Come ridurre la maggioranza maschile tra i morti sul lavoro

privilege oppression

Secondo i dati forniti dai giornali La Stampa e QuiFinanza, vi sono almeno 3 morti sul lavoro al giorno. Tra le professioni più a rischio troviamo:
l’agricoltore e il bracciante,
il muratore,
il cavatore,
l’operaio edile,
l’autotrasportatore (camionista),
il meccanico,
il magazziniere.

Molti sono intervenuti per migliorare le condizioni di sicurezza, ma quasi nessuno ha preso in considerazione la prospettiva di genere. Infatti la quasi totalità dei morti sul lavoro, come ben sappiamo, è maschile.

Conosciamo quindi teoricamente (sebbene la pratica sia tutt’altra cosa) come ridurre le morti sul lavoro in generale, ma come ridurre la maggioranza maschile tra le morti sul lavoro?

Molti oppositori del movimento MRA hanno infatti asserito che citare i morti sul lavoro sia inutile, visto che a loro dire noi non proporremmo niente per ridurne la portata tra gli uomini.
Abbiamo quindi deciso di rispondere a questa obiezione e fornire una serie di idee su come rendere i lavori connessi maggiormente ai decessi sul lavoro più appetibili al genere femminile, continuando al contempo lo sforzo già intrapreso nell’applicazione delle norme di sicurezza atte a ridurre il numero generale dei morti.

L’aumento della percentuale femminile in queste professioni già di per sé migliorerebbe la condizione dei lavoratori, visto che il ruolo di genere femminile è molto meno correlato all’assunzione di rischi rispetto a quello maschile, pertanto potrebbe esercitare un’influenza positiva sugli uomini del settore, spingendoli ad adeguarsi a uno standard di sicurezza più elevato.

Ovviamente esiste sempre il rischio che i lavori più pesanti o rischiosi vengano affidati agli uomini rispetto alle donne (il che ovviamente neutralizzerebbe la precedente influenza positiva della presenza femminile, e anzi peggiorerebbe la condizione dei lavoratori maschi). Per questo motivo, la presenza dei sindacati dovrebbe essere incrementata in modo che un lavoratore uomo possa sporgere reclamo qualora dovesse notare una differenza nei compiti assegnati a sé rispetto alle sue colleghe di sesso femminile.
Similmente, l’affissione di cartelli o targhe sul posto di lavoro che ricordino l’illegalità di una simile discriminazione anti-maschile nell’assegnazione dei compiti dovrebbe essere resa obbligatoria.

Oltre a un’azione in loco, è necessario spingere le bambine, sin da piccole, a vedere questi lavori come adatti anche alle femmine. Per fare ciò è possibile pensare a libri per bambini dell’asilo o a testi scolastici nelle elementari, medie e superiori in cui tutti i lavoratori nei settori agricolo, di estrazione e lavorazione dei materiali lapidei, edile, e tutti i muratori, meccanici, autotrasportatori e magazzinieri vengano rappresentati di sesso femminile.

Similmente, è necessario che anche le rappresentazioni nei più comuni film, libri, giornali, riviste, telegiornali, programmi televisivi e programmi radio via via includano sempre più personaggi femminili che abbiano intrapreso le suddette professioni. Anche le pubblicità dovrebbero spingere in tal senso.
Tutto ciò non per fingere una realtà che non esiste, ma per spingere le giovani donne all’emulazione di questi modelli, in modo da rendere poi effettiva tale rappresentazione.

Lo Stato dovrebbe inoltre fornire incentivi alle aziende che assumono donne facenti parte dei settori elencati e a più alta percentuale di morti sul lavoro, oltre che pubblicizzare con qualunque mezzo simili opportunità di lavoro per il pubblico femminile.

Un ultimo ostacolo può essere rappresentato dalle casalinghe, dalla pressione di numerosi uomini a mantenere le donne e di numerose donne a essere mantenute (o comunque a sposare/convivere con uomini con un reddito più alto del loro). Come abbiamo infatti visto in un precedente articolo, molte più donne che uomini sono casalinghe e, come rivelano numerose ricerche internazionali, molte più donne che uomini preferiscono farsi mantenere rispetto al mantenere il proprio partner, il che ovviamente riduce la motivazione femminile ad approdare verso lavori rischiosi.

Per questo motivo una doppia soluzione potrebbe essere rappresentata dal tassare le famiglie in cui un componente di sesso femminile di età adulta sia lavorativamente inattivo (da questa tassa si potrebbe poi ricavare l’introito per fornire gli incentivi alle aziende in settori ad alto rischio che assumano donne, di cui abbiamo parlato poco fa) ed eventualmente, al contempo, fornire un contributo economico alle famiglie in cui un componente di sesso maschile esegua attività di cura della casa e degli obblighi familiari a tempo pieno (ovvero faccia il casalingo).

Per riassumere, le possibili proposte per un riequilibrio delle percentuali di genere nelle professioni ad alto rischio, al momento sono:

  • Incremento della presenza dei sindacati sul posto di lavoro per permettere ai lavoratori maschi di segnalare discriminazioni misandriche nella divisione dei compiti;
  • Obbligo di affissione di cartelli o targhe che ricordino l’illegalità di una differenziazione per genere nell’assegnazione dei lavori;
  • Testi scolastici e libri per i bambini dell’asilo in cui tutti i lavoratori nei settori a rischio vengano rappresentati di sesso femminile;
  • Rappresentazioni di donne lavoratrici in settori ad alto rischio in film, libri, telegiornali, programmi televisivi, giornali, riviste e programmi radio;
  • Pubblicità (sia cartacee che televisive, cartelloni e via internet) che rappresentino donne lavoratrici in settori ad alto rischio;
  • Incentivi alle aziende dei settori a rischio che assumono donne;
  • Ampia pubblicizzazione delle opportunità di lavoro per le donne in questi ambiti;
  • Tassa sulle donne casalinghe e/o incentivi agli uomini casalinghi.

Dopo aver visto come fare, rispondiamo adesso all’obiezione che sicuramente sarà sorta nella mente di moltissimi avversari delle questioni maschili, ovvero “ah ma i morti sul lavoro non sono una questione di genere perché derivanti dalla maggior forza fisica maschile!1!”

Quest’argomentazione è fallace perché confonde i lavori rischiosi con quelli pesanti, quando in realtà i primi non prevedono necessariamente un sollevamento pesi o attività simili.
Se ci riflettiamo, infatti, possiamo renderci conto che la quasi totalità dei lavori ad alto rischio non implica uno sforzo fisico diretto di molto maggiore – pensiamo ad esempio ai carpentieri o agli antennisti -, bensì un porsi in situazioni appunto ad alto rischio. Lavare le vetrate dei grattacieli sospesi a centinaia di metri di altezza è pericoloso, ma non serve forza fisica; lo stesso possiamo dire degli elettricisti che operano sui cavi ad alta tensione, degli autotrasportatori, di coloro che lavorano sui ponteggi, e di molte altre categorie professionali tra le più colpite dalla piaga delle morti bianche.
E’ chiaro quindi che se ci viene da storcere il naso di fronte all’idea che una donna faccia queste cose, la causa non può essere la disparità di forza fisica: ha più senso ricondurre questa reazione al meccanismo inconscio che vede le donne come preziose e gli uomini come sacrificabili.

Non vorrei, però, far passare il messaggio che per i lavori pesanti invece una maggioranza maschile così netta sia giustificata, perché non è vero neanche in questo caso. Anche i lavori pesanti, pur essendo decisamente stancanti e alla lunga logoranti, non prevedono sforzi sovrumani o impossibili per una donna: per il trasporto è stata inventata la ruota già da un po’ di tempo, e il peso massimo delle eventuali cose da sollevare viene progressivamente diminuito attraverso regolamentazioni. Inoltre, gli stessi operai uomini, per sollevamenti particolarmente difficili o scomodi, si fanno aiutare dai loro colleghi, lo stesso è possibile tra operaie di sesso femminile: carichi medi sono sostenibili indifferentemente da uomini e donne, e se un carico molto pesante magari può essere sollevato da due uomini può esserlo fatto altrettanto bene da tre donne.

Non dimentichiamoci, peraltro, che all’occorenza anche le donne possono andare in palestra e mettere su quel minimo necessario di muscoli, proprio come possono fare quegli uomini minuti di costituzione. Non stiamo certo parlando di acquisire la massa muscolare di un bodybuilder.

Ecco quindi che non ci sono scuse che possano impedire alla nostra società di avanzare verso un mondo in cui le morti bianche non siano più morti di genere.

 

:: Risposta alle obiezioni ::

Obiezione #1:

“L’idea che i problemi maschili si risolvano con ulteriori incentivi solo per donne è assurda perché si eliminerebbero semplicemente posti di lavoro per gli uomini: dobbiamo semmai incrementare la presenza maschile nei lavori a basso rischio, principalmente nell’insegnamento! Così, oltre a ridurre il numero di morti maschili sul lavoro, si affronta anche il problema del gender gap educativo!”

Risposta:

L’idea SAREBBE buona, ma purtroppo STORICAMENTE si è rivelata fallace.

