

Per cui non importa se è lei che te lo ha chiesto e non importa nemmeno se lo hai fatto controvoglia, con poco entusiasmo o semplicemente per farle un piacere: sbagli di pochi minuti e, anche se non lo volevi fare, anche se non ti andava di farlo e anche se non era nemmeno per soddisfare te ma per soddisfare lei, ti becchi un’aggravante che in altre circostanze identiche non esiste.

Qualcuno ha obiettato: “eh ma ci vogliono alcuni minuti per svenire! E se continui anche se l’altra persona è svenuta allora lo volevi!”

In primis, esiste la possibilità di usare artifizi (ad esempio fili attorno alla gola tirati o a volte su cui si sospende la persona per il collo prima che vengano tagliati o rimossi, gas, solventi, buste di plastica che non si rompono facilmente, ecc.) che si è in grado di azionare ma non si riesce più a disattivare o a rompere: questo incide con la tempistica di salvataggio.

In secondo luogo, non riesci sempre a capire se l’altra persona è svenuta, soprattutto se il gioco erotico consiste nel mettere sopra la faccia della persona un oggetto (cuscino, coperta, pellicole varie poco o per nulla trasparenti, ecc.) o una parte del corpo (sedere, genitali, addome, braccia, tutto il corpo, piedi, ecc.) che coprono il viso svenuto del partner, non riuscendo a capire bene se sia o meno ancora cosciente.

A volte può succedere che, senza volerlo, si lesioni o fratturi una parte importante del collo (l’osso ioide per esempio), delle ossa o degli organi interni (pensiamo alla pressione sul torace per uno schiacciamento) indispensabili per la respirazione, per cui anche rimuovendo l’oggetto che impediva la respirazione stessa, la lesione potrebbe comunque non permettere più al partner di respirare correttamente, portando così alla morte dell’individuo.

Infine, esiste la possibilità che la persona voglia provare proprio “il brivido” dello svenimento. In quei casi, la pratica erotica consiste proprio nello svenire. E lo richiede la persona stessa che sviene. A quel punto è una questione di secondi che può separare la vita dalla morte.

Con questo non vogliamo giustificare la mancanza di precauzioni che dà luogo a queste tragedie, ma affermare che non ha senso attribuire in blocco l’intenzionalità a questo tipo di morti, perché non la si può desumere in automatico, e pertanto è arbitrario decidere di punirli più gravemente di quanto la legislatura attuale già preveda.

Infatti la creazione di una nuova classe di reati per questo tipo di decessi causerebbe una differenza di trattamento tra i “morti per incidenti di serie A” e i “morti per incidenti di serie B”.

Perché chi muore per un infortunio dovuto a una disattenzione del collega o sempre del partner ma in ambito domestico o extradomestico dovrebbe ricevere una giustizia minore di chi muore per un gioco erotico finito male?

“Beh, per l’omicidio stradale è stato fatto!”, obietterà qualcuno.

Ma è diverso. Nel caso dell’omicidio stradale si dice: “tu non devi bere e assumere droghe, leggere o pesanti, e poi guidare: quindi visto che con questo sbaglio che compi volontariamente causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Ma nel caso del BDSM, che è un atto consensuale e perfettamente legale, esso può essere ritenuto uno sbaglio?
Non possiamo definire un atto consensuale uno sbaglio. Fintanto che un atto è consensuale non può esserlo per sua stessa definizione.
Creare una legge ad hoc vorrebbe invece implicare che il BDSM sia qualcosa di sbagliato.

Applicando le logiche dell’omicidio stradale al BDSM si dice: “tu non devi fare BDSM: quindi, visto che è uno sbaglio che compi volontariamente e mentre compi questo sbaglio causi la morte di una persona, tu hai ucciso quella persona un po’ più volontariamente che nel caso di omicidio colposo”.
Questo però implica appunto una visione del BDSM come qualcosa di sbagliato.
Perché se non è qualcosa di sbagliato, allora deve essere trattato come un incidente come tutti gli altri.

Perché altrimenti dovremmo avere il “reato di caduta dalla scala”, il “reato di lavare il pavimento facendo cadere una persona” e così via.
Ma perché non ce li abbiamo? Perché non li reputiamo sbagli.
La morte per “errore da BDSM” può diventare reato solo nel caso in cui pensiamo che il BDSM sia un atto più sbagliato dei precedenti. E questo significa togliere ogni libertà di scelta, agency, ai partner che lo praticano consensualmente, e infilarsi nei loro affari di letto, tra le loro coperte.

A me sembra che qui si voglia negare l’agency sessuale femminile seguendo quel vecchio schema secondo cui “sì vabbè ma tanto lo sappiamo che sono i maschi che insistono per il sesso e per le perversioni – perché così le considera il popolino scandalizzato di fronte a queste notizie – kinky” e quindi dire “l’hai voluto tu, quindi se la pratica va a finire male ti becchi l’aggravante”.

Ma il punto è che, anche se l’avesse proposto l’uomo, se è consensuale è stato approvato da entrambi. E’ dunque responsabilità di tutti e due l’attuazione di quella pratica, e quindi la conseguente morte per disattenzione non può essere vista come una forma di stupro.

Questa retorica negazionista dell’agency sessuale femminile si vede anche proprio per la narrazione che se ne fa.
Infatti esistono tantissime mistress che liberamente raccontano di “incidenti” in cui hanno ucciso per sbaglio un proprio cliente, un proprio compagno o un proprio amante, proprio durante questi giochi.

Perché farne quindi una questione di genere, quando vi sono donne che espressamente confessano di aver ucciso uomini in questa esatta maniera?

E’ evidente quindi che già si presuppone un’applicazione “a macchia di leopardo”: un uomo morto a seguito di un “gioco erotico finito male” con la propria partner stabile, con una partner occasionale o con una mistress professionista sarà meno vittima, con questi presupposti, di una donna morta a seguito del medesimo gioco erotico finito male con il proprio partner stabile, con un partner occasionale o con un master professionista.

Ed effettivamente un’applicazione simile è da presagire, esistendo infatti un’ampia letteratura che dimostra già l’esistenza di un sessismo giuridico contro gli uomini, che a parità di reato e circostanze vengono maggiormente sospettati, denunciati, arrestati, condannati se colpevoli, incarcerati e per più tempo rispetto alle donne per il medesimo crimine svolto nelle medesime condizioni e situazioni.

Questo sessismo giuridico si basa proprio sul considerare meno colpevoli le donne autrici di violenza: un simile bias dimostra infatti che la calunnia che gli uomini siano più violenti delle donne sia falsa, e che semplicemente le donne la facciano franca più spesso degli uomini.

E come fanno a farsi scagionare, queste donne? Semplicemente con la “finta legittima difesa”.
L’abbiamo vista agire anche nei casi recenti: l’autrice di violenza, donna, si finge vittima della vera vittima, uomo, e dichiara di aver agito per legittima difesa, anche se in realtà è lei la perpetratrice. 
La società offuscata dagli stereotipi di genere reagisce o non sospettandola proprio, o se riesce ad essere accusata formalmente, scagionandola credendo alle sue bugie.
Questo meccanismo funziona ancora meglio con gli omicidi: nel caso dei maschicidi, infatti, vale il principio che un uomo morto non parla. Perciò come fa a difendersi da simili accuse?

Come vedremo adesso, infatti, nonostante sia uomini che donne abbiano la stessa probabilità di sferrare il primo colpo in caso di violenza, quasi sempre la violenza femminile viene scartata come “autodifesa”, soprattutto nei casi in cui la vittima è morta e quindi non può replicare.

Infatti, secondo una ricerca del 2004 sul Journal of Family Violence, le donne arrestate per violenza domestica hanno maggiore possibilità rispetto agli uomini di riportare di essere state picchiate dal proprio compagno nel momento dell’arresto [1].
Ma si sa che la gente al momento dell’arresto è “sempre innocente”, quindi prima di accettare quest’affermazione come vera dovremmo chiederci: è davvero così?

Per confermare o sconfermare il dato dobbiamo prendere in considerazione studi che analizzino le dichiarazioni in questionari anonimi in momenti diversi da quello dell’arresto sui motivi che spingono i due sessi all’uso della violenza in una relazione.

Ad esempio uno studio del 2002 sulla rivista scientifica Trauma, Violence & Abuse [2] afferma:
“Maschi e femmine commettono violenza ad approssimativamente la stessa percentuale dentro le loro relazioni […], e la violenza perpetrata da femmine non può essere sempre scartata come auto-difesa. In uno studio […], sia maschi che femmine avevano uguale probabilità di tirare il primo colpo in caso di abuso coniugale. Inoltre, diversi studi hanno mostrato che approssimativamente nel 25% delle relazioni, il maschio è il solo perpetratore di violenza; approssimativamente nel 25% delle relazioni, la femmina è la sola perpetratrice di violenza; e approssimativamente nel 50% delle relazioni, la violenza è reciproca”.

E un paper del 2010 su Violence and Victims [3] “ha cercato di esaminare le motivazioni per l’aggressione fisica tra gli studenti universitari maschi e femmine usando una misura di autovalutazione dell’aggressione per auto-difesa progettata specificamente per lo studio”. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alle aspettative degli autori, “le femmine non erano più propense ad usare l’aggressione per auto-difesa”.

Ma per capire che quella delle abusatrici donne non è – nella maggioranza dei casi – “solo una reazione”, basterebbe anche semplicemente confrontare l’effetto delle loro percosse con quelle degli aggressori uomini. Una reazione normalmente non arriva al punto da essere equiparabile ad un abuso domestico.

Eppure la stessa ricerca di prima [1] riporta che queste signore non sono meno inclini a far male dei corrispettivi maschili, infatti leggiamo:
“Contrariamente alla nostra ipotesi, non c’era differenza nella percentuale di donne e uomini che avevano inflitto livelli di lesione da grave a estremo ai loro partner (vedi Tabella II). Queste lesioni, che richiedevano attenzione medica, includevano contusioni, ossa rotte e ferite da coltello […] Così, quando le donne infliggevano lesioni gravi ai loro partner, nella maggior parte dei casi usavano un’arma o un oggetto. Al contrario, gli uomini che infliggevano questo stesso grado di lesione erano più propensi ad usare i loro soli corpi per assalire le loro vittime”.

Ok, dirà qualcuno, ma i giudici non prenderanno automaticamente per buona la parola delle donne arrestate per violenza, avranno bisogno di prove, no? No.
Un paio di casi faranno capire quanto poco basti per rendere le donne immuni alla legge, per via delle lenti di lettura distorte a causa degli stereotipi di genere e del conseguente sessismo giuridico.

Ad esempio, il sociologo Coramae Richey Mann trovò il caso di una donna che affermava di aver agito per “autodifesa” dopo aver sparato al marito sei volte dietro la nuca, dicendo che lui l’avrebbe minacciata con una sedia. Il caso fu archiviato.
A Brooklyn, New York, Marlene Wagshall sparò nello stomaco a suo marito mentre dormiva con una cartuccia .357 magnum dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) venne declassato ad aggressione di secondo grado e fu condannata ad appena un giorno di prigione e a 5 anni di domiciliari perchè affermò, senza alcuna prova o evidenza dei fatti che lo confermasse, di aver subito violenza fisica [4].

E’ quindi evidente che la vera difesa che permette a persone violente di farla franca per via del proprio genere, anche dopo aver commesso omicidi e violenze, sia la “finta legittima difesa” e non la “difesa 50 sfumature”:

1)
perché della seconda sono potenzialmente affetti anche gli uomini vittime di donne che possono voler coprire il loro assassinio;

2)
perché nel caso di uomini vittime, la perpetratrice donna ha una scelta più ampia di potenziali giustificazioni per il suo omicidio (entrambe le difese vs solo una per gli uomini);

3) perché la “Difesa 50 Sfumature” non è applicabile in maniera tanto estesa quanto la “Finta Legittima Difesa”: difatti esiste un sessismo giuridico contro gli uomini e non contro le donne, non a caso la maggioranza degli incarcerati è uomo e non donna. Sono infatti più le donne a farla franca e a scampare l’arresto e la conseguente incarcerazione che gli uomini: non sarebbe possibile se le due difese fossero equivalenti;

4) perché la “Difesa 50 Sfumature”, come abbiamo visto sopra, non è in automatico sbagliata. Se alla partner si lesiona una parte del corpo indispensabile per la respirazione durante un gioco erotico, puoi intervenire anche il prima possibile e rimuovere l’oggetto che ha causato la lesione, ma la lesione resta e dopo qualche minuto ormai il danno è fatto e salvare l’altra persona in tempo diventa quasi impossibile.

Al contrario, quando si vanno a confrontare le affermazioni di queste donne che avrebbero agito contro i mariti “per legittima difesa” con i resoconti dei loro figli e delle loro madri, “la credibilità dei racconti di violenza delle mogli risulta altamente discutibile e una giustificazione di auto-difesa per la violenza donna-su-uomo risulta infondata nella maggioranza dei casi” [5].

Note:
1. [Busch, A. L., and Rosenberg, M. S. (2004). Comparing women and men arrested for domestic violence: A preliminary report. Journal of Family Violence, 19(1), 49-57.]
2. [Hines, D. A., & Saudino, K. J. (2002). Intergenerational transmission of intimate partner violence: A behavioral genetic perspective. Trauma, Violence, and Abuse, 3, 210−225.]
3. [Shorey RC, Meltzer C, Cornelius TL. Motivations for self-defensive aggression in dating relationships. Violence Vict. 2010;25(5):662-76.]
4. [Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]
5. [Sarantakos S. Deconstructing self-defense in wife-to-husband violence. J Mens Stud. 2004;12:277–296.]

Gli uomini casalinghi spaventano ancora molte donne

casalingo

Replichiamo oggi al post di Abbatto i Muri sui casalinghi, che a sua volta è una replica al nostro post “Il maschicidio esiste: una risposta ad Abbatto i Muri”.

1. In realtà il post di Abbatto i Muri non è una risposta a noi, è il proseguimento di un dibattito sui casalinghi (che ha soltanto preso spunto dall’articolo sul maschicidio, senza affrontarlo direttamente né quindi smentirlo) e che essenzialmente diceva: “ah ma io conosco tanti casalinghi, se la passano benissimo, le donne sono disponibilissime a mantenere gli uomini, sono gli uomini a non voler essere mantenuti. I ruoli di genere tradizionali su chi fa il/la casalingo/a sono voluti solo dagli uomini e non dalle donne!”.

2. Nell’articolo di Abbatto i Muri, si afferma ora che i casalinghi siano visti male sul posto di lavoro, che soffrano il giudizio sociale e che suscitino l’invidia degli amici che direbbero “sei fortunato ad aver trovato una donna che ti mantenga” (ma come, non si è appena detto che gli uomini non vogliono fare i casalinghi? Perchè ne invidierebbero uno, se non desiderassero diventarlo?), ora invece che siano “privilegiati rispetto alle donne”, le quali verrebbero viste al contrario in maniera accondiscendente come se fossero state costrette a quel ruolo (ma come, le femministe si lamentano di questa reazione quando sono le stesse che l’hanno creata? Quando sono loro che hanno sostenuto da sempre la narrativa per cui le donne sarebbero oppresse in quanto casalinghe? Mentre gli uomini – costretti a lavorare e a mantenere le dette casalinghe – loro no, non sarebbero oppressi!).

Insomma, le femministe prima creano la visione vittimistica patriarchista (cioè aderente alla teoria del patriarcato) per cui le donne sarebbero state oppresse più degli uomini, e poi quando la gente guarda effettivamente come vittime più le donne che gli uomini, se ne lamentano!
Ok, smettete di lamentarvene e dite che effettivamente le donne casalinghe erano oppresse TANTO quanto gli uomini costretti a lavorare! Ah no, non sia mai! “Teoria del Patriarcato sempre e comunque!”.
Allora, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

casalingo abbatto

3. Come è possibile vedere dallo screen, sembra che l’uomo la cui testimonianza compone la totalità dell’articolo di Abbatto i Muri non sia reale, infatti impiega una desinenza femminile plurale. Potrebbe essere una rivendicazione politica, della serie “sono una casalinga anche se sono un uomo”? Tendo a escluderlo perchè solitamente le rivendicazioni politiche vengono espresse, vengono esplicitate per essere messe in risalto. Questo sembra più un errore di distrazione, fatto da una donna che cerca di spacciarsi per uomo e per casalingo.