Nel senso che già abbiamo avuto lavori a basso rischio a maggioranza maschile: gli psicologi una volta erano a maggioranza maschile, adesso a maggioranza femminile; una volta i maestri erano a maggioranza maschile (ricordiamo il libro “Cuore”?), adesso a maggioranza femminile; una volta gli iscritti a lettere erano a maggioranza maschile, adesso a maggioranza femminile, e così via.
Ma anche allora gli uomini erano la quasi totalità dei morti sul lavoro. Quindi ritornare al passato non ci aiuterà.

Però è vero che se hai 6 lavori ad alto rischio e 6 a basso rischio, se dai tutti e 6 quelli a basso rischio alle donne automaticamente dai tutti e 6 quelli ad alto rischio agli uomini; ed è anche vero che se oltre a quelli togli posti per uomini, gli uomini diventano senzatetto.
Ma perchè solo gli uomini diventano senzatetto?
Qual è il lavoro a più basso rischio di tutti, e che le donne non abbandonano?
Esatto: le casalinghe.
Le casalinghe sono alla base di tutto. Se togli le casalinghe, se spingi la società a far mantenere un uomo e una donna nella stessa percentuale, hai risolto.

Quindi sì, dare incentivi solo per donne in quei lavori è sbagliato SE non dai incentivi solo per uomini in lavori a basso rischio.
Ma questo vuol dire anche che dare solo per donne in quei lavori è GIUSTO se dai incentivi solo per uomini in lavori a basso rischio. Ed è ciò che ho richiesto io.
Sicuramente aumentare i maestri, gli psicologi, ecc. è utile per ridurre la percentuale di uomini che sono costretti a entrare nei lavori ad alto rischio, ma non è sufficiente: la soluzione principale è aumentare i casalinghi.

Perchè il lavoro ad alto rischio è proprio l’ultima spiaggia per mantenersi e mantenere la propria moglie/fidanzata/compagna/ecc.
Quindi se gli uomini non avranno più tutta questa pressione a mantenere, il lavoro ad alto rischio non sarà più “l’ultima spiaggia”: avranno la possibilità di fare i casalinghi.
E al tempo stesso, le donne stesse avranno meno “ultime spiagge” da casalinghe e più possibili ultime spiagge da operaie edili, ecc.

Quindi l’accoppiata incentivi per donne a lavori ad alto rischio + disincentivi per donne casalinghe secondo me è vincente.
Ovviamente solo incentivi per donne no.
Ma non ho mai proposto una cosa del genere.

Inoltre specifico che la tassa sulle casalinghe è un po’ una provocazione: non penso accetterebbero e forse è un po’ sessista, però magari cartelloni, campagne, ecc. per invitare le donne a mantenere… why not?

Obiezione #2:

“Quindi stai dicendo che aumentare il numero di donne diminuirà i morti sul lavoro?! Ma è follia! Dovremmo concentrarci sul migliorare le condizioni dei lavoratori e non sul genere! Solo questo ridurrà le morti!”

Risposta:

Non ho mai detto che PER ridurre i morti sul lavoro si debba aumentare la percentuale femminile tra i lavori ad alto rischio.

Ho detto, come da titolo, che per ridurre la MAGGIORANZA MASCHILE tra i morti sul lavoro si debba aumentare la percentuale femminile tra i lavori ad alto rischio.

Infatti noi non diciamo “ah ci stanno X morti sul lavoro uomini”. Diciamo “gli uomini sono il 99/98/a seconda dell’anno % dei morti sul lavoro”.

Questo vuol dire che se in un anno muoiono 2 persone, ma sono in lavori a maggioranza maschile, E’ OVVIO CHE SARANNO SEMPRE UOMINI A MORIRE.

Quindi sì, va fatta una lotta per diminuire le morti sul lavoro in generale, ma facendo SOLO quello la percentuale di uomini resterà comunque la stessa. Perchè fossero pure delle morti non prevenibili e minime rispetto al numero attuale, se l’insieme di partenza è costituito da uomini, quello di morti su tale insieme di partenza sarà comunque costituito da uomini.

Quindi diminuire i morti totali non basta per ridurre la percentuale di morti uomini.

Diverso ad esempio è per i suicidi, perchè se diminuisci il numero di uomini suicidi si equipara con quello di donne suicide. Ma per i morti sul lavoro non funziona così.

“Solo per donne”? Allora quello “per tutti” rendiamolo “solo per uomini”!

men take their space

Qualche anno fa ricordo di aver sentito una femminista lamentarsi di essere stata reindirizzata a un servizio per l’imprenditoria femminile da un altro servizio che invece tecnicamente era aperto a tutti.
Aveva reputato questo rinvio come un atto di sessismo contro le donne.
Ripensandoci adesso, mi rendo conto di come in realtà fosse invece l’esempio più lampante dell’anti-sessismo.
Non notiamo difatti che il servizio per l’imprenditoria femminile, che dunque esclude esplicitamente gli uomini, sia sessista?

E’ evidente quindi che, se si accetta l’esistenza di un servizio solo per donne, l’unico modo per tornare alla parità è che il servizio precedentemente aperto a tutti diventi solo per uomini, ovvero scoraggi le donne dal partecipare.

In fondo, la mutua esclusione non è più sessismo: dividere il bagno per gli uomini e quello per le donne non è sessismo, è segregazione, ma non segregazione sessista.
Dividere vagoni per uomini e vagoni per donne non è sessista, è segregazionista. Ma creare invece vagoni solo per donne senza corrispettivi vagoni solo per uomini è sia segregazionista che sessista, perché dà alle donne un servizio in più che agli uomini è invece negato.
Sicuramente il segregazionismo è un male da sconfiggere, ma è preferibile al segregazionismo sessista, che è un male ancora peggiore.

E’ quindi necessario, in presenza di uno spazio o di un servizio solo per donne, reclamare gli spazi o i servizi precedentemente aperti a tutti e renderli esclusi alle donne.

Aprono una palestra solo per donne e tu ne gestisci una? Rindirizza le donne a quella e accetta solo gli uomini.

Creano un vagone solo per donne e scacciano gli uomini che vi accedono? Riempi il vagone accanto di adesivi dove espliciti che è vietato/sconsigliato l’accesso alle donne e invita, quando ti è possibile, le donne che vi sostano a spostarsi nel “loro” vagone.

Non permettere che le donne entrino nel bagno o nello spogliatoio solo per uomini, se noti che loro non permettono che gli uomini entrino nel loro bagno o nel loro spogliatoio (ad esempio un padre per cambiare una bambina, come talvolta accade che una madre accompagni un bambino in quello degli uomini).

Per ridurre le file al bagno delle donne estendono quello degli uomini alle donne ma non viceversa? Entra anche tu in quello delle donne o in alternativa non permettere che entrino se loro non te lo permettono a parti invertite.

Creano servizi solo per donne e gestisci un servizio aperto a tutti? Invita le donne ad andare a quello specificatamente per loro e accetta solo uomini.

Potrei andare avanti all’infinito, ma non ha senso. Se il tuo caso non è in questo elenco, comprendi il principio e applicalo adattandolo alla tua situazione.

Il punto è sempre quello: reciprocità.
Se vicino a te creano un servizio che esclude gli uomini, hai tutto il diritto di rendere il precedente servizio aperto a tutti de facto escluso alle donne.

Questa piccola azione è in grado, da sola, di fare molto più di mille lamentele.
Vedere che creare un’esclusione nei confronti degli uomini porta a creare una corrispettiva esclusione nei confronti delle donne riequilibrierà in maniera più paritaria gli spazi e i servizi disponibili per ciascun genere, e scoraggerà ulteriori tentativi di creare servizi o spazi solo per donne fatti con l’intenzione di non sacrificare l’accesso a precedenti servizi o spazi sia per uomini che per donne.
Già sento le obiezioni: “eh ma in alcuni ambiti (come l’imprenditoria) le donne sono la minoranza!”

In altrettanto numerosi ambiti lavorativi gli uomini sono la minoranza: pensiamo ad esempio ai maestri di scuola.
Eppure non esistono servizi per i soli uomini.
Ed è giusto che non esistano, perché se vuoi cambiare le cose vai nelle scuole e cambi gli stereotipi tramite programmi che incidano le coscienze delle nuove generazioni, in modo che possano intraprendere carriere che hanno visto gli uomini o le donne in minoranza.
Escludere invece una persona che ha studiato e lavorato per arrivare lì solo in base al sesso sacrifica l’individuo, lo crocifigge e gli nega l’accesso a un’area per cui ha studiato e lavorato solo in base a ciò che ha in mezzo alle gambe.
E’ sessismo.
Non escluderemmo mai le donne da agevolazioni nell’assunzione a scuola come insegnanti solo perché gli uomini sono la minoranza. Quindi a parti invertite non deve avvenire.

Ulteriore obiezione: “Eh ma in certi ambiti le donne sono la maggioranza e quindi ne hanno più bisogno!”