EDIT: Abbatto i Muri ha fatto una correzione, ma sbagliando nuovamente anche qui, scordandosi il verbo al femminile!
Mi pare sempre più evidente che l’uomo casalingo dell’articolo non esista.

sbagliato

4. Anche se fosse reale, si tratterebbe comunque di evidenza aneddotica. Non è statistica. Dire “ah mio nonno ha vissuto 105 anni e ha fumato dalla mattina alla sera” non è statistica, è raccontarsela.

Non è uno studio, è un aneddoto.

L’evidenza appunto aneddotica è una fallacia logica. Una raccolta di singoli casi non è una statistica.

La statistica necessita di un campione che sia rappresentativo, di un’assegnazione casuale del campione a un gruppo sperimentale e un gruppo di controllo, e una manipolazione della variabile indipendente per osservare come e se varia di conseguenza la variabile dipendente. Questo per inferire una causalità. Si può anche eseguire uno studio correlazionale per vedere la correlazione tra due variabili senza poter dire che una sia la causa dell’altra.

In ogni caso, come è evidente, non è possibile fare ciò prendendo 10 persone che conosciamo e inferendo qualcosa. Il campione non è rappresentativo e manca tutta la randomizzazione.

In più, non siamo osservatori imparziali, quindi l’assenza di un doppio cieco non ci permette di analizzare i dati senza vederli con le nostre lenti pregresse, cadendo così in un confirmation bias.

Quindi dire “ho conosciuto X persone, casalinghi, e stavano una meraviglia” non è scienza.

E se questa è la risposta che le femministe ci danno, vuol dire che non sanno come controbattere, se non con della vuota retorica.

5. Andiamo quindi ad analizzare i veri dati, che non sono “mio cugino è casalingo”, ma un’analisi statistica seria.
Prendiamo ad esempio uno studio del 2005, con un campione di diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture: “Per identificare le dimensioni universali delle preferenze di acoppiamento a lungo termine, abbiamo utilizzato un database archivistico di valutazioni delle preferenze fornito da diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture [Buss, D. M. (1989)]. I partecipanti di ciascuna cultura hanno risposto alla stessa misura di 18 item.”.
I risultati quindi di questo studio ci mostrano una tendenza globale, universale della specie umana.
Leggiamo nel testo. In primis la ricerca precedente effettuata fino a quel momento: cosa ci dice? Leggiamo leggiamo:
“Una grande quantità di ricerche ha esaminato le caratteristiche che uomini e donne desiderano in un compagno a lungo termine (per review, vedasi Buss, 1998, 2003; Gangestad & Simpson, 2000; Okami & Shackelford, 2001). Queste ricerche mostrano abitualmente che uomini e donne si differenziano in diverse preferenze relative al loro compagno. Ad esempio, sulla base di diversi decenni di valutazioni, usando diverse metodologie e prendendo in considerazione le culture più disparate, emerge che gli uomini più delle donne apprezzano l’attrattività fisica in una compagna a lungo termine, mentre le donne più degli uomini valutano buone prospettive finanziarie in un compagno a lungo termine (Buss, 1989; Buss, Shackelford, Kirkpatrick, & Larsen, 2001; Hill, 1945; Hoyt & Hudson, 1981; Hudson & Henze, 1969; Kenrick, Groth, Trost, & Sadalla, 1993; McGinnis, 1958; Wiederman & Allgeier, 1992).”
Questa è la ricerca precedente. Cosa ci dice invece lo studio in esame? Rispondiamo subito:
“Gli uomini hanno ottenuto punteggi più alti rispetto alle donne su Amore vs. Status/Risorse, indicando che le donne più degli uomini valutano lo status sociale e le risorse finanziarie in un compagno a lungo termine, coerentemente con il lavoro precedente (reviewed in Buss, 2003; Okami & Shackelford, 2001).”
Fonte:
[Shackelford, T. K., Schmitt, D. P., & Buss, D. M. (2005). Universal dimensions of human mate preferences. Personality and Individual Differences, 39(2), 447-458.]

6. Come possiamo vedere, quindi, gli studi su diverse migliaia di partecipanti provenienti da tre dozzine di culture ci mostrano che le donne tendono a preferire gli uomini con maggiori risorse finanziarie.
Ora, quante risorse finanziarie ha un casalingo? ZERO.
E avendone zero, una donna solitamente non è attratta da un uomo casalingo.
Quindi l’idea che “le donne sono disponibilissime a mantenere gli uomini, sono loro che non lo vogliono” è contraddetta da un’evidenza enorme. Poi ovviamente esistono i casi contrari, FORTUNATAMENTE, e noi cerchiamo di spingere affinché diventi invece normale che una donna sia attratta da un uomo casalingo, perchè riteniamo che sia necessario che un uomo possa diventare casalingo con la stessa facilità di una donna.
Ma riusciamo anche a vedere che attualmente non è così.
Se crediamo invece che le donne non abbiano alcun problema a mantenere gli uomini, ci inganniamo.
E ci inganniamo anche quando prendiamo 3 casi in croce di nostra conoscenza che ci dicono il contrario, perchè non costituiscono un’evidenza scientifica. Sono evidenza aneddotica, e non valgono una ceppa.

7. “Ma io so che tra gli ultraortodossi le donne lavorano e gli uomini stanno a casa! Quindi non è sempre così!”

Rispondiamo anche a questa obiezione.
In primis, è scorretto prendere un unico caso su millemila che evidenziano il contrario.
In secondo luogo il caso degli ebrei Haredim (“ultraortodossi” da alcuni di loro è visto come un insulto) rappresenta una realtà molto recente. Si tratta di un cambiamento avvenuto a seguito dell’olocausto. In sintesi, dato che si rischiava che la cultura haredim fosse spazzata via, allora hanno deciso di impegnare la loro intera vita nello studio della Torah, al fine di preservare il loro stile di vita. Lo stato di Israele paga agli uomini haredim che studiano nelle yeshivah (istituzioni educative ebraiche incentrate sullo studio dei testi religiosi tradizionali) un vero e proprio stipendio, in più figliando molto, le donne haredim prendono ulteriori soldi dagli incentivi economici per le nascite. Quando però il governo israeliano ha iniziato a diminuire il contributo economico per le nascite, le donne haredim hanno iniziato a lavorare e a mantenere gli uomini.
Le donne hanno iniziato anche a minacciare di divorzio gli uomini haredim se avessero iniziato a lavorare e non si fossero impegnati nello studio della Torah.
Questo però ha creato una pressione simile a quella lavorativa negli uomini haredim, legata sempre al conseguimento di un elevato status sociale, ma ottenuto in questo caso studiando anziché lavorando.
Come infatti ci segnala uno studio di Yaffe e colleghi del 2018, anche in questo caso le donne preferiscono gli uomini con uno status alto, sebbene questo status non sia legato alla capacità economica, bensì alla bravura nello studio della Torah e alla devozione religiosa.
Un meccanismo molto simile si nota nell’ammirazione-infatuazione che molte donne hanno verso guru e santoni o maestri, di status elevato sebbene siano nullatenenti.
Lo studio di Yaffe et al del 2018 nasce per “fornire informazioni su un contesto culturale unico, la comunità ebraica ultra-ortodossa in Israele, dove i ruoli sociali sono invertiti, in modo tale che le donne sono i principali breadwinner della famiglia”. Leggiamo quello che hanno riscontrato:
“Nella maggior parte delle società moderne […] [è] l’accumulo della ricchezza, ma nella comunità ultraortodossa è la devozione religiosa e la pietà che determinano lo status degli uomini. Un esame delle preferenze di accoppiamento nella comunità ultra-ortodossa conferma molte previsioni della prospettiva evolutiva e si discosta solo nel fatto che le donne non mostrano una preferenza per i compagni con buone prospettive finanziarie, ma piuttosto, a causa della particolare definizione socioculturale di status, le donne mostrano una preferenza per gli uomini di forte devozione religiosa (Studio 2). Ciò contrasta con la comunità ebraica secolare in cui le donne mostrano la preferenza tipica per gli uomini ricchi (Studio 3). Questi risultati sono coerenti con l’idea che gli uomini possano avere evoluto delle preferenze nel raggiungimento dello status, dati i vantaggi di accoppiamento che conferisce con le donne, ma come lo status viene raggiunto può essere culturalmente specifico.”
Probabilmente *OGGI* lo status può essere cultura-specifico (anche se nel 99% dei casi ha sempre a che fare coi soldi), inizialmente però doveva essere per forza strettamente legato alla sopravvivenza e quindi alla capacità di mantenere. Poi magari nei millenni a forza di usare lo status come variabile proxy per quello, è stato possibile in alcuni rari casi “ingannare” le preferenze femminili dando arbitrariamente status agli uomini per attività che non migliorano le prospettive di sopravvivenza.
Nel senso che la società decide che un comportamento è da ammirare e quindi attribuisce uno status elevato agli uomini che lo mettono in atto, risvegliando istintivamente l’originaria associazione tra status e capacità di mantenere.
Fonti:
[Nechumi Malovicki Yaffe, Melissa McDonald, Eran Halperin, Tamar Saguy. God, sex, and money among the ultra-Orthodox in Israel: An integrated sociocultural and evolutionary perspective. Evolution and Human Behavior, Volume 39, Issue 6, November 2018, Pages 622-631.]

8. Come abbiamo visto, quindi, è universalmente condiviso il fatto che le donne cerchino uomini con status elevato e/o con maggiori risorse finanziarie.
Noi non siamo deterministi biologici, quindi crediamo che queste preferenze si possano cambiare con un cambiamento della società.
Ma il cambiamento richiede sempre una consapevolezza. In questo caso la consapevolezza è che le donne siano responsabili almeno tanto quanto gli uomini nella situazione in cui ci troviamo oggi, ovvero dove gli uomini casalinghi non sono la norma.
Perché lo diventino dobbiamo operare un cambiamento anche nelle donne. Dobbiamo spingere culturalmente le donne a mantenere gli uomini, dobbiamo assegnare a entrambi i sessi la stessa pressione sociale a mantenere l’altro, pressione che attualmente le donne non hanno per nulla.
Questa è l’unica via. Il resto è raccontarsela, è prendere in giro sé stessi e gli altri.

La Cassazione conferma: gli uomini non possono rinunciare alla paternità legale dei figli non voluti

Cassazione

(Da AVfM Italia, Autore: Giulio Tandiod)

È tempo che gli uomini comincino a prendere coscienza della loro condizione e inizino a considerare seriamente di agire, perché altrimenti, nei prossimi anni nessuno sarà in grado di garantire loro il principio di uguaglianza davanti alla legge. Già oggi, in maniera velata, questo viene violato dai giudici e dalle corti italiane, a danno degli uomini e dei padri, ma nel prossimo futuro, se non ci sarà una presa di coscienza seria e un attivismo forte, il principio di discriminazione sarà ufficializzato a tutti gli effetti. Non è propaganda, nè finto allarmismo, ma ciò che è accaduto in questi giorni è di una gravità inaudita, e tra poco chiariremo il perché.

Qualche tempo fa pubblicammo un articolo che potete leggere qui: La paternità imposta. Lo scherzo a Moreno de Le Iene, su cui c’è poco da ridere e molto da riflettere.

Lo scopo era di mettere in evidenza la palese disparità di trattamento riservata agli uomini in ambito riproduttivo. Mentre alla donna, infatti, la legge garantisce il diritto all’ aborto e al parto in totale anonimato, lasciando in adozione il proprio figlio senza nemmeno l’obbligo di avvisare il padre naturale, all’uomo non viene riconosciuto nessun diritto analogo che gli consenta di rifiutare la paternità naturale. Perfino quando è stato ingannato, l’uomo può essere chiamato in giudizio e con un provvedimento del giudice, costretto a sostenere le spese per un figlio che non ha mai voluto.

Come già scrivevamo altrove, l’uomo:

non avrà quindi nessuna tutela che gli consentirà di scegliere in modo consapevole se essere padre o meno, ma la sua volontà sarà subordinata a quella della donna. La paternità viene allora considerata un diritto soltanto se la volontà di essere padre coincide con quella della donna di essere madre. In alternativa, o si trasforma in un obbligo o viene totalmente calpestata. Ecco la parità dei diritti secondo la moderna società femminista.

Oggi questa palese discriminazione, alla quale il legislatore potrebbe mettere fine con una legge ad hoc, viene confermata dalla Corte di Cassazione con una sentenza che definire vergognosa è un complimento. Il provvedimento è il numero 13880/17 del 1.06.2017, emanato in seguito ad un ricorso di un padre che lamentava proprio questa indegna disparità di trattamento.

La Cassazione ha stabilito, in palese violazione con l’art. 3 della Costituzione, che tale discriminazione non è una discriminazione, e che il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio; la madre invece, oltre a poter esercitare l’aborto, ha il diritto al parto anonimo e a non far conoscere le proprie generalità sino alla morte.

La logica è semplice: è lecito e legittimo che la legge tratti diversamente uomini e donne. Ma sono le ragioni di questa decisione che dovrebbero spaventare perché abbracciano totalmente quella dottrina femminista che sostiene la superiorità morale dell’agire e delle scelte femminili rispetto a quelli maschili.

Afferma la Corte infatti che:

[…] le situazioni della madre e del padre non sono paragonabili, perché l’interesse della donna a interrompere la gravidanza o a rimanere anonima non può essere assimilato all’interesse di chi, negando la volontà diretta alla procreazione, pretenda di sottrarsi alla dichiarazione di paternità naturale

In queste poche righe si afferma che la volontà dell’uomo di rifiutare la paternità, moralmente non ha lo stesso valore di quella della donna.

Detto in altri termini la Corte entra nelle scelte personali di ciascuno, con la pretesa di stabilire a priori le ragioni che spingono uomini e donne a rifiutare lo status di genitore, e stabilisce che mentre la donna è spinta da ragioni nobili, di indigenza o relazionali, l’uomo è sempre spinto da ragioni egoistiche legate alla volontà di sottrarsi agli obblighi economici e alle responsabilità che derivano dalla filiazione.

Si tratta di una sentenza storica per la portata di quello che afferma. Essa statuisce la sottomissione morale dell’uomo alla donna che apre, di conseguenza, a quella giuridica, di diritto. Sulla base di questo principio qualsiasi comportamento, lo stesso comportamento, compiuto da un uomo e da una donna potrebbe essere valutato diversamente, anche davanti alla legge. Siamo vicini ad una sorta di diritto speciale, che sebbene già applicato di nascosto, potrebbe venire ufficializzato. C’è da avere paura, e non poco.

Il maschicidio esiste: una risposta ad Abbatto i Muri

stopdomesticviolence

Rispondiamo oggi a un articolo di Abbatto i Muri che cerca di fare negazionismo sulle vittime maschili di violenza e omicidio domestici. Il titolo già dice tutto: “Il maschicidio non esiste”.

Oltre a questa assai discutibile asserzione, l’autrice condisce il tutto con numerose affermazioni malevoli, false e fuorvianti.
Esaminiamo allora quanto scritto nel testo e commentiamolo per verificarne la veridicità. Iniziamo!

“Ogni volta che si parla di femminicidio puntualmente arriva il maschilista o la maschilista di turno a parlare di m@schicidio. Il fatto è che non esiste. Vi spiego perché.”

1) Giusto, se uno parla di persone che soffrono è sicuramente un maschilista, eh! Se uno parla di persone che vengono uccise, magari dopo anni e anni di abusi subiti, sicuramente è una persona orribile e senza cuore… non è che forse si stanno proiettando sugli altri degli aspetti oscuri di sé? Nonono, i femministi sono tutti persone splendide che combattono per i diritti di tutti, veramente antisessisti, mica scrivono articoli negando la violenza su persone appartenenti a un dato genere! *sarcasmo*.

2) Ma… il motivo della chiocciola nella parola maschicidio?

“I maschi non sono vittime in quanto maschi. Nessuno li uccide perché maschi, diversamente dai delitti che riguardano gay, lesbiche, trans, donne.”

1) Se si usa il termine “maschi” si deve far corrispondere il termine “femmine”. Se si usa il termine “donne” si deve far corrispondere il termine “uomini”.

2) In realtà invece sì, gli uomini vengono scelti più spesso come vittime di omicidio proprio per via del loro genere. Numerosi studi psicologici hanno infatti riscontrato che le persone siano più propense a sacrificare un uomo che una donna quando si tratta di salvare la vita degli altri e nel perseguire i propri interessi personali. Questo si riflette nella percentuale delle vittime di omicidio, infatti sia uomini omicidi che donne omicide tendono a uccidere una percentuale maggiore di uomini che di donne.