In primis voglio far notare come per giustificare questi servizi si dica, dove conviene, che le donne siano la minoranza, e dove conviene diversamente, che le donne siano la maggioranza.
E’ evidente dunque che la questione minoranza o maggioranza non sia un criterio in sé, altrimenti dovremmo vedere servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto minoranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto maggioranza” e servizi corrispettivi per gli uomini “in quanto maggioranza” dove esistono servizi per le donne “in quanto minoranza”, ma ciò non avviene.
Esistono invece solo servizi per tutti (sia uomini che donne) e servizi solo per donne, e questi ultimi vengono giustificati a seconda del caso con l’essere maggioranza o minoranza. Maggioranza e minoranza in sé dunque non sono criteri applicati oggettivamente. Sono semplicemente maschere sotto cui inserire il criterio dell’essere donna.

Detto ciò, rispondo all’obiezione:
1) Molti dei casi in cui le donne sarebbero la maggioranza (es. “le donne sono la maggioranza delle vittime di stupro e di violenza domestica”) in realtà sono falsi.
Semplicemente questi dati vengono estratti dalle statistiche sulle incarcerazioni, che però sono falsate da numerosi bias.
Gli uomini vengono infatti sospettati di più rispetto alle donne, vengono denunciati di più rispetto alle donne, vengono arrestati di più rispetto alle donne, vengono condannati più spesso rispetto a donne altrettanto colpevoli, vengono incarcerati più spesso e scontano pene più lunghe delle donne (e questo è importante perché, facendo una “fotografia” di quanti carcerati ci sono in un certo momento, se un carcerato ha una pena di cinque mesi e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di altri cinque mesi, la “fotografia” segnerà un solo carcerato; se un carcerato ha una pena di un anno e quello che arriverà in carcere sei mesi dopo di un altro anno, la “fotografia” segnerà due carcerati).
Se rimuoviamo quindi i bias legati al sospetto, alla denuncia, all’arresto, alla condanna, all’incarcerazione e alla lunghezza della pena, gli uomini che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro donne sono in numero pari delle donne che hanno compiuto stupro e violenza domestica contro uomini.
Quindi, di conseguenza, le donne smettono di essere la maggioranza delle vittime di tali crimini.

2) Gli uomini sono la maggioranza di un sacco di problemi, ma nessuno si sognerebbe di vietare (ad esempio) l’accesso alle donne per i servizi anti-suicidio solo per la maggioranza maschile in questo problema. Eppure la presunta (come abbiamo visto poco fa) maggioranza femminile sul tema violenza domestica autorizza a creare centri e servizi anti-violenza che escludono gli uomini.
“Perché allora non contrastare direttamente i servizi e gli spazi ‘solo per donne’?”, chiederà qualcuno. “Perché ricadere nello stesso errore della controparte, creando servizi ‘solo per uomini’?”.

Il problema è che lottare affinché i servizi “solo per donne” scompaiano è lottare contro i mulini a vento. Come movimento non abbiamo la stessa potenza di lobbying del movimento femminista: non abbiamo magistrati apertamente MRA ma abbiamo magistrati apertamente femministi; non abbiamo politici apertamente MRA ma abbiamo politici e addirittura partiti apertamente femministi; non abbiamo media o canali che parlino a favore del movimento MRA ma li abbiamo in ambito femminista.

Abbiamo sì politici, magistrati, media e canali tradizionalisti, ma, come vedremo più sotto, anch’essi sono favorevoli al “proteggere le donne” dando loro uno spazio o un servizio che agli uomini non sarà mai concesso.
Il tradizionalista non demonizzerà il marito, ma demonizzerà facilmente il nero (ma non la nera), l’immigrato (ma non l’immigrata) e altri uomini (ma non altre donne) in posizioni svantaggiate o semplicemente estranei al nucleo familiare, visto invece come luogo di protezione della donna.
Dato quindi che l’argomento di cui stiamo parlando è quello dei servizi esclusi agli uomini in ambito pubblico, la distinzione tra la posizione femminista e quella tradizionalista è molto sfumata.

Il/la femminista criminalizzerà anche il marito, ma non risparmierà di certo l’uomo estraneo, anch’egli visto come pericoloso, come “stupratore di Schrödinger”; il/la tradizionalista non criminalizzerà il marito, ma criminalizzerà qualunque altro uomo, da cui il marito dovrà proteggere la moglie.
Per l’uomo che viene escluso, in ambito pubblico, dal pari accesso a servizi come i vagoni di un treno e quindi il pari spazio in esso (che si può ottenere solo se vi sono pari vagoni per uomini e per donne), un tradizionalista è un nemico tanto quanto un femminista.

E’ evidente dunque che cercare di estirpare i luoghi “solo per donne” sia un’impresa che richiede risorse che al momento non abbiamo. In un clima di costante demonizzazione e criminalizzazione maschile, in cui viene insegnato alle donne ad avere paura degli uomini ma non viceversa, nonostante uomini e donne siano equamente violenti sia fisicamente che sessualmente, pensare che si possa evitare che le donne abbiano paura degli uomini (e quindi reclamino spazi in cui questi ultimi siano esclusi) è impensabile.

Nonostante infatti le donne siano molto meno vittimizzate degli uomini (dato, questo, che si estende non solo all’area occidentale ma praticamente a ogni angolo del mondo, incluse le società islamiche, mediorientali, e altre civiltà non-occidentali come quella indiana), hanno più paura di questi ultimi di poter essere vittime di crimini violenti, specialmente di matrice sessuale.

Citando un articolo del 2011 del British Journal of Criminology [Cops, D. and Pleysier, S. (2011). “Doing gender” in fear of crime: The impact of gender identity on reported levels of fear of crime in adolescents and young adults. British Journal of Criminology, 51, 58–74.]:

“Dall’origine della tradizione di ricerca […] questi differenti livelli di paura apparentemente contraddicono il rischio obiettivo di vittimizzazione (Lee 2007). Questa comparazione si è tradotta nella scoperta del cosiddetto “paradosso della paura del crimine” [“fear of crime paradox”, altrove chiamato anche genderfear paradox, cioè “paradosso genere-paura”; “victimisation paradox”, cioè “paradosso della vittimizzazione” e “fear of victimization-paradox”, cioè “paradosso della paura della vittimizzazione”; N.d.T.]: quei gruppi che riportavano i più alti livelli di paura (più in particolare le donne e gli anziani) ‘in realtà’ avevano un minore rischio di essere effettivamente vittimizzati: ‘…le donne – o gli anziani – si è visto che hanno oggettivamente un tassso comparativamente minore di vittimizzazione e soggettivamente un’alta paura del crimine’ e ‘gli uomini giovani, in contrasto, hanno un tasso di rischio molto alto e una paura minore’ (Young 1988: 171-2).”

La paura del crimine non è legata all’effettiva probabilità che un crimine realmente avvenga, ma è connessa all’identità di genere.
Sempre secondo gli stessi ricercatori, infatti:

“Indipendentemente dal sesso dei rispondenti, i giovani che hanno ottenuto un punteggio più alto sulla scala dell’identità di genere (e quindi riportano un pattern di attività e atteggiamenti maschili più pronunciato) hanno riportato livelli significativamente più bassi di paura del crimine rispetto agli intervistati con un modello più femminile. Ciò può servire da indicazione del fatto che la paura del crimine può (almeno in parte) essere vista come un’emozione o un’attitudine femminile. Più in particolare, le ragazze che hanno un punteggio basso sulla scala dell’identità di genere – e quindi un atteggiamento femminile pronunciato – sembrano riportare i più alti livelli di paura.”

E’ quindi proprio connaturato all’identità, al ruolo di donna quello di sentir paura.
Le società, sia quella tradizionalista con l’infantilizzazione della donna che quella femminista con la criminalizzazione maschile, incitano le donne a sentire più paura rispetto agli uomini.

E’ quindi impossibile pensare che una comunità che nasce tradizionalista, e quindi che già dai suoi albori instilla nelle donne l’idea che sia necessario per loro provare paura, e che ha come unica influenza degna di nota quella femminista, possa accettare di rimuovere i “solo per donne”.
La segregazione dovuta alla paura è incitata sia dal passato che dal futuro della società.
Non ci sarà mai un momento in cui le donne smetteranno di avere paura, perché anche se i livelli di rischio delle donne arrivassero a zero, e quelli maschili triplicassero, fintanto che la percezione resterà che siano le donne ad essere in pericolo, i dati del pericolo effettivo saranno sommersi dal pensiero emotivo e irrazionale della paura percepita.

Chiedere quindi di rimuovere i servizi e gli spazi “solo per donne” è come chiedere a un pesce di smettere di nuotare: come possiamo pensare che sia possibile, se è immerso nell’acqua? Come possiamo chiedere che gli spazi per donne spariscano, se la nostra società è immersa nel pensiero tradizionalista e femminista?

Finché non ci sarà una vera influenza a 360° del movimento MRA negli ingranaggi della società, l’unica alternativa sarà quindi quella di affiancare gli spazi solo per donne con spazi solo per uomini. Fino ad allora non avremo alcuna chance di fermare gli spazi solo per donne.

Detto questo, finisco il mio discorso ribadendo il punto dell’articolo.

Il punto è che, se vedi uno spazio o un servizio solo per donne, hai tutto il diritto di modificare il precedente spazio o servizio per tutti e renderlo solo per uomini.