Fonte:
[O. FeldmanHall, T. Dalgleish, D. Evans, L. Navrady, E. Tedeschi, D. Mobbs. Moral Chivalry: Gender and Harm Sensitivity Predict Costly Altruism. Social Psychological and Personality Science, 2016; DOI: 10.1177/1948550616647448.]

3) L’assimilazione tra donne e minoranze come persone gay, bisessuali e transgender, da uomo gay, posso dire che mi fa davvero orrore?
Stiamo comparando il 5% della popolazione, che ovviamente subisce tutti gli svantaggi delle minoranze, con il 50% della popolazione (le donne). Che senso ha?
Le donne non sono una minoranza. Le donne etero cisgender non fanno parte della comunità LGBT+, mi dispiace dare questa “brutta notizia” ma è ora di svegliarsi e osservare la realtà.
Le. Donne. Non. Sono. Minoranze.
Pertanto l’assimilazione tra donne e persone LGBT+ è illogica.

“Non esiste in ambito sociale una teoria che punta alla sottomissione dei maschi. E’ il maschilismo che punta alla sottomissione di donne, gay, lesbiche, trans e uomini che non corrispondono al modello di mascolinità voluto dalla cultura maschilista.”

Il tradizionalismo bisessista (che voi chiamate erroneamente “maschilismo”) opprime sia uomini che donne.
Quindi sì, esiste una teoria che punta alla sottomissione dei maschi, è il sistema tradizionalista, che vede le donne come soggetti infantilizzati (- libertà e + tutela) e tratta gli uomini come oggetti sacrificabili (+ libertà e – tutela).
La sottomissione totale deriva da una mancanza sia di libertà che di tutela, pertanto sia uomini che donne sono stati sottomessi parzialmente e in maniera complementare dal sistema tradizionalista/bisessista: le donne che non corrispondevano al modello di femminilità egemonica, e gli uomini che non corrispondevano al modello di mascolinità voluto dalla cultura tradizionalista (e non maschilista), sono entrambi stati oppressi con pari gravità.

Il femminismo, negando l’aspetto del bisessismo che opprime gli uomini (ginocentrismo) ma riconoscendo solo quello che opprime le donne (maschilismo), al punto da chiamare TUTTO il sistema bisessista solo come questa metà, ha de facto appoggiato il sistema tradizionalista-bisessista nel suo aspetto ginocentrico.
Rappresenta quindi un tradizionalismo 2.0 spurgato dal maschilismo, un ginocentrismo più puro rispetto al ginocentrismo “bilanciato” dal maschilismo del bisessismo originario.

Quindi non solo esiste un sistema che punta a opprimere gli uomini. Ne esistono 2. Uno originario (tradizionalismo bisessista) e uno successivo (femminismo) che appoggia la metà misandrica del primo.

“Non esistono leggi né esiste una cultura che giustifica i delitti contro i maschi. Esistono invece leggi e culture che colpevolizzano le donne quando esse subiscono uno stupro o sono vittime di femminicidio.”

Ma stiamo scherzando, che ancora in moltissimi Paesi il reato di stupro sugli uomini non esiste?!
Stiamo scherzando, che ogni volta che un uomo è vittima di violenza da parte di una donna o viene deriso o subisce i vari “ah ma chissà cosa avrà fatto”, “evidentemente lei si sarà difesa”, “gli uomini non possono essere stuprati”, e così via?!

Questi pregiudizi contro gli uomini si esplicitano in un sessismo giuridico, per cui una donna che uccide il marito ha molta più possibilità di essere rilasciata rispetto a un uomo che uccide la moglie (il che a sua volta va a sballare tutte le statistiche farlocche che pongono il femminicidio come più frequente rispetto al maschicidio, visto che si basano sulle stime delle incarcerazioni le quali, come stiamo vedendo, sono piene zeppe di bias).

Questo sessismo giuridico è dimostrato da numerosi studi. Ad esempio, Theodore R. Curry e colleghi dell’University of Texas hanno trovato l’evidenza che i delinquenti che vittimizzavano femmine ricevevano condanne sostanzialmente più lunghe dei delinquenti che vittimizzavano maschi. I risultati mostrano anche che gli effetti del genere delle vittime sulla lunghezza delle sentenze sono condizionate dal genere dell’autore del reato, in modo tale che i delinquenti maschi che vittimizzavano le femmine ricevevano le condanne più lunghe di qualsiasi altra combinazione genere della vittima/genere dell’autore del reato”.

Addirittura secondo le statistiche del Dipartimento di Giustizia statunitense (che inizialmente non divise questo dato a seconda del genere, ma grazie ad Alan Dershowitz del Washington Times, che chiese agli autori di farlo, vennero alla luce i risultati), le donne che uccidono i propri mariti hanno il 12,9% di probabilità di essere assolte e il 17% di ottenere la libertà condizionale, mentre i mariti che uccidono le mogli hanno solo il l’1,4% di possibilità di essere assolti e appena l’1,6% di ottenere la libertà condizionale. Inoltre, le donne colpevoli di aver ucciso i propri mariti ricevono una condanna media di 6 anni, mentre gli uomini colpevoli di aver ucciso le proprie mogli ricevono una condanna media di 17 anni. (Per comparazione, la sentenza media per l’omicidio di un non-familiare, negli USA, è di 14,7 anni).

Fonti:

[Theodore R. Curry, Gang Lee, S. Fernando Rodriguez (2004). Does Victim Gender Increase Sentence Severity? Further Explorations of Gender Dynamics and Sentencing Outcomes. Crime & Delinquency 50:319–43.]

[Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: Equal Rights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, Cato Institute, June 19, 1996.]

“Nessuno ha mai detto di un uomo che – se stuprato – se l’è cercata.”

Dire che se l’è cercata vuol dire “l’atto è grave ma lui ha provocato”.
Il problema è che l’atto, nel caso della vittima maschile di stupro, non è considerato grave.
Viene deriso. Viene considerato impossibile (nonostante numerosi studi mostrino che l’erezione possa essere ottenuta anche con emozioni intense come rabbia e terrore, tipiche dello stupro, e nonostante non sia necessaria l’erezione per stuprare qualcuno perchè uno stupro non si calcola in base al soddisfacimento dello stupratore – o della stupratrice in questo caso – relativamente alle “performance” della vittima). Viene considerato “non grave”.

Il doppio standard avviene non solo per gli adulti, ma addirittura per i bambini! Per capire, non si dice solo “ah non è grave quanto uno stupro di una donna” a un uomo stuprato, lo si afferma anche quando a essere stuprato da una donna è un bambino (“non è grave quanto uno stupro effettuato da un uomo”, pensano numerosi professionisti, anche a parità di abuso e intensità). Questo è testimoniato da numerosi studi. Ne cito solo uno per evitare di appesantire il testo, sebbene ce ne siano a bizzeffe:

“Un’indagine è stata condotta sugli investigatori sulla protezione dell’infanzia, specificamente servizi sociali e polizia, per capire se sono equamente propensi a prendere sul serio un caso di abusi sessuali su minori se è stato perpetrato da una donna piuttosto che da un uomo. Inoltre, per esaminare se le decisioni relative ad abusi perpetrati da donne erano predette dalla percezione dei partecipanti del ruolo sessuale delle donne e dei loro atteggiamenti in relazione al comportamento sessualizzato delle donne nei confronti dei bambini. […] Mentre i professionisti di protezione dei bambini consideravano gli abusi sessuali perpetrati da donne come un grave problema che giustificava un intervento, una serie di decisioni sostenute suggerivano che essi non consideravano l’abuso perpetrato da una donna essere così grave come l’abuso perpetrato da un uomo. L’implicazione è che le vittime di abusi sessuali perpetrati da una donna possono avere meno probabilità di ricevere la protezione offerta alle vittime di abusi perpetrati da un uomo. Inoltre, le pratiche dei professionisti possono inavvertitamente perpetuare la visione che l’abuso sessuale infantile femminile sia raro o meno dannoso dell’abusi compiuto da maschi”.

Fonte:
[Hetherton J, Beardsall L. Decisions and attitudes concerning child sexual abuse: does the gender of the perpetrator make a difference to child protection professionals? Child Abuse Negl. 1998 Dec;22(12):1265-83.]

Lo stupro sugli uomini viene considerato un argomento di cui ridere addirittura in numerosi film. Film che a parti invertite avrebbero suscitato scandalo:

male rape

“Nessuno ha mai detto di un uomo che – se ucciso – se l’è cercata.”

Questa è cecità volontaria, non c’è altra spiegazione.
L’under-reporting della violenza sugli uomini è moooolto più alto di quello della violenza sulle donne, proprio perchè la gente pensa che gli uomini se la siano cercata, o peggio ancora, che siano loro i carnefici anche quando in realtà sono le vittime.
Moltissimi giudici sono pronti a credere a una donna che ha appena assassinato il marito, in pieno conflitto di interessi (sapendo che tanto “dead men tell no tales”, i morti non parlano), sono pronti a credere che sia stata lei la vittima… e devo leggere gente che afferma che “nessuno ha mai detto di un uomo ucciso che se l’è cercata”?! L’hanno detto numerosi giudici, ecco chi l’ha detto detto! Per via del loro pregiudizio, della propaganda e dei loro paraocchi.

assolta

“I delitti che coinvolgono gli uomini non sono commessi per addomesticare il genere maschile. Hanno a che fare con altro. Casomai ci sono delitti contro uomini che non vogliono interpretare il ruolo di maschio così come i maschilisti vogliono.”

1) Anche le donne sono tradizionaliste (o “maschiliste”, come dite erroneamente voi), quindi uomini e donne sono parimenti responsabili di questi ruoli che la società ha affibiato ai maschi.

2) Nemmeno i delitti che coinvolgono le donne sono commessi per addomesticare il genere femminile.
Pensare che un delitto che coinvolge persone che si conoscono sia rappresentativo delle dinamiche di genere è la cosa più antiscientifica che abbia mai sentito.
Una correlazione, per essere valida, deve evitare gli errori sistematici, e tra questi errori vi è anche lo scambiare una variabile confondente per quella che si vuole controllare; farlo porterebbe a un’associazione spuria.
Se vogliamo valutare la variabile “genere” allora dobbiamo evitare che si confonda con questioni personali di gente che si conosce. Dobbiamo quindi farlo tra estranei (ma hey, tra estranei sono gli uomini a essere uccisi maggiormente, come detto prima, perciò non vi farebbe molto comodo…), non in situazioni dove il ruolo di donna viene a confondersi con il ruolo di persona conosciuta, parte della famiglia, con un carattere di un certo tipo, e così via.
Come si può distinguere il fattore “genere” da altri fattori che si intersecano e che possono interferire nell’analizzare la correlazione? E’ scientificamente assurdo! A “metodologia della ricerca” prendereste 0 spaccato, care mie femministe!

In più, la violenza domestica non è correlata ai ruoli di genere o al tipo di società. L’idea che lo sia, detta “paradigma di genere”, è considerata una pseudoscienza, o, impiegando le parole del dottor Dutton, “un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta”. Leggiamo assieme dallo studio di questo ricercatore:

“Il paradigma di genere è l’opinione che la maggior parte della violenza domestica (DV) sia perpetrata da maschi contro femmine (e bambini) al fine di mantenere il patriarcato. Basata sulla sociologia funzionalista, è stata la prospettiva prominente sulla DV in Nord America e in Europa occidentale, influenzando la politica di giustizia penale per la DV, la comprensione giuridica della DV, la disposizione giuridica dei perpetratori di DV a gruppi psicoeducativi, e le decisioni di affidamento. L’evidenza della ricerca contraddice ogni importante principio di questo sistema di credenze: la DV femminile è più frequente della DV maschile, anche nei confronti di partner non-violenti, non vi è alcuna relazione globale di controllo per la DV, e i perpetratori di abusi che usano la violenza del partner intimo (IPV) per motivi strumentali e coercitivi sono sia maschi che femmine. La ricerca che supporta il paradigma di genere è tipicamente basata su campioni auto-selezionati (vittime da rifugi di donne e uomini appartenenti a gruppi su incarico del tribunale) e poi impropriamente generalizzati alle popolazioni della comunità. Il paradigma di genere è un sistema chiuso, che non risponde ai grandi insiemi di dati di disconferma, e prende una posizione antiscientifica coerente con una setta. In questo articolo, ho confrontato le risposte di questa setta di genere con altre sette e l’ho contrasto con una risposta scientifica ai dati contraddittori.”

Fonte:
[D.G. Dutton (2010). The Gender Paradigm and the Architecture of Anti-science. Partner Abuse, 1(1), 5-25.]

“Se i maschi potessero abortire la legge l’avrebbe già consentito secoli fa.”

In realtà anche quando le donne non avevano il diritto all’aborto, avevano le ruote degli esposti prima e l’adozione anonima in ospedale poi.
Gli uomini non avevano e ancora oggi non hanno il diritto alla rinuncia di paternità durante il periodo in cui – da quando è stato reso legale – la donna può abortire, e la donna può lasciare il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare il padre, ovvero senza lasciargli la possibilità di crescere il proprio figlio già nato da solo come genitore unico.
La stessa Cassazione si è pronunciata: il provvedimento è il numero 13880/17 del 1.06.2017, emanato in seguito ad un ricorso di un padre che lamentava proprio questa indegna disparità di trattamento.
La Cassazione ha stabilito, in palese violazione con l’art. 3 della Costituzione, che tale discriminazione non è una discriminazione, e che il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio; la madre invece, oltre a poter esercitare l’aborto, ha il diritto al parto anonimo e a non far conoscere le proprie generalità sino alla morte.

Quindi questo punto non è solo errato, è esattamente il contrario.
Per una donna il consenso al sesso non è consenso alla riproduzione, mentre per un uomo il consenso al sesso è anche consenso alla riproduzione.
Doppio standard e palese violazione dei diritti riproduttivi maschili, che non vengono riconosciuti, altro che “la legge l’avrebbe già consentito secoli fa”.

“Se i maschi subissero stupri usati come armi da guerra ci sarebbe stato subito un processo internazionale per condannare questa pratica.”

In realtà numerose ricerche mostrano che gli uomini sono la maggioranza delle vittime di stupri in guerra.

In più, secondo uno studio della ricercatrice Lara Stemple dell’Università della California, su 4.076 OGN che trattano di violenza sessuale nei conflitti armati, solo il 3% menziona l’esperienza degli uomini e “normalmente”, dice la Stemple, “come riferimento passeggero”.

Inoltre le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli uomini come vittime di violenza sessuale nei conflitti armati solamente nel 2013, dedicando loro meno di una riga.

Fonti:

La violación del varón: el secreto más oscuro de la guerra

La discriminación masculina en 51 memes (con fuentes)

“Se ai maschi fosse stato sempre impedito di poter esigere soddisfazione per il proprio desiderio sessuale lo stupro sarebbe legale.”

Qui si va proprio nella fantasia più totale…

“Nessuno ha mai negato l’esistenza del piacere maschile. Il piacere delle donne invece è sempre stato considerato come dipendente da quello maschile o del tutto inesistente.”

Il piacere maschile è stato considerato di più e in generale l’adulterio è stato considerato meno lieve per gli uomini (ma neanche sempre, perchè per la Chiesa era parimenti grave, e nei Paesi Islamici più uomini che donne sono lapidati per adulterio) perchè gli uomini avevano l’obbligo a mantenere il bambino nato dall’adulterio se scoperti e al contempo dovevano continuare a mantenere la moglie e i figli legittimi. La moglie invece non aveva l’obbligo a mantenere nessuno e ciò creava non pochi casini a livello economico in caso di adulterio.
Il piacere viene o non viene enfatizzato a seconda di quanto tale piacere sia o non sia incasellabile all’interno di un sistema in cui economicamente la famiglia abbia una qualità di vita accettabile e quindi non rischi di non sopravvivere.
Prima del piacere sessuale esiste la necessità di vivere, di campare, di mangiare e di bere. Prima del sesso, serve il pane.

“Se i maschi fossero obbligati a restare a casa a badare ai figli e alla moglie tutti marcerebbero per la loro liberazione.”

Essere obbligati a lavorare per mantenere sé stessi, figli, moglie, affitto o mutuo, e così via, passando le giornate anche in condizioni inumane e rischiando di morire (la stragrande maggioranza dei morti sul lavoro è uomo), è ugualmente oppressivo.

Attualmente, gli uomini *non* possono diventare casalinghi. Gli uomini non hanno questa scelta, perchè le donne hanno potuto lavorare ma non hanno ricevuto la pressione a mantenere che hanno gli uomini, e che li porta a essere la quasi totalità dei suicidi per motivi economici.

Gli uomini casalinghi vengono stigmatizzati molto più delle donne che lavorano.

Gli uomini hanno solo una scelta, lavorare, lavorare, lavorare, perchè nessuna donna li manterrebbe permettendo loro di pesare economicamente su di lei.
Infatti la stragrande maggioranza dei senzatetto è uomo proprio per questo.
Le donne possono scegliere di lavorare, di lavorare part time e farsi mantenere in parte, o di farsi mantenere interamente.
Gli uomini, al contrario, non possono scegliere. Se la moglie lavora mantengono solo sé stessi, se non lavora mantengono sia loro stessi che la moglie, e se lavora part time mantengono sia loro stessi che in parte la moglie.
Non hanno davvero scelte come invece ce le hanno le donne.

“Se i maschi fossero uccisi al ritmo di uno ogni tre giorni, perché lei non è in grado di accettare che lui dica di no e la lasci, ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione legislativa per salvaguardarne le libertà.”

In realtà i maschi sono uccisi quanto le femmine in ambito di violenza domestica, non a caso gli studi sulla violenza grave segnano parità di conseguenze e un pari numero di vittime tra uomini e donne.

Questa percentuale non la ritroviamo invece solo nei numeri degli arresti e delle incarcerazioni, ma è ovvio: come abbiamo visto prima, le donne a parità di reato sono incarcerate e arrestate di meno degli uomini, quindi è evidente che numerose assassine vaghino a piede libero proprio per colpa dei bias sui maschi dipinti come unici violenti.
Basta dire “mi sono solo difesa!”, il morto in quanto morto non risponde, e via…

Grazie femministe, grazie, che rendete la vita di tutti più sicura lasciando delle assassine a piede libero! *sarcasmo*

“Di fatto quando lui lascia lei è più facile che l’altra uccida la partner con la quale lui ha scelto di restare. Non lui ma l’altra.”

Vorrei proprio sapere quale sia la fonte di questa affermazione. Immagino: la mente creativa dell’autrice.

“Quando lui ha un problema con un altro uomo è la donna di turno che viene stuprata o uccisa per punire lui. Stuprare lei è il modo in cui certi uomini si puniscono a vicenda perché la donna non è vista in altro modo se non come oggetto appartenente a qualcuno.”

Propongo a questa signora di darsi al fantasy, perchè ha idee niente male!

“Se un uomo abbandona un figlio nessuno lo stigmatizza. Se una donna fa lo stesso invece lo fanno, eccome.”

Stiamo scherzando?!? Ma se esiste addirittura UNA LEGGE che permette l’abbandono del figlio al momento del parto (il “parto in anonimato”), e che non ha equivalenti maschili?
Ma di che stiamo parlando, su… evitiamo di scadere nel ridicolo…

“Se un uomo uccide i figli si dice che era fortemente depresso perché lei voleva lasciarlo.”

Ma per piacere, che appena una madre compie un infanticidio, anche senza valutazione psichiatrica, scatta in automatico lo sconto di pena perchè “sicuramente avrà depressione post-parto”?
Ripeto, anche senza valutazione psichiatrica. E’ una cosa gravissima. E ovviamente per il padre un equivalente legale non c’è.
Questo nonostante la depressione post-partum affligga circa il 10% dei padri tra i 3 e i 6 mesi seguenti al parto e i padri sperimentino normalmente dolore e perdita in caso di morte del bambino in gravidanza.

Fonti:

Paulson, J. F. (2006). Individual and combined effects of postpartum depression in mothers and fathers on parenting behavior. Pediatrics, 118 (2), 658–668.

Paulson, J. F. (2010). Prenatal and postpartum depression in fathers and its association with material depression: A meta-analysis. Journal of the American Medical Association, 303 (19), 1961–1969.

Rinehart, M., & Kiselica, M. S. (2010). Helping men with the trauma of miscarriage. Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, 47(3), 288–295.

Nonostante questo, ripeto, si prende solo in considerazione il malessere della madre.
La nostra legge sull’infanticidio (Art. 578 del Codice Penale), ad esempio, dà pene minori alla madre (reclusione da 4 a 12 anni) rispetto al padre e agli sconosciuti (reclusione non inferiore ad anni 21).

Cito da [Susan Hatters Friedman, Phillip J. Resnick. Child murder by mothers: patterns and prevention. World Psychiatry. 2007 Oct; 6(3): 137–141.]:

“Le leggi sull’infanticidio spesso riducono la pena per le madri che uccidono i loro bambini fino a un anno di età, in base al principio che una donna che commette infanticidio lo fa perché “l’equilibrio della sua mente è disturbato a causa del suo non essersi pienamente recuperata dall’effetto di dare alla luce il bambino” (41). Il British Infanticide Act del 1922 (emendato nel 1938) permette alle madri di essere accusate di omicidio colposo e non di omicidio volontario se soffrono di un disturbo mentale. La legge è stata originariamente basata sul concetto obsoleto di follia dell’allattamento [lactational insanity, n.d.t.], ma il desiderio del pubblico di giustificare le donne sulla base della simpatia ha causato una riluttanza a modificare la legge dopo che la teoria della follia dell’allattamento è stata screditata. Le donne colpevoli di infanticidio spesso ricevono libertà vigilata e rinvio verso trattamenti per la salute mentale, piuttosto che il carcere (41).
Approssimativamente due dozzine di paesi hanno attualmente leggi sull’infanticidio (Australia, Austria, Brasile, Canada, Colombia, Finlandia, Germania, Grecia, Hong Kong, India, Italia [sì, il nostro Paese, n.d.t.], Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Norvegia, Filippine, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito (12,19,21,41,63)). La maggioranza delle nazioni che hanno leggi sull’infanticidio ha seguito il precedente britannico e ha diminuito la pena per le madri che uccidono figli sotto un anno di età. Tuttavia, la definizione legale di infanticidio varia tra i Paesi. L’uccisione di bambini fino a dieci anni è inclusa in Nuova Zelanda (21).
In pratica, però, le donne condannate per infanticidio in Inghilterra molte volte non hanno una significativa malattia mentale come tecnicamente richiesto dalla legge (64). Gli oppositori della leggi sull’infanticidio sottolineano che ai padri viene concessa molto meno clemenza. Un padre che è altrettanto psicoticamente depresso come una madre, che uccide il suo bambino di 10 mesi in una credenza psicotica altruistica con un associato tentativo di suicidio, non dovrebbe essere trattato in modo diverso rispetto ad una madre che si trova in una situazione simile. Alcune femministe criticano le leggi sull’infanticidio per star “patologizzando il parto”. Ritengono che creando tale eccezione si nega loro la stessa capacità di auto-governo attribuito agli uomini (65). Inoltre, è illogico che una madre che in preda alla psicosi post-partum abbia ucciso il suo neonato e il suo figlio di due anni debba essere accusata di infanticidio/omicidio colposo per l’omicidio del neonato e di omicidio volontario per l’omicidio del figlio di due anni. Se gli Stati Uniti avessero avuto una legge dell’infanticidio, Andrea Yates non si sarebbe qualificata, perché oltre al suo infante uccise i suoi quattro bambini più grandi. Una madre psicotica acuta che ha ucciso il suo bambino di 13 mesi non si qualificherebbe per la legge sull’infanticidio in Inghilterra, mentre una madre che ha martoriato il suo bambino di 11 mesi potrebbe farlo.

Tutta questa orrenda situazione parte dall’idea che il figlio sia di proprietà della madre.
Oltre a un cambiamento legislativo, quindi, è necessaria anche una svolta nella mentalità della società. E’ tempo per la società di smettere di dire “donne e bambini” come se questi ultimi fossero di proprietà della madre, perchè i padri amano i loro bambini tanto quanto le madri.

“Se un uomo fosse discriminato nel mondo del lavoro e le donne fossero scelte di più, pagate meglio, ci sarebbe già una legge che vieterebbe queste discriminazioni.
La società è costruita attorno ad un modello elaborato affinché gli uomini godano di privilegi e continuino a sottomettere donne, gay, lesbiche, trans. Non c’è in atto uno sterminio di uomini per mano delle donne.”

1) Nel passato le donne erano pagate di meno perchè, visto che gli uomini erano gli unici ad avere l’obbligo a mantenere le mogli, pagare le donne quanto gli uomini voleva dire rischiare di togliere il posto a un uomo, fare concorrenza a lui. E quando fai concorrenza a una persona da cui altre persone dipendono economicamente, fai un danno non solo a lui, ma anche a sua moglie e ai suoi figli.
Questo è il motivo per cui in passato le donne venivano pagate meno. Perchè *in quel sistema* danneggiavano la moglie altrui.

Ma adesso quel periodo è passato, infatti la parità salariale è obbligatoria dal 1977 con la legge 9 dicembre 1977, n. 903 “Parità di trattamento tra donne ed uomini in materia di lavoro” voluta da Tina Anselmi.

Cito:
“Art. 2. La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne.”

Affermare che tale divario salariale persista attualmente, vuol dire affermare che i sindacati facciano i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro inserendovi il gender pay gap all’interno, il che è assurdo ed è facilmente smentibile.

2) Ripeto, non c’è alcun collegamento tra donne e persone LGBT+. Lo riaffermo da persona LGBT+. Cara autrice donna cisgender etero, cara ragazza cishet… non sei una minoranza.
Sii felice, perchè la vita per le persone LGBT+ è dura.
Associare le donne a una minoranza vuol dire sfruttare l’oppressione effettiva delle persone LGBT+ per propagandare la teoria dell’esistenza di un fantomatico patriarcato che invece non è mai esistito.

Ciò che è esistito, semmai, è stato un Bisessismo (che adesso rischia di trasformarsi in un Ginocentrismo, visto che si sta agendo solo per liberare le donne ma non si sta facendo nulla per liberare gli uomini).

3) Per rispondere al tuo “La società è costruita attorno ad un modello elaborato affinché gli uomini godano di privilegi e continuino a sottomettere donne”, ti faccio capire come mai non sia così comparando un effettivo esempio di ipotetica società maschilista (mai attuato, perché nessuna società è mai stata “solo maschilista”) con uno maschilista+ginocentrico, ovvero bisessista.

Ecco a te:

1. IL VOTO
CON IL MASCHILISMO:
Con il suffragio universale, gli uomini avrebbero potuto votare e le donne sarebbero state obbligate alla leva militare;
con il suffragio censitario, le donne avrebbero pagato delle tasse sulle ricchezze, sui terreni e/o una tassa di voto, ma avrebbero votato gli uomini.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Con il suffragio universale maschile, le donne non votavano ma in cambio gli uomini erano obbligati alla leva militare;
con il suffragio censitario maschile, le donne non votavano ma in cambio gli uomini erano obbligati al pagamento delle tasse sulle loro ricchezze, sui terreni e/o a una tassa di voto.

2. LAVORO E CASALINGHE
CON IL MASCHILISMO:
Le donne avrebbero avuto l’obbligo a mantenere gli uomini e a lavorare, avrebbero avuto anche l’obbligo ad eseguire i lavori domestici e di cura dei figli, avrebbero consegnato agli uomini i loro guadagni, e loro avrebbero potuto controllarli autorizzando ogni compravendita della moglie.
Gli uomini avrebbero potuto lavorare, farsi mantenere o un po’ e un po’, a loro discrezione.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne non potevano lavorare ma gli uomini non potevano fare i casalinghi, gli uomini avevano l’obbligo a eseguire i lavori fuori casa e le donne a eseguire quelli domestici, l’uomo doveva controllare la compravendita della moglie non per una sua tirannia ma per evitare che spendesse i soldi deputati al suo mantenimento, che era un obbligo che il marito aveva nei confronti della moglie. Gli uomini, al contrario, non potevano essere mantenuti.

3. STUDIO
CON IL MASCHILISMO:
Gli uomini avrebbero potuto studiare quello che volevano, e avrebbero avuto un vantaggio sulle donne, che avrebbero comunque avuto l’obbligo a mantenerli anche se gli uomini avessero scelto lavori non-manuali, non-rischiosi, e a maggior reddito di quelli delle donne.
Questo avrebbe reso le donne la maggioranza dei morti sul lavoro.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Gli uomini potevano studiare perché lo studio poteva aumentare la qualità del lavoro che avrebbero svolto, ciò avrebbe aumentato il loro guadagno e quindi la qualità di vita della donna mantenuta dal lavoro dell’uomo.
Le donne non venivano fatte studiare con la stessa frequenza perché un lavoro dato a una persona senza obbligo a mantenere toglieva un posto di lavoro a una persona obbligata a mantenerne un’altra (la propria moglie).
Nonostante ciò, la maggioranza della popolazione maschile nel passato non poteva accedere a un percorso di studi, e quindi doveva scegliere lavori manuali e rischiosi, e allora come ancora oggi la quasi totalità dei morti sul lavoro è di sesso maschile.

4. EREDITA’
CON IL MASCHILISMO:
Solo gli uomini avrebbero potuto ricevere l’eredità ma le donne avrebbero dovuto comunque mantenerli.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Solo gli uomini ricevevano l’eredità, ma quest’ultima veniva spartita con la moglie.
Se anche le mogli avessero potuto ereditare, infatti, avrebbero avuto sia l’eredità propria che quella del marito, poiché egli aveva l’obbligo a condividerla con la moglie per provvedere al suo mantenimento.

5. VIOLENZA
CON IL MASCHILISMO:
La violenza sugli uomini sarebbe stata considerata molto più grave e reato di genere, mentre quella sulle donne sarebbe stata invisibilizzata.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
La violenza sulle donne in passato era punita talvolta meno severamente rispetto ad oggi, ma quella sugli uomini era ed ancora oggi è completamente invisibilizzata e derisa.
In alcuni sistemi tradizionalisti, come quello fascista Franchista, esisteva un sistema legale chiamato “desprecio de sexo” per cui si attuava un’aggravante se l’autore di un crimine violento era un uomo e la vittima era una donna.

6. STUPRO
CON IL MASCHILISMO:
Lo stupro sulle donne non sarebbe stato considerato reato, sarebbe stato deriso, mentre lo stupro sugli uomini sarebbe stato considerato in primis attuabile (cosa che effettivamente è, sebbene molte persone ignoranti credano il contrario) e soprattutto reato di genere peggiore dell’omicidio.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Lo stupro sulle donne era considerato tale non per il consenso ma per la violenza fisica, ma lo stupro di questo tipo era riconosciuto solo alle donne.
Gli uomini stuprati da donne, invece, non possono ancora denunciare in numerosi Paesi, dove tale atto non è considerato reato, e veniva/ancora viene invisibilizzato e ridicolizzato.

7. DISPARITA’ GIURIDICHE
CON IL MASCHILISMO:
Le testimonianze femminili avrebbero avuto un peso minore rispetto a quelle maschili, e in più le donne avrebbero patito un sessismo giuridico subendo pene più severe e maggiori possibilità di incarcerazione.
Le donne sarebbero state viste come il sesso violento e molte persone avrebbero negato la disparità nelle sentenze affermando che “le donne non sono discriminate, sono semplicemente più inclini a compiere atti violenti”.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le testimonianze femminili avevano un peso minore rispetto a quelle maschili, ma gli uomini pativano e ancora patiscono un sessismo giuridico subendo pene più severe e maggiori possibilità di incarcerazione.
Gli uomini sono ancora visti come il sesso violento e molte persone negano la disparità nelle sentenze affermando che “gli uomini non sono discriminati, sono semplicemente più inclini a compiere atti violenti”.

8. LIBERTA’ DI MOVIMENTO E PROTEZIONE IN CASO DI AGGRESSIONE
CON IL MASCHILISMO:
La donna sarebbe potuta uscire solo se accompagnata o con il permesso del marito, ma durante l’uscita a lei sarebbe toccato il compito di proteggere il suo uomo da eventuali aggressioni, agendo da scudo umano. In caso di mancata protezione, solo su di lei sarebbe si sarebbe scatenato il biasimo della gente per non averlo fatto.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne, in Arabia Saudita e altri Stati soprattutto nel passato, potevano uscire solo se accompagnate o con il permesso del marito, ma durante l’uscita a lui toccava il compito di proteggere la sua donna da eventuali aggressioni, agendo da scudo umano. In caso di mancata protezione, solo su di lui si scatenava il biasimo della gente per non averlo fatto.