Riequilibrare spazi e servizi è un tuo diritto. Non è sessista riequilibrare e reclamare spazi anche per gli uomini. E’ sessista pensare che siano leciti gli spazi di genere esclusivamente se sono indirizzati alle sole donne.

In Arabia Saudita gli uomini sono usati come scudi umani, ma nessuno protesta contro la sacrificabilità maschile

guardianato

L’art. 28 della Convenzione di Ginevra recita:
“Nessuna persona protetta potrà essere utilizzata per mettere, con la sua presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari.”
Quello che l’articolo della Convenzione sta proibendo, con queste parole, è l’impiego di scudi umani.
Scudo umano, per estensione anche in ambiti non militari, è l’utilizzo di una persona a protezione di possibili obiettivi al fine di dissuadere il nemico ad attaccarli.
Un uomo quindi che viene usato per “mettere, con la sua presenza, una donna al sicuro da aggressioni”, semicitando il testo di cui sopra, sta dunque facendo da scudo umano per quella donna.

Veniamo adesso a noi: è in corso una polemica sul fatto che la Supercoppa italiana venga giocata in Arabia Saudita. Il ministro Salvini ha dichiarato, indignato:
“Che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate da un uomo è una tristezza, una schifezza, da milanista io la partita non la guarderò. Io un futuro simile in Italia per le nostre figlie non lo voglio”.
Gli ha fatto eco anche Giorgia Meloni: “Abbiamo venduto secoli di civiltà europea e di battaglie per i diritti delle donne ai soldi dei sauditi? La Federcalcio blocchi subito questa vergogna assoluta e porti la Supercoppa in una nazione che non discrimina le nostre donne e i nostri valori”.
Laura Boldrini tuona: “Le donne alla #SuperCoppaItaliana vanno allo stadio solo se accompagnate dagli uomini. Ma stiamo scherzando? I signori del calcio vendano pure i diritti delle partite ma non si permettano di barattare i diritti delle donne!”.

Tutti questi commenti di protesta sono leciti, ma sembrano criticare il sistema del guardianato saudita (per cui una donna può uscire di casa solo se accompagnata o con il permesso del suo guardiano, detto Walī, che solitamente è un Mahram, cioè si tratta di suo marito, suo padre, suo fratello o di uno dei parenti maschi a lei più prossimi) solo per la limitazione posta alle donne, e non anche per il ruolo di scudo umano che impone agli uomini.

Per capire meglio il guardianato saudita, andiamo a vedere da dove proviene quest’usanza. Prendiamo quindi in esame il Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī (in arabo: صحيح البخاري‎), cioè la più importante delle sei maggiori raccolte di ḥadīth (racconti sulla vita del profeta Maometto) dell’Islam sunnita, considerata dai musulmani sunniti come la più fedele raccolta di ḥadīth e l’opera musulmana più importante dopo il Corano.
Leggiamo nell’ḥadīth 1862:

“Il Profeta (PBSL) disse: “Una donna non dovrebbe viaggiare se non con un Dhu-Mahram (suo marito o un uomo con cui quella donna non può sposarsi affatto secondo la giurisprudenza islamica), e nessun uomo può visitarla se non alla presenza di un Dhu-Mahram.” Un uomo si alzò e disse: “O Messaggero di Allah (PBSL)! Ho intenzione di andare in un tale e tale esercito e mia moglie vuole eseguire l’Hajj” (pellegrinaggio a La Mecca, N.d.T.). Il Profeta (PBSL) (gli) disse, “Vai con lei (all’Hajj)””.

Leggendo letteralmente questo ḥadīth sembra proprio che sia l’uomo a dover accompagnare la donna quando lei vuole (“Vai con lei”, gli dice Maometto), e non il contrario (lei che esce quando vuole lui); ma anche senza essere così letterali (in fondo non possiamo sapere chi ha più potere decisionale all’interno della coppia, e forza l’altro a uscire o non uscire), capiamo che essenzialmente la limitazione alla libertà di movimento, l’uscire e andare in giro solo con il permesso o l’accompagnamento dell’uomo, deriva dalla limitazione a viaggiare.
In certe ḥadīth si parla di giorni di viaggio, in altre di un solo giorno e di una sola notte, e alcuni studiosi islamici hanno interpretato questi come giorni effettivi, mentre altri hanno ritenuto che si trattasse di numeri simbolici, e che ogni viaggio, per quanto breve, necessitasse della presenza di un mahram o comunque di un guardiano per proteggere la donna. Questa interpretazione ha trasformato quindi l’obbligo a viaggiare accompagnati nell’obbligo ad uscire accompagnati o con il permesso del proprio guardiano.

Quest’obbligo però per quali motivi è in vigore? Alcuni musulmani hanno risposto su internet a questa domanda posta da numerosi occidentali. Uno di essi afferma:

“Ciò (succede) perché il viaggio di solito causa stanchezza e difficoltà”, spiega, e le donne “hanno bisogno di qualcuno che le accudisca e rimanga con loro, e (certe) cose possono accadere in assenza del loro mahram che non sono in grado di affrontare. Queste sono cose che sono ben note e si vedono di frequente al giorno d’oggi a causa del gran numero di incidenti che coinvolgono auto e altri mezzi di trasporto.”
“È perfettamente saggio che la donna debba essere accompagnata dal suo mahram quando viaggia”, aggiunge, “perché lo scopo di avere il suo mahram presente è proteggerla e prendersi cura di lei. Viaggiare è una situazione nella quale delle emergenze possono sorgere, non importa quale sia la lunghezza del viaggio.”

Sul “Safa Center for Research and Education”, un sito di contenuti educativi relativi alle questioni islamiche e dei musulmani in America, si afferma:

“Questa regola non è dovuta alla diffidenza nei confronti della donna da parte della shari’a come qualcuno potrebbe desiderare. Al contrario, questa è una precauzione per il bene della sua reputazione e dignità. La shari’a cerca di proteggerla nel caso in cui i malati di mente dovessero cercare di farle del male. È per proteggerla dai trasgressori, dai briganti, specialmente in un ambiente in cui un viaggiatore attraversava deserti mortali in un periodo in cui sicurezza e civiltà dovevano ancora prevalere”.

Come vediamo, dunque, lo scopo della presenza del mahram, del wali, del guardiano, è proprio quello di proteggere la donna, o al massimo di cambiarle la ruota se viaggia, assisterla negli incidenti e così via.
È quindi essenzialmente un tuttofare pronto all’uso e uno scudo umano.

Questo vuol dire che le limitazioni poste alla libertà di movimento delle donne saudite sono derivanti dalla degradazione dell’uomo a semplice scudo umano della donna.
Il maschio, avendo l’obbligo a proteggere la femmina in caso di aggressione, qualora aderisca a tale obbligo rischia di morire, qualora invece si sottragga al suo dovere subisce una stigmatizzazione maggiore.
Infatti è indubbio che vi sia una condanna enormemente maggiore nel caso in cui, durante un’aggressione, fugga lui e la moglie si faccia male o muoia, rispetto al caso in cui sia lei a fuggire e lui a farsi male o morire.

Naturalmente se si assegna agli uomini un tale obbligo a proteggere le donne, un obbligo in cui la protezione femminile permea ogni momento in cui le donne escono di casa, allora è ovvio che non sia concepibile farle uscire senza un uomo-scudo umano o senza il permesso di tale scudo umano (permesso che consiste nel valutare che il luogo dove le mogli andranno sia privo di pericoli), perché qualora succeda qualcosa alla moglie, è il marito a essere considerato responsabile. È il marito a essere colpevolizzato per non averla protetta. È il marito a essere stigmatizzato perché “l’ha lasciata andare da sola con tutti i pericoli che ci sono”. È il marito che ha valutato che quel luogo fosse privo di pericoli e l’ha lasciata andare da sola, e invece c’era un aggressore. Se il marito dunque è responsabile 24 ore su 24 della protezione della moglie, se il marito viene giudicato e biasimato qualora non protegga a sufficienza sua moglie, o qualora fugga dal suo obbligo a proteggerla, allora come possiamo pretendere che non eserciti un controllo su dove sua moglie vada?
Perché se lui stesso non sa dove si trova la moglie, come può proteggerla?
E’ quindi giusto giudicare un uomo per non aver protetto la moglie se non diamo a lui al contempo la possibilità di essere presente e intervenire per fermare l’aggressione?
Come possiamo urlargli contro “ah come hai potuto lasciare che andasse da sola in quel luogo malfamato” se poi lei non deve chiedere il permesso a lui per uscire? Di grazia, come fa a essere responsabile per qualcosa su cui non ha il controllo?

Dunque, le limitazioni alla libertà di movimento delle donne sono dovute al nostro aver assegnato agli uomini il ruolo di capro espiatorio nel caso in cui le donne si facciano male e loro non le abbiano adeguatamente protette, e quello di scudo umano nel caso invece in cui le proteggano adeguatamente ma non siano così fortunati da restare vivi per raccontarlo, essendosi sacrificati per loro in caso di aggressione o attacco di altro tipo.