9. DIRITTI RIPRODUTTIVI
CON IL MASCHILISMO:
Gli uomini avrebbero potuto rinunciare alla paternità, sia durante la gravidanza (paternità legale) che dopo la nascita, lasciando il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare la madre.
Le madri invece non avrebbero avuto il diritto all’aborto né alla rinuncia di maternità.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Le donne non avevano il diritto all’aborto, ma avevano le ruote degli esposti prima e l’adozione anonima in ospedale poi.
Gli uomini non avevano e ancora oggi non hanno il diritto alla rinuncia di paternità durante il periodo in cui – da quando è stato reso legale – la donna può abortire, e la donna può lasciare il figlio in ospedale con adozione anonima senza obbligo di avvisare il padre, ovvero senza lasciargli la possibilità di crescere il proprio figlio già nato da solo come genitore unico.

10. SLUTSHAMING E VIRGINSHAMING
CON IL MASCHILISMO:
Un uomo vergine sarebbe stato osannato per la sua determinazione e purezza, un uomo libertino sarebbe stato osannato per la sua bravura con le donne.
Una donna vergine sarebbe stata disprezzata per la sua sfigataggine (anzi, scazzataggine), e una donna libertina sarebbe stata disprezzata per la sua promiscuità.

CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA:
Un uomo vergine viene disprezzato per la sua sfigataggine (virginshaming), mentre una donna vergine viene osannata per la sua purezza. Un uomo libertino viene osannato per la sua bravura con le donne, mentre una donna libertina viene disprezzata per la sua promiscuità (slutshaming).
Forme di slutshaming/pigshaming contro gli uomini e virginshaming contro le donne esistono, ma in misura nettamente minore.

In generale:

– CON IL MASCHILISMO: Le donne, dovendo fare sia lavoro riproduttivo che essere provider sacrificabili, sarebbero morte in numeri maggiori degli uomini, limitando fortemente la capacità riproduttiva della specie. Questa divisione iniqua delle mansioni avrebbe probabilmente causato una ribellione già dalla preistoria (e non solo nel 1800). In caso contrario, in periodi di forte crisi demografica essa avrebbe causato l’estinzione della specie umana.

– CON IL TRADIZIONALISMO BISESSISTA: Uomini e donne si dividevano le mansioni a partire dall’ovvia considerazione che il lavoro riproduttivo (parto e gravidanza) potesse essere svolto solo dalla donna. Ciò ha dato vita ai ruoli di genere, che pur comportando molti sacrifici per entrambi i sessi hanno permesso una collaborazione efficiente e la sopravvivenza in tempi difficili (ovvero, il 99,9% della durata della storia umana).
Oggi i ruoli di genere sono invece un retaggio obsoleto, poiché possiamo farne a meno.

Come ridurre la maggioranza maschile tra i morti sul lavoro

privilege oppression

Secondo i dati forniti dai giornali La Stampa e QuiFinanza, vi sono almeno 3 morti sul lavoro al giorno. Tra le professioni più a rischio troviamo:
l’agricoltore e il bracciante,
il muratore,
il cavatore,
l’operaio edile,
l’autotrasportatore (camionista),
il meccanico,
il magazziniere.

Molti sono intervenuti per migliorare le condizioni di sicurezza, ma quasi nessuno ha preso in considerazione la prospettiva di genere. Infatti la quasi totalità dei morti sul lavoro, come ben sappiamo, è maschile.

Conosciamo quindi teoricamente (sebbene la pratica sia tutt’altra cosa) come ridurre le morti sul lavoro in generale, ma come ridurre la maggioranza maschile tra le morti sul lavoro?

Molti oppositori del movimento MRA hanno infatti asserito che citare i morti sul lavoro sia inutile, visto che a loro dire noi non proporremmo niente per ridurne la portata tra gli uomini.
Abbiamo quindi deciso di rispondere a questa obiezione e fornire una serie di idee su come rendere i lavori connessi maggiormente ai decessi sul lavoro più appetibili al genere femminile, continuando al contempo lo sforzo già intrapreso nell’applicazione delle norme di sicurezza atte a ridurre il numero generale dei morti.

L’aumento della percentuale femminile in queste professioni già di per sé migliorerebbe la condizione dei lavoratori, visto che il ruolo di genere femminile è molto meno correlato all’assunzione di rischi rispetto a quello maschile, pertanto potrebbe esercitare un’influenza positiva sugli uomini del settore, spingendoli ad adeguarsi a uno standard di sicurezza più elevato.

Ovviamente esiste sempre il rischio che i lavori più pesanti o rischiosi vengano affidati agli uomini rispetto alle donne (il che ovviamente neutralizzerebbe la precedente influenza positiva della presenza femminile, e anzi peggiorerebbe la condizione dei lavoratori maschi). Per questo motivo, la presenza dei sindacati dovrebbe essere incrementata in modo che un lavoratore uomo possa sporgere reclamo qualora dovesse notare una differenza nei compiti assegnati a sé rispetto alle sue colleghe di sesso femminile.
Similmente, l’affissione di cartelli o targhe sul posto di lavoro che ricordino l’illegalità di una simile discriminazione anti-maschile nell’assegnazione dei compiti dovrebbe essere resa obbligatoria.

Oltre a un’azione in loco, è necessario spingere le bambine, sin da piccole, a vedere questi lavori come adatti anche alle femmine. Per fare ciò è possibile pensare a libri per bambini dell’asilo o a testi scolastici nelle elementari, medie e superiori in cui tutti i lavoratori nei settori agricolo, di estrazione e lavorazione dei materiali lapidei, edile, e tutti i muratori, meccanici, autotrasportatori e magazzinieri vengano rappresentati di sesso femminile.

Similmente, è necessario che anche le rappresentazioni nei più comuni film, libri, giornali, riviste, telegiornali, programmi televisivi e programmi radio via via includano sempre più personaggi femminili che abbiano intrapreso le suddette professioni. Anche le pubblicità dovrebbero spingere in tal senso.
Tutto ciò non per fingere una realtà che non esiste, ma per spingere le giovani donne all’emulazione di questi modelli, in modo da rendere poi effettiva tale rappresentazione.

Lo Stato dovrebbe inoltre fornire incentivi alle aziende che assumono donne facenti parte dei settori elencati e a più alta percentuale di morti sul lavoro, oltre che pubblicizzare con qualunque mezzo simili opportunità di lavoro per il pubblico femminile.

Un ultimo ostacolo può essere rappresentato dalle casalinghe, dalla pressione di numerosi uomini a mantenere le donne e di numerose donne a essere mantenute (o comunque a sposare/convivere con uomini con un reddito più alto del loro). Come abbiamo infatti visto in un precedente articolo, molte più donne che uomini sono casalinghe e, come rivelano numerose ricerche internazionali, molte più donne che uomini preferiscono farsi mantenere rispetto al mantenere il proprio partner, il che ovviamente riduce la motivazione femminile ad approdare verso lavori rischiosi.

Per questo motivo una doppia soluzione potrebbe essere rappresentata dal tassare le famiglie in cui un componente di sesso femminile di età adulta sia lavorativamente inattivo (da questa tassa si potrebbe poi ricavare l’introito per fornire gli incentivi alle aziende in settori ad alto rischio che assumano donne, di cui abbiamo parlato poco fa) ed eventualmente, al contempo, fornire un contributo economico alle famiglie in cui un componente di sesso maschile esegua attività di cura della casa e degli obblighi familiari a tempo pieno (ovvero faccia il casalingo).

Per riassumere, le possibili proposte per un riequilibrio delle percentuali di genere nelle professioni ad alto rischio, al momento sono:

  • Incremento della presenza dei sindacati sul posto di lavoro per permettere ai lavoratori maschi di segnalare discriminazioni misandriche nella divisione dei compiti;
  • Obbligo di affissione di cartelli o targhe che ricordino l’illegalità di una differenziazione per genere nell’assegnazione dei lavori;
  • Testi scolastici e libri per i bambini dell’asilo in cui tutti i lavoratori nei settori a rischio vengano rappresentati di sesso femminile;
  • Rappresentazioni di donne lavoratrici in settori ad alto rischio in film, libri, telegiornali, programmi televisivi, giornali, riviste e programmi radio;
  • Pubblicità (sia cartacee che televisive, cartelloni e via internet) che rappresentino donne lavoratrici in settori ad alto rischio;
  • Incentivi alle aziende dei settori a rischio che assumono donne;
  • Ampia pubblicizzazione delle opportunità di lavoro per le donne in questi ambiti;
  • Tassa sulle donne casalinghe e/o incentivi agli uomini casalinghi.

Dopo aver visto come fare, rispondiamo adesso all’obiezione che sicuramente sarà sorta nella mente di moltissimi avversari delle questioni maschili, ovvero “ah ma i morti sul lavoro non sono una questione di genere perché derivanti dalla maggior forza fisica maschile!1!”

Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili.
Se ci riflettiamo, infatti, possiamo renderci conto che la quasi totalità dei lavori ad alto rischio non implica uno sforzo fisico diretto di molto maggiore – pensiamo ad esempio ai carpentieri o agli antennisti -, bensì un porsi in situazioni appunto ad alto rischio. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve forza fisica; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.
E’ chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica: ha più senso ricondurre questa reazione al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.

Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi, lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile: carichi medi sono sostenibili indifferentemente da uomini e donne, e se un carico molto pesante magari può essere sollevato da due uomini può esserlo fatto altrettanto bene da tre donne.

Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

Ecco quindi che non ci sono scuse che possano impedire alla nostra società di avanzare verso un mondo in cui le morti bianche non siano più morti di genere.

 

:: Risposta alle obiezioni ::

Obiezione #1:

“L’idea che i problemi maschili si risolvano con ulteriori incentivi solo per donne è assurda perché si eliminerebbero semplicemente posti di lavoro per gli uomini: dobbiamo semmai incrementare la presenza maschile nei lavori a basso rischio, principalmente nell’insegnamento! Così, oltre a ridurre il numero di morti maschili sul lavoro, si affronta anche il problema del gender gap educativo!”

Risposta:

L’idea SAREBBE buona, ma purtroppo STORICAMENTE si è rivelata fallace.

Nel senso che già abbiamo avuto lavori a basso rischio a maggioranza maschile: gli psicologi una volta erano a maggioranza maschile, adesso a maggioranza femminile; una volta i maestri erano a maggioranza maschile (ricordiamo il libro “Cuore”?), adesso a maggioranza femminile; una volta gli iscritti a lettere erano a maggioranza maschile, adesso a maggioranza femminile, e così via.
Ma anche allora gli uomini erano la quasi totalità dei morti sul lavoro. Quindi ritornare al passato non ci aiuterà.

Però è vero che se hai 6 lavori ad alto rischio e 6 a basso rischio, se dai tutti e 6 quelli a basso rischio alle donne automaticamente dai tutti e 6 quelli ad alto rischio agli uomini; ed è anche vero che se oltre a quelli togli posti per uomini, gli uomini diventano senzatetto.
Ma perchè solo gli uomini diventano senzatetto?
Qual è il lavoro a più basso rischio di tutti, e che le donne non abbandonano?
Esatto: le casalinghe.
Le casalinghe sono alla base di tutto. Se togli le casalinghe, se spingi la società a far mantenere un uomo e una donna nella stessa percentuale, hai risolto.

Quindi sì, dare incentivi solo per donne in quei lavori è sbagliato SE non dai incentivi solo per uomini in lavori a basso rischio.
Ma questo vuol dire anche che dare solo per donne in quei lavori è GIUSTO se dai incentivi solo per uomini in lavori a basso rischio. Ed è ciò che ho richiesto io.
Sicuramente aumentare i maestri, gli psicologi, ecc. è utile per ridurre la percentuale di uomini che sono costretti a entrare nei lavori ad alto rischio, ma non è sufficiente: la soluzione principale è aumentare i casalinghi.

Perchè il lavoro ad alto rischio è proprio l’ultima spiaggia per mantenersi e mantenere la propria moglie/fidanzata/compagna/ecc.
Quindi se gli uomini non avranno più tutta questa pressione a mantenere, il lavoro ad alto rischio non sarà più “l’ultima spiaggia”: avranno la possibilità di fare i casalinghi.
E al tempo stesso, le donne stesse avranno meno “ultime spiagge” da casalinghe e più possibili ultime spiagge da operaie edili, ecc.

Quindi l’accoppiata incentivi per donne a lavori ad alto rischio + disincentivi per donne casalinghe secondo me è vincente.
Ovviamente solo incentivi per donne no.
Ma non ho mai proposto una cosa del genere.

Inoltre specifico che la tassa sulle casalinghe è un po’ una provocazione: non penso accetterebbero e forse è un po’ sessista, però magari cartelloni, campagne, ecc. per invitare le donne a mantenere… why not?

Obiezione #2:

“Quindi stai dicendo che aumentare il numero di donne diminuirà i morti sul lavoro?! Ma è follia! Dovremmo concentrarci sul migliorare le condizioni dei lavoratori e non sul genere! Solo questo ridurrà le morti!”

Risposta:

Non ho mai detto che PER ridurre i morti sul lavoro si debba aumentare la percentuale femminile tra i lavori ad alto rischio.

Ho detto, come da titolo, che per ridurre la MAGGIORANZA MASCHILE tra i morti sul lavoro si debba aumentare la percentuale femminile tra i lavori ad alto rischio.

Infatti noi non diciamo “ah ci stanno X morti sul lavoro uomini”. Diciamo “gli uomini sono il 99/98/a seconda dell’anno % dei morti sul lavoro”.

Questo vuol dire che se in un anno muoiono 2 persone, ma sono in lavori a maggioranza maschile, E’ OVVIO CHE SARANNO SEMPRE UOMINI A MORIRE.

Quindi sì, va fatta una lotta per diminuire le morti sul lavoro in generale, ma facendo SOLO quello la percentuale di uomini resterà comunque la stessa. Perchè fossero pure delle morti non prevenibili e minime rispetto al numero attuale, se l’insieme di partenza è costituito da uomini, quello di morti su tale insieme di partenza sarà comunque costituito da uomini.

Quindi diminuire i morti totali non basta per ridurre la percentuale di morti uomini.

Diverso ad esempio è per i suicidi, perchè se diminuisci il numero di uomini suicidi si equipara con quello di donne suicide. Ma per i morti sul lavoro non funziona così.

“Solo per donne”? Allora quello “per tutti” rendiamolo “solo per uomini”!

men take their space

Qualche anno fa ricordo di aver sentito una femminista lamentarsi di essere stata reindirizzata a un servizio per l’imprenditoria femminile da un altro servizio che invece tecnicamente era aperto a tutti.
Aveva reputato questo rinvio come un atto di sessismo contro le donne.
Ripensandoci adesso, mi rendo conto di come in realtà fosse invece l’esempio più lampante dell’anti-sessismo.
Non notiamo difatti che il servizio per l’imprenditoria femminile, che dunque esclude esplicitamente gli uomini, sia sessista?

E’ evidente quindi che, se si accetta l’esistenza di un servizio solo per donne, l’unico modo per tornare alla parità è che il servizio precedentemente aperto a tutti diventi solo per uomini, ovvero scoraggi le donne dal partecipare.

In fondo, la mutua esclusione non è più sessismo: dividere il bagno per gli uomini e quello per le donne non è sessismo, è segregazione, ma non segregazione sessista.
Dividere vagoni per uomini e vagoni per donne non è sessista, è segregazionista. Ma creare invece vagoni solo per donne senza corrispettivi vagoni solo per uomini è sia segregazionista che sessista, perché dà alle donne un servizio in più che agli uomini è invece negato.
Sicuramente il segregazionismo è un male da sconfiggere, ma è preferibile al segregazionismo sessista, che è un male ancora peggiore.

E’ quindi necessario, in presenza di uno spazio o di un servizio solo per donne, reclamare gli spazi o i servizi precedentemente aperti a tutti e renderli esclusi alle donne.

Aprono una palestra solo per donne e tu ne gestisci una? Rindirizza le donne a quella e accetta solo gli uomini.

Creano un vagone solo per donne e scacciano gli uomini che vi accedono? Riempi il vagone accanto di adesivi dove espliciti che è vietato/sconsigliato l’accesso alle donne e invita, quando ti è possibile, le donne che vi sostano a spostarsi nel “loro” vagone.