Inoltre, anche nella nostra cultura esiste un analogo di questa mentalità: quante volte sentiamo dire “il mio ragazzo mi ha riaccompagnata a casa”? E come reagiamo alla notizia di un ragazzo che dice alla sua fidanzata “no, non ti riaccompagno a casa perché ho paura, perché poi chi riaccompagna a casa me? E se ci aggrediscono tu mi difendi? E se ti accompagno oggi, la prossima volta sarai tu a riaccompagnare me a casa mia?”? Proviamo a immaginarci una scena del genere. Ovviamente un uomo che vuole essere riaccompagnato a casa dalla sua ragazza ci fa un effetto diverso, ci viene da deriderlo.
Ma è davvero così ridicolo per un uomo essere riaccompagnato? Perché ci fa così strano? Perché accompagnare una persona a casa vuol dire fare da scudo umano in caso di attacco da parte di malintenzionati, e intrinsecamente consideriamo gli uomini sacrificabili mentre le donne no.
Quindi ci sembra assurdo anche solo pensare che un uomo possa essere riaccompagnato a casa, perché ci sembra assurdo pensare che una donna possa essere sacrificabile e fare da scudo umano.

Quindi è ovvio che se anche nella nostra stessa cultura l’uomo è uno scudo umano, non percepiamo quella saudita come una discriminazione. Ma se andiamo a vedere si tratta della stessa dinamica.
Ciò che cambia è solo l’aspetto temporale: nella cultura saudita l’uomo è responsabile della donna 24 ore su 24 e funge da scudo umano per tutta la vita di lei; nella nostra cultura l’uomo è responsabile della donna solo durante le uscite romantiche, e solitamente solo al ritorno la sera e non all’andata.

Questa è l’unica differenza tra la cultura saudita e la nostra. È solo una questione di ammontare di ore. Niente di più.
Essendo l’uomo responsabile per un minor tempo, qui non esercitiamo una limitazione del movimento delle donne così estesa, mentre lì, essendo l’uomo responsabile per tutto il tempo, per tutta la vita della donna, la limitazione del movimento è necessaria all’obbligo maschile di protezione.

La differenza quindi è tutta qui. Siamo un’Arabia Saudita part-time e notturna, potremmo dire.
Quindi è naturale che essendo noi stessi immersi nella normalizzazione della sacrificabilità maschile, non andiamo di certo a contestarla ai Paesi Islamici, ma vediamo subito, ci balza immediatamente all’occhio, la minore libertà di movimento delle donne. Dobbiamo però renderci conto che tale minore libertà di movimento femminile poggia sulla maggiore aspettativa di protezione maschile.

Come scardinare quindi sia il sistema saudito che il nostro simil-saudito part-time? Demolendo la cultura dell’uomo come scudo umano della donna.

– Pensando alla protezione come a un atteggiamento reciproco, e non unicamente maschile.
– Pretendendo che in caso di pericolo (aggressioni, furti, risse, ecc.) dunque un uomo debba essere protetto, difeso e soccorso dalla propria partner quanto lei da lui, senza sacrifici unidirezionali.
– Fissando come norma che un uomo venga riaccompagnato a casa dalla propria partner tanto spesso quanto lui riaccompagna lei.
– Rimuovendo la feticizzazione della protezione e della sicurezza che ispira l’uomo o estendendola alle donne, perché se le femmine devono proteggere e difendere i maschi quanto loro proteggono e difendono le femmine, protezione e sicurezza devono diventare un criterio di attrattività anche della donna e non solo dell’uomo.
– Rimuovendo le accuse di codardia verso gli uomini che non difendono le donne o estendendola a queste ultime qualora non difendano gli uomini. Vale a dire che, nel caso in cui avvengano risse, furti, aggressioni, la donna che scappa dovrebbe essere stigmatizzata tanto quanto un uomo che lo fa, e lei dovrebbe “sacrificarsi” per lui, difenderlo e soccorrerlo nella stessa maniera in cui attualmente ci si aspetta che lui lo faccia per lei.
– Pretendendo che gli uomini vengano salvati in caso di emergenza con la stessa priorità data alle donne (abolendo così definitivamente la mentalità del “prima donne e bambini”).

In un mondo di questo tipo, in un mondo post-saudita anche da noi, frasi come “mi sento protetto quando sto con te” o “mi piace sentirmi così vicino a te, mi sento come se mi proteggessi” le troveremmo normalissime pronunciate da un ragazzo tanto quanto le riteniamo normali se pronunciate da una ragazza.
Perché questo si sta chiedendo, si sta chiedendo una cosa normalissima: essere trattati come esseri umani e non come scudi umani. È chi non lo fa che ha un problema. È chi considera gli uomini pedine sacrificabili per salvare la propria pellaccia, che ha un problema.

Ha un problema perché tutti ci teniamo alla pelle, e quindi se tutti ci teniamo alla pelle, perché mai non è la donna a proteggere l’uomo? Perché mai non è lei a rischiare la vita per proteggere quella del suo compagno in caso di aggressione? Perché mai non è lei ad accompagnare lui a casa?

Se entrambi i sessi ci tengono alla pelle, non è giusto che la vita degli uomini venga vista come sacrificabile e non è giusto che solo gli uomini subiscano le angherie della gente per non aver protetto la partner in caso di attacco.

Perché se vuoi che io mi prenda la responsabilità di tutto ciò che ti succede quando esci, beh allora esci quando decido io, in seguito al mio permesso dopo aver controllato che non ti succeda niente.
Ovviamente è un’iperbole: non vogliamo questo. C’è già stato questo sistema, c’è in Arabia Saudita, ma non ha liberato gli uomini, anzi! Li ha resi ancora più sacrificabili.

Il fatto è che del privare le donne della loro libertà, gli uomini non se ne fanno niente.
Gli uomini non hanno bisogno di questo, questo serve loro per evitare di essere stigmatizzati per cose che non possono controllare, ma il problema è alla base.
Il problema è proprio nello stigmatizzare e nell’assegnare agli uomini il ruolo di protettore e scudo umano.

È questo che va scalfito, è questo che va rimosso, è questo che va estirpato, perché nessun essere umano è uno scudo, nessuna vita umana è sacrificabile.

Ogni essere umano, anche di sesso maschile, deve sentirsi libero di tenere alla propria pellaccia quanto ci tiene una donna senza essere colpevolizzato per questo.
Anche un uomo ha il diritto a essere protetto, riaccompagnato a casa, difeso in caso di aggressione, da parte di una donna tanto quanto lei si aspetta dall’uomo.

Tornando quindi al caso della Supercoppa in Arabia Saudita, è ridicolo che la stessa gente che urla, sbraita e si dispera esclamando indignata: “Ah lo sai che in Arabia Saudita le donne non possono andare per strada se non accompagnate da un uomo?” sia la stessa che due secondi dopo dice: “Ah quello screanzato del mio fidanzato non mi ha riaccompagnato a casa a fine uscita! Che modi! Cosa?! Io riaccompagnare il mio ragazzo a casa la sera? Ma sei impazzito?”

Care signore: se per voi riaccompagnare un uomo a casa è cosa inaudita, allora andate pure in Arabia Saudita!

Infine, sempre per quanto riguarda la questione della Supercoppa, un’ulteriore cosa che ha fatto storcere il naso a molti occidentali è stato il fatto che le donne potessero accedere, nello stadio, soltanto ai posti riservati alle famiglie e non potessero invece andare nei settori per soli uomini.

La polemica non è solo sul fatto che le donne non possano entrare nei settori maschili, riguarda anche il fatto che non vi sia una comune distinzione tra posti per uomini e posti per donne ma una separazione tra posti per uomini e posti “misti” per famiglie, ovvero per uomini e donne.

Questa indignazione, però, non tiene conto che, ovviamente, se le donne in Arabia Saudita possono uscire soltanto se protette da un uomo, è inimmaginabile che ci sia una distinzione binaria tra “posti per donne” e “posti per uomini”, perché l’uomo ha l’obbligo a proteggere la donna da eventuali ultrà violenti e altre persone malintenzionate anche durante tutta la partita. Lasciare le femmine in uno spazio “per donne” all’interno di uno stadio significherebbe che durante tutta la durata della partita gli uomini non possano fare loro da scudo umano, ma in caso di aggressione sarebbero comunque responsabili degli eventuali danni subiti dalle donne. Ancora una volta la logica ci dice che non è giusto né sensato che un uomo sia responsabile per l’incolumità di una donna se non può difenderla. Quindi anche nella separazione, secondo il sistema saudita l’uomo deve essere presente assieme alla donna per soccorrerla in caso di pericolo, mentre lui, non avendo il diritto a essere protetto, non può ricevere nel settore maschile una donna, perché l’esporrebbe a rischi (in una società dove ogni sconosciuto è considerato un possibile pericolo, un uomo che non accompagna una donna viene percepito maggiormente come tale) e nessuno si aspetta che lei difenda o protegga lui.

Quindi ancora una volta comprendiamo che in Arabia Saudita vi è il settore “per famiglie” solo perché si richiede la protezione unidirezionale per le donne e non la si estende anche agli uomini.
L’unico modo per rimuovere queste limitazioni verso le donne consiste dunque nel rimuovere l’aspettativa di fare da scudi umani che riversiamo sugli uomini.

Solo in un mondo in cui la protezione sarà bidirezionale potremo indignarci.
Fino ad allora, queste polemiche rifletteranno soltanto un narcisismo conversazionale, dove i problemi degli uomini vengono costantemente invisibilizzati e derisi mentre quelli delle donne sono gli unici che la massa reputa degni di attenzione.

Nessuna protesta in India contro i templi che non accettano uomini: perchè allora invadere gli spazi maschili?

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Patriarcato Braminico: così tantissime donne musulmane e atee, che ovviamente non hanno alcun motivo per cui entrare in un tempio indù, scrivono nei loro cartelli in una catena umana organizzata dal “Communist Party of India” – partito che governa lo stato indiano del Kerala e di ispirazione atea – come protesta per poter entrare nel tempio di Sabarimala.

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Giusto per far capire la consistenza di questa protesta, in un’intervista a una delle donne, musulmana, l’intervistatrice chiede:
Perché hai aderito a questa protesta per i diritti delle donne?
E la donna risponde:
“Non lo so. Mio marito mi ha chiesto di stare qui.

Effettivamente non ha alcun senso che delle donne musulmane protestino per poter entrare in un tempio hindu, basta rifletterci un attimo.

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Inoltre, esistono molti altri templi induisti in India dove agli uomini non è concesso di entrare per tutto o in alcune giornate: pensiamo al tempio di Attukal Bhagavathy, sempre in Kerala; al tempio di Chakkulathukavu, anche questo in Kerala; al tempio di Brahma a Pushkar dove gli uomini sposati non possono entrare; al tempio di Bhagati Maa a Kanyakumari; al tempio di Mata a Muzaffarpur; al tempio di Kamrup Kamakhya in Assam; e infine agli uomini non è concesso di eseguire il “vrat” per la Dea Santoshi Maa.

Ognuno lo fa per motivi propri, spesso mitologici, ma nessuno dice nulla. Alcuni di questi templi sono nello stesso stato in cui si è organizzata la protesta contro quello di Sabarimala, ma nessuno ha fatto nulla in quei casi. Non ci sono state proteste, non ci sono state catene umane. Contro il tempio di Sabarimala, invece sì.
Evidentemente siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali di altri.

E perchè il tempio di Sabarimala esclude(va) le donne, al punto che a seguito dell’entrata (scortate dalla polizia) di due donne nel tempio, la struttura è stata chiusa dai bramini per effettuare un rito di purificazione? “Perchè le donne sono viste come impure e cattive”, come qualcuno ha affermato? Ovviamente no, ma è evidente anche dalla presenza di tantissimi templi dedicati a Divinità femminili sparsi in tutto il subcontinente. Allora per quale motivo?

Il tempio del Dio Ayyappa a Sabarimala non permette(va) l’ingresso alle donne tra i 10 e i 50 anni di età (e quindi non escludeva tutte le donne ma solo le donne con queste caratteristiche) per via del mito che la Divinità sarebbe nata per distruggere una demonessa che poteva essere sconfitta solo dal figlio nato da Shiva e Vishnu (entrambi Dei maschi, ma nella leggenda l’unione avveniva grazie all’incarnazione femminile di Vishnu, Mohini). Quando Ayyappa l’uccise, emerse dal corpo della demonessa una splendida donna, che affermò di essere stata liberata da un sortilegio grazie a questo atto. Il mito va avanti e lei chiede ad Ayyappa di sposarla. Lui rifiuta, spiegandole che l’avrebbe fatto solo quando avrebbero smesso di arrivare nuovi fedeli al tempio di Sabarimala. Fino ad allora, lui sarebbe stato casto in attesa del loro matrimonio. Dato però che la splendida donna è appunto una figura femminile, per rispetto nei confronti del giuramento tra loro è vietato che le donne di questa età possano entrare.

Ovviamente si tratta di un tempio, per cui si presuppone che chi ci va condivida almeno il significato simbolico (molti addirittura quello letterale, esattamente come da noi la gente crede letteralmente alle leggende dei santi), per cui è ovvio che una fedele di Ayyappa l’avrebbe venerato sul suo altarino domestico e non si sarebbe permessa di andare al tempio.

Eppure, alcune donne (che poi si è scoperto non essere nemmeno religiose) hanno fatto causa al tempio, e hanno vinto. Infatti in India i templi sono di proprietà del governo.

Che è successo poi, prima della catena umana di cui stiamo parlando? E’ successo che i fedeli in massa hanno organizzato proteste, alcune con slogan anche molto ben riusciti del tipo:
“Quando il Signor Ayyappa dice no, le femministe non lo ascoltano. No means no. Le femministe non capiscono il consenso”.

Una guida spirituale molto seguita in India, Sadhguru, ha affermato che si tratta di un’ipocrisia bella e buona, visto che esistono numerosi templi che non permettono l’entrata agli uomini per motivi religiosi, con miti simili (ma all’inverso) a quello di Ayyappa.
Però in quei casi il “per tutelare le donne” vince su tutto.

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E qui ci ricolleghiamo a noi, visto che non parliamo di religione ma di antisessismo.
Cosa ci dice questo episodio? Che gli spazi maschili non vengono rispettati. Che i confini maschili vengono costantemente violati. Che la segregazione non equivale a dividere tra “spazi per i maschi” e “spazi per le femmine”, ma tra “spazi per le femmine” e “spazi per tutti, ovvero sia per maschi che per femmine”. De facto, esiste un limite invalicabile per cui se un uomo penetra uno spazio ufficialmente o ufficiosamente femminile viene stigmatizzato, mentre è considerata la norma entrare negli spazi maschili per “urgenze”.

Ad esempio:

– L’uomo, se entra in un bagno femminile è un “p-rco”, un “depravato”, “che vergogna signora mia!”, mentre se lo fa una donna “eh ma che ti comporti come i ragazzini? Che facciamo, maschi contro femmine? Non vedi che ha un’urgenza?” “Eh era occupato l’altro”.
Non c’è reciprocità.

– Stessa cosa vale, ancora peggio, per gli spogliatoi.
So di padri che hanno chiesto a sconosciute di badare alla figlia perchè non potevano entrare.
Invece le donne con bambini maschi entrano tranquillamente negli spogliatoi maschili.

– Simili storie avvengono con i fasciatoi che molte volte sono nei bagni femminili.

– Spesso esistono vagoni per sole donne, ma non corrispettivi per soli uomini. Quindi se è pieno le donne hanno uno “spazio in più” e riducono lo spazio disponibile agli uomini, che non hanno uno “spazio loro”.
Se uno vuole uno spazio “solo per donne” deve creare uno spazio “solo per uomini” per evitare che lo spazio disponibile per un sesso sia maggiore rispetto a quello disponibile per l’altro sesso!

– Stessa cosa per panchine e posti riservati alle donne (sì, esistono) che ovviamente non hanno corrispettivi maschili.

– Ancora sussistono scuole femminili, ovvero per sole femmine, mentre quelle maschili, cioè per soli maschi, sono state chiuse perchè dichiarate “maschilisteeeh1!1!”. Le eccezioni possono esserci, ma parliamo di percentuali molto a favore di quelle femminili.

Corsi o gruppi scolastici/universitari per sole donne sono ammessi, perchè considerati “safe place” per le donne. Peccato che di “safe place” per soli uomini non ve ne sia traccia.

Palestre solo per donne. Ok, è vero che gli uomini sono la maggioranza degli utenti delle palestre, ma spesso nelle stesse ci sono corsi di pilates e sicuramente le donne non sono escluse.
Spesso però si sente di palestre per sole donne. Immaginiamo di vivere vicino a una palestra, e scoprire che l’unica palestra disponibile è solo per donne, e si è uomini. Perchè questo disagio di doversi fare i kilometri a piedi per una palestra disponibile devono averlo solo gli uomini, mentre una donna che si trova una palestra vicino sa che, sia se è segregata che se non lo è, può accedervi?
Sarebbe più equo che, se la palestra vicina è per sole donne, quella precedentemente aperta a tutti diventi per soli uomini, in modo che questa disparità si risolva.

Lavoro. Ovviamente i lavori a maggioranza maschile sono “maschilisti” e tale proporzione va cambiata, quelli a maggioranza femminile, inclusa l’opzione di lavorare a casa come casalingh* e di essere mantenut*, no, quelli devono restare così.

Centri antiviolenza. Ah, questi sono proprio il peggio del peggio, perchè ovviamente sei una vittima maschile? Ah sticavoli, “le donne non possono vedere gli uomini che si riattiva loro il trauma”. In primis, che idiozia, come ci arrivano al centro? Camminando o prendendo la macchina ma comunque passando per la strada, dove qualche uomo c’è.
In secondo luogo, se è per l’aprirsi basta creare delle porte, separazione di spazi, ecc.
Infine, immaginiamo una simile scusa al contrario: “gli uomini non possono vedere le donne che si riattiva loro il trauma”. Chiunque lo prenderebbe per un’affermazione di valutare i bisogni delle vittime maschili, e degli uomini più in generale, come più prioritari di quelli delle donne.
E infatti i centri antiviolenza per donne stanno ovunque, quelli per uomini non esistono, e quelli che accolgono anche uomini accolgono anche donne.
Come dicevamo, gli spazi maschili non esistono.