Non permettere che le donne entrino nel bagno o nello spogliatoio solo per uomini, se noti che loro non permettono che gli uomini entrino nel loro bagno o nel loro spogliatoio (ad esempio un padre per cambiare una bambina, come talvolta accade che una madre accompagni un bambino in quello degli uomini).

Per ridurre le file al bagno delle donne estendono quello degli uomini alle donne ma non viceversa? Entra anche tu in quello delle donne o in alternativa non permettere che entrino se loro non te lo permettono a parti invertite.

Creano servizi solo per donne e gestisci un servizio aperto a tutti? Invita le donne ad andare a quello specificatamente per loro e accetta solo uomini.

Potrei andare avanti all’infinito, ma non ha senso. Se il tuo caso non è in questo elenco, comprendi il principio e applicalo adattandolo alla tua situazione.

Il punto è sempre quello: reciprocità.
Se vicino a te creano un servizio che esclude gli uomini, hai tutto il diritto di rendere il precedente servizio aperto a tutti de facto escluso alle donne.

Questa piccola azione è in grado, da sola, di fare molto più di mille lamentele.
Vedere che creare un’esclusione nei confronti degli uomini porta a creare una corrispettiva esclusione nei confronti delle donne riequilibrierà in maniera più paritaria gli spazi e i servizi disponibili per ciascun genere, e scoraggerà ulteriori tentativi di creare servizi o spazi solo per donne fatti con l’intenzione di non sacrificare l’accesso a precedenti servizi o spazi sia per uomini che per donne.
Già sento le obiezioni: “eh ma in alcuni ambiti (come l’imprenditoria) le donne sono la minoranza!”

In altrettanto numerosi ambiti lavorativi gli uomini sono la minoranza: pensiamo ad esempio ai maestri di scuola.
Eppure non esistono servizi per i soli uomini.
Ed è giusto che non esistano, perché se vuoi cambiare le cose vai nelle scuole e cambi gli stereotipi tramite programmi che incidano le coscienze delle nuove generazioni, in modo che possano intraprendere carriere che hanno visto gli uomini o le donne in minoranza.
Escludere invece una persona che ha studiato e lavorato per arrivare lì solo in base al sesso sacrifica l’individuo, lo crocifigge e gli nega l’accesso a un’area per cui ha studiato e lavorato solo in base a ciò che ha in mezzo alle gambe.
E’ sessismo.
Non escluderemmo mai le donne da agevolazioni nell’assunzione a scuola come insegnanti solo perché gli uomini sono la minoranza. Quindi a parti invertite non deve avvenire.

Ulteriore obiezione: “Eh ma in certi ambiti le donne sono la maggioranza e quindi ne hanno più bisogno!”

In primis voglio far notare come per giustificare questi servizi si dica, dove conviene, che le donne siano la minoranza, e dove conviene diversamente, che le donne siano la maggioranza.
E’ evidente dunque che la questione minoranza o maggioranza non sia un criterio in sé, altrimenti dovremmo vedere servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto minoranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto maggioranza” e servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto maggioranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto minoranza”, ma ciò non avviene.
Esistono invece solo servizi per tutti (sia uomini che donne) e servizi solo per donne, e questi ultimi vengono giustificati a seconda del caso con l’essere maggioranza o minoranza. Maggioranza e minoranza in sé dunque non sono criteri applicati oggettivamente. Sono semplicemente maschere sotto cui inserire il criterio dell’essere donna.

Detto ciò, rispondo all’obiezione:
1) Molti dei casi in cui le donne sarebbero la maggioranza (es. “le donne sono la maggioranza delle vittime di stupro e di violenza domestica”) in realtà sono falsi.
Semplicemente questi dati vengono estratti dalle statistiche sulle incarcerazioni, che però sono falsate da numerosi bias.
Gli uomini vengono infatti sospettati di più rispetto alle donne, vengono denunciati di più rispetto alle donne, vengono arrestati di più rispetto alle donne, vengono condannati più spesso rispetto a donne altrettanto colpevoli, vengono incarcerati più spesso e scontano pene più lunghe delle donne (e questo è importante perché, facendo una “fotografia” di quanti carcerati ci sono in un certo momento, se un carcerato ha una pena di cinque mesi e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di altri cinque mesi, la “fotografia” segnerà un solo carcerato; se un carcerato ha una pena di un anno e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di un altro anno, la “fotografia” segnerà due carcerati).
Se rimuoviamo quindi i bias legati al sospetto, alla denuncia, all’arresto, alla condanna, all’incarcerazione e alla lunghezza della pena, gli uomini che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro donne sono in numero pari delle donne che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro uomini.
Quindi, di conseguenza, le donne smettono di essere la maggioranza delle vittime di tali crimini.

2) Gli uomini sono la maggioranza di un sacco di problemi, ma nessuno si sognerebbe di vietare (ad esempio) l’accesso alle donne per i servizi anti-suicidio solo per la maggioranza maschile in questo problema. Eppure la presunta (come abbiamo visto poco fa) maggioranza femminile sul tema violenza domestica autorizza a creare centri e servizi anti-violenza che escludono gli uomini.
“Perché allora non contrastare direttamente i servizi e gli spazi ‘solo per donne’?”, chiederà qualcuno. “Perché ricadere nello stesso errore della controparte, creando servizi ‘solo per uomini’?”.

Il problema è che lottare affinché i servizi “solo per donne” scompaiano è lottare contro i mulini a vento. Come movimento non abbiamo la stessa potenza di lobbying del movimento femminista: non abbiamo magistrati apertamente MRA ma abbiamo magistrati apertamente femministi; non abbiamo politici apertamente MRA ma abbiamo politici e addirittura partiti apertamente femministi; non abbiamo media o canali che parlino a favore del movimento MRA ma li abbiamo in ambito femminista.

Abbiamo sì politici, magistrati, media e canali tradizionalisti, ma, come vedremo più sotto, anch’essi sono favorevoli al “proteggere le donne” dando loro uno spazio o un servizio che agli uomini non sarà mai concesso.
Il tradizionalista non demonizzerà il marito, ma demonizzerà facilmente il nero (ma non la nera), l’immigrato (ma non l’immigrata) e altri uomini (ma non altre donne) in posizioni svantaggiate o semplicemente estranei al nucleo familiare, visto invece come luogo di protezione della donna.
Dato quindi che l’argomento di cui stiamo parlando è quello dei servizi esclusi agli uomini in ambito pubblico, la distinzione tra la posizione femminista e quella tradizionalista è molto sfumata.

Il/la femminista criminalizzerà anche il marito, ma non risparmierà di certo l’uomo estraneo, anch’egli visto come pericoloso, come “stupratore di Schrödinger”; il/la tradizionalista non criminalizzerà il marito, ma criminalizzerà qualunque altro uomo, da cui il marito dovrà proteggere la moglie.
Per l’uomo che viene escluso, in ambito pubblico, dal pari accesso a servizi come i vagoni di un treno e quindi il pari spazio in esso (che si può ottenere solo se vi sono pari vagoni per uomini e per donne), un tradizionalista è un nemico tanto quanto un femminista.

E’ evidente dunque che cercare di estirpare i luoghi “solo per donne” sia un’impresa che richiede risorse che al momento non abbiamo. In un clima di costante demonizzazione e criminalizzazione maschile, in cui viene insegnato alle donne ad avere paura degli uomini ma non viceversa, nonostante uomini e donne siano equamente violenti sia fisicamente che sessualmente, pensare che si possa evitare che le donne abbiano paura degli uomini (e quindi reclamino spazi in cui questi ultimi siano esclusi) è impensabile.

Nonostante infatti le donne siano molto meno vittimizzate degli uomini (dato, questo, che si estende non solo all’area occidentale ma praticamente a ogni angolo del mondo, incluse le società islamiche, mediorientali, e altre civiltà non-occidentali come quella indiana), hanno più paura di questi ultimi di poter essere vittime di crimini violenti, specialmente di matrice sessuale.

Citando un articolo del 2011 del British Journal of Criminology [Cops, D. and Pleysier, S. (2011). “Doing gender” in fear of crime: The impact of gender identity on reported levels of fear of crime in adolescents and young adults. British Journal of Criminology, 51, 58–74.]:

“Dall’origine della tradizione di ricerca […] questi differenti livelli di paura apparentemente contraddicono il rischio obiettivo di vittimizzazione (Lee 2007). Questa comparazione si è tradotta nella scoperta del cosiddetto “paradosso della paura del crimine” [“fear of crime paradox”, altrove chiamato anche genderfear paradox, cioè “paradosso genere-paura”; “victimisation paradox”, cioè “paradosso della vittimizzazione” e “fear of victimization-paradox”, cioè “paradosso della paura della vittimizzazione”; N.d.T.]: quei gruppi che riportavano i più alti livelli di paura (più in particolare le donne e gli anziani) ‘in realtà’ avevano un minore rischio di essere effettivamente vittimizzati: ‘…le donne – o gli anziani – si è visto che hanno oggettivamente un tassso comparativamente minore di vittimizzazione e soggettivamente un’alta paura del crimine’ e ‘gli uomini giovani, in contrasto, hanno un tasso di rischio molto alto e una paura minore’ (Young 1988: 171-2).”

La paura del crimine non è legata all’effettiva probabilità che un crimine realmente avvenga, ma è connessa all’identità di genere.
Sempre secondo gli stessi ricercatori, infatti:

“Indipendentemente dal sesso dei rispondenti, i giovani che hanno ottenuto un punteggio più alto sulla scala dell’identità di genere (e quindi riportano un pattern di attività e atteggiamenti maschili più pronunciato) hanno riportato livelli significativamente più bassi di paura del crimine rispetto agli intervistati con un modello più femminile. Ciò può servire da indicazione del fatto che la paura del crimine può (almeno in parte) essere vista come un’emozione o un’attitudine femminile. Più in particolare, le ragazze che hanno un punteggio basso sulla scala dell’identità di genere – e quindi un atteggiamento femminile pronunciato – sembrano riportare i più alti livelli di paura.”

E’ quindi proprio connaturato all’identità, al ruolo di donna quello di sentir paura.
Le società, sia quella tradizionalista con l’infantilizzazione della donna che quella femminista con la criminalizzazione maschile, incitano le donne a sentire più paura rispetto agli uomini.

E’ quindi impossibile pensare che una comunità che nasce tradizionalista, e quindi che già dai suoi albori instilla nelle donne l’idea che sia necessario per loro provare paura, e che ha come unica influenza degna di nota quella femminista, possa accettare di rimuovere i “solo per donne”.
La segregazione dovuta alla paura è incitata sia dal passato che dal futuro della società.
Non ci sarà mai un momento in cui le donne smetteranno di avere paura, perché anche se i livelli di rischio delle donne arrivassero a zero, e quelli maschili triplicassero, fintanto che la percezione resterà che siano le donne ad essere in pericolo, i dati del pericolo effettivo saranno sommersi dal pensiero emotivo e irrazionale della paura percepita.

Chiedere quindi di rimuovere i servizi e gli spazi “solo per donne” è come chiedere a un pesce di smettere di nuotare: come possiamo pensare che sia possibile, se è immerso nell’acqua? Come possiamo chiedere che gli spazi per donne spariscano, se la nostra società è immersa nel pensiero tradizionalista e femminista?

Finché non ci sarà una vera influenza a 360° del movimento MRA negli ingranaggi della società, l’unica alternativa sarà quindi quella di affiancare gli spazi solo per donne con spazi solo per uomini. Fino ad allora non avremo alcuna chance di fermare gli spazi solo per donne.

Detto questo, finisco il mio discorso ribadendo il punto dell’articolo.

Il punto è che, se vedi uno spazio o un servizio solo per donne, hai tutto il diritto di modificare il precedente spazio o servizio per tutti e renderlo solo per uomini.

Riequilibrare spazi e servizi è un tuo diritto. Non è sessista riequilibrare e reclamare spazi anche per gli uomini. E’ sessista pensare che siano leciti gli spazi di genere esclusivamente se sono indirizzati alle sole donne.

In Arabia Saudita gli uomini sono usati come scudi umani, ma nessuno protesta contro la sacrificabilità maschile

guardianato

L’art. 28 della Convenzione di Ginevra recita:
“Nessuna persona protetta potrà essere utilizzata per mettere, con la sua presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari.”
Quello che l’articolo della Convenzione sta proibendo, con queste parole, è l’impiego di scudi umani.
Scudo umano, per estensione anche in ambiti non militari, è l’utilizzo di una persona a protezione di possibili obiettivi al fine di dissuadere il nemico ad attaccarli.
Un uomo quindi che viene usato per “mettere, con la sua presenza, una donna al sicuro da aggressioni”, semicitando il testo di cui sopra, sta dunque facendo da scudo umano per quella donna.

Veniamo adesso a noi: è in corso una polemica sul fatto che la Supercoppa italiana venga giocata in Arabia Saudita. Il ministro Salvini ha dichiarato, indignato:
“Che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate da un uomo è una tristezza, una schifezza, da milanista io la partita non la guarderò. Io un futuro simile in Italia per le nostre figlie non lo voglio”.
Gli ha fatto eco anche Giorgia Meloni: “Abbiamo venduto secoli di civiltà europea e di battaglie per i diritti delle donne ai soldi dei sauditi? La Federcalcio blocchi subito questa vergogna assoluta e porti la Supercoppa in una nazione che non discrimina le nostre donne e i nostri valori”.
Laura Boldrini tuona: “Le donne alla #SuperCoppaItaliana vanno allo stadio solo se accompagnate dagli uomini. Ma stiamo scherzando? I signori del calcio vendano pure i diritti delle partite ma non si permettano di barattare i diritti delle donne!”.

Tutti questi commenti di protesta sono leciti, ma sembrano criticare il sistema del guardianato saudita (per cui una donna può uscire di casa solo se accompagnata o con il permesso del suo guardiano, detto Walī, che solitamente è un Mahram, cioè si tratta di suo marito, suo padre, suo fratello o di uno dei parenti maschi a lei più prossimi) solo per la limitazione posta alle donne, e non anche per il ruolo di scudo umano che impone agli uomini.

Per capire meglio il guardianato saudita, andiamo a vedere da dove proviene quest’usanza. Prendiamo quindi in esame il Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī (in arabo: صحيح البخاري‎), cioè la più importante delle sei maggiori raccolte di ḥadīth (racconti sulla vita del profeta Maometto) dell’Islam sunnita, considerata dai musulmani sunniti come la più fedele raccolta di ḥadīth e l’opera musulmana più importante dopo il Corano.
Leggiamo nell’ḥadīth 1862:

“Il Profeta (PBSL) disse: “Una donna non dovrebbe viaggiare se non con un Dhu-Mahram (suo marito o un uomo con cui quella donna non può sposarsi affatto secondo la giurisprudenza islamica), e nessun uomo può visitarla se non alla presenza di un Dhu-Mahram.” Un uomo si alzò e disse: “O Messaggero di Allah (PBSL)! Ho intenzione di andare in un tale e tale esercito e mia moglie vuole eseguire l’Hajj” (pellegrinaggio a La Mecca, N.d.T.). Il Profeta (PBSL) (gli) disse, “Vai con lei (all’Hajj)””.

Leggendo letteralmente questo ḥadīth sembra proprio che sia l’uomo a dover accompagnare la donna quando lei vuole (“Vai con lei”, gli dice Maometto), e non il contrario (lei che esce quando vuole lui); ma anche senza essere così letterali (in fondo non possiamo sapere chi ha più potere decisionale all’interno della coppia, e forza l’altro a uscire o non uscire), capiamo che essenzialmente la limitazione alla libertà di movimento, l’uscire e andare in giro solo con il permesso o l’accompagnamento dell’uomo, deriva dalla limitazione a viaggiare.
In certe ḥadīth si parla di giorni di viaggio, in altre di un solo giorno e di una sola notte, e alcuni studiosi islamici hanno interpretato questi come giorni effettivi, mentre altri hanno ritenuto che si trattasse di numeri simbolici, e che ogni viaggio, per quanto breve, necessitasse della presenza di un mahram o comunque di un guardiano per proteggere la donna. Questa interpretazione ha trasformato quindi l’obbligo a viaggiare accompagnati nell’obbligo ad uscire accompagnati o con il permesso del proprio guardiano.