– Infine, club solo per sole donne sono considerati “safe space” e progressisti, mentre quelli per soli uomini sono ritenuti essere “maschilistiiih!”.

In India, a questa lista ormai si stanno aggiungendo anche i templi. I templi per sole donne vanno bene e se ci vuoi entrare da uomo ti dicono “cambia religione tu, non forzarle a cambiare la tradizione!”, quelli per soli uomini devono invece aprire alle donne, perchè chissene frega della religione, al punto che vediamo donne musulmane combattere per la loro estensione, anche quando il loro culto è un altro.

Ma il principio è lo stesso: gli spazi femminili sono invalicabili, se li valichi sei un depravato/sessista/whatever, gli spazi femminili sono solo per donne e sono sacri. Quelli maschili, al contrario, o non esistono o se esistono sono de facto aperti anche alle donne.

Se questa è parità…

Nel frattempo, solidarizziamo con i nostri amici indiani e sventoliamo anche noi una bandiera di lutto per questo triste giorno, in cui il tempio di Sabarimala ha dovuto chiudere le porte per colpa di chi vuole invadere spazi non propri per un’uguaglianza solo femminile e non anche maschile. Che Ayyappa ci aiuti.

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Il governo chiede una legge contro il gender gap, ma esiste dal 1956!

Il nuovo programma M5S-PD parla di fare una legge contro la disparità salariale: questa legge però esiste dal 1956!
Cito:

Legge Ordinaria n. 741 del 22/05/1956 (Pubblicata nella G.U. del 27 luglio 1956 (suppl. ord.))

Ratifica ed esecuzione delle Convenzioni numero 100, 101 e 102 adottate a Ginevra dalla 34a e dalla 35a Sessione della Conferenza generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

“Art. 1.
Il Presidente della Repubblica e’ autorizzato a ratificare le seguenti Convenzioni adottate a Ginevra dalla Conferenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro:
1) Convenzione n. 100 concernente l’uguaglianza di remunerazione tra la mano d’opera maschile e la mano d’opera femminile per un lavoro di valore uguale – Ginevra, 29 giugno 1951”

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Inoltre il nuovo programma chiede di rimuovere tutte le forme di disuguaglianza, incluse quelle di genere.

Ci viene spontaneo chiedere quindi: solo quelle che svantaggiano le donne o anche la maggioranza che invece svantaggia gli uomini (liste di leva, esclusione dai servizi e centri antiviolenza, padri separati, suicidi maschili, rinuncia di paternità, maggioranza degli uomini nei lavori a rischio e minoranza tra i casalinghi, abbandono scolastico, assenza di sensibilizzazione sulle questioni maschili, ecc.)?

Uno potrebbe obiettare “repetita iuvant!”, con la differenza però che il gender pay gap non esiste, anche perché se esistesse le compagnie assumerebbero solo donne (cosa che in passato si riusciva ad evitare con le clausole di nubilato – che non esistono più -, ma all’epoca la moglie aveva il diritto a essere mantenuta dal marito e venivano fatte per evitare che una moglie già mantenuta potesse prendere il posto di un marito e quindi quest’ultimo non potesse mantenere la sua di moglie).

Se esistesse le donne sarebbero una manodopera a basso costo che farebbe concorrenza sleale agli uomini, quindi anche in quel caso sarebbe più un vantaggio femminile che uno svantaggio.

Dato che questo fenomeno non si verifica e che, considerando parità di orario, impiego, posizione, ore lavorate, ecc. il gap svanisce, è evidente che non c’è bisogno di alcuna ripetizione.

Anche perché una bugia nata con un bias anti-maschile come questa non potrebbe che produrre leggi con possibili misure misandriche a danno di uomini per compensare un gap inesistente.

Insultate e odiate in quanto donne? Macché!

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Premessa che dovrebbe essere inutile e scontata come il pop-up dei cookies ma che tocca sempre fare sennò qualcuno fraintende: non ho nulla contro nessuna delle donne nell’immagine, anzi. Ciò che trovo ridicolo, oltre il bizzarro accostamento tra due attiviste, una ministra e una cantante, è la strumentalizzazione delle loro vicende in chiave vittimistica: “La gente le odia perché sono donneh!!11!!”.

Si salta subito a questa conclusione, sebbene non ci siano prove del fatto che a parità di esposizione mediatica le donne ricevano più odio. Tra l’altro, anche se quantitativamente ricevessero più odio, bisognerebbe verificare se non attirino anche più supporto: perché in tal caso non si potrebbe affermare che le donne siano più odiate, ma solo che siano più polarizzanti. E lì sarebbe interessante capire se il genere sia causa diretta di questo ipotetico maggior potere polarizzante o causa indiretta (magari il genere causa una maggiore o minore esposizione mediatica che a sua volta modula la polarizzazione dell’opinione pubblica?).

Insomma, quello dello screenshot è un ragionamento che può venire in mente solo a chi ha un frame interpretativo fortemente influenzato dalla Teoria del Patriarcato, cioè a chi ha un insieme di conoscenze sistematicamente cherrypickate o fallaci che lo porta a credere che dietro qualunque fenomeno di genere ci sia una forma di odio verso le donne. Chi crede nel Patriarcato non ritiene di dover fornire prove o ragionamenti coerenti per dimostrare che l’una o l’altra questione di genere dipenda da questo, perché come potrebbe una forza così pervasiva che è alla base di ogni singolo altro problema NON essere alla base anche dell’attuale oggetto d’analisi?
Ci troviamo quindi di fronte a un ragionamento circolare: “Il singolo fenomeno A è causato dall’odio della società verso le donne, la cui esistenza è dimostrata dall’insieme di fenomeni BCD, che a loro volta sono causati dall’odio della società verso le donne”. La prova che la causa dei fenomeni BCD sia proprio quella, nella mente dei patriarchisti, sta nel fatto che anche i fenomeni EFG hanno quella stessa causa, e così via all’infinito.

Se però chiedi al patriarchista di uscire un attimo dal ragionamento circolare e gli dici “senti, fai finta di vivere in un mondo antisessista e dimmi come ti spiegheresti quel dato fenomeno in isolamento, senza far riferimento a tutti gli altri“, lui dovrà ammettere che di volta in volta ci sono spiegazioni molto più credibili di quella che va proponendo. Il suo castello di sabbia non cadrà perché ha uno o due punti deboli, ma perché la sua struttura è fragile in ogni punto. Se questo deve ancora accadere è solo perché finora tutti ci camminano intorno in punta di piedi e a debita distanza.

Inoltre, oggettivamente gli insulti sono percepiti o meno come sessisti a seconda di come pare alle femministe. Quando colpiscono un uomo no, quando colpiscono una donna sì.
Pensiamo ad esempio alla critica estetica corporea e alla critica sulla sessualità.

– Il Bodyshaming è un insulto sessista per le donne (anche solo “ha un po’ di pancetta”) ma non quando riferito agli uomini (quindi criticare la bassezza di un uomo, fare commenti sull’ipotetica dimensione dei suoi genitali, sui capelli e sulla pancia di un uomo è ok. Consideriamo poi che di solito le critiche verso le donne si riferiscono al grasso e non a cose più strutturali corrispettive a quelle che si rivolgono agli uomini: quasi mai qualcuno si esprime sulla mancanza di capelli delle donne, sulle dimensioni del loro seno o sulla loro bassezza).
Pensiamo al “sicuramente ce l’ha piccolo”: non viene visto come insulto sessista mentre un “ha un po’ di chiletti in più” sì. Non è nemmeno “ha le tette piccole” (dimensioni su un organo misurabile legato al sesso), che è impensabile da sentire, è proprio su un argomento unisex come la pancia.

– Un altro doppio standard riguarda lo Slutshaming (tr*ia è insulto sessista): il Virginshaming maschile non è considerato un insulto sessista (sfigato o verginello o “non sc.pa/non vede fi.a da chissà quanto” non sono visti come insulti sessisti).

– Per quanto riguarda il “ah ma agli uomini non si augura lo stupro”, rispondo che questa situazione è radicata nella misandria. Proprio perché lo stupro su una donna viene considerato una cosa brutta glielo augurano. Quello contro gli uomini nemmeno è considerato un crimine. Agli uomini non si augura lo stupro perché vengono considerati fortunati se stuprati da una donna. Quindi in realtà è la misandria a non permettere che agli uomini lo si auguri: perché nemmeno viene considerato come qualcosa da condannare. Nemmeno viene considerato come qualcosa di brutto. In una società ipotetica o aliena (ipotetica o aliena perché non esiste e non è mai esistita) dove lo stupro sulle donne non venisse considerato una cosa brutta da fare alle donne, lo stupro non si augurerebbe alle donne. Questo vorrebbe dire che in questa ipotetica società aliena le donne sarebbero privilegiate? Non credo che qualcuno in buonafede potrebbe sostenerlo.

– Inoltre agli uomini lo stupro lo augurano, sebbene da parte di altri uomini in carcere.