Quest’obbligo però per quali motivi è in vigore? Alcuni musulmani hanno risposto su internet a questa domanda posta da numerosi occidentali. Uno di essi afferma:

“Ciò (succede) perché il viaggio di solito causa stanchezza e difficoltà”, spiega, e le donne “hanno bisogno di qualcuno che le accudisca e rimanga con loro, e (certe) cose possono accadere in assenza del loro mahram che non sono in grado di affrontare. Queste sono cose che sono ben note e si vedono di frequente al giorno d’oggi a causa del gran numero di incidenti che coinvolgono auto e altri mezzi di trasporto.”
“È perfettamente saggio che la donna debba essere accompagnata dal suo mahram quando viaggia”, aggiunge, “perché lo scopo di avere il suo mahram presente è proteggerla e prendersi cura di lei. Viaggiare è una situazione nella quale delle emergenze possono sorgere, non importa quale sia la lunghezza del viaggio.”

Sul “Safa Center for Research and Education”, un sito di contenuti educativi relativi alle questioni islamiche e dei musulmani in America, si afferma:

“Questa regola non è dovuta alla diffidenza nei confronti della donna da parte della shari’a come qualcuno potrebbe desiderare. Al contrario, questa è una precauzione per il bene della sua reputazione e dignità. La shari’a cerca di proteggerla nel caso in cui i malati di mente dovessero cercare di farle del male. È per proteggerla dai trasgressori, dai briganti, specialmente in un ambiente in cui un viaggiatore attraversava deserti mortali in un periodo in cui sicurezza e civiltà dovevano ancora prevalere”.

Come vediamo, dunque, lo scopo della presenza del mahram, del wali, del guardiano, è proprio quello di proteggere la donna, o al massimo di cambiarle la ruota se viaggia, assisterla negli incidenti e così via.
È quindi essenzialmente un tuttofare pronto all’uso e uno scudo umano.

Questo vuol dire che le limitazioni poste alla libertà di movimento delle donne saudite sono derivanti dalla degradazione dell’uomo a semplice scudo umano della donna.
Il maschio, avendo l’obbligo a proteggere la femmina in caso di aggressione, qualora aderisca a tale obbligo rischia di morire, qualora invece si sottragga al suo dovere subisce una stigmatizzazione maggiore.
Infatti è indubbio che vi sia una condanna enormemente maggiore nel caso in cui, durante un’aggressione, fugga lui e la moglie si faccia male o muoia, rispetto al caso in cui sia lei a fuggire e lui a farsi male o morire.

Naturalmente se si assegna agli uomini un tale obbligo a proteggere le donne, un obbligo in cui la protezione femminile permea ogni momento in cui le donne escono di casa, allora è ovvio che non sia concepibile farle uscire senza un uomo-scudo umano o senza il permesso di tale scudo umano (permesso che consiste nel valutare che il luogo dove le mogli andranno sia privo di pericoli), perché qualora succeda qualcosa alla moglie, è il marito a essere considerato responsabile. È il marito a essere colpevolizzato per non averla protetta. È il marito a essere stigmatizzato perché “l’ha lasciata andare da sola con tutti i pericoli che ci sono”. È il marito che ha valutato che quel luogo fosse privo di pericoli e l’ha lasciata andare da sola, e invece c’era un aggressore. Se il marito dunque è responsabile 24 ore su 24 della protezione della moglie, se il marito viene giudicato e biasimato qualora non protegga a sufficienza sua moglie, o qualora fugga dal suo obbligo a proteggerla, allora come possiamo pretendere che non eserciti un controllo su dove sua moglie vada?
Perché se lui stesso non sa dove si trova la moglie, come può proteggerla?
E’ quindi giusto giudicare un uomo per non aver protetto la moglie se non diamo a lui al contempo la possibilità di essere presente e intervenire per fermare l’aggressione?
Come possiamo urlargli contro “ah come hai potuto lasciare che andasse da sola in quel luogo malfamato” se poi lei non deve chiedere il permesso a lui per uscire? Di grazia, come fa a essere responsabile per qualcosa su cui non ha il controllo?

Dunque, le limitazioni alla libertà di movimento delle donne sono dovute al nostro aver assegnato agli uomini il ruolo di capro espiatorio nel caso in cui le donne si facciano male e loro non le abbiano adeguatamente protette, e quello di scudo umano nel caso invece in cui le proteggano adeguatamente ma non siano così fortunati da restare vivi per raccontarlo, essendosi sacrificati per loro in caso di aggressione o attacco di altro tipo.

Inoltre, anche nella nostra cultura esiste un analogo di questa mentalità: quante volte sentiamo dire “il mio ragazzo mi ha riaccompagnata a casa”? E come reagiamo alla notizia di un ragazzo che dice alla sua fidanzata “no, non ti riaccompagno a casa perché ho paura, perché poi chi riaccompagna a casa me? E se ci aggrediscono tu mi difendi? E se ti accompagno oggi, la prossima volta sarai tu a riaccompagnare me a casa mia?”? Proviamo a immaginarci una scena del genere. Ovviamente un uomo che vuole essere riaccompagnato a casa dalla sua ragazza ci fa un effetto diverso, ci viene da deriderlo.
Ma è davvero così ridicolo per un uomo essere riaccompagnato? Perché ci fa così strano? Perché accompagnare una persona a casa vuol dire fare da scudo umano in caso di attacco da parte di malintenzionati, e intrinsecamente consideriamo gli uomini sacrificabili mentre le donne no.
Quindi ci sembra assurdo anche solo pensare che un uomo possa essere riaccompagnato a casa, perché ci sembra assurdo pensare che una donna possa essere sacrificabile e fare da scudo umano.

Quindi è ovvio che se anche nella nostra stessa cultura l’uomo è uno scudo umano, non percepiamo quella saudita come una discriminazione. Ma se andiamo a vedere si tratta della stessa dinamica.
Ciò che cambia è solo l’aspetto temporale: nella cultura saudita l’uomo è responsabile della donna 24 ore su 24 e funge da scudo umano per tutta la vita di lei; nella nostra cultura l’uomo è responsabile della donna solo durante le uscite romantiche, e solitamente solo al ritorno la sera e non all’andata.

Questa è l’unica differenza tra la cultura saudita e la nostra. È solo una questione di ammontare di ore. Niente di più.
Essendo l’uomo responsabile per un minor tempo, qui non esercitiamo una limitazione del movimento delle donne così estesa, mentre lì, essendo l’uomo responsabile per tutto il tempo, per tutta la vita della donna, la limitazione del movimento è necessaria all’obbligo maschile di protezione.

La differenza quindi è tutta qui. Siamo un’Arabia Saudita part-time e notturna, potremmo dire.
Quindi è naturale che essendo noi stessi immersi nella normalizzazione della sacrificabilità maschile, non andiamo di certo a contestarla ai Paesi Islamici, ma vediamo subito, ci balza immediatamente all’occhio, la minore libertà di movimento delle donne. Dobbiamo però renderci conto che tale minore libertà di movimento femminile poggia sulla maggiore aspettativa di protezione maschile.

Come scardinare quindi sia il sistema saudito che il nostro simil-saudito part-time? Demolendo la cultura dell’uomo come scudo umano della donna.

– Pensando alla protezione come a un atteggiamento reciproco, e non unicamente maschile.
– Pretendendo che in caso di pericolo (aggressioni, furti, risse, ecc.) dunque un uomo debba essere protetto, difeso e soccorso dalla propria partner quanto lei da lui, senza sacrifici unidirezionali.
– Fissando come norma che un uomo venga riaccompagnato a casa dalla propria partner tanto spesso quanto lui riaccompagna lei.
– Rimuovendo la feticizzazione della protezione e della sicurezza che ispira l’uomo o estendendola alle donne, perché se le femmine devono proteggere e difendere i maschi quanto loro proteggono e difendono le femmine, protezione e sicurezza devono diventare un criterio di attrattività anche della donna e non solo dell’uomo.
– Rimuovendo le accuse di codardia verso gli uomini che non difendono le donne o estendendola a queste ultime qualora non difendano gli uomini. Vale a dire che, nel caso in cui avvengano risse, furti, aggressioni, la donna che scappa dovrebbe essere stigmatizzata tanto quanto un uomo che lo fa, e lei dovrebbe “sacrificarsi” per lui, difenderlo e soccorrerlo nella stessa maniera in cui attualmente ci si aspetta che lui lo faccia per lei.
– Pretendendo che gli uomini vengano salvati in caso di emergenza con la stessa priorità data alle donne (abolendo così definitivamente la mentalità del “prima donne e bambini”).

In un mondo di questo tipo, in un mondo post-saudita anche da noi, frasi come “mi sento protetto quando sto con te” o “mi piace sentirmi così vicino a te, mi sento come se mi proteggessi” le troveremmo normalissime pronunciate da un ragazzo tanto quanto le riteniamo normali se pronunciate da una ragazza.
Perché questo si sta chiedendo, si sta chiedendo una cosa normalissima: essere trattati come esseri umani e non come scudi umani. È chi non lo fa che ha un problema. È chi considera gli uomini pedine sacrificabili per salvare la propria pellaccia, che ha un problema.

Ha un problema perché tutti ci teniamo alla pelle, e quindi se tutti ci teniamo alla pelle, perché mai non è la donna a proteggere l’uomo? Perché mai non è lei a rischiare la vita per proteggere quella del suo compagno in caso di aggressione? Perché mai non è lei ad accompagnare lui a casa?

Se entrambi i sessi ci tengono alla pelle, non è giusto che la vita degli uomini venga vista come sacrificabile e non è giusto che solo gli uomini subiscano le angherie della gente per non aver protetto la partner in caso di attacco.

Perché se vuoi che io mi prenda la responsabilità di tutto ciò che ti succede quando esci, beh allora esci quando decido io, in seguito al mio permesso dopo aver controllato che non ti succeda niente.
Ovviamente è un’iperbole: non vogliamo questo. C’è già stato questo sistema, c’è in Arabia Saudita, ma non ha liberato gli uomini, anzi! Li ha resi ancora più sacrificabili.

Il fatto è che del privare le donne della loro libertà, gli uomini non se ne fanno niente.
Gli uomini non hanno bisogno di questo, questo serve loro per evitare di essere stigmatizzati per cose che non possono controllare, ma il problema è alla base.
Il problema è proprio nello stigmatizzare e nell’assegnare agli uomini il ruolo di protettore e scudo umano.

È questo che va scalfito, è questo che va rimosso, è questo che va estirpato, perché nessun essere umano è uno scudo, nessuna vita umana è sacrificabile.

Ogni essere umano, anche di sesso maschile, deve sentirsi libero di tenere alla propria pellaccia quanto ci tiene una donna senza essere colpevolizzato per questo.
Anche un uomo ha il diritto a essere protetto, riaccompagnato a casa, difeso in caso di aggressione, da parte di una donna tanto quanto lei si aspetta dall’uomo.

Tornando quindi al caso della Supercoppa in Arabia Saudita, è ridicolo che la stessa gente che urla, sbraita e si dispera esclamando indignata: “Ah lo sai che in Arabia Saudita le donne non possono andare per strada se non accompagnate da un uomo?” sia la stessa che due secondi dopo dice: “Ah quello screanzato del mio fidanzato non mi ha riaccompagnato a casa a fine uscita! Che modi! Cosa?! Io riaccompagnare il mio ragazzo a casa la sera? Ma sei impazzito?”

Care signore: se per voi riaccompagnare un uomo a casa è cosa inaudita, allora andate pure in Arabia Saudita!

Infine, sempre per quanto riguarda la questione della Supercoppa, un’ulteriore cosa che ha fatto storcere il naso a molti occidentali è stato il fatto che le donne potessero accedere, nello stadio, soltanto ai posti riservati alle famiglie e non potessero invece andare nei settori per soli uomini.

La polemica non è solo sul fatto che le donne non possano entrare nei settori maschili, riguarda anche il fatto che non vi sia una comune distinzione tra posti per uomini e posti per donne ma una separazione tra posti per uomini e posti “misti” per famiglie, ovvero per uomini e donne.

Questa indignazione, però, non tiene conto che, ovviamente, se le donne in Arabia Saudita possono uscire soltanto se protette da un uomo, è inimmaginabile che ci sia una distinzione binaria tra “posti per donne” e “posti per uomini”, perché l’uomo ha l’obbligo a proteggere la donna da eventuali ultrà violenti e altre persone malintenzionate anche durante tutta la partita. Lasciare le femmine in uno spazio “per donne” all’interno di uno stadio significherebbe che durante tutta la durata della partita gli uomini non possano fare loro da scudo umano, ma in caso di aggressione sarebbero comunque responsabili degli eventuali danni subiti dalle donne. Ancora una volta la logica ci dice che non è giusto né sensato che un uomo sia responsabile per l’incolumità di una donna se non può difenderla. Quindi anche nella separazione, secondo il sistema saudita l’uomo deve essere presente assieme alla donna per soccorrerla in caso di pericolo, mentre lui, non avendo il diritto a essere protetto, non può ricevere nel settore maschile una donna, perché l’esporrebbe a rischi (in una società dove ogni sconosciuto è considerato un possibile pericolo, un uomo che non accompagna una donna viene percepito maggiormente come tale) e nessuno si aspetta che lei difenda o protegga lui.

Quindi ancora una volta comprendiamo che in Arabia Saudita vi è il settore “per famiglie” solo perché si richiede la protezione unidirezionale per le donne e non la si estende anche agli uomini.
L’unico modo per rimuovere queste limitazioni verso le donne consiste dunque nel rimuovere l’aspettativa di fare da scudi umani che riversiamo sugli uomini.

Solo in un mondo in cui la protezione sarà bidirezionale potremo indignarci.
Fino ad allora, queste polemiche rifletteranno soltanto un narcisismo conversazionale, dove i problemi degli uomini vengono costantemente invisibilizzati e derisi mentre quelli delle donne sono gli unici che la massa reputa degni di attenzione.

Nessuna protesta in India contro i templi che non accettano uomini: perchè allora invadere gli spazi maschili?

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Patriarcato Braminico: così tantissime donne musulmane e atee, che ovviamente non hanno alcun motivo per cui entrare in un tempio indù, scrivono nei loro cartelli in una catena umana organizzata dal “Communist Party of India” – partito che governa lo stato indiano del Kerala e di ispirazione atea – come protesta per poter entrare nel tempio di Sabarimala.

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Giusto per far capire la consistenza di questa protesta, in un’intervista a una delle donne, musulmana, l’intervistatrice chiede:
Perché hai aderito a questa protesta per i diritti delle donne?
E la donna risponde:
“Non lo so. Mio marito mi ha chiesto di stare qui.

Effettivamente non ha alcun senso che delle donne musulmane protestino per poter entrare in un tempio hindu, basta rifletterci un attimo.

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Inoltre, esistono molti altri templi induisti in India dove agli uomini non è concesso di entrare per tutto o in alcune giornate: pensiamo al tempio di Attukal Bhagavathy, sempre in Kerala; al tempio di Chakkulathukavu, anche questo in Kerala; al tempio di Brahma a Pushkar dove gli uomini sposati non possono entrare; al tempio di Bhagati Maa a Kanyakumari; al tempio di Mata a Muzaffarpur; al tempio di Kamrup Kamakhya in Assam; e infine agli uomini non è concesso di eseguire il “vrat” per la Dea Santoshi Maa.

Ognuno lo fa per motivi propri, spesso mitologici, ma nessuno dice nulla. Alcuni di questi templi sono nello stesso stato in cui si è organizzata la protesta contro quello di Sabarimala, ma nessuno ha fatto nulla in quei casi. Non ci sono state proteste, non ci sono state catene umane. Contro il tempio di Sabarimala, invece sì.
Evidentemente siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali di altri.

E perchè il tempio di Sabarimala esclude(va) le donne, al punto che a seguito dell’entrata (scortate dalla polizia) di due donne nel tempio, la struttura è stata chiusa dai bramini per effettuare un rito di purificazione? “Perchè le donne sono viste come impure e cattive”, come qualcuno ha affermato? Ovviamente no, ma è evidente anche dalla presenza di tantissimi templi dedicati a Divinità femminili sparsi in tutto il subcontinente. Allora per quale motivo?

Il tempio del Dio Ayyappa a Sabarimala non permette(va) l’ingresso alle donne tra i 10 e i 50 anni di età (e quindi non escludeva tutte le donne ma solo le donne con queste caratteristiche) per via del mito che la Divinità sarebbe nata per distruggere una demonessa che poteva essere sconfitta solo dal figlio nato da Shiva e Vishnu (entrambi Dei maschi, ma nella leggenda l’unione avveniva grazie all’incarnazione femminile di Vishnu, Mohini). Quando Ayyappa l’uccise, emerse dal corpo della demonessa una splendida donna, che affermò di essere stata liberata da un sortilegio grazie a questo atto. Il mito va avanti e lei chiede ad Ayyappa di sposarla. Lui rifiuta, spiegandole che l’avrebbe fatto solo quando avrebbero smesso di arrivare nuovi fedeli al tempio di Sabarimala. Fino ad allora, lui sarebbe stato casto in attesa del loro matrimonio. Dato però che la splendida donna è appunto una figura femminile, per rispetto nei confronti del giuramento tra loro è vietato che le donne di questa età possano entrare.

Ovviamente si tratta di un tempio, per cui si presuppone che chi ci va condivida almeno il significato simbolico (molti addirittura quello letterale, esattamente come da noi la gente crede letteralmente alle leggende dei santi), per cui è ovvio che una fedele di Ayyappa l’avrebbe venerato sul suo altarino domestico e non si sarebbe permessa di andare al tempio.

Eppure, alcune donne (che poi si è scoperto non essere nemmeno religiose) hanno fatto causa al tempio, e hanno vinto. Infatti in India i templi sono di proprietà del governo.

Che è successo poi, prima della catena umana di cui stiamo parlando? E’ successo che i fedeli in massa hanno organizzato proteste, alcune con slogan anche molto ben riusciti del tipo:
“Quando il Signor Ayyappa dice no, le femministe non lo ascoltano. No means no. Le femministe non capiscono il consenso”.

Una guida spirituale molto seguita in India, Sadhguru, ha affermato che si tratta di un’ipocrisia bella e buona, visto che esistono numerosi templi che non permettono l’entrata agli uomini per motivi religiosi, con miti simili (ma all’inverso) a quello di Ayyappa.
Però in quei casi il “per tutelare le donne” vince su tutto.

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E qui ci ricolleghiamo a noi, visto che non parliamo di religione ma di antisessismo.
Cosa ci dice questo episodio? Che gli spazi maschili non vengono rispettati. Che i confini maschili vengono costantemente violati. Che la segregazione non equivale a dividere tra “spazi per i maschi” e “spazi per le femmine”, ma tra “spazi per le femmine” e “spazi per tutti, ovvero sia per maschi che per femmine”. De facto, esiste un limite invalicabile per cui se un uomo penetra uno spazio ufficialmente o ufficiosamente femminile viene stigmatizzato, mentre è considerata la norma entrare negli spazi maschili per “urgenze”.

Ad esempio:

– L’uomo, se entra in un bagno femminile è un “p-rco”, un “depravato”, “che vergogna signora mia!”, mentre se lo fa una donna “eh ma che ti comporti come i ragazzini? Che facciamo, maschi contro femmine? Non vedi che ha un’urgenza?” “Eh era occupato l’altro”.
Non c’è reciprocità.

– Stessa cosa vale, ancora peggio, per gli spogliatoi.
So di padri che hanno chiesto a sconosciute di badare alla figlia perchè non potevano entrare.
Invece le donne con bambini maschi entrano tranquillamente negli spogliatoi maschili.

– Simili storie avvengono con i fasciatoi che molte volte sono nei bagni femminili.

– Spesso esistono vagoni per sole donne, ma non corrispettivi per soli uomini. Quindi se è pieno le donne hanno uno “spazio in più” e riducono lo spazio disponibile agli uomini, che non hanno uno “spazio loro”.
Se uno vuole uno spazio “solo per donne” deve creare uno spazio “solo per uomini” per evitare che lo spazio disponibile per un sesso sia maggiore rispetto a quello disponibile per l’altro sesso!

– Stessa cosa per panchine e posti riservati alle donne (sì, esistono) che ovviamente non hanno corrispettivi maschili.

– Ancora sussistono scuole femminili, ovvero per sole femmine, mentre quelle maschili, cioè per soli maschi, sono state chiuse perchè dichiarate “maschilisteeeh1!1!”. Le eccezioni possono esserci, ma parliamo di percentuali molto a favore di quelle femminili.

Corsi o gruppi scolastici/universitari per sole donne sono ammessi, perchè considerati “safe place” per le donne. Peccato che di “safe place” per soli uomini non ve ne sia traccia.

Palestre solo per donne. Ok, è vero che gli uomini sono la maggioranza degli utenti delle palestre, ma spesso nelle stesse ci sono corsi di pilates e sicuramente le donne non sono escluse.
Spesso però si sente di palestre per sole donne. Immaginiamo di vivere vicino a una palestra, e scoprire che l’unica palestra disponibile è solo per donne, e si è uomini. Perchè questo disagio di doversi fare i kilometri a piedi per una palestra disponibile devono averlo solo gli uomini, mentre una donna che si trova una palestra vicino sa che, sia se è segregata che se non lo è, può accedervi?
Sarebbe più equo che, se la palestra vicina è per sole donne, quella precedentemente aperta a tutti diventi per soli uomini, in modo che questa disparità si risolva.

Lavoro. Ovviamente i lavori a maggioranza maschile sono “maschilisti” e tale proporzione va cambiata, quelli a maggioranza femminile, inclusa l’opzione di lavorare a casa come casalingh* e di essere mantenut*, no, quelli devono restare così.

Centri antiviolenza. Ah, questi sono proprio il peggio del peggio, perchè ovviamente sei una vittima maschile? Ah sticavoli, “le donne non possono vedere gli uomini che si riattiva loro il trauma”. In primis, che idiozia, come ci arrivano al centro? Camminando o prendendo la macchina ma comunque passando per la strada, dove qualche uomo c’è.
In secondo luogo, se è per l’aprirsi basta creare delle porte, separazione di spazi, ecc.
Infine, immaginiamo una simile scusa al contrario: “gli uomini non possono vedere le donne che si riattiva loro il trauma”. Chiunque lo prenderebbe per un’affermazione di valutare i bisogni delle vittime maschili, e degli uomini più in generale, come più prioritari di quelli delle donne.
E infatti i centri antiviolenza per donne stanno ovunque, quelli per uomini non esistono, e quelli che accolgono anche uomini accolgono anche donne.
Come dicevamo, gli spazi maschili non esistono.

– Infine, club solo per sole donne sono considerati “safe space” e progressisti, mentre quelli per soli uomini sono ritenuti essere “maschilistiiih!”.

In India, a questa lista ormai si stanno aggiungendo anche i templi. I templi per sole donne vanno bene e se ci vuoi entrare da uomo ti dicono “cambia religione tu, non forzarle a cambiare la tradizione!”, quelli per soli uomini devono invece aprire alle donne, perchè chissene frega della religione, al punto che vediamo donne musulmane combattere per la loro estensione, anche quando il loro culto è un altro.

Ma il principio è lo stesso: gli spazi femminili sono invalicabili, se li valichi sei un depravato/sessista/whatever, gli spazi femminili sono solo per donne e sono sacri. Quelli maschili, al contrario, o non esistono o se esistono sono de facto aperti anche alle donne.

Se questa è parità…

Nel frattempo, solidarizziamo con i nostri amici indiani e sventoliamo anche noi una bandiera di lutto per questo triste giorno, in cui il tempio di Sabarimala ha dovuto chiudere le porte per colpa di chi vuole invadere spazi non propri per un’uguaglianza solo femminile e non anche maschile. Che Ayyappa ci aiuti.

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Il governo chiede una legge contro il gender gap, ma esiste dal 1956!

Il nuovo programma M5S-PD parla di fare una legge contro la disparità salariale: questa legge però esiste dal 1956!
Cito:

Legge Ordinaria n. 741 del 22/05/1956 (Pubblicata nella G.U. del 27 luglio 1956 (suppl. ord.))

Ratifica ed esecuzione delle Convenzioni numero 100, 101 e 102 adottate a Ginevra dalla 34a e dalla 35a Sessione della Conferenza generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

“Art. 1.
Il Presidente della Repubblica e’ autorizzato a ratificare le seguenti Convenzioni adottate a Ginevra dalla Conferenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro:
1) Convenzione n. 100 concernente l’uguaglianza di remunerazione tra la mano d’opera maschile e la mano d’opera femminile per un lavoro di valore uguale – Ginevra, 29 giugno 1951”

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Inoltre il nuovo programma chiede di rimuovere tutte le forme di disuguaglianza, incluse quelle di genere.

Ci viene spontaneo chiedere quindi: solo quelle che svantaggiano le donne o anche la maggioranza che invece svantaggia gli uomini (liste di leva, esclusione dai servizi e centri antiviolenza, padri separati, suicidi maschili, rinuncia di paternità, maggioranza degli uomini nei lavori a rischio e minoranza tra i casalinghi, abbandono scolastico, assenza di sensibilizzazione sulle questioni maschili, ecc.)?

Uno potrebbe obiettare “repetita iuvant!”, con la differenza però che il gender pay gap non esiste, anche perché se esistesse le compagnie assumerebbero solo donne (cosa che in passato si riusciva ad evitare con le clausole di nubilato – che non esistono più -, ma all’epoca la moglie aveva il diritto a essere mantenuta dal marito e venivano fatte per evitare che una moglie già mantenuta potesse prendere il posto di un marito e quindi quest’ultimo non potesse mantenere la sua di moglie).

Se esistesse le donne sarebbero una manodopera a basso costo che farebbe concorrenza sleale agli uomini, quindi anche in quel caso sarebbe più un vantaggio femminile che uno svantaggio.

Dato che questo fenomeno non si verifica e che, considerando parità di orario, impiego, posizione, ore lavorate, ecc. il gap svanisce, è evidente che non c’è bisogno di alcuna ripetizione.

Anche perché una bugia nata con un bias anti-maschile come questa non potrebbe che produrre leggi con possibili misure misandriche a danno di uomini per compensare un gap inesistente.

Insultate e odiate in quanto donne? Macché!

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Premessa che dovrebbe essere inutile e scontata come il pop-up dei cookies ma che tocca sempre fare sennò qualcuno fraintende: non ho nulla contro nessuna delle donne nell’immagine, anzi. Ciò che trovo ridicolo, oltre il bizzarro accostamento tra due attiviste, una ministra e una cantante, è la strumentalizzazione delle loro vicende in chiave vittimistica: “La gente le odia perché sono donneh!!11!!”.

Si salta subito a questa conclusione, sebbene non ci siano prove del fatto che a parità di esposizione mediatica le donne ricevano più odio. Tra l’altro, anche se quantitativamente ricevessero più odio, bisognerebbe verificare se non attirino anche più supporto: perché in tal caso non si potrebbe affermare che le donne siano più odiate, ma solo che siano più polarizzanti. E lì sarebbe interessante capire se il genere sia causa diretta di questo ipotetico maggior potere polarizzante o causa indiretta (magari il genere causa una maggiore o minore esposizione mediatica che a sua volta modula la polarizzazione dell’opinione pubblica?).

Insomma, quello dello screenshot è un ragionamento che può venire in mente solo a chi ha un frame interpretativo fortemente influenzato dalla Teoria del Patriarcato, cioè a chi ha un insieme di conoscenze sistematicamente cherrypickate o fallaci che lo porta a credere che dietro qualunque fenomeno di genere ci sia una forma di odio verso le donne. Chi crede nel Patriarcato non ritiene di dover fornire prove o ragionamenti coerenti per dimostrare che l’una o l’altra questione di genere dipenda da questo, perché come potrebbe una forza così pervasiva che è alla base di ogni singolo altro problema NON essere alla base anche dell’attuale oggetto d’analisi?
Ci troviamo quindi di fronte a un ragionamento circolare: “Il singolo fenomeno A è causato dall’odio della società verso le donne, la cui esistenza è dimostrata dall’insieme di fenomeni BCD, che a loro volta sono causati dall’odio della società verso le donne”. La prova che la causa dei fenomeni BCD sia proprio quella, nella mente dei patriarchisti, sta nel fatto che anche i fenomeni EFG hanno quella stessa causa, e così via all’infinito.

Se però chiedi al patriarchista di uscire un attimo dal ragionamento circolare e gli dici “senti, fai finta di vivere in un mondo antisessista e dimmi come ti spiegheresti quel dato fenomeno in isolamento, senza far riferimento a tutti gli altri“, lui dovrà ammettere che di volta in volta ci sono spiegazioni molto più credibili di quella che va proponendo. Il suo castello di sabbia non cadrà perché ha uno o due punti deboli, ma perché la sua struttura è fragile in ogni punto. Se questo deve ancora accadere è solo perché finora tutti ci camminano intorno in punta di piedi e a debita distanza.

Inoltre, oggettivamente gli insulti sono percepiti o meno come sessisti a seconda di come pare alle femministe. Quando colpiscono un uomo no, quando colpiscono una donna sì.
Pensiamo ad esempio alla critica estetica corporea e alla critica sulla sessualità.

– Il Bodyshaming è un insulto sessista per le donne (anche solo “ha un po’ di pancetta”) ma non quando riferito agli uomini (quindi criticare la bassezza di un uomo, fare commenti sull’ipotetica dimensione dei suoi genitali, sui capelli e sulla pancia di un uomo è ok. Consideriamo poi che di solito le critiche verso le donne si riferiscono al grasso e non a cose più strutturali corrispettive a quelle che si rivolgono agli uomini: quasi mai qualcuno si esprime sulla mancanza di capelli delle donne, sulle dimensioni del loro seno o sulla loro bassezza).
Pensiamo al “sicuramente ce l’ha piccolo”: non viene visto come insulto sessista mentre un “ha un po’ di chiletti in più” sì. Non è nemmeno “ha le tette piccole” (dimensioni su un organo misurabile legato al sesso), che è impensabile da sentire, è proprio su un argomento unisex come la pancia.

– Un altro doppio standard riguarda lo Slutshaming (tr*ia è insulto sessista): il Virginshaming maschile non è considerato un insulto sessista (sfigato o verginello o “non sc.pa/non vede fi.a da chissà quanto” non sono visti come insulti sessisti).

– Per quanto riguarda il “ah ma agli uomini non si augura lo stupro”, rispondo che questa situazione è radicata nella misandria. Proprio perché lo stupro su una donna viene considerato una cosa brutta glielo augurano. Quello contro gli uomini nemmeno è considerato un crimine. Agli uomini non si augura lo stupro perché vengono considerati fortunati se stuprati da una donna. Quindi in realtà è la misandria a non permettere che agli uomini lo si auguri: perché nemmeno viene considerato come qualcosa da condannare. Nemmeno viene considerato come qualcosa di brutto. In una società ipotetica o aliena (ipotetica o aliena perché non esiste e non è mai esistita) dove lo stupro sulle donne non venisse considerato una cosa brutta da fare alle donne, lo stupro non si augurerebbe alle donne. Questo vorrebbe dire che in questa ipotetica società aliena le donne sarebbero privilegiate? Non credo che qualcuno in buonafede potrebbe sostenerlo.

– Inoltre agli uomini lo stupro lo augurano, sebbene da parte di altri uomini in carcere.

– Infine l’augurio di stupro di norma viene rivolto verso politiche o attiviste pro-immigrazione.
Il fatto è che la gente augura che vengano stuprate dai neri perché i neri vengono percepiti come stupratori.
Quindi in realtà la gente accusa quelle donne pro-immigrazione di mettere a rischio altre donne introducendo stupratori nella società.
Pertanto è come se dicessero “se vuoi che noi veniamo stuprate fatti prima stuprare te così cambi idea”.
Perciò quel tipo di insulto non è sessista verso le donne, è come se le insultassero accusando quelle donne pro-immigrazione di essere “pro-stupro” o “rape apologist”: chi offende quelle donne pro-immigrazione in realtà le sta accusando di favorire gli stupratori.

Le uniche vere vittime di questo tipo di insulto sono gli uomini neri. Perché quel tipo di insulto è un rafforzamento dello stereotipo dell’uomo nero, ovvero è razzismo (contro i neri, visti come stupratori) e misandria (perché non si associano le donne nere agli stupri, quindi è misandria perché lo stereotipo riguarda solo gli uomini).

È misandria perché non diremmo mai “se vuoi l’immigrazione fatti stuprare da 10 nere” perché le donne (indipendentemente dall’etnia) non vengono viste come pericolose, e anzi tutti riterrebbero gli uomini stuprati da 10 nere come fortunati.

Quindi è misandria contro le vittime maschili di stupro perché non considerate veramente vittime e razzismo misandrico contro gli uomini (inteso come maschi) neri perché colpiti da questa generalizzazione stereotipata.

 

[H. e A.]