– Infine l’augurio di stupro di norma viene rivolto verso politiche o attiviste pro-immigrazione.
Il fatto è che la gente augura che vengano stuprate dai neri perché i neri vengono percepiti come stupratori.
Quindi in realtà la gente accusa quelle donne pro-immigrazione di mettere a rischio altre donne introducendo stupratori nella società.
Pertanto è come se dicessero “se vuoi che noi veniamo stuprate fatti prima stuprare te così cambi idea”.
Perciò quel tipo di insulto non è sessista verso le donne, è come se le insultassero accusando quelle donne pro-immigrazione di essere “pro-stupro” o “rape apologist”: chi offende quelle donne pro-immigrazione in realtà le sta accusando di favorire gli stupratori.

Le uniche vere vittime di questo tipo di insulto sono gli uomini neri. Perché quel tipo di insulto è un rafforzamento dello stereotipo dell’uomo nero, ovvero è razzismo (contro i neri, visti come stupratori) e misandria (perché non si associano le donne nere agli stupri, quindi è misandria perché lo stereotipo riguarda solo gli uomini).

È misandria perché non diremmo mai “se vuoi l’immigrazione fatti stuprare da 10 nere” perché le donne (indipendentemente dall’etnia) non vengono viste come pericolose, e anzi tutti riterrebbero gli uomini stuprati da 10 nere come fortunati.

Quindi è misandria contro le vittime maschili di stupro perché non considerate veramente vittime e razzismo misandrico contro gli uomini (inteso come maschi) neri perché colpiti da questa generalizzazione stereotipata.

 

[H. e A.]

Perché il Principio di Reciprocità non si applica con le femministe

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In un mio precedente articolo ho affrontato il tema del Narcisismo Conversazionale. In questo stesso periodo, su un blog di questioni maschili (“Ragione Antisessista”), si affrontava il tema dei Social Justice Warrior.
Che cosa collega i due argomenti? Il fatto che, spesso, chi agisce per la giustizia sociale lo faccia, uno per accrescere la propria autostima (“vedete quanto sono buono?”), ma due soprattutto per via della credenza in un principio di reciprocità.
Infatti l’altruismo ha un valore pro-sociale. Come specie aiutarsi ha senso perché se io ti aiuto oggi che ne hai bisogno tu, allora tu mi aiuterai quando ne avrò bisogno io.
Questo principio è stato studiato nell’ambito della psicologia e si applica molto nel marketing. Presente le persone che vi “regalano” qualcosa e poi vi chiedono un’offerta? Se lo fanno, riuscite meno a dire di no.

Questo perché il principio di reciprocità funziona così:
1. Ogni favore crea un debito.
2. Ogni debito deve essere saldato.
3. Il favore che salda il debito può essere più grande del favore che l’ha creato.

Questo principio però si applica sempre? No. Si infrange quando si scontra con certi ruoli.
Molti ruoli infatti sono impostati perché la persona che li incarna aiuti gli altri ma non riceva aiuto.
Pensiamo al medico: chi ha mai pensato di aiutare un medico, di chiedergli “e lei dottore, come va con la gamba”?
O a uno psicologo: “lei come sta? Si sente ancora un po’ triste”?
Diremmo mai a una guida: “ti posso dare una mano a ritrovare il sentiero”?
Cercheremmo mai di aiutare con l’informatica un guru del settore, o con la meditazione un guru nel vero senso del termine?
Il principio di reciprocità si infrange davanti all’assurdità di pensare di insegnare all’insegnante.

E da qui, da questa inapplicabilità del principio di reciprocità, nasce il narcisismo conversazionale.
Il narcisismo conversazionale femminista infatti si basa su una simile assegnazione di ruoli complementari: vittima e privilegiato (a volte addirittura carnefice).
Vale a dire che fintanto che io sono la vittima, allora io non reciprocherò mai, perché tu sei quello che ha tutto e io quello che non ha niente.
Quindi non vedrò mai te in difficoltà, vedrò solo la mia difficoltà, anche quando tu mi crolli a terra.
E’ questo il motivo per cui le femministe rigirano sempre le questioni maschili per farle ruotare attorno alle donne: perché nella loro mente solo le donne sono vittime, gli uomini invece no.

Questo lo sapevamo, ciò che non sappiamo ancora però è che spesso, nell’attivismo per i diritti degli uomini, conserviamo un po’ di fiducia nel principio di reciprocità, anche quando non ha senso averne.
Chi si aspetta ad esempio che, se aiutiamo le femministe, loro ci aiuteranno, crede ancora nel principio di reciprocità.
Chi pensa “ah è che ci sono troppi misogini qui” (non esistono misandriche femministe? Eppure perché la società si interessa di questioni femminili nonostante la loro presenza?) o “è che non andiamo a combattere la battaglia X femminista, per questo non ci aiutano” (molti MRA, soprattutto all’inizio quando l’ingenuità è alle stelle, vanno proprio ai cortei femministi per le battaglie per il diritto all’aborto, eppure questo non spinge le femministe a organizzare qualcosa di analogo o di assisterci quando facciamo eventi), “quando aiuteremo loro loro aiuteranno noi” (quante volte la società le ha aiutate? Loro chi hanno aiutato perché gli altri le aiutassero?) è ancora impregnato di fiducia nel principio di reciprocità.

Affacciandoci però un secondo alla finestra della realtà, possiamo osservare al contrario che aiutare un narcisista non lo farà reciprocare.
Anzi, rafforzerà in lui l’idea che è soltanto lui la vittima. E tu lo stai aiutando non perché lui debba reciprocare, ma perché lui è la vittima. Lui pensa che questo sia il motivo per cui riceve aiuto, perché lui ha problemi.
Non crede di avere un debito e non lo salderà mai. Anzi, crede che tu debba continuare a pensare solo a lui perché tu non hai nessun problema, e il fatto di aiutarlo mostra che non hai problemi.
Ecco a voi, gente, il narcisismo.

E’ dunque necessario, per spezzare il narcisismo (in questo caso femminista), agire con un po’ di sano egoismo. Non parliamo di egoismo patologico, di narcisismo di ritorno, perché non vediamo solo gli uomini come uniche vittime.
Si tratta di un egoismo sano, quello che non dice “siamo *SOLO* noi le vittime”, ma quello che dice “siamo *ANCHE* noi le vittime”.

Non a caso parliamo di un bisessismo: riconosciamo che le donne avessero problemi nel sistema dei ruoli di genere tradizionali, non lo neghiamo. Neghiamo che SOLTANTO LORO avessero problemi o problemi più grandi.
E’ necessario un po’ di egoismo sano per contrastare il narcisismo.
Davanti a una persona (un movimento in questo caso) che pensa solo a se stesso, non si può pensare che assecondandolo reciprocherà.
Bisogna prendere spazio, bisogna essere un minimo egoisti.
Bisogna dire “guarda che io non sono un bancomat, non puoi prendere senza dare”.
Davanti a un narcisista non si può sperare nel suo buon cuore, si deve dire “io penso a me perché tu a me non ci pensi”.

Con questo non vogliamo dire che non dobbiamo appoggiare le questioni femminili, vogliamo solo ribadire che non è che le femministe non appoggiano le questioni maschili perché magari gli unici spazi che ne parlano non parlano anche al 50% delle questioni femminili (sì, ci hanno accusato di questo miliardi di volte).
Non è condividendo l’unico spazio disponibile con una propaganda anche giusta molte volte (quando parla di tematiche effettive come aborto, diritti riproduttivi, ecc., ovviamente non quando parla di patriarcato e privilegi maschili) che però arriva in TV, social media, radio, poster, cartelloni, libri e che viene appoggiata da molti governi (mentre la nostra non arriva nemmeno al vicino fuori casa) che le femministe capiranno che devono aiutarci.
Non è annullandoci che loro si annulleranno per noi.
Davanti a un narcisista annullarsi vuol dire perire. Vuol dire scomparire.
Non reciprocheranno manco per niente.
Davanti a un’eterna vittima, che ti guarda come a dire “beato te che non hai problemi”, non si può rispondere: “poverina, come stai male” sperando che ci aiuti.
Bisogna risponderle a tono e dirle “non hai problemi solo te, vedi come sto anch’io”.

E se si arrabbia?
Si arrabbierà sicuramente, perché un narcisista si arrabbia quando tutto non gira attorno a sé.
Immaginatevi se il medico ad un certo punto iniziasse a parlarvi dei suoi acciacchi. Rimarreste straniti.
Ma noi non abbiamo mai firmato nessun contratto per essere il medico di nessuno, e lo Stato, il vero medico, deve aiutare noi quanto loro.
E’ questo che dobbiamo far capire.

E’ quindi necessario abbandonare l’idea che il principio di reciprocità sia valido, perché non lo è.
Non funziona e non funzionerà mai.
Dovremo prima distruggere i ruoli di donna vittima e uomo privilegiato, di narcisismo conversazionale, di teoria del patriarcato, prima che il principio di reciprocità sia di nuovo valido.
Dopo 100 anni di continuo bombardamento sul fatto che entrambi i generi sono vittime, che non ce n’è uno più vittima dell’altro, quando non resterà più traccia del narcisismo femminista, allora potremo riprendere il mano il principio di reciprocità.
Prima di allora sarà mera illusione.